sabato 23 maggio 2015

La vera "green economy": fare il deputato dei Verdi

Gian Maria De Francesco Giuseppe Marino - Sab, 23/05/2015 - 08:23

Sul bilancio della Camera pesano i vitalizi del pattuglione ambientalista. Pecoraro Scanio è in pensione da sette anni, ma si è già ripreso i contributi pagati ed è in attivo di 60mila euro. L'animalista Annamaria Procacci è a quota 570mila, mentre Fulco Pratesi è arrivato a 440mila. Il leader radicale Pannella batte tutti: 2,5 milioni di bonus. Intanto nel dl sui rimborsi voluti dalla Consulta spunta la norma salva politici

cd
Roma - Che c'entra Alfonso Pecoraro Scanio con Li Hejun? L'uno è l'ex leader, ministro e parlamentare Verde, l'altro l'uomo più ricco della Cina. In comune hanno solo una cosa: entrambi sono fan della «green economy».

Però Li Hejun ci ha costruito su un impero e due giorni fa l'ha visto traballare quando il titolo della sua società di energia solare in 20 minuti ha perso 14 miliardi di dollari in Borsa. Rischio che Pecoraro Scanio non corre: all'Italia la green economy non è servita granché, lui invece ci si è riempito la bocca e di conseguenza le tasche: il Paese l'ha mandato in pensione da soli sette anni ma grazie ai privilegi garantiti agli ex deputati si è già ripreso i contributi versati ed è in attivo di 60.000 euro. Niente male per un giovane pensionato che ha appena 56 anni e continua a ricevere un vitalizio da 5.450 euro al mese.

Sul bilancio della Camera del resto pesa un bel mazzetto di assegni pesanti pagati all'ex pattuglione dei Verdi, col consueto paradosso che chi da più tempo è stato liquidato dalla storia politica del Paese, più riesce a moltiplicare l'investimento fatto nei giorni belli della Camera versando un misero otto-virgola-percento dei propri corposi emolumenti. Il record spetta ad Annamaria Procacci, ex insegnante e animalista che grazie alla militanza verde ha portato a casa un vitalizio prossimo ai 5.000 euro che gli ha già consentito di metter via un plusvalore di 574mila euro.

Segue Mauro Paissan che, oltre ad aver incassato quasi 700mila euro di assegni previdenziali avendo versato meno di 200mila euro di contributi, si è poi reimpiegato per diversi anni nell'Autorità garante per la privacy. È invece sparito dai radar Massimo Scalia, ricordato soprattutto per la presidenza della Commissione d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e per la battaglia che ha privato l'Italia dell'energia nucleare. Per lui la differenza tra versamenti previdenziali e vitalizio già incassato sfiora il mezzo milione. Appena sotto c'è Fulco Pratesi, il padre fondatore del Wwf che inciampò in un'intervista in cui raccontò di tirare un gran poco lo sciacquone pur di risparmiare l'acqua.

La Camera con lui è stata più generosa di quanto lui lo sia stato col bagno: con una sola legislatura all'attivo ha già incamerato uno spread di oltre 440.000 euro. Segue Carla Rocchi, un'altra animalista (è stata anche presidente della Protezione animali) che ha già accumulato 275.000 euro. Chiude Marco Boato, che in realtà con i Verdi ha una parentela piuttosto lasca, e invece si ricorda per la militanza garantista e per il record di discorso più lungo mai pronunciato a Montecitorio (oltre 18 ore). Rimasto fuori dai giochi, si consola con un vitalizio di quasi seimila euro, che gli ha già permesso di accumulare oltre 100mila euro di sbilancio.

Alla Camera, guardando tra i grandi vecchi, si trovano ben altri «tesoretti». Invidiabile quello di Marco Pannella, che in una vita di militanza, entrando e uscendo dal Parlamento, è arrivato ad accumulare un vitalizio da 6.000 euro con un attivo di oltre 2,5 milioni. Tra i suoi beneficiati c'è anche Ilona Staller, l'ex pornostar che, candidata dai Radicali, raccolse una pioggia di preferenze, risultando seconda solo allo storico leader. Varcò tra le polemiche la soglia di Montecitorio per uscirne dopo un solo mandato. Quanto basta per portare a casa un vitalizio da 2.232 euro.

Per il resto, sono i superstiti della Prima repubblica a spiccare nell'elenco di chi sta godendo di vitalizi d'oro da anni: tra i mister e le miss milione (inteso come milione di euro di spread tra il versato e il percepito) ci sono vecchie glorie come Tina Anselmi, Oscar Mammì, Filippo Maria Pandolfi, Guido Bodrato e Augusto Barbera.

Si allunga dunque la lista dei politici che intascano rendite da privilegio proprio mentre arriva il testo del decreto che restituirà solo spiccioli ai comuni pensionati cui era stata bloccata la rivalutazione dell'assegno. Sorpresa: la norma si affretta a includere tra i beneficiati dalla sentenza dalla Consulta anche i politici che percepiscono vitalizi. A fronte di questo vale poco la difesa d'ufficio che Renzi fa della Corte costituzionale («la rispettiamo»), mentre il ministro dell'Economia Padoan riapre il giallo sulla presunta difesa «moscia» della posizione del governo da parte dell'Avvocatura dello Stato: alla Corte «non era chiaro il costo della sentenza e non so chi avrebbe dovuto quantificarlo».

Intellettuali e magistrati. ​Ecco le pensioni "gratis"

Alessandro Sallusti - Ven, 22/05/2015 - 14:44

E l'Inps che spreme gli italiani riesce a buttare 250 milioni l'anno


Il dibattito, e le polemiche, sulla sentenza della Corte costituzionale che sblocca il congelamento degli scatti delle pensioni, deciso dal famigerato duo Monti-Fornero, stanno prendendo una brutta piega.Il governo Renzi è andato letteralmente nel pallone e già spuntano, per fare cassa, ipotesi inquietanti sul riassetto di tutto il settore.

Da un lato si andrebbero a toccare al ribasso diritti acquisiti, cioè calcoli in base ai quali un lavoratore negli anni scorsi decise di ritirarsi a riposo con il consenso dello Stato che si impegnò a corrispondere a vita il concordato. Dall'altro lato si immagina di concedere ai lavoratori in servizio un riposo anticipato rispetto alla severa legge Fornero in cambio di un taglio da strozzini alle pensioni (anche il 30 per cento del dovuto). Stanno cioè pensando il modo di sottrarre una montagna di euro alle famiglie (e di conseguenza ai consumi) per gettarli nel calderone tritatutto della spesa pubblica. Motivo? Salvare il governo, e quindi la legislatura, da una fine prematura causata dal non rispetto degli impegni sui conti presi con l'Europa.

In quattro anni di governi tecnici o di sinistra non eletti ma nominati, abbiamo subito prima la stangata con le tasse, poi l'assalto alla casa, ora il taglieggiamento delle pensioni. Renzi voleva rottamare la classe politica ma finisce per rottamare gli italiani, cosa facile perché già prima di lui non stavano tanto bene. E ha pure il coraggio di parlare di «privilegiati». No, caro presidente. Chi è ben pagato perché bravo nel suo lavoro, chi non ha dissipato i risparmi e li ha investiti nel mattone, chi dopo aver fatto l'una e l'altra cosa si gode un meritato e sereno riposo non è un «privilegiato» da spremere ma un bene da conservare a futura memoria, esempio per i giovani più efficace di mille discorsi e inutili leggi.

Cosa altra sono gli ex politici (tra i quali molti moralisti di sinistra) che con poche migliaia di euro di contributi e pochi mesi di lavoro - come stiamo documentando in questi giorni - hanno già intascato centinaia di migliaia di euro di vitalizi. Ecco, Renzi fa parte di quel mondo, non del nostro. Tanto è vero che un minuto prima di essere eletto presidente della Provincia di Firenze inscenò una finta assunzione nell'azienda del padre per farsi pagare - andando in aspettativa - i contributi pensionistici dallo Stato. Poi, colto in fallo etico, rinunciò. Ma adesso, per favore, non ci venga a parlare di sacrifici e di «privilegiati». Se non è capace di risolvere i problemi vada in pensione, ma alle condizioni che vuole imporre a noi.

Altri due italiani giocano a fare i "crocerossini"

Luigi Guelpa - Sab, 23/05/2015 - 08:38

Volevano portare medicine a Kobane. E se li avessero sequestrati, un altro riscatto?


Li hanno arrestati mercoledì notte al confine tra Siria e Turchia, mentre tentavano di rientrare nel territorio turco dopo aver portato aiuti alla popolazione della città di Kamishlié, capoluogo della comunità autonoma del Rojava.

