lunedì 8 giugno 2015

Carcere e mille frustate. L’Arabia non perdona il blogger

La Stampa

Pena confermata per il 31enne saudita Raif Badawi in carcere dal 2012. La sua colpa? Essere ateo e aver scritto a favore del liberalismo

 

Fino al 9 gennaio scorso pochi conoscevano il nome di Raif Badawi che pure tra il 2008 e il 2012 aveva affidato quotidianamente al sito Saudi Free Liberals Forum le sue riflessioni di volteriano arabo. Poi, poche ore dopo aver denunciato l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo definendolo «codardo», Riad decise di procedere contro il blogger arrestato 3 anni prima per apostasia e partirono le prime 50 delle 1000 frustate disposte dal tribunale religioso (oltre a 10 anni di prigione e una multa da un milione di riyal). Adesso, indifferente alla mobilitazione internazionale lanciata nel frattempo da Amnesty International, la Corte Suprema conferma la sentenza: Raif Badawi dovrà inginocchiarsi di nuovo in mezzo alla folla di fedeli urlanti «Allah uakbar» per ricevere la seconda razione della pena riservata ai bestemmiatori di Dio e così via, ogni santo venerdì dell’islam, per 19 settimane.

«I versetti satanici»
Ma cosa ha scritto questo 31enne che nel regno campione mondiale di condanne a morte paga più degli assassini? Ricostruirlo ora che il blog è stato chiuso significa navigare sul Web tra i messaggi degli arabi tentati dall’ateismo al punto da rimpallarsi le considerazioni dei più temerari tra loro. In uno degli ultimi articoli postati poche settimane prima di essere arrestato il 17 giugno 2012 Raif Badawi ragiona dell’ostilità avvertita tra i connazionali: «Il liberalismo per me significa semplicemente vivere e lascia vivere (…) Ma l’Arabia Saudita che rivendica l’esclusivo monopolio della verità è riuscita a discreditarlo agli occhi del popolo». Poi, ancora: «Nessuna religione ha mai avuto alcuna connessione con il progresso civile dell’umanità. Non è colpa della religione ma del fatto che tutte le religioni rappresentano una precisa particolare relazione spirituale tra l’individuo e il Creatore». In queste ore in cui la gente si prepara allo spettacolo dell’empio frustato in piazza come ai tempi del rogo di Giordano Bruno, suo padre si è presentato in tv non per difenderlo ma per annunciare di volerlo diseredare.

I dissacratori  
A scorrere i pensieri e le parole di Raif Badawi, che cita l’Albert Camus di «il solo modo di relazionarsi a un mondo non libero è essere così assolutamente libero di vivere la vita come ribellione», si scorge un mondo sconosciuto, quello degli scettici, dei contestatori, dei dissacratori musulmani, sparuti ma in crescita, descritti nel libro di Brian Whitaker «Arabs without God».

Ecco un pezzo del 2010: «Appena un pensatore inizia a rivelare le sue idee arrivano centinaia di fatwa che lo accusano di essere un infedele solo perché ha avuto il coraggio di discutere i temi sacri. Temo che i pensatori arabi emigreranno in cerca di aria fresca per sfuggire alla spada delle autorità religiose». E un altro, in favore della separazione tra religione e politica ma senza accusare il governo e le autorità di Mecca (cosa che Badawi non ha mai fatto): «Il secolarismo rispetta tutti e non offende nessuno. Il secolarismo (…) è la soluzione pratica per far uscire i paesi, compreso il nostro, dal terzo al primo mondo». Impossibile non ricordare queste ultime parole leggendo i suoi messaggi dal carcere pubblicati in Germania nel volume «1000. Lashes: Because I Say What I Think».

La famiglia in esilio  
La moglie Ensaf Haider e i tre figli sono da tempo in esilio in Canada e Badawi dalla cella che condivide con gli assassini e i criminali di cui, dice, nella vita normale si era protetto chiudendo ogni sera a chiave la porta di casa, scrive: «Un giorno nel bagno imbrattato all’inverosimile ho scorto questa frase, tra le mille scritte oscene in tutti i dialetti arabi, “il secolarismo è la soluzione”. Ho gioito perché c’era almeno qualcuno in prigione capace di capirmi, qualcuno che potesse comprendere le ragioni per cui sono rinchiuso qui per la colpa di aver espresso la mia opinione». Vita pericolosa quella del blogger attivista del libero pensiero, combattente solitario e senza rete destinato a cadere soprattutto nei paesi in cui l’identità collettiva non è politica ma religiosa.

