venerdì 12 giugno 2015

Gino Paoli sale in cattedra contro le tasse

La Stampa
renato tortarolo

 A Genova la surreale lezione del cantautore indagato per evasione fiscale. E attacca: «Mi hanno tolto la carica da presidente Siae per motivi che sanno solo loro»


 Henry David Thoreau, primo ribelle americano contro un sistema fiscale che riteneva iniquo, sarebbe al settimo cielo. Gino Paoli, massimo cantautore italiano, attualmente indagato per evasione fiscale, fa una lezione contro le tasse. Perdipiù alle cerimonia di consegna dei diplomi di un master patrocinato anche dall’Agenzia delle Entrate. Che però non ne sapeva nulla del cantautore. A immaginarla, non sarebbe venuta così bene.

Un mondo capovolto, anche perché Paoli dice cose che pensano un po’ tutti i cittadini: basta gabelle, più umanità agli sportelli, buon senso nel rapporto con il povero cittadino. Paoli non ha remore. Dice la sua in una cerimonia partita bene, i diplomi in innovazione nella pubblica amministrazione, e finita in modo surreale. Primo perché i relatori ce l’avevano messa tutta per assicurare che, sì, il cambiamento nella macchina più complicata e demonizzata dello Stato è alle porte.

Secondo perché Paoli se n’è altamente infischiato della domanda arrivata via web: non avevano nessun altro da invitare? «Certi commenti non mi toccano. Non ascolto mai gli imbecilli». Alla Camera di Commercio di Genova si guada un nuovo Rubicone. I garantisti aspettano che la storia dei capitali nascosti in Svizzera sia definita una volta per tutte dalla magistratura. E francamente non si capisce come possa finire. Ma c’è anche chi si chiede: un indagato può attaccare chi lo sta perseguendo? Paoli, come al solito, è tagliente:

 «Basta pensare come nascono, di chi sono figlie le tasse in Italia. Sono figlie delle gabelle che il principe, il duca, il conte o il marchese si facevano dare dal popolo per fare i comodi loro. In America è diverso: là le tasse le raccoglievano i cittadini per costruire una scuola o un bene pubblico nelle città di frontiera». Esempio delicato: basta pensare ad Al Capone incastrato per le tasse non pagate. Il punto è un altro: contenzioso o meno con le Entrate, due milioni di euro, Paoli è ancora carismatico. Ma per la pubblica amministrazione, difesa con autorevolezza storica dal docente romano Guido Melis, autore del recente e sostanzioso «La burocrazia» per Il Mulino, la cerimonia ieri alla Camera di Commercio è stato un harakiri.

È vero che molti degli attestati di partecipazione sono andati a dipendenti dell’Inps che hanno seguito i master fuori del loro orario di lavoro. Un miracolo. Ma la frittata mediatica è grandiosa. Paoli attacca a tutto campo: «Non venite a dirmi che burocrazia e pubblica amministrazione sono la stessa cosa. Perché non è vero. Per cancellare la prima bastano semplificazione e informatizzazione». Dove ha imparato tutto questo Paoli? «Da presidente Siae, carica dalla quale mi hanno tolto per motivi che sanno solo loro». E torniamo alla casella di partenza. Nel «Paese dei commercialisti, senza i quali non capisci nulla…», Gino Paoli apre un nuovo fronte: attenti alle tasse, potrebbero chiedervi di pagare senza spiegarvi il perché.

Meloni su Boldrini: “Apre le porte agli immigrati, poi va in vacanza sulla spiaggia presidenziale perché lì i vu’ cumprà non la infastidiscono”

La Stampa
miriam massone

La leader di Fratelli d’Italia a Valenza per la campagna elettorale si scaglia contro la sinistra: “Radical chic: gli unici migranti che conosce sono il giardiniere e il maggiordomo”


«La Boldrini? Mi fa ridere: continua a dire che gli immigrati vanno accolti sempre e comunque e poi chiede a Mattarella di poter fare le vacanze nella residenza presidenziale di Castelporziano, così può andare nella spiaggia riservata senza essere infastidita dai vu’ cumprà». Giorgia Meloni, la «wonder woman» di Fratelli d’Italia, a Valenza per sostenere domenica al ballottaggio il sindaco uscente del Centrodestra, Sergio Cassano, se la prende con la presidente della Camera, Laura Boldrini e poi con la sinistra che taccia di ipocrisia: «Quella di oggi è una sinistra radical chic: gli unici immigrati che conosce sono il giardiniere e il maggiordomo».

