venerdì 8 maggio 2015

I profughi rifiutano gli hotel

Corriere della sera
di Cinzia Colosimo, Alfredo Faetti

I migranti dovevano essere ospitati in due strutture nel Livornese e nel Pisano ma si sono rifiutati. I volontari: «Volevano tv e wi-fi», la Questura: «Solo motivi religiosi». Vengono spostati dopo alcuni momenti di tensione

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Momenti di tensione venerdì mattina a Pisa, per l’arrivo di sette profughi di origine nigeriana che avrebbero dovuto essere ospitati nella struttura di Piaggerta, nella tenuta di San Rossore. Una volta giunti sul posto i profughi si sono rifiutati per tutta la mattina di scendere dall’autobus. Stessa scena anche a Campiglia, in provincia di Livorno: una ventina di migranti si è rifiutata di andare nell’albergo che li avrebbe ospitati. Inizialmente i volontari hanno raccontato che i profughi non volevano l’albergo perché non c’erano alcuni servizi come wi-fi e tv, ma la questura ha chiarito che il rifiuto era legato a motivi religiosi e perché in quell’albergo c’erano anche ospiti delle donne.
San Rossore, i profughi vengono spostati
I sette ragazzi si trovano in Italia da oltre un anno, provengono infatti dalla Sicilia e non fanno parte dei gruppi di persone appena sbarcate. I richiedenti asilo hanno protestato perché per loro si prospettava un’accoglienza divisa: 4 sarebbero rimasti a San Rossore e 3 sarebbero stati portati in un’altra struttura. Di fronte a questo scenario i 7 si sono rifiutati di scendere dall’autobus chiedendo di rimanere insieme. La struttura di Piaggerta si trova nel cuore del Parco di San Rossore. Si tratta di un cascinale gestito dalla cooperativa sociale Paim, raggiungibile solo con i mezzi, che dista una decina di chilometri dal centro città. Oltre al fatto di essere divisi, i profughi lamentavano anche la collocazione della struttura: isolata e lontana da tutto. Dopo una lunga trattativa condotta dalla prefettura, le forze dell’ordine hanno scortato i profughi verso una struttura di San Romano, gestita dalla cooperativa La Pietra d’Angolo. Lì sono stati sistemati in due appartamenti separati ma vicini, ed è stata così ristabilita la calma.
Campiglia
La mattinata ad alta tensione si è registrata a Campiglia Marittima, dove intorno alle 10 un pullman ha portato un gruppo di profughi di varie nazionalità (ghanesi, gambiani e nigeriani) davanti all’hotel Cinque Lecci, che già da giovedì ha iniziato a ospitare gli esuli. Venticinque quelli del primo gruppo, diciotto quelli arrivati oggi. Ma c’è una differenza sostanziale tra i due gruppi: il primo raccoglie persone appena sbarcate nelle coste siciliane, fuggite dagli orrori delle guerre civili africane; il secondo si trova in Italia già da circa due mesi e finora ha alloggiato in un albergo ben attrezzato a Trapani, dovuto sgomberare in fretta dati i continui arrivi. E il cambio di residenza non è piaciuto affatto ai nuovi arrivati. Tra i motivi del rifiuto anche l’inopportunità, per motivi etnico-religiosi, di alloggiare in una struttura dove già erano presenti una trentina di altri immigrati arrivati in precedenza poiché tra loro ci sono donne sposate, una prossimità che la loro religione non consente.
Prima erano in un albergo di lusso
«Quelli arrivati ieri sono persone stupende» dice immediatamente Luca Guidi, capostruttura dell’accoglienza organizzata dalla cooperativa Diogene. «Tra di loro donne incinta e bambini: tutti ben educati e disponibili». Mette le mani avanti a dire che ai Cinque Lecci la maggior parte degli esuli sono soltanto grati di ciò che stanno ricevendo. Altrettanto però Guidi non può dire dei nuovi arrivi. «E questi.. e questi…» sussurra alzando le braccia. E questi sono profughi fuggiti dall’Africa già da diverso tempo, hanno qualche soldo in tasca così come i telefonini.

Finora hanno vissuto a Trapani, in un albergo «di lusso», come lo definisce il capostruttura. Ma i continui sbarchi hanno costretto a liberare le strutture in Sicilia per fare spazio, trasferendo gli ospiti già presenti verso nord. È in questo modo che i diciotto nuovi arrivi si sono ritrovati di fronte a un hotel di certo non eccelso, ma pulito, con vitto e scatoloni di vestiti donati dalle associazioni di volontariato. Non appena il pullman si è fermato nel parcheggio, alcuni di loro si sono rifiutati di scendere, lamentando gli scarsi servizi che il Cinque Lecci sa offrire.

