sabato 25 aprile 2015

25 aprile, Laura Boldrini: "Gli immigrati sono i nuovi partigiani"

Mario Valenza - Sab, 25/04/2015 - 20:36

Parlando da uno dei luoghi della Resistenza, Casa Cervi di Gattatico ha affermato: "Molti di quei giovani che arrivano nei loro paesi sono partigiani. Giovani che prendono ogni mezzo per arrivare in un posto sicuro"


"70 anni fa c’erano i partigiani che combattevano per la libertà in Italia, oggi capita che molti partigiani che combattono per la libertà nei loro paesi, dove la libertà non c’è, siano costretti a scappare, attraversando il Mediterraneo con ogni mezzo".



Parole della Presidente della Camera, Laura Boldrini. Di fatto lady Montecitorio paragona gli immigrati ai partigiani della Resistenza. Parlando da uno dei luoghi simbolo della Resistenza italiana, Casa Cervi di Gattatico ha affermato: "Molti di quei giovani che arrivano - ha detto - nei loro paesi sono partigiani. Giovani che a volte osano sperare di poter vivere in pace e in sicurezza, osano richiedere anche loro questo diritto e a volte prendono ogni mezzo per arrivare in un posto sicuro, perchè non è un diritto che vale solo per alcuni è un diritto che vale per tutti. Arrivano anche sulle nostre coste, ma avrebbero preferito stare a casa loro, ma non hanno questo privilegio: e molti di loro - ha detto - oggi sono partigiani nel loro paese".

La Boldrini ha poi invitato a ricordare il valore del diritto d’asilo: "Ci pensa la Costituzione a ricordarcelo - ha concluso, citando l’articolo 10 della Costituzione- Lo straniero ha diritto d’asilo, vuole dire che le libertà le dobbiamo condividere con chi non le ha: questo dobbiamo ripetere ogni giorno a chi non conosce la Costituzione".

Tutto quello che la Boldrini non sa sui crimini dei partigiani

Matteo Carnieletto - Sab, 25/04/2015 - 14:35

Il presidente della Camera elogia l'operato dei partigiani, ma dimentica le loro atrocità

"I partigiani non ospiti ma padroni di casa". Così il presidente della Camera Laura Boldrini alle celebrazioni di questo 25 aprile.



Ma la realtà storica è davvero questa? O ci troviamo, forse, di fronte a un’altra boutade del presidente della Camera?

La realtà partigiana, infatti, è un po’ più complessa rispetto a come la vorrebbe la Boldrini. Ci furono dei partigiani - come ad esempio Eugenio Corti, "l’ultimo soldato del re" - che decisero di prendere le armi contro i repubblichini perché volevano difendere la parola data: avrebbero servito il re in qualsiasi posto e in qualsiasi frangente. Altri, come Giovannino Guareschi, si fecero spedire nei campi di concentramento tedeschi come Imi, Internati militari italiani. Anche loro membri del regio esercito. Anche loro fedeli al re. A ogni costo.

C’era poi i partigiani bianchi, quelli nati nelle associazioni cattoliche. C'era, quindi, chi lottava per una parola data, per mantenere fede a un onore. Dall’altra, i partigiani rossi che, va detto, non accelerarono affatto la ritirata tedesca, anzi: la resero ancora più sanguinosa. I continui attentati provocarono continue rappresaglie. Morti su morti. I partigiani rossi volevano sostituire una dittatura, quella fascista, con un’altra dittatura ben peggiore, se mai si può fare una classifica delle dittature, quella comunista. E, per raggiungere questo obiettivo, i partigiani rossi fecero fuori parecchi partigiani bianchi. Quelli della brigata Osoppo, per esempio, alla quale apparteneva anche il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guido.

L’odio comunista si scagliò soprattutto contro la Chiesa, come del resto era successo in Spagna durante gli anni della guerra civile. Il 13 aprile 1945 i partigiani fecero fuori Rolando Rivi, ora beatificato, perché accusato di una "colpa" terribile: indossare la veste talare e voler diventare prete. Furono moltissimi i preti e i consacrati che fecero una brutta fine nel cosiddetto triangolo della morte, in Emilia, dove ci furono ben 4500 morti dal 1943 al 1949.

Tra i crimini più beceri dei partigiani rossi, ovvero dei “padroni di casa”, va annoverato l’omicidio di Carlo Borsani, 28 anni, medaglia al valore di guerra. Un ragazzo come tanti. Un ragazzo che aveva donato tutto quello che aveva potuto all'Italia. Fu ucciso perché accusato di essere fascista e gettato su un carretto della spazzatura. Al collo una scritta: "Ex medaglia d’oro".

E poi c’è la lunga fila di morti legati alla Democrazia Cristiana: il dottor Carlo Testa, Ettore Rizzi, Bruno Lazzari e, infine, Giorgio Morelli, partigiano e giornalista cattolico, ucciso perché aveva pubblicato un'inchiesta in cui accusava il presidente comunista dell'ANPI di Reggio della morte di un partigiano cattolico, Mario Simonazzi. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Val la pena però ricordare l’attentato di via Rasella: come è noto, i Gap posizionarono una carretta per far saltare in aria i tedeschi. Le regole dei nazisti erano chiare: per ogni tedesco morto 100 italiani.

I partigiani non si curarono di questo sanguinoso avvertimento e agirono lo stesso. Il risultato? La più orrenda carneficina: 335 morti per mano tedesca. Tra questi, anche numerosissimi partigiani bianchi che si trovavano nelle prigioni di via Tasso e di Regina Coeli.

Spiace che la Boldrini abbia anche detto che "chi lottava contro i partigiani stava dalla parte sbagliata". Spiace perché la realtà è più complessa e, soprattutto, perché ragionando in questo modo si creano cittadini di serie A e cittadini di serie B. Un'Italia giusta e un'Italia sbagliata. Un'Italia dove esistono dei "padroni di casa", i partigiani, e dove esistono gli emarginati, i repubblichini. E tutto questo a 70 anni dalla fine della guerra civile.



Il presidente Ucoi: "L'Italia può ospitare 2 milioni di profughi"

Chiara Sarra - Sab, 25/04/2015 - 14:01

L'Unione delle comunità islamiche: "Se la Giordania ne ha accolto un milione, l'Italia può fare di più"


"Se un piccolo stato come la Giordania ha accolto un milione di profughi dalla Siria, l’ltalia può arrivare a una cifra ben superiore, anche a due milioni come la Turchia, se adeguatamente supportata dalla Ue sul piano economico".



È la provocazione lanciata a KlausCondicio su You Tube dal presidente dell’Ucoi (Unione della comunità islamiche italiane) Izzedine Elzir. "In Giordania, paragonabile come grandezza alla Lombardia, c’è un milione di profughi siriani. In Turchia ci sono più di due milioni di profughi. Un piccolo paese come la Tunisia ha avuto più di un milione di profughi", fa notare, "Noi facciamo propaganda per creare le paura ma siamo in grado di accogliere. Non pagano gli italiani, paga l’Europa. Anzi, noi come Italia abbiamo interesse a farne venire il più possibile perché gli immigrati, essendo finanziati dalla Ue, fanno girare l’economia locale".

