domenica 17 maggio 2015

Le Magie di Citroen 2CV: doveva sostituire una coppia di cavalli, è entrata nella storia

La Stampa

La mitica vetturetta francese fu pensata negli anni '30, ma andò in produzione solo dopo la Guerra. Non aveva ambizioni cittadine, aveva la mission di soddisfare le esigenze dei contadini francesi.

cd
MILANO - Le origini della Citroen 2CV si possono far risalire alla metà degli Anni '30, quando un signore di nome Pierre-Jules Boulanger si concesse un periodo di vacanzain Auvergne. Boulanger era quello che oggi si definirebbe un manager ed aveva affrontato un'impresa piuttosto difficile nell'industri automobilistica.

Nel 1935 era stato chiamato a raddrizzare i bilanci della Citroen che aveva rischiato la bancarotta per realizzare la rivoluzionaria Traction Avant. Ma Boulanger c'era riuscito e lui poteva finalmente rilassarsi. Per farlo, scelse di trascorrere qualche giorno in Auvergne, regione della Francia celebre per la fertilità dei suoi terreni e dedita essenzialmente all'agricoltura. Boulanger scoprì subito che in Auvergne quasi nessuno possedeva un'automobile. Fu allora che prese uno dei suoi quadernini Moleskine e vi scrisse «voglio quattro ruote sotto ad un ombrello, capaci di trasportare una coppia di contadini, cinquanta chili di patate ed un paniere di uova attraverso un campo arato. Senza rompere un uovo».

Aggiunse anche un sacco di altre cose: quanto doveva essere economica, semplice, affidabile e sicura. Poi tornò in azienda e consegnò il suo taccuino al suo miglior progettista, il geniale André Lefebvre, cui affidò l'incarico di tracciare le linee dell'auto che avrebbe dovuto sostituire la coppia di cavalli. Nacque così, nel 1939 la TPV (trés petite voiture, auto piccolissima) di cui Boulager fece costruire 250 diversi prototipi. Si narra, che il giorno in cui si recò alla pista prove di Citroen per visionare il lavoro dei suoi progettisti, Boulanger avesse con se un grosso sacchetto.

Arrivato davanti al primo prototipo, si tolse il suo Borsalino ed indossò il grosso cappello da contadino che aveva comprato in Auvergne. Tutti i contadini che aveva visto, avevano lo stesso cappello e non se lo toglievano mai, neanche per guidare il carro con cui portavano le proprie mercanzie. Boulanger salì sul primo prototipo. Il cappello cadde. Cadde così anche il prototipo. Alla fine, ne rimasero una manciata. Tra quelle fu scelta la TPV per la produzione. La TPV del 1939 era francamente brutta: Boulanger aveva chiesto funzionalità più che bellezza.

Aveva dei curiosi finestrini anteriori, divisi a metà orizzontalmente. La metà superiore restava fissa, quella inferiore si ribaltava verso l'alto, permettendo al contadino di mettere fuori il braccio per indicare la direzione dove voleva svoltare. Siamo arrivati al 1940 e sull'Europa si addensano minacciose le nuvole della Seconda Guerra Mondiale. Le truppe naziste aggirano la linea Maginot e valicano il confine con la Francia. Lo stesso giorno Boulanger dà l'ordine di distruggere tutti i prototipi della TPV perché non cadano nelle mani dei nazisti (si scoprirà solo negli Anni '80 che tre prototipi erano fortunosamente sopravvissuti, nascosti sotto al tetto di paglia di un edificio del centro prove Citroen).

Cinque lunghi anni durante i quali i progettisti Citroen continuano a lavorare e a sperimentare soluzioni nuove. Nel 1945 Boulanger convoca lo stilista italiano Flaminio Bertoni cui affida il compito di rendere più gradevole l'aspetto della TPV. Bertoni - che per Citroen ha disegnato la Traction e più tardi farà anche DS e AMI6 - ci riesce. E fa anche di più, in quanto dona alla 2CV quella carica di simpatia che ne decreterà il successo. La 2CV del 1948 costa più di una coppia di veri cavalli, ma infinitamente meno di qualsiasi altra auto. Ma per gli standard del 1948 l'aspetto è comunque troppo moderno, al punto di risultare sconcertante e molti giornali tuonano contro Citroen: «nessuno comprerà mai un'auto così». Una previsione smentita dal mercato: quando la 2CV esce di produzione nel 1990 ne sono state costruiti oltre 5 milioni di esemplari.

