domenica 24 maggio 2015

L’esercito marciava

Corriere della sera

di Paolo Rastelli, ricerca iconografica Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

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“La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re – Duce Supremo – l’Esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse, ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta”. Iniziava così il bollettino di guerra del Comando Supremo dell’Esercito italiano numero 1278, datato “4 novembre 1918, ore 12”, altrimenti detto “Proclama della Vittoria”: annunciava all’Italia e al mondo che la Prima Guerra Mondiale, almeno sul nostro fronte, era finita. Al prezzo, per noi, di circa 530 mila morti e un milione di feriti e mutilati.

Un documento importantissimo che però iniziava con una bugia bella e buona: l’Esercito italiano non fu praticamente mai, nemmeno nelle tragiche giornate di Caporetto, “inferiore per numero e per mezzi” all’avversario. E comunque sicuramente non lo era quando il 24 maggio del 1915, esattamente un secolo fa, i fanti in grigioverde passarono in armi la frontiera italo-austriaca, primo atto della partecipazione italiana a quella “Grande Guerra” che già infuriava nel resto d’Europa dall’agosto dell’anno precedente.

30 maggio 1915. Il re sventola il tricolore dal Quirinale (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)
Domenica del Corriere del 30 maggio 1915. Il re sventola il tricolore dal Quirinale (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)

D’altronde ci sarebbe da stupirsi del contrario: l’Austria-Ungheria, il cui ultimatum alla Serbia dopo l’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono asburgico Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia aveva scatenato il conflitto, aveva poi subito per mano dei russi e dei serbi tali e tante batoste che, per quanto preavvisata con largo anticipo dell’intenzione italiana di schierarsi al fianco delle potenze dell’Intesa, ben poco aveva potuto fare per rinforzare gli organici delle divisioni sulle sue frontiere sud occidentali.

Lo conferma la Relazione militare italiana del 1930 (citata in La campagna del 1915 di Roberto Bencivenga, Gaspari Editore, 2015) riportando fonti austriache: “L’Austria -Ungheria era entrata in campagna nell’agosto 1914 con un milione e mezzo di combattenti e li aveva alimentati successivamente con altri 800 mila uomini, ma alla fine del 1914 gli effettivi di combattenti erano ridotti a 680.000 uomini nel nord, 260 mila nel sud: ciò significava la perdita di più un milione di uomini in quattro mesi. Circa metà delle divisioni, al 31 dicembre 1914, invece dei 12-15 mila uomini stabiliti dall’organico, non avevano forza complessiva superiore a un reggimento in guerra e non poche divisioni avevano forza inferiore…”.

Le cifre più accreditate danno per l’Esercito italiano uno schieramento iniziale nel maggio 1915 sulla frontiera veneta di almeno 400 mila uomini con 1.500 pezzi d’artiglieria, cui si opponevano a malapena circa 100 mila austriaci (comprese alcune unità della milizia territoriale, la Landsturm, male armate e con un addestramento sommario), con non più di 400 cannoni.E’ vero che le artiglierie italiane erano in parte antiquate e con poche riserve di munizioni e particolarmente deficitaria appariva la dotazione di mitragliatrici. Ed è altrettanto vero che nel corso dell’autunno-inverno 1914-15 l’Austria aveva lavorato per irrobustire le fortificazioni di frontiera già costruite su posizioni naturalmente difficili da prendere d’assalto.

Tuttavia la forza totale italiana in uomini e mezzi è tutt’altro che trascurabile: 35 divisioni di fanteria, una di bersaglieri, 4 di cavalleria e due raggruppamenti alpini, riunite in quattro armate e un raggruppamento speciale (in Carnia) schierate tra il Trentino e il mare: più che sufficienti, se ben impiegate e concentrate in un punto strategico, a mettere in difficoltà e forse a travolgere le deboli forze austriache.

Ma il Capo di Stato maggiore italiano, il 64 enne generale piemontese Luigi Cadorna (figlio di Raffaele, il conquistatore di Roma nel 1870, e padre di un altro Raffaele che nel 1944, dopo l’8 settembre, diventerà capo del Corpo volontari della Libertà, il braccio militare della Resistenza anti nazista), non si sente tranquillo e avanza con prudenza. Anche perché la mobilitazione e la radunata italiana, iniziate il 4 maggio con l’impiego di ben 7.000 convogli ferroviari, richiedono 43 giorni invece dei previsti 23 per tutta una serie di disguidi organizzativi e le grandi unità ci mettono non poco a completare i ranghi.

Gli austriaci (che il 2 maggio avevano riportato a Tarnow-Gorlice, nella Polonia austriaca, una grande vittoria sui russi) hanno così tutto il tempo di far rientrare dal fronte orientale e settentrionale non meno di otto divisioni. Quando il 23 giugno, dopo una serie di piccole scaramucce lungo la frontiera, si scatena sull’Isonzo il primo attacco italiano in grande stile contro la vera linea di resistenza austriaca, il dispositivo avversario è ormai consolidato e in grado di respingerlo senza eccessive difficoltà. L’occasione di una rapida vittoria, se mai c’era stata, è persa per sempre.

