domenica 10 maggio 2015

Festa della mamma, storie speciali di animali

La Stampa
fulvio cerutti

Oggi è la Festa della Mamma. Un giorno per ricordare l’importanza di chi ci ha dato la vita, ci ha nutrito e protetto permettendoci di crescere. Nel mondo animale sono tante le storie di madri che bisognerebbe prendere ad esempio per capire la profondità di questo istinto che le rende esseri così meravigliosi. LaZampa.it ne ha selezionate otto per celebrare al meglio questa giornata. 


Buona Festa della Mamma, dedicato alle due e alle quattrozampe!

LA MUCCA PARTORISCE IL VITELLINO E LO NASCONDE


Uno degli aspetti più tristi dell’industria del latte è quello della separazione fra la mucca e il suo vitellino. Appena venuti al mondo e capaci di stare in piedi, i piccoli vengono prelevati dalle loro madri per poter mungere il loro latte. Mentre i vitellini cresceranno quel tanto che basta per diventare carne da macello.

Un’esperienza che la mucca Clarabelle ha vissuto in prima persona molte volte, così quando è stata salvata da una fattoria e si è trovata a partorire, il suo istinto l’ha portata a nascondere la gravidanza e, soprattutto, la nascita del suo piccolo. Per giorni ha cercato di celarlo dietro un cespuglio, all’ombra di un tronco secco. Un gesto d’amore che ha commosso i volontari che l’hanno salvata. Ora Clarabella e Valentino stanno crescendo insieme.

- Leggi la storia e guarda le foto di Clarabella e Valentino


MAMMA ELEFANTE SALVA IL PICCOLO DOPO 11 ORE DI SFORZI


Un’elefantessa ha cercato per 11 ore di salvare il suo cucciolo caduto in un pozzo nell’India centrale, prima che intervenissero gli abitanti di un villaggio ad aiutarla a tirare fuori il piccolo. Il pachiderma ha cercato dalle otto di sera fino alle sette del mattino di sollevare il suo piccolo con la proboscide, ma a ogni tentativo le sue zampe sprofondavano sempre più nel fango e facevano franare altra terra con il rischio di seppellire il cucciolo. I suoi lamenti hanno attirato i residenti della comunità che dopo aver osservato da distante i tentativi disperati di tirare fuori il cucciolo dal pozzo profondo un paio di metri, hanno deciso di intervenire in suo aiuto.

- Leggi la storia e guarda il video del salvataggio


NONOSTANTE L’INCENDIO, MAMMA OCA NON ABBANDONA LE UOVA


Resiste al fuoco per salvare le sue uova. È il gesto eroico accaduto in Ohio di un’oca canadese che, spinta dall’istinto materno, ha messo a repentaglio la sua vita per salvare i suoi futuri pulcini. Tim White, l’uomo che ha scattato le fotografie, racconta di essere stato attirato dal fumo che proveniva da un angolo di un giardino. Avvicinatosi ha visto che il nido dell’oca era in fiamme e l’animale si era accovacciato sopra per cercare di proteggere le uova. L’uomo è subito corso a raccogliere dell’acqua e al suo ritorno l’oca era ancora lì, nonostante le sue piume e parte del suo corpo fossero già bruciate.

- Guarda le foto del salvataggio delle uova da parte dell’oca


MAMMA SCOIATTOLO SALVA IL PICCOLO CADUTO DALL’ALBERO


Un piccolo di scoiattolo cade da un albero. Un fotografo assiste alla scena, ma non interviene subito perché ha notato che qualcuno sta scendendo dall’albero: è la mamma del piccolino. Negli scatti del fotografo, l’esemplare adulto prende fra le sue piccole zampette il malcapitato, sembra coccolarlo per qualche istante. Poi lo assicura con la sua bocca e risale l’albero per riportarlo nella loro casetta.


MAMMA GATTA PERDE I SUOI PICCOLI E NE ADOTTA ALTRI TRE


Pochi giorni dopo il parto, la gatta Mickey vede morire i suoi tre gattini nati prematuri. La micia non sembra riuscire a superare il dramma e cade in depressione. Il suo proprietario si rivolge a un rifugio per animali per cercare aiuto e la direttrice ha un’idea commovente: portare tre gattini rimasti orfani nella speranza che la gatta li adotti. «Ho alcuni piccoli per te così potrai essere di nuovo mamma» dice con voce calma la donna alla gatta e lei sembra capire. In pochi minuti è nata una nuova famiglia.

