mercoledì 6 maggio 2015

Australia, ecco i giovani «schiavi» italiani: undici ore a notte, a raccogliere cipolle nei campi

Corriere della sera
di Roberta Giaconi

15 mila giovani italiani si trovano nel Paese con un visto di «Vacanza Lavoro» rinnovabile dopo un anno. Molti subiscono ricatti, abusi e perfino violenze sessuali

1 BRISBANE Oltre 15.000 giovani italiani si trovano attualmente in Australia con un visto temporaneo di «Vacanza Lavoro». Hanno meno di 31 anni e, spesso, una laurea in tasca.
Alla partenza, molti di loro neppure immaginano di rischiare condizioni di aperto sfruttamento, con orari di lavoro estenuanti, paghe misere, ricatti, vere e proprie truffe. Perlopiù finiscono nelle «farm», le aziende agricole dell’entroterra, a raccogliere per tre lunghi mesi patate, manghi, pomodori, uva.
L’ultima denuncia arriva da un programma televisivo australiano, «Four Corners», durante il quale diversi ragazzi inglesi e asiatici hanno raccontato storie degradanti di molestie, abusi verbali e persino violenze sessuali.

Gli italiani non sono esclusi da questa moderna «tratta». Ne sa qualcosa Mariangela Stagnitti, presidente del Comitato italiani all’estero di Brisbane. «In un solo anno ho raccolto 250 segnalazioni fatte da giovani italiani sulle condizioni che avevano trovato nelle “farm” australiane. Alcune erano terribili», spiega.

Due ragazze le hanno raccontato la loro odissea in un’azienda agricola che produceva cipolle rosse. Lavoravano dalle sette di sera alle sei di mattina, anche quando pioveva o faceva freddo. «Non potevano neanche andare in bagno, dovevano arrangiarsi sul posto», dice Stagnitti. Un ragazzo, invece, era stato mandato sul tetto a pulire una grondaia piena di foglie. «È scivolato ed è caduto giù, ferendosi gravemente. L’ospedale mi ha chiamata perché il datore di lavoro sosteneva che aveva fatto tutto di sua iniziativa».

Secondo i dati del dipartimento per l’Immigrazione, nel giugno dell’anno scorso in Australia c’erano più di 145.000 ragazzi con il visto «Vacanza Lavoro», oltre 11.000 dei quali italiani. E il nostro è uno dei Paesi da cui arriva anche il maggior numero di richieste per il rinnovo del visto per un secondo anno. Per ottenerlo, questi «immigrati temporanei» hanno bisogno di un documento che attesti che hanno lavorato per tre mesi nelle zone rurali dell’Australia.

E questo li rende vulnerabili ai ricatti. «Ho sentito di tutto», dice Stagnitti. «Alcuni datori di lavoro pagano meno di quanto era stato pattuito e, se qualcuno protesta, minacciano di non firmare il documento per il rinnovo del visto. Altri invece fanno bonifici regolari per sembrare in regola, ma poi obbligano i ragazzi a restituire i soldi in contanti. E poi ci sono i giovani che accettano, semplicemente, di pagare in cambio di una firma sul documento».

Non sono in molti a denunciare la situazione. «Quando mi chiedono cosa fare, io consiglio loro di non accettare quelle condizioni e di chiamare subito il dipartimento per l’Immigrazione, ma i ragazzi non lo fanno perché hanno paura di rimetterci. Tanti mi dicono che ormai sono abituati: anche in Italia, quando riuscivano a lavorare, lo facevano spesso in nero e sottopagati». Stagnitti alza le spalle. «La verità è che spesso questi giovani in Italia sono disoccupati, senza molte opzioni, per questo vengono a fare lavori che gli australiani non vogliono più fare».

Sulla scia della denuncia di «Four Corners», il governo dello stato di Victoria ha annunciato che darà il via a un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nelle «farm», con l’obiettivo di stroncare gli abusi e trovare nuove forme di regolamentazione che mettano fine allo sfruttamento.

Intanto, proprio nei giorni scorsi, il Dipartimento per l’Immigrazione ha deciso che il cosiddetto «WWOOFing», una forma di volontariato nelle azienda agricole in cambio di vitto e alloggio, non darà più la possibilità di fare domanda per il secondo anno di visto «Vacanza Lavoro».
«Nonostante la maggior parte degli operatori si sia comportata correttamente - si legge in un comunicato stampa - è inaccettabile che alcuni abbiano sfruttato lavoratori stranieri giovani e vulnerabili».

6 maggio 2015 | 07:59

Usa, taglie milionarie su 4 leader Isis

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Si allunga la lista dei «ricercati». Nel programma «Rewards for Justice», anche al Baghdadi (10 milioni) e al Zawahiri (25)



WASHINGTON – Nuove taglie su quattro esponenti di rilievo dell’Isis. Le ha messe il Dipartimento di Stato americano nell’ambito del suo programma «Rewards for Justice». Una lista ampia dove compare da tempo anche il Califfo, Abu Bakr al Baghdadi: la ricompensa è di 10 milioni di dollari. Una cifra ben inferiore ai 25 milioni offerti per la cattura dell’attuale leader di al Qaeda, Ayman al Zawahiri.

Il veterano
Abdel al Qaduli, taglia di 7 milioni di dollariAbdel al Qaduli, taglia di 7 milioni di dollari

Il primo ricercato è Abdel Rahman Mustafa al Qaduli, per lui offrono 7 milioni di dollari. Membro della al Qaeda irachena, è stato uno dei vice di Abu Musab al Zarkawi ed ha guidato i mujaheddin a Mosul, dove aveva la carica di «emiro» del gruppo. Finito in prigione, è stato in seguito rilasciato e come altri ex detenuti si è unito allo Stato Islamico. Agisce tra Siria e Iraq.

Il portavoce
Abu Mohamed Al Adnani, taglia di 5 milioni di dollariAbu Mohamed Al Adnani, taglia di 5 milioni di dollari

Abu Mohamed al Adnani vale invece 5 milioni di dollari. Il suo vero nome è Taha Sobhi Falaha e svolge l’importante ruolo di portavoce dell’Isis. Le disposizioni del Califfo fino ad oggi sono state disseminate da al Adnani attraverso messaggi audio postati sul web. Ha più volte incitato i jihadisti a colpire nei paesi occidentali. Certamente è una figura mediatica di peso.

Lo stratega
Tarkhan Batirashvili, taglia di 5 milioniTarkhan Batirashvili, taglia di 5 milioni

Tarkhan Batirashvili, nome di battaglia Abu Omar al Shishani, è importante sotto il profilo militare. D’origine georgiana, ex militare, fa parte del Consiglio dello Stato Islamico e ha guidato con grande abilità le operazioni del movimento nella zona di Aleppo, Idlib e Raqqa. Secondo gli americani ha anche avuto un ruolo nella gestione degli ostaggi chiusi nella prigione di Tabta. È uno stratega capace di dare grandi motivazioni ai suoi uomini. Un’eventuale cattura avrebbe ripercussioni serie: gli Usa sono pronti a pagare 5 milioni di dollari.

