lunedì 11 maggio 2015

Preso all’imbarco con documenti falsi «Scappo dai terroristi»: assolto

Corriere della sera
di Giuliana Ubbiali

Bilal Duwwah, 22 anni, palestinese dalla Siria era arrivato a piedi in Grecia

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Il telefonino sequestrato gli è stato concesso per telefonare alla mamma. È con lei che Bilal Duwwah, 22 anni, palestinese in fuga dai terroristi, aveva tentato il viaggio da un campo profughi in Siria alla Grecia, via Turchia (a piedi), per andare in Svezia. Lei è tornata indietro mentre lui ce l’ha fatta, ma all’aeroporto di Orio al Serio all’imbarco per Stoccolma, venerdì alle 20, è stato arrestato dalla polizia perché aveva una carta d’identità ceca falsa. L’arresto è obbligatorio con la recente legge sull’anti-terrorismo. A Bergamo i casi sono già numerosi. Il suo, però, è il primo che finisce con un’assoluzione.

«Stato di necessità per salvare sé e la sua famiglia», ha deciso il giudice Donatella Nava che al processo per direttissima ha concluso che il fatto non costituisce reato: «Non aveva alternativa». Il ragazzo, in lacrime, ha raccontato la sua storia. Ancora più triste, ieri, perché dalla telefonata ha scoperto che la madre è in ospedale. Anche il padre è ammalato, ha subìto un trapianto di reni. La sorella è morta a 16 anni. «Le hanno sparato i terroristi di Jabhat Alnusra, gruppo di Al Qaeda, che hanno attaccato il campo profughi di Iarmuk, in Siria, dove ci trovavamo - il racconto - . Hanno saccheggiato l’ospedale, portando via i medicinali». Così hadeciso di partire «per lavorare e trovare i soldi per curare mio padre».

Ha pensato alla Svezia, dove ci sono migliori condizioni per avere lo status di rifugiato. E deve aver anche saputo che in Grecia c’è chi fornisce documenti falsi: «Ho pagato 200 euro per la carta d’identità». Dalla Turchia ha camminato un mese per arrivarci. Poi ha raggiunto l’Italia con una barca «non un barcone, una piccola». Solo che a Orio hanno scoperto che il documento era falso. Il giovane ha anche regolare passaporto siriano, ma all’interno dell’Europa meglio una carta d’identità. Il pm ha chiesto la condanna a un anno e mezzo, ma la storia di fuga dai terroristi ha reso il suo caso eccezionale. Libero. E ora? Il giovane ha contattato un cugino, per sapere prima della mamma e poi come proseguire il viaggio.

11 maggio 2015 | 08:44

Tutti i privilegi dei sindacalisti Atm

Michelangelo Bonessa - Lun, 11/05/2015 - 08:23

Domeniche a casa, turni ridotti, esenzione dalla guida. Ma ora è partita una petizione interna per dire basta

Se lavorassero i sindacalisti, in Atm non servirebbero gli straordinari. Anzi, non sarebbe nemmeno necessario assumere nuovo personale.

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E per ottenere che durante i sei mesi di Expo anche loro tornino a darsi da fare, sono state raccolte quasi 2mila firme, con cui si chiede all'azienda la sospensione dei privilegi sindacali. All'indomani delle feroci polemiche per lo sciopero del 28 aprile, i Cub dicono la loro verità: «Paradossalmente l'apporto che 132 delegati sindacali possono dare è maggiore di quello delle assunzioni – hanno spiegato Claudio Signore e Massimiliano Battipaglia – devono lavorare come noi, avere i riposi a scalare come tutti in modo tale che il sacrificio sia distribuito su tutti, non che lo fanno fare a noi in modo da conservare i privilegi».

La lista di quanto non funziona parte proprio dai riposi: i delegati sindacali hanno le domeniche sempre libere, mentre i normali lavoratori solo 8 sulle 17 su cui è incardinato il contratto. Non solo: secondo i Cub i loro colleghi dei sindacati maggiori hanno altri privilegi come i turni più corti, i permessi e in molti casi l'esenzione totale dalla guida. Una piccola casta interna che, secondo Signore e Battipaglia, ha svenduto i più sfortunati ottenendo un bonus di circa 80 centesimi l'ora per lo straordinario e il recupero delle ferie che diventerà impossibile visto il super lavoro previsto per i mesi di Expo. Senza contare quelli che lavorerebbero 3 ore e mezza, il necessario per accumulare il premio di produttività che scatta dalle tre ore e venti in poi.

Dai sindacati però non ci stanno: «È una bufala – contrattacca Carmelo Minniti della Uil trasporti – i sindacalisti, che sono stati eletti con consultazioni che hanno coinvolto sette sigle, lavorano eccome e non tutti utilizzano le libertà sindacali garantite dalla legge come le 8 ore al mese: e poi di questi 132 sono 40 quelli che fanno un orario particolare. Gli altri fanno gli orari come tutti: si dà una rappresentanza nei luoghi di lavoro, anche quelli che usufruiscono dei permessi le altre ore non vanno a pescare, restano sul luogo di lavoro per ascoltare i problemi dei colleghi e per far rispettare gli accordi storici di Atm; il sabato fanno un orario continuo, cioè 6 ore e 30 come gli altri e la domenica fissa di riposo è solo perché se no lavorerebbero sette giorni continuativi e non è permesso».

La controreplica arriva da Massimiliano Rositano, tranviere e consigliere di zona 3 (Lega Nord): «A parte che quelli come Minniti sono anni che non vedono un tram ed è una vita che non indicono una delle dieci assemblee annuali retribuite a cui i lavoratori avrebbero diritto, posso però assicurare che i tranvieri sono infuriati perché non si può firmare un accordo senza sottoporlo alla categoria: è antidemocratico prendere decisioni anche per molti come me che non sono iscritti al sindacato; i tranvieri i sacrifici li fanno tutti i giorni, mentre loro vivono meglio: è come per il Parlamento, dove persone che guadagnano decine di migliaia di euro al mese chiedono uno sforzo in più agli italiani». «Mi sembra che i confederali non rappresentino più» dice Igor Ghezzi, segretario provinciale della Lega.


