lunedì 25 maggio 2015

Papponi del vitalizio, la banda dei vitalizi doppi e tripli: ecco le pensioni di chi sta ancora in Parlamento

Libero


cd
Vitalizi aboliti? Solo un diritto del passato su cui c’è l’imbarazzo dei diritti acquisiti? Macchè. Quasi un terzo degli attuali deputati e degli attuali senatori quando appenderà la politica al chiodo e avrà l’età minima (per quasi tutti è ancora 60 anni) per andare in pensione, si prenderà ancora il famoso vitalizio. Di più: si prenderà un assegno per il vitalizio e un altro assegno, appena meno generoso per la pensione.

Non pochi di loro aggiungeranno un terzo assegno: il vitalizio per l’esperienza trascorsa in consiglio regionale o per il periodo in cui è stato europarlamentare. Oggi Libero pubblica i primi nomi - rigorosamente in ordine alfabetico (arriviamo alla lettera F) - dei futuri re delle pensioni. Minimo grazie ai due assegni avranno 3.950 euro al mese, e in non pochi casi più di 9 mila euro, fino ad arrivare al record di Roberto Formigoni (pensioni e vitalizi per 12.550 euro).

Avranno vitalizio e pensione anche ministri e sottosegretari dello stesso governo di Matteo Renzi, il premier che ha giudicato «sacrosanta» la battaglia di Libero, ma che è circondato sia a Palazzo Chigi che in Parlamento da suoi parlamentari o da esponenti di maggioranza in attesa di quella doppia o tripla pensione che fa venire la bile a tutti gli altri italiani. Oggi non avrebbero nemmeno l’età, ma se la linea è quella fin qui seguita (ogni assegno è considerato un diritto acquisito) avranno due vitalizi e una generosa pensione da parlamentare, l’ex

segretario e oggi leader della minoranza Pd, Pierluigi Bersani, la pasionaria sempre pronta ad andarsene da quel partito Rosy Bindi, il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico (Pd), il sottosegretario Gianpiero Bocci (Pd), il leader storico della Lega Nord, Umberto Bossi, e l’attuale ministro dell’Interno, Angelino Alfano. E poi tre assegni nei gruppi Pd a Silvana Amati, Angelo Capodicasa e Vannino Chiti.

Nel gruppo centrista di Ap avranno quella fortuna Andrea Augello e il già citato Formigoni. Fra i leghisti accadrà a Stefano Allasia. Nel gruppetto di Fratelli di Italia ci sarà Edmondo Cirielli. In Forza Italia anche un piccola pattuglia: Giuseppina Castiello, Basilio Catanoso, Remigio Ceroni e Claudio Fazzone. Ma andando avanti nell’ordine alfabetico toccherà anche a tanti altri, e le due sole forze politiche non sfiorate (o poco sfiorate) dal problema sono quelle arrivate per la prima volta in Parlamento nel 2013: tutti i parlamentari del Movimento 5 stelle e quasi tutti quelli partiti con la maglia di Scelta civica.

Nella tabella di oggi ci sono poi più di 50 parlamentari che comunque avranno la doppia pensione, e anche in questo caso non mancano i nomi noti: il ministro Dario Franceschini, il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, l’altro leader della minoranza Pd, Gianni Cuperlo, il sottosegretario all’Economia, Luigi Casero (Ap), quello alla Difesa Gioacchino Alfano (Ap), il presidente della commissione Esteri del Senato, Pierferdinando Casini, la presidentessa della commissione affari costituzionali Anna Finocchiaro, l’ex portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti, l’ex coordinatore azzurro Sandro Bondi, appena uscito dal partito, l’anima popolare e margheritina del Pd, Beppe Fioroni.

E poi ancora parlamentari giovani, che quel privilegio avranno solo fra molti anni (e per cifre sicuramente più alte di quelle riportate in tabella), come i forzisti Simone Baldelli, l’ex ministra azzurra Mara Carfagna, la fedelissima berlusconiana Michaela Biancofiore, l’ex finiano Benedetto Della Vedova. Se vale anche per loro, è l’esempio più lampante di come con la storiella dei diritti acquisiti non sia cambiata in realtà proprio nulla di nulla in gran parte del Palazzo. Si discute dei privilegi di antichi pensionati, ma la situazione è esattamente identica per chi ha un briciolo di esperienza politica alle spalle e ancora un po’ di anni prima di smettere.

Quando le Camere decisero (dal primo gennaio 2012) la dead line dei vitalizi, e l’inizio della pensione che hanno chiamato contributiva (ma non lo è davvero), si sono dimenticati di stabilire incompatibilità fra assegni pensionistici. Hanno definito «pro rata» il sistema per chi era in carica in quel momento, e così sarebbe stato se avessero avuto solo quella legislatura: 5 anni di contributi, tre calcolati come vitalizio e due come pensione.

Ma chi era in carica già dalla o dalle legislature precedenti a quel punto aveva già maturato il vitalizio secondo le regole allora vigenti, e se lo terrà stretto. Per la pensione invece basterà attendere i 5 anni minimi di contribuzione (due della scorsa legislatura e tre di questa) e l’assegno allora raddoppia. Avverrà dall’aprile 2016 in poi, e da quel mese in poi gli importi saliranno rispetto a quei 1950 euro che abbiamo calcolato per tutti.