Il maestro dei kamikaze
Tariq al Harzi, taglia di 3 milioniTariq al Harzi, taglia di 3 milioni

Infine il «maestro dei kamikaze», Tariq al Harzi. Ha diretto un settore al confine tra Siria e Turchia, quindi si è occupato della raccolta fondi grazie ai contatti nei paesi del Golfo Persico. Missione che – secondo fonti d’intelligence americana – ha svolto con grande successo. Non meno rilevante l’organizzazione degli attentatori suicidi. Sempre secondo le fonti ufficiali statunitensi ha creato un network per il reclutamento, l’addestramento e il successivo smistamento degli uomini-bomba. Un’arma temibile e a doppio taglio: l’Isis li usa per colpire in modo indiscriminato nelle città irachene oppure li impiega a bordo di speciali veicoli blindati per distruggere le postazioni nemiche. Una falange della morte che si è rivelata cruciale in molte battaglie. Sulla «testa» di al Harzi ci sono ora 3 milioni di dollari.

6 maggio 2015 | 08:32

Parolex, parolex, parolex

La Stampa
massimo gramellini

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In Italia puoi offendere chiunque, tranne la mamma e il Marchio, non sempre in quest’ordine. È bastato che Renzi e Alfano definissero gli scassavetrine di Milano «figli di papà col Rolex» perché qualcuno prendesse cappello. Non i figli di papà ma la Rolex, che ha comprato una pagina di pubblicità per chiedere al governo una rettifica formale. La polemica è nata dalla foto che ritrae una ragazza con il cappuccio in testa, la bomboletta in mano e l’orologio incriminato al polso. Ma sarà vero Rolex? 

La preoccupazione dell’amministratore delegato dell’azienda è comprensibile. Il Rolex autentico è un oggetto esclusivo del desiderio. Che diventi un regalo al figlio dell’ex ministro Lupi non inficia la sua natura pregiata, anzi. Mentre ritrovarlo al polso di una black bloc gli toglie senz’altro valore. In compenso la comprovata falsità del Rolex ne toglierebbe alla ragazza incappucciata. Se hai un Rolex tarocco è perché non puoi permettertene uno vero e quindi ti dimostri comunque attratta da un bene di lusso capitalista che in teoria dovrebbe farti schifo. Non sei ideologicamente contro il Rolex. Sei contro il fatto che l’abbiano gli altri e non tu. E questa è una forma di comunismo parente dell’invidia che in Italia conosciamo bene.

L’Unità e quei pignoramenti contro Concita e i giornalisti

La Stampa
jacopo iacoboni

Una chiamata implicita a star zitti e a non disturbare

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Può succedere a chiunque, questa è la verità. Specialmente nei giornali con editori meno solidi, o in quelli che nascono, o ci provano. Ma non solo. Ascoltate perciò questa storia, perché non riguarda solo i giornalisti, riguarda voi. Concita De Gregorio, direttrice dell’Unità dal 2008 al 2011, e altri ventisei giornalisti del quotidiano, stanno subendo una serie molto pesante di ingiunzioni di risarcimento danni (per un totale che si aggira tra i cinque e i seicentomila euro) per cause civili perdute in primo grado.

Cause civili, attenzione: quindi subito esecutive. Chi vuole rivalersi per qualche articolo non ha neanche querelato per diffamazione, spesso; ha chiesto soltanto i danni, iter più veloce e, appunto, subito esecutivo dopo il primo grado. Di solito in questi casi interviene l’editore, il giornalista (e il direttore, sempre «responsabile in solido» di tutti gli articoli) non può essere aggredito per più di un quinto dello stipendio. È ovvio perché sia così: perché altrimenti avremmo giornalisti ancor più alla mercé dei soggetti di cui scrivono di quanto già non siano, in Italia.

E dunque: chi di loro vorrebbe occuparsi di cronaca giudiziaria, e peggio che mai di mafia? Chi vorrebbe mai scrivere un pezzo scomodo, o critico col potere, o magari semplicemente un corsivo sarcastico? Chi si occuperebbe di politica con articoli veri, non pure e semplici agiografie, su cose come i soldi, gli affari e la politica, i volti meno propagandati e meno indagati del Potere? Questi risarcimenti folli sono la grande chiamata a stare zitti e a non disturbare.

Nel caso specifico, l’allora editore dell’Unità – la Nie aperta da Renato Soru - non esiste più, e nessuno si può rivalere su quella società. Così attaccano prevalentemente il direttore, Concita De Gregorio, che subisce un pignoramento di 398 mila euro sulla casa, e poi molti giornalisti. Fino a oggi il nuovo editore Guido Veneziani, e il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, rispondevano che non era un problema loro ma di gestioni passate. Ieri hanno (forse) capito, e si sono fatti carico della cosa ipotizzando una soluzione: i contributi residui per l’editoria andranno a costituire un fondo per sollevare i giornalisti dai pignoramenti. Si sa, del resto, quanto l’Unità e la libertà di ogni critica stiano a cuore a Matteo Renzi.

twitter @jacopo_iacoboni

Così le app per iPhone e Android arriveranno su Windows 10

La Stampa
antonino caffo

Annunciate le nuove piattaforme di sviluppo che permetteranno di rendere compatibili con smartphone, tablet e computer Windows le applicazioni pensate per sistemi concorrenti

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Satya Nadella ha completato la rivoluzione in casa Microsoft. A poco più di un anno dal suo debutto come Ceo, l’azienda pare rinata, più che nei numeri in quella voglia di innovare che l’aveva contraddistinta tra gli anni ’80 e ’90 quando la tecnologia si apprestava ad entrare nelle case dei consumatori. La nuova linfa è arrivata dal mercato della telefonia mobile, cui Microsoft ha dedicato anima e corpo dopo l’acquisto definitivo di Nokia avvenuto il 25 aprile dello scorso anno. Conscia di non poter intaccare il predominio di Google e Apple, la compagnia spera ancora di dire la sua seguendo la via dell’apertura.

Popolare il Windows Store
Durante l’ultima Build 2015, l’appuntamento dedicato agli sviluppatori, Microsoft ha presentato la nuova strategia per accrescere il numero e la qualità delle app Windows 10 dedicate a computer, smartphone e tablet. Per farlo ha scelto un duplice percorso. Il primo riguarda l’adattamento del web: attraverso un aggiornamento dell’ecosistema interi siti internet potranno essere trasformati in app universali dotate di notifiche e live tile.