Privilegi sindacali, «guerra» in Atm

Redazione - Lun, 11/05/2015 - 07:00

I tranvieri raccolgono 2mila firme per togliere ai sindacalisti permessi e turni ridotti durante Expo

Se lavorassero i sindacalisti, in Atm non servirebbero gli straordinari. Anzi, non sarebbe nemmeno necessario assumere nuovo personale.

E per ottenere che durante i sei mesi di Expo anche loro tornino a darsi da fare, sono state raccolte quasi 2mila firme, con cui si chiede all'azienda la sospensione dei privilegi sindacali. All'indomani delle feroci polemiche per lo sciopero del 28 aprile, i Cub dicono la loro verità: «Paradossalmente l'apporto che 132 delegati sindacali possono dare è maggiore di quello delle assunzioni – hanno spiegato Claudio Signore e Massimiliano Battipaglia – devono lavorare come noi, avere i riposi a scalare come tutti in modo tale che il sacrificio sia distribuito su tutti, non che lo fanno fare a noi in modo da conservare i privilegi».

La lista di quanto non funziona parte proprio dai riposi: i delegati sindacali hanno le domeniche sempre libere, mentre i normali lavoratori solo 8 sulle 17 su cui è incardinato il contratto. Non solo: secondo i Cub i loro colleghi dei sindacati maggiori hanno altri privilegi come i turni più corti, i permessi e in molti casi l'esenzione totale dalla guida. Isnsomma, una piccola casta.

«Il giorno tanto atteso si avvicina». Così recitava l'invito scritto in corsivo blu ma postato sui social. Audace passato e estremo presente convivono nella tradizione del Gran Ballo delle debuttanti, l'altra sera alla caserma Teuliè. Illuminata con luci al tricolore, la facciata bianca, rossa e verde, la caserma ha accolto le ragazze, per tradizione dai 16 ai 19 anni, in frusciante lungo candido per il debutto in società. I cadetti della Teuliè hanno accompagnato sulla regale passerella, addobbata con un white carpet, emozionate damigelle, per i primi passi in questo valzer che risale all'impero austriaco, e che ha come icona una principessa Sissi in decolletè candido e argento.

Le fiabe godono di un gran ritorno, dal cinema alla letteratura. Discoteche, movide e rock non hanno mai cancellato l'elegante atmosfera di questa sera fiabesca in cui la donna e l'uomo volteggiano al ritmo di una musica che scorre da anni e anni come Il bel Danubio blu. Portamento, grazia, leggerezza sono parole sconosciute alla gioventù nel quotidiano, ma come per magia rivivono in una notte da «C'era una volta».

Tre milioni di euro, tanto è stato stanziato per il Padiglione Vaticano per Expo. Una cifra che Papa Francesco - critico per le polemiche sui suoi costi continuano a fare discutere - ritiene eccessiva e non in linea con gli obiettivi della Chiesa. Quaderni, libri scolastici e fotografie: la mostra «A Scuola con il duce» - ad ingresso libero allestita nell'ex chiesetta del Parco Trotter - da domani al 17 maggio mette in luce i cardini dell'istruizione a scuola italiana durante il ventennio fascista.

Gli smemorati di partito che vogliono i rimborsi (ma votarono la legge)

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Il sì nel 2011. Ora urlano: illegittimi quei tagli alle pensioni. Brunetta «Renzi pare andato via di testa dopo la sentenza della Corte costituzionale»

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«Renzi e Padoan non giochino sulla pelle dei truffati dalla Fornero con la scusa delle regole imposte da UE. #giulemanidallepensioni». Lo scrive in un tweet la pugnace deputata Barbara Saltamartini. Che il 16 dicembre 2011 benedisse quella «truffa» votando a favore. E non fu l’unica, tra quanti sparano oggi a pallettoni contro il «salva Italia» del governo Monti.

«Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai idea» disse il poeta e saggista James Russell Lowell. Giusto. È divertente, però, sentire oggi gli «hurrah!» per la sentenza della Consulta e le ringhiose ingiunzioni al governo perché rispetti immediatamente il verdetto a dispetto dello squarcio nei conti pubblici, confrontando tutto con il voto e le parole di quattro anni fa. Sia chiaro, non vale per tutti. Leghisti e dipietristi, che si schierarono contro, hanno buon diritto a rivendicare: l’avevamo detto.


E così Alessandra Mussolini che, a dispetto del Pdl, dichiarò alla Camera: «Voterò “no” alla fiducia e “no” alla manovra. Non è possibile dare sostegno a una manovra priva di qualsiasi idea di sviluppo e che si limita a tassare la parte del Paese più debole e produttiva. Non si può tollerare una manovra tanto più iniqua, perché ignora di colpire i poteri finanziari che molti di voi rappresentano per storia professionale e personale, proprio quelli che hanno portato l’Italia e l’Europa sull’orlo dell’abisso». Alcuni si astennero, come Antonio Martino, Sandro Biasotti, Michaela Biancofiore... Altri, per motivi diversi, risultarono assenti come Mariastella Gelmini, Ignazio La Russa, Giulio Tremonti o Michela Vittoria Brambilla.
Ieri contrari oggi favorevoli
Nella stragrande maggioranza, però, quanti oggi esultano per la tegola cascata in testa al governo di Matteo Renzi (e «incidentalmente» ai conti del Paese) contribuirono attivamente al varo di quella legge che, bloccando l’indicizzazione delle pensioni, passò alla Camera con l’80,6% di voti favorevoli, il 15% di contrari e il 4,4% di astenuti. Né andò diversamente al Senato. Dove passò con 257 si e 41 no.

Votò a favore, dice il sito openpolis.it , l’attuale capogruppo berlusconiano Renato Brunetta, che oggi esulta: «Renzi è in un mare di guai. L’Europa gli sta mandando una lettera di grande critica perché i conti non tornano, il Def deve essere riscritto, c’è un buco di 20 miliardi. C’è un buco di 20 miliardi nel Def!». Di più: «Renzi pare sia andato via di testa dopo la sentenza della Corte costituzionale sulle pensioni, imprecando contro la Consulta che, evidentemente non più ammorbidita da Napolitano, ha cominciato a fare il suo mestiere». Come bocciare una legge che anche lui, più o meno obtorto collo, risulta avere condiviso.