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A questo punto può essere interessante aprire una digressione per sottolineare quella che appare una costante italiana nella due guerre mondiali e più in generale ogniqualvolta la compagine nazionale venga chiamata a una prova significativa le cui conseguenze ne potrebbero mettere a dura prova la stessa esistenza: la perenne sottovalutazione della propria forza e la sopravvalutazione di quella avversaria. Come se esistesse, nel profondo della coscienza nazionale e indipendentemente dalla forma di governo (sia esso un parlamentarismo notabilare come nel 1914 oppure una dittatura a partito unico come nel 1940), un senso di precarietà e di inadeguatezza alle grandi prove che ci porta ad autocondannarci a un rassegnato fallimento indipendentemente dalle condizioni oggettive.

Nel 1866, dopo la sconfitta di Custoza nella terza guerra di Indipendenza, l’esercito era praticamente intatto e più che in grado di ridare battaglia una volta rimosse le cause del rovescio, ossia il dualismo di comando tra i generali Lamarmora e Cialdini. Ma preferimmo non osare, darci sconfitti e affidarci, per cercare il riscatto, a un’impresa mal concepita sul mare come la battaglia di Lissa, che si risolse in un’altra umiliante batosta ad opera della marina austriaca.

A tirarci fuori dai guai intervennero i prussiani con la battaglia di Sadowa, che mise in ginocchio l’Austria ma che certo non contribuì a rafforzare il nostro orgoglio nazionale. “Voi italiani – disse nel 1888 il cancelliere prussiano Otto von Bismarck al principe diciannovenne Vittorio Emanuele (futuro Re Vittorio Emanuele III) – siete il popolo delle tre S: nel 1859 , con Solferino, prendeste la Lombardia. Nel 1866 con Sadowa, prendeste il Veneto. Nel 1870, con Sedan, prendeste Roma. Nessune delle tre S venne fatta da voi”. (Il Piave mormorava di Franco Bandini, Longanesi, 1968).

Nel 1914-15 i timori di militari e politici si fanno sentire in ben due occasioni. Una prima volta nell’agosto-settembre del 1914 quando, dopo la denuncia da parte nostra delle inadempienze austriache nell’ambito della Triplice Alleanza (Vienna non ci aveva consultato, come era tenuta a fare, prima di presentare l’ultimatum alla Serbia), il governo Salandra dichiara la neutralità e subito comincia a trescare con Francia e Inghilterra. A quel punto gli austriaci, già impegnati a fondo con Russia e Serbia, erano praticamente indifesi ma Cadorna, dopo un iniziale entusiasmo bellicista, è costretto a fine settembre a dire ai politici che i magazzini di vestiario ed equipaggiamento sono vuoti e non in grado di sostenere una campagna invernale.

Come fece notare dopo il conflitto il generale Bencivenga, che durante la guerra diresse la segreteria del capo di Stato Maggiore, “la questione delle dotazioni fece perdere di vista il grande risultato militare che si sarebbe potuto raggiungere con poche centinaia di migliaia di uomini (per i quali erano assicurati tutti i mezzi occorrenti) entrando subito in azione. Valevano più queste poche centinaia di migliaia di uomini in ottobre o novembre 1914 che il doppio nel maggio 1915. Nessun ostacolo serio avremmo trovato allora per superare la linea dell’Isonzo…” (Cadorna di Gianni Rocca, Mondadori, 1985). Una seconda occasione fu mancata, come abbiamo visto, non imponendo alle truppe e ai comandi di grandi unità un atteggiamento più aggressivo e uno spiegamento più rapido nel maggio del 1915.

Ancora più tristemente affascinante è il confronto tra l’agosto 1914, il maggio 1915, il settembre 1939 e il giugno 1940 (un esercizio cui si sono dedicati, tra gli altri, Franco Bandini ne Il Piave Mormorava e Gian Enrico Rusconi in 1914: Attacco a Occidente, il Mulino,2014). Come 26 anni prima, allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, il governo fascista di Mussolini non si azzarda a entrare in guerra al fianco dell’alleato tedesco e proclama la non belligeranza. Non tresca in segreto con i franco-inglesi, come aveva fatto l’Italia liberale, ma non si sente pronto ed è frenato dai militari che si sentono meno pronti di lui.

Quando alla fine dichiara la guerra, nel giugno del 1940, lo fa senza prevedere nessun piano e nessuna azione offensiva: non attacca Malta, che nei tre anni successivi martirizzerà i nostri convogli per la Libia, non prende in considerazione qualche azione eclatante e poco costosa ma dai grandi risultati potenziali, tipo far autoaffondare qualche vecchio mercantile carico di cemento nel mezzo del canale di Suez in modo da chiuderlo almeno temporaneamente, non pensa neppure a far rientrare un buon terzo della flotta mercantile italiana in quel momento fuori dal Mediterraneo e che non avrebbe avuto alternative, con Gibilterra e Suez in mano alla Gran Bretagna, al farsi catturare dal nemico o all’internamento in porti neutrali. Insomma ha una fretta terribile di entrare in guerra. Per fare cosa? Mettersi sulla difensiva, in attesa che i tedeschi vincano la guerra per lui.

Corriere della Sera del 24 maggio 1915. L'Italia dichiara guerra all'Austria-Ungheria
Corriere della Sera del 24 maggio 1915. L’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria

Ora, quando uno Stato dichiara una guerra, lo fa perché pensa che in quel momento si apra una finestra di opportunità irripetibile e tale da dover essere sfruttata, costi quel che costi, impegnandosi in quella partita per la vita e la morte che ogni guerra rappresenta. Quindi di solito alla dichiarazione di guerra fa seguito un attacco, il più veloce e devastante possibile. Anzi, in qualche caso, l’attacco precede la dichiarazione di guerra, come è successo alla base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii, bombardata dai giapponesi il 7 dicembre 1941.