Nel blog di Raif Badawi si trova tutto il tormento dei giovani liberali arabi contemporanei. Il Dio indiscutibile per cui sconta una pena disumana ma anche la questione palestinese («Non sono in favore dell’occupazione israeliana di nessuna paese arabo ma allo stesso tempo non voglio che Israele sia sostituito da uno stato religioso…Gli stati che sono basati sulla religione relegano i propri sudditi nel recinto di fede paura»), gli attentati dell’11 settembre 2001 alla luce della proposta di costruire una moschea nei pressi delle ex Torri Gemelle («Quello che mi ferisce di più come abitante dell’area che esporta questi terroristi… è l’audacia dei musulmani di New York che raggiungono i limiti dell’insolenza e non considerano il dolore delle famiglie delle vittime…». Il suo nome era sconosciuto al mondo fino a 5 mesi fa, adesso tutti sanno e lui torna a piegare la schiena sotto i colpi della frusta.




Quei nomi nazisti rimasti attaccati alle nostre malattie

La Stampa
giacomo galeazzi

Campagna mondiale per sostituirli: hanno il marchio dei crimini di guerra



Chi si sottopone alla fecondazione usa spesso il «test di Clauberg» per misurare l’azione del progesterone. Peccato che Carl Clauberg, ginecologo a Konisberg, mise a punto sulle internate nei lager il trattamento contro la sterilità femminile. Sono decine le patologie che portano denominazioni assegnate da medici nazisti. Per i tribunali sono criminali di guerra, per la comunità scientifica no. La campagna mondiale per cambiare nome a queste malattie parte oggi da Roma con un convegno organizzato all’università La Sapienza dalla comunità ebraica. Una svolta epocale.

Tra i relatori il rettore Eugenio Gaudio, il rabbino capo e medico Riccardo Di Segni, Cesare Efrati (Ospedale Israelitico). «Serve un accordo internazionale per cancellare i nomi: un gesto di alto valore etico - precisa Di Segni - Io stesso ho studiato per decenni malattie senza sapere che si riferivano a criminali nazisti». Gilberto Corbellini, ordinario di storia della medicina, illustrerà la proposta di effettuare una bonifica etica della nomenclatura medica, cancellando gli eponimi usati per denotare alcune malattie che ricordano medici che aderirono al nazismo, macchiandosi di gravi crimini. «Come nei casi di Julius Hallervorden e Hugo Spatz, neuropatologo il primo e psichiatra il secondo, che insieme danno il nome a una sindrome neurodegenerativa, ma che avevano espiantato e studiato i cervelli di centinaia di bambini, adolescenti e malati di mente uccisi nell’ambito del progetto nazista che dal 1939 prescriveva l’eutanasia per i soggetti ritenuti non degni di vivere», evidenzia Corbellini. Criminali e luminari come Hans Reiter.

Esperimenti crudeli  
I pazienti affetti da spondilite soffrono di “sindrome di Reiter”, cioè di una infiammazione dei tessuti connettivi scatenata da infezioni batteriche. Durante la Seconda guerra mondiale, il regime nazista e l’esercito tedesco effettuarono centinaia pratiche di «sperimentazione umana», usando e costringendo come cavie i deportati in diversi campi di concentramento. Tali esperimenti sono stati ritenuti crudeli, e per questo medici ed ufficiali coinvolti furono condannati per crimini contro l’umanità in processi storici come quello di Norimberga. I fini dichiarati erano in molti casi verificare la resistenza umana in condizioni estreme o sperimentare vaccini, ma spesso gli scopi non furono riconducibili se non alla perversione del personale medico. Un inferno.

Esperimenti a fini militari (decompressione per il salvataggio da grande altezza o congelamento-raffreddamento prolungato); a carattere scientifico (sterilizzazione, esposizione a raggi X, castrazione chirurgica) e ricerche per la preservazione genetica della razza (sperimentazioni sui gemelli monozigotici o cura ormonale dell’omosessualità). Molte di queste procedure venivano eseguite non solo senza il consenso della «cavia» ma anzi contro il suo volere e molte portavano a morte sicura o atroci dolori.

O lasciavano, se il prigioniero sopravviveva, menomazioni e danni permanenti. «E’ incredibile la crudeltà e la spietatezza degli esecutori, ma ancor di più il fatto che molti degli autori erano medici e scienziati di chiara fama e elevata professionalità», osserva Efrati. Malgrado i crimini e le barbarie di cui si macchiarono ed il fatto che molti di loro furono processati e ritenuti colpevoli, ancora oggi alcune delle loro ricerche e dei loro dati vengono usati come materiale per ricerche attuali (come le tecniche di congelamento impiegate da università americane), o come metodi diffusi ancora nella pratica clinica. Malgrado l’orrore.