8 maggio 2015 | 15:44

Donne sposate nell'hotel: i profughi si fanno spostare

Sergio Rame - Ven, 08/05/2015 - 18:03

Gli immigrati, spostati dalla Sicilia alla Toscana, si rifiutano di andare in hotel: "Le camere sono piccole e manca la cucina". Poi il divieto religioso: "Non possiamo vivere dove ci sono donne sposate". E vengono trasferiti in mini-appartamenti di una struttura turistica

L'hotel disposto dalla prefettura proprio non gli andava giù e sono riusciti a farsi spostare.
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Alcuni immigrati africani, trasferiti oggi dalla Sicilia alla Toscana e destinati alla provincia di Livorno, hanno fatto i diavoli a quattro perché non gradivano la sistemazione nell'albergo di Campiglia Marittima ottenendo così di essere sistemati in mini-appartamenti che solitamente sono usati per le vacanze estive.
I motivi della protesta? Svariati e abbastanza fantasiosi. Tra questi anche la presenza in hotel didonne sposate.
Non appena sono scesi dal pullman, gli immigrati (tutti ragazzi di età compresa tra i 20 e i 25 anni e provenienti da Gambia, Ghana, Zimbabwe e Kenya) hanno iniziato ad avanzare un'infinità di pretese. Tra queste l'inopportunità, per motivi etnico-religiosi, di alloggiare in una struttura dove sono presenti donne sposate che fanno parte di un altro gruppo di clandestini arrivati in precedenza. Una prossimità che la loro religione non consente. Ma a invastitire gli africani ci sarebbero anche il peggioramento della logistica e degli spazi: "Non abbiamo uno spazio dove cucinare autonomamente". Cosa che evidentemente erano abituati a fare quando si trovavano in Sicilia.

La discussione si è fatta subito incandescente. Gli immigrati sono addirittura arrivati a chiedere alla polizia di poter tornare in Sicilia dove sono stati già ospitati un anno e mezzo. Alla fine è stata trovata la soluzione e il gruppo è stato sistemato in quattro mini-appartamenti di una struttura turistica situata a poca distanza. Nella decisione le autorità italiane hanno dovuto anche tenere conto di potenziali dissidi che si possono creare fra etnie diverse.

Alta pensione

La Stampa
massimo gramellini

Trovo ingiusto additare come privilegiati coloro che percepiscono una pensione da tremila euro lordi al mese. Ingiusto e emblematico del clima di invidia sociale che si respira in giro. Pensionati d’oro, li hanno chiamati. Ora, è comprensibile che tremila euro (lordi) sembrino molti a chi percepisce certi stipendi di latta, oggi assai in voga tra chi ha meno di quarant’anni e deve già ringraziare di stringere tra le mani un lavoro. Ma proviamo a metterci nei panni di un settantenne ex lavoratore dipendente (il bersaglio perfetto delle spremiture fiscali), che per tutta la vita ha accantonato una parte della retribuzione con l’idea di poterne godere negli anni del meritato riposo.

Un lavoratore onesto, magari con dei figli ancora a carico, ai quali di solito la pensione del genitore finisce per essere girata quasi per intero. Perché dovrebbe essere considerato un parassita? Perché dovrebbe sentirsi in colpa e vergognarsi di pretendere ciò che gli spetta? Ha stipulato un patto con lo Stato. E ora che lo Stato lo vanifica, minacciando di restituirgli meno del dovuto, gli si toglie persino il diritto di lamentarsi, in nome di un generico appello alla solidarietà verso i più poveri che viene disatteso ogni giorno dai privilegiati veri. 

Se il «pensionato d’oro» da tremila lordi al mese ha un privilegio (di cui però non ha alcuna colpa) è di appartenere all’ultima generazione che può ancora esigere un trattamento onorevole, perché finanziato dagli stipendi dei cinquantenni. Ma questo è un discorso troppo triste e lo faremo un’altra volta.

