domenica 26 aprile 2015

Quella finanza derivata che ci ha aiutato ad entrare nell'Euro (ma oggi la paghiamo)

Corriere della sera

di Stefania Rimini

Nella puntata di Report di questa sera (21.45 su Rai3) le rivelazioni dell'ex ambasciatore tedesco Joachim Bitterlich


Per Eurostat l'"aiutino" che le operazioni di finanza derivata ci hanno fornito per entrare nell'Euro alla fine degli anni Novanta vale uno 0,2-0,3% del Pil. Poca roba, verrebbe da dire, ma ce la stanno raccontando tutta intera la storia?

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Siamo andati a Berlino ad incontrare l'ex consigliere politico di Helmut Kohl, Joachim Bitterlich, che rivela: «I derivati erano un sistema di scommesse. O avrebbe funzionato e l'Italia sarebbe stata a posto, oppure avreste corso dei rischi, allo stesso tempo. E l'Italia ne era consapevole». Lo sapevano tutti che gli Italiani non avevano i numeri per entrare, ma l'Italia doveva essere ammessa "Per ragioni politiche - spiega Bitterlich che era a fianco del Cancelliere nei negoziati in quegli anni cruciali - Perché era l'Italia. Scusi, immaginiamo per un momento che gli Stati membri dell'Unione Europea avessero deciso di andare avanti senza l'Italia.

Abbiamo accettato i trucchi di quasi tutti, da una parte o dall'altra, e non quelli degli Italiani? Noi sapevamo, e Ciampi aveva detto ai Tedeschi: vi prego, abbiamo bisogno di questa unione monetaria per riuscire a salvare l'Italia e la sua economi. E aveva ragione". Insomma, più statisti che ragionieri, a differenza di oggi. Ma che operazioni ha fatto poi il Tesoro negli anni successivi, con quei derivati? L'equivalente di un'assicurazione contro il rialzo dei tassi, come dicono, o ci sono dentro anche delle scommesse pure che ci potrebbero costare care?

Giorgio Albertazzi: "Io, il duce, piazzale Loreto"

Libero

Sta per tornare il 25 aprile. E come accade tutti gli anni, torna la retorica della Liberazione. Prima sui giornali e poi sulle piazze. Uno dei quotidiani che si è portato avanti è Il Fatto Quotidiano, che dedica al 25 Aprile due pagine, una delle quali dedicata a una intervista a Giorgio Albertazzi. Che fu negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale tra i fascisti di Salò. E su quanto accadde in piazzale Loreto ha un giudizio sicuramente concrocorrente. "Piazzale Loreto fu solo macelleria messicana. Niente altro. Fu uno schifo, per chi l' ha voluto e chi l' ha portato a termine quel disegno.

Ma non poteva essere evitato, non nel senso politico del termine, ma perché l' uomo è quella cosa lì. Un animale? Il peggiore degli animali". Lui non c'era, quel giorno a Milano: "Non ero in Italia. Io ero a combattere. Paradossalmente contro i tedeschi che erano i nostri alleati. Ma nella confusione di quei giorni ci trovammo a sparare ai tedeschi, in Austria, tra le montagne innevate. Senza più niente". La fama di fascista non me la sono mai scrollata di dosso. Andai a Salò come tanti ragazzi, convinto che lì si combattesse per l' Italia, ma con altro spirito, e soprattutto consapevole che in quel momento stavo dalla parte di chi già aveva perso". Finì due anni in carcere, per essere stato coi Repubblichini:

"Come dissi in un' intervista all' Espresso nella sentenza del Tribunale militare che mi ha assolto in istruttoria dopo due anni di carcere preventivo, c' è scritto che ho messo in salvo 19 ebrei. Ma non l' ho mai raccontata questa cosa. Non mi andava. le mie responsabilità, seppur di ventenne, me le prendo tutte".

Elena Curti, la figlia di Benito Mussolini: "Renzi come mio padre"

Libero


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Elena Curti è l’ultima figlia vivente di Benito Mussolini. È nata nel 1923, dalla relazione del Duce con Angela Cucciati, la moglie di Bruno Curti, un capo fascista della prima ora. Seppe di essere sangue del sangue di Mussolini quando aveva diciotto anni, e a lungo lavorò per Alessandro Pavolini. Ogni giovedì, come ha ricostruito Mauro Suttora analizzando i diari di Claretta Petacci, accompagnava il gerarca nello studio del Duce, e Claretta era gelosissima di questa ragazza bellissima e giovane. Ignorava che fosse la figlia di Benito e non un’altra amante. Lo scoprì molto più tardi, dopo il 25 aprile del 1945. Elena infatti faceva parte del convoglio composto dai gerarchi e dallo stesso Duce diretto in Valtellina e, da lì, in Svizzera. Fu tra gli ultimi a vedere Mussolini vivo.

Elena è una signora elegante, colta, brillante. Di una lucidità a tratti spietata. Si è fatta accompagnare nella redazione di Libero dalla nipote. «Non ho figli, non ho mai voluto farli perché quando uno li fa poi li deve crescere bene, ci vogliono soldi e prima di tutto due genitori che vanno d'accordo. I miei due padri e soprattutto mia madre mi hanno fatto soffrire molto. Quando ero bambina continuava a dirmi che ha fatto di tutto per perdermi».

Non teme di dare giudizi politici, anche ruvidi. Per esempio su Giorgio Almirante... «Non mi è mai piaciuto, fin dal primo momento. Questione di pelle, quando me l’hanno presentato era un rappresentante di saponette mal vestito, poi l’ho rivisto in Parlamento. Ma in tanti anni non ha mai fatto nulla di veramente importante per i fascisti. Era bravo solo a parlare, ed è stato bravo a farsi il suo appartamento, bello e grande nel centro di Roma. Si accontentava di avere il partito al 5% facendosi votare dai nostalgici di cui non si è mai davvero occupato».

Intende dire per i reduci di Salò? «Certo, e guai a chiamarli repubblichini, a Salò c’erano solo italiani che amavano l’Italia. I repubblichini sono quelli arrivati dopo, che si sono fatti una carriera sulle spoglie dei ragazzi morti».

