martedì 12 maggio 2015

Finalmente Lollipop: Samsung e HTC trascinano Android 5

La Stampa
antonino caffo

L’ultima versione del sistema operativo mobile di Google guadagna punti grazie a Galaxy S6 e HTC One M9

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Google ha presentato Lollipop nell’estate del 2014 durante la conferenza per sviluppatori I/O. Considerata come una vera rivoluzione, nell’immaginario dell’azienda la versione 5 sarebbe dovuta diventare nel giro di poco la più diffusa su smartphone e tablet ma non è stato così. Un po’ per colpa delle caratteristiche tecniche richieste per farlo girare in maniera decente, un po’ per la lentezza con cui i produttori rilasciano i loro aggiornamenti, Lollipop ha stentato a raggiungere un minimo di adozione sui dispositivi Android attivi in tutto il mondo, almeno fino a ieri.

I dati rilasciati da Google stanno infatti diventando confortanti. A fronte di una fetta di mercato pari allo 0,1% durante il dicembre del 2014 e un 3,3% dello scorso febbraio, oggi Android Lollipop è sul 9,7% dei telefoni e delle tavolette vendute globalmente. Gran parte del merito, come spiega anche Forbes , è dovuto al lancio degli smartphone top di gamma dei brand più conosciuti che stanno trainando le vendite di Android nelle ultime settimane. I modelli principali sono Samsung Galaxy S6 e HTC One M9, entrambi con Lollipop 5.0, il primo campione di incassi un po’ ovunque mentre il secondo alle prese con un fatturato minore rispetto al 2014 segnato dal successo del modello One M8.

Stando ai numeri attuali, la crescita di Lollipop è del 79,6% su base mensile; questo vuol dire quasi un raddoppio dell’utilizzo di Android 5 ogni 30 giorni, sia grazie all’acquisto di nuovi prodotti che di telefoni finalmente aggiornati come i Sony Xperia Z3 e Z3 Compact, gli LG G2 e G3 e il Motorola Moto E che hanno vestito i panni del material design solo di recente. Qualche problema invece per il Nexus 9, il tablet che Google ha prodotto con HTC e uscito dalla scatola già con Android Lollipop. Pare infatti che il recente aggiornamento alla 5.0.2 abbia portato con sé non pochi grattacapi agli utenti alle prese con arresti improvvisi (in gergo brick) e varie difficoltà nel portare a termine il download del nuovo sistema; un’operazione non così semplice come mangiare un lecca-lecca.

Da Garibaldi a Totò l’Italia l’ha fatta (anche) il sigaro toscano

La Stampa
maurizio tropeano

Nato per caso 200 anni fa a Firenze, amato da politici e artisti

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La nascita del sigaro toscano è legata ad una scelta di spending review fatta duecento anni fa dall’allora direttore della Manifattura Tabacchi di Firenze. Nell’agosto del 1815, a due mesi dalla sconfitta di Napoleone a Waterloo e dalla fine del sogno di egemonia in Italia del re di Napoli, Gioachino Murat, il funzionario del Granducato invece di buttare una partita di tabacco accidentalmente inzuppata da un acquazzone estivo decise di farla essiccare al sole.

Il combinato disposto tra gli effetti della pioggia e quelli del sole dà vita ad un gusto nuovo e particolare che piace non soltanto ai fiorentini. E così dall’operazione anti-spreco pensata per una produzione di sigari low cost e popolari nasce, invece, un prodotto di successo. Infatti il toscano nel 1818 entra regolarmente in produzione e per quasi 130 anni la fabbricazione si svolge prevalentemente a Firenze. Alla fine della Seconda guerra mondiale, però, la produzione dello «stortignaccolo» viene delocalizzata nella manifatture di Lucca e Cava dei Tirreni. 