E votò a favore Osvaldo Napoli, che oggi bacchetta: «Il governo Monti ha scelto, come ogni governo tecnico privo di investitura popolare, di tagliare il nodo previdenziale con un atto autoritativo, infischiandosene dei diritti di oggi ma preoccupato unicamente di far quadrare i conti». E votò a favore Francesco Paolo Sisto, che ieri ha sancito: «Ognuno può interpretare le cose a modo suo, ma le sentenze della Corte costituzionale si rispettano e, anche se quella sulla riforma Fornero incide notevolmente sui conti pubblici del Paese, è evidente che va applicata. Ciò che è stato tolto in modo illegittimo ora va restituito».

E votò ancora a favore Giorgia Meloni che oggi, alla guida di Fratelli d’Italia, assicura che il suo partito «metterà a disposizione dei pensionati un pool di avvocati per fare tutti i ricorsi che serviranno se il governo non dovesse restituire i soldi che lo Stato deve loro dopo la sentenza della Corte costituzionale. Così come ha trovato e restituito i soldi ai pensionati d’oro quando la Consulta ha dichiarato incostituzionale il prelievo di solidarietà sulle loro pensioni, oggi lo Stato deve fare la stessa cosa con tutti gli altri cittadini italiani. Il governo ha il dovere di trovare i soldi per la gente normale».
«Attentato alla Corte costituzionale»
Su tutti svetta però Maurizio Gasparri. Il più combattivo: «Se il governo limita i rimborsi fa un attentato alla Corte costituzionale perché verrebbe aggirata la sentenza: non vogliamo trucchi» ha detto a Francesco de Dominicis di Libero . Ancora: «Perseguiteremo questo cialtrone di Renzi tutti i giorni, non riusciranno a farla franca e se ci sarà un decreto daremo assistenza a tutti». Cioè? «Siamo disposti a offrire assistenza legale ai cittadini danneggiati dalla riforma del governo Monti e che ora rischiano di veder negati i loro diritti». Il 22 dicembre del 2011, quando passò la legge oggi sotto accusa, era addirittura capogruppo del Pdl al Senato. Due sole volte parlò del tema attuale: per rivendicare che il suo partito aveva ottenuto «una maggiore indicizzazione delle pensioni» e per avere «detto no al tetto di 500 euro per i contanti e ad un uso troppo esteso dei conti in banca per anziani con pensioni minime». Fine.

Dopo di che precisò solenne: «Ci sono quindi in questa manovra luci e ombre, ma il Popolo della Libertà ha assunto una posizione seria e coerente e, come ha già detto alla Camera il segretario del nostro partito Alfano, voteremo favorevolmente perché siamo persone serie, leali e coerenti e non sono cambiate le condizioni che hanno portato a sostenere la nascita di questo governo». Annota il resoconto stenografico: «Applausi dal Gruppo PdL». E chiuse tra nuovi applausi: «Del resto, abbiamo sempre messo al primo posto il bene dell’Italia e oggi il caos non sarebbe il bene dell’Italia». Fu così convincente che il suo gruppo lo seguì in massa. C’erano sei assenti e votarono sì in 128. Uno solo disse no. Non era lui. 


11 maggio 2015 | 10:53

Caso Orlandi, il fotografo indagato «L’auto del sequestro era la mia»

Corriere della sera
di Fabrizio Peronaci

Marco Accetti, l’uomo sotto inchiesta per autocalunnia per essersi accusato del rapimento: «Nel 1983 avevo una Citroen Gs, verde. Non somiglia alla Bmw vista dai testimoni?»

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«Inizio gradualmente ad aprire il mio archivio, pubblicando fatti che mi ero riservato di render noti esclusivamente nel corso del processo...». Caso Orlandi-Gregori, colpo di scena: il fotografo Marco Fassoni Accetti, la cui testimonianza ha provocato lo scontro tra il procuratore Giuseppe Pignatone e il suo aggiunto Giancarlo Capaldo, che si è dissociato dalla richiesta di archiviazione imposta dal capo e resa nota il 5 maggio, annuncia di voler rivelare fatti inediti, finora tenuti segreti. Sul suo blog, l’indagato e reo confesso (che ha messo a verbale di aver partecipato al doppio rapimento per conto di una delle fazioni ecclesiastiche in lotta negli anni Ottanta all’ombra del Vaticano) ha inserito un lungo post nel quale affronta tre aspetti: la vettura che egli usava all’epoca, la sua presunta partecipazione alla scena clou del sequestro di Emanuela Orlandi il 22 giugno 1983 in corso Rinascimento e la presenza nei mesi successivi a Boston, città dalla quale partirono 4 lettere di rivendicazione, di «una persona a me intima».
«Avrebbero dovuto mettermi a confronto con il poliziotto»
Marco Fassoni Accetti, Marco Fassoni Accetti,

Il primo argomento tocca un tema a lungo dibattuto. Grazie alle testimonianza di un vigile urbano (Alfredo Sambuco) e di un poliziotto in servizio davanti al Senato (Bruno Bosco), gli inquirenti hanno sempre ritenuto che l’auto utilizzata dai rapitori 32 anni fa fosse stata una Bmw verde tundra, modello Touring. Al punto che, all’epoca, la polizia verificò una per una le decine di auto di quel genere immatricolate nel Lazio. Ora, Fassoni Accetti lascia intendere che la vettura fosse un’altra, la sua: «Essendo presente un’automobile sulla scena del crimine, mi avrebbero dovuto chiedere, logicamente e prevedibilmente, quale macchina usassi nell’83, e al tempo stesso indagare al riguardo. Ciò non è avvenuto. Nessuno è a conoscenza di quale autovettura usassi in quell’anno...»