Franco Bechis
@FrancoBechis

Livorno, i profughi in hotel con piscina: "Grazie, ma ci annoiamo"

Mario Valenza - Lun, 25/05/2015 - 14:49

Tredici profughi ospitati in un hotel di Livorno: "Noi, annoiati con tablet e cuffie a bordo piscina. Così non va bene"

cd
Ai profughi una stanza d'hotel, piscina, tablet e rimborso spese non bastano più. Vogliono altro. Insomma l'Italia e l'Europa spendono fiumi di euro per garantire un'accoglienza dignitosa a chi arriva sulle nostre coste invano.
Almeno è questo il quadro che emerge da Livorno dove 13 profughi che qualche giorno fa si erano lamentati per la loro destinazione, chiedendo un albergo con stanze dignitose, adesso, pur essendo stati accontentati si lamentano ancora. L'8 maggio scorso i tredici africani avevano rifiutato una destinazione perchè sprovvista di wi fi, chiedendone una con conssessione internet. Dopo l'impabarzzo in Prefettura, i tredici profughi sono stati trasferiti all'hotel "La Rosa dei venti", una struttura alberghiera di Pisa provvista anche di Piscina. Ma a quanto pare non è bastato. I profughi continuano a lamentarsi.
Il look hip-hop, i 13 profughi stanno a bordo piscina con tanto di cuffie e tablet in mano. Intervistati da un cornista del Tirreno però confessano di non gradire questo tipo di ospitalità: "Ci annoiamo, perché stiamo vivendo lo stesso giorno da un anno e mezzo. Chiediamo solo che ci diano i documenti che abbiamo chiesto per poter essere liberi di realizzare i nostri sogni in Italia. Ognuno di noi ha dei progetti: c’è chi vorrebbe tornare a studiare e chi cerca un lavoro. Qui, lontani dal centro del paese, siamo in trappola". E ancora: "Aspettiamo qui perché non sappiamo dove andare. Vorremmo solo che si facesse in fretta e che si trovasse il modo per riempire le nostre giornate. Siamo stanchi e annoiati".

Per il loro soggiorno, alla “Rosa dei venti” gli africani percepiscono 2,50 euro al giorno dall’associazione Diogene che a sua volta beneficia di un contributo di circa 35 euro per ogni profugo grazie al bando della prefettura. "Ma che ce ne facciamo? Non sono niente a confronto dello stipendio garantito da un lavoro. Siamo in prigione, nessuno viene a sistemare le camere e manca la lavatrice. Mangiamo pasta da mesi. Ringraziamo dell’accoglienza ma vorremmo solo poter essere liberi di scegliere la nostra sorte che sia lo studio o un lavoro".

Tribunale di Roma archivia l’indagine sulla morte di Pasolini

La Stampa

La morte dello scrittore-regista risale al 2 novembre del’ 75 all’Idroscalo di Ostia

cd
Il gip di Roma ha archiviato l’inchiesta sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, morto all’Idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975. Il giudice delle indagini preliminari, Maria Agrimi, ha così accolto la richiesta sollecitata dalla Procura nel febbraio scorso.  Secondo la procura, non è stato possibile dare una identità a quei cinque profili genetici riconducibili ad altrettanti soggetti probabilmente presenti sulla scena del crimine, oltre a Pino Pelosi, l’unico condannato per il delitto. 

Ad opporsi alla richiesta di archiviazione era stata la difesa di Guido Mazzon, cugino di Pasolini, ma il giudice non ha ravvisato nelle conclusioni della procura alcun motivo per disporre nuovi e ulteriori accertamenti. «Non nascondiamo - dice Stefano Maccioni, legale di Guido Mazzon, cugino di Pasolini ed unica persona offesa nel procedimento - una certa amarezza in relazione alle motivazioni addotte dal giudice a sostegno dell’ordinanza di archiviazione. Ancora una volta si è persa l’occasione per indagare sul vero movente di questo omicidio».

Ecco il passero albino, l’uccellino triste costretto alla solitudine

La Stampa
giulia merlo

cd
La natura è tenera madre o spietata matrigna, scriveva Plinio il Vecchio. Come nel caso di questo rarissimo esemplare di passero albino, da poco avvistato nei pressi dei Sanctuary Lakes a Melbourne, in Australia. «L’uccellino più solo del mondo»: non c’è altra definizione per il passero albino. Le sue piume bianche lo rendono facile preda per i falchi, le sue ali sono più delicate e ha una vista inferiore rispetto ai suoi simili, per cui non può coprire grandi distanze in volo. Non solo, a causa del suo aspetto singolare gli altri passeri non lo accettano nello stormo e non vogliono accoppiarsi con lui. 

Come nelle storie degli antichi, però, anche per questo passerotto solitario c’è una possibilità di un lieto fine, grazie alle cure della popolazione locale che si è accorta della sua presenza. 
cd
«L’evoluzione non è stata gentile con questo uccello. A causa del suo aspetto le sue chances di sopravvivenza sono decisamente basse, ma chi come me abita nei dintorni dei laghi lo difende e lo aiuta a sopravvivere», ha raccontato il fotografo e birdwatcher Bob Winters. Proprio a causa della sua fragilità fisica, l’uccellino non si allontana mai più di un centinaio di metri dal suo nascondiglio.


© Bob Winters

«Il passero ha sviluppato una strategia di sopravvivenza: rimane sempre nascosto tra i cespugli ed esce solo quando si sente abbastanza sicuro». Il fotografo è stato in grado di fotografarlo solo dalla finestra della sua casa, «perchè appena apro i vetri, lui è già sparito».

