sabato 16 maggio 2015

Una coppia li salva dalla morte, ma un giorno un terribile destino...

Il Mattino

cd
Una storia che fa venire i brividi. Luca e Tommy sono spuntati all'improvviso nella vita di Gianni e Olga. Un sabato d'estate. Lungo l'autostrada che porta al mare. Erano sfiniti, affamati, assetati. Camminavano l'uno accanto all'altro. Inseparabili. Due anime disperate su quell'asfalto rovente. Si davano coraggio a vicenda. Il piccoletto nero e il suo compagno dallo strano sorriso triste.

La coppia non ha esitato un attimo. Si è fermata e li ha raccolti. I cuscinetti delle zampe lacerati per il gran vagare. Magri da contargli le costole. Malgrado tutto dolcissimi. Fiduciosi. E subito grati a quei due angeli che non si erano girati dall'altra parte. Per Luca e Tommy inizia una vita bellissima. Amati e coccolati dalla loro nuova famiglia. Fino a quando l'ombra scura di una cattiva stella ricompare. E si porta via in un momento quel sogno di felicità insperata e magica.

Gianni ha un male incurabile che se lo sta portando via un po' per volta. Olga sconvolta dal dolore per la malattia di suo marito ha un ictus che la rende non più autosufficiente. E finisce in una struttura sanitaria. La storia arriva ai volontari di una onlus animalista romana: Tommy e Luca ora sono ospiti del loro rifugio. Ma immaginate la disperazione di queste due sfortunate creature. Il nostro giornale ha raccolto l'ultimo desiderio di questa coppia: adottate i nostri piccoli! Sono cani dolcissimi e speciali...

Tommy e Luca hanno: un anno e mezzo (il bracchetto) e sei il bassottino nero. Taglie medio piccole, sani, castrati, vaccinati e chippati. Inseparabili. Sono bravissimi con tutti: cani, gatti e persone. Sono a Roma ma per una bella adozione possono viaggiare. Che aspettate? Chiamate il 3388617828 oppure wuzzappate: sarete sempre richiamati

Tommy e Luca




venerdì 15 maggio 2015 - 17:35   Ultimo agg.: 23:11

Fedez mi chiede 100mila euretti

Nicola Porro


cd

Io rivendico la mia libertà di poter scrivere su questa bacheca che Fedez è un cattivo maestro. Io rivendico la libertà di dire che per lui ci vorrebbe la mamma di Baltimora. Come per altro spesso ci sarebbe voluta per me. Rivendico la libertà anche per Fedez e i suoi amici di scrivere che sono un giornalaio, che i miei metodi sarebbero fascisti, che faccio falsi scoop e che sostanzialmente sarei un disonesto.

Io rivendico la liberà di dire che imbrattare i muri di milano non è una forma di protesta ma si tratta di vandalismo. Rivendico la libertà di dire che le parole di amore eternit non mi piacciono e magari anche quelle di trottolino amoroso. Rivendico la libertà di scrivere su Facebook e Twitter con il gergo che è proprio di questi potenti, potentissimi social media. Rivendico la libertà di aver invitato Fedez @Virus perchè la Rai non è il salotto di casa tua e non si invitano gli amici e i sodali, ma anche coloro che non la pensano come te.

Non rivendico la libertà di fare il giornalista. Ma qualcosa di più: quella di esprimere un (con l’apostrofo ‘) opinione, anche corrosiva, nelle nuove pubbliche piazze é per queste libertà che il signor Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, attraverso i suoi avvocati mi chiede 100 mila euro (chissà perchè a @FilippoFacci ne chiede 200mila, sono un po’ seccato). Rivendico persino la libertà di Fedez di querelarmi e chiedermi una cifra senza senso. ma solo a patto che attribuisca all’influenza delle mie opinioni lo stesso peso delle sua.