Il diritto di parola si Salvini e i quotidiani attentati alla democrazia

Corriere della sera
di Antonio Polito

Strano, non si è ancora visto un manifesto-appello di intellettuali per difendere il diritto di parola di Matteo Salvini nelle piazze della Repubblica. Non sono comparsi bavagli simbolici per ricordare che a nessuno si può tappare la bocca in questo Paese. La cultura democratica non sembra molto scossa da questo stillicidio ormai quotidiano di piccoli ma non banali attentati alla democrazia: ché tali sono i tentativi di impedire, interrompere, sabotare i comizi del leader di un partito politico regolarmente iscritto alla gara delle prossime elezioni regionali.

cd
Perché dunque la condanna, anche quando è ferma e sincera, non va mai oltre le solite frasi di circostanza, e quasi sempre è preceduta da una presa di distanza, del tipo «premesso che tutto mi divide dalle idee di Salvini, difendo il suo diritto a manifestarle», come fa spesso lo stesso ministro dell’Interno, confondendo il suo ruolo istituzionale con quello di diretto concorrente elettorale della Lega? Perché, in realtà, sotto sotto, in fondo in fondo, molti di noi pensano che Salvini un po’ se l’è cercata, che il suo linguaggio è troppo provocatorio, che denigra e istiga, che è irresponsabile e politicamente scorrettissimo. E invece no. Anche se fosse tutte queste cose, bisogna che ci convinciamo che il discorso politico della Lega non è fuori dal perimetro dei valori di una democrazia, e dunque ha pari dignità con tutti gli altri, e dunque è nel solo potere degli elettori censurarlo.

Dobbiamo riconoscere che lui e i suoi seguaci hanno il diritto non solo di dire ciò che dicono, ma anche di pensare ciò che pensano. In molti altri paesi europei forze politiche nient’affatto eversive sostengono tesi non molto dissimili da quelle di Salvini sugli immigrati (il partito di Cameron per esempio) o sull’Europa (il movimento di Alternativa per la Germania) e a nessuno viene in testa di lanciargli contro uova e bottiglie, o di pensare che se la sono cercata. Se ragioneremo così, se consentiremo a Salvini una campagna elettorale non braccata da manipoli di agitatori sempre a caccia di presunti fascisti pur di sentirsi vivi, allora potremo anche respingere nel dibattito pubblico ciò che in Salvini non ci piace, ciò che ci preoccupa, ciò che lo rende geneticamente minoritario, per quanti voti possa prendere.

17 maggio 2015 | 12:09

Pappone: ecco il significato della parola

Libero

La parola "pappone", come riportano i vari vocabolari della lingua italiana, da quello di Nicola Zingarelli alla Treccani, ben prima di indicare - in romanesco - la figura del lenone e del ruffiano, cioè del protettore (e sfruttatore) di prostitute, derivando dal latino pappa e dal relativo verbo pappare, significa "mangione" e quindi "scroccone" e "profittatore". Dunque, una definizione perfetta per inquadrare gli ex parlamentari che incassano in vitalizi molti euro in più (fino a un milione) di quanto abbiano versato sotto forma di contributi. Se non sono profittatori dall’appetito robusto loro...


Papponi delle pensioni, su Libero altri 10 nomi: Eugenio Scalfari ha incassato 848mila euro
Libero

cd
I Papponi delle pensioni, parte seconda. Prosegue su Libero in edicola oggi, sabato 16 maggio, l'inchiesta sugli ex onorevoli che si sono intascati assegni decisamente superiori rispetto ai contributi versati. Dopo i primi nomi (leggi qui l'articolo di Franco Bechis), eccone altri dieci. Un record è quello del fondatore e direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, che per un solo mandato in Parlamento e con 60mila euro versati ha ricevuto la bellezza di 908mila euro. Vale a dire, una sproporzione tra dato e avuto paria  848mila euro. Ma Barbapapà non è l'unico fortunato: nella nuova lista c'è anche l'ex ministro Paolo Cirino Pomicino e...


Lo spread dei vitalizi, la classifica dei campioni
Libero

cd
Stefano Rodotà, Giuliano Amato, Gino Paoli: sono loro i campioni dello spread dei vitalizi, ovvero la differenza tra quanto versato di contributi e quanto effettivamente incassato come rendita. La medaglia d'oro spetta al professore che con grande ingenuità i grillini, cha hanno fatto della battaglia ai privilegi la loro bandiera, voleva portare al Quirinale; medaglia d'argento al "dottor Sottile" che sostiene di aver sempre girato il vitalizio in beneficenza (ma la sostanza non cambia); medaglia di bronzo a Gino Paoli che oltre a cantare sedette sui banchi di Montecitorio dal 1987 al 1992 tra le fila del partito comunista. Franco Bechis, su Libero in edicola oggi, elanca tutti gli onorevoli che godono di questo privilegio.