Secondo Winters, il passero albino ha circa 7 mesi: già un ottimo risultato di sopravvivenza, per un uccello che spesso viene ucciso già nel nido dalla propria madre. «Se un piccolo appena uscito dall’uovo non è come gli altri, la madre lo butta fuori dal nido. Sembra crudele, ma è il solo modo per i passeri di difendersi dagli altri uccelli parassiti, che depongono le loro uova nei nidi delle altre specie per farle covare a loro».

Normalmente, la vita di un passero è di cinque o sei anni. Se il passero albino raggiungerà l’anno, però, sarà già un ottimo risultato, ha spiegato Winters, che è riuscito a fotografarlo in varie occasioni.

Cibo, alloggi e trasporti: breve guida al Califfato”

La Stampa
francesca paci

Un foreign fighter britannico pubblica online un manuale per visitatori dello Stato Islamico: interessante finestra su come gli jihadisti organizzano la società

cd
Mentre le Nazioni Unite rilasciano l’ennesimo rapporto sulle donne rapite e ridotte in schiavitù in “maniera esponenziale” dagli uomini di al Baghdadi, il mondo guarda pressoché paralizzato l’avanzata e il consolidamento del più spaventoso tra gli Stati. lo Stato Islamico. Sì, perché per capire come tanto l’esercito iracheno quanto quello siriano supportati in modo più o meno coordinato dai raid aerei della coalizione internazionale non bastino a fermare gli jihadisti bisogna liberarsi dalle suggestive teorie cospirative e interrogare la realtà sul terreno. E sul terreno ci sono due fatti importanti: l’odio sedimentato delle popolazioni sunnite che in Iraq come in Siria tendono paradossalmente a sentirsi più protette dagli squadroni della morte che dai propri rispettivi governi (anche a Palmira la gente denuncia la fuga dei generali di Assad con buona pace dei civili rimasti in balia degli “invasori”) e la capacità del Califfato di terrorizzare da un lato e dall’altro di organizzare la nuova società, governare, controllare un territorio grande come il Belgio

In questa prospettiva è interessante leggere (per quanto assurda sia) la «Breve Guida allo Stato Islamico» (A Brief Guide to the Islamic State), un pampleth in inglese a uso di potenziali visitatori del Califfato redatto e pubblicato da un foreign fighter britannico, Abu Rumayasah al Britani. Assurda appunto, ma utile a sbirciare nella testa di chi la scrive, di chi la legge e di chi l’ha immaginata. 

L’autore, che precisa nella prefazione di non parlare a nome di nessuno ma di voler fornire una «narrazione alternativa alla vita nello Stato Islamico», dispensa indicazioni dettagliate sul cibo (raccomandando lo shish kebab e il cappuccino), la tecnologia, i trasporti, il clima e il sistema scolastico all’interno del regno di al Baghdadi (non ci sono informazioni o istruzioni militari). La logica è quella di sempre: la macchina della propaganda (sul duplice registro del terrore e della fascinazione distillata in forma di lavaggio del cervello) è uno dei punti di forza del Califfato che mescola hard power a soft power (ricordate l’hotel a 5 stelle di Mosul?). Alla lista dei limiti già oltrepassati mancava solo la guida turistica. 

«Se pensate che nello Stato Islamico si viva di pane raffermo e acqua infetta sbagliate di grosso» scrive Abu Rumaysah al Britani. Segue l’elenco di «succulenti» shawarma, «gustosi» shish kebab e «più che soddisfacenti» sandwich di falafel da «innaffiare» con «cocktails di frutta». L’autore menziona pure latte, zucchero, cappuccini «senza eguali nella regione» e gelati (ne parlava anche il foreign fighter belga Brian de Mulder spiegando a distanza alla madre disperata rimasta ad Anversa perché la sua esistenza siriana fatta di guerra ma anche gelati e nuotate fosse il paradiso dei sensi...). 

C’è poi il tempo, che al Britani, al netto di variazioni di latitudine, descrive come un delizioso «clima mediterraneo da resort vacanziero». E pazienza per la puzza sulfurea d’inferno respirata a pieni polmoni dai cristiani crocefissi, i «nemici» decapitati, i prigionieri, le donne e chiunque si metta di traverso sulla strada del progetto jihadista: la guida garantisce che il caldo torrido di certe stagioni è mitigato dal fresco all’interno delle moschee, dall’acqua distribuita a profusione lungo le strade e dall’abbigliamento coprente per uomini e donne che protegge dal peccato ma anche dal sole (per l’inverno si parla di un clima secco di tipo scandinavo...). 

I trasporti sono l’altro aspetto a cui la guida tiene in modo particolare. «Il Califfato si sta espandendo e ha bisogno di un’adeguata rete di trasporti» si legge. Mentre le intelligence di mezzo mondo si arrovellano sul modo di bloccare l’avanzata degli jihadisti (ed è questa obiettiva incapacità di fermare un esercito di circa 50 mila combattenti che alimenta le teorie del complotto) loro pensano a come collegare «comodamente» Raqqa e Falluja (anche per far saltare definitivamente i confini disegnati dagli accordi di Sykes e Picot).

A parte che al Britani riferisce di conversazioni tra giovani jihadisti ambiziosi al punto di sognare d’espandersi fino alla Birmania e alla Cina (dando per scontato di essere già in LIbia, nel Sinai, in Nigeria...), l’aspetto interessante è la menzione degli ingegneri civili arruolatisi con il Califfato e di come la leadership conti su di loro per la costruzione di strade (i soldi, come è noto, non mancano, si parla di 323 milioni di dollari guadagnati solo dalla gestione del traffico dei migranti nel deserto africano).