I testimonial
La fortuna del toscano è legata, anche, al successo dei suoi testimonial. Eroi nazionali come Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II che dal regno di Sardegna concretizza il sogno dell’Italia unita. E poi musicisti, da Giuseppe Verdi ad Arturo Toscanini. Scrittori e giornalisti come Mario Soldati e Gianni Brera. Fino ai giorni nostri: Roberto Vecchioni, Nada, Paolo Sorrentino, Toni Servillo e Giancarlo De Cataldo. In mezzo ci sono i passaggi sul grande schermo con Totò che, in una celebre scena de La banda degli onesti, dopo aver finito di stampare le sue banconote, va a comprare un toscano; Burt Lancaster de Il Gattopardo di Luchino Visconti, che assiste fumando un Toscano, alla fine della monarchia borbonica; e Clint Eastwood implacabile pistolero negli spaghetti western di Sergio Leone.

La mano femminile
Dietro questo successo c’è una mano femminile. Almeno per tutto l’Ottocento le fasi della produzione erano affidate alle sigaraie, forse perché ritenute più affidabili dato che la lavorazione a mano «esige l’opera intelligente dell’operaio e l’azione del tatto», almeno è questa l’indicazione che arriva dagli atti della commissione d’inchiesta sui tabacchi del 1881. È un documento interessante perché si spiega che uno dei requisiti per l’assunzione era l’esame delle mani che venivano toccate, pesate e valutate per la loro elasticità. E poi c’era la maestra che spiegava come si confezionavano i sigari e le anziane che insegnavano alle novelline i trucchi per essere più «svelte» e confezionare i settecento sigari del cottimo quotidiano. Da allora il lavoro delle sigaraie non è praticamente cambiato e, spesso, si tramanda ancora da madre a figlia. 

La filiera italiana
Dalla semina alla raccolta, dalle fasi di lavorazione al prodotto finito la produzione del sigaro toscano è realizzata attraverso l’unica filiera interamente made in Italy assicurata da circa 200 tabacchicoltori concentrati in Toscana, Lazio, Umbria, Campania e Veneto, 1.800 addetti, un centro di ricevimento, perizia e sviluppo tabacco (Foiano della Chiana) e due manifatture (Lucca e Cava dei Tirreni). Mst (Manifatture Sigaro Toscano) assorbe il 90% della produzione nazionale di Kentucky e arriva al 100% nel caso della foglia da fascia. Mst nasce nel 2006 quando il gruppo industriale Maccaferri acquisisce dalla British American Tobacco Italia il ramo d’azienda che produce e commercializza il sigaro Toscano.

Export in crescita
La multinazionale l’aveva comprato due anni prima dall’Ente Tabacchi Italiani che aveva avviato il percorso di privatizzazione. Da allora è iniziata una competizione anche a livello internazionale. Il sigaro Toscano è distribuito in oltre 40 Paesi (Europa, Giappone, Canada, Australia, Israele, Libano, Tirchia, Russia ed Argentina. L’export e il duty free con i 13 milioni di pezzi venduti (nel 2006 erano 4,5 milioni) contribuiscono per il 5,7% al fatturato (90 milioni nel 2013). E Mst, per festeggiare, sta commercializzando un’edizione limitata di Garibaldi il Grande con «dimensioni più grandi ed una pancia più pronunciata». 

Chi non si prende cura del proprio cane rischia il carcere

La Stampa
giulia merlo

Lo ha stabilito una sentenza del tribunale di Trento. Condannata una famiglia che teneva un pastore tedesco in un piccolo terrazzo senza acqua e cibo

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Chiunque metta in atto comportamenti colposi di inerzia, incuria o indifferenza nei confronti del proprio animale domestico incorre nel reato di abbandono di animale. Lo ha stabilito la sentenza n.856/2014 del tribunale di Trento.
La vicenda è iniziata con la querela presentata dai vicini di casa, che avevano deciso di passare alle vie giudiziarie dopo numerosi richiami verbali, stanchi di sentire il cane dei propri dirimpettai abbaiare giorno e notte. L’animale - un pastore tedesco - era infatti costretto a vivere in una piccola terrazza e spesso veniva lasciato senza acqua e cibo.