E del successore di Almirante, Gianfranco Fini, cosa pensa?
«Anche Fini non mi è mai piaciuto. Peggio perfino di Almirante. Ma la politica non mi interessa. Non ho mai votato Berlusconi. Ho votato a lungo quello che si beve la sua pipì, come si chiama… Pannella. E poi Verde, perché mi interessa tutto quello che ha a che fare con la natura».

Oggi, invece, c’è qualche politico che apprezza?
«Credo che al prossimo giro voterò per Renzi, perché mi ricorda Mussolini. È uno che non guarda in faccia a nessuno, va anche contro i suoi pur di fare quello che si è prefissato. All’inizio mi piaceva il presidente Napolitano. Poi però ho capito che faceva solo gli interessi di una parte sola. Mattarella non mi piace, non condivido il suo elogio dei partigiani. Non doveva farlo. Il ricordo che ho io dei partigiani è di gente ignorante, che mi ha rubato tutto. Mi hanno rubato tutti i soldi, mi hanno cacciato di casa, mi hanno preso pefino il mio collo di lince. Quando sono diventata ricca la prima cosa che ho fatto è comprarmi una pelliccia di lince lunga dalla testa ai piedi; quella è stata la mia rivincita».

E a destra, chi stima? «Negli anni Cinquanta a Roma organizzavo delle grandi cene a casa mia. Venivano anche i deputati comunisti. Si rideva e si scherzava. Altri uomini... Stimavo molto Mario Tedeschi, il direttore de Il Borghese. Lo chiamavamo Mariolino perché era magro, poi a furia di mangiare è diventato Marione; si è arricchito ma si è meritato tutto, faceva un giornale straordinario, vera destra quella».

Ci può raccontare quegli ultimi giorni con Mussolini?
«Ero assieme al Duce sull’autoblindo che avrebbe dovuto portarci in Svizzera. Per una serie di circostanze dovute al destino, ci siamo dovuti fermare, perché la strada era interrotta da due alberelli. I tedeschi erano dietro di noi. A un certo punto, quando siamo ripartiti, i tedeschi si sono accorti che il gommone della nostra autoblindo era stato bucato da alcuni chiodi a tre punte. La causa prima e ultima di questa tragedia sono stati proprio questi chiodi. Da lì il titolo del libro del 2003 in cui ricostruisco la vicenda, “I tre chiodi”, appunto».

Dove pensava di andare?
«Io pensavo di andare al confine svizzero dove doveva esserci la riunione dell’ultimo baluardo di difesa della Repubblica sociale italiana in attesa dell’arrivo degli americani».

Che ruolo aveva?
«Io lavoravo per il Partito fascista. Per questo motivo - oltre che per la relazione personale con Mussolini - mi sono trovata in quelle circostanze. Sono venuti a prendermi la notte prima, mentre lavoravo al partito. Il Duce all’inizio non era con noi bensì su un’auto. Poi Pavolini lo ha invitato a salire sull’autoblindo. Io ero a fianco di Mussolini ma quando il convoglio si è fermato lui è sceso, perché i tedeschi gli avevano consigliato di vestirsi come uno di loro e salire sul loro camion. La scusa era per proteggerlo, invece era un tranello per consegnarlo ai partigiani in cambio del permesso di proseguire. I tedeschi dicevano di avere il lasciapassare dei partigiani ma quando li hanno incontrati tutti i militari sono scesi dal camion e Mussolini, poveraccio, è rimasto a bordo. Dico poveraccio perché gli avevano detto di far finta di essere ubriaco. E lì lo hanno catturato. È stata tutta una sceneggiata per imprigionare Mussolini. I tedeschi dopo questa bella trovata se ne sono andati».

Dunque Mussolini è stato tradito dai tedeschi?
«Tradito, tradito… Altroché tradito…».

Quando lei si è separata da Mussolini ha capito che c’era qualcosa di strano, che qualcosa non andava?
«L’ho capito dopo, quando poco più tardi sono stata catturata anche io. Sentivo tutti che dicevano “Hanno preso Mussolini, hanno preso Mussolini”. Tutti battevano le mani. Io non ci credevo, invece era vero».

Qual era lo stato d’animo di Mussolini in quell’ultimo giorno? «Sembrava indifferente. Non sembrava minimamente preoccupato di quello che stava succedendo. Era assolutamente sereno, sicuro di risolvere i suoi problemi».

Si ricorda le ultime parole che le ha detto?
«Mi disse: gli italiani mi hanno tradito, tanto vale andare con i tedeschi. Poi però anche i tedeschi l’hanno tradito e l’hanno consegnato per salvarsi: a Dongo è stata un’imboscata».

Che ricordo ha lei di Mussolini come uomo?
«È un uomo che io conoscevo, non per merito o per colpa mia, da quando aveva quarant’anni. Per vent’anni l’ho conosciuto per tramite di mia mamma. Mia mamma ha seguito Mussolini nella sua ascesa, nei momenti più fulgidi della sua conquista, del potere… Andava sempre a Roma a trovarlo, poi è subentrata quella arpia della Petacci…».

Sua madre come ha conosciuto Mussolini?
«In quegli anni c’era un grande fermento in Italia. Si costituirono come dei plotoni di gente per autodifesa. Il marito di mia madre faceva parte di uno di questi gruppi per la difesa della popolazione. C’era un professore comunista, si chiamava Gadda, e lui andò con il suo gruppo davanti alla scuola del professore per intimidirlo. Ma poi è scappato un colpo di pistola che ha ucciso questo professore, e il mio patrigno è stato incarcerato con i suoi compagni. Disse allora a mia madre di andare da Mussolini che era ancora direttore di giornale. E mia mamma andò, facendosi accompagnare da mio nonno, che conosceva Mussolini poiché era già un fascista - anche se allora non si diceva così - e anticlericale. Si sono conosciuti lì. E poi hanno portato avanti la relazione».

Torniamo a quel 26 aprile. Che cosa è accaduto a lei, dopo che Mussolini ha lasciato l’autoblindo?
«Io sono rimasta lì, arrivò un gruppo di partigiani e cominciò a sparare. Pavolini e altri saltarono giù dell’autoblindo e si diressero verso il lago. Mi guardai intorno. I partigiani sparavano di sbieco da un pianoro, una pallottola colpì un uomo che era accanto a me, lo chiamavano il Nonnino, un fascista della prima ora. Morì lui e non io. Così saltai dall’autoblindo, non senza una certa paura. Dall’alto ho subito sentito gridare: “Mani in alto, mani in alto”. E mi hanno presa».