Sono due attivisti di Torino, un ragazzo e una ragazza del centro sociale Gabrio, ma la loro vicenda non sembra avere attinenza con quella di Greta e Vanessa, sequestrare in Siria il 31 luglio scorso e liberate il 15 gennaio dopo il probabile e discusso pagamento di un riscatto milionario. I due giovani in queste ore sono stati interrogati e rimangono a disposizione delle autorità turche. Anche la Farnesina si sta occupando del loro rilascio.

Gli arrestati facevano parte di un gruppo di nove attivisti che nelle scorse settimane, anche attraverso una sottoscrizione tra giovani dei centri sociali torinesi, avevano messo a punto il progetto «Carovana per Rojava», con l'intento di portare sostegno a Kobane e alle zone limitrofe martoriate dal recente dominio degli uomini del Califfato. I nove volontari, partiti da Torino il 13 maggio, avevano consegnato alla popolazione 55 chili di farmaci e 8mila euro per la ricostruzione dell'ospedale della città, il cui progetto era stato presentato anche su alcuni social network . Sempre sui social era apparso un diario quotidiano dei loro incontri con la popolazione locale.

Diario che si interrompe con l'arresto di mercoledì sera. L'intera operazione umanitaria era però avvenuta illegalmente, poiché la Turchia, a causa del conflitto con Isis, non consente il passaggio del confine a personale non autorizzato e quelli della «Carovana» non avevano ottenuto alcun nullaosta dalle autorità di Istanbul per entrare in una zona così calda. Per aggirare l'ostacolo i ragazzi del Gabrio si erano divisi in due gruppi: sei erano entrati dalla Turchia, mentre gli altri tre avevano tentato di raggiungere il territorio di guerra dal confine con l'Irak, ma erano stati respinti dalla polizia locale a pochi passi dal confine.

I due attivisti arrestati, aiutati da alcuni abitanti dei villaggi che sorgono a ridosso di Kobane, hanno provato a tagliare il filo spinato che delimita il confine tra le due zone del Kurdistan: la comunità autonoma del Rojava appunto, di recente sottratta dai Pashmerga al dominio Isis, e il Bakur, territorio curdo controllato dai turchi. Il loro tentativo è stato interrotto dall'intervento della gendarmeria turca che avrebbe anche esploso alcuni colpi d'arma da fuoco e picchiato, almeno da quanto affermato dal gruppo «Gabrio», i curdi che avevano fiancheggiato la loro operazione. Gli attivisti sono stati quindi condotti nella caserma di frontiera a Suruc, dove hanno trascorso la prima notte.

Venerdì invece sono stati spostati nella città di Urfa dove, almeno secondo quanto emerge da fonti vicine a «Carovana per Rojava», dovrebbero presentarsi lunedì davanti al tribunale per essere espulsi dalla Turchia, anche se sul loro capo pende l'imputazione di immigrazione clandestina. Dal centro sociale Gabrio di Torino uno degli organizzatori della missione, in contatto con il legale che da Urfa si occupa della liberazione dei due attivisti, parla della vicenda con moderato ottimismo. «Siamo riusciti a parlare con entrambi, poche parole, ma importanti. Sono tranquilli, hanno capito in quale situazione si trovano e non vedono l'ora di tornare a casa. Nella peggiore delle ipotesi verranno rilasciati martedì».

Papponi del vitalizio, un milione di euro a due radicali per un'ora alla Camera

Libero

cd
Nessuno è riuscito ad arrivare al loro record assoluto. Un giorno solo in Parlamento, e ora già un milione tondo in tasca. Ci sono riusciti due ex deputati radicali: lo storico Pietro Craveri e l’avvocato Luca Boneschi, che a Palazzo ci sono passati come i turisti durante le visite, ma per quell’occhiata data appena a quello che avrebbe potuto essere - e non fu - il loro luogo di lavoro, si sono conquistati grazie alle regole generose dell’epoca il vitalizio per il resto dei loro giorni. Per Craveri un assegno da 2.159 euro al mese, per Boneschi un assegno da 2.204 euro mensili.

Il professore si è guadagnato fin qui rispetto ai contributi versati 509mila euro. L’avvocato 495mila euro. In due fanno appunto un milione di euro. E non sono manco soli, perché anche un altro radicale doc come Angelo Pezzana è riuscito a portare a casa un guadagno di 588 mila euro rispetto ai contributi versati per essere stato deputato esclusivamente dal 6 al 14 febbraio del 1979. La breve esperienza fu dovuta alle regole dei radicali, che talvolta diventavano quasi imposizione.

Marco Pannella e i vertici del partito avevano scelto di ruotare i loro eletti (lo stesso leader si dimise più volte dopo poco tempo) per dare più spazio possibile in Parlamento ad altri. Ma quella rotazione aveva le sue regole, e talvolta capitava che il primo dei non eletti non fosse il prescelto: gli si chiedeva con insistenza di lasciare subito il posto libero a chi immediatamente seguiva in lista. Fu grazie a uno dei tre ad esempio che divenne per la prima volta parlamentare Peppino Calderisi, che poi avrebbe attraversato la seconda Repubblica con ruoli di primo piano all’interno del centrodestra italiano.

Fu Italia Oggi a scoprire nel 2007 il caso dei radicali per un giorno che avevano maturato il diritto al vitalizio per tutta la vita. Negli anni Settanta e Ottanta non c’erano regole infatti per maturare la pensione da parlamentare: bastava essere semplicemente eletti per un giorno. Poi, una volta terminato il mandato, gli uffici amministrativi di Camera e Senato scrivevano all’ex facendogli presente che a quel punto avevano maturato il diritto al vitalizio, però era necessario versare l’equivalente di 60.402 euro odierni di contributi per renderlo effettivo.

L’offerta era generosa, perché le Camere concedevano 60 rate per saldare il dovuto. Esattamente come se si fosse restati in Parlamento tutta la legislatura. I tre accettarono, versarono e maturarono il diritto al vitalizio. Quando nel 2007 Italia Oggi scoprì che tutti e tre stavano percependo quel vitalizio, esplose il caso e Marco Pannella fece lo gnorri. Scrisse al quotidiano di non avere mai saputo nulla di quei vitalizi radicali, e che avrebbe preso informazioni dai diretti interessati.

Ammise però la stranezza del caso e in tempi in cui gli elettori non erano troppo teneri con la casta, disse che la campagna contro gli sprechi della politica era "sacrosanta". I diretti interessati reagirono in modi diversi.Boneschi ammise di avere perso tanti di quei soldi difendendo gratuitamente i radicali e i familiari di Giorgiana Masi in molti processi, e di avere considerato quel vitalizio come una sorta di risarcimento. Bel risarcimento, niente da dire, per un’ora scarsa passata alla Camera dei deputati.

Anche Craveri ammise la debolezza allargando le braccia «Era un diritto, e non siamo santi...». Pezzana invece la prese male, disse di avere la coscienza a posto e di avere scoperto subito che la politica non faceva per lui. Un tipo veloce di comprendonio, perchè gli bastò poco più di una settimana per dimettersi e conquistare da allora ad oggi quel guadagno di 588 mila euro grazie al vitalizio parlamentare. Che poi la politica gli fosse indigesta, è vero fino a un certo punto: fu eletto in consiglio Regionale del Piemonte nel 1985, e vi rimase fino al 1990.

Conquistando un secondo vitalizio che gli viene puntualmente erogato: 2269,36 euro al mese.
Nell’elenco odierno dei grandi guadagni dei vitalizi si trovano anche altri parlamentari di spicco, come la pasionaria della sinistra Luciana Castellina, nata nel Pdup e poi approdata a Rifondazione comunista, che ha già guadagnato rispetto ai contributi versati 633 mila euro. Meglio di lei ha fatto un ex generale, sempre presente in tutte le vicende politico-militari come Falco Accame, che fu parlamentare del Psi per due legislature: il suo guadagno sui contributi versati si avvicina al milione di euro.

Cifra appena inferiore quella ottenuta finora (934 mila euro) da Giovanni Prandini, il dc bresciano poi divenuto suo malgrado fra i principali protagonisti di Tangentopoli. Ora è a rischio revoca del vitalizio secondo le nuove norme sui condannati, e siccome dovrebbero toglierlo a luglio, rischia di non arrivare all’ambita quota del milione di euro di guadagno. Altri due socialisti in lista, come il torinese Giusy La Ganga (433 mila euro di guadagno fino ad oggi) e l’ambasciatore di Bettino Craxi in Vaticano, Gennaro Acquaviva, che ha già messo da parte 652 mila euro più dei contributi versati.