Il tribunale di Trento ha accertato sì l’esistenza del reato di disturbo per cui era scattata la querela, ma è andato anche oltre. Il giudice ha infatti ritenuto che la condotta dei padroni del pastore tedesco integrasse anche il reato di abbandono di animali, previsto all’articolo 727 del codice penale. 
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Il codice sanziona con l’arresto fino ad un anno o con una ammenda che va da mille a 10mila euro chiunque detenga animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.

Secondo il tribunale, esattamente il comportamento dai padroni del pastore tedesco, che non si sono presi cura in modo adeguato del loro cane e ne hanno danneggiato la «sensibilità psico-fisica», lasciandolo senza cibo e in uno spazio angusto per giorni.

La sentenza ha, infatti, stabilito che la nozione di abbandono «postula una condotta ad ampio raggio, che include anche la colpa intesa come indifferenza, trascuratezza, disinteresse o inerzia». 
E addirittura, nel caso specifico, i giudici hanno ritenuto che si sia configurata la fattispecie più grave, ovvero quella di reato doloso. I padroni avevano, infatti, ricevuto numerosi richiami a prendersi cura dell’animale da parte dei vicini di casa, e quindi la loro condotta è stata ritenuta assolutamente voluta e non “solo” frutto di negligenza. 

Un appetito incontenibile, il cane mangia 23 proiettili

La Stampa
giulia merlo

Operato d’urgenza, sono stati rimossi 16 bossoli. In precedenza aveva ingerito reggiseni, pietre e telecomandi

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Un appetito insaziabile, quello di Benno. L’ultima preda del cane è stato un sacchetto di proiettili che il suo padrone aveva incautamente lasciato incustoditi sul letto.Il cane da pastore belga di quattro anni ha ingerito ben 23 proiettili calibro .308 e, dopo una corsa dal veterinario, è stato operato d’urgenza. I chirurghi sono riusciti ad estrarre 16 bossoli, due gli sono invece rimasti incastrati in gola e sono stati lasciati lì per prudenza e l’animale li ha espulsi una settimana dopo.

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Secondo il padrone Larry Glassfield, dell’Arkansas, Benno ha da sempre la pericolosa abitudine di ingerire tutto ciò che trova. Prima dei proiettili, a fare le spese dell’appetito del cane erano stati reggiseni, pietre, magneti, telecomandi e anche un pezzo del muro a secco della casa.

Larry, dopo l’ennesima brutta esperienza, ha assicurato che non lascerà più munizioni incustodite in giro per casa. «Ma sono sicuro che questo non fermerà Benno: bisogna solo aspettare per scoprire che cosa sarà nel suo prossimo menù». Anche la veterinaria che ha operato Benno era molto stupita. «Mi è capitato di curare cani che avevano ingerito cose pericolose, ma si trattava di animali di peluche. Non avevo mai sentito di uno e che ingoia proiettili».
L’unica fortuna è stata che i proiettili di Larry erano di rame e ottone. Se fossero stati fatti di piombo o zinco, infatti, il cane avrebbe rischiato anche l’avvelenamento. 

Le monete da un cent con un errore tipografico possono farvi felici: ecco quanto valgono

La Stampa


ROMA – Spesso i centesimi sono fastidiosi e considerati inutili, ma è bene controllare nel portafogli perché anche una semplice monetina da 1 centesimo potrebbe rendere qualcuno un po' più ricco.
Sul mercato sono stati infatti lanciati 7mila pezzi da un centesimo con la stampa della Mole Antonelliana invece di Castel del Monte. Apparentemente non ci sarebbe niente di strano, se non fosse che il monumento simbolo di Torino non dovrebbe stare su un lato delle monetine da 1 centesimo, ma solo su quelle da 2 centesimi. Questo errore tipografico ha innalzato il valore dello spicciolo: gli esemplari in giro valgono 2.500 euro.