Il vuoto

La Stampa
massimo gramellini

La vera riforma istituzionale sarebbe vederli finalmente in aula. Tutti. O almeno qualcuno. Non è la prima volta che disertano, ma ci sono situazioni in cui fa più male. Ieri, per esempio. Il ministro degli Esteri riferiva alla Camera sulla tragedia di Lo Porto, l’italiano ucciso da un drone di Obama, e ad ascoltarlo erano in trentacinque. Gli altri seicento assiepavano stazioni e aeroporti, ma forse erano già ripartiti il giorno prima o quello prima ancora. Forse non erano mai arrivati. Tanto chi li controlla? Chi dà peso al loro lavoro? 

Gli scranni vuoti svuotano di senso il rito della democrazia. Le polemiche contro il governo che risuonavano ieri mattina nell’aula deserta erano urla nel silenzio, meri esercizi di stile. Come puoi pensare che il Paese ti ascolti, se non ti ascoltano nemmeno le persone che sono state elette con te? La Camera è la piazza dove si discute, ma una piazza abbandonata toglie autorevolezza a qualunque cosa vi accada. Prima di decidere la legge elettorale che servirà a selezionare gli inquilini futuri di Montecitorio, bisognerebbe chiedersi quale sarà il loro ruolo.

Quello attuale oscilla tra il passacarte, il menefreghista e il latitante. E, con un morto di mezzo, lo squallore della scena diventa insopportabile. A proposito della falsa partecipazione dei potenti al suo lutto, il padre di Lo Porto ha detto: «Tanto domani berranno il caffè e si saranno già dimenticati tutto». È stato ottimista, perché domani era già ieri. 

Il rasoio di Occam applicato a Majorana

La Stampa
piero bianucci


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Sembrava che il 4 febbraio 2015, con l’archiviazione da parte della Procura di Roma, il “caso Majorana” si fosse chiuso definitivamente. Non era così. E forse era ingenuo pensare che un fascicolo riposto in un cassetto potesse mettere la parola fine sulla scomparsa di un genio assoluto della fisica avvenuta nottetempo su un traghetto tra Palermo e Napoli il 27 marzo 1938. Quando non si trova più né un vivo né il suo cadavere, la parola fine non arriva mai. Lo sanno bene gli psicologi e gli scrittori di romanzi polizieschi. 

La versione presa in considerazione e in qualche modo certificata dalla Procura di Roma – Ettore Majorana emigrato in Venezuela sotto il falso nome di Bini, ipotesi suffragata da una “compatibilità” fotografica – appare fragile: è difficile accordarle credibilità. Ma ancora più incredibile è la nuova puntata del “giallo”, che è di questi ultimi giorni: un libro appena pubblicato riporta una dozzina di lettere autografe di Majorana che si snodano dagli anni 60 fino all’ultima del 2001.

In quelle degli anni 60 si parla di una “macchina”, forse un’arma, che a quanto si intuisce avrebbe dovuto generare energia pressoché illimitata annichilendo materia e antimateria. Le lettere sarebbero state indirizzate a tale Rolando Pelizza che si spaccia per “allievo” di Majorana: ne avrebbe seguito le lezioni in un convento su territorio italiano dove il grande fisico catanese si sarebbe rifugiato dopo aver simulato il suicidio e avrebbe poi lavorato alla costruzione della “macchina”. Una perizia grafologica di Sala Chantal, professionista di Pavia abilitata in campo giudiziario, dichiara che la calligrafia delle lettere corrisponde a quella di Majorana. 

Non è necessario essere attivisti del Cicap per associare questa struttura narrativa a quella di episodi come i “raggi N” di Blondlot (1903), il “raggio della morte” attribuito a Guglielmo Marconi, la “memoria dell’acqua” di Benveniste o la “fusione fredda” annunciata da Pons e Fleischman nel 1989. Ma prendiamo ugualmente in esame i dati a disposizione. 

Il ritiro in un monastero non meglio identificato era anche la tesi narrativa di Leonardo Sciascia nel romanzo-inchiesta del 1975 “La scomparsa di Majorana”, testo che tanto dissenso suscitò in Edoardo Amaldi, uno dei “ragazzi” cresciuti, come Majorana, Segré, Rasetti, Pontecorvo e altri, alla scuola romana di Enrico Fermi in via Panisperna. Sciascia adombrò pure che Majorana fosse “scomparso” per non farsi coinvolgere nella progettazione dell’arma atomica: uno scenario nel 1938 difficilmente immaginabile, ma forse non per il suo genio.

Bisogna ricordare che Rolando Pelizza, che oggi ha 77 anni, non è un nome nuovo alle cronache. Nella sua tortuosa biografia c’è una “collaborazione” datata 1976 con il fisico nucleare Ezio Clementel (1918-1979, all’epoca professore all’Università di Bologna e presidente del Cnen, Consiglio nazionale energia nucleare, poi sciolto e dal 1982 trasformato nell’Enea) per la verifica di un presunto esperimento finalizzato – confusamente – alla produzione di energia concentrata in un “fascio” tipo laser. Insomma, ancora una volta il “raggio della morte” che trae dal nulla – e ovviamente gratis – una formidabile energia.

Giulio Andreotti, la cui principale qualità fu lo scetticismo, era allora presidente del Consiglio ma, pur essendone a conoscenza, si tenne alla larga da questa storia così bizzarra e irrituale dal punto di vista del metodo scientifico. La pratica passò quindi al ministro socialista Loris Fortuna, che tenne i contatti con il Cnen. Clementel esaminò nei laboratori del Cnen lastre di metallo che sarebbero state perforate dal fascio della misteriosa “macchina”, calcolò l’energia richiesta per la perforazione e concluse che non poteva trattarsi di annichilazione materia/antimateria prodotta da un fascio di antiatomi. Escluse anche getti di plasma, neutroni e altre particelle.

I l diniego di altri dati impedì un responso più preciso.Del fantomatico esperimento si occuparono i servizi segreti italiani, americani e belgi. Gli americani pragmaticamente chiesero prove che non ebbero, il che li convinse della fumosità della cosa, peraltro facilmente sospettabile. Diverso fu il comportamento del nostro paese, i cui servizi di intelligence spesso hanno brillato per l’abuso di entrambe le parole, servizio e intelligenza: due carabinieri si infiltrarono nelle faccende di Pelizza, mentre il settimanale “OP” – contiguo ai servizi segreti e alla P2, chiuso nel 1979 – cercava di avvalorare la “macchina” alimentando il polverone.

Pelizza passerà poi per aule giudiziarie e mandati di cattura internazionali, uscendo indenne. Ora, tanti anni dopo, ha deciso di parlare, e svela le “carte” in quanto – dice – liberato dal vincolo di segretezza impostogli dal grande scienziato suo maestro. 

Il tutto è raccontato nel libro fresco d’inchiostro di Alfredo Ravelli, “Il segreto di Majorana, due uomini, una macchina” (Print Service, Pavia). Un articolo firmato Rino Di Stefano lo ha ampiamente anticipato su “Il Giornale”, lo stesso quotidiano che, per un’incauta soffiata di Antonino Zichichi ad Alessandro Sallusti, fece lo “scoop” dei presunti neutrini più veloci della luce (donde il penoso “incidente” in cui incorse il ministro della ricerca Maria Stella Gelmini – noi l’abbiamo quasi dimenticato, ma il mondo ancora ne ride). 