E se io non posso dire che per Fedez ci vorrebbe la mamma di Baltimora, perchè il ragazzo si sente diffamato, stia più attento il medesimo ragazzo a scrivere che graffiti e imbrattamenti delle vetrine avvenuti durante la manifestazione degli studenti (e non solo) del 30 aprile sono solo protesta. I milanesi, gli artigiani, gli impiegati delle banche, i proprietari delle auto danneggiate. se mal consigliati dagli stessi consulenti del nostro fenomenale artista, potrebbero chiedergli il conto. Così come Fedez lo chiede a me.

ps Se qualcuno dell’entourage di Fedez pensa che 100mila euro siano una minaccia sufficiente ad abdicare a queste mie, nostre, libertà si sbaglia di grosso.
Ciao ciao

L’Italia degli irregolari un esercito di “invisibili”

La Stampa
guido ruotolo

Dopo lo sbarco vivono da clandestini ai margini delle città. In 4 anni rimpatriati 70mila su 150mila: dove sono gli altri?

Quanti sono gli “invisibili” che fingiamo di non vedere? Quelli che con disprezzo chiamiamo “clandestini” ma che in realtà sono irregolari che vivono ai margini delle nostre città? Quanti sono gli uomini o le donne che entrano alla luce del sole sulle imbarcazioni partite dalla Libia, o di nascosto attraverso le frontiere dei porti adriatici nelle intercapedini dei Tir, nei bagagliai di auto e pullman. O che atterrano negli aeroporti internazionali con un visto turistico, o sono regolarmente al seguito di un pellegrinaggio al Vaticano o da padre Pio e poi si “perdono”, lasciando scadere il permesso di soggiorno per motivi di turismo o di lavoro? 

Da quando non ci sono più le grandi sanatorie, non si possono quantificare gli “invisibili”. Dobbiamo accontentarci di alcuni indicatori e fare ipotesi approssimative. Ogni giorno entrano in Italia duecentomila stranieri (anche europei che hanno il libero accesso). Turisti, giovani, studenti, imprenditori, religiosi, ecc. In trenta e passa anni sono stati regolarizzati oltre due milioni e centomila stranieri. Solo negli ultimi 12 anni, un milione e ottocentomila regolarizzazioni.

Le sanatorie
Parliamo delle sanatorie Martelli del 1990, Dini del 1995, Turco-Napolitano del 1998, Bossi-Fini del 2002. Altre due regolarizzazioni nel 2009 e 2012. Fino alla Bossi-Fini, le prime tre sanatorie avevano fatto emergere ciascuna oltre 200.000 clandestini. L’ultima, 700.000. E poi ci sono state due regolarizzazioni, per oltre 430.000 stranieri. Circa 150.000 clandestini ogni anno entrano in Italia. Il numero potrebbe diminuire o aumentare se avessimo come punto di riferimento la “stanzialità” degli stessi. Insomma, una volta in Italia restano o emigrano in altri paesi europei?

E cosa comporta il boom degli sbarchi del 2014? Nel 2013 ne arrivarono 43.000, l’anno dopo 170.000. Ragioniamo sui rimpatri degli irregolari e sulle domande di status di rifugiato respinte. Nel 2013 furono presentate 26.620 domande di richiedenti asilo, 63.456 l’anno dopo. Quasi il 40% delle domande sono state respinte: circa 24.000 persone, considerando che sono state esaminate 36.270 domande delle 63.456 presentate nel 2014. E delle 22.118 domande del 2015 (finora sono sbarcati in 36.000 circa), ne sono state respinte 7.437 delle 15.780 esaminate.

Questi numeri cosa comportano? Intanto che i migranti hanno diritto di opporsi alla decisione negativa delle commissioni esaminatrici. I tempi della loro permanenza in Italia si allungano, considerando che un processo si conclude dopo due anni. Molti di quelli che arrivano (come i siriani e i profughi del Corno d’Africa) non si fanno prendere le impronte e non si sottopongono al fotosegnalamento perché diretti in Nord Europa, dove hanno parenti e amici (ma ora con le novità di queste ore dell’Agenda Juncker lo scenario dovrà cambiare). Quindi provano a raggiungere le mete. Risultato: al primo posto nella graduatoria per i richiedenti ci sono i nigeriani, seguiti dai maliani.