L’Italia non fa nulla di tutto questo. Non intraprende nessuna azione, a parte qualche incursione aerea: le navi, potenti e ben armate, restano nei porti, l’esercito alle frontiere (300 mila uomini nella sola Libia, contro poche migliaia di soldati britannici sparsi tra l’Egitto e l’India). Londra, ben conscia della propria debolezza e sentendosi spacciata (le forze aeree di Malta consistevano in ben tre vecchi biplani Gladiator, soprannominati Fede, Speranza e Carità come le tre Virtù teologali) non crede a tanta fortuna e subito dà ordine a quelle poche autoblindo presenti in Egitto di cominciare a martellare i nostri avamposti al di là del confine libico, mentre già nella notte dell’11 giugno i primi bombardieri della Raf visitano l’Italia settentrionale. E perfino la Francia agonizzante manda unità della sua flotta del Mediterraneo a bombardare le coste liguri.

Quando finalmente il Duce del Fascismo dà l’ordine di attaccare, lo fa perché si rende conto che la “sorella latina”, travolta dai tedeschi, sta per arrendersi e lui la guerra l’ha dichiarata ma non l’ha fatta. E attacca, con un piano improvvisato, sull’unico fronte dove ancora i francesi possono resistere, se non altro perché appoggiati da robuste fortificazioni: sulle Alpi facemmo ben pochi progressi al costo di 631 morti, 616 dispersi, 2.631 tra feriti e congelati. Come si vede, da una guerra all’altra cambiò l’avversario ma non la nostra percezione di noi stessi come destinati a perdere o comunque a non vincere con le nostre forze di fronte ad avversari sempre percepiti come invincibili. A tal punto che, una volta vinta la Prima Guerra Mondiale, ci convincemmo di averla persa perché non tutti i nostri obiettivi territoriali erano stati raggiunti. E il mito della vittoria mutilata avrebbe dato linfa al fascismo e, in definitiva, a un’altra guerra.

Nel maggio 1915 il fronte italo-austriaco ha la forma di una grande S coricata sul fianco sinistro, andamento genericamente ovest-est e lunghezza di circa 600 chilometri. Dallo Stelvio verso est, la prima curva della S ha la convessità rivolta verso l’Italia, un grande saliente che protegge il Trentino austriaco e il Tirolo e che minaccia il Veneto. Proseguendo verso oriente, la S si raddrizza in Carnia e poi protende la sua seconda curva verso Gorizia e Trieste raddrizzandosi e finendo nell’Adriatico a ovest di Grado.

Domenica del Corriere del 20-27 agosto 1916. Le truppe italiane entrano a Gorizia (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)
Domenica del Corriere del 20-27 agosto 1916. Le truppe italiane entrano a Gorizia (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)


La strategia di Cadorna prevede limitate avanzate e rettifiche di fronte in Trentino e Carnia, mentre lo sforzo principale sarà effettuato a est, lungo il corso dell’Isonzo e sul Carso. L’obiettivo è sfondare nella zona di Gorizia e puntare su Trieste e Lubiana, la strada più diretta verso Vienna e la carne viva dell’Impero Asburgico. Il rischio ovviamente è che il nemico sfrutti il saliente trentino per un attacco in forze destinato a sfociare nella pianura veneta, prendendo sul rovescio tutto il fronte isontino, quei 90 chilometri scarsi lungo i quali, nella Seconda e Terza Armata, si concentra fin dai primi giorni di guerra il grosso dell’esercito italiano.

Ma il Comando supremo di Cadorna spera che le forze destinate a difendere questo settore, imperniate su posizioni montuose naturalmente forti, riescano in ogni caso a reggere. E in effetti, quando l’attacco verrà, con la Spedizione punitiva del maggio 1916 (la Strafexpedition), gli austriaci piegheranno il fronte italiano catturando Asiago, ma non riusciranno a sfondarlo e dopo un mese si fermeranno esausti tra il Pasubio e l’Ortigara, a pochi chilometri dalle loro linee di partenza.

Il primo attacco che si sperava risolutivo, la prima battaglia dell’Isonzo, parte come detto il 23 giugno: 225 battaglioni italiani con 700 pezzi contro 96 battaglioni austriaci con 386 cannoni. Finisce il 7 luglio e ci costa 1.916 morti, 11.495 feriti e 1.536 dispersi. La seconda Battaglia inizia il 9 luglio, sull’altipiano di Doberdò, dura fino a metà agosto e ci infligge quasi 42 mila perdite. Di offensive sull’Isonzo ce ne saranno altre nove, per un totale di 11, con un prezzo di sangue via via crescente e intervallate con lunghi periodi di stasi quando il tempo è troppo inclemente oppure gli eserciti troppo esausti. Ci saranno due fatti d’arme a spezzare la triste e sanguinosa monotonia delle spallate sul Carso: la Strafexpedition di cui si è già detto e la luminosa presa di Gorizia, il 9 agosto del 1916, frutto finalmente di un combattimento manovrato (rimasto poi episodio isolato) reso possibile dallo sbilanciamento dell’esercito austriaco proprio in occasione della Spedizione punitiva.