L’epilogo è “filosofico”. L’autore chiude infatti spiegando, a suo modo, perché l’affermazione del Califfato coincida con la fine del capitalismo (e ne suoni il requiem). Interpretazione soggettiva del mondo ovviamente, ma che coincide in modo sinistro con quanto affermano le migliaia di volontari europei (5mila? 6mila?) arruolatisi tra le fila di al Baghdadi. Tutti, e con forza maggiore quell’uno su sei di loro che è un convertito, cercano qualcosa assai più che scappare da qualcos’altro. Valori? Emozioni forti? Senso? Ideologie? Dio? La morte nell’incapacità di vivere la vita? Una valvola di sfogo all’odio verso il mondo, gli uomini, i diversi? Qualsiasi sia la risposta ci riguarda tanto e forse ancora di più della minaccia armata dall’altra parte del Mediterraneo. 

L’isola del Bounty che non vuole gli aiuti (e le tasse) dell’Australia

La Stampa
vittorio sabadin

I 1300 abitanti di Norfolk vivono come nell’800: scuola in casa e cure agli anziani. Ma ora il governo di Canberra vuole imporre il suo sistema sociale e sanitario

cd
Il Parlamento di Canberra ha deciso di dare agli abitanti dell’Isola di Norfolk, a 1400 chilometri dal Nuovo Galles del Sud, la stessa assistenza medica e sociale, le stesse pensioni e lo stesso livello di educazione dei cittadini australiani. Ma i 1300 residenti della minuscola isola non li vogliono: vivono felici con le loro antiquate leggi in una comunità solidale e amorevole, che assiste le persone anziane non più in grado di lavorare, fornisce ai bambini la preparazione scolastica che serve e presta le cure mediche possibili in un luogo circondato dall’oceano.

Lo scontro
La battaglia è in corso, ma gli isolani la perderanno. A fine giugno entreranno in vigore le leggi del Nuovo Galles del Sud e già si dipingono a nuovo gli edifici che i burocrati australiani presto occuperanno. Per Norfolk Island sono in arrivo un modo di vivere più complicato, tasse che prima non c’erano e un sistema di welfare di cui nessuno sentiva il bisogno. 

Ammutinati del Bounty
L’isola era una colonia penale, ma nel 1856 la regina Vittoria decise di donarla ai discendenti degli ammutinati del Bounty, che ancora stavano nella scomoda Pitcairn. Da allora, più nessuno si era occupato di loro: si erano dati proprie leggi e avevano fatto prosperare una comunità nella quale ognuno aiutava gli altri e l’assistenza sociale primaria non arrivava dallo Stato, ma dai vicini di casa. Ancora oggi, nessuno chiude a chiave la porta dell’abitazione o quella dell’automobile. Non esistono tasse sul reddito. I ragazzi prendono la patente a 15 anni e sono liberi di andare a pescare senza licenza. I bambini vanno a scuola fino a 12 anni. All’ospedale si praticano solo interventi chirurgici semplici, come appendicectomie o cesarei. Non è molto, ma tutti temono che, con la scusa di doverle migliorare, le cose invece peggioreranno. 

Aiuti di stato
Melissa Davey ha scritto per «The Guardian» un lungo reportage dall’isola. «Quando si vive di sussidi – le ha detto Hadyn Evans, un agricoltore – la gente perde umanità e amore reciproco». Matt Biggs, che coltiva la sola frutta e verdura in vendita a Norfolk, teme che si dovrà rinunciare a un po’ di libertà: «Ci imporranno un sacco di cose, mentre noi abbiamo una vita semplice, non ci serve molto». Gli abitanti parlano una loro lingua, un misto dell’inglese del XVIII secolo e del dialetto di Tahiti, e hanno un unico proverbio: «Se non lavori, non mangi». Ogni uomo nell’isola ha due o tre occupazioni, e l’idea che qualcuno possa prendere un sussidio per non fare niente è inconcepibile. 

I sospetti
Il timore è che l’Australia, più che al loro benessere, sia interessata a incrementare i diritti di pesca (che non ha mai concesso agli isolani), a imporre tasse sul reddito e sulla terra, e magari a convincere gli indigeni a trasferirsi sul continente per fare dell’isola un paradiso turistico. Il premier Lisle Snell, che fa anche l’autista di autobus, ha viaggiato un poco e ancora ricorda quello che gli dicevano i polinesiani trasferiti a forza a Tahiti e in Nuova Caledonia: «State attenti: qualunque cosa vi accada, non dovete mai perdere la vostra terra».

Saddam Hussein era diventato dipendente dalle patatine americane

La Stampa
paolo mastrolilli

L’indiscrezione usata in un libro per sottolineare come questi alimenti “attivino gli stessi circuiti cerebrali dell’eroine e la cocaina”

cd
Saddam Hussein andava matto per i Doritos. Quando stava in prigione, anche se sapeva che lo aspettava un cappio al collo, nulla riusciva a trattenerlo dal divorare pacchi formato famiglia di queste popolari chip americane. Una volta che le aveva scoperte, non era stato più in grado di mollarle. La notizia viene direttamente dalle guardie che lo custodivano in carcere.

Mark Schatzker, nel suo libro “The Dorito Effect: The Surprising New Truth About Food and Flavor”, sfrutta questa curiosità per lanciare un messaggio generale molto più importante. Perché i Doritos avevano questo effetto di provocare la dipendenza, anche in un dittatore pronto a tutto che sapeva di dover morire? Perché, appunto, la reazione di Saddam a questo cibo spazzatura non dipendeva dalla sua volontà. “Sale, zucchero e grassi - scrive Schatzker - sono quelli che gli psicologi chiamano rinforzatori. Innescano potenti neurotrasmettitori, e attivano gli stessi circuiti cerebrali dell’eroine e la cocaina”. Saddam, in altre parole, era diventato un drogato di Doritos.

