lunedì 1 giugno 2015

Gigi, il gatto che ci ha amato per tutta la vita

La Stampa




Un giorno d’estate del 1998 Gigi entrò a far parte della nostra famiglia. Era diventato la mascotte di un campeggio in Toscana, dove io e la mia famiglia stavamo trascorrendo alcuni giorni in vacanza. Il giorno del nostro rientro a casa il personale del campeggio ci implorò di adottare il bel micione che girava lì ormai da qualche mese, forse abbandonato da qualche ospite. Mio marito e mia figlia mi pregarono quasi in ginocchio affinché venisse con noi, ma io ero piuttosto restia, troppo addolorata per la perdita della nostra gattina Lucy che ci aveva allietato con la sua dolcezza per 11 anni. Non ci impiegarono però molto a convincermi e partimmo in auto con Gigi (lo avevano battezzato così in campeggio) alla volta di casa, in Piemonte, dopo aver acquistato una gabbietta per il trasporto. Fu un viaggio allucinante.

Gigi piangeva e si disperava ed io ero già pentita, convinta ormai di avergli fatto un torto enorme sradicandolo da un posto così bello e pieno di verde per trasportarlo in un appartamento in città. Giunti a casa lo liberammo in garage per cercare di calmare un po’ la sua “rabbia” e subito tornò dolce come lo avevamo conosciuto. Dopo aver ispezionato bene la casa ci fece capire che, da buon maschio intero, avrebbe gradito, anzi preteso, di uscire regolarmente e così fu. Ma le sue nuove passeggiate non prevedevano boschi, prati e colline, bensì strade trafficate, cantieri e altri gatti di quartiere.


Anche se con la chiusura del campeggio (luogo piuttosto isolato) nessuno lo avrebbe più sfamato e coccolato, iniziai a pensare di aver agito egoisticamente ma lui parve gradire la nuova sistemazione e soprattutto la nostra compagnia. Purtroppo in quel primo anno insieme a noi frequentò spesso lo studio del veterinario finché un giorno pensammo che non ce l’avrebbe fatta. Probabilmente era stato vittima di un incidente stradale o di qualche crudele umano armato di bastone.

Non ne venimmo mai a conoscenza ma Gigi volle stupirci e dopo giorni terribili rinacque più bello di prima. Non passò molto però e tornò a casa con la zampa fratturata in più punti. Fummo costretti a farlo operare e così decidemmo anche di castrarlo. Si adattò quasi subito alla nuova vita, amava moltissimo stare in casa e la nostra compagnia. Non parve soffrire per la nuova situazione e visse insieme a noi la bellezza di 16 anni, arrivando così alla veneranda età di 18 anni, quando a settembre di quest’anno il suo cuore malato non ce la fece più. Grazie Gigi, sei stato un gatto eccezionale, infinitamente dolce ed equilibrato; ci hai dimostrato tutto il tuo amore. Sarai sempre nel mio cuore!

MAMMA TITTA 

Algoritmi e investigatori contro le recensioni fasulle: dietro le quinte di TripAdvisor

La Stampa
 stefano rizzato

“Un giorno chiesero a qualche centinaio di persone di indovinare, ad occhio, il peso di una mucca. Nessuno ci riuscì. Ma la media delle loro previsioni era incredibilmente esatta”. Il cuore della filosofia di TripAdvisor è tutto qui. Basta sostituire un hotel alla mucca. E al posto delle previsioni sul peso mettere 225 milioni di recensioni e commenti scritti dai viaggiatori globali. Sono i numeri che fanno la forza, per il sito di viaggi più popolare e discusso del mondo.

E dai grandi numeri parte anche la lotta contro le recensioni fasulle, di cui per la prima volta TripAdvisor parla molto apertamente. “È una battaglia che facciamo con un algoritmo in costante aggiornamento e un team di investigatori pronto ad entrare in azione al minimo segnale anomalo”, rivela Adam Medros, vicepresidente dell’azienda americana. “L’aneddoto della mucca dice che è la media che riflette la realtà. In mezzo a centinaia o migliaia di recensioni per ogni struttura, oggi è impossibile riuscire a manipolarne il punteggio senza far scattare un allarme”.