E l’hanno portata in carcere...
«Beh, di sicuro non mi hanno offerto l’aperitivo. Mi hanno perquisito e mi hanno trovato una rivoltella in tasca. Era di mio fratello, che era un militare. Me la lasciò a Como, dicendomi: “Tu ne farai buon uso”. Certo. Infatti quando mi hanno presa i partigiani l’unica a cui hanno trovato addosso un’arma ero io… I partigiani parlavano in dialetto, non sapevano l’italiano. Oltre a farci prigionieri erano anche ignoranti. Mi hanno portato via tutto, anche la borsetta con 75 mila lire di allora. Intanto a Milano mia mamma era dovuta scappare, perché i partigiani erano andati anche lì, per prenderci la casa. Non eravamo ricchi, eravamo in affitto. Certo, mia mamma andava con Mussolini, ma non si è mai arricchita non ha fatto come la Petacci...».

E lei come se l’è cavata?
«Trovandomi la pistola in tasca, i partigiani volevano affibbiarmi la morte di uno che avevano ucciso loro per sbaglio. Poi intervenne un angelo del cielo. Ho sentito una voce che ha detto: “Fermi, fermi, questa me la lavoro io”. E io pensavo: “Oddio, mi lavori come vuole, ma almeno mi lasci viva”. Invece è stato bravissimo e mi ha salvato. Mi ha domandato come fossi finita sull’autoblindo, e io gli ho raccontato che mi avevano raccolto lungo la strada, mentre andavo in montagna, anche se non era vero. Lui ha finto di crederci. E ha avuto un buon pretesto per salvarmi la vita. Io non so chi sia quest’uomo. Avrei voluto tanto ringraziarlo, ma non ho mai saputo chi fosse».

Poi cosa è accaduto?
«Mi dicevano: “Mani in alto”, e io ebbi uno scatto di rabbia. Mi girai verso il partigiano che lo gridava e gli dissi: “Ma quali mani in alto, non vedi che non sono armata, non ho nulla e sono stanca”. Pensavo che mi avrebbe sparato alla nuca, invece mi diede un colpo con il fucile, vidi tutto il sangue che mi colava… Ma per un momento mi sono sentita brava, soddisfatta… A quel punto mi hanno portato in caserma. Ho dormito per terra.

Ero con altre persone, giovani e non giovani, i fascisti del paese. Ho fatto cinque mesi di carcere. Era pieno di cimici, spaventoso. Vivevamo in condizioni terribili. C’era un cono stretto, con sotto un coperchio, dove le prigioniere andavano a fare i loro bisogni. E a turno la mattina lo svuotavamo. Era la cosa più carina che c’era. In carcere ho imparato come cacciare le cimici dalle brandine, dando fuoco agli ingranaggi del lettino. Mi accusavano di collaborazione con il fascismo, volevano darmi venticinque anni. È dovuta intervenire mia madre a svelare che c’era sotto…».

Che cosa ha pensato quando ha viste le immagini di piazzale Loreto? «Le ho viste molto dopo. Non volevo vederle. Poi un mio amico me le ha messe sul computer. È quanto di più vergognoso sia mai successo in Italia, la cosa più orrenda… Non so trovare le parole per descrivere questo sconcio di appendere per i piedi un morto, andarlo a pestare, tutti felici… Noi italiani siamo così cattivi, così villani? Trucidare un morto e poi vantarsi di averlo fatto? Ma come è possibile? Voi non avete idea di questo, perché non lo avete vissuto. Un uomo come Mussolini, che è stato idolatrato, perché lui amava circondarsi di persone che lo adoravano, un po’ come oggi Berlusconi, che è stato un grande come imprenditore e ha risollevato l’Italia ma come politico... niente, non vuole lasciare lo scettro.

Un uomo come Mussolini, così osannato da vivo, è stato poi così abbrutito; ma da morto, perché da vivo nessuno aveva il coraggio... Ma se avesse lasciato cinque anni prima tutto questo non sarebbe successo ma non andiamo più avanti a parlarne per favore, che mi sento male…».

intervista di Francesco Borgonovo e Pietro Senaldi

Semafori: cinquanta sfumature di giallo

Corriere della sera
di Riccardo Bruno

Il rebus dei tempi per i semafori pedonali: regole vecchie di 23 anni che nessuno conosce e i tecnici sostengono sia più sicuro il conto alla rovescia


A Genova li stanno mettendo a posto in queste settimane. Nei semafori pedonali il «giallo» viene allungato, per evitare che ci si ritrovi in mezzo alla strada quando le auto schizzano con il verde. «Serve a tutelare soprattutto gli utenti più deboli, anziani o mamme con passeggini» spiega Anna Maria Dagnino, assessore cittadina alla Mobilità. E ammette: «È un adeguamento graduale, per finire ci mancano ancora due semafori».


La regola, che impone di calcolare mediamente un secondo per ogni metro da percorrere, per la verità non è nuovissima. È stata prevista nel 1992 - ben 23 anni fa - dal regolamento del Codice della strada che chiedeva di armonizzare al più presto tutti gli impianti. Evidentemente non è andata così. Genova non è stata la più lesta ma purtroppo non è neanche l’ultima. Leggi applicate a rilento, ma soprattutto sconosciute.
Di fatto, se il giallo si allunga si accorcia il verde
«Si fa troppo poco per informare i cittadini - osserva Marco Pollastri del Centro Antartide, promotore della campagna “Siamo tutti pedoni” -. Non può bastare l’introduzione della norma se poi non si attivano le leve culturali. Pensate a un anziano che ha preso la patente cinquant’anni fa e a cui nessuno ha fatto un aggiornamento. Molti non sanno cosa fare in una rotatoria o, appunto, di fronte a un semaforo pedonale».

Di fatto, se il giallo si allunga - visto che le auto non si possono tenere ferme troppo, altrimenti si intasano le città - è il verde che si accorcia: spesso dura pochi secondi, giusto il tempo per segnalare che la strada è libera e si può passare. Insomma, si attraversa con il giallo e non più con il verde. Una rivoluzione, ma chi non lo sa (la maggioranza) entra nel panico, si ritrova in mezzo alla carreggiata e non sa se andare avanti o tornare indietro.