Pomicino ce la fa, Previti no La lista di esclusi e «graziati»

Corriere della sera
di Lorenzo Salvia e Fiorenza Sarzanini

Anche Berlusconi è fuori. Il caso Pillitteri: pena di 4 anni ma riabilitato

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ROMA L’ex ministro Paolo Cirino Pomicino continuerà a prendere i 5.231 euro e 7 centesimi al mese che ha maturato dopo 27 anni di contributi. Condannato per la maxi tangente Enimont e quindi per finanziamento illecito ai partiti, uno dei reati «peggiori» per chi è chiamato a gestire la cosa pubblica. Ma salvo perché ha dovuto scontare «solo» un anno e otto mesi, meno della soglia minima di due anni fissata ieri. Invece Giuseppe Ciarrapico, ex presidente della Roma e molto altro, dovrà rinunciare a 1.510 euro e 39 centesimi. Colpa di una vecchia condanna, quella a tre anni per il crac della Casina Valadier.

Ex parlamentari, chi rischia il vitalizio 
Ex parlamentari, chi rischia il vitalizio 
Ex parlamentari, chi rischia il vitalizio
Ex parlamentari, chi rischia il vitalizio
Chi è dentro, chi è fuori
Forse è inevitabile: quando si stabilisce un criterio per decidere chi conserva un diritto e chi invece lo perde, i diretti interessati lo possono considerare un arbitrio, anche un’ingiustizia. Ma le nuove regole sui vitalizi dei parlamentari condannati in via definitiva tirano un riga netta: da una parte ci sono i fortunati, deputati o senatori condannati, ma «non abbastanza» da perdere l’assegno; dall’altra i meno fortunati, con una sentenza necessaria e sufficiente a portare via il vitalizio. Con una rete di sicurezza, quella della riabilitazione che, in caso di «sicuri segni di ravvedimento», cancella gli effetti della condanna.
Chi perde
Perde il vitalizio un campione della Prima Repubblica come Arnaldo Forlani, condannato a due anni e quattro mesi per finanziamento illecito dei partiti nell’inchiesta Enimont, che dovrà rinunciare a 5.691 euro e 60 centesimi. Ma anche protagonisti della storia più recente condannati per reati gravi come Cesare Previti, colpevole di corruzione in atti giudiziari, che finora ha incassato 3.979,06 euro al mese, oppure Totò Cuffaro che in cella a Rebibbia dove sconta una pena a sette anni per favoreggiamento aggravato della mafia, si vede recapitare ogni mese 5.154,79 euro. O ancora Marcello Dell’Utri che invece è detenuto nel carcere di Parma e prende 4.424,46 euro. E anche Silvio Berlusconi è nella lista.
Chi si salva
Ci sono anche quelli che si salvano, però. Domenico Nania, a lungo parlamentare di Alleanza nazionale anche con incarichi di governo, ha scontato dieci giorni di carcere ed è stato condannato a 7 mesi per lesioni personali legate ad attività violente nei gruppi giovanili di estrema destra all’inizio degli anni Settanta. Ma il suo passato non gli impedirà di percepire 5.938,46 euro al mese. Proprio come Roberto Maroni, condannato a quattro mesi e 20 giorni per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale quando impedì ai poliziotti di entrare nella sede della Lega.

C’è poi la pattuglia dei socialisti, guidata dall’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, con i suoi 4.684,19 euro al mese che continuerà a intascare nonostante il coinvolgimento nell’inchiesta Enimont, con sentenza definitiva di otto mesi. E composta anche da Gianni De Michelis, con un vitalizio di 5.174,79 euro, finito nell’inchiesta sulle tangenti per le autostrada del Veneto, condannato a 4 anni in primo grado, poi ridotti con il patteggiamento a un anno e sei mesi, oltre ai sei mesi per l’affare Enimont. Comunque sotto la soglia di sicurezza dei due anni, fissata nella delibera di ieri.

Renato Farina, l’agente Betulla dei servizi segreti condannato a sei mesi per favoreggiamento nel sequestro dell’imam egiziano Abu Omar, mantiene il suo assegno. Come Giorgio La Malfa, che salva il vitalizio da 5.759,87 euro nonostante la condanna a sei mesi per finanziamento illecito ai partiti. Resta nella lista dei «mantenuti» dallo Stato anche l’ex sindaco di Milano e cognato di Bettino Craxi Paolo Pillitteri, condannato a quattro anni e sei mesi per ricettazione e finanziamento illecito ai partiti con una rendita di 2.906,11 euro al mese. Un mese fa aveva detto: «Se mi tolgono questi soldi ho difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Sarebbe una vendetta postuma, inutile. Vorrebbe dire offrire al popolo scalpi e cappi sventolati». È stato riabilitato. E questo gli ha consentito di evitarlo.