Così invece di creare da zero un’applicazione che riproduce articoli e contenuti pubblicati su un sito principale, la stessa struttura del portale diventa un software a sé stante che in automatico si aggiorna quando l’amministratore o gli utenti abilitati aggiungono nuovi elementi alle pagine.
La seconda modalità prevede la conversione di app pensate per iOS e Android in soluzioni compatibili con Windows 10. Il tutto è possibile grazie ad un paio di integrazioni fondamentali che permettono il supporto dei linguaggi di codificazione delle applicazioni per iPhone, iPad, smartphone e tablet Android nell’ambiente di sviluppo di Microsoft. 

Il nuovo ambiente di sviluppo
Per quanto riguarda la piattaforma di Google, il team di Nadella ha trovato il modo di inserire il codice Java e C++ (tipico della creazione di app per Android) all’interno dei processi di sviluppo di Windows. In maniera simile il kit (SDK) del nuovo Windows 10 permette l’inserimento di progetti scritti in Objective C, il linguaggio di programmazione di Apple. Chiunque abbia già sviluppato un’app per iOS e Android non dovrà quindi ricompilarla per poterla pubblicare anche sul Windows Store ma basterà scaricare il rinnovato SDK e adattarne la struttura secondo le indicazioni di Microsoft.

Non è un copia-incolla
Al di là degli aspetti positivi, secondo The Verge l’avvento del nuovo SDK porterà con sé qualche problema visto che non si tratta solo di convertire app da una piattaforma all’altra ma anche di sfruttare alcune potenzialità uniche di Windows, dalle live tile allo scorrimento senza interruzioni, fino alla grafica in stile Metro. Per adattare le app iOS e Android al formato Windows 10 agli sviluppatori potrebbe esser richiesto di investire soldi e tempo nel disegnare nuovi metodi di interazione evidentemente non considerati su iOS e Android (tranne per i widget); una necessità che per qualcuno potrebbe rappresentare una noia invece di una possibilità ulteriore di guadagno.

A calmare le acque ci ha pensato Terry Myerson proprio durante la Build 2015: “Il nostro obiettivo non è tutto o niente – ha spiegato – chi vorrà integrare nelle proprie app tutte le funzionalità di Windows 10 potrà realizzare un prodotto completo ma non si tratta di un requisito essenziale per salire sulla nostra barca”.

Orlandi, spunta una nuova testimone:«Incontrai Emanuela nel 2012»

Corriere della sera
di Fabrizio Peronaci

Dalla richiesta di archiviazione della Procura, una notizia tenuta segreta: Danny Astro, studentessa di 33 anni, ha dichiarato ai magistrati di aver visto la sequestrata solo tre anni fa

ROMA - Caso Orlandi-Gregori, all’indomani della notizia della richiesta di archiviazione dell’inchiesta, dalle stesse carte firmate dal procuratore di Roma Giuseppe Pignatone spunta una novità tenuta segreta, e per molti aspetti sorprendente. «Incontrai una persona che riconobbi in Emanuela Orlandi. Era il 2012, mi trovavo in Francia...». Questa rivelazione, mai emersa in passato, era finita nell’istruttoria del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, che è stato poi estromesso dall’indagine, e alla fine si è rifiutato di firmare l’atto di archiviazione «in dissenso» con il suo capo.
La nuova superteste: «Dovevo consegnare una lettera»
È stata Dany Astro, nata in Argentina 33 anni fa, compagna dell’indagato e reo confesso Marco Fassoni Accetti, l’uomo che ha fatto ritrovare un flauto forse appartenuto alla “ragazza con la fascetta” e che si è autoaccusato di aver preso parte al rapimento nell’ambito di una guerra tra fazioni ecclesiastiche al tempo della Guerra Fredda, a riferire quanto la riguardava a Palazzo di giustizia. «Sono legata sentimentalmente a Marco Accetti dal 2001, dopo averlo conosciuto durante una visita a scopo turistico in Italia - ha messo a verbale la giovane, laureanda in Storia dell’arte alla Sapienza -. Intendo riferire un fatto di cui sono a conoscenza per averlo vissuto personalmente.

Nel 2012, in seguito alla morte di un importante uomo politico, Marco mi incaricò di recarmi a Parigi per consegnare una lettera a un personaggio arabo, presso la moschea centrale della capitale francese«. Fin qui, la notizia era in parte trapelata: Fassoni Accetti aveva infatti indicato il paese transalpino come possibile rifugio della Orlandi, ma limitatamente al 1984, pochi mesi dopo il sequestro. Nessuno degli investigatori aveva mai immaginato che potesse essere ancora lì, in tempi recenti. E invece... «Dopo aver consegnato la lettera alla moschea parigina - ha aggiunto Dany Astro, agli atti identificata con il nome completo di Daniela Silvana, nata a Rio Tersero il 19 maggio 1982 - incontrai tre donne, che misi in contatto con Marco. Una delle tre la riconobbi come Emanuela Orlandi».

Emanuela,  dai tempi felici alle manifestazioni per la verità Emanuela,  dai tempi felici alle manifestazioni per la verità
Emanuela,  dai tempi felici alle manifestazioni per la verità 
Emanuela,  dai tempi felici alle manifestazioni per la verità
«Mirella Gregori fu portata in Svizzera»
La novità non mancherà di alimentare spaccature in seno alla Procura di Roma. Perché Pignatone, nonostante tali risultanze, ha deciso di avocare a sé l’indagine e archiviare? Come si spiega lo schiaffo al suo vice Capaldo, magistrato esperto e di lungo corso? Dany Astro, tra l’altro, abita con Marco Fassoni Accetti in via Tripoli, sulla Nomentana, ed è facilmente raggiungibile: conduce una vita normale, ha una cerchia di amici, è presente sui social network con un suo profilo, non mostra disturbi della personalità. Non valeva la pena tentare di accertare la verità in un pubblico dibattimento, mandando il fotografo a processo, per verificare e approfondire il racconto della giovane e i numerosi altri elementi emersi? «Non posso escludere che le ragazze siano ancora vive.

Lo erano fino all’inizio del 1984 e poi mi fu detto che erano state fatte riparare all’estero, la Orlandi in Francia e la Gregori in Svizzera, insieme con un ragazzo di cui si era innamorata», dichiarò Fassoni Accetti, nel primo interrogatorio di fronte a Capaldo, nel 2013. Adesso emerge che un anno prima la sua compagna avrebbe creduto di riconoscere la figlia del messo pontificio, ormai donna adulta, di 44 anni, a Parigi. Ma chi era il politico la cui morte avrebbe suscitato la “missione” in Francia? Tra quelli chiamati in causa nel caso Orlandi-Gregori, Giulio Andreotti va scartato in quanto defunto nel 2013, mentre, un anno prima, morì il presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che aveva lo studio nello stesso complesso di S. Apollinare in cui Emanuela andava a scuola di musica.