Oltre ad Accame anche un altro militare popolare che si è dato alla politica: il generale Franco Angioni, eroe del Libano all’epoca di Sandro Pertini presidente. In politica ci è arrivato tardi, ma con il vitalizio riesce già a guadagnare 154 mila euro più dei contributi versati.

Franco Bechis
@francobechis

Ruspe del Pd contro i campi rom per far posto alla Festa dell'Unità

Francesco Curridori - Ven, 22/05/2015 - 15:33

Nella Capitale va in scena la doppia morale del Pd romano che sgombera i campi abusivi a suo uso e consumo

Il Pd sgombera i rom. Succede a Roma in zona Montesacro al Parco delle Valli dove esiste un campo rom nei pressi della stazione ferroviaria metropolitana di Val d’Ala.
cd
Il Pd romano, attualmente commissariato e guidato dal presidente nazionale Matteo Orfini, ha deciso di tenere in quel parco la Festa dell’Unità 2015. Come racconta la cronaca di Roma del Messaggero al presidente del municipio di Montesacro, Paolo Marchionne, è stato assicurato che in breve tempo l’insediamento abusivo di un centinaio di rom sarà sgombrato mettendo in azione le tanto vituperate ruspe. Si useranno le stesse ruspe per le quali il segretario della Lega Matteo Salvini è stato così duramente attaccato in questi ultimi mesi? Il mini-sindaco Marchionne (ovviamente del Pd) sottolinea che “L’intervento però era stato già programmato lo scorso aprile prima dell’annuncio dell’evento” e che “si tratta di un piccolo villaggio spontaneo di cento persone: molte donne e bambini che fino a poco fa vivevano direttamente qui”.

Per una volta, anche i residenti sembrano sollevati dalla scelta del Pd romano di tornare in periferia così almeno “magari metteranno a posto il parco” che risulta alquanto trascurato e degradato. A “rovinare la festa” però non c’è solo la doppia morale del partito di governo della Capitale e della nazione, ma anche il fatto che proprio il presidente del municipio avesse deliberato che quello spazio, il Parco delle Valli, questa estate sarebbe stato la cornice per gli eventi dell’estate romana. Se a questo si aggiunge la delibera del sindaco Marino che impedisce di fumarsi le sigarette nei parchi, i militanti dem si trovano davanti a dei veri “guastafesta”. Ormai, però, pare che nulla possa fermarli e che tutto, dai rom alle delibere, verrà stravolto a uso e consumo del Pd capitolino che ha anche notevolmente faticato per trovare quest’area.

Il primo campo profughi per italiani senza casa

Giuseppe De Lorenzo - Ven, 22/05/2015 - 12:22

La protesta di 50 famiglie romane. Nella ex scuola alla periferia nord della capitale saranno ospitati 100 migranti. E agli italiani non resta che accamparsi

E' il primo campo profughi per cittadini italiani, in Italia. Il cartello all'ingresso dell'accampamento di circa 50 famiglie romane racconta una storia di italiani in difficoltà che si vedono scavalcati dai migranti.



A Casale San Nicola, periferia nord di Roma, sono giorni che donne, anziani e bambini dormono in tende per chiedere al Comune e al sindaco Ignazio Marino di destinare l'ex scuola privata Socrate a loro e non ai migranti che a breve arriveranno. "Questa è una vera e propria emergenza", ha detto Alfredo Iorio, il leader del movimento "Nessuno tocchi il mio popolo" che rivendica l'utilizzo dello stabile per le famiglie bisognose romane. Prima che per i migranti.

"Attualmente vaghiamo ospiti a casa di amici o parenti, tante sere ci siamo ritrovati a dormire in macchina. Questa – raccontano a romatoday.it – è una condizione che ti toglie la dignità ma allo stesso tempo di dà la forza per trascorrere la notte in tenda, al freddo, in questo presidio in mezzo al nulla. Vorremmo tanto quella casa popolare che ci spetta“. Invece non l'avranno, probabilmente. Perchè la decisione di destinare il casale ai richiedenti asilo è ormai stata presa. E anche i lavori di adeguamento della struttura vanno avanti, dopo le denunce del Comitato che ne avevano evidenziato le lacune strutturali.

Così hanno preso le loro tende e hanno creato il primo campo profughi per italiani. Sembra uno scherzo, ma non lo è. Anche Fratelli d'Italia si è associata alla protesta, con il capogruppo alla Camera Fabio Rampelli che è sceso in strada con i cittadini romani. Secondo l'onorevole, il luogo non sarebbe idoneo anche per un motivo di numeri: "Altera l'equilibrio del quartiere - ha detto- qui ci abitano poche centinaia di persone, circa 250 famiglie in tutto il comprensorio, è quindi troppo piccolo per ospitare cento immigrati. Non può esserci capacità di assorbimento".

Ma in fondo, la domanda che si pone chi da lunedì tutte le mattine si risveglia sotto una tenda è semplice e lineare: "Questo è un casale che potrebbe ospitarci tranquillamente, non capiamo però perché prima di noi vengano i profughi“. Domanda legittima.

Schedature, fughe ed espulsioni. Ecco cosa succede dopo gli sbarchi

La Stampa
grazia longo

Centinaia di migranti cercano di raggiungere ogni giorno l’Italia. Chi ci riesce deve passare attraverso una lunga serie di controlli, ma pochi vengono rimpatriati

cd
Quando scatta il decreto di espulsione? E nei confronti di chi?
Vengono espulsi gli stranieri che non hanno un regolare visto di ingresso o un permesso di soggiorno. Sono ritenuti clandestini gli stranieri entrati in Italia senza regolare visto d’ingresso. Mentre sono considerati irregolari gli stranieri che hanno perso i requisiti necessari per la permanenza sul territorio nazionale (per esempio il permesso di soggiorno scaduto e non rinnovato), di cui erano però in possesso all’ingresso in Italia. Il decreto di espulsione scatta quando si scopre che gli stranieri sono clandestini non richiedenti asilo: non manifestano cioè l’esigenza di una protezione internazionale.

In che modo vengono individuati e schedati i clandestini?
Quasi tutti arrivano sulle coste italiane viaggiando sui barconi, le cosiddette carrette del mare. Una volta soccorsi e trasferiti sui mezzi della Marina militare e Guardia Costiera, i clandestini vengono sottoposti a un primo screening sanitario. Il secondo li aspetta al momento dello sbarco, quando hanno inizio anche le operazioni di identificazione. Fotosegnalazioni e impronte digitali vengono spediti al presunto Paese d’origine dichiarato dal clandestino per poter avere dati certi sull’identità del migrante.

Come scatta il decreto di espulsione?
Attraverso il decreto firmato dal Prefetto. «A questo documento segue il decreto di trattenimento e ordine del Questore per il trasferimento nei Cie - spiega il responsabile dell’ufficio immigrazione della Questura di Roma, Fabrizio Mancini -. Perché per essere espulso il clandestino ha bisogno del passaporto o di un documento di identità equipollente. Nell’attesa di ottenerlo, viene sistemato nei «Centri identificazione espulsione». Il decreto di espulsione, quindi, scatta solo se si è ricostruita l’identità del clandestino, che altrimenti rimane dentro il Cie.

Quali sono i tempi di permanenza nei Cie?
La legge prevede che un immigrato debba rimanere all’interno del Cie fino a quando non si sia risalito alla sua identità. Un procedimento in realtà molto difficile, spesso impossibile. I termini di legge sono 90 giorni, dopo di che il clandestino, anche se non è in possesso del passaporto, deve uscire dal Cie. A questo punto gli viene intimato di abbandonare il territorio italiano entro 7 giorni.

Il termine dell’abbandono del nostro Paese viene rispettato?
Raramente. Spesso i clandestini vengono, dopo qualche periodo, nuovamente scoperti nel nostro Paese senza documenti. Per loro scatta una seconda volta il ricovero nei Cie nella speranza che si possa finalmente procedere alla loro identificazione. Molti, invece, abbandonano l’Italia non per rimpatriare, ma per recarsi in altri Paesi dell’Unione europea come Svezia, Francia, Germania.

Il decreto di espulsione viene dunque applicato poco?
Sì, rispetto al numero dei clandestini. «A Roma, per esempio - precisa ancora il dirigente dell’immigrazione Mancini - lo scorso anno abbiamo registrato circa 4500 immigrati di cui è stato effettivamente espulso, rimpatriato, solo il 25%».

Il maggiore ostacolo all’espulsione è la difficoltà a identificare i clandestini?
Proprio così. Con alcuni Paesi c’è collaborazione - Nigeria, Gabon, Tunisia, Egitto, Algeria - per ottenere la documentazione necessaria, ma se nessuno li riconosce i migranti non possono essere espulsi.