A introdurre il libro di Ravelli c’è una stringata prefazione di Erasmo Recami, professore di Fisica all’Università di Bergamo, associato all’Istituto nazionale di fisica nucleare, studioso e biografo riconosciuto di Majorana, da sempre molto vicino alla famiglia. 

Eccone alcuni passi salienti: “In questo libro ci sono svariate informazioni a priori incredibili:
 
1) sulle vicende di Rolando Pelizza (…);
2) sulla macchina di Rolando Pelizza (…).
3) sul fatto che la macchina sia stata inventata da un Ettore Majorana, vissuto a lungo in ritiro (…).

Vengono riprodotte anastaticamente in questo libro numerose lettere apparentemente scritte da Ettore Majorana a partire dal 1964, ovvero molto dopo la sua scomparsa di fine marzo 1938. Una prima lettura di esse non mi convinse, non riconoscendovi io lo stile a me familiare del Majorana (…). La calligrafia sembra proprio quella del Majorana ante-scomparsa, a me notissima dal 1970 (…). Mi è stata richiesta una opinione. La mia opinione è che il materiale contenuto in questo libro, nonostante le iniziali incredulità che suscita, meriti di essere esaminato con attenzione”.

Responso prudente. O sibillino? Non così furono con me i “ragazzi di via Panisperna” che ebbi l’opportunità di intervistare sulla vicenda Majorana: Edoardo Amaldi, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo e Gian Carlo Wick. Tutti mi dissero, in vario modo, di essere certi che Majorana cercò la morte quella notte sul traghetto Palermo-Napoli, e la trovò.

Si è detto della perizia grafologica. E’ strano che in sessant’anni una calligrafia non dia segni di evoluzione, se non altro per senilità, ma qui la parola spetta ai tecnici. Sui contenuti delle lettere però viene spontanea una semplice analisi stilistica. Majorana faceva della parola un uso sottile, colto, elegante, allusivo. “Non mi prendere per una ragazza ibseniana”, “il mare mi ha rifiutato”, scrive all’amico Carrelli poche ore prima di scomparire.

Nelle lettere ora pubblicate troviamo invece una scrittura banale e incongrua, degna di un fumetto scadente: “Caro Rolando, ti ricordi il nostro primo incontro, avvenuto il 1° maggio 1958? Ne è passato di tempo.”. A proposito della “macchina”: “Disegni e dati non sono tanto importanti; la formula, invece, va ben custodita.

Per nessun motivo deve cadere in mano di altre persone, sarebbe la fine, di sicuro.” E poi queste parole di congedo: “In attesa della tua decisione, Tuo amico e maestro, Ettore”. Chiunque sappia scrivere in modo raffinato non sarebbe caduto nella frusta domanda retorica sul primo incontro con un Majorana “scomparso”. La formula scientifica “segreta” è tipica dell’immaginario popolare ed estranea alla comunità scientifica. “Tuo amico e maestro” suona, dato il contesto, come un’espressione pacchiana. 

Il racconto non sarebbe completo senza aggiungere che lo stesso Recami, si apprende adesso, avrebbe ricevuto lettere dal presunto Majorana, rimanendo dapprima incredulo, poi un po’ meno, e questo è l’aspetto più sconcertante.

Mettendo da parte il groviglio inestricabile e inquietante Pelizza-Clementel-servizi segreti- “macchina” e carteggio, o meglio dandogli un taglio deciso con il sempre prezioso “rasoio di Occam”, tornano alla mente i pensieri che Leonardo Sciascia nel primo capitolo de “La scomparsa di Majorana” attribuisce ad Arturo Bocchini, capo della polizia, al quale Salvatore, fratello di Ettore, si rivolge con la mediazione del senatore Giovanni Gentile per sollecitare le ricerche.

Eccoli: “La scienza, come la poesia, si sa che sta ad un passo dalla follia: e il giovane professore quel passo lo aveva fatto, buttandosi in mare o nel Vesuvio o scegliendo un più elucubrato genere di morte. E i familiari, come sempre accade nei casi in cui non si trova il cadavere, o si trova casualmente più tardi e irriconoscibile, ecco che entrano nella follia di crederlo ancora vivo.

E finirebbe con lo spegnersi, questa loro follia, se continuamente non l’alimentassero quei folli che vengono fuori a dire di avere incontrato lo scomparso, di averlo riconosciuto per contrassegni certi”.
Difficile trovare una conclusione migliore. In effetti, per certi versi, Majorana non è morto. Vive nelle idee che ha lasciato, negli esperimenti che tuttora sono in corso su sua ispirazione. E vive nella follia di chi ancora lo cerca.



Ettore Majorana, ritorno e addio
La Stampa
piero bianucci


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Dal 4 febbraio il “caso Majorana” è chiuso. Chiuso – letteralmente – in un fascicolo archiviato dalla Procura di Roma. Il grande scienziato catanese, genio assoluto della fisica, secondo quanto accertato dal RIS, Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri, sarebbe stato ancora in vita nel 1955 sotto il falso cognome di Bini nella città di Valencia, in Venezuela. Altro non è dato sapere.
Che dire?

Da parte mia posso ripetere ciò che raccolsi dai colleghi di Ettore Majorana che ho avuto la fortuna di conoscere e di interrogare su questo straordinario enigma esistenziale, scientifico e poliziesco, quattro mitici “ragazzi di via Panisperna” allievi di Enrico Fermi. Parlo di Edoardo Amaldi, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo e Giancarlo Wick (i primi due morti nel 1989, Wick nel 1992, Pontecorvo nel 1993). Tutti, con sfumature diverse ma non rilevanti, mi dissero che secondo loro Ettore cercò la propria fine, e la trovò, alla fine del mese di marzo 1938, nelle acque tra Palermo e Napoli. 

A questa versione dei fatti non si arrese mai la famiglia, come è umano che succeda. L’unica ad accettare la versione del suicidio fu Maria, sorella di Ettore, che una volta riuscii a sentire brevemente al telefono. Pianista diplomata al Conservatorio di Santa Cecilia, Maria morì nel dicembre 1997 all’età di 83 anni. Gli altri familiari non rinunciarono mai alla speranza che Ettore fosse vivo anche decenni dopo la fatale notte del marzo 1938. Leonardo Sciascia, con il romanzo-inchiesta “La scomparsa di Majorana”, andò in questa direzione, e convinse molti con la forza delle sue qualità narrative.

A fornirgli il materiale fu il fisico Erasmo Récami, studioso e biografo di Majorana, molto vicino alla famiglia. Récami ha esplorato la pista sudamericana – l’ipotesi ripercorsa dalla Procura di Roma risale agli Anni 80 – in parte confermandola, pur senza arrivare a conclusioni definitive. All’epoca si parlava però dell’Argentina, o del Brasile, non del Venezuela. Pura fantasia, invece, è una testimonianza anonima che identificò Majorana in un barbone che a Roma risolveva problemi matematici postigli da studenti e che avrebbe, tra l’altro, dimostrato il teorema di Fermat.