Ecco i due documenti che riaprono il giallo Ecco i due documenti che riaprono il giallo
6 maggio 2015 | 07:53

Da macinino inquinante a elettrica la seconda vita della Trabant

Corriere della sera
di Elmar Burchia

I costruttori (con un kit) sono ora in grado di trasformare in auto elettrica una vecchia Trabi, anche se malandata e troppo inquinante

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Non emette più fumo nero dalla marmitta: la mitica Trabant, l’auto simbolo dei nostalgici della Repubblica Democratica Tedesca, diventa elettrica con uno speciale kit che la rende eco-compatibile così da circolare senza vincoli anche nel centro storico delle città. Il costo per la conversione? 15 mila euro.

Restyling elettrico
La storica Trabant, prodotta tra il 1957 e il 1991 a Zwickau (nell’allora Germania Orientale) in poco più di 3 milioni di esemplari, torna a nuova vita e si trasforma in e-Trabi: a emissioni zero e molto silenziosa. L’idea nasce dall’azienda di energia del Meclemburgo, Wemag, con la sua controllata ReeVOLT. Dentro al cofano un motore elettrico sostituisce il vetusto due tempi. Dal punto di vista tecnico l’unità elettrica che fa parte del kit, sviluppa una potenza di 38 Cv (l’originale ne aveva solo 26) e una coppia massima di 148 Nm.

Il peso è di soli 700 kg, compresi i 50 kg della batteria (da 11 kWh, che si trova nel portabagagli). Ed è un vero razzo: la velocità massima della Trabant elettrica è di 110 km orari. L'autonomia, invece, è di 130 km, adottando una guida regolare e priva di brusche accelerazioni. Il tempo di ricarica (alla presa domestica) è di circa 5 ore e mezza. In passato, il kit di conversione ReeVOLT è stato montato anche su alcune Fiat 500, Ford Ka e Maggiolino Vw del 1997. Una e-Trabi costa circa 15.000 euro (12 mila per il kit, 2 mila per una Trabant a cui si aggiungono circa 1000 euro per il lavoro di montaggio in una delle 400 officine partner del produttore). «Il prezzo? La metà di una Bmw i3», ci tiene a sottolineare Andre Schmidt, portavoce ReeVOLT, parlando con Bloomberg.

La Trabant diventa elettrica con un kit 
La Trabant diventa elettrica con un kit 
La Trabant diventa elettrica con un kit 
La Trabant diventa elettrica con un kit
Duroplast
Oggi, a oltre 25 anni dalla Riunificazione, la mitica Trabant sta scomparendo per sempre: si stima che in circolazione ce ne siano ancora poco meno di 35.000. Nel suo periodo di massimo splendore, la Trabant aveva riempito soprattutto le strade di paesi comunisti quali la Polonia, l'Ungheria e la Cecoslovacchia. Erano fatte di Duroplast – un misto di polvere di resina e cotone – e costavano l'equivalente del salario annuo di un lavoratore medio. 

Livorno, la proposta del sindaco Nogarin: tour nei luoghi dove nacque il Pci

Corriere della sera
di Marco Gasperetti

Il primo cittadino grillino accetta di inserire la bandiera rossa del 1921 nel museo civico cittadino. Ecco come sarebbe il «percorso comunista»

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 La targa che ricorda la nascita del Pci



LIVORNO – Potrebbe essere il percorso turistico-culturale più atipico d’Italia e già adesso, prima della nascita ufficiale, sta suscitando polemiche e mal di pancia. L’idea è quella di realizzare un itinerario dedicato alla storia della sinistra italiana che a Livorno s’identifica con quella del Pci. Un progetto che a sorpresa non è stato lanciata dai comunisti toscani, ma dal pentastellato sindaco Filippo Nogarin, che non ha mai nascosto passate simpatie per la sinistra radicale italiana ed ha conquistato la poltrona di primo cittadino grazie anche all’appoggio di partiti locali che ad essa s’ispirano.
La bandiera del Pci
La proposta si è concretizzata dopo che la Fondazione Ds livornese ha chiesto di inserire, quale «glorioso cimelio storico», la prima e antica bandiera del Partito comunista d’Italia nel costruendo museo della città. Il vessillo è stato completamente restaurato e sarà presentato lunedì prossimo. Nogarin ha accettato con entusiasmo e ha rilanciato proponendo l’itinerario sulla storia della sinistra dedicato a turisti, studiosi e scolaresche.
Il teatro San Marco
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Fulcro della passeggiata, chi dice storica chi nostalgica, il «San Marco», teatro che battezzò la nascita del Partito comunista d’Italia dopo la scissione con il Psi che si era riunito in congresso nel non lontano teatro Goldoni. Oggi del «San Marco» resta la facciata (il resto è stato trasformato in una scuola materna), sulla quale sventolano le bandiere rosse di Rifondazione comunista e altri gruppi ed è stata apposta una lapide che ricorda alcuni nomi eccellenti del comunismo italiano e internazionale. Tra questi anche «il compagno Stalin», particolare che in passato ha provocato polemiche e discussioni accesissime.

Il percorso «comunista» potrebbe poi proseguire, attraverso i dedali acquatici del quartiere della Venezia, verso Piazza della Repubblica (che è uno dei ponti più larghi d’Europa) dove si trovava la potentissima sede della Federazione comunista post bellica e, toccando altre tappe, arrivare al Teatro Goldoni, palcoscenico della scissione socialista.

6 maggio 2015 | 10:44

NoExpo, la Rolex contro il governo: «I violenti non hanno il nostro orologio, rettificate»

Corriere della sera

L’Ad di Rolex Italia Gianpaolo Marini, ha deciso di replicare con una «lettera aperta» indirizzata a Renzi e Alfano pubblicata sui maggiori quotidiani. «Inaccettabile l’affiancamento dell’immagine Rolex alla devastazione di Milano

Dopo la raffigurazione data dal premier Matteo Renzi degli antagonisti in «tuta nera», come devastatori «coi rolex al polso», l’Ad di Rolex Italia Gianpaolo Marini, ha deciso di replicare con una «lettera aperta» indirizzata al presidente del consiglio e al ministro dell’interno Angelino Alfano pubblicata oggi sui maggiori quotidiani. «Purtroppo - scrive tra l’altro - l’eco suscitata dalle vostre parole è stata straordinariamente vasta ed ha prodotto l’inaccettabile affiancamento dell’immagine Rolex alla devastazione di Milano e all’universo della violenza eversiva».