E dunque? Quale era? Mistero svelato: «Io ero solito usare una Citroen Gs, di colore verde metallizzato. Lo stesso colore indicato dai testimoni. Certo, uno dei due ritenne che la macchina avvistata fosse una Bmw, ma un testimone potrebbe errare. Ambedue, comunque, indicarono lo stesso colore». Per dare vigore alla sua rivelazione, il fotografo ha pubblicato sul suo blog un’auto di identico modello, di quegli anni. «La acquistò mio padre attorno al 1976 - ricorda - e io la usavo spesso». Altra recriminazione: «Visto che mi sono presentato in Procura, qualificandomi come uno dei responsabili, sarei dovuto essere sottoposto a un confronto con uno dei due testimoni, il poliziotto, l’altro è deceduto. Invece non è accaduto».
«Io sono stempiato, magro e con il viso allungato»
Enrico De Pedis, detto «Renatino»Enrico De Pedis, detto «Renatino»

Il secondo aspetto affrontato riguarda l’identikit del giovane visto nell’auto verde (che si è ipotizzato potesse essere Enrico De Pedis, il boss della banda della Magliana). Anche in questo caso, Fassoni Accetti lascia intendere uno scenario diverso e sorprendente, che fosse lui quel personaggio sospetto: «Oltre ad assomigliare alla descrizione fatta dai testimoni: leggermente stempiato, magro e con il viso allungato - elenca - ho recato un flauto compatibile (si riferisce allo strumento fatto trovare due anni fa, che disse essere appartenuto a Emanuela Orlandi, ndr) e una voce compatibile a quella del telefonista (il cosiddetto Amerikano, la Procura ha disposto una perizia fonica giudicata non risolutiva, ndr). Signori magistrati, io vi accuso - scrive l’indagato - Avete omesso gravemente di ottemperare alcuni atti, che in un processo per duplice omicidio sono assolutamente d’obbligo. La mia opinione, non credendo ad ingenue negligenze da parte di cotanta Procura, è che le vostre decisioni siano state dettate da motivi di opportunità.».
«A Boston c’era una persona a me intima»
Manifestini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di Ercole, messo pontificioManifestini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di Ercole, messo pontificio

Il supertestimone, ora sotto indagine per calunnia e autocalunnia, estrae infine dal suo «archivio» l’indizio su una pista a lungo battuta: la presenza di «una mia persona intima nella città di Boston, negli stessi giorni in cui da quella città venivano spediti alcuni comunicati, e guarda caso non stiamo parlando di una delle infinite città statunitensi, ma proprio di Boston...». Dagli atti dell’istruttoria, risulta che la sola persona «intima» del fotografo che nel corso del 1983 si trasferì in America per alcuni mesi fu la giovanissima moglie (all’epoca poco più che maggiorenne), con la quale era di fatto già separato.

Di certo, le lettere di rivendicazione del sequestro Orlandi-Gregori (con la conferma dello «scambio» con il terrorista turco Alì Agca) partirono da Kenmore Station, dalla stessa casella postale usata in quel periodo da un gruppo di preti pedofili che diede il via a uno dei più grandi scandali che la Chiesa ricordi. Perché i sequestratori di Emanuela scelsero proprio Boston? Volevano mandare un messaggio «trasversale», tenendo sotto scacco qualche personalità ecclesiastica in relazione alla pedofilia? Sono solo due delle tante domande riaperte. Il doppio giallo da molti ribattezzato «Vatican connection», che ha provocato una tensione senza precedenti ai vertici della Procura romana, sembra destinato a fare ancora discutere.

11 maggio 2015 | 08:35

Leopoldo Mastelloni: «Ho una pensione da fame, penso al suicidio»

Corriere della sera

L’esasperazione dell’attore e cantante napoletano che prende 625 euro di pensione al mese: «Se non avessi l’aiuto di Barbara Mastroianni e degli amici non so come farei»

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«Dopo 50 anni di lavoro e di contributi prendo 625 euro di pensione al mese. Se non avessi degli amici che mi aiutano a pagare l’affitto, prenderei 40 pillole di sonnifero e me andrei via: ci penso sempre più spesso a farla finita». È lo sfogo di un esasperato Leopoldo Mastelloni - attore, regista e cantante napoletano - che a luglio compirà 70 anni e confessa pubblicamente di essere ridotto sul lastrico e di riuscire a mantenere una casa in affitto «solo grazie all’aiuto di alcuni cari amici che mi prestano soldi».
«Non mi vergogno di dire come stanno le cose»
Parole agre, quelle di Mastelloni: «Io non ho vergogna di dire come stanno le cose. E parte di questo coraggio me lo ha dato Orietta Berti, confessando che anche lei prende 800 euro al mese e che se il marito non le avesse fatto una pensione integrativa sarebbe costretta a chiedere l’elemosina, che è quello che sto facendo io. Io ormai mangio solo quello che i supermercati mettono in offerta speciale e se non avessi Barbara Mastroianni, la figlia di Marcello, che mi aiuta, non so come farei», dice l’artista.
Il versamento dei contributi
L’attore spiega il motivo dell’esiguità della sua pensione: «Purtroppo io ho saputo solo quando sono andato in pensione che questa sarebbe stata calcolata sugli ultimi tre anni di contributi, che nel caso mio e di chi fa il mio mestiere sono chiaramente scarsi, perché gli impegni e le chiamate con l’età si diradano. Eppure io ho fatto i miei primi versamenti nel 1965 e dal 1968 per un lunghissimo periodo lavorando in Rai ho versato tramite loro moltissimi contributi.

Ed è mai possibile che mi debba trovare in condizioni di indigenza? Che me ne faccio allora di essere considerato un maestro del teatro? Vorrei meno onorificenze e più soldi francamente». Mastelloni racconta anche di aver fatto richiesta della legge Bacchelli (l’aveva richiesta anche Franco Califano prima di morire): «Ma dopo un anno non ho ancora ricevuto risposta». «L’unico che mi ha aiutato è stato Gino Paoli che mi ha fatto ottenere tramite la Siae un contributo momentaneo di 10 euro al giorno come artista di chiara fama in situazione di indigenza».
«Il mio errore? Credere nella cultura»
Un bilancio che non risparmia nessuno: «Il mio errore - aggiunge - è stato credere nella cultura: ho sempre reinvestito nella produzione di spettacoli teatrali quello che guadagnavo. Forse avrei dovuto mettere i soldi sotto il materasso ed evadere il fisco per non ridurmi in miseria». L’artista si dice indignato dal fatto che «in Italia c’è gente che con pochi anni di mandato parlamentare prende pensioni da sogno e chi ha lavorato per 50 anni non può nemmeno pagarsi un tetto».