Ogni recensione in pasto all’algoritmo
Il tema è sensibile e sentito. Specie in Italia: il terzo Paese per numero di recensioni su TripAdvisor. Quello dove recensori e recensiti non smettono mai di litigare. E quello dove l’Antitrust ha multato per 500 mila euro il portale perché garantiva l’attendibilità di voti e giudizi. “Al controllo dei contenuti – dice Medros – lavora un team di 300 persone che parlano 20 lingue. Il nostro sforzo è cresciuto molto su questo fronte, e passa da un algoritmo che si settimana in settimana diventa più intelligente e aggiornato. Il sistema analizza la localizzazione e l’indirizzo IP di chi lascia una recensione, ma anche le relazioni che ha con altri utenti e in generale il suo comportamento sul sito, incrociando decine di parametri. Lo fa anche grazie ai cookie, che sono una parte importante del meccanismo”.

Occhio all’IP
Per leggere e filtrare “a mano” tutti i commenti – sono 139 al minuto – servirebbe uno sforzo impensabile anche per una grande azienda. Così ogni recensione entra in un flusso automatizzato. Il primo filtro è sul linguaggio, e tutti i messaggi con parolacce vengono rifiutati in automatico. Ma l’algoritmo dà anche un punteggio al rischio che il commento sia fasullo o fraudolento. “Per esempio – chiarisce Medros – quando un albergo viene recensito da una connessione e un indirizzo IP che appartengono all’albergo stesso, mandiamo sempre all’utente un’email e un link per chiedergli di confermare la sua recensione. Ma ci sono casi molto più articolati, di vere e proprie truffe ai danni dei consumatori”.

Recensioni in vendita
I principali imbrogli da TripAdvisor sono in sostanza tre: false recensioni positive, stroncature truffaldine e poi veri e propri schemi per migliorare il punteggio. Acquistando decine di recensioni fasulle da aziende specializzare nel ramo. “Sono ditte che a loro volta ingaggiano persone a cottimo, anche per dieci dollari a commento“, osserva Medros. “E sono queste aziende ad imbrogliare i consumatori e violare le leggi, non noi. In ogni caso, l’algoritmo ci permette di fare elaborazioni grafiche e di scovare la truffa a occhio nudo, come dei biologi al microscopio. Lo schema normale di una pagina e delle sue recensioni è ordinata, e mostra ben poche connessioni tra gli utenti che lasciano un punteggio e un commento. Al contrario, quando c’è una frode in corso, si notano subito le ramificazioni di uno schema organizzato”.



I guardiani di TripAdvisor  
Per quanto oggi sia arrivato a fare meraviglie, l’algoritmo da solo non basta. Si limita a dipingere anomalie piccole o grandi su grafici e con colori diversi. In modo intuitivo e facile da leggere. Quando l’allarme scatta, è il team di investigatori ad attivarsi. “Sono specialisti delle indagini - dice Medros - e che magari hanno lavorato con le assicurazioni o in tribunale. E sono loro ad approfondire ogni situazione dubbia. Quando emerge con chiarezza che una struttura ha comprato recensioni fasulle, sulla sua pagina viene messo un avviso rosso, che scoraggia tutti gli utenti a prenotare. Per toglierla c’è un solo modo: cooperare e raccontarci tutto”.

Trasparenza al potere
L’incrollabile fiducia nella saggezza delle folle - la stessa della storiella con la mucca - ha portato TripAdvisor a rifiutare ogni forma di filtro preventivo. Chiunque può lasciare recensioni sul sito o sull’app, senza dover esibire una ricevuta della struttura che ha (o dovrebbe aver) visitato. “Non sarebbe giusto basare tutto sullo scontrino: posso pagare una stanza per me e mia moglie, ma lei avrebbe tutto il diritto di lasciare la sua opinione. La verità è che gran parte degli albergatori e dei gestori che criticano il sistema lo fanno perché non vogliono la trasparenza che le recensioni hanno portato sul mondo dei viaggi. Se una stanza sa di muffa, si verrà a sapere. Se il servizio è pessimo, qualcuno lo scriverà. Al contrario, chi si comporta bene viene premiato. E su TripAdvisor anche un piccolo hotel indipendente può stare all’altezza delle catene e farsi largo nelle classifiche”. 