Il problema è estremamente serio, perché secondo Schatzker c’è una ragione ben precisa per cui i cibi sono saporiti: per attirarci a mangiarli. Secondo l’autore, ciò che è buono in natura ci fa anche bene. Quindi la natura ha generato frutte e verdure colorate e saporite proprio per invogliarci a mangiarle, e quindi ingerire sostanze salutari per il nostro corpo. Ora però molti di questi cibi non sanno più di nulla, soprattutto a causa del modo in cui vengono coltivati. Quindi abbiamo trovato il modo di sostituirli con sostanze artificiali, che danno al palato la stessa soddisfazione. Il problema però, come ha dimostrato o stesso Saddam, è che così finiamo per riempirci di cibi dannosi, cioé il contrario di quello che la natura aveva pensato per noi.

I 10 anni di re Burlando: spendeva soldi per i rospi e la Liguria era sott'acqua

Stefano Filippi - Lun, 25/05/2015 - 08:07

Fondi sperperati, lavori pubblici affidati a società amiche, piani casa devastanti: è l'eredità del governatore che intasca ancora 8mila euro di stipendio senza far nulla


Passi l'ululone dal ventre giallo, un rospo lungo (si fa per dire) cinque centimetri che vive in Liguria, nel parco naturale di Montemarcello-Magra: con i 79.900 euro stanziati nel 2009 dalla giunta di Claudio Burlando non si estinguerà più.

cd
Ma perché la regione ha buttato 340mila euro dei liguri, gente assalita da crampi quando afferra il portafogli, per tutelare il gulo gulo (volgarmente detto ghiottone) che vive nelle foreste artiche? O la foca monaca, il bisonte europeo, la lince pandina? Perché investire quasi mezzo milione in uno studio sui cetacei mentre la Liguria frana a ogni temporale? E perché Burlando ha destinato 654mila euro a progetti di «educazione alla mondialità» quando i paesi di montagna mendicano 70mila euro per scavare un pozzo d'acqua potabile?

L'ingegner Claudio Burlando è così, serio e cocciuto. Un comunista di una volta, non per nulla è grande amico di D'Alema. Quando decide una cosa non si ferma. Gli animali vanno salvati? Soldi per bestie di ogni latitudine. Imbocca uno svincolo contromano, come gli capitò una domenica mattina di otto anni fa? Avanti finché non si rese conto che poteva provocare catastrofi (non aveva né patente né carta d'identità, si fece riconoscere con la tessera scaduta di ex parlamentare). Il mandato scade il 29 marzo? Intasca lo stipendio fino all'insediamento del nuovo consiglio, comprese indennità di carica e di viaggio benché giunte o commissioni non si riuniscano più. «Noi vorremmo lavorare - si è giustificato affranto in nome di tutti i 40 consiglieri - ma gli uffici tecnici e legali lo impediscono». Troppo alto il rischio di ricorsi. E così tocca prendere quei 16mila maledetti euro per due mesi di dolce far niente.

A conti fatti, i liguri avrebbero preferito che Burlando fosse stato pagato per non lavorare anche nei precedenti 120 mesi da governatore: almeno non avrebbe fatto danni. Che invece abbondano. Sul Fatto Quotidiano ne ha elencati alcuni Ferruccio Sansa, figlio dell'ex sindaco Adriano su cui il governatore ha scaricato le responsabilità del dissesto idrogeologico. Dunque: Burlando è stato vicesindaco e sindaco di Genova dal 1990 al 1993, anni in cui si contano due alluvioni, e nei due mandati da governatore se ne sono verificate altre quattro. I maligni ricordano pure gli incidenti ferroviari susseguitisi quand'era ministro delle Infrastrutture: caduto il governo (Prodi 1) il buon D'Alema non lo riconfermò. L'autunno scorso, dopo l'alluvione di Genova, Burlando sibilò una frase infelice ai cronisti che lo intervistavano: «Siete una cosa inqualificabile, farete una brutta fine...». Prima di querelarlo, i colleghi toccarono ferro.

Burlando esordì in politica da consigliere comunale Pci nel 1981. Massimo Cacciari l'ha paragonato a Sergio Chiamparino: «Possono essere centomila volte renziani, ma non possono rappresentare il cambiamento». Sergio Cofferati ha scandito che «il suo modello è un ciclo che si chiude, gestito con rapporti non più riproducibili tra la finanza e la comunità». Il governatore ha varato un piano casa definito dai Verdi «il più devastante d'Italia». La sua maggioranza in regione ha fatto costruire un porto turistico da mille posti barca alla foce del Magra da una società controllata da Mps nel cui cda sedeva il tesoriere della sua campagna elettorale.

Mentre la Regione Liguria metteva in bilancio 5 milioni per lo scolmatore del torrente Fereggiano, la giunta Burlando ne stanziava 1,6 per la pubblicità istituzionale e altri 2 per il Giro d'Italia. Assessore alla Protezione civile era Raffaella Paita, fedelissima del governatore, la quale ha vinto le primarie con una votazione che ha indotto Sergio Cofferati, il grande sconfitto, a stracciare la tessera Pd e far candidare il deputato Luca Pastorino. Che ora toglie il sonno a Matteo Renzi perché i voti da lui sottratti al Pd regalano ottime possibilità all'avversario azzurro, Giovanni Toti.