lunedì 11 maggio 2015 - 15:16   Ultimo agg.: 15:18

Dateci i 75 euro promessi". Immigrati in rivolta a Napoli

Sergio Rame - Mar, 12/05/2015 - 09:48

Rivolta alla ex pensione Villa Angelina a Castellammare di Stabia. Immigrati in piazza: "Dateci i 75 euro al mese promessi dallo Stato". Poi chiedono (e ottengono) di allontanare dalla struttura i e volontari "sgraditi". Che si difendono: "Ci tocca pure lavargli le mutande"

S'infiamma l'emergenza immigrazione in Campania. Questa mattina è scoppiata una nuova protesta all'interno di una struttura a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli.



Gli 85 clandestini ospiti del centro di accoglienza, la ex pensione "Villa Angelina" di via Quisisana, sono scesi in piazza per avere i voucher da 75 euro, che lo Stato si è impegnato a versargli ogni mese, e per far allontanare il personale della struttura a loro sgradito.

Questa mattina gli stranieri, tutti uomini tra i 25 e i 30 anni provenienti dal Mali, Ghana, Gambia e Nigeria, sono scesi in piazza e hanno bloccato la strada Quisisana con i materassi e le reti dei loro letti, trascinati all'esterno della pensione, per protestare bloccando il traffico. "Non abbiamo ancora ricevuto i voucher da 75 euro al mese - hanno detto - i commercianti stabiesi non accettano i bonus dello Stato e siamo costretti ad andare fino a Napoli per poterli spendere". Gli immigrati non hanno ingaggiato l'accesa protesta solo per battere cassa: hanno preteso (e ottenuto) l'allontanamento dalla struttura di alcuni dipendenti e volontari "sgraditi".

Il personale a cui è affidata la struttura lamenta di non poter più gestire il piccolo centro di accoglienza dove è ospitato un centinaio di extracomunitari. "Non possiamo neppure entrare nelle cucine per controllare quanto cibo è in deposito", racconta una dipendente rivelando che al personale tocca addirittura "lavare le mutande" agli immigrati. La ditta che si occupa della struttura è stata scelta dalla Prefettura.



Immigrazione, Salvini a Mineo: "Il vero razzista è chi fa soldi con l'accoglienza dei profughi"

Sergio Rame - Lun, 16/03/2015 - 13:54

Il leader leghista torna a chiedere la testa di Renzi e Alfano: "Chiarire le ombre sugli appalti". E denuncia: "Spesi 150 milioni per giocare a palla"

Continua la campagna di Matteo Salvini contro l'immigrazione clandestina. A pochi giorni dalla class action contro Matteo Renzi e Angelino Alfano, il leader della Lega Nord al Cara di Mineo, il centro di accoglienza per i richiedenti asilo in provincia di Catania.
"Non è normale che la Sicilia che ha un tasso di disoccupazione altissimo faccia arricchire qualcuno con il business dell’immigrazione - ha spiegato - le navi della Marina Militare difendano i confini e la Sicilia deve lavorare non sulla pelle dei nuovi schiavi".

Alla sua terza visita al Cara di Mineo, Salvini se la prende con il governo. Il boom di sbarchi, l'incapacità di gestire le ondate di clandestini, le espulsioni che non vengono fatte. Dei colpevoli fa nomi e cognomi. Matteo Renzi e Angelino Alfano, premier e ministro dell'Interno. Contro di loro ha anche avviato una raccolta firme per fare una class action. L'accusa? Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. "Renzi e Alfano si dovrebbero dimettere - ha detto il leader della Lega - vadano in parlamento a spiegare date e soldi".

L'inchiesta aperta dalle procure di Caltagirone e Catania sul Cara di Mineo ha scoperchiato il business degli immigrati clandestini. Business che tocca da vicino Alfano. Il sottosegretario all'Agricoltura Giuseppe Castiglione, leader Ncd in Sicilia, è infatti indagato per gli appalti al centro di accoglienza. "Non vorremmo che sulla pelle degli immigrati qualcuno ci guadagnasse soldi e voti - ha incalzato - vogliamo sapere come vengono spesi i 150 milioni di euro di denaro pubblico che servono per mantenere gente che sta giocando a pallone".

