giovedì 28 maggio 2015

Stupore, contrattacco e denunce Impresentabili, nessuno si ritira

Corriere della sera

di Adriana Logroscino

Copertino, Ladisa, Oggiano e Palmisano respingono le accuse e restano in lista. Emiliano aveva chiesto un passo indietro al «suo» candidato. Ma lui: sarà tutto chiarito

 

 BARI — I quattro «impresentabili» non si ritirano dalla competizione elettorale di domenica. Giovanni Copertino di Forza Italia, Fabio Ladisa dei Popolari (centrosinistra), Massimiliano Oggiano (Oltre con Fitto) e Enzo Palmisano (Movimento Schittulli-Area popolare) saranno regolarmente ai nastri di partenza delle elezioni regionali pugliesi. E non soltanto perché — a liste presentate e ufficializzate — un ritiro sarebbe soltanto formale, non sostanziale. Ma proprio perché respingono le accuse mosse loro dalla commissione nazionale Antimafia presieduta da Rosy Bindi, che li ha inseriti in questo speciale elenco. Copertino sostiene di aver soltanto «aiutato una persona in difficoltà» e minaccia «il suicidio» se venisse fuori un qualche interesse dietro all’aiuto offerto. Oggiano parla di «porcata mediatica, bassa macelleria politica» e avverte che intende difendersi da chi lo diffama. Palmisano annuncia un esposto alla magistratura e anche contro i commissari dell’antimafia. 

Ladisa «controdeduce» e si ribella: «Verrò eletto»
Ladisa, l’unico degli impresentabili che appartiene al centrosinistra, ha dato mandato al suo avvocato, Nino Castellaneta, perché lo difenda in ogni sede. Anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, se sarà possibile. Intanto il legale ha presentato una formale contestazione direttamente alla commissione antimafia. «Nessun tipo di reato, così come formulato, rientra tra quelli previsti dall’articolo 1 del codice di autoregolamentazione predisposto dalla commissione di inchiesta antimafia in data 24 settembre 2014», scrive. Poiché in quel codice la fattispecie di reato contemplata per essere definiti «impresentabili» è l’estorsione, e dal momento che Ladisa è accusato di tentata estorsione, secondo l’avvocato il suo inserimento in quella lista è banalmente un errore. Lo stesso Ladisa comunica di aspettarsi una correzione in corso. «Contro di me invidia e infamità. Sto spingendo i miei sostenitori a darsi da fare più che mai: non solo sarà candidato, io sarò eletto».
Emiliano usa prudenza e rinvia i commenti a dopo il voto
Anche Michele Emiliano che pure ha chiesto al partito di Ladisa, Realtà Italia, di ritirarne simbolicamente la candidatura, sottolinea che la Commissione ha l’esclusiva responsabilità di quella lista. «Io colgo lo spunto che viene da questa lista, peraltro parziale. Ne ho preso atto e mi sono limitato a chiedere alla forza politica che candida Ladisa di ritirarlo dalla lista. È un gesto simbolico, ovviamente, però è conseguenza dalla decisione della Commissione antimafia che, immagino sappia quel che dice. Se dopo le elezioni si dovesse scoprire che in realtà la situazione era diversa, è la Commissione che se ne assumerà la responsabilità. 

Io non posso fare altro». Qualche dubbio su modalità e tempi di intervento della commissione, Emiliano - che la settimana scorsa aveva equiparato l’operazione della lista degli impresentabili all’«esposizione delle persone sui ganci come in macelleria» — sembra coltivarlo. «Sarebbe bello conoscere i criteri ma non chiedetemi giudizi, non prima del 2 giugno — risponde — in questo momento io obbedisco alla commissione e naturalmente lascio a ciascun candidato e a ciascuna forza politica, non ho candidato io Ladisa, infatti, di decidere in serenità cosa fare. Io per ora credo di avere fatto il mio dovere».

Monsignor Paglia indagato per l’acquisto del castello di Narni L’accusa: associazione a delinquere

Corriere della sera

di Amalia De Simone - Fiorenza Sarzanini 

L’alto prelato raggiunto dall’avviso di chiusura indagini. Usati soldi della diocesi per l’operazione immobiliare. Accuse dall’associazione per delinquere alla truffa 

 

 La procura di Terni chiude le indagini sulla compravendita del castello di San Girolamo e contesta l’associazione per delinquere oltre a numerosi reati per l’irregolarità della gara pubblica. Tra gli indagati, monsignor Vincenzo Paglia – attuale presidente del Pontificio consiglio per la famiglia – il vicario episcopale della diocesi Francesco De Santis, oltre al presidente dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, Giampaolo Cianchetta. Le indagini sono state svolte dal nucleo valutario della Guardia di Finanza guidato dal generale Giuseppe Bottillo e dalla Questura di Terni guidata da Carmine Belfiore.