Il mistero
Potremmo dire che quasi 30.000 migranti giunti in Italia dal 2013 sono da ritenere irregolari. Un altro indicatore, per stimare gli “invisibili”, sono i rimpatri degli irregolari. Nel 2011 sono stati rimpatriati 20.653 immigrati dei 47.152 censiti come irregolari. Nel 2012, 15.232 su 35.872. Nel 2014, 13.981 su 30.906. In questi primi mesi del 2015 sono stati rispediti a casa 4.675 su 10.148. In 4 anni e pochi mesi, circa 70.000 su 150.000 irregolari sono stati rimpatriati. E gli altri che fine hanno fatto? 

I Paesi ostaggio di un timbro E il Guatemala è senza caffè

Michelangelo Bonessa - Sab, 16/05/2015 - 07:00

Eccesso di burocrazia e norme complicate frenano l'Esposizione Lo Stato centramericano non può offrire la bevanda ai visitatori


Manca il timbro? Niente caffè per il Guatemala. È solo uno degli ultimi esempi dell'effetto della burocrazia su Expo 2015. La grande manifestazione stenta a decollare in ogni sua parte anche per la massiccia dose di timbri e timbretti richiesti dalla complicatissima normativa italiana. Chi conosce meglio gli italiani e ha i mezzi per contrastarla sopravvive, gli altri invece finiscono per affogare nelle carte.

Gli addetti del padiglione del Guatemala ci si sono scontrati per il caffè: volevano offrirlo alle persone in visita, il Paese ne è un forte produttore, ma non possono. Non hanno depositato la Scia al Suap del Comune di Milano, frase già poco chiara a un italiano, si pensi per un guatemalteco. Si è dunque presentato un delegato dell'Asl avvertendoli che o compilavano debitamente tutti i moduli, avvalendosi anche di un commercialista, o scattavano le sanzioni economiche. Follia? No, burocrazia: Il timbro è il timbro. E gli addetti del Guatemala si sono visti consegnare il malloppo di carte da compilare, senza per altro sapere come in alcuni casi.

E non è l'unico esempio: qualche giorno fa il Giornale riportava proprio i problemi burocratici legati al cluster del Cacao, che non sono i soli. Un altro esempio è lo Sri Lanka, un Paese che sta vivendo tra l'altro un periodo di grande crescita economica: da decenni tutta l'organizzazione degli Expo veniva delegata a un ricco concittadino, Hubert Jayakody. L'accordo con il governo era molto semplice: pago tutto io, se va male copro le perdite, se va bene tengo i soldi guadagnati.

Per la prima volta dopo decenni ha rifiutato di gestire il padiglione del suo Paese: troppi lacci e lacciuoli in Italia. Non si può lavorare e quindi niente Expo. La piccola nazione asiatica si è dunque trovata a fronteggiare tutti i problemi che non aveva mai dovuto affrontare, con le ovvie conseguenze di rendere ancora più problematica la gestione della manifestazione.

E questi sono solo alcuni esempi: la Bulgaria, per ricordarne ancora un altro, si è sfilata dall'Expo italiana proprio per l'eccesso di questioni burocratiche. Chi invece è riuscito a giocare la fabbrica di timbri italiana è la Svizzera, forse anche perché vivendo vicino agli italiani ne conoscono meglio la complessità normativa: il cibo può essere offerto senza il malloppo di permessi, se è all'interno di un evento temporaneo di degustazione privato. Motivo per il quale all'entrata del padiglione sono distribuiti biglietti gratuiti: ufficialmente, o meglio burocraticamente, in quel modo tutto è nelle regole e gli svizzeri possono distribuire gratis caffè, acqua e frutta senza che spunti un addetto dell'Asl con pronto il blocchetto delle sanzioni.