Milano, corteo No Expo: è guerriglia in centro città
La lettera della Rolex
«Egregi signori - inizia a lettera aperta - all’indomani delle devastazioni avvenute a Milano...i media nazionali e web hanno riportato con ampio rilievo in virgolettato le Vostre dichiarazioni relative all’operato delle Forze dell’Ordine, ivi compreso il messaggio `sconfitti i soliti farabutti col cappuccio e figli di papa´ coi rolex’. Se personalmente, come cittadino di Milano, nell’occasione non ho potuto che apprezzare il sacrificio e la dedizione delle Forze dell’Ordine, debbo invece, per la mia carica, esprimere profondo rincrescimento e disappunto per l’associazione delle vostre parole fra la condizione di `distruttori di vetrine´ ed il fatto di portare un orologio Rolex al polso.

Al di là del fatto che, dalla qualità delle foto e dei video che sono stati diffusi dai media è altamente improbabile poter desumere un’affidabile identificazione come Rolex (e ancor più come Rolex autentico) - continua Marini - dell’orologio indossato dai facinosrosi che stavano commettando evidenti reati, credo che il dettaglio dell’essere - o non essere - quest’ultimo di marca Rolex, sia obiettivamente cosa marginale rispetto al `cuore´ delle Vostre dichiarazioni». «Ho preso la libertà, dopo profonda riflessione - conclude la lettera aperta - di pubblicare la presente sulla stampa nazionale a doverosa autodifesa, nell’immediato, della reputazione del marchio e dell’immagine di Rolex. Confidando in una Vostra cortese rettifica, con ossequi, Gianpaolo Marini».

6 maggio 2015 | 08:34

Vandali con i laser: rischio abbagli per i piloti di Orio al Serio

Corriere della sera
di Fabio Paravisi

In un anno 48 casi, la maggior parte contro aerei in arrivo. «Come sassi dai cavalcavia»

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Con un giocattolo da 20 euro rischiano di far cadere un aereo. Si nascondono nel buio, estraggono dalla tasca un oggetto simile a un pennarello, fanno scattare l’interruttore e un fascio verde lungo chilometri arriva nella cabina di pilotaggio di un aereo che sta atterrando, creando pericoli. Questa è l’ultima follia dei vandali: per 48 volte, lo scorso anno, i piloti in volo sopra l’aeroporto di Orio al Serio hanno segnalato alla torre di controllo problemi causati dai raggi dei puntatori laser.
Si tratta di oggetti studiati per le conferenze pubbliche, spiegazioni astronomiche o spettacoli all’aperto.

Costano dai 20 ai 300 euro e possono emettere raggi che trafiggono il buio fino a 10 chilometri. In mano ai balordi vengono impiegati per gli usi più molesti: spesso negli stadi si vede la luce verde distrarre i portieri, a volte gli ultrà li usano per disturbare i piloti degli elicotteri che li controllano. In Italia finora non ci sono stati incidenti, mentre negli Stati Uniti se ne verificano circa quattromila l’anno, tanto che l’Fbi ha messo una taglia da 10 mila dollari sui folli con il puntatore.

Del resto fino a pochi anni fa si trattava di un fenomeno solo americano. Nel 2010 e nel 2011 l’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo (Ansv) ha raccolto 300 segnalazioni l’anno, salite a 450 nel 2012, a 885 nel 2013 e, lo scorso anno, 1.189 episodi in 35 aeroporti. Fra questi non c’era stato Orio fino al 2013, quando i piloti in volo sopra lo scalo bergamasco hanno segnalato 47 casi di quelle che si chiamano «luci fuorvianti». Casi saliti a 48 lo scorso anno, in maggioranza concentrati fra agosto e settembre: «il Caravaggio» è il settimo aeroporto per segnalazioni in una classifica guidata da Fiumicino.

Nell’80% dei casi sono stati disturbati aerei in avvicinamento, nel 15% velivoli in decollo e il resto mezzi in fase di crociera. Non si è mai riusciti a individuare i responsabili. «Sappiamo solo che si piazzano a ridosso dell’autostrada - spiega Maria Grazia Santini, comandante della polizia di frontiera -. I piloti fanno partire subito la segnalazione e noi la trasmettiamo alla questura o ai carabinieri. Purtroppo il tutto avviene al buio e i piloti, che stanno eseguendo manovre delicate, possono dare soltanto indicazioni poco precise.

Questo, insieme al fatto che un puntatore laser può essere facilmente nascosto, rende impossibile individuare i responsabili, a differenza di chi lancia sassi dai cavalcavia. Pensiamo che siano ragazzi che non si rendono conto della gravità di ciò che fanno». Il fascio di laser che colpisce gli occhi di un pilota, avverte l’Ansv, può anche arrivare a causare «distrazione, abbagliamento, improvvisa e temporanea cecità o possibili danni permanenti agli occhi».

6 maggio 2015 | 08:51

Dante contro gli immigrati: "La mescolanza delle genti è causa dei mali delle città"

Matteo Carnieletto - Mar, 05/05/2015 - 10:25

Nel XVI canto del Paradiso Dante, tramite il suo avo Cacciaguida, lancia un'invettiva contro gli stranieri che hanno invaso Firenze e contro la Chiesa, complice dell'invasione



Esiste un Dante Alighieri che Benigni non vuole o non può vedere. Un Dante reazionario. Reazionarissimo. Un Dante che sarà poi ripreso dal "cattolico belva" Domenico Giuliotti e da Ezra Pound. Questo Dante, il vero Dante, ha scritto parole durissime contro l'immigrazione e contro la Chiesa che si rende complice di questa tratta di uomini. Basta leggere il sedicesimo canto del Paradiso, dove Dante, accompagnato da Beatrice, è a colloquio con Cacciaguida, il glorioso avo che trovò la morte durante la seconda crociata.

Dante chiede a Cacciaguida di parlargli di Firenze, di raccontargli come fosse nei tempi civili. Subito Cacciaguida si infiamma "come s’avviva a lo spirar d’i venti / carbone in fiamma, così vid’io quella / luce risplendere a’ miei blandimenti". Ricorda come gli abitanti di Firenze fossero un quinto rispetto a quelli che ci sarebbero stati 150 anni dopo dopo la sua morte: "Tutti color ch'a quel tempo eran ivi / da poter arme tra Marte e ‘l Batista, / eran il quinto di quei ch’or son vivi. Ma la cittadinanza, ch’è or mista / di Campi, di Certaldo e di Fegghine, / pura vediesi ne l’ultimo artista". Ovvero: la popolazione di Firenze, che ora è mescolata con gli abitanti di Campi Bisenzio, Certaldo, Figline Valdarno, era pura fino al midollo. Fino al più semplice degli artigiani.