«È una regola che non mi piace e che non garantisce la sicurezza del pedone». L’ingenere Enrico Pagliari, coordinatore dell’area tecnica dell’Aci e membro dell’Aiit (l’Associazione per l’ingegneria del traffico e dei trasporti) non ha dubbi: «Intanto induce confusione, io stesso la prima volta me la sono fatta spiegare. E poi, il calcolo di un metro al secondo va bene per una persona normodotata che nemmeno si distrae, non per chi ha un passeggino o i pacchi della spesa».
Le altre opzioni: abolire il giallo
Proprio Aci e Aiit hanno proposto formule diverse: semafori con solo due colori, il verde e il rosso scanditi da un conto alla rovescia in secondi; e una stima della «velocità» del pedone più bassa del 25% per cento, 0,75 metri al secondo. «Nessuna invenzione. È quello che si fa in altre nazioni, come negli Stati Uniti o in Nuova Zelanda».

Soluzione che non convince Antonio Pratelli, docente all’Università di Pisa del corso di Tecnica del traffico. «In fase di progettazione - spiega - si tiene in considerazione in genere l’85% della popolazione, c’è sempre una coda che resta fuori. Non ha senso progettare un semaforo per la persona più lenta, oppure una strada a otto corsie in base al traffico del Lunedì di Pasqua».

Sicuramente non è affare semplice individuare i giusti tempi di un semaforo, e lo sanno bene i sindaci subissati da valanghe di proteste. «Se il verde pedonale è troppo lungo, l’automobilista che si ferma e non vede attraversare nessuno, il giorno dopo passerà con il rosso. E questo deve essere assolutamente evitato, la sicurezza viene prima di tutto» aggiunge il professor Pratelli.
Tra le vittime della strada, un pedone su tre perde la vita mentre attraversa sulle strisce
Le cifre sono drammatiche: il 42% dei morti in città per incidenti stradali sono pedoni o ciclisti; un pedone su tre perde la vita mentre attraversa sulle strisce (lì dove si sente più sicuro e abbassa l’attenzione), oltre il 50% delle vittime ha più di 65 anni. In dieci anni, oltre 7.000 morti e 200.000 mila feriti.

Non è dunque una banale questione cromatica, la durata e l’efficacia di un semaforo servono a misurare la vivibilità dei nostri centri, il grado di civiltà di una società. «Le nostre città sono delle giungle - riflette Angela Cattaneo, docente di Sociologia della sicurezza sociale alla Sapienza -. E gli attori sociali (pedoni, ciclisti e automobilisti) si fanno la guerra vestendo di volta in volta i ruoli di vittima o di carnefice».

Certo che regole poco chiare e male applicate non aiutano. «Il semaforo viene installato e abbandonato - conclude il professor Pratelli -. Dopo vent’anni a volte tutto è cambiato, magari attorno è nato un quartiere, ma lui funziona sempre allo stesso modo».

26 aprile 2015 | 09:35

Pansa: tutte le falsità sulla Resistenza

Libero


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Gli anniversari dovrebbero essere aboliti. Soprattutto quando celebrano un evento politico che si presta a una giostra di opinioni non condivise. Accade così per il settantesimo del 25 aprile 1945, la festa della Liberazione.  Una cerimonia che suscita ancora contrasti, giudizi incattiviti e tanta retorica. A volte un mare di retorica, uno tsunami strapieno anche di bugie e di omissioni dettate dall' opportunismo politico. Per rendersene conto basta sfogliare i quotidiani e i settimanali di questa fine di aprile. È da decenni che studio e scrivo della nostra guerra civile.

Ma non avevo mai visto il serraglio di oggi. Una fiera dove tutto si confonde. Dove imperano le menzogne, le reticenze, le pagliacciate, le caricature. È vero che siamo una nazione in declino e che ha perso la dignità di se stessa. Però il troppo è troppo. Per non essere soffocato dalla cianfrusaglia, adesso proverò a rammentare qualche verità impossibile da scordare. La prima è che la guerra civile conclusa nel 1945, ma con molte code sanguinose sino al 1948, fu un conflitto fra due minoranze. Erano pochi i giovani che scelsero di fare i partigiani e i giovani che decisero di combattere l' ultima battaglia di Mussolini. Il «popolo in lotta» tanto vantato da Luigi Longo, leader delle Garibaldi, non è mai esistito.

A perdere furono i ragazzi di Salò, i figli dell' Aquila repubblicana. Ma a vincere non furono quelli che avevano preso la strada opposta. L' Italia non venne liberata da loro. Se il fascismo fu sconfitto lo dobbiamo ad altri giovani che non sapevano quasi nulla di un Paese che dal 1922 aveva obbedito al Duce e l' aveva seguito in una guerra sbagliata, combattuta su troppi fronti. La vittoria e la libertà ci vennero donate dalle migliaia di ragazzi americani, inglesi, francesi, canadesi, australiani, brasiliani, neozelandesi, persino indiani, caduti sul fronte italiano. E dai militari della Brigata Ebraica, che oggi una sinistra ottusa vorrebbe escludere dalla festa del 25 aprile.

Gli stranieri e gli italiani si trovarono alle prese con una guerra civile segnata da una ferocia senza limiti. Qualcuno ha scritto che la guerra civile è una malattia mentale che obbliga a combattere contro se stessi. E svela l' animo bestiale degli esseri umani. Tutti gli attori di quella tragedia potevano cadere in un abisso infernale. Molti lo hanno evitato. Molti no. Eccidi, torture, violenze indicibili non sono stati compiuti soltanto dai nazisti e dai fascisti. Anche i partigiani si sono rivelati diavoli in terra.

In un libro di memorie scritto da un comandante garibaldino e pubblicato dall' Istituto per la storia della Resistenza di Vercelli, ho trovato la descrizione di un delitto da film horror. Una banda comunista, stanziata in Valsesia, aveva catturato due ragazze fasciste, forse ausiliarie. E le giustiziò infilando nella loro vagina due bombe a mano, poi fatte esplodere. La ferocia insita nell' animo umano era accentuata dalla faziosità ideologica. La grande maggioranza delle bande partigiane apparteneva alle Garibaldi, la struttura creata dal Pci e comandata da Longo e da Pietro Secchia.