Il videoregistratore ha 40 anni: chi ricorda la guerra tra Betamax e VHS?

La Stampa




Il lancio nel maggio 1975: il sistema di Sony era migliore, però a vincere fu lo standard di Jvc. Ma la videocassetta fu la prima via d’uscita dalla rigidità dei palinsesti e aprì la strada alla tv on demand di oggi
Era ingombrante, costo e complicato da far funzionare. Era marcato Sony, il primo videoregistratore a entrare nei salotti dei consumatori: usava uno standard chiamato Betamax, eppure oggi questa tecnologia è associata alla sigla Vhs. Il Betamax debuttò sul mercato nel maggio di 40 anni fa, innescando una rivoluzione nei consumi televisivi che dura ancora . E diede vita alla prima grande guerra tra formati elettronici, che si protrasse per anni ed anni e si concluse con la sconfitta del colosso giapponese. 

Il Betamax fu l’antesignano dell’odierno on demand: permetteva per la prima volta di guardare un film a casa nel momento desiderato e consentiva di registrare un programma tv per poterlo rivedere ogni volta che si voleva. Le premesse per invadere i salotti di tutto il mondo c’erano tutte, ma nel 1976 la società Jvc lanciò il Video Home System (Vhs) e fu subito «guerra» per l’home video.

A decretare la vittoria del Vhs furono elementi tecnici e scelte di marketing. Il Vhs aveva caratteristiche qualitative inferiori al Betamax, tuttavia le videocassette compatibili avevano una durata maggiore (fino a 4 contro un’ora del Beta). La Jvc decise poi di cedere la licenza di fabbricazione di Vhs a tutte le industrie che volevano produrre videoregistratori. Il prezzo degli apparecchi scese (il mercato era inizialmente quello del noleggio) e i consumatori cominciarono a preferirlo. Di conseguenza le case cinematografiche iniziarono a produrre un maggiore numero di copie di film compatibili per il Vhs.


Un ruolo lo giocò anche l’industria del porno, che puntò sul sistema meno costoso. In più sul formato di Sony cadde la scure legale: Universal Studios e Disney avviarono una causa sulla possibilità che gli utenti potessero registrare materiale con copyright e il Betamax si ritrovò suo malgrado al centro di una delle più feroci dispute giudiziarie della storia della tecnologia. Solo nel 1984 il videoregistratore fu dichiarato «non colpevole» di pirateria, ma nel frattempo la diffusione del Vhs era di massa. Nell’88 Sony si arrese e cominciò a produrre apparecchi compatibili col Vhs. L’ultimo Betamax - relegato all’uso professionale - venne prodotto in Giappone nel 2002.

L’avvento di nuove tecnologie ha però reso storia anche il Vhs, e Sony in qualche modo ha avuto la sua rivincita. Un’altra grande battaglia di formati è quella che si è consumata tra il Blu-ray (di Sony) e l’HD Dvd (di Toshiba), col primo che ha avuto la meglio soprattutto grazie agli accordi con le major di Hollywood. Il Blu-ray però non avrà lunga vita. Con internet la frontiera dell’intrattenimento si è spostata sullo streaming.

Perché comprare dischi «fisici», quando un catalogo di milioni di film sono online e a portata di click dalla tv al tablet? La tendenza del mercato è inarrestabile: nella musica le vendite di file digitali (download e streaming) ha superato quelle da cd. Su questo fronte, più che tra formati e standard diversi la nuova grande guerra si gioca sul rapporto tra contenuti e prezzi offerti dalle diverse app o piattaforme. E ancora una volta il successo dei mezzi per accedervi - dalla Apple Tv alla chiavetta Chromecast di Google - starà negli accordi con chi fornisce i contenuti.

Boldrini e quel paragone tra gli italiani e gli immigrati


Laura Boldrini va in Brasile. Viaggio istituzionale per la presidente della Camera che incontra, durante il suo tour, anche l'ex presidente Lula.