Gli altri nomi - La classifica continua con l'imprenditore Luciano Benetton, fondatore del gruppo omonimo e senatore per il Partito Repubblicano Italiano dal 1992 al 1994; il filosofo Massimo Cacciari, ex militante di Potere Operaio aderì al Pci e fu eletto alla Camera dei deputati dal 1976 al 1983; e il leader dei Sessantottini Mario Capanna che diventò parlamentare europeo nel 1979 dopo essersi candidato con Democrazia Proletaria.

Deputato nazionale dal 1983 al 1987 nel 1989 aderì al gruppo misto della Camera dei deputati, e pochi mesi dopo partecipò alla nascita di un nuovo movimento politico italiano: i "Verdi Arcobaleno", formazione della sinistra ambientalista.Seguono Agusto Fantozzi, rettore dell'Università degli Studi Giustino Fortunato e più volte ministro della Repubblica; Franco Debenedetti, fratello del patron di Repubblica Carlo De Benedetti (che ha sempre usato il cognome staccato) che per tre legislature è stato eletto al Senato della Repubblica, rispettivamente del 1994, 1996 e 2001 per le liste del PDS e DS. Chiudono la classifica dei 10 papponi delle pensioni il sindaco di Fiumicino Esterino Montino e il primo cittadino dell'Aquila Massimo Cialente.

Il meccanismo - Questa schiera di fortunati "di fatto non ha versato nulla, perché stabilendo l'ammontare dello stipendio da parlamentare ci hanno pensato Camera e Senato a versare i contributi per loro conto. Ma non c'è paragone fra quel piccolo impegno (8,8% del lordo mensile) e quel che è venuto in tasca a loro dal giorno in cui hanno potuto percepire il vitalizio. Oggi vitalizio o mini-vitalizio si percepisce con 5 anni di contributi a 65 anni. Ma se hai 6 anni di contributi, la pacchia inizia a 64, se ne hai 7 puoi prendere l'assegno previdenziale a 63, e così via fino a 10 anni di contributi, con cui puoi andartene in pensione a 60 anni in barba a tutti gli altri lavoratori d'Italia che a quella età non possono incrociare le braccia né con 10, né con 15, né con 20, 25 o 30 anni di lavoro".


Vitalizio, che cosa è l'orrendo privilegio
Libero

L'articolo 69 della Costituzione prevede che gli emolumenti per i parlamentari si limitino all'indennità ed alla diaria per i titolari in carica. La disciplina interna alle Camere ha però arricchito tali emolumenti con una più vasta serie di competenze che sono destinate ai parlamentari cessati dalla carica e che ruotano intorno all'accensione di una rendita vitalizia, parzialmente alimentata da un prelievo sull'indennità del periodo di esercizio della carica.

Il vitalizio è dunque una rendita vita natural durante concessa a deputati, senatori e consiglieri regionali al termine del mandato, al conseguimento di alcuni requisiti di anzianità di permanenza nelle funzioni elettive. Nel caso in cui il beneficiario abbia svolto l'attività politica presso più organi costituzionali, ha il diritto a percepire altrettanti vitalizi e, nel caso di mandato anche al Parlamento Europeo, si possono cumulare anche tre vitalizi.

Il Governo Monti con un decreto-legge ha prescritto alcune misure di riduzione per tutti i titolari, anche quelli di trattamenti in essere. In conseguenza di ciò, sono state avanzati ricorsi giurisdizionali di titolari di vitalizio in varie Regioni, ma anche richieste di restituzione delle somme accantonate da parte degli eletti ancora non titolari. Gli Uffici di Presidenza delle Camere hanno revocato la settimana scorsa i vitalizi per i condannati.


Marrazzo re dei consiglieri nababbi. Ha preso 5 volte i contributi versati
Anna Maria Greco - Dom, 17/05/2015 - 08:32

cd
Roma - Il vitalizio se lo tengono stretto i consiglieri regionali del Lazio antescandalo Fiorito e c'è chi si è rivolto al Tar per bloccare la legge di novembre, che sposta da 50 a 65 anni il momento di percepirlo, cancellandolo invece per gli attuali consiglieri.I giudici amministrativi laziali li hanno delusi, ma le nuove regole valgono solo per il futuro e in tanti hanno comunque fatto quel che per il Lotto si dice una «win for life», una vincita per la vita. Pochi soldi versati per avere una rendita mensile fino all'ultimo giorno, con estensione del privilegio al coniuge del defunto.