Più che con Alfano, che considera un semplice "burattino", Salvini se la prende con Renzi "Il premier deve lasciare perché sull’immigrazione non dice una parola, invece dovrebbe spiegare da come e da chi sono spesi i soldi". Durante la visita al Cara di Mineo, che ha visto anche qualche contestazione, il leader del Carroccio ci ha tenuto a togliersi di dosso le accuse di razzismo, spiegando che gli immigrati, che "scappano dalla povertà e dalla guerra vera, sono miei fratelli" e per questo devono essere accolti.

Tutt'altro discorso riserva alla maggioranza di extracomunitari che sbarca in Italia da immigrato clandestino: "Questi devono essere riportati a casa loro". "La solidarietà a spesa degli italiani è finita - ha continuato - i razzisti sono quelli che usano i 4.000 migranti ospiti del Cara di Mineo per fare soldi".

Pisapia trova casa ai rom. Per 50 euro al mese

Monica Serra - Mar, 12/05/2015 - 08:07

Decine e decine di famiglie di etnia rom e qualcuna di origine albanese godono a Milano di una casa popolare, in "deroga"ai requisiti previsti dal regolamento regionale o alla graduatoria. Bypassando, quindi, la regolare procedura e la partecipazione al bando


Decine e decine di famiglie di etnia rom godono a Milano di una casa popolare. Ad esse se ne aggiunge qualcuna di origine albanese, moldava e croata, per un totale di settantacinque alloggi, molti dei quali assegnati dal Comune «in deroga» ai requisiti previsti dal regolamento regionale o alla graduatoria.

Settantacinque alloggi sono tanti, in un momento in cui la crisi economica dilaga e sono molti i disoccupati, i precari, gli anziani che vorrebbero poter usufruire di un appartamento a costi così agevolati. Si parla di cifre che vanno dai 50 euro circa ai 120, a seconda che i beneficiari facciano parte delle fasce di «accesso» o «protezione», stabilite sulla base delle loro condizioni economiche.

Non solo. «Molti di loro sono morosi, non hanno mai pagato un affitto», dichiara il consigliere regionale Fabio Altitonante, che per primo ha documentato il problema con foto, video (girati all'interno e all'esterno delle abitazioni interessate) e numeri alla mano. «Basti pensare che, soltanto nel primo bimestre del 2014, i morosi tra gli assegnatari di case Aler sono il 43 per cento, per un valore complessivo di 15 milioni e mezzo di euro».

Noi siamo andati a vedere questi appartamenti. Nelle case non c'era nessuno, o magari chi c'era ha preferito non farsi vedere. Le palazzine sorgono in diversi quartieri della città. Famagosta, Lorenteggio, viale Molise sono solo alcune delle zone interessate. A giocare nei cortili solo qualche bambino. Salendo su per le scale di una delle strutture si trovano porte sfondate e poi riparate alla buona ma, al suono del campanello d'ingresso, nessuno risponde. Per documentare la presenza dei Rom, che pure si evince dai dati ufficiali, è necessario appostarsi la mattina presto, o la sera.

Come si decide a chi affidare gli alloggi? «La legge regionale stabilisce i criteri fondamentali - spiega Altitonante - ai Comuni spettano le assegnazioni e poi ci sono i gestori (a Milano Aler e MM). Oggi, quindi, è Palazzo Marino a gestire le assegnazioni delle case popolari. C'è una graduatoria, dove sono in lista d'attesa più di 24mila persone. Poi ci sono le assegnazioni in deroga, il 25% del totale all'anno. Che cosa significa? Palazzo Marino può dare case a sua discrezione. È una possibilità pensata per far fronte alle emergenze, ai casi sociali più gravi. Ma dalla teoria alla pratica le cose cambiano, molto».