Poi nell’ottobre del 1917, toccò al nemico dare una spallata al nostro schieramento troppo sbilanciato in avanti. E fu la dodicesima battaglia dell’Isonzo, fu Caporetto, fu la tragedia, la ritirata fino al Piave, la resistenza, la nascita della leggenda nazionale. Sul piano tattico, Cadorna condensa il suo pensiero nella circolare numero 191 del 25 febbraio 1915 (quindi pubblicata circa 7 mesi dopo lo scoppio della guerra in Francia, Belgio e Russia), che diventerà poi un libro dal titolo “Attacco frontale e ammaestramento tattico”. Un volumetto di 62 pagine che, un bel po’ di anni prima che qualcuno avesse mai sentito parlare di Mao Ze Dong (anzi che qualcuno potesse perfino concepire l’esistenza di un Mao Ze Dong), diviene famoso come “libretto rosso” dal colore della sua copertina.

Il succo di questa dottrina è che solo l’offensiva a oltranza porta alla vittoria. Di difensiva praticamente non si parla in alcuna delle 62 pagine, se non come ostacolo, genericamente da superare grazie alla volontà indomita dell’attaccante sostenuto da una potenza di fuoco possibilmente enorme, soverchiante. A questo punto sorge spontanea una domanda. Cadorna non sapeva quello che era già successo sui campi di battaglia di Francia? Non gli aveva detto nulla la Battaglia delle frontiere, quando i campi alsaziani e lorenesi inondati dal sole di agosto si erano coperti di migliaia di cadaveri rossi e blu dei fantaccini francesi lanciati all’attacco indiscriminato contro le mitragliatrici tedesche?

E la battaglia della Marna e poi la “corsa al mare”, quando gli anglo-francesi e i tedeschi avevano cercato di aggirarsi a vicenda senza riuscirci fino a impantanarsi in una lunghissima linea di trincee dalla Svizzera al Mare del Nord? Non aveva sentito parlare della KinderMord bei Ypern, l’assassinio dei bambini di Ypres dell’ottobre 1914, quando migliaia di tedeschi giovanissimi, fino a pochi mesi prima seduti sui banchi di scuola, erano stati lanciati contro le trincee inglesi morendo o rimanendo feriti e mutilati con una proporzione, in alcune unità, del 70%? Certo che lo sapeva ma lo considerava un incidente di percorso, il frutto di un errore, una conseguenza del cattivo impiego delle forze.

Il metodo dell’attacco frontale in sé era giusto, bastava applicarlo come si deve, con più cannoni, più proiettili, più uomini, più fede e volontà di vittoria. Cadorna lo scrive, anche, nel suo libretto rosso: “Le armi moderne hanno procurato all’offensiva (oltre a quelli essenzialmente di ordine morale che in ogni tempo la fecero prevalere sulla difensiva) molti vantaggi” e “presenta oggi più favorevoli condizioni di buona riuscita che in passato. Questo fatto non è che apparentemente contraddetto da quanto va verificandosi nell’attuale conflitto armato… Anche per rapporto a posizioni fortissime e solidamente organizzate a difesa, persistono per l’offensiva i vantaggi che le sono propri…”.

In un altro punto, quando parla della cavalleria, sottolinea che non si può imporle uno schema operativo rigido, poiché la sua azione si associa con quella delle altre armi “sol quando approfitta del panico e della disorganizzazione da esse prodotta, per caricare”. Caricare? Ma già nella Guerra civile americana, dal 1861 al 1865, la cavalleria aveva smesso di caricare con la sciabola e la lancia di fronte alle abbattute di alberi che la imbrigliavano e ai fucili rigati della fanteria che la massacravano: l’arma montata aveva abbandonato, nelle vaste pianure degli Stati Uniti, ogni velleità napoleonica ed era diventata essenzialmente una fanteria che si muoveva con maggiore rapidità, da impiegare nelle ricognizioni e nelle incursioni nelle retrovie nemiche.

Allora Cadorna era un pazzo, un incompetente, un criminale? No, era semplicemente un generale figlio del suo tempo, come il francese Joffre, gli inglesi French e Haig, i tedeschi Moltke, Falkenhayn e Ludendorff. Ufficiali nati e cresciuti nell’800, che non avevano capito fino in fondo quanto la potenza di fuoco delle armi moderne avesse cambiato il volto stesso della guerra: catapultati alla guida di milioni di soldati, con risorse umane e materiali che sembravano inesauribili, se erano costretti ad attaccare non trovavano di meglio che applicare sempre la stessa ricetta con una quantità di ingredienti sempre maggiore ma sempre uguale nella qualità, sperando di logorare il nemico prima di logorare se stessi. Per quasi tutta la guerra i generali dell’Intesa, francesi, italiani, inglesi e poi americani furono costretti ad attaccare visto che tedeschi e austriaci avevano scelto di difendersi a ovest e di picchiare sui russi a est, dove i grandi spazi e la mancanza di ostacoli naturali rendevano possibili la guerra di movimento e la manovra.

E dove il rullo compressore zarista, se avesse avuto successo, avrebbe minacciato direttamente l’Heimat, la patria, il focolare, l’anima delle due nazioni germanica e magiara.Per molti anni, e ancora oggi, è parsa cosa buona e giusta criticare con ferocia i leader militari della Prima guerra mondiale, macellai impassibili che al sicuro nei loro castelli nelle retrovie, mandavano a morire senza batter ciglio centinaia di migliaia di uomini, per di più reagendo con punizioni draconiane, arresti, fucilazioni, decimazioni (un uomo ucciso ogni 10, indipendentemente dalle sue colpe) a ogni piccolo gesto di ribellione da parte dei loro soldati, stanchi delle inutili carneficine. E’ vero, è successo, e la nostra sensibilità di moderni ne resta ancora oggi sconvolta.