- Leggi la storia e guarda le foto di mamma gatta e i suoi tre gattini adottivi


MAMMA CANE SALVA I SUOI CUCCIOLI DA UN INCENDIO


Nove cuccioli possono scodinzolare felici, grazie alla loro mamma che li ha salvati da un incendio. È quanto capitato in Cile dove la cagnolina è riuscita a metterli al sicuro mentre le fiamme stavano aggredendo la foresta vicino al loro rifugio. L’animale, quando ha capito il pericolo imminente, ha scavato una buca dove ha messo al sicuro i suoi cuccioli per poi mettersi in salvo. Per fortuna la gente del posto che trovato il nascondiglio portando aiuto a tutti e dieci i quattrozampe.


AQUILA RICOPERTA DI NEVE PER PROTEGGERE LE SUE UOVA


La neve è scesa copiosa sul Codorus State Park a Hanover, in Pennsylvania. Il freddo e bianco manto ha coperto qualunque cosa. Ma c’è a chi sembra non importare. È un’aquila calva intenta a riscaldare le sue uova. Le immagini di questa devota mamma hanno fatto il giro del web e aumentato l’interesse per la vita di questo uccello continuamente monitorato attraverso una web cam live.

- Guarda le foto dell’aquila ricoperta dalla neve


RAPITA E VENDUTA, LA CUCCIOLA RITROVA MAMMA ELEFANTE


Un video testimonia l’incontro fra Me-Bai e Mae Yum, figlia e madre rimaste separate per tre anni. La gioia della madre elefantessa per aver ritrovato la sua cucciola lascia senza parole. La piccola era stata rapita nel 2011 e venduta a un’organizzazione che l’avrebbe usata per trasportare i turisti in Thailandia. Lo stress e i traumi di questo lavoro l’hanno resa troppo debole per continuare, così è stata liberata e mandata all’Elephant Nature Park. Il resto, l’incontro con la madre, non necessita di ulteriori spiegazioni: parlano le emozioni.

- Guarda il video del loro commovente incontro


twitter@fulviocerutti

Mi sono costruito da solo la Gardaland dei poveri»

stefano.lorenzetto

Quasi mezzo secolo di lavoro per creare un parco con 45 attrazioni da brivido visitato da 50mila persone l'anno. Si entra gratis: «Basta non portarsi i panini»

«Ein mann, ein traum». Chi cercasse di tradurre alla buona il titolo del lungo reportage che gli ha dedicato Galileo, seguitissimo programma della tv tedesca Pro Sieben, finirebbe fuori strada. Un uomo, un trauma? È ben vero che nel suo luna park privato di Nervesa della Battaglia (Treviso) - in realtà quanto di più pubblico esista in Italia - rischi, se non presti attenzione, una visita dall'ortopedico. Ma questa è solo la storia di Bruno Ferrin e di un sogno, traum appunto.
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E, come in tutte le storie a lieto fine, «in quasi mezzo secolo non s'è mai fatto male nessuno, grazie a Dio». Qualche storta, un braccio rotto. «Gli incidenti sono parte della statistica. I bimbi cascano anche all'asilo, no? Magari arriva l'ambulanza per niente e io manco me ne accorgo, la chiamano direttamente i visitatori con il telefonino. Comunque mai niente di grave. La sicurezza prima di tutto. Le pare che costruirei un gioco perché la gente ci si ammazzi? Cesserebbe lo scopo». Cioè il gioco.

È così che Ferrin prende la vita: come un gioco. Che nasce da un sogno: «Cade un ramo, frulla in cielo un uccello, rotola giù a valle un sasso... Le idee mi vengono così». Almeno una all'anno, a volte di più: ed ecco pronte le nuove giostre. Ne ha già costruite con le sue mani la bellezza di 45, una più emozionante dell'altra. «Ne ho in programma altre due, se il Padreterno mi concede una proroga, perché gli anni sono già 78, caro el me siór, compiuti il 1° febbraio». L'ultima attrazione, inaugurata da poco, l'ha chiamata il pendolo. È anche l'unica che ha parzialmente bisogno di forza elettrica, mentre in tutte le altre basta e avanza la forza umana per far muovere pesi, contrappesi, cremagliere, carrucole, pignoni e funi metalliche:

«Serviva un motore da 7 cavalli che portasse fino a 30 metri di altezza il vagoncino su cui trovano posto 6 persone. Questione di 90 secondi, dopodiché si spegne e la forza di gravità e la velocità fanno il resto. Il carrello scende in picchiata a 100 chilometri orari e per inerzia risale 30 metri dalla parte opposta. Non spendo più di 90 euro l'anno per la bolletta dell'Enel». Dove non basta la fisica, sopperisce il fisico: è il caso di monopattino, liane, pedana elastica gigante, rulliera, scivolo a tre piste, girotondo, ruota pedonale, uomo vitruviano, percorso di guerra, bascula, altalene, catene, teleferica, campane e di tanti altri divertimenti che richiedono buoni muscoli negli arti superiori e inferiori.