Fin qui nulla di strano. Ma a quanto pare il viaggio dall'altra parte del mondo è servito alla Boldrini per prendere lezioni su come trattare i migranti. Così su Facebook la presidente racconta il suo viaggio. "Negli Stati Uniti c'era Ellis Island, in Brasile, a San Paolo, l' "Hospedaria dos imigrantes", dove tra il 1890 e il 1930 arrivarono un milione di immigrati italiani, per lo più dal Veneto. Qui venivano ricevuti e visitati prima di andare a lavorare nelle piantagioni di caffè. Ben 3 milioni di italiani arrivarono in questo Paese e oggi si contano 30 milioni di cittadini brasiliani di origine italiana".

E ancora: "L'Hospedaria è ancora un luogo dedicato alla migrazione e all'accoglienza. Una parte dell'edificio è infatti un centro dove i più disagiati, inclusi migranti, trovono oltre a un alloggio e i pasti la possibilità di ricevere istruzione e formazione professionale. È gestito dal Sermig, Servizio missionario giovani di Torino, che grazie al lavoro di 500 volontari riesce ad assistere 1300 persone". Infine quel velato suggerimento: "Il Brasile, proprio come gli Stati Uniti, è un Paese cresciuto sulla fusione di tante culture e sul lavoro di immigrati, giunti soprattutto dall'Europa.

Il governo brasiliano gli pagava il viaggio in terza classe per farli venire. Una volta qui i proprietari terrieri li selizionavano, dando priorità a chi aveva più figli, perché già a dodici anni diventavano forza lavoro". Forse vuol pagare pure il viaggio agli immigrati che arrivano in Italia?

Ma perché l’America NON vuole distruggere l’Isis?

Marcello Foa

Chi osserva con disincanto le vicende in Medio Oriente lo ha capito da tempo: l’America che negli anni Duemila ha lanciato una guerra feroce – e decisamente sproporzionata – ad Al Qaida, ora appare molto svogliata contro una minaccia ben più concreta: quella dell’Isis.Come ho documentato da tempo, l’Isis un paio di anni fa è stato usato, armato e finanziato da Arabia Saudita, Emirati Arabi e dagli stessi Stati Uniti nel tentativo di abbattere il regime di Assad. Grazie anche a quei finanziamenti l’Isis si è ampliato, si è rafforzato ed è partito alla conquista di larghe parti dell’Iraq e ha infiltrato i suoi jihadisti in altri Paesi, fino alla Libia.

L’Isis, come purtroppo ben sappiamo, sta destabilizzando tutta la regione. L’America ufficialmente dice di volerlo combattere e gli alleati arabi, ufficialmente, non sostengono più i miliziani del nuovo califfato. Ma qualcosa non torna: sarebbero bastate alcune giornata di bombardamenti intesi sulle milizie Isis – stile quelli condotti sulla Libia – per letteralmente annientare l’Isis. Invece, l’America ha dato sì avvio ai bombardamenti ma con il freno tirato; limitandosi a bombardamenti simbolici. E l’Isis infatti ha continuano ad espandere la sua influenza.

Ora il sospetto degli analisti trova conferma nelle denunce dei piloti americani, che affermano di essere frenati da regole di ingaggio assurde, come dimostra questo articolo, di cui riporto uno stralcio:

Lungaggini inspiegabili fanno scappare i terroristi appena individuati: “Ci sono stati momenti in cui avevo gruppi dell’Isis nel mirino ma non avevo l’autorizzazione a colpire”, ha detto il pilota di un F-18 a Fox News. Il tempo che intercorre tra la richiesta di autorizzazione e il via libera a colpire – secondo quando dicono gli stessi piloti – sarebbe enorme ed inaccettabile: “Per ricevere l’autorizzazione ad attaccare un obiettivo Isis, sono necessari anche 60 minuti”. Un’enormità che avrebbe fatto sfuggire più di una volta l’obiettivo da centrare. Regole d’ingaggio che stanno ostacolando la guerra al califfato.
E allora sorge una domanda: perché l’America NON vuole distruggere l’Isis? E perché i Paesi europei, pur essendo direttamente esposti alla minaccia jihadista, lasciano fare?