Smartphone, la spia è nell’app

La Stampa
federico guerrini

Le agenzie di intelligence di Canada, Usa, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda avrebbero sfruttato dei bug nelle applicazioni per controllare le comunicazioni degli utenti

cd
Il libro nero sulla sorveglianza elettronica su cittadini inconsapevoli da parte delle agenzie di intelligence, si arricchisce di nuovi capitoli. La fonte? Sempre quella: i documenti trafugati dall’ex analista Edward Snowden, oggi in mano a testate specializzate che via via pubblicano materiali inediti. 

Gli ultimi, messi online dal sito The Intercept, assieme all’emittente canadese Cbc News, raccontano di come gli spioni di Canada, Usa, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda – che assieme formano il gruppo dei “Five Eyes” - abbiano messo nel mirino ormai da diversi anni il mondo delle applicazioni per cellulare, per scovare delle vulnerabilità che consentissero loro di monitorare le comunicazioni degli utenti. 

Riuscendo, in larga misura, nel loro intento. Due i principali bersagli dei servizi segreti: i server verso cui i navigatori vengono convogliati, ogni volta che partendo da un negozio online di Google o Samsung cercando di installare un’applicazione sul telefonino, e un browser per cellulari, UC Browser, poco noto in Occidente, ma usato da centinaia di milioni di persone in India e Cina. 
L’accordo

Il patto, fra le agenzie che fanno parte dei “five eyes”, è quello di non spiare i rispettivi cittadini. Per tutti gli altri, invece, è caccia libera. Ecco quindi, secondo una presentazione fornita da Snowden (facente riferimento a due workshop realizzati nel 2011 e 2012), l’attacco a server per mobile collocati in Francia, Svizzera, Russia, Cuba, Marocco, Olanda e le Bahamas e in alcune nazioni africane. Snodi cruciali del traffico da cellulare, dove si collegano milioni di cittadini ogni volta che cercano di installare qualcosa partendo da Google Play o dal Samsung Store. 

Sembra che all’origine di tale attività di spionaggio vi fosse la preoccupazione delle agenzie di poter prevedere una nuova Primavera Araba, dato che le rivolte nei Paesi del Maghreb avevano colto la maggior parte degli analisti impreparati. A giudicare dai documenti di Snowden, gli 007 si aspettavano possibili sorprese in Senegal, Sudan, Congo, dato che è su di essi che si concentrava la maggior parte della sorveglianza. 

L’obiettivo era (o è, dato che è possibile che l’attività di monitoraggio sia ancora in corso) duplice. Su un piano generale, penetrando in tali server i servizi segreti possono avere accesso a informazioni sui dispositivi degli utenti e sulle loro abitudini di navigazione. Successivamente, tali siti possono essere usati come testa di ponte per infettare con dei programmi malevoli molto sofisticati i cellulari che vi si collegano. 

Navigare controllati
Ancora più preoccupante, per la privacy dei cittadini coinvolti, è il programma di sfruttamento delle vulnerabilità di un browser per cellulare popolarissimo in Asia. UC browser, che appartiene al gigante Alibaba, secondo le ultime statistiche conta più di mezzo miliardo di utenti. Del tutto ignari che l’applicazione da loro installata lascia trapelare ogni genere di informazione sensibile sul loro conto, inviando su canali non criptati dati relativi ai numeri telefonici custoditi in rubrica e nella Sim, alle ricerche Internet fatte dagli utenti, e i numeri identificativi del telefonino, utili per tracciare l’attività degli utenti e costruire profili personali sempre più dettagliati. Gli analisti avrebbero anche scoperto che il browser veniva adoperato da altri servizi segreti come canale segreto di comunicazione riguardante le loro attività in Occidente.

Le reazioni
Il Citizen Lab di Toronto, un’associazione per i diritti umani e le libertà digitali, ha avvisato a metà aprile Alibaba dei problemi di sicurezza relativi a UC Browser, e l’azienda cinese ha rilasciato un aggiornamento di sicurezza che però, secondo gli attivisti, elimina solo in parte le vulnerabilità.
Le rivelazioni di The Intercept e Cbc News hanno innescato il consueto codazzo di polemiche. Anche se le agenzie di intelligence potrebbero affermare di stare semplicemente facendo il proprio lavoro, che è quello di spiare, resta il fatto che le falle da loro scoperte – e non denunciate – potrebbero essere usate anche da cyber criminali, e che il monitoraggio “a strascico”, indiscriminato, porta a creare dossier dettagliatissimi su cittadini la cui unica colpa è quella di navigare su Internet. 

Perchè l’Isis distrugge i tesori dell’arte

La Stampa
mimmo càndito

Le mazze e i bulldozer della furia iconoclasta sono lo strumento per dar concretezza al dovere della cancellazione del tempo invocata da Al Baghdadi

cd
Ma perchè Palmira, ora, e Ninive e il regno di Nimrod, prima? Perché quella furia cieca, quelle mazze e quei bulldozer, che distruggono colonnati sottili, sculture purissime, statue, vasi, anfore, che pure erano sopravvissuti alle erosioni di secoli e di millenni? Perché?

Sotto la pressione delle cronache drammatiche che arrivano dalle terre conquistate dai miliziani dell’Isis, due studiosi dell’antichità, Franco Cardini (“La Stampa”) e Luciano Canfora (“Corriere della Sera”), in questi giorni di amarezza hanno ricordato il valore di quelle straordinarie testimonianze di civiltà che hanno fatto la storia dell’umanità; con un racconto affascinante, hanno ricostruito un tempo fuori dal tempo, le guerre che l’attraversavano, i commerci tra le genti, le carovane, le imprese di re e di imperi che dominavano la vita di popoli perduti in un passato lontano. Ma perché, ora, quelle mazze e quei bulldozer?

Lo stupore, lo sconcerto, che accompagnano la nostra reazione a quella furia cieca, non riescono a trovare spiegazioni che ce ne facciano comprendere le ragioni, e parliamo, sconsolati, di “barbarie”, non sapendo come definire altrimenti quanto sta accadendo nei deserti antichi del Medio Oriente, tra Siria e Iraq. E’ certamente una barbarie, una distruzione che pare ignorare qualsiasi valore culturale, e però egualmente ragioni ci sono, anzitutto nella storia dell’islam e nel fanatismo con il quale lo praticano i miliziani dell’Isis.

Il manifesto di Abu Bakr al-Baghdadi, che un anno fa proclamava la nascita del Califfato, richiamava un tempo nel quale – prima dell’arrivo di Maometto - «gli arabi vivevano nell’ignoranza profonda e in una cieca perdizione» sintetizzate nella parola coranica “jahiliyya”. Nel manifesto veniva riproposta una cesura netta, un “prima” e un “dopo” di due mondi distinti, divisi dall’annuncio del Profeta: prima c’era «l’umiliazione e la povertà», dopo ci sono state «potenza e ricchezza». Con l’annuncio del Profeta, gli arabi «hanno abbandonato il richiamo del jahiliyya e hanno alzato la bandiera di Dio, Allah, che così ne ha fatto i re della Terra e i padroni del Mondo».

Quella parola del Corano, jahiliyya, «è difficilmente traducibile nelle lingue occidentali», spiega il sociologo italo-algerino Khaled Fouad Allam, «ma comunque può essere intesa come ignoranza o mondo del negativo, perfino come mondo delle tenebre». Se si ricordano le prime parole del Libro della Genesi, «la terra era informe e deserta e le tenebre coprivano l’abisso», non soltanto si ritrovano significative similitudini tra il Libro dell’Islam e il Libro del Cristianesimo, ma si trova comunque ancora una volta la linea netta di separazione tra un prima e un dopo, linea che, nella Genesi, sta nella frase “Dio disse: Sia la luce! E la luce fu”.

Però lo stacco, la rottura delle similitudini, si consumano quando nella prassi musulmana la distinzione tra il prima e il dopo diventa il dovere rituale di cancellare qualsiasi traccia del “prima”, cioè del tempo delle «tribù che subivano umiliazione e povertà» e piegavano al politeismo la loro tensione di fede. «Quando Dio, Allah, ha dato a loro il beneficio dell’islam», il suo messaggio li ha resi potenti, perchè essi riconoscevano, riconoscono, che «non c’è altro Dio al di fuori di Dio». Il jihad (l’impegno individuale e la scelta della guerra) è dunque l’esercizio con cui si compie la realizzazione della fede, e tutto ciò che può comunque ricordare il “prima”, la “ignoranza” che precede la Rivelazione di Allah a Maometto, va cancellato perchè è una offesa alla Rivelazione, oltre che la memoria di un tempo che Allah ha condannato con la sua parola.