Si chiama osteria Ai Pioppi ma ormai s'è fatta nome come «la Gardaland dei poveri». Per un motivo molto semplice: si entra senza pagare il biglietto. Sabati e festivi, dall'ultima domenica di marzo a fine novembre, dalle 15 alle 19. In cambio, Ferrin chiede solo di non portarsi la merenda da casa e di consumare semmai, ma senz'obbligo alcuno, il panino con la soppressa della casa (1,50 euro). Oppure una braciola (5 euro), le lumache ai funghi o il baccalà alla vicentina (8 euro), che sono in assoluto i piatti più costosi. Nel 2014 sono arrivati più di 50.000 visitatori, compresi due sessantenni, marito e moglie, con il padre di lui, abitanti a New York. «Erano in vacanza a Venezia. Si sono fatti portare da un taxi. Il vegliardo aveva più di 90 anni. Mi ha raccontato che nel 1943 sbarcò a Salerno con la 5ª Armata americana per liberare il nostro Paese. Alla fine erano tutti entusiasti della giornata di svago».

Il mistero è come tre statunitensi siano finiti, al pari della troupe di Pro Sieben, di un inviato del mensile tedesco Gala Men e dei giornalisti della tv di Stato austriaca e di una radio di Berlino, in un parco sconosciuto agli italiani. Pare che il merito sia di un regista brasiliano, Luiz Romero, che studiava nella vicina Fabrica, centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton. Trascinato qui per caso da alcuni amici italiani, s'è talmente divertito che ha proposto alla commissione interna di Fabrica di realizzare un cortometraggio su Ferrin. «Prima mi ha sottoposto a un provino, poi è stato qui quattro giorni a filmarmi con il collega Coleman Guyon». La notizia è finita sul Daily Mail e su Fast Company, rivista americana di design e tecnologia. Youtube e Vimeo hanno fatto il resto.