È una verità consolidata che tra le opzioni del partito di Palmiro Togliatti ci fosse anche quella della svolta rivoluzionaria. Dopo la Liberazione sarebbe iniziata un' altra guerra. Con l' obiettivo di fare dell' Italia l' Ungheria del Mediterraneo, un Paese satellite dell' Unione Sovietica. I comunisti potevano essere più carogne dei fascisti e dei nazisti? No, perché chi imbraccia un' arma per affermare un progetto totalitario, nero o rosso che sia, è sempre pronto a tutto. Ma esiste un fatto difficile da smentire: le stragi interne alla Resistenza, partigiani che uccidono altri partigiani, sono tutte opera di mandanti ed esecutori legati al Pci.

La strage più nota è quella di Porzûs, sul confine orientale, a 18 chilometri da Udine. Nel pomeriggio del 7 febbraio 1945, un centinaio di garibaldini assalgono il comando della Osoppo, una formazione di militari, cattolici, monarchici, uomini legati al Partito d' Azione e ragazzi apolitici. Quattro partigiani e una ragazza vengono soppressi subito. Altri sedici sono catturati e tutti, tranne due che passano con la Garibaldi, saranno ammazzati dall' 8 al 14 febbraio. Un assassinio al rallentatore che diventa una forma di tortura. In totale, 19 vittime.

La strage ha un responsabile: Mario Toffanin, detto "Giacca", 32 anni, già operaio nei cantieri navali di Monfalcone, un guerrigliero brutale e un comunista di marmo. Ha due idoli: Stalin e il maresciallo Tito. Considera la guerriglia spietata il primo passo della rivoluzione proletaria. Ma l' assalto e la strage gli erano stati suggeriti da un dirigente della Federazione del Pci di Udine. Di lui si conosce il nome e l' estremismo da ultrà che gioca con le vite degli altri.

È quasi inutile rievocare le imprese di Franco Moranino, "Gemisto", il ras comunista del Biellese. Un sanguinario che arrivò a uccidere i membri di una missione alleata. E poi fece sopprimere le mogli di due di loro, poiché sospettavano che i mariti non fossero mai giunti in Svizzera, come sosteneva "Gemisto". Il Pci di Togliatti difese sempre Moranino e lo portò per due volte a Montecitorio e una al Senato. Anche lui come "Giacca" morì nel suo letto.

Tra le imprese criminali dei partigiani rossi è famoso il campo di concentramento di Bogli, una frazione di Ottone, in provincia di Piacenza, a mille metri di altezza sull' Appennino. Dipendeva dal comando della Sesta Zona ligure ed era stato affidato a un garibaldino che oggi definiremmo un serial killer. Tra l' estate e l' autunno del 1944 qui vennero torturati e uccisi molti prigionieri fascisti. Le donne venivano stuprate e poi ammazzate. Soltanto qualcuno sfuggì alla morte e dopo la fine della guerra raccontò i sadismi sofferti.

A volte erano dirigenti rossi di prima fila a decidere delitti eccellenti. Le vittime avevano comandato formazioni garibaldine, ma si rifiutavano di obbedire ai commissari politici comunisti. Di solito questi crimini venivano mascherati da eventi banali o da episodi di guerriglia.
Uno di questi comandanti, Franco Anselmi, "Marco", il pioniere della Resistenza sull' Appennino tortonese, dopo una serie di traversie dovute ai contrasti con esponenti del Pci, fu costretto ad andarsene nell' Oltrepò pavese.

Morì l' ultimo giorno di guerra, il 26 aprile 1945, a Casteggio per una raffica sparata non si seppe mai da chi.

Negli anni Sessanta, andai a lavorare al Giorno, diretto da Italo Pietra che era stato il comandante partigiano dell' Oltrepò. Sapeva tutto del Pci combattente, della sua doppiezza, dei suoi misteri.
Quando gli chiesi della fine di Anselmi, mi regalò un' occhiata ironica. E disse: «Vuoi un consiglio? Non domandarti nulla. Anselmi è morto da vent' anni. Lasciamolo riposare in pace».
Un' altra fine carica di mistero fu quella di Aldo Gastaldi, "Bisagno", il numero uno dei partigiani in Liguria. Era stato uno dei primi a darsi alla macchia nell' ottobre 1943, a 22 anni.

Cattolico, sembrava un ragazzo dell' oratorio con il mitragliatore a tracolla, coraggioso e altruista. Divenne il comandante della III Divisione Garibaldi Cichero, la più forte nella regione. Era sempre guardato a vista dalla rete dei commissari comunisti della sua zona. Nel febbraio 1945, il Pci cercò di togliergli il comando della Cichero, ma non ci riuscì. Alla fine di marzo Bisagno chiese al comando generale del Corpo volontari della libertà di abolire la figura del commissario politico. E quando Genova venne liberata, cercò di opporsi alle mattanze indiscriminate dei fascisti.

Non trascorse neppure un mese e il 21 maggio 1945 Bisagno morì in un incidente stradale dai tanti lati oscuri. In settembre avrebbe compiuto 24 anni. Ancora oggi a Genova molti ritengono che sia stato vittima di un delitto. Sulla sua fine esiste una sola certezza.

Con lui spariva l' unico comandante partigiano in grado di fermare in Liguria un' insurrezione comunista diretta a conquistare il potere. Scommetto mille euro che nessuno dei due verrà ricordato nelle cerimonie previste un po' dovunque. Al loro posto si farà un gran parlare delle cosiddette Repubbliche partigiane. Erano territori conquistati per un tempo breve dai partigiani e presto perduti sotto l' offensiva dei tedeschi. Le più note sono quelle di Montefiorino, dell' Ossola e di Alba.

Nel 1944, Montefiorino, in provincia di Modena, contava novemila abitanti. Con i quattro comuni confinanti si arrivava a trentamila persone. L' area venne abbandonata dai tedeschi e i partigiani delle Garibaldi vi entrarono il 17 giugno. La repubblica durò sino al 31 luglio, appena 45 giorni. Fu un trionfo di bandiere rosse, con decine di scritte murali che inneggiavano a Stalin e all' Unione Sovietica.Vi dominava l' indisciplina più totale. Al vertice c' era il Commissariato politico, composto soltanto da comunisti. Il caos ebbe anche un lato oscuro: le carceri per i fascisti, le torture, le esecuzioni di militari repubblicani e di civili.