«È assurdo che si lascino Paesi stranieri in balia della nostra folle burocrazia - dice Simone Enea Riccò, ex responsabile della comunicazione per il delegato italiano alla Commissione Esteri al Parlamento Europeo intervenuto dopo la richiesta di alcuni delegati consolari - gli Stati partecipanti ad Expo non hanno nemmeno un unico referente e devono di volta in volta interfacciarsi con Comune di Milano, Asl o altri enti ed il supporto fornito non è assolutamente adeguato. Per esperienza mi rendo conto della difficoltà dei rappresentati diplomatici che naturalmente non comprendono la nostra burocrazia e si trovano in balia delle nostre mille regole mentre auspicherebbero un occhio di riguardo, essendo nostri ospiti».

L’orribile “fascismo” degli antifascisti

Francesco Maria Del Vigo



“Correggere”. Un parola che già mette i brividi. Se poi la “correzione” – la rieducazione – riguarda un bambino di quattro anni le tinte diventano ancora più fosche. Partiamo dal principio. Repubblica di oggi racconta, con un certo compiacimento, una storia delirante. A Cantù un bambino di quattro anni si presenta all’asilo salutando tutti, maestre e compagni, con il braccio teso. I responsabili della scuola materna convocano i genitori del microbalilla, i quali – senza indugi – ammettono di avergli insegnato il saluto fascista: “Vogliamo dargli un’educazione rigorosa”.

Non pago il padre arrotola la manica della camicia (non è dato sapere se fosse nera) e mostra una svastica tatuata sull’avambraccio. Il primo colloquio finisce in un nulla di fatto e le maestre passano al contrattacco: i genitori devono “correggere” il bambino. Correggere, come si fa con gli errori. O smette di salutare romanamente o lo sbattono fuori dall’asilo. Ora, è evidente che imporre il saluto romano a un bambino di quattro anni è demenziale. Ma anche creare un caso e “rieducare” è un comportamento da colonia penale, più che da scuola per l’infanzia. La famiglia ha sbagliato, lo Stato anche.

Ed è ancora più grave. Ma questa non è solo la storia di un’educazione sui generis, è la cartella clinica di un Paese ancora diviso dal muro dell’odio. Un Paese in balìa di una tensione antifascista costante. Quando l’antifascismo dovrebbe essere morto e sepolto per evidente mancanza di fascismo. A eccezione di qualche caso marginale come la famiglia di sopra, che non costituisce certamente un pericolo politico per la gloriosa repubblica italiana. Invece, specialmente in questo settantesimo anniversario della Liberazione, l’antifascismo è tornato. Arrogante. Totalitario. E scleroticamente conservatore.

Con la sua ridicola retorica, le sue bandiere rosse, le sue Belle Ciao, e le tirate moralizzatrici delle Boldrini. Fascismo è tornato a essere l’insulto più quotato. Basta prendere in mano un qualsiasi quotidiano e sembra di sfogliare un numero del Popolo d’Italia del 34. Improvvisamente sono tutti fascisti. Berlusconi lo è per definizione, Renzi anche, Salvini figuriamoci. I poveri di parole hanno sempre un “fascista” in tasca da lanciare sul muso del primo che osi superare lo stop del politicamente corretto.

Il termine “fascista” è il cartellino rosso. La squalifica. Il confino intellettuale e politico, giusto per non spostarci dal Ventennio. Perché il paradosso è proprio questo: secondo i loro parametri – quelli degli antifascisti che vedono ovunque camicie nere – loro stessi sono dei fascisti. Degli squadristi culturali che mettono all’indice il dissenso e ora si prendono la briga di “correggere” i bambini di quattro anni. Come nelle dittature. Come in Unione Sovietica. Ché poi – alla fine – il problema è sempre quello.

Vi do la ricetta per l’acqua fatta in casa”: ecco come ti «trollo» il vegano. Si ride su Facebook

La Stampa
paola italiano

Un commento ironico al post di una ragazza, seguace del veganesimo, e il suo autore diventa una celebrità sul web: «Dopo siamo diventati amici»



«Noi facciamo l’acqua in casa: sembra complicato, ma è sufficiente rispettare le dosi…»: inizia così un commento che sta spopolando su Facebook e che sta dando una celebrità virale al suo autore, a suon di condivisioni, richieste di amicizia e messaggi entusiasti, da «Sei il mio idolo» a «Sei il re dei troll». Lui si chiama Stefano Bonaventura e tanta notorietà gli sta arrivando da una battuta di spirito, paradossale, ironica e arguta, sul mondo dell’alimentazione bio fai-da-te, fatta circa un anno fa. Ma andiamo con ordine. 