L’indagine riaperta dal procuratore aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani partì nel 2011 in seguito a un servizio giornalistico del programma di Raitre “Chi l’ha visto?” mandato in onda nel 2008. In quel servizio un emigrato italiano in Venezuela sosteneva di aver frequentato Majorana – che si faceva chiamare Bini – intorno alla metà degli Anni Cinquanta. Il Ris ha rintracciato una fotografia nella quale compare un volto dai tratti compatibili con quelli di Majorana e una cartolina del suo zio Quirino.

La foto, scattata in Venezuela nel 1955, ritrae il presunto Ettore Majorana, alias signor Bini, in compagnia dell’emigrato italiano Francesco Fasani, un meccanico che avrebbe prestato dei soldi. Nella richiesta di archiviazione il procuratore Laviani afferma: “I risultati della comparazione hanno portato alla perfetta sovrapponibilità” dei particolari anatomici di Majorana (fronte, naso zigomi, mento ed orecchio) con quelli del padre. Il Fasani inoltre ha fornito la cartolina che Quirino Majorana, fratello del padre di Ettore e anch’egli scienziato di fama, nel 1920 spedì all’americano W.G. Conklin, ritrovata dallo stesso Fasani nella vettura di Bini-Majorana.

Ognuno è libero di credere o non credere all’esito dell’inchiesta del procuratore Laviani. Quello che è certo è che qualsiasi fine abbia fatto Majorana, il suo lavoro scientifico resta più vivo che mai: potrebbe aiutarci a risolvere due grossi problemi dell’astrofisica contemporanea. Per conoscerne le ragioni consiglio di leggere il libro “Cercando Majorana” del francese Etienne Klein (Carocci Editore, 150 pagine, 15 euro), pubblicato alla fine dell’anno scorso. A parte – ovviamente – la notizia dell’archiviazione del fascicolo della Procura della Repubblica romana, in queste pagine c’è tutto, e scritto con qualità letterarie di rara finezza. 

Fisico e filosofo della scienza che lavora al Commissariat à l’énergie atomique, Klein ci racconta la storia della famiglia, gli studi, le straordinarie intuizioni scientifiche, gli ultimi messaggi, contraddittori e depistanti. Klein ha anche provato a mettersi nei panni di Ettore, ha visitato i suoi luoghi, ha preso il traghetto Napoli-Palermo, ha passato la notte sul ponte cercando di immedesimarsi in un aspirante suicida. Al capitano del traghetto ha domandato che probabilità avrebbe avuto un uomo di essere salvato dopo essersi gettato in mare. La risposta è stata: una su due. Ambigua anche questa. 

Che si creda o no alle tracce trovate in Venezuela, di Majorana rimane attuale il lavoro scientifico. La sua teoria sul neutrino indistinguibile dall’antineutrino è tuttora un tema di ricerca di grande importanza per la fisica: in cosmologia potrebbe spiegare il prevalere della materia sull’antimateria subito dopo il Big Bang e l’enigma della materia oscura. Un esperimento in corso – GERDA; GERmanium Detector Array – potrebbe farci tornare a parlare di Majorana, ma per la sua teoria alternativa alla teoria di Dirac, non per opinabili inchieste poliziesche.

Foibe, la medaglia al bersagliere di Salò: al via l’iter della revoca

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Nuovo parere commissione: il capitano Rsi cadde in combattimento. E non fu vittima di un agguato dei partigiani titini. «Annullamento del fregio». Ricorso dei familiari

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Il capitano dei bersaglieri della Rsi Paride Mori cadde in combattimento. E non fu vittima di un agguato dei partigiani titini, il 18 febbraio 1944. Almeno questo è ciò che ritiene la commissione governativa di storici che ha di nuovo esaminato il suo dossier. E che ha dato il via libera - proprio nell’imminenza della festa della Liberazione - all’iter di revoca dell’onoreficenza consegnata ai figli, come previsto dalla legge istitutiva della Giornata del Ricordo. In sintesi: il combattente repubblichino non sarebbe stato una vittima delle Foibe. Dunque dietrofront. La medaglia non gli spetta. E fregio presidenziale alla memoria cancellato (salvo l’accoglimento di ricorso sicuramente presentato dai familiari che avevano fatto domanda per la commemorazione).
Il Pd: «Fatta chiarezza, decisione che condividiamo»
Romanini che hanno ricevuto la lettera della Presidenza del Consiglio in cui vengono spiegate le motivazioni della decisione. «Finalmente - spiega Maestri - è stata riportata chiarezza nella ricostruzione storica del conferimento della medaglia a Paride Mori. È una decisione che condividiamo a pieno ma ci teniamo che non sia letta come un mancanza di rispetto per l’uomo, ma come un riconoscimento della verità e delle tante vittime del fascismo. Questo risultato è anche frutto del tanto lavoro che parlamentari, associazioni e altre realtà del territorio hanno portato avanti da quanto è stata diffusa la notizia dell’attribuzione dell’onorificenza».

Criminali, idealisti ed eroi: quei 300 combattenti Rsi    nei documenti ufficiali Criminali, idealisti ed eroi: quei 300 combattenti Rsi    nei documenti ufficiali
Criminali, idealisti ed eroi: quei 300 combattenti Rsi    nei documenti ufficiali
La medaglia al capitano della Rsi
Il caso esplose un paio di mesi fa, quando del tutto casualmente si apprese che uno dei militari a cui era stata consegnata, per mano del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio (ora ministro alle Infrastrutture), la medaglia destinata alle vittime delle Foibe era sì un bersagliere: ma dell’esercito della Repubblica Sociale di Salò. Subito si moltiplicarono le obiezioni sollevate dall’Anpi (l’Associazione nazionale dei partigiani) e del deputato di Sel Giovanni Paglia che hanno chiesto come fosse stato possibile concedere la medaglia a un repubblichino, alle dirette dipendenze dei reparti nazisti. Pronta la replica di Delrio, via tweet: «Se la commissione che ha vagliato centinaia di domande ha valutato erroneamente, il riconoscimento dovrà essere revocato».
«L’ufficiale cadde in combattimento»
La commissione (formata da storici delle forze armate) si è riunita il 17 aprile. Controlli «sono stati disposti nel comune di Traversetolo - nel Parmense, città d’orgine di Mori, ndr - che aveva prima disposto e poi revocato l’intitolazione di una strada allo stesso capitano». Circostanza che, una volta rimbalzata dalla stampa locale a quella nazionale, aveva avviato le polemiche sull’opportunità del riconoscimento a Mori. I nuovi accertamenti «hanno indotto a ritenere che l’ufficiale cadde in combattimento». Ed ecco perché è stato «espresso il parere di procedere all’annullamento del decreto presidenziale» riguardante il riconoscimento.
Il figlio: «Farò ricorso»
Ai figli del capitano, Bruno e Renato, è stato inviato il provvedimento che potrà essere contestato entro 10 giorni. Cosa che Renato Mori, 82 anni, residente a Milano, farà sicuramente. «Mio padre è stato ammazzato in un agguato, al confine tra Friuli e Sloveni - sono le parole pacate - organizzato dai partigiani titini, quelli con cui stava combattendo aspramente da mesi: quelli erano i suoi nemici. Di certo mio padre non era un delinquente. Era un idealista, l’Italia veniva prima di tutto».
Paglia (Sel): «Soldati Rsi al servizio dell’Italia? Inaccettabile»
Il caso è ancora arroventato. Non solo per la decisione della commissione arrivata in concomitanza del 25 aprile. «Ciò che non va proprio - osserva perplesso il deputato di Sel Giovanni Paglia - è la motivazione. L’onorificenza non viene infatti revocata a Paride Mori perché repubblichino, ma solo perché morto in combattimento e non in un agguato. Si mantiene così in essere - è l’opinione dell’esponente di Sel - l’inaccettabile modus operandi della Commissione presieduta dal presidente del Consiglio, di considerare i combattenti della Repubblica di Salò al servizio e non nemici dell’Italia».
I 5 criminali di guerra.
Ma non c’è solo il caso Mori. Dalle carte storiche emerge anche altro. Le medaglie di onorificenza «in riconoscimento del sacrificio offerto alla Patria» sono state concesse ad altri 300 combattenti di Salò (tra cui almeno 5 criminali di guerra accusati di avere torturato e ucciso a sangue freddo). Si tratta del carabiniere Giacomo Bergognini, del finanziere Luigi Cucè, dell’agente di polizia Bruno Luciani, dei militi Romeo Stefanutti e Iginio Privileggi e del prefetto Vincenzo Serrentino (il cui nome è citato anche nel relazione della commissione d’inchiesta parlamentare «sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti»).