Servono studi complicati per costruire queste montagne russe.
«Ah, mi no' so. G'ho solo la quinta elementare».
Avrà fatto calcoli e rendering al computer.
«Non sono capace né di scrivere né di disegnare. Il mio computer è tutto qui». (Si passa una mano sulla fronte). «È venuta una scolaresca di un istituto tecnico di Mestre, con i professori. Volevano accertare perché le mie giostre funzionassero. Secondo loro non era possibile».
Vuol farmi credere che le ha costruite senza elaborare alcun calcolo?
«Ciò, no' son miga mato! Io l'attrazione ce l'ho in testa, me la sogno di notte per mesi. Poi vado da Paolo Schiavetto, disegnatore tecnico di Nervesa della Battaglia, e gliela spiego. Lui la progetta con il computer. Io allungo, accorcio, modifico, giro, capovolgo, raddrizzo, stando lì con lui davanti al monitor. Dopodiché lo studio ingegneristico Roberto Scandiuzzi di Treviso verifica portate, spinte e tutto il resto. Solo a quel punto mi metto in officina e comincio a costruire».
Non sogna mai un vagoncino che deraglia dai binari e precipita?
«Eeeh, me lo sogno sì! Però mi arrovello più di un anno per trovare le soluzioni che lo evitino. Non esistono giostre pericolose, ma solo giostre usate male. Prenda lo scivolo a tre piste. Si scende a 60 chilometri orari. In caso di pioggia, lo chiudo. Guai se qualcuno lo usasse quand'è bagnato: il tappetino sotto il culo perde aderenza, come le gomme delle auto con l'aquaplaning. Per precauzione, ho messo delle reti a fine corsa, così l'eventuale disobbediente non finisce su un albero, come accadde a un ragazzo che per fortuna se la cavò senza danni. La sicurezza innanzitutto. Ho anche stipulato con l'Unipol una polizza che mi costa 3.000 euro l'anno».
Insomma, non capisco, questo parco è a norma oppure no?
«Chi può dirlo? Nel 2000 mi convocano in Comune: “Deve mettersi in regola con le leggi europee”. E quali sarebbero? Esiste un libro alto così delle norme Uni, ma riguarda le attrazioni elettriche. Qui tutto funziona a forza di braccia. La sicurezza dipende da ciò che stabilisce l'ingegner Scandiuzzi, incaricato dei collaudi. È lui a omologare ogni singola costruzione. La manutenzione è continua, sono al lavoro per controllare e riparare tutti i giorni dell'anno, anche quando il parco è chiuso».
Ma lei che competenze tecniche ha?
«Mi sono arruolato a 17 anni in Marina. Ho prestato servizio per un lustro come meccanico armarolo sul cacciatorpediniere Aviere e sulle navi scorta Aldebaran, Andromeda e Altair. Ma non era la mia vita. Le stellette mi pesavano. Perciò sono andato a lavorare con mio padre nel bar Verdi di Treviso. Poi dal 1960 al 1980 ho fatto il rappresentante di lieviti per pane. Siccome i fornai lavorano dalle 4 di mattina a mezzogiorno, mi alzavo alle 3 di notte per andarli a trovare. Mi restava il pomeriggio per arrotondare. Nel 1969 chiesi a mia moglie Marisa: e se aprissimo una frasca? Sarebbe un'osteria di campagna. “Provémo”, mi rispose lei. Mi misi a battere il Montello, fin quando non adocchiai questo pioppeto sulla collina fra Nervesa e Santa Croce e affittai il terreno».
Non vedo pioppi.
«Ne restano solo cinque. In 45 anni ho messo a dimora migliaia di altri alberi: aceri, olmi, carpini neri e bianchi, faggi, castagni, betulle, platani, pisoère».
Pisoère?
« Celtis australis, noto anche come bagolaro o spaccasassi. Arriva a superare i 400 anni di vita. In ottobre e novembre continuo a piantare stuzzicadenti alti non più di 1 metro. Li tolgo dal mio stesso bosco e li metto dove voglio io, in un certo ordine, così crescono alti alti».
Torniamo alla frasca.
«Domenica 15 giugno 1969, con il cuore in gola, aprii. Avevo comprato 6 chili di salsicce, una soppressa, una damigiana di bianco e una di rosso. Arrivarono due ragazzi, sul quintale e mezzo di peso ciascuno: “Cos'è 'sta roba?”. Un'osteria. “Ma se ieri non c'era niente!”. E oggi c'è. Dopo tre ore non mi restava più neanche un pezzo di pane. Finito tutto».
È sempre in affitto?
«No. Nel 1973 firmai una montagna di cambiali e comprai i 30.000 metri quadrati. Ricordo che quel giorno mi dissi: finalmente sono sul mio! Nella vita non avevo mai posseduto nulla. Sa, sono figlio di un poveretto scampato alla ritirata del Don e tornato a piedi dalla Russia».
E pensò di piantare sul suo anche qualcosa di metallico.
«Un'altalena per i bambini. Servivano quattro ganci. Andai da un vecchio fabbro per farmeli fare. “No' go tempo par 'ste monade, lì c'è il saldatore, fa' da solo”, mi liquidò. Tornai a casa la sera con la pelle incandescente e gli occhi che mi bruciavano. Restai sveglio tutta la notte. Ma avevo trovato la mia strada».
La saldatrice, l'officina.
«Esatto. Il primo fu uno scivolo di 3 metri. I bambini si divertivano come matti. Ragionai: se fosse più lungo, si divertirebbero il doppio. E così ne costruii un altro. Dopo qualche mese ero arrivato al terzo: 30 metri. Adesso quello a tre piste ne misura 60».
Non si accontenta mai.
«L'ha detto. Fino al 1984 accanto ai giochi c'era una baracca sulla terra battuta. Poi ho tirato su una stanza con cucina. Nel 1992 l'ho ampliata. Nel 2004 è diventata un ristorante per 130 coperti, con 1.200 posti all'esterno, che dà lavoro anche alle mie due figlie. Vent'anni fa mi fecero una buona offerta per vendere. Ma non potrei mai. È la mia vita».
Come riesce a far pagare 50 centesimi un caffè?
«Prezzo politico. È il caffè della mia infanzia. Metto a bollire 15 litri d'acqua e 1 chilo di polvere nella caldera, poi filtro con una canevassa di lino e tengo a bagnomaria in una caldaia di ghisa del 1850 che serviva per sterilizzare i ferri chirurgici. Da bambino in casa c'era sempre il pignattino pronto sulla cucina economica. Ma era caffè d'orzo, annerito tuttalpiù con la miscela Leone o con l'estratto olandese Elefante».
Quanto ha investito nel luna park?
«Non posso dirglielo, altrimenti la Marisa chiede il divorzio».
Suvvia, a spanne.
«Solo il pendolo pesa 50 tonnellate. Calcoli che 1 chilo di ferro costa 1,10 euro».
Fanno 55.000 euro.
«Di metallo. Ci aggiunga la zincatura a caldo, le mie ore di lavoro e tutto quello che ci va dietro».
Ma non si stanca, alla sua età?
«Le forze calano. Prima g'ero un treno, 'desso son 'na tradóta. Però l'entusiasmo resta quello del primo giorno. Con le idee che ancora ho per la testa, mi servirebbero almeno altri 50 anni».
Perché fa tutto questo?
«Muore una persona cara. Soffri tremendamente, piangi, ti disperi. Con il passare del tempo, il dolore si attenua fino a scomparire. Dopo 10 anni, nessuno si ricorda più che è esistita».
Vuole farsi ricordare dalla gente che viene qui a divertirsi?
«Penso che sia questo il motivo, sì».
È mai stato a Gardaland?
«Eh, caspita, due o tre volte. Aaah, tuta 'n'altra roba, siór! Avrei tanta voglia di tornarci, ma non trovo il tempo».
Quali attrazioni ha provato?
«Anche le montagne russe Blu Tornado, se è per quello. Son smontà stravanìo. Sì, insomma, frastornato».
Che giochi ha avuto da bambino?
«Durante la guerra c'era solo la mòmola. Si prendeva la rincorsa e si saltava in groppa a tre o quattro compagni, piegati in avanti e aggrappati a un palo. Se chi stava sotto cedeva, la partita era persa. Oppure si giocava al pìto».
Il tacchino?
«Ma no, è un piccolo pezzo di legno affusolato che si fa saltare in aria con una paletta e poi si ribatte al volo per scagliarlo lontano».
Ho capito, la lippa. In ogni provincia prende un nome diverso: s-cianco, ciáncol, cirimèla, pandolo, cibbè, ghinè, giaré, pìndul.
«Oppure si faceva correre per le strade un serción de bicicleta».
Ma la Befana non le portava nulla?
«Un pezzo di carbone dolce, un'arancia, tre caròbole (carrube, ndr) e una brancata di stracaganasse, che sarebbero le castagne secche: a furia di masticarle, le ganasce ti fanno male».
Che cosa cercano gli adulti nei suoi giochi?
«Di tornare bambini».
E nel pericolo?
«L'adrenalina, la sfida con sé stessi. È la natura stessa che ci spinge a osare sempre di più. Sentiamo fino all'ultimo giorno il bisogno di superarci. Ci serve per dirci da soli quanto siamo bravi».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Enrico Ruggeri: "Morandi sugli immigrati doveva tacere"