E di chi è la colpa, secondo Cacciaguida e, quindi, anche secondo Dante? Della Chiesa che favorisce l'immigrazione dei toscani a Firenze: "Se la gente ch’al mondo più traligna / non fosse stata a Cesare noverca, ma come madre a suo figlio benigna, / tal fatto è fiorentino e cambia e merca, / che si sarebbe vòlto a Simifonti, / là dove andava l’avolo a la cerca". Ovvero: se la Chiesa non fosse stata matrigna nei confronti dell'imperatore e fosse stata amorevole nei confronti del figlio, certi fiorentini che ora passano il tempo a cambiar valute e a mercanteggiare sarebbero rimasti a Semifonte a chiedere l'elemosina come facevano i loro avi.

E Dante riconosce la causa prima della decadenza delle città nell'immigrazione indiscriminata: "Sempre la confusion de le persone / principio fu del mal de la cittade, / come del vostro il cibo che s’appone". Ovvero: la mescolanza delle genti provoca sempre il male delle città.
Insomma, attenti progressisti e radical chic a leggere Dante. Potreste rimanere parecchio delusi.

Scabbia, rivolte e morti: il dramma degli sbarchi

Sergio Rame - Mar, 05/05/2015 - 16:44

Altra strage di immigrati nel Canale di Sicilia: si temono 40 annegati. Esplode l'emergenza scabbia: 100 casi a Pozzallo e 150 ad Augusta. Immigrati in rivolta alla Questura di Vercelli: "Vogliamo la tv, il wi-fi e l'acqua calda". E continuano gli sbarchi

La situazione si fa sempre più esplosiva. Solo nello scorso fine settimana sono sbarcati altri 5.800 clandestini che si vanno a incrementare le statistiche di un anno, il 2015, già segnato dall'immigrazione di massa. E, mentre alcuni dei 194 superstiti, sbarcati a Catania da una nave mercantile, fanno sapere che una quarantina di disperati sarebbero annegati dopo essere cadute in acqua da un gommone, in Italia i centri di prima accoglienza dichiarano lo stato di emergenza.
Tra gli ultimi arrivati, smistati tra il centro di Pozzallo e la tendopoli di Augusta, ci sono oltre 250 stranieri affetti da scabbia. Altri ventisei extracomunitari, ospitati in un centro d’accoglienza di Albano, hanno protestato davanti a Prefettura e Questura di Vercelli. "Non abbiamo il wifi per comunicare con la nostra famiglia, ci manca la tv e l’acqua calda - le loro richieste - abbiamo solo un bagno per ventisei persone".

Proseguono senza sosta gli sbarchi anche a Pozzallo, Trapani, Crotone e Salerno. "L’anno scorso ne sono arrivati quasi 30mila, quest’anno già quasi 3.500, contro i 2mila dello stesso periodo del 2014", ha riferito il sindaco di Pozzallo, Luigi Ammatuna in audizione davanti alla commissione Affari costituzionali del Senato. In 369 sono arrivati nel porto della provincia di Ragusa a bordo della nave "Phoenix", battente bandiera maltese e messa al servizio di Medici senza frontiere.

Tra questi ci sono quasi cento i casi di scabbia segnalati dai sanitari, mentre una bambina con febbre è stata portata in ospedale insieme a otto donne in gravidanza e quattro uomini. Oltre 150 di clandestini sono ricoverati nella tendopoli di Augusta perché affetti da scabbia e varicella. Fanno parte del gruppo di 675 eritrei sbarcati ieri mattina con la nave militare "Vega" al porto commerciale di Augusta.

E ancora: a Trapani sono sbarcate altre 104 persone, provenienti da Gambia, Senegal e Nigeria che saranno trasferite in pullman nei centri di accoglienza in Umbria. Ci sono anche quattro donne incinte e 23 minori fra i 211 immigrati approdati al porto di Crotone, a bordo della petroliera "Prince I" battente bandiera panamense. I clandestini, tutti provenienti dall’Africa sub sahariana, sono stati soccorsi nel Canale di Sicilia, mentre andavano alla deriva a bordo di due gommoni.

Nel gruppo anche tre cadaveri (due donne e un uomo) che sono stati portati a terra per primi. Dei 211 immigrati cento verranno trasferiti a Bologna, mentre i 23 minori sono stati affidati alla Croce rossa che li sistemerà provvisoriamente all’interno di una palestra cittadina. Il restante gruppo è stato condotto con i mezzi della Misericordia nel centro di accoglienza di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto. Al porto molo Manfredi del porto di Salerno è attraccata la nave Bettica della Marina Militare con 652 immigrati recuperati al largo del Canale di Sicilia. Tra i profughi sbarcati si segnalano 149 casi di scabbia, nove donne in stato di gravidanza e una colta da doglie che è stata trasferita in ambulanza all’ospedale Ruggi.



Sbarchi, Alfano scrive ai prefetti: "Trovate posto a 9mila immigrati"

Sergio Rame - Lun, 04/05/2015 - 18:37

Nuova circolare del Viminale: "Servono 9mila posti per accogliere gli immigrati arrivati in massa negli ultimi giorni". Alfano: "Ogni provincia deve prendersi altri 100 immigrati"

Gli sbarchi non si fermano. Anzi, si intendificano. Di migliaia in migliaia, l'Italia continua a riempirsi di disperati che cercano la fortuna attraversando il Mediterraneo.

Solo ieri ne sono stati tratti in salvo 2.150 clandestini. È l'ennesimo boom di arrivi dopo quello del 12 e 13 aprile quando la Guardia Costiera aveva recuperate più di 6mila persone. Numeri che iniziano a preoccupare seriamente il ministro dell'Interno Angelino Alfano che non sa più dove sistemarli. Tanto che, per la seconda volta nel giro di pochi giorni, il Viminale ha spedito a tutte le prefetture una nuova circolare. "Servono 9mila posti per accogliere i migranti arrivati in massa negli ultimi giorni", si legge nel documento che prevede di distribuire un centinaio di persone per ogni provincia italiana. Sono escluse le province siciliane, che sopportano il maggior peso dell’accoglienza.

A due settimane dall’ecatombe al largo della Libia con oltre 750 immigrati finiti in fondo al mare, il canale di Sicilia è ancora una volta la tomba dei disperati che tentano di raggiungere l’Europa. Ieri i mezzi di soccorso, che nelle ultime 48 ore hanno intercettato decine di barconi e gommoni salvando oltre 5.800 immigrati, hanno anche recuperato i cadaveri di dieci disperati. I primi tre morti li ha recuperati il mercantile "Prince 1", battente bandiera di Panama: gli immigrati, probabilmente uccisi dagli stenti della traversata, erano a bordo di un gommone con 105 persone soccorso 45 miglia a nord est di Tripoli.