I primi tre, raccontano fonti diverse, sia italiane sia slave, «scomparsi» o «dispersi» a partire dai primi giorni del maggio 1945, verosimilmente gettati nelle foibe. Il quarto «ucciso da slavi». Il quinto «infoibato». Il sesto, prefetto a Zara (occupazione nazista, amministrazione Rsi) catturato dai partigiani di Tito e fucilato nel 1947 dopo essere stato condannato da un tribunale jugoslavo. Paglia chiede che « la commissione storica cambi modus operandi». In sostanza un’inchiesta su tutti i 300 nominativi. «Altrimenti si diventa complici del peggiore revisionismo».

@alefulloni



Foibe, 300 fascisti di Salò ricevono la medaglia per il Giorno del Ricordo

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Le onorificenze concesse dal governo per celebrare le vittime delle Foibe. Tra i commemorati decine di repubblichini, di cui 5 accusati di uccisioni, torture e saccheggi

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Medaglie di onorificenza «in riconoscimento del sacrificio offerto alla Patria» per circa 300 combattenti di Salò (tra cui almeno 5 criminali di guerra accusati di avere torturato e ucciso a sangue freddo). Partiamo dall’inizio. Le decorazioni sono state concesse dai governi a partire dal 2004 in memoria delle vittime delle foibe come previsto dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo. La promosse l’esecutivo Berlusconi su proposta di un gruppo di parlamentari: in prevalenza Fi e An, ma non mancavano esponenti Udc e del centrosinistra.

Oltre alla conservazione della memoria, il testo disciplina la consegna delle medaglie ai familiari delle vittime sino al sesto grado. Onorificenze estese a chiunque, tra Friuli e Slovenia, sia stato ucciso «per cause riconducibili a infoibamenti». Ovvero, nel periodo che va dall’8 settembre a metà del 1947, a seguito di «torture, annegamenti, fucilazione, massacri, attentati in qualsiasi modo perpetrati». Con queste «maglie» assai larghe, tra i commemorati sono stati inseriti profili controversi. Stando almeno a carte provenienti dall Jugoslavia ma anche dall’Italia.
Le carte dall’Italia e dalla Jugoslavia
Nell’elenco di coloro che hanno ricevuto quello stemma «in vile metallo» - così lo definisce il provvedimento che alla Camera venne approvato con soli 15 voti contrari e all’unanimità al Senato - compaiono cinque nominativi che secondo i documenti conservati a Belgrado, presso «l’Archivio di Jugoslavia», sono «criminali di guerra». Gente che - anche prima dell’8 settembre, raccontano quelle carte - a seconda dei casi ha ucciso e torturato civili italiani e jugoslavi, ammazzato a sangue freddo, incendiato case, saccheggiato, ordinato fucilazioni di partigiani e segnalato gente da spedire nei lager in Germania.

Si tratta del carabiniere Giacomo Bergognini, del finanziere Luigi Cucè, dell’agente di polizia Bruno Luciani, dei militi Romeo Stefanutti e Iginio Privileggi e del prefetto Vincenzo Serrentino (il cui nome è citato anche nel relazione della commissione d’inchiesta parlamentare «sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti»). I primi tre, raccontano fonti diverse, sia italiane sia slave, «scomparsi» o «dispersi» a partire dai primi giorni del maggio 1945, verosimilmente gettati nelle foibe. Il quarto «ucciso da slavi». Il quinto «infoibato». Il sesto, prefetto a Zara (occupazione nazista, amministrazione Rsi) catturato dai partigiani di Tito e fucilato nel 1947 dopo essere stato condannato da un tribunale jugoslavo.

Una vicenda emersa per caso

Uno scenario, questo dei combattenti Rsi ricordati dalle medaglie, emerso per caso dopo che lo scorso 10 febbraio al capitano dei bersaglieri Rsi Paride Mori - ucciso il 18 febbraio 1944 «in un agguato organizzato dai partigiani titini, quelli con cui stava combattendo aspramente da mesi» per stare alle parole del figlio Renato - per mano del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio è stata dedicata la medaglia del Giorno del Ricordo. All’Anpi e in altre associazioni antifasciste si sono accorti però che Mori era sì un bersagliere. Ma repubblichino (il neologismo coniato da Radio Londra). Circostanza di cui si appreso solo dopo che dal comune di Traversetolo, nel Parmense, dove il soldato era nato, il sindaco ha deciso di revocare la dedica di una strada al bersagliere di Salò inizialmente passata nell’indifferenza.
Lunedì 23 la commissione decide sul dossier Mori
Da qui in poi, polemiche a non finire. A seguito delle quali è arrivato il mezzo ripensamento di Delrio che in un tweet ha chiarito che «se la commissione che ha vagliato centinaia di domande ha valutato erroneamente, il riconoscimento dovrà essere revocato». Appunto: una decisione che potrebbe essere presa già lunedì 23, quando il gruppo di esperti (10 in tutto: tra cui rappresentanti degli studi storici della Difesa, degli Interni e della Presidenza del consiglio e da storici delle foibe) prenderà in mano il dossier Mori.
I 300 militi della Rsi
Che però potrebbe rivelarsi il meno problematico. L’elenco aggiornato dei riconoscimenti circa 300 persone. Solo alcuni solo civili spariti nelle Foibe perché vittime di rappresaglie titine. E altri - i casi eventualmente da riconsiderare, una cifra che oscilla tra i 270 e i 300 a seconda delle fonti - militari inquadrati nelle formazioni di Salò. Carabinieri dell’esercito regio confluiti nella Rsi. Al pari di poliziotti e finanzieri. Militi, volontari nella Guardia Nazionale Repubblicana. Fascisti «idealisti e patrioti» come il capitano Mori che - è il ricordo del figlio - risulta «essersi opposto ai rastrellamenti ordinati dai tedeschi: lui combatteva i titini, non gli italiani».
I 5 criminali di guerra
Ma nella lista ci sono almeno 5 criminali di guerra, secondo quanto stabilito dalla giustizia jugoslava. Il carabiniere Bergognini - era l’8 agosto 1942 - partecipò a un raid nell’abitato di Ustje, in Slovenia. Case incendiate, famiglie radunate nel cimitero, picchiate. Sino a che 8 uomini «vennero presi, torturati di fronte a tutti e uccisi con il coltello o con il fucile». Il finanziere Cucè spedì nei lager e fece fucilare «diversi patrioti antifascisti» torturando gente così come fecero l’agente Luciani e i militi Privileggi e Stefanutti.