I camici bianchi dei lager
«La nomenclatura medica celebra medici nazisti come Hans Eppinger, Murad Jussuf Bei Ibrahim, Eduard Pernkof, Hans Joachim Scherer, Walter Stoeckel e Friedrich Wegener - sottolinea Corbellini - Oltre a propagandisti dell’eugenica razziale e dell’eutanasia per i ritardati mentali: Eugene Charles Apert, Wilhelm His jr., Robert Foster Kennedy e Madge Thurlow Macklin». Da Roma parte l’iniziativa per la pulizia morale, anche a favore delle giovani generazioni di medici che si stanno formando senza neppure ricordare i crimini compiuti da alcuni loro colleghi legati al nazismo e al fascismo. Nomi che evocano tragedie e rimasti nell’uso per l’inerzia dell’abitudine o per resistenze nazionalistiche.

Esselunga, Bernardo Caprotti ritira la querela ai danni del figlio Giuseppe

Corriere della sera

Il patron Esselunga lo denunciò per diffamazione, processo chiuso

 

 Una saga di conflitti familiari interminabili, ma che vede chiudersi ora almeno uno dei suoi capitoli. «Come padre non vuole che il proprio figlio venga condannato quindi ha ritirato la querela sporta nei confronti del primogenito che lo ha fatto finire sotto processo per diffamazione» ha spiegato il legale di Bernardo Caprotti, patron del gruppo Esselunga, che aveva denunciato il figlio Giuseppe e che in Tribunale a Milano ha rinunciato a proseguire la querelle in un’aula di giustizia.

La querela
Con il ritiro della querela il giudice monocratico della quarta sezione, Monica Maria Amicone, ha dichiarato il non doversi procedere nei confronti di Giuseppe Caprotti, facendo calare il sipario sul procedimento penale. Stamane, giorno in cui si è aperto il processo a carico di Giuseppe Caprotti, il legale del padre, l’ avvocato Ermenegildo Costabile, ha depositato l’atto con cui è stata rimessa la querela. Decisione presa in quanto Bernardo Caprotti «come padre non vuole che il proprio figlio venga condannato con sentenza penale». 

A questo punto il tribunale ha dichiarato il «non luogo a procedere» nei confronti dell’imputato - che dovrà pagare le spese legali - e ha chiuso il processo. Al centro della vicenda c’è una intervista rilasciata a un periodico da Giuseppe, il quale poi, nel giugno 2013, l’ha riportata nel suo blog e nella quale, secondo l’accusa, avrebbe diffamato il padre Bernardo. L’intervista al settimanale, di qualche mese prima, come si evince dal capo di imputazione, era intitolata: «Tutto su mio padre». 

Nell’articolo - per il giornalista non si è proceduto in quanto non è stato querelato - l’erede Caprotti aveva raccontato, attribuendoli a Bernardo, due episodi ritenuti non veri e «altamente lesivi della sua dignità personale». In particolare, si legge sempre nel capo di imputazione, «affermava che il padre, dopo la sua assunzione in Esselunga, lo aveva fatto sottoporre a una perizia psichiatrica» e che, sempre il padre, «in occasione di un dissidio tra i suoi fratelli Guido e Claudio e la madre Marianne, «iniziò a spingere sua nonna per le spalle e la buttò letteralmente fuori casa, nonostante lei cercasse di resistere. Il clima diventò pesantissimo e lei fu costretta a trasferirsi da alcuni conoscenti». Oggi su questo capitolo è stata messa la parola fine.

8 giugno 2015 | 13:33

Arrivano le farmacie «certificate» in rete, solo per medicine senza ricetta

Corriere della sera 
Elena Meli

Dal prossimo luglio anche il nostro Paese consentirà la vendita di medicinali su internet, ma con regole severe. I siti autorizzati saranno identificabili 

 
Alcune sembrano proprio vere: stessa confezione, stesso colore, stessa forma dell’originale. Eppure sono fasulle. No, non stiamo parlando di borse firmate “taroccate”, ma di medicine. Perché il mercato dei falsi non conosce confini e pure i farmaci vengono contraffatti, sempre di più e sempre più spesso: non esistono dati precisi vista l’illegalità del fenomeno, ma si stima che il giro di soldi attorno ai finti medicinali si aggiri attorno ai 75 miliardi di dollari l’anno e sia in crescita esponenziale, visto che le statistiche del Pharmaceutical Security Institute europeo parlano di un incremento del 123 per cento dei casi di contraffazione in cinque anni.