Il mercantile, che ha raccolto anche altre 107 persone che viaggiavano su un altro gommone arriverà martedì a Taranto, per scaricare i vivi e i morti. Altri 4 cadaveri erano a bordo di un gommone con 73 extracomunitari, soccorso dal mercantile Zeran a 35 miglia a nord est di Tripoli. Sull’imbarcazione c’erano anche altri due migranti, le cui condizioni sono gravissime. Tre uomini, invece, sono morti quando la salvezza era ad un passo: si sono lanciati in acqua dal gommone su cui stavano viaggiando nel tentativo di raggiungere il "Med otto", un rimorchiatore che si stava avvicinando per i soccorsi. Il gommone, con 80 persone a bordo, è stato intercettato a 35 miglia a nord di Zhuwara. Quando hanno visto i soccorsi, i tre immigrati si sono buttati in acqua ma non ce l’hanno fatta: l’equipaggio non ha potuto far altro che assistere alla scena e recuperare i loro cadaveri.

Caso Orlandi, la procura di Roma chiede l'archiviazione

La Stampa
GIACOMO GALEAZZI

Erano indagate per sequestro di persona e per omicidio cinque persone, tutte in un qualche modo legate a esponenti della «Banda della Magliana»

La procura di Roma ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta sulle sparizioni di Emanuela Orlandi (22 giugno 1983) e di Mirella Gregori (7 maggio 1983) per i quali erano indagati per sequestro di persona e per omicidio cinque persone, tutte in un qualche modo legate a esponenti della «Banda della Magliana».

Quindi rischia di restare un giallo irrisolto la scomparsa di Emanuela Orlandi, la 15enne cittadina vaticana sparita in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, in una nota, fa sapere che è stata chiesta l'archiviazione del procedimento che vedeva indagate per i reati di sequestro di persona e omicidio diverse persone (tra cui Sergio Virtù, autista di De Pedis, Angelo Cassani, detto «Ciletto», Gianfranco Cerboni, detto «Gigetto», stretti collaboratori del boss della Magliana, oltre a monsignor Vergari e alla supertestimone Sabrina Minardi, già amante di «Renatino»). A sollecitare l'archiviazione sono stati i magistrati titolari del procedimento, vale a dire i pm Ilaria Calò e Simona Maisto.

Nel comunicato del procuratore Pignatone si legge che «all'esito delle indagini che hanno approfondito tutte le ipotesi investigative man mano prospettatesi (sulla base di dichiarazioni di collaboratori di giustizia e di numerosi testimoni, delle risultanze di inchieste giornalistiche e anche di spunti offerti da scritti anonimi e fonti fiduciarie) non sono emersi elementi idonei a richiedere il rinvio a giudizio di alcuno degli indagati». La richiesta di archiviazione del caso Orlandi «conclude indagini estremamente complesse e approfondite condotte dalla Squadra mobile di Roma e direttamente dai magistrati di questo ufficio - fa sapere ancora il capo della procura - nei confronti di diversi indagati, protrattesi per moltissimi anni dopo una prima fase definita con sentenza di proscioglimento degli imputati emessa dal giudice istruttore di Roma il 19 dicembre 1997».

Quindi non sono stati trovati riscontri a quanto raccontato ai magistrati da Sabrina Minardi, quest' ultima supertestimone che attribuì alla Banda della Magliana il sequestro e l'omicidio di Emanuela Orlandi. «Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo non condividendo alcuni aspetti della richiesta di archiviazione, ha richiesto la revoca dell'assegnazione del procedimento, che è stata disposta anch'essa in data odierna», rende noto il capo della procura di Roma, Giuseppe Pignatone. Contestualmente alla richiesta di archiviazione dei procedimenti sulle scomparse di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, la procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il nome di un testimone, Marco Accetti, per i reati di calunnia e di autocalunnia.

Quell’hotel era un lager di Franco” Un turista tedesco riapre la polemica

La Stampa
gian antonio orighi

L’Hostal del San Marcos di León è un albergo a 5 stelle dal 1964, ma di recente un turista tedesco si accorge di una targa che ne ricordava la precedente destinazione d’uso: circa 3 mila antifranchisti passarono in quel campo di torture. E dà il via a una campagna per il recupero della memoria storica

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Il bellissimo Hostal de San Marcos di León, il primo esempio di architettura rinascimentale spagnola innalzato nel XVI secolo per ospitare i pellegrini del Cammino di Santiago, è uno dei 94 hotel della rete statale Paradores. Peccato però che sia stato per 4 anni, dal ’36 al ’40, uno dei più duri lager del sanguinario dittatore Francisco Franco. La webcam della catena alberghiera, che enumera le meraviglie architettoniche dell’Hostal, dedica solo una riga al fatto che fu un campo di concentramento in cui furono torturati la bellezza di 7 mila democratici che appoggiavano il governo della II Repúbblica ( ’31-’39), abbattuta dal “Caudillo” con il suo golpe del ’36.

L’Hostal funziona dal ’64 e nessuno aveva mai avuto niente da ridire, benché nel 2011, premier il socialista José Luis Rodríguez Zapatero, il professor di Storia Contenporanea della Università di León avesse pubblicato il libro “Carceri e campi di concentramento della Castilla-León”, in cui si rivelava che nella zona che adesso occupa il lussuoso albergo da 5 stelle vennero imprigionati e torturati gli antifranchisti ( e pure che vi venne incarcerato il nonno di Zapatero, nativo della città di León, prima di essere fucilato).

Il vergognoso black-out però è stato infranto da un tedesco, Wilfried Stuckmann, che insieme alla moglie vi ha alloggiato per la scorsa Pasqua. Il turista ha scoperto, vicino al chiostro, una piccolo cartello in cui, in 12 righe, si ricorda la tragedia che occorse nell’edificio, cosi come che i morti ammazzati nella provincia di León allo stragismo franchista, e prima detenuti nell’Hostal, sono stati ben 3 mila.

Lo sdegno di aver dormito ed alloggiato in un lager ha spinto il signor Stuckmann a scrivere una lettera di protesta presso un noto portale turistico, sostenendo che mai avrebbe prenotato se avesse saputo la sinistra storia. La lettera non esce, l’ostinato democratico insiste con pignoleria teutonica e un giorno si vede recapitare, nel suo conto corrente, i 390 euro che gli sono costate le due notti. Ma la più che giusta protesta non è mai uscita sul web.

L’antifranchista germanico non sapeva cosa fare dei soldi, così è entrato in Internet ed ha donato il denaro alla più che meritoria Asociación para la Recuperación de la Memoria Histórica ( Armh), che da anni cerca di recuperare e dar sepoltura alle 100 mila vittime della tirannia del Caudillo che ancora giacciono, come cani, nelle fosse comuni sparse per mezza Spagna. E la rete statale Paradores ed il portale turistico? Fanno gli gnorri e continuano a riempire l’Hostal. Business is business, alla faccia delle vittime. “Credo che l’Hostal dovrebbe essere un monumento commemorativo, non un hotel”, commenta scandalizzato Stuckmanm. 