Le mazze e i bulldozer della furia iconoclasta sono lo strumento per dar concretezza al dovere della cancellazione del tempo di jahiliyya, all’interno del disegno politico/religioso di Al Baghdadi di rifondare una prassi dell’islam segnata da un rigido ritorno alla purezza e alla intransigenza d’un passato immobile, fuori dal corso del tempo. E accanto a questo, naturalmente, opera anche il sapiente utilizzo d’una comunicazione mediatica che l’Is ha mostrato di manovrare con una raffinata consapevolezza del ruolo determinante che oggi essa ha nella costruzione dell’immaginario popolare.

Come i video diffusi in rete sulla decapitazione dei prigionieri, e l’orrore e l’angoscia che quelle immagini mesi fa anno prodotto in ogni angolo del mondo scatenando una psicosi che l’identità “reale” del’Isis mai avrebbe potuto ottenere con la sola forza delle sue conquiste militari, allo stesso modo la “incomprensibile” iconoclastia delle mazze e dei bulldozer provoca oggi una diffusa ondata di indignazione che fissa ulteriormente l’Is nel profilo d’un potere assoluto, radicale, insensibile a qualsiasi contaminazione con il nostro mondo e il nostro tempo.

La “barbarie” che noi non comprendiamo e condanniamo è, in realtà, una strumentazione sofisticata del messaggio politico che il “Califfato” lancia nel tempo del villaggio mediatico globale, segnalando - ai fedeli dell’islam - la volontà di dare corpo reale alla ricostituzione del regno della purezza delle origini e – al mondo – l’assoluta indifferenza, a qualsiasi costo, verso tutto ciò che possa inquinare quel progetto. 

Delphine, la cagnolina cieca legata a una pila di mattoni

La Stampa
giulia merlo

cd
I soccorritori la hanno trovata con un cordone di nylon al collo, legata ad un cumulo di mattoni. Adesso Delphine - come la hanno ribattezzata - è accudita amorevolmente dal Leybourne Animal Centre e gli investigatori stanno cercando il padrone che la ha abbandonata in queste condizioni.

La cagnolina è stata abbandonata senza acqua, cibo o un rifugio. «Quando la ho presa in braccio era terrorizzata. Non so come si possa abbandonare un cane cieco, solo e impaurito. Queste persone non meritano di avere animali», ha commentato l’ispettrice Tina Nash, che la ha trovata.

Delphine deve ancora superare il trauma dell’abbandono, e tornare alla normalità per lei è ancora più difficile.«E’ cieca e per questo fa più fatica ad abituarsi al nuovo ambiente che la circonda. Però sta lentamente cominciando a uscire dal guscio», ha commentato Angelina Allingham, che lavora al centro di soccorso per gli animali.

La cagnolina è ancora debole e disorientata, per questo lo staff la porta in giro tenendola in braccio, cercando di introdurla gradualmente alla sua nuova sistemazione. «Teniamo le dita incrociate e speriamo che trovi presto una casa e dei padroni amorevoli».


Il legame che lega uomini e cani è più antico del previsto
La Stampa


cd
Il cane è il miglior amico dell’uomo da un tempo molto più lungo di quanto si credesse, compreso fra 27.000 e 40.000 anni fa. Lo dimostra la scoperta dell’ultimo antenato di lupi e cani, vissuto in Siberia 35.000 anni fa. Finora si riteneva invece che i cani si fossero differenziati dai lupi 16.000 anni fa, dopo l’ultima era glaciale. Pubblicata sulla rivista Current Biology, la scoperta si deve al gruppo coordinato da Pontus Skoglund, dell’università americana di Harvard. 

L’antenato condivide un numero elevato di geni con i moderni Husky siberiani e i cani da slitta della Groenlandia. «I cani possono essere stati addomesticati molto tempo prima di quanto immaginato finora» dice Love Dale’n del Museo Svedese di Storia Naturale, che ha partecipato allo studio.
I ricercatori hanno scoperto i resti dell’antenato comune di lupi e cani, chiamato lupo di Taimyr, nel nord della Siberia. Grazie all’analisi del Dna è stata stabilita la parentela con il miglior amico dell’uomo, mentre la datazione al radiocarbonio ha permesso di stabilire l’epoca in cui è vissuto l’animale.

Per Skoglund, il Dna fornisce la prova diretta che «l’Husky siberiano discende da un lupo che vagava Siberia settentrionale 35.000 anni fa». Questo lupo, aggiunge, visse solo poche migliaia di anni dopo che i Neanderthal scomparvero dall’Europa e l’uomo moderno cominciò a espandersi in Europa e Asia.

twitter@fulviocerutti

Waterloo, bicentenario della discordia: la Francia lo ignora, gli altri lo celebrano

La Stampa
alberto mattioli

La battaglia in cui venne sconfitto Napoleone è una ferita ancora aperta per Parigi. Che potrebbe non inviare nessuna autorità all’anniversario del 18 giugno

cd
Niente da fare: dopo due secoli, i francesi devono ancora metabolizzare Waterloo. La sconfitta di Napoleone resta un trauma nazionale per un Paese che ricorda la sua storia come se fosse perennemente sdraiato sul lettino dello psicanalista: in attesa di rimuoverlo, meglio ignorarlo.

LO “STRANO” BICENTENARIO
Lì, nel villaggio più famoso del Belgio che ormai è diventato un sobborgo di Bruxelles, fervono i preparativi per il bicentenario, il 18 giugno prossimo, della giornata dove «la prospettiva del genere umano ha cambiato» (secondo Victor Hugo nei «Misérables». Però anche lui spiegò la défaite inventandosi un fossato traditore dove sarebbe andata a seppellirsi la cavalleria francese, che non c’è e non c’è mai stato...). E si segnala una grande assenza: quella della Francia. Ancora non si sa se qualche autorità francese interverrà alle celebrazioni insieme ai rappresentanti delle famiglie reali di Gran Bretagna, Belgio e Paesi Bassi e al discendente del Duca di Wellington. Incredibile ma vero, il Quay d’Orsay, interpellato dal «Figaro» finge di non sapere: «Il bicentenario... Che data è?». E pare che alla fine la Francia sarà rappresentata dal solo ambasciatore a Bruxelles, un po’ pochino.

LA MONETA DELLA DISCORDIA
Nel frattempo si è saputo che la diplomazia francese è intervenuta sul governo belga per indurlo a desistere dal progetto di effigiare su un lato di una nuova moneta da 2 euro la «Butte du Lion», la collina artificiale sormontata da un leone di pietra elevata sul campo di battaglia nel luogo dove fu ferito il Principe d’Orange (e, fra parentesi, maledetta da tutti gli storici militari del mondo, perché lo scavo ha alterato la topografia del luogo).

Da Parigi si è fatto sapere a Bruxelles che «la circolazione di monete che portano dei simboli negativi per una frazione della popolazione europea ci sembra pregiudiziale», e allora il ministero belga delle Finanze ha deciso che la moneta di Waterloo sarà da 5 euro, destinata solo ai collezionisti (altra parentesi: anche per i belgi Waterloo è una giornata strana, perché una parte di loro combatté con i francesi e un’altra parte nell’esercito olandese inserito in quello «britannico» di Wellington dove poi i britannici veri erano sì e no un terzo. Però dopo le celebrazioni si calcola che i visitatori del sito di Waterloo passeranno dagli attuali 180 mila a 500 mila all’anno, quindi l’affarone c’è).

RIEVOCAZIONE “DI PARTE”
I francesi saranno pochissimo rappresentati anche fra gli appassionati che, in divisa d’epoca, il 18 giugno ricombatteranno la battaglia. Sono attesi 5 mila figuranti con trecento cavalli, cento cannoni e due tonnellate e mezza di polvere: uno spettacolo, anche perché le uniformi saranno nuove, lucidissime e coloratissime, e invece i disgraziati che a Waterloo combatterono davvero venivano da due giorni di pioggia ininterrotta, avevano dormito nel fango e sembravano quindi delle armate di straccioni.

Bene: pare che i francesi siano meno del 5 per cento dei partecipanti, quindi la Grande Armée sarà formata soprattutto da stranieri. Intanto sempre il «Figaro» lancia l’allarme perché gli inglesi si stanno comprando, pezzo dopo pezzo, il campo di battaglia. In particolare, si sono pappati il castello di Hougoumont e ne hanno fatto un memoriale alla British Army, con i rappresentanti francesi nel Comitato scientifico che lanciano l’allarme su una visione «di parte» della battaglia, che poi in realtà fu vinta soprattutto dai prussiani, i grandi dimenticati. 