La metà di questi «casi gravi», circa il 47 per cento, secondo i dati forniti dal consigliere, sarebbero stranieri, quasi tutti di origine romena. Un altro punto fondamentale riguarda la burocrazia. Adesso il Comune decide sull'assegnazione dell'alloggio, poi trasmette la pratica al gestore, che deve combinare la richiesta con la disponibilità. E, nel frattempo, passano mesi. «Non è tollerabile- conclude Altitonante- le assegnazioni devono passare direttamente in capo ai gestori, eliminando i passaggi inutili, con l'obiettivo di garantire una casa a chi ha realmente bisogno: i milanesi in difficoltà».


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cd

Gli Impresentabili

La Stampa
massimo gramellini

De Luca, l’uomo del Pd per la presidenza della Regione Campania, ha invitato gli elettori a non votare certi ceffi presenti nelle liste civiche che sostengono la sua candidatura. Si parla di nostalgici del Duce e di professionisti del voto di scambio, alcuni in odore di camorra. Ieri il vicesegretario nazionale del partito Guerini ha ribadito il concetto. Dunque l’appello più surreale della storia suona più o meno così: «Cari cittadini, vi saremo veramente grati se non darete il vostro voto alle persone con cui ci siamo alleati».

Ma se sono talmente impresentabili da non meritare il nostro sì, perché vi siete accordati con loro? E soprattutto, perché continuate a restarci insieme anche adesso? Toccherebbe alla politica selezionare la classe dirigente da sottoporre al giudizio del popolo. Troppo comodo fare accordi con chiunque porti in dote pacchetti consistenti di voti e poi chiedere agli elettori di rimettere le cose a posto, promuovendo i buoni e bocciando i cattivi. Come se uno, invitando a cena il suo migliore amico, gli dicesse: a tavola con noi ci saranno Barbablù, Al Capone e il mostro di Firenze, però tu non rivolgere loro la parola, anzi, ti autorizzo a cacciarli da casa mia. L’amico avrebbe buon gioco a rispondere: ma se ti creano tanto imbarazzo, non faresti prima a non invitarli più? 

Rivolgo la stessa domanda a De Luca e Guerini: se certi alleati vi creano tanto imbarazzo, non fareste prima a non invitarli più, anziché chiedere agli elettori di cacciarli da casa vostra? 

Ditta mafiosa? Il Tar l'assolve Ed è l'unica puntuale di Expo

Luca Fazzo - Mar, 12/05/2015 - 07:00

Le traversie di Elios, un'azienda di smaltimento rifiuti sospettata ingiustamente di irregolarità mai commesse

Tra le tante storie di Expo che adesso si possono raccontare col sorriso c'è anche quella di una catastrofe mancata.

Non per l'esposizione, si badi: ma per un'azienda che dai cantieri era stata cacciata con ignominia, indicata al pubblico ludibrio come esempio vivente della infiltrazione illecita negli appalti e soprattutto della capacità di Expo di fare pulizia al suo interno. Poteva essere la morte civile, per l'azienda. Che però si è ribellata, non solo al provvedimento del prefetto di Milano e del commissario Giuseppe Sala ma anche al conformismo del sospetto. Si è rivolta al Tar, si è vista dare ragione, è tornata a lavorare sui cantieri. E oggi può sventolare i dati del lavoro fatto e rivendicare un record: spiegando di essere «l'unica impresa, italiana ed estera, ad essere entrata nel cantiere Expo 2015 il 4 febbraio 2012 ed essere uscita la mattina dell'inaugurazione, il 1 maggio 2015». Lavoro finito in tempo. Nonostante quella settimana di luglio in cui venne cacciata dai cantieri.