Mentre almeno i più poveri dei pensionati italiani si aggrappano alla speranza di un risicato rimborso dopo la sentenza della Consulta e gli effetti della riforma Fornero cambiano le carte in tavola per tutti i comuni cittadini, fa molto effetto vedere che voragine rimane tra i contributi versati e i vitalizi maturati da questi signori. Prendiamo l'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, rimasto in carica dal 2005 al 2009, quando si dimise in seguito allo scandalo: sul suo stipendio mensile di 11mila euro al mese ne pagava 990 di contributi e da 6 anni prende un vitalizio di 3.187 mila euro al mese. Insomma, ha già incassato 229.464 euro, quasi 5 volte i 47.520 contributi versati. E malgrado questa situazione Donato Robilotta, che ha guidato i gruppo dei consiglieri nel ricorso al Tar, dice di trovare «incomprensibile tanto astio nei nostri confronti».

Certo, c'è chi ha fatto di meglio. In Sardegna è noto il caso di Claudia Lombardo, eletta in Regione nel '94 e diventata presidente del consiglio dal 2009 al 2014, andata in pensione a soli 41 anni con un assegno vitalizio di 5.100 euro. Oltre ad una dorata indennità di «reinserimento», la liquidazione insomma. Andrea Biancareddu ha avuto diritto a questo trattamento solo qualche anno più tardi: 47, per l'esattezza. E, augurando loro lunga vita, costeranno carissimi alle casse regionali sarde.
Com'è possibile? Grazie all'interpretazione di un regolamento interno del 1988 che consente ai consiglieri «cessati» dal mandato di prendere la pensione subito, senza aspettare i 50 anni.

Pensare che il 17 novembre 2011, l'ufficio di presidenza guidato proprio dalla Lombardo ha deliberato, sotto la pressione dell'opinione pubblica inferocita, la cancellazione dei vitalizi. Ma «dalla prossima legislatura», «fatti salvi i diritti acquisiti». In Toscana sono circa 150 gli ex consiglieri che godono di un ricco vitalizio, attorno ai 4mila euro mensili. Pesano sulle casse regionali per oltre 4 milioni di euro l'anno e tra questi pensionati di lusso c'è l'ex ministro dell'Istruzione e professore universitario Luigi Berlinguer: il suo assegno è sotto i 3.200 euro al mese da luglio 2014, perché il suo mandato ha coperto solo due legislature, ma probabilmente lo cumula con altre entrate.

Naturalmente gli ex hanno anche l'indennità di fine rapporto, per l'esattezza 7.334,13 euro lordi moltiplicati per gli anni trascorsi in Regione, al massimo 10, cioè 2 legislature, anche se sono andati oltre. Così, il Tfr ha un tetto di 73 mila 340 euro. La cifra che prenderà il presidente Enrico Rossi, in Regione dal 2000. E in Toscana, dove per i dipendenti pubblici gli stipendi sono bloccati dal 2009 e l'età della pensione si sposta a 70 anni, si trovano anche i soldi per gli anticipi sulla «liquidazione», garantiti a diversi consiglieri uscenti e a qualche assessore.

Non un obbligo di legge, ma una facoltà dell'ente, «conseguente alle accertate disponibilità di bilancio». I malumori non sono mancati quando Rossi ha annunciato una proposta di legge per fissare un tetto per gli assegni in corso e il divieto di cumulo tra il vitalizio della Regione e quello del parlamento nazionale o europeo, nonché l'innalzamento a 65 anni dell'età per usufruirne. E di fronte all'incertezza 22 consiglieri, soprattutto giovani, dell'ultima legislatura si sono fatti i conti e hanno deciso di rinunciare al vitalizio maturato, riprendendosi subito i contributi, magari per investirli meglio.

Circa 732mila euro al mese è la spesa per il vitalizio ai 199 ex consiglieri regionali del Piemonte o ai loro eredi. E fino al 2005 bastavano 60 anni per ottenerla. L'anno scorso questa particolare forma di trattamento pensionistico è stata abolita, ma anche qui vale solo per gli eletti alle ultime amministrative, per i «vecchi» il privilegio rimane. La pensione viene calcolata in base alla durata del mandato e si arriva a trattamenti monstre. Paradossalmente, dopo i tagli degli stipendi per i consiglieri regionali in carica, gli «anziani» finiscono per guadagnare più degli attivi.