Ma nessuno si preoccupava di difendere la repubblica. Infatti i tedeschi la riconquistarono con facilità. La repubblica dell' Ossola nacque e morì nel giro di 33 giorni, fra il settembre e l' ottobre del 1944. Era una zona bianca, presidiata da partigiani autonomi o cattolici. E incontrò subito l' ostilità delle formazioni rosse. Cino Moscatelli, il più famoso dei comandanti comunisti, scrisse beffardo: «A Domodossola c' è un sacco di brava gente appena arrivata dalla Svizzera che ora vuole creare per forza un governino pur di essere loro stessi dei ministrini».

La repubblica di Alba venne descritta così dal grande Beppe Fenoglio, partigiano autonomo: «Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre 1944». Durata dell' esperimento: 23 giorni, conclusi da una fuga generale. Sentiamo ancora Fenoglio: «Fu la più selvaggia parata della storia moderna: soltanto di divise ce n' era per cento carnevali. Fece impressione quel partigiano semplice che passò rivestito dell' uniforme di gala di colonnello d' artiglieria, con intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri...».

In realtà la guerra civile fu di sangue e di fuoco. Con migliaia di morti da una parte e dall' altra. Dopo il 25 aprile ebbe inizio un' altra epoca altrettanto feroce. L' ho descritta nel libro che mi rende più orgoglioso fra i tanti che ho pubblicato: Il sangue dei vinti. Stampato da un editore senza paura: la Sperling e Kupfer di Tiziano Barbieri. Un buon lavoro professionale. Dal 2003 a oggi, nessuna smentita, nessuna querela, ventimila lettere di consenso, una diffusione record. Ma le tante sinistre andarono in tilt. E diedero fuori di matto.

Più lettori conquistavo, più venivo linciato sulla carta stampata, alla radio, in tivù. Mi piace ricordare l' accusa più ridicola: l' aver scritto quel libro per compiacere Silvio Berlusconi e ottenere dal Cavaliere la direzione del Corriere della Sera. Potrei mettere insieme un altro libro per raccontare quello che mi successe. Qui preferisco ricordare i più accaniti tra i miei detrattori: Giorgio Bocca, Sandro Curzi, Angelo d' Orsi, Sergio Luzzatto, Giovanni De Luna, Furio Colombo, qualche firma dell' Unità, varie eccellenze dell' Anpi, del Pci e di Rifondazione comunista.

Tutti erano mossi dalle ragioni più diverse. Se ci ripenso sorrido. La meno grottesca riguarda l' ambiente legato al vecchio Pci. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la svolta di Achille Occhetto nel 1989, gli restava poco da mordere. Si sono aggrappati alla Resistenza.
E hanno inventato uno slogan. Dice: la Resistenza è stata comunista, dunque chi offende il Pci offende la Resistenza. Oppure: chi offende la Resistenza offende il Pci e gli eredi delle Botteghe oscure.

Ecco un' altra delle menzogne spacciate ogni 25 aprile. Insieme alla bugia delle bugie, quella che dice: le grandi città dell' Italia del nord insorsero contro i tedeschi e li sconfissero anche nell' ultima battaglia. Non è vero. La Wehrmacht se ne andò da sola, tentando di arrivare in Germania. In casa nostra non ci fu nessuna Varsavia, la capitale polacca che si ribellò a Hitler tra l' agosto e il settembre 1944. E divenne un cumulo di macerie. In Italia le uniche macerie furono quelle causate dai bombardamenti degli aerei alleati.

Che cosa resta di tutto questo?

Di certo il rispetto per i caduti su entrambe le parti. Ma anche qualcos' altro. Quando viaggio in auto per l' Italia, rimango sempre stupito dalla solitaria immensità del paesaggio. Anche nel 2015 presenta grandi spazi vuoti, territori intatti, mai violati dal cemento.

È allora che ripenso ai pochi partigiani veri e ai figli dell' Aquila fascista. E mi domando se avrei avuto il loro stesso coraggio se fossi stato un giovane di vent' anni e non un bambino. Si gettavano alle spalle tutto, la famiglia, gli studi, l' amore di una ragazza, per entrare in un mondo alieno, feroce e sconosciuto. Erano formiche senza paura e pronte a morire. L' Italia di oggi merita ancora quei figli, rossi, neri, bianchi? Ritengo di no.

di Giampaolo Pansa

Luca Lotti: "I ragazzi di Salò aiutavano i nazisti"

Libero


Luca Lotti: "I ragazzi di Salò aiutavano i nazisti"
E' il braccio destro di Matteo Renzi. Il sottosegretario Luca Lotti, ha ricevuto da Renzi il compito di  di organizzare le celebrazioni del 25 aprile. Intervistato da Repubblica Lotti conferma quanto detto da Sergio Mattarella sul fatto che i giovani ventenni e trentenni ignorano la Resistenza e dice: "Il nostro compito, come governo, sia far sì che questo pezzo di Storia entri nelle scuole. E quindi, attraverso i ragazzi, anche nelle case, che sia oggetto di discussione la sera, in famiglia. Stiamo lavorando insieme all' Anpi su questo progetto. E usiamo tutti i mezzi - Twitter ma anche la street art - per coinvolgere i ragazzi in questo racconto". E ammette: "Renziano o non renziano questa storia la sento mia". E a chi contesta la celebrazione del 25 aprile da parte dei renziani, lui risponde: "Secondo me chi la pensa in questo modo fa un errore e commette un torto proprio nei confronti di quelle persone che combatterono in nome di quei valori.