E provocatoriamente aggiunge: «Forse dovrei mettermi su un barcone a largo di Lampedusa per avere una maggiore assistenza dallo Stato. È una cosa indegna quello che succede in Italia. E ormai io spero che mi prenda un colpo il prima possibile perché non so cosa posso fare in questa situazione. E devo pure sperare che qualcuno mi faccia un funerale: perché lo Stato paga la bara ai clandestini ma a noi no», conclude Mastelloni.

Incidente mortale, l’assicurazione: «Troppo bassa, risarcimento a metà»

Corriere della sera
di Giulio De Santis

Travolta e uccisa sul marciapiede. Il perito: il conducente non ha potuto vederla. Ma la Procura: omicidio colposo

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Camminava sul marciapiede quando è stata investita da un camion che usciva da un parcheggio e avrebbe dovuto fermarsi allo stop. Vittima del sinistro mortale Gabriella Serangeli, 65 anni, alta un metro e cinquanta centimetri. Una caratteristica fisica che escluderebbe la responsabilità dell’autista impossibilitato a vedere la donna perché molto più bassa dell’autocarro.


A sostenerlo è stato il perito dell’Axa, l’assicurazione del mezzo di trasporto. Una conclusione che ha permesso alla compagnia di stabilire una corresponsabilità di colpe tra il guidatore del mezzo pesante e la donna. Motivo per il quale adesso la compagnia ha calcolato il risarcimento danni da destinare ai familiari della vittima su base concorsuale paritaria. A conclusione totalmente opposta è giunta invece la Procura, che ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio del camionista con l’accusa di omicidio colposo.

L’incidente è avvenuto poco più di un anno fa, il 15 marzo del 2014 e, secondo il consulente del pubblico ministero Clara De Cecilia, l’autista non si è accorto di avere davanti a lui la vittima perché non guardò chi veniva da destra prima di rimettere in movimento il camion. «Nulla si può contestare al pedone perché camminava correttamente sul marciapiede - sottolinea il consulente - e poiché lo faceva da diversi minuti, com’è normale, pensava di essere veduta». La tragedia avviene a Cesano, in via Baccanalle, nel parcheggio di un supermercato.

Sono le 8.45 del mattino quando Marco De Paolis si appresta a uscire con il camion dall’area privata. Prima di immettersi sulla strada deve fare lo stop, dopo il quale il camionista deve svoltare a destra. Proprio in quella direzione sta arrivando la donna, a passeggio sul bordo della strada. L’autista accelera ma, anziché andare dove lo obbliga il codice, svolta a sinistra. Mentre compie la manovra, sente le urla della gente, si ferma subito ma non in tempo per evitare la disgrazia.

Da qui la ricostruzione delle parti diverge. La procura, infatti, osserva che la donna - i cui familiari sono assistiti dall’avvocato Alessandro Galli - come pedone ha il diritto di precedenza poiché cammina sul marciapiede. Di diverso avviso è il consulente della difesa e perito dell’Axa secondo cui «causa del sinistro è l’imprudenza della signora che si poneva davanti all’autocarro in posizione in cui era impossibile vederla in quanto più bassa (...) del veicolo».

11 maggio 2015 | 08:15

Fuga da Fresnes, 30 anni fa «Così entrai in carcere al posto di mio fratello»

Corriere della sera
di Armando Di Landro

Emiliano Facchinetti racconta il giorno in cui si sostituì al fratello Pierluigi, rapinatore di spicco. Lo scambio nella stanza dei colloqui. «Fuga da Fresnes» sarà un libro sulla storia della «Banda dei bergamaschi»: il giallo dell’incarico per uccidere Berlusconi

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Quando i detenuti uscivano dalle celle del carcere di Fresnes, in Francia, per andare in parlatorio, le guardie penitenziarie dovevano fare un timbro su una mano, da controllare poi al loro rientro: un metodo per evitare scambi di persona in carcere. Ma nella primavera di trent’anni fa, a Trescore Balneario, Emiliano Facchinetti progetta proprio uno scambio. Ha 21 anni, una passione per l’arte e la necessità di dare una mano nel bar di famiglia, in centro al paese. Ma soprattutto, è legatissimo al fratello, 8 anni più di lui, che a Fresnes è in cella: si chiama Pierluigi Facchinetti, un nome che nel 1985 è sulla lista nera delle polizie di mezza Europa. Nato a Berna, dove il papà pasticcere era emigrato, era cresciuto a Trescore, e in Val Cavallina aveva conosciuto Amadio Bettoni, «Mentone», sei anni più di lui. Le prime rapine, insieme o in solitaria, risalgono al 1978, come un colpo alle Poste di viale Giulio Cesare. Ma è solo l’inizio.

Ben presto, quella che sarà ribattezzata la «banda dei bergamaschi», o «della Val Cavallina», punta alle banche svizzere. Colpi milionari ed evasioni, come nel 1981, quando il bandito di Trescore scappa con l’anarchico svizzero Marco Camenish e altri complici dal carcere di Regensdorf (Zurigo): una guardia penitenziaria viene uccisa, un’altra gravemente ferita. È ricercato, la Svizzera lo vuole ad ogni costo, lui ripara in Francia, dove viene arrestato e resta in cella, a Fresnes, in attesa dell’estradizione a Zurigo. Ed è in quella primavera di trent’anni fa che il fratello Emiliano inventa l’impossibile. È affezionatissimo a Pierluigi: «Ogni settimana partivo da Trescore e andavo a Fresnes a trovarlo, per portargli anche abiti puliti». E fa due calcoli: entrando in carcere al posto di Pierluigi rischia un’accusa per favoreggiamento in evasione, non più di tre mesi di detenzione. E allora studia i dettagli.