Testimonianze (che sono riferite ai loro reparti) raccontano di «occhi cavati, orecchie tagliate, corpi martoriati, saccheggi nelle case». Serrentino, tenente nella Grande guerra, fiumano con D’Annunzio, fece fucilare decine di persone nella città di Zara, di cui era prefetto. Vicende, queste delle efferatezze commesse dai fascisti medagliati, ricostruite da due storici in lavori diversi: Milovan Pisarri (italiano che vive a Belgrado) e Sandi Volk (italiano della minoranza slovena).
«A Belgrado i documenti dell’esercito regio»
Pisarri - lavori sulla Shoah e uno in uscita sul Porrajmos, l’Olocausto dei nomadi - ha raccolto i dossier sui criminali di guerra italiani studiando documenti a Belgrado, all’Archivio Jugoslavo. Scuote la testa, ora: per le mani si è ritrovato non solo le accuse basate sulle testimonianze delle vittime. Ma anche« fascicoli in italiano, ordini e disposizioni provenienti soprattutto dall’esercito regio in rotta nei Balcani».

Materiale «ancora da studiare, importantissimo». Volk si è invece occupato del conteggio dei repubblichini commemorati nel Giorno del Ricordo. «Con quelli di quest’anno si arriva a 300. Il 90 per cento apparteneva a formazioni armate al servizio dei nazisti dato che il Friuli dopo l’8 settembre era divenuto “Zona d’Operazioni Litorale adriatico”, amministrata direttamente dai tedeschi e non facente parte della Rsi». Le formazioni fasciste «non potevano avere nemmeno le denominazioni che avevano a Salò ed erano alle dirette dipendenze dell’apparato nazista».
Il carabiniere che rifiuta di consegnare le armi
L’elenco asciutto delle motivazioni racconta tanto: anche di scelte devastanti, meditate, che legano caso, ideali ed eroismo. Quella del carabiniere Bruno Domenico, ad esempio. Che l’8 settembre (il giorno dell’armistizio, dunque Salò deve ancora nascere) nella stazione dell’Arma di Rovigno, in Istria, «rifiuta di consegnare le armi ai partigiani comunisti italo croati». Lo incarcerano assieme ad altre 16 persone: e di lui non si sa più nulla. Almeno 56 sono i finanzieri di Salò medagliati per il Ricordo. I loro nomi compaiono sul sito delle Fiamme Gialle: tutti dispersi, verosimilmente uccisi da «partigiani titini» o «bande ribelli».

Spiccano le storie del maresciallo Giuseppe D’Arrigo: viene a sapere che la brigata che comanda è stata interamente catturata. Al che indossa la divisa e raggiunge i titini, per stare vicino ai suoi uomini trattandone magari la liberazione. Ma viene fucilato il 3 maggio 1945. La stessa sorte toccata a Giuseppe D’Arrigo che si unisce ai partigiani jugoslavi intenzionato a combattere i tedeschi: ma pure lui viene passato per le armi. Ennio Andreotti viene catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre. In qualche modo si libera il 1° settembre 1944. Da questo giorno risulta disperso. «Fu presumibilmente catturato dai partigiani titini e soppresso».

@alefulloni

Argentina, il Vaticano verso il “mea culpa” per i desaparecidos

Il Messaggero
di Roberto Romagnoli


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Il conto alla rovescia per il “mea culpa” ufficiale della Chiesa per quanto fatto di male - complicità, adesione, silenzio - durante gli anni della dittatura in Argentina è partito. Potrebbe arrivare in concomitanza con il viaggio - ancora senza date - che Bergoglio effettuerà nel suo Paese nel 2016. Quindi, a distanza di 40 anni dall’inizio della dittatura e a 16 dalla prima richiesta di «perdono» per i «peccati» compiuti dalla Chiesa argentina in quegli anni fatta nel settembre 2010 dall’allora presidente dell’episcopato argentino, monsignor Estanislao Karlic.

Con il “mea culpa” per gli errori di una parte della gerarchia ecclesiastica arriverà anche l’apertura - in che modalità ancora non si sa - dell’archivio Vaticano per quel che riguarda i documenti relativi a prigionieri politici, desaparecidos, torture dal 1976 al 1983. Il Vaticano sta procedendo già da qualche tempo alla sistematizzazione e digitalizzazione di tutti i documenti in suo possesso. Lo stesso sta avvenendo in Argentina per quanto riguarda il materiale in mano alla Conferenza episcopale. Un lavoro che dovrebbe terminare entro un anno.

Un lavoro al quale il Papa argentino ha impresso impulso da oltre un anno e sul quale ieri c’è stato un incontro in Vaticano tra monsignor Giuseppe Laterza, l’avvocato della Segreteria di stato vaticana Vincenzo Mauriello, l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede, Eduardo Valdes, Lita Boitano, presidente dell’organismo per i diritti umani “Familiari di desaparecidos e detenuti per ragioni politiche” nonché madre di due ragazzi (Miguel Angel e Adriana Silvia) inghiottiti nel 1976 dalla dittatura e leader storica delle madri di Plaza de Mayo.

«Ho sollecitato monsignor Laterza affinché il “mea culpa” arrivi il prima possibile» dice Lita Boitano, 83 anni, mentre in auto con l’ambasciatore Valdes si allontana dal Vaticano. «Mi aspetto un’autocritica la più umana possibile. E come me se lo aspetta tutta l’Argentina. Credo che questo potrei anche considerarlo come l’ultimo tassello della mia lotta quarantennale. Ma ovviamente non inseguo il “mea culpa” della Chiesa per me ma per Miguel Angel, Adriana Silva e tutte le altre vittime - uccise o sopravvissute - della dittatura argentina».

«Sarà un passo importantissimo - ammette anche l’ambasciatore Valdes - . E lo sarà soprattutto per la Chiesa. E’ evidente che siamo soddisfatti di quanto sta avvenendo, del dialogo instaurato che porterà a questo passo storico. Che porterà finalmente alla cicatrizzazione della ferita tra società e chiesa».