Revisionismo - Il 25 aprile non deve appartenere a una parte sola ma a tutta la Nazione. E noi ci ispiriamo ai valori dell' antifascismo - giustizia, libertà, eguaglianza - facendo politica tutti i giorni, anche portando avanti il nostro programma". E a chi accusa il governo di stravolgere la Costituzione, risponde: "Criticate pure le nostre riforme, ma sul merito. Non è legittimo usare la Storia come una clava per provare a demolire quello che stiamo facendo". Alla domanda sul revisionismo, sull'invito fatto da Mattarella a non equiparare i combattenti delle due parti, Lotti risponde così: "Basta, è arrivato il momento di mettere un punto anche sul revisionismo. Settanta anni fa l' Europa era occupata dai nazisti, c' erano ufficiali che ammazzavano dieci italiani innocenti per ogni soldato tedesco ucciso, i "bravi ragazzi" della Rsi aiutavano a rastrellare gli ebrei che venivano mandati nei forni. E' chiaro chi stava dalla parte del torto e chi aveva ragione. Ma è il momento che il 25 aprile diventi davvero la festa di tutto il Paese».

Scende la pioggia (di offese) su Gianni Morandi

Corriere della sera

di Aldo Grasso

Il web scatena il suo rancore per la solidarietà del cantante ai migranti


L’ordalia della Rete. Per esprimere solidarietà dopo l’ultima strage di migranti, Gianni Morandi pubblica una foto su Facebook, dove invita a riflettere sui soprusi patiti dagli emigrati italiani nel secolo scorso. Non l’avesse mai fatto! Già colpevole di essersi fatto fotografare a Tel Aviv, comincia a ricevere insulti. Quello che doveva essere un messaggio di fratellanza si ritorce nella più vieta retorica razzista. «Ospitali a casa tua!», gli ripetono. Il cantante risponde con garbo anche ai più rancorosi, ma non c’è niente da fare. Non è andata meglio a Tea Falco, l’attrice della serie «1992». Se sono passabili i sarcasmi sul suo modo di recitare, intollerabile è il linciaggio. Anche Fiorello deve stare attento a come twitta.

La Rete vigila. È diventata il nuovo giudizio di Dio. Il «Popolo del web», anonimo e punitivo, mette sotto processo chiunque esprima opinioni non condivise. Decide cos’è giusto, secondo meccanismi tribali, da branco. Il giudizio ordalico prevede che l’imputato sia sottoposto alla prova del fuoco, e il fuoco è quello implacabile degli a-social network . Ha ragione Giampiero Mughini quando stigmatizza gli abusi del web definendoli «un’aggressione ossessiva e cannibalica nei confronti di personaggi purché noti».

L’ordalia della Rete cerca di trasformarsi in strumento politico, massa e potere 2.0. Colpisce o venera senza riserve, spegne il sorriso di chi tenta di mescolare ironia e rispetto.

26 aprile 2015 | 08:13

Italiani servi degli immigrati

Nino Spirlì




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Alba del 1900. Sud e Nord d’Italia. Porti pieni di povera gente che aspettava di imbarcarsi o essere imbarcata. Partivano i bastimenti. E trasportavano addii, sogni e qualche mariolo. Traghettavano da un continente all’altro le radici di piante forti che, però, qui non trovavano terra su cui attecchire. Erano i nostri emigranti. Gente che sceglieva di partire – SENZA PAGARE ALCUN PIZZO – per darsi un futuro e darlo ai propri figli.

A cento anni da quei giorni drammatici, la storia si ripete. Anche se con molti dubbi. Migliaia, forse milioni di africani e mediorientali lasciano le loro capanne di fango e le loro case poverissime, per dirigersi verso l’Occidente. Precisamente, verso l’Italia. Spendono da tre a cinque/seimila euro a capoccia per attraversare i deserti, le foreste e il mare e giungere da noi, con la prospettiva di diventare barboni o sottoproletariato sfruttato dalla malarazza della mafia.

Prima domanda, primo dubbio. Dove prendono tanti soldi?
Seconda domanda, secondo dubbio. Chi glieli da?
Terza domanda, terzo dubbio. Perché non investirli in Africa o nei loro Paesi, dove tutto costa meno di un decimo rispetto a qui?
Quarta domanda, quarto dubbio. I parenti e gli amici che sono arrivati fin qui vivi, non glielo hanno ancora comunicato, il triste destino della maggior parte di emigranti del terzo millennio?
Quinta domanda, quinto dubbio. A chi interessa questo esodo pieno di contraddizioni? Chi ci guadagna?

Mille domande, mille risposte. Una verità inconfutabile: Non ne possiamo più. Almeno noi che non ci mangiamo sopra!

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Già. Perché c’è chi si sta ingrassando, con questi sbarchi. Chi gestisce certe strane cooperative, certe strane associazioni, certi strani centri d’accoglienza, certi strani progetti socioculturali unti di sovvenzioni e finanziamenti. C’è chi, in tonaca e non, rosso di falce e martello e non, finto buono e finto solidale, porta a casa soldi, viveri, viaggi, medaglie e onori; tutti “guadagnati” grazie ai neri. Senza che a loro cambi la vita. Quelli, con la rogna arrivano e con quella restano. Che sia una malattia o una condizione sociale, poco importa.

Abbiamo visto mai, uno di questi buonissimi buoni italiani portarseli a casa, i “migranti”, come poeticamente insistono a chiamarli forzando la lingua italiana? Ma neanche a Natale. O a Pasqua (che, fra l’altro, non bisogna nominare per non offendere il dio per il quale i terroristi ci scannano). A meno che, non abbiano 18 anni, ciglia lunghe e pettinate, un fisico pazzesco e siano studenti di una qualche università africana o turbantata di lino e Arafat. Allora fa chic e non impegna. Allora sì, che meritano di sedere ad una tavola occidentale. Altrimenti, col piffero! che i buonastri si fanno sporcare le sedie buone della sala vellutata!

E, però, se devono rompere i maroni agli Italiani onesti, offendendoli a colpi di razzista! e classista!, lo fanno, eccome! Italia che offende altra Italia, pur di sembrare buona e giusta. Pur di dar vita alla pantomima vergognosa della solidarietà ad ogni costo. Pur di difendere sordidi interessi. Quelli che li fanno diventare schiavi, servi, di questo vergognoso sistema. Quelli che li mettono nella condizione di farsi ricattare da qualche “capetto” di pelle scura.