Pierluigi FacchinettiPierluigi Facchinetti

A partire da quel timbro delle guardie su una mano dei detenuti chiamati a colloquio. «Eravamo d’accordo — racconta Emiliano seduto di fronte a un caffè, al bar Marylin, che un tempo era il locale di famiglia, vicino al municipio di Trescore —. Pierluigi si fasciò una mano e un giorno, prima di un colloquio con me, la guardia gli fece il timbro sulla fasciatura. Lui mi spedì le bende e io, utilizzando una lampada uv, riuscii a riprodurre il timbro del carcere. Che utilizzai sulla mia mano...». Tutto pronto, il 30 maggio del 1985. «C’erano otto parlatori, uno in fila all’altro. Due guardie camminavano partendo da lati opposti dello stanzone — ricorda Emiliano —. Si incrociavano lungo il cammino. Io riuscii a distrarli tirando fuori un dizionario di francese, dicendo che non l’avevo lasciato all’ingresso tra i vestiti da portare dentro a mio fratello. L’alternanza tra le guardie si spezzò, tutte e due vennero vicino a noi, poi entrambe, ci voltarono le spalle».

La copertina del libroLa copertina del libro

C’è solo un vetro basso, da scavalcare, e in un lampo il fratello più giovane salta dalla parte del detenuto, e viceversa. «Un altro carcerato, che vide lo scambio, ci fece un segno di approvazione. E quando io entrai nessuno aveva capito che non ero mio fratello, nemmeno i compagni di cella. Ricordo che da tempo Pierluigi portava la barba, io invece no. Per confondere gli altri lui se la tagliò il giorno prima della fuga». Il super ricercato è libero, l’incensurato che invece ha progettato l’evasione (im)possibile è in cella. Ma poco tempo dopo, di fronte al giudice di Parigi che sta per estradare Facchinetti in Svizzera, il finto Pierluigi si trova costretto a parlare.

«Non sono io». Il magistrato non capisce, ordina alle guardie di tornare a Fresnes e prendere l’uomo giusto. Emiliano alza la mano e si spiega come meglio può, svela lo scambio. «Vidi il giudice diventare rosso in faccia e mi misi a ridere. Una risata che mi costò l’accusa di oltraggio all’autorità giudiziaria. Mi spedirono nella cella di sicurezza del tribunale di Parigi, dove per due giorni presi parecchie botte. Alla fine restai in carcere fino al luglio del 1986». Tredici mesi tra Fresnes e la leggendaria «Santè» di Parigi, la casa circondariale del 1867 chiusa negli anni ‘90 per le condizioni non più accettabili del regime di detenzione. «Ci davano, ad esempio, un unico detersivo, per i piatti e per lavare i denti...», ricorda Emiliano.

«Fuga da Fresnes» sarà il titolo del suo libro. La pubblicazione (Milieu edizioni), è prevista per la fine del mese. Eloquente il sottotitolo, che mette in evidenza come l’evasione del 30 maggio 1985 sia stata solo una delle imprese criminali di Pierluigi Facchinetti e di chi lo sosteneva, per affetto o per complicità in affari. «Storia del bandito bergamasco che doveva uccidere Berlusconi». Una misteriosa organizzazione francese, aveva rapito Facchinetti in un appartamento di Perpignan, perché il gruppo non aveva tenuto fede a un impegno: uccidere quell’imprenditore rampante delle tv, che era arrivato anche Oltralpe, con «La Cinq».

Ma c’era anche un presunto militare inglese, che si era messo in affari con i bergamaschi: spesso suggeriva loro di rapinare grosse somme di denaro, che lui stesso aveva messo in alcune cassette di sicurezza, chiedendo però di sottrarre documenti da altre cassette vicine. La «banda dei bergamaschi» si era fatta un nome. E Facchinetti, da bandito con agganci internazionali, aveva anche imparato a guidare l’elicottero. Un’ascesa continua, fino all’epilogo del 20 novembre 1987: una soffiata alla polizia mette la squadra mobile di Brescia sulle tracce dei banditi a Polaveno, sulla strada per la Valtrompia.

Stanno andando ad acquistare armi. Finisce a colpi di mitra e pistola: l’amico e complice Mauro Nicoli, resta gravemente ferito, Pierluigi Facchinetti muore nell’abitacolo di una Lancia bianca, contro un muro. È la fine di una banda, la fine di un vero romanzo criminale bergamasco.

Niente più croci in cima alle chiese» La direttiva delle autorità locali cinesi

Corriere della sera
di Guido Santevecchi

L’anno scorso decine di luoghi di culto cattolici e protestanti sono stati demoliti

 1PECHINO. La croce, simbolo del cristianesimo, turba i sonni delle autorità nella provincia cinese dello Zhejiang. Tanto da spingerli a scrivere una bozza di legge che ordina di ridimensionarle e non esporle sui campanili o in cima alle chiese cattoliche o protestanti. La notizia è stata presentata in modo apparentemente innocente dal Global Times, giornale del partito comunista cinese: «Il governo dello Zhejiang specifica le dimensioni delle croci sulle chiese».

La direttiva è dettagliata: le croci debbono essere collocate sulla facciata del corpo principale della chiesa, non possono svettare su campanili o sui tetti; debbono essere di un colore che si fonda con quello della costruzione, non di uno che spicchi. E debbono essere piccole: non più di un decimo dell’altezza dell’edificio. Insomma, dovranno essere mimetizzate. Le autorità fanno anche sfoggio di democrazia, perché il giornale precisa che «sono benvenuti i commenti del pubblico entro il 20 maggio». Basta scrivere all’Istituto per il design e l’architettura dello Zhejiang. Il regolamento che vuole rendere poco visibili le croci, assicura il Global Times citando il documento, è mirato a «proteggere la libertà religiosa dei cittadini e a promuovere un’architettura scientifica e normativa».

Il quotidiano conclude che la legge entrerà in vigore solo dopo la conclusione della consultazione popolare, ma subito ricorda che l’anno scorso decine di chiese cattoliche e protestanti nella provincia sono state demolite o hanno subito l’amputazione delle croci per violazioni dei piani regolatori. Secondo le autorità comuniste le costruzioni avevano «creato caos» e seguivano criteri di «vuoto lusso architettonico».

La campagna contro chiese e croci troppo visibili è cominciata nel 2014 nella provincia orientale dello Zhejiang e nel suo capoluogo Wenzhou, noto come la «Gerusalemme della Cina» per le cupole che punteggiano (punteggiavano) il suo skyline e per il suo 15 per cento di cristiani (protestanti e cattolici) su nove milioni di abitanti. I rapporti nella zona erano stati abbastanza distesi negli ultimi anni, nonostante la distinzione tra la Chiesa patriottica controllata dal partito e quella «sotterranea» fedele al Vaticano.