Mario Valenza - Sab, 09/05/2015 - 20:48

Dopo quel commento che paragonava gli italiani che sbarcavano in America agli immigrati che arrivano sulle nostre coste la polemica continua

Non si chiudono le polemiche sul post su facebook di Gianni Morandi sui migranti.
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Dopo qualche settimana da quel commento che paragonava gli italiani che sbarcavano in America nei primi del Novecento e gli immigrati che arrivano sulle nostre coste, Enrico Ruggeri punge il collega: "Gianni si è addentrato in un terreno complicato, da uomo semplice e buono qual è. Ha seguito il filone ma senza l’adeguata preparazione culturale. Avventurarsi nel paragone fra l’immigrazione di oggi e l’emigrazione italiana in Argentina o negli Stati Uniti è un artifizio molto scenico, molto buonista, ma che culturalmente si muove su un terreno friabile.

Sicuramente si aspettava un “hai ragione!”…ma invece è un nervo scoperto, soprattutto per le persone più in difficoltà. E in effetti gli è arrivata addosso anche una bella secchiata di becerismo… In questi casi credo sia meglio tacere, non bisogna dare per forza un parere su tutto. Non per non prendere posizione, ma quando ne prendi una devi essere inattaccabile. Devi sapere quello che dici". Il post di Morandi dunque continua a far discutere.

Il cantante aveva detto: "A proposito di migranti ed emigranti, non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di italiani, nel secolo scorso, sono partiti dalla loro Patria verso l'America, la Germania, l'Australia, il Canada con la speranza di trovare lavoro, un futuro migliore per i propri figli, visto che nel loro Paese non riuscivano ad ottenerlo, con le umiliazioni, le angherie, i soprusi e le violenze, che hanno dovuto sopportare! Non è passato poi così tanto tempo...".

Un pensiero quello di Morandi che ha suscitato la reazione del web e quella del mondo della muscica.