E poi ancora sul premier Renzi: «Mi piacerebbe poter dire che noi siamo gli oppositori del centrosinistra, peccato che non esista. Renzi non è mica di sinistra, è messo lì per fare gli interessi delle lobby, delle banche, della finanza internazionale e dei privilegiati». Il cantautore Roberto Vecchioni l’aveva detto: «Rispetto a Renzi, è Giorgia quella più a sinistra». 

L’uomo che guardava i cantieri

La Stampa


Franco Bonini, bolognese, pensionato e guardone ostinato di cantieri con una predilezione spiccata per quelli stradali è stato nominato direttore dei lavori ad honorem dall’amministrazione comunale di San Lazzaro di Savena. La nomina del Bonini spalanca scenari interessanti per le migliaia di indomiti lavoratori a riposo che dedicano una porzione cospicua del proprio tempo alla contemplazione di una buca.

A Bologna li chiamano umarell. Gli operai ruotano, gli ingegneri si assentano, ma loro restano inchiodati al suolo, memoria storica del quartiere e del cantiere. Nulla sfugge a quegli occhi velati da un’ombra di malinconia. Possono distogliere lo sguardo solo se alle loro spalle un automobilista (di solito io) cerca di incastrare la sua vettura in mezzo alle altre, parcheggiate fin troppo bene. Allora si dedicano all’osservazione delle mosse dell’intruso con cipiglio attento ma equanime, pronti a registrare e, nel caso a segnalare, lo sfioramento di qualche carrozzeria collaterale.

Si accorgono di tutto, eppure finora nessuno sembrava essersi accorto di loro. La carica onorifica dell’umarell di San Lazzaro va accolta come un primo parziale risarcimento. Chi non vorrebbe una società capace di valorizzare le persone che pensano di non servire più a niente? Testimoni di un mondo più lento e preciso. Il pensiero corre all’anonimo correttore di bozze che ogni mattina spedisce a «La Stampa» la lista dei refusi figli della fretta che il suo occhio di falco ha scovato sul giornale. Il minimo che si possa fare è nominarlo caporedattore ad honorem. 

Caso Moro, in 3D l’assalto: spararono solo i brigatisti

Corriere della sera

Recuperati tutti i bossoli esplosi in via Mario Fani, durante il rapimento di Aldo Moro. Certa la direzione di provenienza dei bossoli: da sinistra verso destra

 Da sinistra a destra: sta in gran parte in questo «spostamento» il segreto (per alcuni) di Via Fani. La scorsa notte la commissione Moro, sulla base di una ricostruzione in 3D della dinamica dell’assalto alla macchina di Aldo Moro e della sua scorta fatta dalla polizia scientifica, ha preso atto che in base ai bossoli, alle perizie sulle armi utilizzate, alle foto e alle indicazioni desunte dalle autopsie a sparare da destra sugli uomini della scorta furono sempre e solo i brigatisti che «aggirarono» le due auto per sparare contro gli agenti Zizzi (che arrivò ancora vivo all’ospedale) e Iozzino (l’unico che reagì e cadde ucciso a terra sul selciato). 

L’interpretazione
Per il capo scorta Oreste Leonardi, colpito anche lui da sette colpi da destra, gli uomini della scientifica affermano, in base all’incrocio dei diversi elementi disponibili, che Leonardi nel tentativo di sporgersi immediatamente verso Moro per fargli da scudo diede le spalle verso sinistra ricevendo così i colpi che appaiono sparati da destra ma invece non lo sarebbero. Questo almeno secondo l’interpretazione della Scientifica. Tutto chiaro se le Br da sempre, come ha ricordato Maria Fida Moro, non avessero fatto bollare in sentenza definitiva che loro spararono solo e sempre da destra; non fecero nessun «aggiramento» delle auto e non diedero i colpi di grazia agli agenti da quella angolazione. L’illustrazione del rapporto e delle slide ha suscitato qualche perplessità da parte dei commissari che hanno ricordato la serie di «intoppi» che avrebbero colpito i 4 Br durante l’azione, con pistole che si inceppano, caricatori da cambiare in corsa, gente non propriamente preparata sotto il profilo militare o che se la faceva sotto. Insomma una perizia molte tecnica e convincente ma che non ha risolto il «nodo» principale della vicenda. 