E non parliamo delle inchieste che hanno falcidiato la maggioranza. Burlando stesso è indagato dalla procura di Savona nell'inchiesta sull'inquinamento della centrale a carbone a Vado Ligure della Tirreno Power, società che per anni ha gravitato nell'orbita finanziaria della famiglia De Benedetti. L'accusa è di concorso in disastro ambientale doloso: i fumi dell'impianto avrebbero causato 400 morti. Con lui sono indagati anche gli assessori alla Sanità, Claudio Montaldo, e alle Attività produttive, Renzo Guccinelli, oltre all'eurodeputata Renata Briano, ex assessore all'Ambiente, e una quarantina di persone tra cui due sindaci, funzionari della regione e dirigenti dell'impianto.

Altri guai gli piovono dall'inchiesta sulle spese pazze della regione. La procura di Genova ha indagato mezzo consiglio, tra cui due assessori, il presidente e il tesoriere del gruppo Pd, mentre un partito della maggioranza, l'Italia dei valori, è stata spazzato via. Ostriche a Nizza, biglietti per le terme, pasticcini a Ferragosto, pranzi «di lavoro» a Natale e Capodanno, e poi tante voci duplicate e la raccolta a tappeto di scontrini altrui per coprire gli ammanchi. Imbarazzo burlandiano anche per l'uso delle carte di credito degli assessori denunciato alla Corte dei conti da una consigliera di minoranza: pernottamenti romani a 4 stelle, cene, vacanze, acquisti in negozi per bambini.

A metà dello scorso aprile, quando i giochi delle primarie Pd erano già fatti, è finita nel registro degli indagati la stessa Raffaella Paita, la candidata fortissimamente voluta da Burlando che pure era stato sconfitto nel congresso regionale. Le accuse sono pesanti: omissione di atti d'ufficio, concorso in disastro colposo, omicidio colposo per la mancata allerta nell'alluvione del novembre 2014. Lei si è detta fiduciosa, Renzi (che altrove ha sollecitato le dimissioni di gente nemmeno indagata, come l'ex ministro Lupi) e Burlando le hanno coperto le spalle e perfino il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, si è chiesto perché «certe indagini esplodono in certe ore». Chissà, magari pure le alluvioni scoppiano a orologeria.

Grande Guerra, Folco Quilici racconta gli animali eroi al fronte

La Stampa
cristina insalaco

cd
«Animali nella Grande Guerra», è questo il titolo del documentario che verrà trasmesso questa sera su Rai Uno (ore 23:40), in occasione dei cent’anni dall’entrata in guerra dell’Italia. È un documentario di Folco Quilici che racconta l’«esercito» silenzioso degli animali che hanno preso parte al primo conflitto mondiale. Un esercito a quattro (o due) zampe, che ha vissuto in trincea tra gli stenti e i bombardamenti, insieme a 60 milioni di soldati, condividendo difficoltà e paure. 


Archiv Neumann/picture-alliance/dpa/AP Images

Qualche dato? Undici milioni di cavalli, duecentomila piccioni e colombi, centomila cani, e altri milioni di muli, asini, maiali e pollame. Grazie a parecchio materiale inedito, dai filmati alle foto, dai diari alle lettere provenienti dall’archivio storico «Cinecittà Luce», «Cineteca del Friuli» e «British Pathe», il regista ha indagato il ruolo utile ed eroico degli animali in trincea. «Gli operatori al fronte non avevano alcun interesse a filmali – spiega Quilici - e questo ha reso le loro immagini ancora più interessanti, perché compaiono sulla scena in modo naturale, quasi per caso, rendendo il materiale sincero e vero». 


Archiv Neumann/picture-alliance/dpa/AP Images

C’erano i muli da soma degli alpini, per esempio, che trasportavano rifornimenti e cannoni smontati; i cani che cercavano i feriti; i cavalli che dopo aver affiancato i soldati in battaglia, finivano negli eserciti tedeschi e austriaci, rimasti con pochi viveri. E nessuno poteva competere con la velocità di un colombo nella comunicazione a distanza fra i comandi. Altri erano animali di compagnia, di sostentamento alle truppe, altri ancora segnalavano la presenza di gas. Non tutti, comunque, hanno avuto un ruolo positivo per i soldati nella Grande Guerra. È il caso dei topi e pidocchi che infestavano le trincee. 

FOTO: GUARDA LE IMMAGINI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Aborigeni sotto attacco: colpevoli di abitare dispersi

Corriere della sera

Il governo vuole tagliare i servizi alle comunità tradizionali Favole

cd
Una sera di quasi vent’anni fa, quando la brezza cominciava a rinfrescare il fale uvo, la «capanna dei celibi» in cui vivevo insieme ad alcuni giovani, un mio amico polinesiano mi raccontò del suo primo viaggio in Europa. Nonostante i suoi 28 anni, Petelo aveva già visitato molti Paesi del Pacifico e del vecchio continente: era, è un grande viaggiatore, molto più di quanto lo fossi io che da poco ero salito, per la prima volta, su un aereo. Del suo primo viaggio ricordava la notte insonne trascorsa in un hotel di Parigi: proprio non riusciva a dormir e in un letto, lo trovava terribilmente scomodo. Si addormentò verso il mattino, dopo aver disposto a terra le coperte e essersi disteso sopra «come su una stuoia». Le stesse stuoie di foglie di pandano che a me erano apparse dure e inaffrontabili, tanto da convincere i miei ospiti a trovarmi un confortevole materasso di gommapiuma per la notte.