Farmaci in rete: «farlocchi» in circa la metà dei casi
I falsari di medicine sguazzano nel mare di internet: i farmaci in vendita sul web, su una qualsiasi delle migliaia di farmacie virtuali che si trovano in un click, sono “farlocchi” in circa la metà dei casi.

Da luglio, però, chiunque vorrà comprare un medicinale in rete potrà farlo con qualche garanzia in più: recependo la Direttiva Europea in merito, anche l’Italia consentirà l’acquisto online di alcuni farmaci, ma mettendo “paletti” molto rigidi a tutela della salute dei consumatori. «Si potranno acquistare solo prodotti non soggetti a obbligo di prescrizione, da siti legali italiani o europei che dovranno rispettare obblighi precisi — spiega Luca Pani, direttore generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco —. Ad esempio, si dovranno indicare i recapiti e i riferimenti dell’Autorità che ha rilasciato l’autorizzazione per la vendita di farmaci e alla quale è stato notificato l’avvio dell’attività online; si dovrà indicare il sito web dell’autorità competente; dovrà essere presente il logo comune, che per l’Italia sarà gestito dal Ministero della Salute, per distinguere fra un sito legale e uno illegale».



Questo il simbolo per riconoscere i fornitori sicuri

Quasi il 95% delle farmacie online è illegale
Cliccando sul “bollino”, infatti, si potrà accedere alla lista delle farmacie online autorizzate, verificando se quella in cui siamo entrati sia o meno fuorilegge; inoltre, sarà possibile vedere in quale Stato membro il rivenditore ha la sede fisica, necessaria per avere il nullaosta. Uno dei maggiori problemi degli acquisti online è proprio la difficoltà ad avere informazioni precise su chi stia vendendo il farmaco, grazie ai giochi di scatole cinesi che nascondono produttori, distributori e rivenditori: stando alle stime, quasi il 95% delle farmacie online è illegale. Solo il 5% rispetta le leggi del proprio Paese, ma esportando prodotti dove l’acquisto non è consentito, viola comunque le normative. Un caos che dovrebbe essere mitigato dal nuovo “marchio di qualità” europeo, necessario perché, come osserva Pani: «Indagini condotte in Italia, Spagna e Portogallo hanno messo in evidenza la scarsa percezione dei rischi legati all’acquisto di medicinali online: occorre una maggiore informazione e sensibilizzazione dei cittadini».
I rischi per i consumatori
Chi infatti crede che ci perdano solo le aziende produttrici, che vedono sfumare i guadagni dalla vendita dei prodotti veri, sbaglia di grosso: «I farmaci contraffatti contengono meno principio attivo del dovuto, non ne hanno affatto oppure hanno qualcosa di diverso da quanto segnalato in etichetta — spiega Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano —. Morale, fanno sempre male: se non c’è nulla o poco di quanto serve, il mancato effetto è dannoso. Se contengono impurità o sono di scarsa qualità sono altrettanto pericolosi per i possibili eventi avversi. L’acquisto sul web inoltre facilita il fai da te, che invece va evitato: non bisogna aggirare la necessità di una prescrizione». «Se il medico non ritiene opportuno che assumiamo un medicinale per le possibili interazioni o controindicazioni, farlo lo stesso potrebbe esporci a pericoli — conferma Luisa Valvo, direttore dell’Unità anticontraffazione al Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità —. A maggior ragione se il prodotto che acquistiamo, magari perché ce lo consiglia un amico, è falso: residui di solventi, principi attivi diversi da quanto dichiarato che imporrebbero dosaggi e precauzioni differenti, materie prime scadenti, confezionamenti approssimativi e nessuna attenzione alle modalità di conservazione rendono i medicinali contraffatti molto pericolosi. Ci sono casi di pazienti morti per colpa di farmaci falsi comprati su internet: i cittadini devono avere ben chiaro il rischio che corrono, per stare alla larga da questo mercato».
Il bollino per certificare le farmacie online
Il logo studiato dall’Unione Europea in arrivo a luglio tutelerà chi vorrà acquistare i farmaci da banco sul web; la farmacia rimarrà il luogo sicuro per tutto il resto, grazie alle norme molto rigide del settore. «L’Italia è stata fra i primi Paesi a dedicare attenzione al problema dei farmaci contraffatti e anche per questo da noi l’impatto è inferiore rispetto all’estero, in Europa e non solo — fa sapere Pani —. Il sistema di tracciabilità del farmaco adottato ormai da anni ha arginato i rischi di infiltrazione nella rete produttiva e distributiva legale, tanto che a oggi non sono mai stati registrati casi di medicinali falsi nelle farmacie e parafarmacie italiane».