Ferie dei magistrati, ognuno fa come vuole

La Stampa
grazia longo

Il ministero della Giustizia le ha fatte scendere da 45 a 30. Ma il numero varia a seconda delle scelte dei tribunali

La legge, così recita l’articolo 8 della legge 97 del 1979: «Tutti i magistrati che esercitano funzioni giudiziarie hanno diritto a 45 giorni di ferie» Non è ancora finita la guerra per le ferie tra i magistrati e il governo Renzi. Anzi, a dirla tutta, è appena cominciata. Perché se è vero che alcune procure si sono già attrezzate, e altre stanno per farlo,con una circolare che definisce il periodo in 30 giorni, nelle procure generali la tendenza è quella di sfidare il decreto del ministero della Giustizia, del 13 gennaio scorso, che ha tagliato di 15 giorni le vacanze.

In che modo? Aspettando indicazioni dal Csm, al quale qualcuno, come il procuratore generale di Torino Marcello Maddalena si è rivolto con una lettera per «sollecitare, in modo urgente, disposizioni in merito: altrimenti si ritiene per buona l’interpretazione delle circolari del Csm del 25 e 26 marzo dalle quali si evince che le ferie consteranno di 45 giorni».

Non finisce qui. Sul caso è stato chiamato ad intervenire anche il Tar del Lazio: due pm della Capitale hanno fatto ricorso individuale per «rivendicare il diritto ai 45 giorni». In controtendenza con il procuratore capo Giuseppe Pignatone, che ha applicato la legge e ha diramato una circolare tra i suoi sostituti con chiaro riferimento ai 30 giorni per la villeggiatura (più 6 di festività soppresse, che comunque sono da aggiungersi anche ai 45 giorni).

Un mese ribadito anche dal procuratore di Torino Armando Spataro e quello di Palermo, Francesco Lo Voi. Sulla stessa lunghezza d’onda sembra essere anche Edmondo Bruti Liberati, a Milano, nonostante non si sia ancora espresso ufficialmente. La pensa invece diversamente la guida della procura di Vercelli, Renato Tamponi, che non ha dubbi sul mese e mezzo di riposo a disposizione dei magistrati. 

Una linea caldeggiata anche dal procuratore generale di Torino Maddalena, che sottolinea, tuttavia, la sua disponibilità ad «attenersi ai parametri fissati dal Consiglio superiore della magistratura. La legge firmata dal Guardasigilli, checché se ne dica, non è affatto chiara. Tant’è vero che persino il Csm nelle due circolari dello scorso marzo lascia adito a un’interpretazione che privilegia l’ipotesi dei 45 giorni in virtù dell’articolo 8 della legge 97 del 1979: «Tutti i magistrati che esercitano funzioni giudiziarie hanno diritto a 45 giorni di ferie». 

Tesi ribadita anche dall’Anm, che auspica «una risoluzione definitiva, perché così com’è, la legge non è chiara». E nell’attesa che le nubi della confusione si disperdano, da molti magistrati della procura generale di Roma (in questo momento è vacante, retta da un facente funzioni), giunge l’invito a un provvedimento del Csm. «Io l’ho chiesto il 13 aprile scorso, sottolineando l’urgenza - chiosa Maddalena - ma ancora non ho ricevuto riscontro».

La mia vita con il correttore automatico

La Stampa
francesco zaffarano

Su smartphone e tablet c’è sempre un sistema che automaticamente completa e interpreta le parole. Ma spesso ci fa scrivere cose che non vogliamo, con risultati a volte comici altre imbarazzanti

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Passi l’errore di battitura, il refuso, la svista. Pure per le violenze contro l’ortografia si riesce a trovare una spiegazione, vera o verosimile. Ma il correttore automatico? Quello che ti impedisce di scrivere “sa”, voce del verbo sapere, e ogni volta riempie le frasi di “Sto arrivando!”, pure col punto esclamativo che non usi mai. Le conversazioni online diventano dialoghi da teatro dell’assurdo, esercizi di interpretazione, fonte di risate o imbarazzi, a seconda dell’interlocutore. 

Tra i motivi principali per cui non possiamo più fare a meno del nostro smartphone ci sono le email e i messaggi. Dopo anni di dominio incontrastato della telefonata, l’esercito di Whatsapp e simili ha riportato la scrittura alla guida dei mezzi di comunicazione. I due motivi principali di questa svolta sono presto detti: gratuità e velocità.

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Su quest’ultima i produttori di telefoni e applicazioni si arrovellano cercando di trovare soluzioni sempre più efficienti: dai gestori di posta intelligenti come Inbox di Google alle tastiere che ci suggeriscono la parola successiva. In iOS c’è un sistema di autocompletamento molto utile a volte, ma in quanto a perspicacia gli smartphone hanno ancora molta strada da fare. Tutti i giorni, infatti, siamo afflitti da decine, forse centinaia, di parole storpiate da supposte intelligenze artificiali che non hanno capito nulla di quello che volevamo scrivere. Non è un caso che, cercando su Google «correttore automatico iPhone», i risultati oscillino tra spiegazioni su come disattivarlo e commenti sui refusi più assurdi. 

Senza contare che il correttore automatico rischia di creare problemi anche seri, come è successo ad esempio a Daniela Santanché il mese scorso, quando a proposito del disastro dell’Airbus che si è schiantato sulle Alpi, forse nella fretta non ha controllato il testo e si è prodotta in un memorabile scambio di parole. Sul significato di quello che intendeva scrivere non ci soffermeremo, limitiamoci a ricordare il refuso:

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Quella del correttore automatico è una questione che rischia di togliere il sonno ai tecnici della Mela, che hanno pensato di affrontare il problema percorrendo un’altra strada: correggere i messaggi già inviati. Per ora è solo un’idea ma Apple ha registrato il brevetto «Transient Panel Enabling Message Correction Capabilities Prior to Data Submission», che fa riferimento proprio a un sistema di correzione successiva all’invio, oltre alla rilevazione automatica della lingua in cui si sta scrivendo, per evitare che un telefono impostato in italiano corregga ogni parola inglese che digitiamo. 

Non è dato sapere se il progetto di Apple vedrà mai la luce o se altri arriveranno con una soluzione definitiva all’annoso problema. Così per ora non rimane altro da fare che disattivare una volta per tutte l’odiato correttore (l’ho fatto e posso assicurare che si vive meglio senza) e rimpiangere il T9: per quanto rudimentale, il sistema di scrittura su nove tasti dei vecchi cellulari non era motivo di continuo imbarazzo per messaggi irripetibili come quelli raccolti dal blog Damn You Autocorrect che, nell’attesa di poter scrivere senza intoppi, almeno prova a riderci sopra.