PARIGI “CANCELLA” WATERLOO
Siamo sempre lì: per la piccola Francia di oggi, la grandeur napoleonica è un problema. Napoleone rappresenta, insieme, la gloria militare e il militarismo, il Codice Civile e il ristabilimento della schiavitù nelle colonie, l’esportazione della Rivoluzione e il suo tradimento, l’amministrazione moderna e il dispotismo, una lunga serie di vittorie e la sconfitta finale. Non potendo risolvere le contraddizioni, meglio ignorarle. Waterloo, cos’è Waterloo?

Dimenticare l’11 settembre passeggiando su New York a 541 metri di altezza

La Stampa
paolo mastrolilli

Venerdì apre l’osservatorio della Freedom Tower nata sulle ceneri di Ground Zero: ecco cosa si prova

cd
Dimenticare l’11 settembre. Nessuno lo dice ufficialmente, ma è chiaro che questa è la missione di chi ha immaginato l’Observatory in cima al nuovo grattacielo di Ground Zero, che da venerdì prossimo aprirà al pubblico. Andare avanti, superare il dolore del passato, e tornare finalmente a concentrarsi sulle promesse del futuro, come hanno sempre fatto New York e l’America. Entri da una scala mobile che porta nelle viscere di One World Trade Center, chiamata anche Freedom Tower, fortezza alta 1.776 piedi (541 metri) che ha preso il posto delle Torri Gemelle, per passare tra le rocce vecchie di 450 milioni di anni su cui si poggiano le fondamenta.

Si aprono le porte dell’ascensore, ed è già spettacolo, come vivere un videogioco di Disney World. L’«elevator» infatti sale al 102° piano in 47 secondi, e durante l’ascesa si vede sulle pareti il filmato di New York che cambia nel corso degli anni, da quando qui sotto c’erano solo i prati, fino ad oggi. Si notano gli edifici che cambiano, vengono abbattuti, crescono. Si vedono le Torri Gemelle, e poi si vedono sparire. Questo è l’unico riferimento alla tragedia dell’11 settembre 2001, perché «qui fuori ci sono già il memorial e le due fontane con i nomi delle vittime. Dentro volevamo invece celebrare la ricostruzione della città, di cui siamo orgogliosi», spiegano i gestori di One World.

Lo spettacolo a 360 gradi
Una volta arrivati in cima, lo spettacolo è meglio di un film. La vista spazia a 360 gradi: si parte dal ponte Verrazzano, Staten Island, la Statua della Libertà ed Ellis Island, la costa del New Jersey fino a Princeton, le navi che solcano l’acqua dell’Hudson River, il George Washington Bridge in lontananza, i simboli di Midtown come l’Empire e il Chrysler, il palazzo di Vetro dell’Onu, il Queens e Brooklyn fino alla spiaggia di Coney Island, il Ponte di Brooklyn e Wall Street. C’è anche una grata dove puoi vedere in diretta le immagini del traffico sotto i tuoi piedi, come se stessi camminando sopra un vetro sospeso in cima all’ultimo piano.

E poi uno strano attrezzo digitale, che consente con un semplice movimento del braccio di scorrere tutte le attrazioni disponibili a New York. Mentre combattiamo le vertigini, affacciati sulla vetrata, fuori programma arriva una pattuglia di aerei militari. Sono i caccia dei Thunderbirds, lo squadrone acrobatico della United States Air Force, passati a dare un saluto. Il pensiero, inevitabile, va a quel giorno in cui gli aerei di linea dirottati da Al Qaeda puntarono contro le Torri Gemelle; va alle persone disperate, che per sfuggire alle fiamme osservarono per l’ultima volta questa stessa vista mentre si lanciavano nel vuoto.

Oltre la tragedia
È giusto andare oltre quella tragedia, ma è anche impossibile. Ti senti indifeso, pure se dicono che la nuova fortezza è a prova di aereo. Perciò stona assai il prezzo per salire quassù: 32 dollari a persona. I gestori dicono che si tratta di una cifra in linea con quella degli altri grattacieli, tipo l’Empire, ma il punto sta proprio qui: One World non è un grattacielo come gli altri. Per quanto si voglia guardare al futuro, molti visitatori verranno qui anche per ricordare il passato, e magari rendere omaggio alle vittime. Dare anche lontanamente l’impressione che si cerchi di speculare su questo sentimento ferisce. Il ritorno a terra è spettacolare quanto la salita.

Sulle pareti dell’ascensore, stavolta, scorrono le immagini che uno vedrebbe se stesse scendendo a bordo di un elicottero, vorticosamente lanciato verso la strada attraverso i grattacieli vicini. Quando esci hai l’impressione di aver visitato un videogioco, ma invece è tutto vero. Compreso il groppo alla gola.

Condannato per non aver letto un necrologio

Fabrizio Boschi - Sab, 23/05/2015 - 08:48

Otto mesi di carcere all'ex direttore del "Resto del Carlino" per omesso controllo. Il legale: surreale

Giustizia, questa sconosciuta. Non bastavano i bavagli, le prevaricazioni, le sopraffazioni, le vessazioni sul grande tema della libertà di stampa e dell'informazione ai tempi di Facebook e Twitter .
cd
Adesso i giornalisti vengono condannati anche per non aver letto i necrologi. La fantagiustizia di casa nostra non ha più confini. Succede, dunque, che il tribunale di Bologna abbia affibbiato otto mesi di carcere a Pierluigi Visci (ovviamente con sospensione della pena) ex direttore di Qn e Il Resto del Carlino , storico quotidiano di Bologna. Per il giudice, Visci, che ha lasciato la guida dei due quotidiani nel dicembre 2011, sarebbe colpevole di non aver controllato il contenuto diffamatorio di un necrologio uscito in una delle sue edizioni.

Il necrologio recitava così: «Ti raccomandiamo, Signore, l'anima fedele del nostro fratello... perché lasciato questo mondo, viva in te. Nella tua clemenza cancella le spietate barbarie, le grandi e crudeli cattiverie contro persone deboli che non si potevano difendere, che ha commesso per la fragilità della condizione umana e concedigli il perdono e la pace». A dettare il testo, che certo non spiccava come esempio di carità cristiana, era stato l'ex marito della figlia del defunto, un noto medico bolognese morto a 88 anni pochi giorni prima del Natale 2009.

Subito dopo la sua pubblicazione del necrologio scattano le querele della famiglia del medico. L'ex genero che probabilmente covava qualche leggera ripicca nei confronti della ex moglie, è stato condannato, in via definitiva per diffamazione, a un anno di reclusione. Lui si giustifica: «Il significato di quelle parole andava letto nel contesto di una preghiera, in cui si chiedeva il perdono per il defunto. Sono stupito per la condanna». Ma più che lui ad essere veramente stupito è il direttore del Carlino ritenuto egualmente responsabile di quelle parole insieme a un dirigente della concessionaria di pubblicità che però, a differenza di Visci, è stato assolto.

Un nome, in tutta questa assurda storia, va tenuto a mente: Milena Melloni. È il giudice che ha elaborato, dopo sei anni, la surreale sentenza. Una condanna che conquista diversi record: primo caso in Italia di condanna di un giornalista per non aver letto un necrologio. Secondo il giudice Melloni il direttore di due quotidiani dovrebbe spendere di più il suo tempo per leggere tutti i necrologi di tutte le edizioni locali dei suoi giornali alla ricerca di eventuali frasi diffamatorie per i defunti.

Primo posto anche per la rigorosità della decisione. Secondo il giudice Melloni un direttore di due quotidiani che non controlla a dovere anche i contenuti dei necrologi che pubblica si merita ben otto mesi di carcere. Pena che ormai non viene inflitta più nemmeno a spacciatori, ladri o corrotti. «Il direttore di un giornale non è responsabile penalmente sempre e comunque - spiega il legale della Poligrafici Editoriale, Filippo Sgubbi -, ma soltanto se è in colpa: ma non c'è colpa se non c'è prevedibilità, e onestamente è difficile immaginare che un necrologio possa essere diffamatorio».

A ottobre il Senato ha votato sì all'eliminazione del carcere per i giornalisti (il provvedimento ora è fermo alla Camera) sostituendolo con una pena pecuniaria fino a 50mila euro. Ma, evidentemente, per qualche giudice questo passaggio non conta nulla.

Non solo Valle della Morte: «sassi ambulanti» anche in Spagna

Corriere della sera
di Paolo Virtuani

Spinti dal vento in inverno: si spostano grazie a un tappeto di alghe unicellulari che permette lo scivolamento


Lo strano fenomeno dei «sassi ambulanti» o «massi fantasma» non si verifica solo in California, nella Valle della Morte, ma avviene anche in Europa. Precisamente in Spagna, nella laguna Altillo Chica, a Lillo, non lontano da Toledo. Soltanto nell’agosto 2014 - dopo decenni di ipotesi tra le più fantasiose: dagli Ufo all’inversione del campo magnetico terrestre - un ricercatore di San Diego aveva finalmente la causa (del tutto naturale) dello spostamento per centinaia di metri di sassi pesanti anche 300 chili che avvengono nella Racetrack Playa, il fondo di un lago asciutto in un angolo isolato della Death Valley.