Ma di recente si è andata parzialmente affermando una storiografia in qualche modo più attenta a quelle che erano le opzioni dell’epoca a disposizione di un generale. Avevano qualche altra possibilità di agire, visto che la guerra andava combattuta e di pace non si parlava, visto che proprio gli immensi sacrifici di vite compiuti ogni giorno imponevano a popoli e governi di andare avanti per non rendere tutto vano attraverso una pace senza vittoria?

Domenica del Corriere del 22 agosto 1915. D'Annunzio lancia messaggi patriottici su Trieste  (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)
Domenica del Corriere del 22 agosto 1915. D’Annunzio lancia messaggi patriottici su Trieste (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)


Come è già stato sottolineato (“Distanze grandi, disciplina feroce: leoni in battaglia agli ordini di asini”, Corriere della Sera, 25 giugno 2014) la possibilità di superare i difensori senza perdere slancio e quindi ottenere uno sfondamento definitivo che rimettesse in movimento i fronti congelati alla fine del 1914 era al di là delle capacità dell’epoca: niente carri armati (i primi, rudimentali, apparvero nel 1916) per sfondare, niente paracadutisti ed elicotteri per un aggiramento verticale, controllo di fuoco dell’artiglieria ancora rudimentale, aviazione con poco o nullo carico bellico offensivo. E soprattutto nessuna capacità di controllo del campo di battaglia. I progressi della tecnologia militare, la capacità di uccidere delle armi, la quantità di uomini che si potevano trasportare, nutrire e rifornire sul campo di battaglia avevano di gran lunga superato la capacità dei comandanti di incanalare e guidare le forze che avevano a disposizione.

Nel 1815 a Waterloo il duca di Wellington aveva mantenuto una salda presa sulla battaglia cavalcando lungo i 4-5 chilometri dello schieramento alleato e mandando i suoi ordini con gli aiutanti di campo che in pochi minuti raggiungevano ogni punto dello scontro. Il 1° luglio 1916, sulla Somme, gli anglo-francesi attaccarono su un fronte di 40 chilometri, ma le loro possibilità di comunicare, una volta cominciata l’avanzata, con i cavi telefonici spezzati dall’artiglieria e in assenza di radio portatili o almeno montate sugli aerei, in mezzo al fumo e alle esplosioni, erano più o meno quelle di Wellington, staffette e piccioni viaggiatori, ma in un ambiente infinitamente più ostile e mortale. Così qualunque successo non poteva essere sfruttato e qualunque ostacolo non poteva essere superato dall’azione di comando.

Sempre sulla Somme, racconta lo storico inglese John Keegan, si calcolò che ci volevano in media otto ore perché un messaggio raggiungesse il fronte dal quartier generale di divisione e lo stesso tempo era necessario per il percorso inverso. Il che voleva dire 16 ore tra la segnalazione di una forte resistenza sul fronte e le disposizioni di un comandante per superarla. E in 16 ore i difensori avevano il tempo di rinsaldare le linee.

Solo i tedeschi trovarono alla fine una prima rudimentale chiave per scardinare i lucchetti della guerra di trincea: nel 1917 sul fronte italiano e nel 1918 su quello anglo-francese dissero basta alle avanzate massicce e mandarono avanti piccoli gruppi d’assalto, potentemente armati con tutto ciò che la tecnica era riuscita a elaborare (mitragliatrici leggere, lanciafiamme, artiglieria mobile) che senza curare la protezione dei fianchi, una volta sfondata con l’artiglieria pesante e i gas la posizione del nemico, ne mettevano in crisi il dispositivo attaccandone le retrovie. Non riuscirono a spuntarla perché ormai erano troppo deboli e sia gli italiani che inglesi e francesi arretrarono e riuscirono a resistere. Ma quella era la soluzione, che sarebbe poi stata sfruttata appieno all’inizio della seconda guerra mondiale quando l’artiglieria da campagna mobile e i soldati a piedi si trasformarono in bombardieri in picchiata e truppe motocorazzate.

Domenica del Corriere del 30 maggio 1915. Le divise del regio esercito (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)
Domenica del Corriere del 30 maggio 1915. Le divise del regio esercito (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)


Cadorna nel 1915-17 aveva gli stessi problemi e tentò di risolverli nello stesso modo, attaccando in continuazione e senza badare alle perdite. Di suo ci metteva anche una certa rigidità caratteriale, che gli impediva di accettare critiche (perfino da parte del governo che avrebbe dovuto in realtà essere il suo superiore) che in qualche misura ne mettessero in pericolo l’autorità. Come fa notare Gianni Rocca nella sua biografia del generale, aveva appreso, dai racconti del padre, i guasti che aveva provocato nel 1866 la mancanza di unicità nel comando e, una volta divenuto capo supremo, si era regolato di conseguenza: il comandante era lui e lui solo.

Nel famoso libretto rosso, scrive che “sola è feconda in manovra quella libertà di azione che si esplica entro l’ambito degli ordini superiori assecondandoli: oltrepassarli significa disobbidire (sic) e l’obbedienza – base incrollabile della disciplina militare – non tollera restrizioni o menomazioni di sorta”. Tradotto in linguaggio più semplice vuol dire: ragazzi, poche storie, l’iniziativa personale lasciamola da parte, si ubbidisce agli ordini. Per chi non lo fa ci sono il siluramento e l’allontanamento dal comando (se ufficiale superiore) o perfino la corte marziale.