Non molti mesi fa, il sindaco di un piccolo centro della Calabria bloccò la troupe della mia televisione, definendomi razzista, perché sollecitato da un mediatore culturale tunisino che avevo invitato pubblicamente a prendere le distanze da ISIS. Chiaramente non lo fece. Quell’amministratore, spaventato e ricattato proprio dal simpatizzante dei terroristi, temette di perdere lo SPRAR. Temette di perdere centinaia di migliaia di euro legati alla presenza (scomodissima per i cittadini) di rifugiati politici nel suo paesino.
E’ così che moltissimi fra gli stranieri si sentono spalleggiati e rafforzati. Ridono di noi e ci trattano come dementi.

Spadroneggiano, pretendono, delinquono, ammazzano addirittura. Spesso, molto spesso, confortati proprio dalla leggerezza di certa Italia. Di certi Italiani. Se rubi qui, e rubando ammazzi, poi patteggi e sei fuori avantieri; se lo fai al tuo Paese straniero, non vedi il battesimo nemmeno dei tuoi pronipoti. Se vai vagabondando per le nostre capitali, le forze dell’ordine non possono più neanche fermarti; se tenti di girovagare per le vie della tua città straniera, ti risvegli dalle botte di manganello solo per vederti coprire di massi durante la lapidazione.

Sei omosessuale qui? Devi scegliere solo in che locale andare a ballare. Lo sei al tuo Paese straniero? Ti buttano giù dalle torri più alte, ti impiccano o ti lapidano prima ancora di averti dato il tempo di pensare che ti piace il bigolo. Eppure… Leggiamo i giornali italiani, quelli rossi e quelli che sanno di incenso e tonaca, e ci sembra, giorno dopo giorno, che essere ITALIANI sia una vergogna, mentre essere migrante sia una sorta di privilegio.

Anche molte alte cariche, civili ed ecclesiastiche, in Italia, subiscono il fascino dell’invasore. Una sorta di sindrome di Stoccolma, più o meno. O, forse, una sorta di ringraziamento per il lievito sul conto in banca. Certa carriera, spesso, è direttamente collegata alla confidenza ai forestieri…

Amo un’altra Italia. Quella per cui i miei Antenati si sono distrutti sui campi. Non abbasserò mai il capo davanti a nessuna mafia. Men che meno davanti a quella che sta strappandomi la mia Terra. Il mio Passato. Il mio D*O. La mia Religione. Il mio Futuro. Non sarò mai schiavo, né servo. Men che meno di certi invasori con la faccia buona del naufrago. Perché su quelle barche non c’è solo speranza. C’è anche odio.

Fra me e me.

P.S. Fra l’altro, mi chiedo perché i cinesi costruiscono enormi città in Africa… Perché non danno le case agli africani, che, invece, costringono all’esodo? Magari stiamo svuotando un intero continente per fare un favore proprio ai cinesi. Guarda un po’!!!

25 aprile? No, grazie

Roberto Alfatti



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Il 25 aprile è la festa di tutti? No, basta scorrere le pagine dei principali quotidiani per capire che questo 25 aprile in particolare segna, semmai, un passo indietro in una pacificazione nazionale che non c’è mai stata davvero. Sbianchettate con disinvoltura le verità storiche (le ombre sulla Resistenza) emerse a fatica negli ultimi anni, continuano a raccontarci le solite bugie. Il Corriere della Sera, in materia, sta pubblicando una collana di romanzi sull’epopea resistenziale a tinta unita (intendiamoci: tra cui alcune opere pregevoli di autori eccellenti, preziose testimonianze di un’epoca complessa), malgrado i fazzoletti rossi abbiano avuto un ruolo men che marginale, per usare un eufemismo, nella liberazione del nostro Paese.

E si siano macchiati di crimini inenarrabili che pochi hanno avuto il coraggio di raccontare (storie che ovviamente non hanno trovato alcuno spazio nella collana). E, fosse dipeso da loro, avrebbero trasformato l’Italia in una polverosa periferia dell’Unione Sovietica, con buona pace della riconquistata democrazia. Ma va bene così, è la retorica a tenere in piedi questo vecchio paese di reduci di professione, intellettuali da salotto e millantatori che vivono di ricordi inventati. Onore ai tanti eroi della Resistenza, perché ce ne sono stati, anche in tempi non sospetti.

Detto questo, però, due righe, due parole che non siano di sprezzante dileggio e superficiale condanna, vogliamo dedicarle anche a tutti coloro che, per tener fede alla parola data, per coerenza ideale, con la buona fede che a tanti resistenti improvvisati mancò, continuarono a combattere “dalla parte sbagliata” una battaglia che sapevano già persa? Per quanto mi riguarda, è a loro, a quei ragazzini neanche maggiorenni che si presentarono pallidi e spaventati ma con il sorriso davanti ai frettolosi e annoiati plotoni d’esecuzione partigiani (ben descritti da Curzio Malaparte ne La Pelle), che rivolgo un pensiero affettuoso.

Luciano Violante, che nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Camera, spese parole coraggiose su di loro, oggi accenna un’imbarazzata retromarcia, quasi a giustificarsi, sottolineando, in un’intervista al Messaggero, che c’è sempre stato un certo numero di giovani che, in certe circostanze storiche, “scelgono la violenza, come dimostra anche il terrorismo”.

No, caro Violante, i violenti erano democraticamente distribuiti tra fascisti e resistenti comunisti (perché per i “bianchi” non c’è mai stata gloria) e il nuovo fascismo – quello che bisogna sempre combattere, come ripetono orgogliosamente i rivoluzionari da tastiera – è il pensiero unico che tutto domina e controlla, l’intolleranza mai dissimulata nei confronti dei vinti, il disconoscimento della loro onestà intellettuale, il calpestarne ancora una volta la morte con una sufficienza oltraggiosa e disgustosa.

Questo è – come ebbe a dire Anna Maria Ortese sul caso Priebke: “Lasciate cadere i bastoni. E i lupi feriti di tutto il mondo, rispettateli” – il fascismo dei nostri giorni. Per non parlare di atteggiamenti come quello di un primo ministro, leader del partito di maggioranza, che sostituisce dieci membri del suo partito da una commissione parlamentare, colpevoli di voler pensare con la propria testa, per sostituirli con altrettanti yes man. Mussolini non avrebbe fatto di meglio. No, il 25 aprile, con questi toni e argomenti, non è e non sarà mai festa nazionale. Non fino a quando ci libereremo davvero di questa retorica grottesca, tronfia di omissioni e spudoratamente autoreferenziale.