Una ragazza posta un elenco di prelibatezze rigorosamente vegane fatte in casa (pane con semini, biscotti veg, dado vegetale, muscolo di grano, burger di verdure e ceci) e ha la malaugurata idea di chiedere agli amici altre idee per l’autoproduzione. Interviene Stefano a proporle la sua esilarante ricetta per l’acqua fatta in casa: «Sembra complicato – scrive – ma è sufficiente rispettare le dosi: due parti di idrogeno e una di ossigeno. E’ pura ed è buonissima, senza tutte quelle porcherie che ci mettono dentro le multinazionali». Basta questo a scatenare le risate, ma lo scherzo prosegue. Perché al sospetto della ragazza di essere presa in giro, Stefano nega e si profonde in nuovi dettagli: spiega che l’ossigeno glielo porta il padre dalla campagna, perché è più buono, e che l’idrogeno si trova all’Eurospin. 

E poi, il colpo di genio finale: «Tenere d’occhio il dosaggio: se metti la stessa quantità di ossigeno e idrogeno ti viene il perossido, che ha un sapore orrendo». Applausi, che sul web si traducono in un’orda di condivisioni, di commenti entusiasti, di emoticon che si scompisciano dal ridere. La seconda parte di questa storia la si legge sulla bacheca del profilo di Bonaventura: «Chapeau». «Grazie, ottima ricetta!». «Grazie per l’amicizia, sto ancora ridendo per il tuo post». «In pochi giorni mi sono arrivate centinaia di richieste di amicizia, messaggi, commenti», racconta Bonaventura. «All’inizio, facevo un po’ di selezione tra le persone sconosciute che mi chiedevano l’amicizia, ma a un certo punto è diventato quasi impossibile E si sono fatti vivi vecchi amici in tutta Italia, anche persone che non sentivo da tempo».

Ma sbagliano coloro che per via del suo humour considerano Stefano un paladino del mondo anti-veg. Tutto il contrario: «E’ questa la cosa curiosa: io sono vegano da quattro anni e in quella conversazione mi sono trovato proprio perché sono iscritto a molti gruppi che hanno come argomento la sostenibilità ecologica, le questioni etiche, le scelte legate all’alimentazione». Temi che per Stefano, torinese, 47 anni, sono anche al centro del suo lavoro, lui che di mestiere produce abbigliamento ecosostenibile. Nessuna cattiveria, nessuna contrapposizione: solo umorismo e la capacità e la voglia di non prendersi troppo sul serio. «E poi, con la ragazza del commento ci siamo scritti in privato. E siamo diventati amici». 

Migranti, naufragio finto per non far arrestare gli scafisti: 50 morti inventati

Libero


"Abbiamo inventato tutto, c’era stato detto di dire così perché non avreste arrestato gli scafisti. Nessuno di noi è caduto in acqua, siamo tutti sani e salvi grazie al vostro aiuto, scusateci". È quanto hanno detto gli immigrati sbarcati ieri a Pozzallo, circa 300 approdati con la Fregata 221 Hessen della Marina militare tedesca che li aveva soccorsi. È uno degli aspetti della vicenda ricostruita dalla Squadra mobile di Ragusa che ha sottoposto a fermo un eritreo accusato di essere lo scafista e individuato due connazionali - uno finito agli arresti, l’altro denunciato perchè minore - che in Libia avevano l’incarico di vigilare armati i profughi in partenza.