Poi a Wenzhou passò in visita il segretario provinciale del partito, Xia Baolong, uomo molto vicino al presidente Xi Jinping: pare che sia stato colpito dalla grande croce che spiccava sulla chiesa di Sanjiang, visibile in tutta la città e illuminata la notte. «Si vede troppo», avrebbe detto. Sta di fatto che i funzionari sottoposti subito scoprirono una violazione del piano regolatore e davanti alla chiesa di Sanjiang fu apposto il cartello «Demolizione».

La vicenda è andata avanti per settimane, con i fedeli che a un certo punto costituirono una catena umana per cercare di fermare le ruspe. Inutilmente: il luogo di culto è stato abbattuto. E la stessa fine hanno fatto decine e decine di altre chiese, sempre con la stessa motivazione: troppo visibili, tanto da aver creato un caos urbanistico.

In realtà, troppo visibile si sarebbe fatta la presenza della fede: il partito ha paura che la crisi ideologica della popolazione cinese apra le porte a Dio e ai «valori universali». Il numero dei cristiani in Cina, tra protestanti e cattolici, è stimato tra un minimo di 23 milioni e un massimo di 100, un dato che sfida ormai quello degli iscritti al partito comunista, fermo a 85 milioni.

Lo scorso agosto erano stati convocati a Pechino pastori della Chiesa cristiana e studiosi di religione per comunicare una direttiva in base alla quale la fede cristiana dev’essere libera dall’influenza straniera e «adattarsi alla Cina», un giro di parole per ribadire l’ordine di obbedienza al partito .

L’agenzia Ansa mercoledì scorso ha riferito che in Piazza San Pietro il Papa è sceso dalla jeep per abbracciare un gruppo di fedeli cinesi che sventolavano bandierine rosse e avevano un cartello: «Diocesi di Wenzhou». Probabilmente erano immigrati, perché dallo Zhejiang viene la maggior parte della comunità cinese residente in Italia .

@guidosant

Un giudice spagnolo: “Saharawi, fu genocidio”

La Stampa
carla reschia

Rinviati a giudizio 11 ufficiali marocchini per i massacri della popolazione civile nel Sahara Occidentale tra il 1976 e il 1991. per i saharawi, si apre la possibilità di una vertenza internazionale

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Un giudice spagnolo apre la via a un primo riconoscimento “di fatto” dell’ assurda situazione internazionale dell’ex Sahara Spagnolo, alias Sahara Occidentale, alias colonia a tutti gli effetti del Marocco che dal 1991 occupa le terre del popolo saharawi, in parte costretto in esilio in un’area di deserto della confinante Algeria. Il giudice dell’Audiencia Nacional Pablo Ruz ha rinviato a giudizio 11 ufficiali marocchini per i massacri di popolazione civile nel Sahara Occidentale tra il 1976 e il 1991, aprendo così la via a una possibile vertenza internazionale.

La storia è nota: dopo che la Spagna ebbe lasciato i territori il Marocco se ne impadronì, conducendo, secondo le parole della sentenza di Ruz “un attacco sistematico contro la popolazione saharawi, con il fine di distruggere, in tutto o in parte, la popolazione autoctona, e appropriarsi del territorio dell’antica colonia”. Un’azione condotta con “bombardamenti contro accampamenti della popolazione civile, spostamenti forzati, uccisioni, detenzioni e sparizioni di persone di origine saharawi” che secondo le convenzioni internazionali si può qualificare con il termine di genocidio.

L’indagine che ora si conclude era stata avviata nel 2007 dal suo predecessore, il giudice Baltasar Garzon, noto per aver messo sotto accusa in Spagna il dittatore cileno Augusto Pinochet, su istanza delle Associazioni dei Familiari dei Prigionieri e degli Scomparsi Saharawi. Un piccolo escamotage, lo stesso che aveva permesso allo spagnolo Garzon di occuparsi delle vicende cilene: le vittime avevano passaporto spagnolo, perché avevano doppia cittadinanza nel caso cileno, perché erano nati in un territorio colonia di Madrid dal 1885, nel caso dei saharawi.

La “questione saharawi” ha inizio nel 1975, quando, al tramonto dell’era franchista in Spagna, il Marocco s’impadronisce del Sahara Occidentale. Zona desertica, è vero, ma con un affaccio assai pescoso sull’oceano e una vera ricchezza di miniere di fosfati. La “Marcia Verde” garantì poi, dopo l’intervento delle truppe, una forte presenza di coloni marocchini nell’area e sancì la fuga e/o la persecuzione delle popolazioni autoctone, che in esilio diedero vita al Fronte Polisario dichiarando unilateralmente l’indipendenza della Repubblica Democratica Araba Saharawi.

E’ lo sconosciuto e spettacolare “muro” che divide il territorio occupato dai campi ai margini dell’Algeria dove vive un numero imprecisato – 150 mila o 90 mila a seconda delle fonti - di profughi saharawi: una barriera di 2500 km di bunker, fossati, pietre, sabbia, filo spinato e circa 6mila mine antiuomo. Una situazione di stallo che si protrae dalla fine del conflitto, nel 1991, e che dovrebbe essere risolta da un referendum più volte promesso in 24 anni e fin qui mai indetto. 

Il 29 aprile scorso, infatti, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha rinnovato per l’ennesima volta il mandato della missione Minurso, che garantisce gli aiuti e la sopravvivenza dei profughi. Un’esistenza di ozio e mera sussistenza minata da scandali – è recente un’inchiesta della Ue sulla libera vendita sui mercati africani di derrate destinate ai sarahawi – e minacciata dall’ombra del fondamentalismo che dal vicino Mali adesca e arruola giovani e persino bambini del campo di Tindouf tra le sigle islamiste della zona come il Mujao, il gruppo Almouaqaoune Biddam dell’algerino Mokhtar Belmokhtar, il Boko Haram nigeriano; e di recente anche ONHYM l’ISIS.