Spagna: i «sassi ambulanti» della laguna Altillo Chica 
Spagna: i «sassi ambulanti» della laguna Altillo Chica 
Spagna: i «sassi ambulanti» della laguna Altillo Chica 
Spagna: i «sassi ambulanti» della laguna Altillo Chica
Come in California
Ora un gruppo di scienziati dell’Università Complutense di Madrid ha scoperto - e spiegato - un fenomeno simile che avviene in una laguna della Mancha. Nella laguna Altillo Chica si spostano fino a cento metri di distanza, in apparenza senza motivo, massi pesanti anche 7 chili. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista specializzata Earth Surface Processes and Landforms. Però c’è una differenza rispetto ai sassi ambulanti della California.
L’azione del vento
In entrambi i casi i sassi si spostano sotto l’azione del venti, ma mentre nella Racetrack Play lo dislocazione è favorita da un sottilissimo strato di ghiaccio spesso da 3 a 6 millimetri, dovuto alla condensazione notturna nelle fredde giornate d’inverno, in Spagna il substrato che permette lo scivolamento è costituito da un tappeto di microrganismi che colonizzano il terreno secco della laguna.

I «sassi ambulanti» della Valle della morte 
I «sassi ambulanti» della Valle della morte 
I «sassi ambulanti» della Valle della morte 
I «sassi ambulanti» della Valle della morte
Cianobatteri
I microrganismi sono costituiti in gran parte da cianobatteri, un tipo di alga unicellulare, che secernono bolle di sostanze oleose che fanno diminuire l’attrito con il fondo fangoso e favoriscono lo scivolamento dei sassi spinti dai venti invernali. Gli studiosi spagnoli non escludono però che in certi casi lo spostamento sia favorito da uno strato ghiacciato come nella Valle della Morte.

VIDEO : Sassi che si muovono: svelato il mistero

22 maggio 2015 | 14:46

Bologna-Lanciano vietata ai migranti «Il permesso di soggiorno non basta»

Corriere della sera

Il club: «Saremmo stati felici di accoglierli ma dalla Questura non ci hanno dato l’ok»

cd
BOLOGNA — Fischio d’inizio, alle 20.30. In campo, Bologna-Lanciano, match importantissimo per i rossoblu, alla caccia del terzo posto in classifica, la collocazione migliore a cui ambire in vista dei play off. Il Dall’Ara si prepara per essere riempito: moltissimi i tifosi pronti a colorarne gli spalti. Ma c’è qualcuno che non potrà prendere parte a questa festa: sono una decina di migranti in possesso di un regolare permesso di soggiorno, in Italia da un paio di anni, attualmente ospitati dall’Albergo Pallone (dalla scorsa estate trasformato in struttura temporanea d’accoglienza). «Avrebbero voluto tanto vedere il Bologna — racconta Roberto Morgantini, vicepresidente dell’associazione Piazza Grande — ma dovranno rinunciare a incontrare i loro beniamini.

Noi avremmo preso i biglietti e li avremmo accompagnati, ma non c’è stato nulla da fare. La società calcistica si era detta disponibile a farci entrare, previa autorizzazione della Questura. Autorizzazione che, evidentemente, non è arrivata». E la società fa sapere: «Ci abbiamo provato — conferma Carlo Caliceti, responsabile area comunicazione Bfc — saremmo stati felici di accoglierli ma, essendo la prima volta che ricevevamo una richiesta del genere, ci siamo rivolti alla Questura. Ci hanno spiegato che no, il permesso di soggiorno non è tra i documenti con cui si può accedere allo stadio». Le norme comportamentali di accesso agli impianti sportivi, applicabili ai sensi dell’articolo 1 septies D.L. 28/2003, convertito e modificato dalla Legge 88/2003, sanciscono che «per l’accesso all’impianto è richiesto il possesso di un documento di identità valido, da esibire anche a richiesta degli steward, per verificare la corrispondenza tra il titolare del titolo di accesso e il possessore dello stesso».

«NON SI PUÒ» — Con carta d’identità, passaporto e documenti equipollenti, insomma, l’ingresso è consentito, ma non con il permesso di soggiorno, come ci conferma Alberto Monguidi, responsabile comunicazione Lega Serie B. «Il permesso di soggiorno, effettivamente, non è un documento che riconosce l’identità di una persona, ma ne attesta la presenza regolare sul territorio — spiega Neva Cocchi dell’associazione Ya Basta — ma non mi sembra comunque ovvio pensare che un permesso di soggiorno non sia sufficiente per entrare a vedere una partita». D’accordo anche Morgantini, che parla di discriminazione: «Il loro permesso di soggiorno è rilasciato dalla Questura: c’è la loro foto, c’è scritto dove sono ospitati. Ma è la stessa Questura che non riconosce quel permesso per accedere all’impianto sportivo. Qualcosa non torna: se le regole sono sbagliate — o anche solo contradditorie — si può anche cambiarle...».

22 maggio 2015

Ricerche online razziste, Google Maps si scusa

La Stampa

In un post sul blog Mountain View ha riconosciuto una «falla del sistema» e l’inappropriatezza di alcuni risultati

cd
Polemiche su Google Maps negli Usa dopo la scoperta che alcune ricerche con termini razzisti e offensivi nei confronti della popolazione afroamericana indirizzavano gli utenti alla Casa Bianca. Google, in un post sul blog, ha riconosciuto la «falla del sistema» e l’inappropriatezza di tali risultati. Scusandosi per le offese arrecate, il colosso ha assicurato di essere al lavoro per risolvere il problema con un aggiornamento dell’algoritmo che regola le ricerche.

Tutto è nato dalla segnalazione al Washington Post , cui poi ne sono seguite altre, di un lettore che aveva notato che cercando «nigga» e «nigger» - termini con accezione fortemente razzista e offensiva per rivolgersi agli afroamericani - insieme a «house» e «Washington» si veniva indirizzati nientemeno che al 1600 Pennsylvania Avenue, ovvero alla Casa Bianca.

«Ci scusiamo sinceramente per l’offesa arrecata - scrive Jen Fitzpatrick , vice president Engineering & Product Management - e ci impegniamo a fare meglio in futuro». Google dà anche qualche spiegazione in più. Dal momento che i risultati di ricerca tengono conto dei contenuti online su determinati luoghi, le indicazioni inappropriate sono saltate fuori a causa di coloro che sul web indicano appunto la Casa Bianca con epiteti e termini offensivi. Google tuttavia si è attivata per correggere l’algoritmo che regola questo meccanismo e ad oggi conducendo una ricerca su Google Maps con gli stessi termini la Casa Bianca non compare più.

La costruzione degli stadi per Qatar 2022 è una carneficina: 62 morti per partita

La Stampa
roberto pavanello

La denuncia dell’Associazione internazionale dei sindacati: il Mondiale costerà la vita di 4 mila lavoratori, 1300 sono già deceduti

cd
Un pallone che rotola nel sangue. Ecco che cos’è, almeno a leggere il numero degli operai morti nella costruzione degli stadi di Qatar 2022, quello che utilizzeranno i calciatori del Mondiali in Asia. La denuncia è dell’International Trade Union Confederation (l’associazione internazionale dei sindacati) che fotografa una situazione che, come scrive il Guardian, dovrebbe far perdere il sonno a Sepp Blatter. Le stime parlano di 1300 operai già morti e di 4000 mila decessi previsti fino alla completa realizzazione degli impianti di gioco.

Secondo i calcoli del sindacato moriranno, quindi, più di 62 lavoratori per ogni partita che si giocherà nel Mondiale qatariota, una vera carneficina. Che poi pare forzato anche parlare di lavoratori, sarebbe più corretto definirli schiavi: uomini del Subcontinente indiano impiegati in condizioni inumane. Statuto dei lavoratori? E che cos’è? In Qatar diritti non ce ne sono. Anzi un diritto c’è ed è quello di vendersi letteralmente al datore di lavoro, firmando un contratto, infatti, il lavoratore non presta la sua manodopera in cambio di una retribuzione adeguata, ma si consegna in toto al padrone. Lo permette la legge di quel Paese: il passaporto viene preso in consegna e il dipendente non può lasciare il Qatar senza autorizzazione.