L'azienda si chiama Elios, sta a Piacenza, si occupa di bonifiche e smaltimenti. Lavoraccio, da sempre considerato a rischio di infiltrazioni malavitose, e per questo da sempre monitorato. In Expo la Elios ci arriva nel 2012 su invito della Cmc, la coop rossa che nei cantieri ci era entrata sfruttando i buoni uffici di Primo Greganti, il compagno G: ma che non verrà mai allontanata dai lavori. Invece la mattina del 9 luglio 2012 a venire espulsa con la forza, camion e ruspe compresi, dai cantieri è la Elios. Il provvedimento è firmato da Sala sulla base di un'informativa della Prefettura che «pur non evidenziando tentativi di infiltrazione mafiosa, ha segnalato elementi suscettibili di valutazione sotto il profilo dei requisiti soggettivi dell'impresa subappaltatrice e tali da pregiudicare il rapporto tra Expo 2015 e l'impresa».

Di cosa si tratta? Di un'indagine per smaltimento illecito di rifiuti, aperta a Novara. Non è la prima volta che la Elios finisce sotto inchiesta, ma è sempre stata assolta. Eppure basta l'apertura di quel fascicolo per decretare l'espulsione dal cantiere. Applaudono i sindacati e la società civile. «La revoca di un subappalto da parte della società Expo - fanno sapere da Palazzo Marino - è la dimostrazione che i controlli sui lavori sul sito espositivo funzionano. Non c'è e non ci sarà spazio per infiltrazioni illegali in Expo 2015». Invano dalla Elios avevano provato a lamentare l'assurdità della cosa, «in barba a ogni presunzione di innocenza ci viene inflitto un provvedimento che crea dei danni irreparabili all'azienda»

Una settimana dopo, marcia indietro. Il Tar accoglie il ricorso della Elios e la riammette nei cantieri. E a quel punto comincia la vera battaglia, più difficile di quella contro i provvedimenti della Prefettura: bonificare davvero un sito dove strada facendo si scoprirà che i lavori per ripulire l'area sono stati clamorosamente sottostimati. Alla fine, l'operazione si è rivelata sei volte più vasta di quanto era stato previsto. Totale, 694mila tonnellate di rifiuti smaltiti, e l'equivalente di venti piscine olimpioniche di terreni bonificati.

«Sfida culturale e di crescita: focus giovani, piccole e medie imprese». È il titolo del convegno organizzato dall'Ande per giovedì 14 maggio all'Unione commercianti di corso Venezia. Obiettivo: parlare delle opportunità di lavoro legate al cibo ed aperte da Expo per i giovani e per le piccole e medie imprese. Ad aprire i lavori Giancarlo Caratti di Lanzacco, presidente della task force dell'Ue per Expo.

Pavia, fa il pieno e non paga: il giudice la assolve

Mario Valenza - Lun, 11/05/2015 - 16:55

La donna aveva detto di non avere i soldi con sé. Il giudice: "Il reato è lieve, non può più essere punita"

Fare un pieno dai benzina senza pagarlo non è un reato. Ecco il primo effetto della depenalizzazione dei reati minori voluto dal governo Renzi.

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Il fatto risale al 2012 quando la signora Serban non ah pagato un pieno gestore di un distributore di benzina dopo aver fatto rifornimento. La donna che si trovava nei pressi di Pieve Porto Mortone, in provincia di Pavia. Quando si è accorta di essere senza contanti con una dichiarazione su un foglio di carta ha promesso al gestore che gli avrebbe pagato da lì a pochi giorni la benzina. Così non è stato ed è scattata la denuncia. Ma quando si è arrivati alla fase finale del processo è arrivata l'inaspetatta assoluzione.

Infatti i giudici hanno applicato le nuove norme volute dal governo Renzi che depenalizzano i reati minori. Nelle motivazioni della sentenza sono chiare: "Si può concludere per l'assoluzione dell'imputata - si legge nelle motivazioni della sentenza - perché non punibile". Il giudice di fatto ha affermato che il reato era di "scarsa rilevanza". A questo si aggiunge il fatto che la donna non aveva precedenti penali: così l'ha fatta franca. Insomma fare un pieno da 121 euro e non pagarlo non è un reato.