In effetti, si potrebbe dire che noi abitiamo le case, ma anche che le case abitano in noi. Abitando un certo luogo, ne incorporiamo abiti e abitudini: come ha osservato Francesco Remotti (Luoghi e corpi, Bollati Boringhieri, 1993), non a caso questi tre termini («abitare», «abiti», «abitudini») hanno una radice comune. I miei amici polinesiani facevano la pennichella pomeridiana usando un vecchio mattone come poggiatesta; camminavano agevolmente a piedi nudi sul corallo che formava la base delle abitazioni; trovavano «naturale» vivere in capanne aperte ai quattro venti: i luoghi dell’intimità, della riflessione personale, dell’«io» solitario o della coppia erano piuttosto i giardini o le prime propaggini della foresta, non certo l’abitazione.

«La casa è un condensato di civiltà», ha scritto Christian Bromberger. L’abitare, nelle sue innumerevoli forme, è stato in effetti uno dei temi più esplorati dall’antropologia ottocentesca e primo novecentesca. Quelle forme, tuttavia, non sono state soltanto l’oggetto di una curiosità a volte esotica ed estetizzante, ma anche il terreno di un forte scontro tra culture e poteri. I modi dell’abitare (nomade o stanziale, precario o stabile, abusivo o regolare) sono spesso al centro di tensioni, polemiche, azioni di forza volte a uniformare stili e abitudini. Domesticare le case per addolcire i corpi è parte integrante della struttura coloniale.

Un caso eclatante si sta svolgendo, proprio di questi tempi, nello Stato del Western Australia (WA). Nel novembre 2014, il presidente Colin Barnett ha dichiarato l’intenzione del suo governo di «chiudere» (ha usato proprio l’espressione to close) oltre 200 comunità aborigene disperse nel vastissimo territorio del WA, in cui vivono tra le 15 mila e le 20 mila persone. Il provvedimento, che consisterebbe in pratica nel tagliare servizi come la fornitura di energia, l’acqua, la sanità, le scuole alle comunità più isolate, è motivato da ragioni «umanitarie» ed «economiche». Nelle prime rientrano il desiderio di assicurare ai bambini una formazione adeguata, la lotta all’alcolismo e al tabagismo, la difesa delle donne dalla violenza sessuale. Le ragioni economiche sono dovute ai tagli dello Stato centrale nei confronti del welfare, che non permettono più i sussidi agli aborigeni che «scelgono» di abitare luoghi dispersi e isolati.

Il primo ministro australiano Tony Abbott ha appoggiato l’iniziativa, dicendo che, d’ora in poi, vivere nei luoghi desertici del WA e di altre parti del continente, equivarrà a un lifestyle choice, una «scelta di vita» che non potrà più pesare sul contribuente australiano. Quello stile abitativo aborigeno, ciò che resta — in mezzo al fumo, all’alcol, ai suicidi — di una civiltà millenaria che da sempre ha preferito il vivere disperso al vivere compresso in villaggi e città, è ora, per usare espressioni governative, una maniera «invivibile» e «insostenibile» di abitare il mondo. Nel 1788 d’altra parte, lasciando la baia di Sydney, James Cook prese possesso dell’Australia proprio attraverso la formula della terra nullius: ai suoi occhi quel continente era una «terra di nessuno» perché gli esseri umani che ci vivevano e che saranno chiamati «aborigeni» non avevano né abitazioni stabili, né villaggi, né tantomeno città che comprovassero il loro abitare quel mondo.

L’annuncio del presidente Barnett ha sollevato uno sciame di proteste, culminate il 1° maggio scorso in una international mob a favore delle comunità native (la bandiera aborigena rosso-nera con il sole centrale è sventolata anche in Piazza San Marco a Venezia). Un gruppo di etnologhe ed etnologi francesi guidati da Barbara Glowczewski (autrice del bel libro I sentieri del sogno. Viaggio nella terra degli aborigeni, Touring Club Italiano) ha denunciato la logica neocoloniale del provvedimento, le politiche «paternaliste» del governo, la volontà di «liberare» il territorio per lasciare campo libero alle agguerrite compagnie minerarie.

La questione aborigena pone interrogativi importanti anche alle nostre forme di abitare: continuare a vivere o tornare in un piccolo paese di montagna è una scelta di vita «insostenibile»? Dobbiamo concentrarci tutti nelle grandi metropoli? «Le abitazioni — ha scritto Jean Cuisinier — sono fatte di pietre e di terra, di legno e di stoppie non meno che di operazioni e categorie dello spirito». Le ruspe australiane che già qualche anno fa hanno spianato l’accampamento di Oombulgurri (WA) sono al servizio di una politica dell’efficienza o i simboli di una colonizzazione dell’abitare, delle menti e dei corpi che non si è mai veramente interrotta in Australia dai tempi di Cook?

Adriano Favole

Le dieci trappole del legislatore diabolico

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

cd
L’Italia non è solo il Paese a detenere l’infausto record di ipertrofia normativa: 190 mila leggi (in Francia sono meno della metà, in Gran Bretagna solo 5 mila). C’è un altro problema: soprattutto negli ultimi vent’anni, la disordinata stratificazione delle leggi si è sostituita a quelle limpide e organiche. Se il buon legislatore dovrebbe avere come riferimento i dieci comandamenti di Mosè (mai incisi, mai subordinate, forme verbali semplici e prescrittive), il legislatore diabolico ha elaborato raffinate tecniche per nascondere, confondere, rallentare e impaludare l’espressione della sovranità popolare. Il giurista e romanziere Alfonso Celotto ha affidato al suo alter ego letterario, il dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale e custode della buona legislazione, il compito di enucleare, dopo anni di studio certosino, le dieci trappole preferite dal legislatore diabolico. E di svelarle, per mettere in guardia il cittadino e consentirgli di difendersi.