Mercoledì scorso durante la consueta udienza papale in Piazza San Pietro, Lita Boitano, ha avuto modo di sollecitare direttamente anche Papa Bergoglio. «Si è fermato davanti a me, l’ho afferrato per le braccia e non l’ho lasciato andare finché non gli ho detto tutto quello che dovevo dirgli - racconta -. Gli ho detto dei miei cinque anni vissuti a Roma durante la dittatura che mi fecero perdere la fede nella chiesa a causa del silenzio di Giovanni Paolo II, gli ho chiesto dell’apertura dell’archivio e dell’autocritica. Lui mi ha confermato “lo stiamo facendo”».

La pena di morte: alcuni Stati non ci rinunciano

Il Messaggero


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NEW YORK – Qualche giorno fa sono stata ospite del programma radiofonico RadioTreMondo per una conversazione sulla pena di morte. Il conduttore, Luigi Spinola ha chiesto sia a me che all’altro invitato, Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, se pensavamo che la pena di morte diventerà oggetto di dibattito nella campagna elettorale e quale sia l’attuale realtà negli Usa.

Sono profondamente d’accordo con Noury, sul fatto che il panorama è molto cambiato: le condanne sono diminuite, le esecuzioni sono la metà di dieci anni fa, e se si eccettuano quei 7 Stati che hanno giustiziato dei condannati negli ultimi 18 mesi (Texas in cima alla lista), tutti gli altri 25 che ammettono la pena capitale non la usano da tempo.

Purtroppo sono pronta a scommettere che se mai il tema della pena di morte dovesse entrare nella campagna presidenziale, sarà perché i candidati riaffermeranno la loro convinzione che sia necessaria. E non ho alcuna speranza che la Corte Suprema intenda esprimersi in senso contrario. Il ricorso presentato da tre detenuti dell’Oklahoma, che verrà discusso davanti ai nove giudici il prossimo 29 aprile e deciso entro la fine di giugno, non porterà alla fine della pena di morte negli Usa. Al massimo a un suo ulteriore rallentamento, se la Corte si esprimerà contro l’uso del sedativo Midazolam, che sembra abbia contribuito a causare orribili incidenti durante tre esecuzioni, in Oklahoma, Ohio e Arizona.

Il midazolam viene usato perché dal 2011 è in vigore un embargo di fatto delle società farmaceutiche europee verso gli Stati americani che ricorrono alla pena di morte: il tris di farmaci usati per l’iniezione letale, adottato sin dal 1977, non esiste più, e i boia si sono visti costretti a cercare sostituti. E’ successo così che gli Stati hanno fatto ricorso a farmacisti artigianali, tenendone nascosti i nomi e tentando di nascondere anche il contenuto delle iniezioni.

L’Oklahoma, l’Ohio e l’Arizona avevano cominciato a usare il midazolam, un sedativo che in genere viene somministrato ai pazienti nella misura di due milligrammi, prima di praticare loro l’anestesia per operazioni chirurgiche. Gli Stati hanno invece pensato bene di iniettare nei condannati 500 milligrammi di questo farmaco, nonostante non fosse mai stato condotto alcuno studio sugli effetti che una simile quantità possa avere sul corpo di un essere umano.
Forse hanno pensato: più sedativo, meno dolore.

In realtà nelle tre esecuzioni andate male è stato evidente che il condannato non era stato sedato e reso insensibile al dolore. Anzi, mentre gli venivano iniettati il secondo e il terzo farmaco paralizzanti del respiro e del battito cardiaco stava soffrendo, contraendosi sulla barella, emettendo gorgoglii e suoni strozzati. Il ricorso dei tre detenuti dell’Oklahoma si appella proprio a questo fatto: le esecuzioni causerebbero dolore e quindi sarebbero in contravvenzione dell’Ottavo Emendamento della Costituzione che vieta "punizioni crudeli e inusuali”.

Gli Stati giustizialisti si trovano dunque in questa situazione: da un canto stanno esaurendo le scorte dei farmaci della iniezione letale tradizionale (il Texas ne ha abbastanza per quattro esecuzioni), dall’altro possono ricevere una sentenza della Corte Suprema che vieta loro l’uso del midazolam come alternativva.

Di conseguenza hanno pensato di mettersi a cercare alternative. E l’Oklahoma, che ha il vanto di avere per prima approvato per legge l’iniezione letale (anche se il primo condannato a essere ucciso con questo sistema fu in Texas) sta studiando la possibilità di giustiziare i suoi detenuti asfissiandoli con l’azoto. Altri Stati invece meditano di ripescare metodi caduti in disuso da tempo, come il plotone d’esecuzione, la camera a gas e la sedia elettrica.

E’ vero che l’opinione pubblica e il trend nazionale non sono più così appassionati nel sostenere la pena di morte, come negli anni Ottanta-Novanta, ma è evidente che alcuni Stati continueranno a usarla, volerla e difenderla. Come ha detto con grande efficacia Noury: “Ci sono Stati che si ostinano a dare il segnale che bisogna uccidere chi ha ucciso, per dimostrare che non si deve uccidere”.


Pubblicato il 16 Aprile 2015 alle 04:08

Vespa Piaggio, 69 anni di bellezza: ora come allora seduce il mondo intero

Il Messaggero

Lo scooter più famoso del pianeta fu svelato proprio il 23 aprile del 1946, la guerra era appena finita e l'Italia aveva una grande voglia di ripartire. Le prime immagini pubblicate sulla rivista romana Motor di Favia del Core.

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Buon compleanno Vespa, una “ragazza” di 69 anni esatti - nasce il 23 aprile del 1946 - in perfetta forma e capace di sedurre moltitudinidi appassionati, oggi come allora.

Dopo oltre 18 milioni di esemplari prodotti, lo scooter più celebre nella storia della motorizzazione vive ancora uno dei momenti più felici della sua lunga esistenza, simbolo dello stile e dell'eleganza italiani e identificandosi con valori quali la libertà, la bellezza, il rispetto per il mondo che ci circonda. Oggi Vespa è, più che mai, un marchio globale, vera cittadina del mondo e prodotta in tre siti industriali.

A Pontedera dove Vespa nasce ininterrottamente dal 1946 e la cui produzione è destinata all'Europa e i mercati occidentali, Americhe comprese. A Vinh Phuc, in Vietnam, che serve il mercato locale e i paesi del Far East, e che il 21 aprile 2015 ha festeggiato i 500.000 scooter sin ora prodotti. E infine in India, nel moderno impianto di Baramati aperto ad aprile 2012, nel quale nascono le Vespa per il mercato indiano.

Piaggio & C SpA aveva depositato presso l'Ufficio centrale dei brevetti per invenzioni, modelli e marche del Ministero dell'Industria e del commercio di Firenze nell'ormai lontano 23 aprile 1946 il brevetto per una «motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica».

La due ruote che ancora nessuno chiamava ancpra Vespa nasce della determinazione di Enrico Piaggio che aveva in animo di proporre un prodotto a basso costo e di largo consumo per risolvere il problema della mobilità individuale. All'approssimarsi della fine della Seconda Guerra Mondiale, Piaggio aveva iniziato a studiare ogni soluzione per rimettere in moto la produzione nei suoi stabilimenti.