L’uomo aveva altri due difetti. Prima di tutto una certa incapacità, una volta emanati gli ordini (di solito burocraticamente minuziosissimi) e nonostante l’ossessione della disciplina, di assicurarsi che venissero eseguiti fino in fondo, soprattutto se l’inadempiente era un uomo di forte personalità: per esempio Luigi Capello, il comandante della Seconda Armata, uno dei principali responsabili della sconfitta di Caporetto, tendeva a fare di testa sua e Cadorna non sempre riusciva a frenarlo. Ne derivavano spesso mancanza effettiva di unicità di comando e confusione operativa, ossia proprio quello che Cadorna tentava in tutti modi di evitare. Insomma, la mistura tra volontà di controllo centralizzato e la scarsa propensione a esercitarlo fino in fondo davano luogo a una rigida inefficienza, il contrario esatto della genialità militare.

In secondo luogo, il generalissimo era propenso a dare la colpa agli altri, e in particolare ai soldati, se gli obiettivi non venivano raggiunti. “Gli uomini non si battono, non hanno abbastanza slancio”, era una delle spiegazioni preferite degli insuccessi non solo di Cadorna ma anche di molti altri generali in tutti gli eserciti. Generali che oltretutto, essendo spesso per nascita e milieu culturale degli uomini d’ordine, erano più che propensi a vedere, in ogni esitazione dei sottoposti, non solo e non tanto la paura e la stanchezza di fronte a un massacro interminabile ma soprattutto i sintomi di una vigliaccheria ispirata dal sovversivismo, sovversivi essendo per definizione i partiti socialisti che tra fine ‘800 e inizio ‘900 si erano affermati come grande forza popolare in tutti o quasi i Paesi europei.

Poco contava che, una volta arrivata la chiamata alle armi, gli stessi partiti socialisti si fossero squagliati come neve al sole preferendo arruolarsi (non solo in senso figurato) sotto le bandiere del nazionalismo dimenticando l’internazionalismo proletario. Il pericolo rosso era in agguato e andava sorvegliato e combattuto senza pietà, con le fucilazioni se occorreva. Quando arrivò il disastro di Caporetto, il primo comunicato del comando supremo parlava di «mancata resistenza dei reparti della Seconda armata, vilmente ritiratasi senza combattere o ignominiosamente arresasi al nemico»: in pratica Cadorna, per giustificare la sconfitta figlia essenzialmente di uno schieramento sbagliato e di un’inferiorità culturale di fronte ai nuovi metodi di attacco del nemico, accusava di vigliaccheria metà del suo esercito.

Solo dopo l’intervento del governo, il bollettino fu modificato in «La violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di taluni reparti della Seconda armata ecc. ecc.». Un po’meglio, ma non poi tanto.Cadorna ebbe però due grandi meriti: quello iniziale di creare quasi dal nulla e poi governare con mano di ferro un grande esercito moderno in un Paese contadino e arretrato. Un merito su cui ora, avvolti nel nostro meritevole e scontato pacifismo, è facile storcere il naso ma che era richiesto dal momento storico e dal governo del Paese. E poi di non perdere la testa di fronte alla tragedia del 1917, predisponendo la ritirata e conducendola, pur tra esitazioni e tentennamenti, fino al Piave (lui avrebbe voluto fermarsi sul Tagliamento ma gli austro-tedeschi furono più veloci).

Ma combattere l’ultima battaglia non spetterà a lui (che nel frattempo aveva comunque consigliato al governo di considerare l’eventualità di una pace separata). L’8 novembre del 1917 il Re gli chiede le dimissioni. Toccherà al napoletano Armando Diaz, nuovo Capo di Stato maggiore, resistere sul Piave e poi lanciare un anno dopo (tardivamente, a nemico ormai sconfitto non tanto sul campo ma soprattutto sul fronte interno, con l’impero multinazionale degli Asburgo in disfacimento) l’offensiva vittoriosa di Vittorio Veneto e mettere la firma sotto le ultime righe del Bollettino della Vittoria, quello che iniziava con una bugia ma si chiudeva con una verità: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

Brano tratto dal libro “24 maggio 1915 – L’Italia entra in guerra” in edicola con il Corriere dellaSera dal 23 maggio 2015

Matrimonio gay, la lezione irlandese

Corriere sella sera
di Pierluigi Battista

Un Paese cattolico, dove fino a 20 anni fa l’omosessualità era considerata reato, ha deciso con un referendum che le unioni fra persone dello stesso sesso sono legittime. Nel mondo tutto va veloce, tranne in Italia, che ora deve trovare una sua strada

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Anche nella cattolica Irlanda il matrimonio gay non è più un tabù. Non lo è in una Nazione in cui il cattolicesimo ha avuto e ha un peso fondamentale. Nell’Irlanda del culto di san Patrizio, dove storicamente la fede cattolica ha avuto un peso politico e sociale rilevantissimo, nell’Irlanda in cui ancora oggi l’aborto è un reato e la stessa omosessualità lo è stata fino al 1993 (solo vent’anni fa) quasi il 60 per cento di chi ha votato nel referendum, tra cui tanti cattolici, non ha trovato scandaloso, un attentato al matrimonio, un attacco ai valori fondanti della nostra civiltà, il fatto di dare veste giuridica, tutele e addirittura rilevanza costituzionale alle unioni tra persone dello stesso sesso.