CONDIZIONI DI VITA INUMANE
Gli operai/schiavi lavorano per più di 8 ore al giorno, con temperature che si aggirano sui 40 gradi, con punte di 50, vivono in baracche e dormono su materassi stesi a terra, quando va loro bene, perché c’è anche chi si accontenta di riposare sotto le gradinate degli stadi in costruzione. Niente luce ed acqua, niente servizi igienici. La Bbc ha provato a raccontare questi Mondiali dello schiavismo, ma la scorsa settimana i suoi inviati sono stati arrestati e rimessi in libertà due giorni dopo senza il materiale girato.

L’INDAGINE DELLA FIFA
La denuncia ripresa dal Guardian non è una novità, da mesi l’allarme è stato lanciato e ormai nemmeno più il governo mondiale del calcio può fare finta di nulla. Il suo “super investigatore”, Michael Garcia, che già deve indagare sulla presunta (ma nemmeno tanto) corruzione che avrebbe portato all’assegnazione dei Mondiali del ’18 (Russia) e di quelli qatarioti, dovrà esprimere la sua valutazione.

Oggi, dopo la diffusione di questi dati rilanciati anche da Amnesty International, la Fifa ha dichiarato che ancora una volta sollecita il Qatar ad aumentare il suo processo di riforme: «Solo con sforzi congiunti di tutte le parti interessate, comprese le aziende e governi internazionali, delle riforme durature possono essere raggiunte. Ci aspettiamo che questi standard possano espandersi e servire come linea guida per tutto il Paese». Per ora il ministro del lavoro e degli affari sociali del Qatar ha respinto le accuse e ha detto che ci sono stati cambiamenti sostanziali per migliorare la situazione dei lavoratori. Ma questi cambiamenti sono sufficienti a rendere meno drammatiche le loro condizioni?

E davvero la Commissione Etica della Fifa avrà la forza (più che il coraggio) di intervenire sulla gestione della forza lavoro in Qatar? Inghilterra e Australia vorrebbero subentrare all’organizzazione dell’evento, ma Doha minaccia di fare causa se le verrà tolto il “giocattolone”. I milioni di euro in ballo lasciano, purtroppo, temere che per i poveri schiavi asiatici ci sarà poco da fare. Le denunce continueranno, gli uomini arrampicati sullo scheletro di qualche stadio nel deserto moriranno ancora e, alla fine, il pallone tornerà a correre. Nel sangue? E pazienza, quando si inizierà a giocare a calcio nessuno più ci penserà e tutti noi tiferemo per gli Azzurri. «The show must go on». Fino al prossimo scandalo. E al prossimo gol.


Qatar 2022, i Mondiali che sconvolsero il Natale (e non solo)
La Stampa

Ecco quali saranno le conseguenze sulle nostre vite quando il torneo di calcio più amato verrà disputato tra novembre e dicembre

cd Oggi l’esecutivo Fifa ha approvato un calendario di massima per i discussi Mondiali del 2022, assegnati al Qatar nella votazione più taroccata della storia, sono diventati il simbolo dell’oscuro e torbido modo di lavorare della Fifa. Venduti come i primi Mondiali al coperto da giocare dentro gli stadi del futuro diventeranno invece i primi Mondiali natalizi. Non si può correre in estate nel bel mezzo del deserto e dopo accuse infinite e dossier da scandalo il governo del pallone è arrivato alle fatidiche nuove date (ancora da votare in via definitiva): dal 26 novembre al 23 dicembre.

Ecco cosa ci può sconvolgere

1. Il Mondiale a Natale si porta dietro l’inizio della Champions League ad agosto e se possiamo serenamente sostituire la birra gelata con il barolo davanti alla tv è più difficile riprogramma le vacanze familiari se il girone parte nel bel mezzo delle ferie estive. 
2. Si rischia il baco economico: la fase eliminatoria del Mondiale coincide pericolosamente con i giorni in cui ci si muove per comprare i regali. Considerato il grado di paralisi da divano provocata da una qualsiasi Coppa del Mondo, i negozi rischiano la bancarotta. E nell’ipotesi in cui nel lontano 2022 ci siano avvisaglie di una vaga ripresa, questa potrebbe essere la mazzata definitiva.
3. Dopo aver visto una rutilante finale Mondiale come si torna a fine gennaio davanti al campionato? È come partire dalla gradazione più alta e poi scendere: se adesso gli stadi sono semivuoti, dopo le baldorie da Mondiale meglio pensare subito ai biglietti omaggio.
4. Attenzione alla controprogrammazione. Di media il Mondiale va in onda nel vuoto televisivo, nel 2022 sarà in concorrenza con le prime tv, con le serie più attese, con la 38esima stagione di «House of cards», con Master Chef versione restaurata. Per qualcuno la scelta non si pone, però attenzione alle crisi coniugali. Un conto e cedere la tv a luglio, un altro è farlo a dicembre.
5. Si perde il boxing day che è come togliere il panettone. Con una finale mondiale il 23 dicembre, ogni campionato, Premier League compresa, dovrà poi fare la pausa invernale. Quindi quel giorno in cui satolli di cibo si ronfa davanti a Chelsea-Arsenal e ci si risveglia davanti al derby di Manchester sparisce dal calendario.

Ecco cosa ci può stupire
1. Non dovremo mai più sentire il soporifero commento “i giocatori arrivano al Mondiale troppo stanchi”. Ci arrivano a metà stagione, belli freschi e pronti a dare il meglio. E una scusa è archiviata da subito.
2. Il 2022 potrebbe essere l’estate delle partenze intelligenti: con la Champions in pieno agosto si cambiano destinazioni e programmazioni. Consultate i sorteggi prima di mettersi in macchina.
3. Cambio di menù. Polenta con la partita, per variare gusti e scenari. Il trionfo della linea slow food, altro che pizza rapida e patatine.
4. Assalto frontale al letargo. Non c’è mai un buon motivo per spingersi fuori casa a metà novembre, non c’è nessun interesse a socializzare a metà dicembre quando ti prepari già alle visite festive forzate, ma non si guardano le partite da soli quindi si annuncia un inverno frizzante.
5. Mai più senza conversazioni utili al pranzo di Natale. A due giorni dalla finale come minimo si farà la linea del fuorigioco con i bussolotti della tombola. Lo zio logorroico che racconta sempre la stessa storia sarà zittito dal fervore post agonistico e il dibattito sulla cugina eternamente single sarà asfaltato dalle prodezze dei figli di Messi.

Il Canton Ticino vuole il certificato penale solo per i lavoratori italiani: “Ennesimo attacco ai frontalieri”

La Stampa
francesca zani

Forti reazioni nel Vco alla proposta svizzera: “Siamo trattati come dei criminali, pronti a gesti eclatanti”

cd
«Continuano gli attacchi xenofobi del Canton Ticino nei confronti dei frontalieri». A lanciare l’allarme è Antonio Locatelli, coordinatore provinciale dell’«esercito» dei seimila lavoratori del Vco che varcano il confine. È lui a mettere in luce un’altra situazione critica - l’ultima in ordine di tempo - riguardante i frontalieri. «Il presidente del consiglio ticinese Norman Gobbi vuole che nei nuovi permessi di lavoro, oltre al casellario giudiziario, venga allegato anche un certificato per dire che il lavoratore non ha precedenti penali - dice -. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che la richiesta riguarda solo i lavoratori italiani, trattati quindi come possibili delinquenti. Gli svizzeri non sono tenuti a presentare questo documento».

Non è la prima volta che Locatelli porta all’attenzione le discriminazioni sopportati dai frontalieri in Svizzera, in particolare nel Ticino. «Gobbi vuole dare un segnale forte, ma ha ricevuto critiche anche in territorio elvetico. Gli altri Cantoni non intendono applicare una norma del genere - aggiunge -. Il presidente ticinese, inoltre, incontrerà nei prossimi giorni il presidente della Lombardia Roberto Maroni, invece per il governo ticinese il Piemonte e il suo presidente Chiamparino non esistono».

«La politica italiana deve aiutarci»
«Il presidente della Regione Piemonte non ha mai infatti allacciato relazioni con il Canton Ticino, pensa a Torino e si ricorda del Vco solo quando si tratta di tagliare il Dea - prosegue Locatelli -. Siamo stanchi della latitanza dei politici, abbiamo chiesto più volte sostegno per i problemi fiscali, il blocco dei prelievi e a oggi abbiamo raccolto solo promesse».

Sulla questione è intervenuto il deputato ossolano del Pd Enrico Borghi. «I certificati penali si chiedono per tutti o per nessuno. Poi il ministro Gobbi non aveva così tanta veemenza nei confronti di quei nostri concittadini italiani che negli anni scorsi, frodando il fisco, approdavano alle porte delle capienti e silenti banche ticinesi per occultare il frutto della loro evasione fiscale».