Le slide
La documentazione della Scientifica hanno sì spazzato via tante supposizioni giornalistiche ma la ricostruzione proposta è apparsa ai commissari troppo «stretta» rispetto ai 4 sparatori individuati (in sede di seria analisi si parla di almeno sette) e allo spostamento da sinistra a destra. La grossa novità avanzata è che le Br abbiano sparato sulle auto in movimento inizialmente con colpi singoli per neutralizzare subito la scorta e solo dopo si sia passati alle raffiche di mitra. Non ci fu il tamponamento (questo sì sostenuto dalle Br) ma solo un sobbalzare della macchina di Moro che si appoggiò alla 128 delle Br. Gero Grassi rilancia perplessità anche su tempi di arrivo in via Fani del dirigente della Digos Domenico Spinella, quello «omissivo» sulla provenienza dei proiettili di Via Fani che almeno secondo un appunto dell’epoca provenivano da uno speciale deposito di munizioni. A lungo si è discusso in audizione segreta della novità che si potrebbe annunciare a breve e cioè l’interessamento investigativo verso il mai scandagliato bar Olivetti, appena alle spalle della linea di fuoco dei Br. 

L’indagine
La commissione, indagando sulla strage, ha aperto un faldone che ha finora riservato inusitati incroci di elementi, interessi, presenze multiple legate al sequestro: si va da alcune persone poi confluite nella banda della Magliana, al mafioso Frank Coppola, da parenti di politici Dc, a uomini dei servizi segreti legati alla politica romana, ai terroristi della Raf tedesca con possibili addentellati nel riciclaggio. «Per 37 anni si è cercato tante cose in via Fani che magari non c’erano e non ci si è accorti di quello che c’era attorno a quel bar», ha commentato Giuseppe Fioroni, presidente della Commissione.

11 giugno 2015 | 21:12

Gli hacker attaccano il sito di Kaspersky Lab

La Stampa
federico guerrini

 Criminali informatici entrano nei sistemi di una delle più famose società che producono software per la sicurezza sul web


Duqu, che bel nome per un cattivo. Con quel non so che di oscuro e gutturale che fa tanto Spectre. Ma non siamo in un film di 007 e, anche se il debole per i nomi ad affetto degli esperti di Kaspersy può essere discutibile, la minaccia scoperta all’interno dei sistemi della società di anti-virus sembra quanto mai reale. Duqu non è altro che il nome con cui è stato battezzato, nella primavera scorsa, un gruppo di hacker informatici di altissimo livello, in grado di attaccare obiettivi politici e militari.

Ora il gruppo sembra aver preso di mira Kaspersky, che però si è accorta dell’intrusione e l’ha rivelata pubblicamente con un post sul blog aziendale . “Il fatto che abbiamo reso di mira una società come la nostra – dicono gli ingegneri russi – indica che erano molto fiduciosi di non essere individuati, o forse che non gli importava più di tanto di essere scoperti”.

La questione è però se abbiano portato a casa o meno il risultato che si erano prefissi. Secondo Kaspersky, no. “Gli attaccanti – ha scritto il fondatore, Eugene Kaspersky – volevano sapere quali investigazioni abbiamo al momento in corso e quali sono i nostri metodi di individuazione e analisi”. Per far ciò, gli intrusi avrebbero adoperato tecniche sofisticatissime, mai viste finora, e sfruttato almeno una vulnerabilità zero-day (ovvero ignota fino a questo momento) del sistema operativo Windows.

Ma non gli è servito a molto. I dati dei clienti, riferisce Kaspersky, non sono stati toccati, né sarebbe stato compromesso in alcun modo il codice sorgente dei prodotti della società russa, né alterate le banche dati dei prodotti nocivi. Tanto sforzo a fronte di pochi risultati, parrebbe. Ma l’indagine interna di Kaspersky è ancora in corso.

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