Tutto diventa più veloce nel mondo. Tranne in Italia, dove son decenni che il riconoscimento delle unioni omosessuali si è impantanato nella discussione infinita, nella ragnatela dei veti, nell’ostruzionismo dilatorio. Eppure, si può e si deve fare anche in Italia. Le posizioni nella Chiesa cattolica non sono univoche. In Irlanda la Chiesa non ha fatto la guerra nel referendum. In Italia non si chiede ai cattolici di rinunciare ai loro valori, ma di accettare il principio di maggioranza.

Si può fare, ma solo se si libera la questione dei diritti delle coppie tra persone dello stesso sesso dalla cappa di pregiudizi che pesano come in una interminabile guerra di religione. Si può fare, se si affronta il problema con realismo e desiderio di mettere a segno un risultato che sembra impossibile da realizzare. Il voto irlandese dimostra che si può fare, anche in un Paese con una forte tradizione cattolica che non deve essere umiliata, messa in un angolo, costretta addirittura a tacere. Si può fare se si esce dalla propaganda e si entra, veramente e non con gli annunci dell’ultimo momento, in una dimensione in cui si stabiliscono date, scadenze, criteri, concetti.

La prima cosa da fare è sottrarre la questione del riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali alla maggioranza di governo e consegnarla alla maggioranza che si forma in Parlamento. Per una ragione di principio: perché sui diritti, come sulle riforme istituzionali, è auspicabile una convergenza più ampia. E per una constatazione di fatto: perché c’è una forza di governo, il Ncd, contrario a una legge sulle unioni civili, mentre due fondamentali forze d’opposizione, Forza Italia e il Movimento 5 Stelle, non lo sono. E anche per una ragione storica: la parlamentarizzazione del dibattito crea convergenze inedite, polarizzazioni che non mettono in discussione la stabilità del governo.

Ricordiamo che la legge sul divorzio ebbe due motori, Baslini che era un liberale e Fortuna che era un socialista e un radicale, che appartenevano a due schieramenti diversi. Poi Fanfani volle portare la Dc alla guerra di religione del referendum del ‘74 e per lui fu il disastro. Ma fu una scelta politica, non un atto dovuto. Il governo poteva essere messo al riparo dal conflitto sul divorzio. Solo la smania di rivincita del leader democristiano creò le condizioni di un quasi ribaltone politico.

Oggi è diverso. Si può e si deve accettare il principio di maggioranza per una legge giusta ed equilibrata che garantisca pari diritti alle coppie omosessuali (non c’è bisogno nemmeno del termine «matrimonio»). Si può e si deve accettare che chi non è d’accordo proponga referendum abrogativi, manifesti tutti gli argomenti contrari a una legge. Purché si decida. Purché non si finisca per sentirci lontani dall’Europa e dalla cattolicissima Irlanda.

24 maggio 2015 | 09:34

Storia de «’O surdato ‘nnammurato»

Corriere del Mezzogiorno
di Vincenzo Esposito

Quando cantarla in trincea poteva costare la fucilazione

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NAPOLI - Inutile strage, gloriosa vittoria, quarta guerra d’indipendenza, carneficina di fanti-contadini. Si può partire dalla fine per ricordare la prima guerra mondiale. L’Italia varca il Piave il 24 maggio di cento anni fa e chiama al fronte un milione e mezzo di uomini. Ragazzi di poco più di vent’anni. Strappati alle proprie terre e alle proprie famiglie. L’ottanta per cento non sapeva scrivere. Ed era difficile capirsi. Si parlava quasi solo dialetto. Le radiose giornate di Maggio con l’esuberanza degli interventisti furono dimenticate dopo un paio di mesi. Nella truppa, bloccata in trincea senza elmetti (in testa solo morbidi chepì), né scarponi adatti al fango carsico, e neppure mantelline impermeabili, si fecero largo malinconia, sconforto, rassegnazione. Alla fine del 1915 l’esercito italiano aveva registrato 235.000 perdite tra morti, feriti, ammalati, prigionieri e dispersi. È nel dilagare di questo stato d’animo che nasce la nonna di tutte le canzoni contro la guerra. In maniera semplice, spontanea. Forse ispirandosi alla lettera di un soldato inviata dal fronte alla sua amata.