8 maggio 2015 | 07:45

Indagine sulla fine del Duce Setacciando la pista inglese

Matteo Sacchi - Ven, 08/05/2015 - 08:24

Nel libro, in allegato al "Giornale", Milza rivaluta l'ipotesi dell'intervento di un "commando britannico"

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La fuga di Mussolini da Milano, iniziata il 25 aprile del 1945, e terminata con la morte del dittatore a Giulino di Mezzegra il 28 aprile 1945, è uno degli avvenimenti più studiati della storia italiana. Molti dei fatti sono chiari e noti. Altri decisamente meno a partire da come effettivamente sia stato ucciso il dittatore.

Una situazione di per sé non stupefacente. Il Duce sconfitto era da vivo molte cose, tutte scomode. Giusto per elencarne qualcuna: un testimone della Storia che sapeva molti segreti, un simbolo pericoloso, un perfetto agnello sacrificale che una volta ammazzato avrebbe consentito agli italiani che avevano indossato in massa la camicia nera di scaricarsi la coscienza, un ex alleato che i tedeschi avevano praticamente trasformato in prigioniero, ottimo per farne oggetto di scambio.

Ecco perché su chi e come l'abbia ucciso, su che fine abbiano fatto i documenti che portava con sé esistono moltissime versioni. Una ufficiale sebbene piena di lacune che lo vuole fucilato per ordine del ClnaI dal colonnello Valerio (nome di battaglia di Walter Audisio) all'ingresso di Villa Belmonte. Altre che vanno dalla pista inglese (su cui torneremo tra poco) ad ipotesi molto varie sul quando e come sia avvenuta davvero la fucilazione e sui partigiani presenti.

La diatriba è rilevante anche se difficilmente risolvibile. E non per questioni di nomi. Già Renzo De Felice scriveva: «Scoprire se il grilletto l'ha tirato Tizio o Sempronio... a me importa poco». Ma per questioni relative ai moventi. Un conto sarebbe la volontà dei partigiani di farla finita con una dittatura il più velocemente possibile (la versione ufficiale). Un altro la volontà di liberarsi subito di un testimone senza farlo arrivare alla sbarra di un tribunale. Sbarra a cui volevano trascinarlo a tutti i costi gli americani. Ed è proprio sui moventi che si rivela interessante e di rottura il libro che pubblichiamo, da domani, nella biblioteca storica in allegato a il Giornale :

Gli Ultimi giorni di Mussolini (pagg. 360, euro 7,60 più il prezzo del quotidiano). Milza, professore emerito presso l'Istituto di Studi Politici di Parigi, è uno specialista di storia italiana (ha appena pubblicato il saggio Hitler e Mussolini per i tipi di Longanesi) e si muove lungo la linea interpretativa degli studi di De Felice col quale aveva intrattenuto un ventennale rapporto di amicizia.Il gusto della ricerca ha spinto Milza, nel 2011, a esaminare quelle ultime giornate del Duce e, pur non producendo una documentazione inedita, a individuare e sistematizzare tutti gli aspetti oscuri che ne circondano la fine.

L'arresto di Mussolini, gli intrighi che ruotano attorno alla sorte da riservare al Duce, la «missione» del colonnello Valerio, il ruolo di Luigi Longo (che rappresentava l'ala dura del Pci e secondo alcuni presenziò all'uccisione del Duce), la tesi della «doppia fucilazione», l'ipotesi (poco probabile secondo Milza) delle torture e della violenza inflitta a Claretta, le tracce del cosiddetto «tesoro di Dongo» sono tutti temi di un racconto che si sviluppa con dovizia di particolari e oggettività. Il punto centrale dell'analisi di Milza ruota però attorno alla «pista inglese» o, più esattamente, alla piccola guerra dei servizi segreti alleati.

Egli riprende, citandole espressamente, le allusioni di De Felice nel Rosso e Nero (1995). Allusioni che facevano riferimento alle rivelazioni, emerse un anno prima della pubblicazione di quel saggio intervista, di un ex partigiano: Bruno Giovanni Lonati (nome di battaglia Giacomo). Lonati raccontò di aver fatto parte, insieme a un agente dell'Intelligence britannica - il cui nome di battaglia era capitano John - di un commando incaricato di uccidere Mussolini e la Petacci e raccontò in dettaglio l'operazione. Lo storico francese fa ovviamente appello alla prudenza su una tesi così forte.