8 giugno 2015 | 09:24

 


Il vocabolario medico nazista da riscrivere nel segno della Memoria

Corriere della sera

 Di Paolo Conti

Cesare Efrati, medico gastroenterologo all’Ospedale Israelitico: «Sono state tante, in passato, le richieste per cancellare quei nomi»

 Eduard Pernkopf nel 1938

 Prendiamo, per esempio, l’Atlante di anatomia umana Pernkopf, correntemente in vendita on line sui siti di assai prestigiose e progressiste case editrici italiane. L’autore è Eduard Pernkopf, rettore dell’università di Vienna dopo l’annessione al Terzo Reich. Per la realizzazione della sua opera, avrebbe usato cadaveri di vittime ebree dei campi di concentramento. La granulomatosi di Wegener prende il nome da Friedrich Wegener, che sarebbe stato implicato nella selezione e nella deportazione degli ebrei del ghetto verso le camere a gas. L’artrite di Reiter si riferisce a Hans Conrad Reiter,
fedelissimo di Hitler, coinvolto in esperimenti medici con cavie umane nei campi di concentramento.

E si potrebbe continuare. Oggi a Roma un convegno internazionale di studi voluto dalla Comunità ebraica di Roma, dall’ospedale Israelitico e l’Università La Sapienza (che lo ospita) porrà all’attenzione della comunità scientifica internazionale il problema delle malattie eponimiche (cioè intitolate all’autore della scoperta) legate a medici criminali nazisti. Parteciperanno in tanti: storici, scienziati, esponenti della comunità ebraica. Il titolo è «Medici nazisti e malattie eponimiche, una storia da riscrivere». 

Spiega uno degli organizzatori, Cesare Efrati, medico gastroenterologo all’Ospedale Israelitico e Rabbino ufficiante volontario: «Sono state tante, in passato, le richieste per cancellare quei nomi, ma isolate e senza seguito concreto. C’è una bella proposta: intitolare quelle sindromi ai tanti medici e scienziati morti nei campi di concentramento». Questa sì, sarebbe una magnifica ricompensa per quelle vittime della Shoah, nel segno della migliore Memoria: quella meno rituale e più efficace.

Il 30 giugno avremo un minuto da 61 secondi

Libero

Il 2015 durerà più di altri anni. Quanto? Un secondo. Il prossimo 30 giugno, infatti, avremo un minuto più lungo, da 61 secondi. Scientificamente, si chiama "secondo intercalare" ed è un adattamento del tempo coordinato universale all'ora naturale. Quest'ultima, infatti, è regolata dalla rotazione terrestre, che però ogni giorno subisce un rallentamento di circa due millesimi di secondo. Per questa ragione, come riporta il ssito leggo.it, gli esperti dell'Internation Earth Rotation and Reference System effettuano periodicamente un aggiornamento degli orari prolungando il tempo di un secondo. Dal 1975 a oggi, quest'adattamento è avvenuto 25 volte. L'ultima volta questa operazione è avvenuta il 30 giugno del 2012 e allora si verificarono diversi problemi a sistemi operativi, compresi quelli mobili e i server.

Napolitano: "Io mediatore per Putin con Obaama sull'Ucraina"

Libero

Napolitano: "Io mediatore per Putin con Obaama sull'Ucraina"
Napolitano: "Io mediatore per Putin con Obaama sull'Ucraina"
Per anni, forse decenni, è stato l'uomo del Pci più vicino agli Usa. Il primo esponente di spicco del Partito comunista italiano a fare visita negli Stati Uniti ancora molto prima del "disgelo" tra Stati Uniti e Russia. Un ruolo, quello di "mediatore" tra le due superpotenze, che l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ammette di aver svolto fino a pochi mesi fra, nella gestione della crisi tra le due superpotenze di nuovo ai ferri corti a proposito della questione ucraina. Le ragioni del presidente russo Putin, a me espresse nel corso di una sua visita a Roma nel 2013, io le avevo a mia volta rappresentate a diversi interlocutori importanti, tra i quali il presidente degli Stati Uniti Barack Obama" spiega Napolitaano al Corriere della Sera. "E per inciso sono tornato impegnativamente sull'argomento intervenendo anche alla commissione Affari esteri del Senato appena pochi mesi fa".