‘O surdato ‘nnammurato 
‘O surdato ‘nnammurato ‘O surdato ‘nnammurato
Aniello Califano, rampollo di ricca famiglia di Sorrento, un po’ scapigliato e di carattere esplosivo, amava le donne e la poesia. Fugge da Sorrento con la scusa di studiare a Napoli e invece inizia a comporre versi per canzoni e corteggia molte sciantose. Con successo. Quando scoppia la guerra si trova ancora in città e frequenta sempre i tabarin. Per strada nessuno esalta il conflitto, nessuno vuole eroi. Tutti piangono i fidanzati, i mariti, i figli al fronte. Gli spettacoli nei café chantant sono pieni di retorica patriottica, fatti di lustrini, divise e bandiere tricolori. Ballerine col cappello da bersagliere. Quelle sono di moda. È la legge della propaganda. Sui giornali si legge solo di vittorie e di avanzate. Ogni tanto ci sono gli spazi bianchi della censura. Di morti no. Però nelle case di Napoli arrivano migliaia di telegrammi provenienti dallo Stato maggiore: «…è caduto nell’adempimento del proprio dovere…». Califano è un impulsivo.
Ma quali inni per la patria. Scrive di getto, una notte d’agosto, una poesia e la porta all’editore Gennarelli, che aveva iniziato la carriera come rappresentante di pianoforti della casa tedesca Musikwerke di Lipsia. E che poi convergerà nella famosa casa editrice Bideri. Quando l’uomo che aveva tra i suoi collaboratori Ferdinando Russo, legge i versi si commuove. Vuole musicarli per trasformare quelle frasi in una canzone. La scelta cade su Enrico Cannio, che compone una marcetta insistente ma allo stesso tempo malinconica. Il successo è enorme. Però viene osteggiato dalla propaganda militarista. Perché, come più tardi la bollarono i fascisti del Ventennio, «è una canzone disfattista». Sì, oggi possiamo immaginarla magari come inno del Napoli, come ritornello da intonare allo stadio o alle feste, ma allora «’O surdato ‘nnammurato» era pericolosa per chi la cantava. I vertici dello stato maggiore ne capirono subito la forza e la misero al bando.
Alla stessa stregua delle strofe anarchiche, di «Ta pum» e della nenia «maledetto Cadorna». Le leggi per la repressione e la censura erano severissime. Ai carabinieri venne impartito l’ordine di punire con decisione chiunque cantasse canzoni «disfattiste». Revoca delle licenze, prigione. Ma si poteva anche finire davanti a un plotone d’esecuzione. Socialisti, anarchici e codardi erano il male delle forze armate e Cadorna chiedeva «punizioni esemplari». Furono a centinaia i soldati sorpresi a cantare ‘O surdato che finirono di fronte alla corte marziale. Ma perché? Eppure il testo racconta di un innamorato che sogna la sua amata e le giura amore eterno. Non si fa alcun riferimento alla guerra.
Chi parla è un soldato, sì ma lo intuiamo solo dal titolo. Non si fa mai riferimento al fronte. Né alla patria. Si tace sulle battaglie, sul sangue, sui morti. Non si maledice, non si irride. Si sogna la propria amata e basta. Però è di fondo, in tutte la strofe, il desiderio di tornare a casa. È questa semplicità che diede grande forza alla canzone e che impaurì i vertici dello Stato maggiore. Per loro era l’inno di chi voleva tornare a casa, lasciare il fronte, la guerra. In pratica disertare. Perché sognare il ritorno dall’amata significa odiare la trincea, perché se la vita è una donna non può essere la patria. Ciò che manca al soldato è l’affetto, la pace. Il contrario della guerra. Ecco allora come un canto d’amore diventi la più grande delle condanne al conflitto, senza mai nominarlo, senza mai dire una parola contro. Anche i soldati veneti, lombardi, toscani cantarono O surdato.

Gli alti comandi dopo qualche mese si arresero alla canzone che dilagava fra le truppe a metà del 1916. Dopo cento anni ‘O surdato è attualissimo. Fu osteggiato, censurato, cancellato dal fascismo. Ma non è mai morto. Non ha tempo, non ha paese o frontiera. «’O surdato ‘nnammurato» è un messaggio d’amore universale, per tutte le volte che il pensiero va alle cose importanti ma lontane e per tutte le volte che il dolore della vita si rifugia in ciò che si ama. Ultima annotazione. Ancora oggi si disputa sul come cantarla. A squarciagola, con ritmo incalzante o a bassa voce e con melodia più lenta. Ognuno ha i suoi gusti. Ma è innegabile che una delle interpretazioni più forti è quella di Anna Magnani nel film «La sciantosa» di Alfredo Giannetti del 1971. Un soffio di voce e parole dure come macigni.

23 maggio 2015 | 20:50

Due cani si prendono cura della sorella Kiaya, cagnolina cieca

La Stampa
fulvio cerutti

cd
All’età di 10 anni Kiaya ha perso la vista a causa di un glaucoma. La vita di questa cagnolina sarebbe diventata davvero dura se accanto a lei non ci fossero stati i suoi due fratelli a quattrozampe. A raccontare la storia è Jessica VanHusen, una signora del Michigan (Stati Uniti) che sta vivendo questa esperienza incredibile. Quando a Kiaya sono stati tolti gli occhi a causa della malattia, Keller, due anni, e Cass, otto anni, le sono sempre stati vicini. «Penso che sarebbe persa senza di loro - ha detto la signora ai media locali -. Tutto si basa su di loro». 

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Anche per il dottor Gwen Sila, l’oculista veterinario, la relazione che lega i tre cani è sorprendente: «E’ chiaro che i suoi fratelli stanno cercando di proteggerla. Il loro senso di fedeltà è notevole».Dopo averle diagnostica il glaucoma, Kiaya ha perso prima l’occhio sinistro, rimosso nel luglio 2013, e il destro nel novembre 2014. Già dopo la prima operazione Cass, in particolare, le è sempre stata al suo fianco imparando ad essere molto attenta alle sue esigenze.

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Cass e Keller camminano sempre vicini, pelo contro pelo. Le stanno attorno per guidarla e per evitare di sbattare contro le cose che sono nel giardino o in casa. «Cass permette sempre a Kiaya di arrivare per prima al piatto del cibo e aspetta che inizi a mangiare - racconta la signora VanHusen alla Cbs -. Quando li devo far salire in auto, lui si appoggia contro di lei per tenerla ferma e perché a volte è un po’ agitata».

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La loro è una storia che commuove dalla quale la loro proprietaria vuole far emergere un messaggio per tutti: «Spero che altre persone scoprano questa storia e che si rendano conto che i cani speciali meritano un’altra chance. Ci vuole un po’ di sforzi, ma ne vale assolutamente la pena»

twitter@fulviocerutti