Bugie imposte - Le indagini hanno così permesso di escludere la morte di 50 migranti inizialmente riferita dai passeggeri: è stato appurato che gli organizzatori avevano detto ai migranti di raccontare di un naufragio e che tra loro vi erano gli scafisti. Insomma, una manovra per impedire che questi fossero arrestati. "Spesso capita", spiega la polizia, "che ai migranti venga imposto di raccontare una versione dei fatti che poi non corrisponde al vero, ma questo stratagemma, ormai un po' vecchio per gli investigatori, è stato subito scoperto. Di contro ha distratto di sicuro energie ed ha fatto perdere diverse ore di tempo. I migranti dopo essere stati scoperti hanno collaborato in modo ancora più fattivo, difatti in poche ore sono stati raccolti gravi indizi di reato a carico di tre eritrei".

Organizzazione mista - Oltre allo scafista vero e proprio, nelle cui tasche sono stati trovati 1700 euro, la Polizia ha così individuato anche i due eritrei che in Libia, in base agli accordi con gli organizzatori del luogo, si occupavano della vigilanza dei loro connazionali all’interno delle "connection house". È la prima volta che le indagini portano al fermo di due soggetti che hanno operato prevalentemente in Libia, anche perchè di solito rimangono nel loro paese e sono tutti libici. In questo caso si è registrata un’organizzazione mista, fatta di libici ed eritrei, difatti all’interno dei capannoni la vigilanza armata era stata affidata agli eritrei, così come la conduzione del gommone.

Quell'inchiesta segreta sul caso Majorana

Pierfrancesco Prosperi - Sab, 16/05/2015 - 08:34

L'imbarco per Palermo, una strana lettera e poi nulla. Lo scienziato è "Scomparso"

cd
«È scomparso la sera del 25 marzo. Ma secondo alcuni due giorni dopo, o anche più tardi».

Cesare Brandani si massaggiò la guancia.

Ettore Majorana, il celebre fisico italiano scomparso nel 1938

Quella mattina sentiva di essersi rasato male. «Come sarebbe? Sarà sparito da un certo momento in poi, no?».

Il funzionario picchiettò con la stilografica chiusa sui fogli che aveva davanti. «Ecco, c'è una zona grigia».

«Spiegatevi meglio».

«Intendo dire che il professor Majorana è partito dal porto di Napoli per Palermo la sera di venerdì 25 marzo, dopo aver annunciato per lettera che si sarebbe suicidato, presumibilmente gettandosi dalla nave. Così almeno è stato interpretato quanto ha lasciato scritto. Ma il giorno dopo ha scritto da Palermo spiegando che “il mare lo aveva rifiutato”, qualunque cosa intendesse dire, e preannunciando il suo ritorno a Napoli. Dove però nessuno lo ha mai visto. O meglio, sì».

«Sento che sta per venirmi il mal di testa» protestò Brandani. «Vi dispiacerebbe essere più chiaro?».

«In effetti» ammise il suo interlocutore, «questa vicenda offre parecchi lati oscuri. Per essere un po' più precisi, il professor Ettore Majorana, che credo conosciate di fama...».

«Certo che l'ho sentito nominare. È... era uno dei nostri fisici più illustri, benché molto giovane».

«A trentuno anni ha ottenuto la cattedra di Fisica Teorica “per meriti speciali” all'Università di Napoli. E dopo alcuni mesi d'insegnamento, durante i quali ha alloggiato all'albergo Bologna, d'improvviso è partito un venerdì sera per la Sicilia con un postale della Tirrenia. Il giorno dopo il direttore dell'Istituto di Fisica, professor Carrelli, ha ricevuto una lettera imbucata da Napoli il giorno prima, in cui il Majorana lo informava di aver preso una decisione “inevitabile” e gli chiedeva di ricordarlo, dopo la sua scomparsa, a tutti coloro che lo avevano conosciuto all'Istituto, dei quali avrebbe conservato un caro ricordo almeno fino alle undici di quella sera, “e possibilmente anche dopo”».

«A che ora partiva la nave?» chiese Brandani.

«Alle dieci e trenta di sera».

«Quindi, alle undici sarebbe stata appena fuori dal golfo di Napoli».

«Proprio così. Secondo voi, come può essere interpretata una lettera del genere?».