Ma mostra, anche contro le liquidatorie affermazioni in contrario di alcuni storici inglesi, come Richard Lamb, di ritenere che questa ipotesi non sia inverosimile e che, anzi, presenti elementi di interesse. Di fatto i motivi per eliminare il Duce a Churchill non difettavano. Gli americani invece avrebbero avuto un piano opposto. Forse addirittura il sulfureo, e sotterraneo, proposito di tenere il Duce in vita, forse in Svizzera, utilizzarlo come «riserva anticomunista». Milza non dà risposte definitive. E forse nessuno le darà. Però insinua sempre i dubbi giusti.

Ma quale Grecia, fu Prodi a truccare i bilanci

Giampaolo Rossi



AMNESIE Due giorni fa, in un convegno pubblico, l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi ha “rivelato” che la Grecia truccò i conti per entrare nell’euro. In molti hanno sottolineato come sia stupefacente che Prodi sveli questa verità solo di fronte al fallimento dell’euro e ad una crisi generata dagli errori di allora. Eppure nessuno ha fatto notare una cosa ancora più stupefacente: e cioè che Prodi accusa la Grecia di ciò di cui, in Europa, accusano lui.

L’OPERAZIONE AUTOINGANNO Nel 2011, il settimanale tedesco “Der Spiegel” pubblicò una lunga inchiesta giornalistica sulla cosiddetta “Operazione autoinganno”, quella con la quale il governo tedesco e l’Europa chiusero gli occhi di fronte ai trucchi contabili dell’Italia messi in atto per riuscire a rientrare nei parametri di Maastricht necessari ad aderire alla moneta comune.

E chi fu a truccare i conti italiani per far entrare il nostro Paese nell’euro? Un nome a caso: Romano Prodi.
L’inchiesta, basata sullo studio di numerosi documenti del governo di Berlino, relativi agli anni 1996-1998, dimostrava che l’allora Cancelliere tedesco Helmut Kohl era pienamente consapevole che l’Italia non aveva alcuna solidità economica per entrare nell’euro; e che solo ragioni politiche lo spinsero a non tenere conto degli avvertimenti dei suoi economisti. Già nel febbraio del 1997, i funzionari della Cancelleria tedesca rimasero sorpresi quando a seguito di un vertice italo-tedesco il governo Prodi presentò dati del deficit di bilancio fin troppo diminuiti rispetto alla stime previste anche da FMI e OCSE.

La sensazione fu che si fosse attivato un italianissimo gioco delle tre carte sui conti pubblici italiani. Qualche mese dopo, Jürgen Stark, importante economista tedesco che diventerà capo della Bundesbank, denunciò le pressioni del governo italiano sulla Bce affinché non “prendesse una posizione critica” nei confronti dell’eccessivo debito dell’Italia. Nel marzo del 1998, l’allora capo dei negoziatori tedeschi a Maastricht, Horst Köhler (che poi diventerà direttore del FMI e in seguito Presidente della Germania) scrisse direttamente a Kohl che l’Italia rappresentava “un rischio particolare per l’euro” perché non aveva operato alcuna “riduzione permanente e sostenibile di deficit e debito”.

IL TECNOCRATE, IL BANCHIERE E I COMUNISTI
Nell’inchiesta, Der Spiegel spiegò che Romano Prodi ed il suo ministro del Tesoro, il banchiere Carlo Azeglio Ciampi (definito un “giocoliere finanziario creativo”), adottarono un mix di trucchi contabili (la” tassa per l’Europa” e la vendita delle nostre riserve auree), che si sommarono alla circostanza favorevole di “tassi storicamente bassi”.

In questa maniera il tecnocrate a capo di un governo di neo-comunisti e banchieri ottenne il risultato di far apparire i conti italiani a posto, promettendo all’amico Kohl che poi li avrebbe consolditati in seguito. In Europa erano consapevoli di questo inganno ma il Cancelliere fu inamovibile; vi erano considerazioni politiche che imponevano che l’Italia entrassse nell’euro a tutti i costi: non si poteva tenere fuori un paese fondatore dell’Europa. La situazione era talmente pericolosa che il Primo Ministro olandese in un incontro riservato con Kohl spiegò che “l’ingresso dell’Italia era inaccettabile” in assenza di prove aggiuntive che facessero vedere un consolidamento di bilancio “credibile”.

Der Spiegel concludeva in maniera netta che l’aver accettato che l’Italia entrasse nell’eurozona “ha creato il precedente per un errore ancora più grande: l’ingresso due anni dopo della Grecia”.Oggi noi paghiamo l’imbroglio di allora costruito sulla pelle degli italiani e della nostra economia.

Forse Prodi dovrebbe regalarci un po’ di silenzio.

Su Twitter: @GiampaoloRossi