1-DECRETI
Per regolamentare un settore, il legislatore malefico preferisce i decreti di natura non normativa: non passano in Consiglio dei ministri, non devono superare il vaglio di Consiglio di Stato e Corte dei Conti, non vanno pubblicati in Gazzetta ufficiale. Un modo per nascondere le norme ed evitare lunghe procedure. Se ne fanno una ventina l’anno.

2-DEROGHE
Interviene su una materia con deroghe e modifiche «intruse» in leggi che riguardano tutt’altro. Se vuoi abbassare l’Iva sui cercatori di tartufi, non metti la norma nel testo unico sull’Iva (i cercatori di funghi se ne accorgerebbero), ma in una legge che non c’entra niente. Esempio: la Fini-Giovanardi sulle droghe nel decreto legge sulle Olimpiadi di Torino. Il che ha un altro vantaggio: tempi rapidi e certi di approvazione.

3-DELEGHE
Modifica le disposizioni ogni mese. Lo strumento è la legge delega correttiva e integrativa: anziché un colpo di pistola, una mitragliatrice nelle mani del governo che spara a ripetizione decreti che modificano i suoi stessi decreti. Esempi: la norma sulla conferenza di servizi, contenuta nella legge 241 del 1990, modificata 16 volte in 25 anni. Il codice degli appalti: dal 2006 oltre 600 modifiche. Anche il Jobs Act prevede quest’arma segreta.

4-OSCURITA’
«Siate oscuri e sarete ritenuti profondi». Il motto di Kant vale anche per i legislatori. Esempio l’articolo 12 comma 4 della legge 184 del 2011: «Per l’anno finanziario 2012, il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato a provvedere, con propri decreti, al trasferimento delle somme iscritte al capitolo 2827 del programma fondi da assegnare, nell’ambito della missione fondi da ripartire dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, ai competenti programmi dello stato di previsione del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali per l’anno medesimo, secondo la ripartizione percentuale indicata all’articolo 24, comma 2, della legge 11 febbraio 1992, n. 157». Qualcuno ci capisce qualcosa?

5-COMMI
Sempre meglio un comma in più, un articolo in più, meglio se numerati con bis, ter, quater... Per rendere le norme illeggibili non rinumerare mai gli articoli, ma aggiungerli. Il Testo unico delle accise contiene 12 aggiunte all’art. 39, numerate da 39-bis a 39-duodecies. Altra tecnica: scrivere testi lunghi, non ripartiti in articoli, ma in commi. Il record è l’articolo unico della Finanziaria del governo Prodi: 1364 commi, più tabelle e allegati.

6-PARERI
Se sei obbligato a fare una legge, ma vuoi che finisca nella palude, condizionane l’efficacia a un decreto ministeriale con almeno 3 concerti e 4 pareri tra ministeri, conferenza Stato-Regioni, Autorità indipendenti. Il ministro Giarda, nel governo Monti, calcolò che oltre l’80% delle leggi resta lettera morta perché mancano i decreti attuativi.

7-DI CUI...
Stratifica rinvii, novelle e rimandi utilizzando in ogni comma almeno tre volte l’espressione «di cui all’articolo...». Esempio in materia fiscale: l’articolo 10 della legge 146 del 1998, dopo il comma 4-bis, rimanda alle presunzioni semplici «di cui» a due articoli di due decreti del Presidente della Repubblica, per l’applicazione degli studi di settore «di cui» a un articolo di un decreto legge convertito con modifiche da una legge, «tenuto altresì conto dei valori di coerenza risultati da specifici indicatori di cui» a un altro articolo «della presente legge». E prosegue con le sanzioni «di cui» a due diversi commi di due diversi articoli di un’ennesima legge, «nonché» al comma di un altro articolo di un’ulteriore legge. Degno di un labirinto mitologico.

8-ABROGAZIONI
Se devi abrogare una norma, non farlo mai in modo esplicito. Il vantaggio è lasciare più contraddizioni possibili, confondendo l’interpretazione. Le leggi come nascono così muoiono. E periodicamente occorre far pulizia, chiarendo che non sono più in vigore. E’ abitudine del legislatore italiano dimenticare di specificare all’ultimo articolo di una legge quali sono quelle abrogate. Spesso si preferiscono inutili abrogazioni innominate, del tipo «è abrogata ogni legge contraria al presente statuto». È l’art. 81 dello Statuto albertino del 1848: accadeva già allora!

9-RIPETIZIONI
Abusare per quanto possibile della ridondanza giuridica, copiando definizioni e regole già vigenti. Nelle leggi è sempre meglio allungare il brodo ricopiando frasi di altre leggi già in vigore. Non servono a nulla, ma fanno confusione. Esempio il codice dell’ordinamento militare varato del 2010: consta di 2272 articoli più 4 tabelle.

10-FINANZE
Inserisci sempre la clausola di invarianza finanziaria. Da una decina di anni le leggi terminano con la formula: «Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Serve a garantire l’apparenza del rispetto dei principi contabili, ma tutti sanno che è una finzione: tutto costa! Ma l’assassino, dopo aver squartato la vittima, indossa i guanti bianchi e sostiene per questo di essere immacolato.