Lo scenario
Operazioni finanziarie e immobiliari realizzate con i conti correnti della diocesi umbra di Terni, Narni e Amelia, gravata da un pesante buco economico, sono lo scenario dell’ inchiesta che coinvolge uno dei più importanti esponenti della chiesa cattolica. Monsignor Vincenzo Paglia, esponente di spicco della comunità di Sant’Egidio e vescovo della diocesi di Terni dal 2000 al 2012, è stato raggiunto da un avviso di conclusione indagini firmato dal pm della procura di Terni Elisabetta Massini. Le accuse vanno dall’associazione per delinquere alla turbata libertà degli incanti, truffa ai danni del Comune di Narni, abusivo esercizio del credito, appropriazione indebita.



L’indagine sulla compravendita avvenuta 4 anni fa
Al centro dell’inchiesta c’è la compravendita, risalente a circa quattro anni fa, del castello di San Girolamo a Narni, avvenuta formalmente da parte della IMI Immobiliare srl ma in realtà realizzata utilizzando indebitamente denaro della diocesi di Terni Narni Amelia. Secondo la procura di Terni il presidente del Pontificio consiglio per la famiglia sarebbe uno dei promotori dell’affare. Paglia avrebbe agito in concorso con altri soggetti tra cui Paolo Zappelli, amministratore unico della IMI Immobiliare ed economo della diocesi, Luca Galletti, direttore dell’ufficio tecnico della diocesi, e Francesco De Santis, vicario episcopale e portavoce del vescovo. Tra gli altri indagati, che come tutti avranno 20 giorni di tempo per depositare memorie difensive o chiedere di essere interrogati, Stefano Bigaroni, sindaco di Narni all’epoca dei fatti, gli amministratori del Comune umbro Antonio Zitti, Alessia Almadori e Alessandra Trionfetti e i componenti del cda di società immobiliari Giampaolo Cianchetta e Gian Luca Pasqualini.

Castello maestoso, ma in abbandono
Il complesso immobiliare del Castello di San Girolamo è una struttura maestosa, di grande interesse culturale e storico e ora in completo stato di abbandono. La sua cessione è oggetto di indagine da parte degli inquirenti che hanno già concluso la fase preliminare.Una compravendita, costata alle casse della diocesi più di un milione di euro (1.066.625,48), e che secondo l’atto di accusa avrebbe procurato un ingiusto profitto a Galletti e Zappelli. Nell’avviso di chiusura indagini emerge che l’acquisto del castello fu perfezionato con un pagamento avvenuto in tempi diversi da quelli previsti nel bando di gara, da parte di una società diversa da quella che se lo era aggiudicato, con finanziamenti operati in violazione di legge e attraverso una serie di operazioni societarie sulle quali il pm Elisabetta Massini intende fare chiarezza.



Usato conti correnti della Diocesi
L’operazione sarebbe stata realizzata utilizzando due conti correnti della diocesi che erano nella disponibilità di Galletti e Zappelli, in quanto rispettivamente vicario della diocesi nonché delegato del vescovo a operare sui conti correnti della diocesi stessa, i quali avrebbero poi beneficiato del business immobiliare. Secondo l’inchiesta, il sindaco di Narni, Bigaroni, comunicò a monsignor Paglia l’intenzione del Comune di vendere il castello prima ancora della pubblicazione dell’elenco delle aree del Comune di Narni poste in vendita, prevedendo nel bando di gara un prezzo di 1.760.000 euro, una somma largamente inferiore al valore reale di 5.638.040 euro.
L’inchiesta
Da qui una serie di carteggi che il pm giudica illeciti fino all’aggiudicazione del bene a una società non solo diversa dalla vincitrice della gara ma che non aveva nemmeno i requisiti per parteciparvi. Sentito a margine della videoinchiesta sul caso del buco finanziario nelle casse della diocesi e sulla compravendita del castello di San Girolamo, mesi fa il presidente del Pontificio consiglio della famiglia chiarì di non voler rilasciare interviste sulla questione, di non saperne nulla e di aver lavorato sempre nella massima trasparenza e per il bene della chiesa.

I riflettori sulla diocesi di Terni, Narni e Amelia si erano accesi per un triste primato e cioè quello di essere la seconda diocesi più indebitata d’Europa con un buco di circa 25 milioni di euro. Per questo motivo monsignor Vecchi, amministratore apostolico, su indicazione di Papa Francesco, prima di lasciare il posto al successore di Paglia, ha condotto un importante cammino di risanamento e bonifica della diocesi. L’anno scorso il Pontefice ha scelto come guida della diocesi un frate francescano: padre Giuseppe Piemontese, ex custode del Sacro convento di Assisi.