E la questione è destinata a diventare ancora più incandescente con l’avvio dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi e di gas dell’area, intrapreso dalla compagnia petrolifera statale del Marocco, la ONHYM e da altre sigle internazionali. malgrado un parere legale contrario dell’Onu del 2002 che lo definiva come una violazione del diritto internazionale. Nel febbraio di quest’anno, infatti, la compagnia petrolifera americana Kosmos Energy Ltd., in collaborazione con la compagnia scozzese Cairn Energy Plc. ha terminato la prima trivellazione di pozzi di prova nelle acque territoriali del Sahara Occidentale. Altre compagnie come la Total SA, Glencore Plc. probabilmente seguiranno l’esempio.

Google non è il dottore, chiedete al medico

La Stampa
daniele banfi

Spesso ci si affida a Internet per capire l’origine dei nostri disturbi. Ma la metà dei risultati non è pertinenti a quanto cercato. Risultato? Il paziente è fuorviato e smarrito

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Chi di voi non ha mai ricercato informazioni mediche su Google? Nel campo della salute il web offre la possibilità a chiunque di potersi cimentare in autodiagnosi. Purtroppo però non sempre quanto si trova corrisponde realmente a quanto si cerca. Secondo uno studio dei ricercatori della Queensland University of Technology (Australia) il 50% dei primi 10 risultati è totalmente irrilevante. 

Salute e web: numeri da capogiro
I dati lasciano poco spazio alle interpretazioni. Una ricerca su 20 delle 100 miliardi di “interrogazioni” che avvengono mensilmente su Google –il più popolare dei motori- riguarda la salute. Non è un caso che proprio il colosso californiano abbia annunciato alcuni mesi fa la volontà di sviluppare nuovi algoritmi per mostrare i risultati in maniera più coerente. 

La metà dei risultati non ha attinenza con la patologia specifica
Una mossa, quella di Google, dettata in particolare dal fatto che le ricerche mediche sul web non sempre restituiscono informazioni corrette. Partendo proprio da questa osservazioni gli scienziati australiani hanno voluto quantificare il fenomeno. Per fare ciò hanno mostrato ad un gruppo di persone delle immagini relative a fenomeni di ittero e di psoriasi. Successivamente i partecipanti, in base a quanto osservato, si sono messi alla ricerca dei sintomi utilizzando il motore di ricerca. Analizzando le ricerche gli autori hanno rilevato che solo 3 dei primi dieci risultati era utile e ben il 50% non aveva proprio nulla a che fare con quanto osservato.

Troppe ricerche ed è Cybercondria
Gli scienziati osservano che quando non si ottiene una diagnosi chiara dopo una ricerca la tendenza è quella di continuare a cercare. Un meccanismo che non fa altro che aggiungere errore su errore. Ecco perché gli autori dello studio suggeriscono che al momento, proprio per l’incapacità dei motori di restituire informazioni corrette e dell’utente di saper discernere i contenuti, l’auto-diagnosi sul web è da evitare assolutamente. Il rischio della cybercondria -la versione 2.0 dell’ipocondria, l’escalation infondata di preoccupazioni quando si inizia a scoprire che sintomi lievi sono anche caratteristici di malattie molto più gravi- è dietro l’angolo.

Twitter @danielebanfi83

Quanto consuma lo stand by? In Usa 19 miliardi dollari l’anno

La Stampa

Uno studio del Natural Resources Defence Council rivela che un quarto dei dispositivi elettrici ed elettronici presenti nelle abitazioni consuma energia anche se non lo si usa

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Ci sono vampiri silenziosi nelle case dotate di ogni comfort tecnologico, dispositivi che assorbono energia elettrica anche se tutto appare fermo o spento: sono gli elettrodomestici e i gadget elettronici lasciati in modalità «always-on», ovvero pronti all’uso ma inattivi, che solo negli Usa ogni anno fanno consumare energia pari ad un valore di 19 miliardi di dollari, un quarto della bolletta elettrica. La stima è il risultato di uno studio condotto in California dal Natural Resources Defence Council, secondo il quale a succhiare energia è un quarto dei dispositivi elettrici ed elettronici presenti nelle abitazioni. Una tendenza in aumento visto che studi precedenti indicavano un impatto sui consumi del 10 o al massimo del 20%.

Elettrodomestici con display digitali, oggetti «sempre connessi», tutti contribuiscono a una «forte emorragia di elettricità», spiega l’autore dello studio Pierre Delforge. Non solo quindi televisori e computer lasciati in `stand-by´, ma anche l’insieme di nuovi elettrodomestici che popolano cucine e salotti - dai frigoriferi ai robot aspirapolvere, ai decoder delle pay tv - che per il semplice fatto di avere un display digitale o una modalità di connessione alla rete consumano elettricità anche quando non sono in funzione.

I 19 miliardi di dollari all’anno che vanno persi negli Usa, aggiunge Delforge, corrispondono ad una quantità di energia elettrica in grado di soddisfare per un anno intero il fabbisogno domestico di Arizona e Alabama e sono pari al valore di energia prodotta da 50 grandi impianti elettrici. Il costo medio per abitazione oscilla fra i 165 e i 440 dollari. Ma non si tratta solo di danni o perdite economiche, questi consumi ingiustificati fanno male ovviamente anche all’ambiente: l’elettricità consumata dai dispositivi «always-on» contribuisce all’inquinamento da anidride carbonica.

I ricercatori hanno calcolato che se negli Usa tutte le case riducessero la quantità di sprechi derivanti da dispositivi «always-on» ai livelli raggiunti da un quarto delle abitazioni «più efficienti» censite per lo studio, i consumatori risparmierebbero ogni anno 8 miliardi di dollari in bolletta, i consumi di elettricità si ridurrebbero di 64 miliardi di kilowatt/ora all’anno e si eviterebbe il rilascio in atmosfera di 44 milioni di tonnellate di anidride carbonica (il 4,6% delle emissioni residenziali di CO2 generate negli Usa da consumi elettrici).

In un quadro per nulla incoraggiante c’è una nota positiva, nel proprio piccolo i consumatori possono contribuire ad arginare gli sprechi e i consumi inutili. Basterebbero pochi e semplici gesti: ad esempio staccare la spina di dispositivi che non si utilizzano, spegnere le ciabatte o usare sistemi di accensione e spegnimento dei dispositivi con timer.