A cominciare da quello di Biella, dove venne realizzato un motorscooter sul modello delle piccole motociclette per paracadutisti. Il prototipo venne battezzato Paperino per la sua strana forma, ma non piacque all'industriale ligure che incaricò il progettista aeronautico Corradino D'Ascanio di rivedere il progetto. D'Ascanio non amava però le motociclette, scomode, ingombranti, con gomme troppo difficili da cambiare in caso di foratura e oltretutto - per via della catena di trasmissione - destinate a sporcare sempre pilota e passeggero.

L'ingegnere trovò tuttavia tutte le soluzioni del caso attingendo proprio alla sua esperienza aeronautica. Per eliminare la catena immaginò un mezzo con scocca portante, a presa diretta; per rendere la guida più agevole pensò di posizionare il cambio sul manubrio; per facilitare la sostituzione delle ruote sostituì a forclella con un supporto laterale simile ai carrelli degli aerei.

E infine ideò una carrozzeria carenata capace di proteggere il pilota, che riusciva così a non sporcarsi o scomporsi nell'abbigliamento. Enrico Piaggio non esitò a dare il via alla produzione in serie di duemila esemplari della prima Vespa con motore di 98 cc. Il debutto in società del nuovo veicolo si tenne al Circolo del Golf di Roma, alla presenza del generale americano Stone in rappresentanza del Governo militare alleato.

L'avvenimento venne ripreso dal cinegiornale statunitense Movieton: gli italiani avrebbero visto per la prima volta la Vespa nelle pagine interne della rivista Motor (24 marzo '46) e nella copertina in bianco e nero de La Moto del 15 aprile 1946, toccandola con mano alla Fiera Campionaria di Milano dello stesso anno.

Vestito di "Via col vento" battuto all'asta per 137mila dollari, al suo proprietario ne costò 20

Il Messaggero
di Giacomo Perra


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“Dopotutto, domani è un altro giorno”. Chissà che, fiutando l’affare, la mitica frase pronunciata da Rossella O’Hara, alias Vivian Leigh, non sia scappata anche a James Tumblin in una bella - per lui - mattinata degli anni Sessanta. Allora quello che oggi è il più grande collezionista di “memorabilia” di “Via col vento” lavorava per la “Universal” - settore trucco e parrucco - e con un po’ di fortuna e molta destrezza si apprestava a dare il là a uno dei suoi tanti “colpacci”.

«Vidi questo vestito gettato sul pavimento e mi dissero che non valeva la pena prenderlo perché lo stavano per buttare via. Chiesi se lo avrebbero venduto a me. Avevo notato che nell’abito c’era una etichetta con le scritte “Selznick International Pictures” e “Rossella vestito produzione” marcato a penna», ha raccontato al “Telegraph”.

Quell’indumento colpevolmente dimenticato, acquistato poi da Tumblin per 20 dollari, era stato appunto indossato dalla Leigh nel film cult del 1939 diretto da Victor Fleming e adesso, a cinquant’anni di distanza da quel ritrovamento, sebbene scolorito dal tempo - era blu ardesia ed è diventato grigio - è stato battuto all’asta per la cifra di 137mila dollari.

L’abito, un elegante due pezzi di cui il personaggio di Rossella fa sfoggio in ben quattro scene della pellicola, è parte della raccolta privata di Tumblin, 150 oggetti che, con la mediazione di “Heritage Auction”, l’uomo ha messo in vendita a Beverly Hills. Tra questi, non si può non citare anche la giacca indossata da Clark Gable nella scena in cui scalcia la porta del boudoir di Rossella (valore 55.000 dollari).

«Tumblin ha dedicato la sua vita a promuovere Hollywood e il film “Via col vento” - ha affermato Kathleen Guzman, responsabile della collezione per la casa d’aste americana -. Con i suoi pezzi ha girato tutti gli Stati Uniti».

Il garantismo alterno del card. Bagnasco

Giampaolo Rossi





PREMESSA NECESSARIA


1La cultura liberale non si scandalizza se la Chiesa entra a gamba tesa nella politica italiana, perché riconosce il ruolo pubblico della religione e non la relega ad una questione privata (come vorrebbero i laicisti). La Chiesa è realtà storica complessa, portatrice di un Annuncio che attraversa la vita degli uomini e il destino del mondo da oltre duemila anni. Per il credente essa è “corpo mistico” ma, nello stesso tempo, fondante realtà sociale che forma la nostra identità; non è solo un suo diritto intervenire ma addirittura un suo dovere per il ruolo che rappresenta e il peso di responsabilità che le compete.
Fatta questa premessa doverosa, dobbiamo aggiungere però che diritto di ognuno di noi criticare la Chiesa quando pensiamo che i suoi interventi rasentano la faziosità ideologica.

GARANTISMO A FASI ALTERNE
Qualche giorno fa il card. Bagnasco, Presidente della Cei e arcivescovo di Genova, commentando l’indagine a carico di Raffaella Paita assessore alla giunta e candidata del Pd alla presidenza della regione, ha dichiarato: “chissà perché, le indagini esplodono sempre in certe ore della storia, delle città, della nazione”.

Il cardinale ha voluto lanciare il sospetto che l’inchiesta sia emersa poche settimane prima del voto per danneggiare la candidata di sinistra. Analisi giustissima se non fosse che sono oltre venti anni che in questo Paese le inchieste a carico di politici e amministratori emergono a ridosso di elezioni condizionando l’esito del voto. Ma perché il cardinale non ha denunciato le “inchieste ad orologeria” quando il tic tac della magistratura ha falcidiato amministratori, governatori e politici di destra?

BAGNASCO E IL CASO RUBY Il garantismo del card. Bagnasco è a singhiozzo. Nel 2011, nel pieno dello scandalo Ruby, del massacro giornalistico e della inquisizione giudiziaria nei confronti dell’allora presidente del Consiglio Berlusconi, il capo dei vescovi italiani prese una posizione ben diversa: “si rincorrono racconti che, se comprovati (…), rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica”.

Per intenderci, il capo della Chiesa italiana lanciava il suo giudizio morale sul capo del governo italiano basandosi su “racconti da comprovare”. La verità di Dio è rivelata, quindi diretta, ma quella sugli uomini è cosa più complessa: lo sapeva bene quello straordinario pensatore gesuita che fu Baltasar Gracián quando ricordava che essa “raramente ci giunge integra”.

E così quando qualche mese fa quei racconti non sono stati comprovati e il processo Ruby si è concluso con l’assoluzione di Berlusconi, il cardinale (come un Ezio Mauro qualsiasi) si è limitato a dire che un ritorno in politica del Cavaliere era sconsigliato dal nuovo contesto politico. Neppure una parola sull’operazione di manipolazione della verità costruita in questa anni.

PERCHÈ UN GARANTISMO A FASI ALTERNE?
Il card. Bagnasco si comporta come quei magistrati che dopo 20 anni di disgustoso circo mediatico-giudiziario organizzato da procure e giornali, scoprono che forse limitare le intercettazioni non è più un attacco alla libera stampa ma una difesa della libertà individuale e dello Stato di diritto.

Sarà perché oggi le inchieste più clamorose e potenzialmente devastanti non riguardano più il centrodestra ma il Pd, la sinistra, le cooperative rosse ed il loro complesso sistema di potere? Sarà che quindi occorre limitare il massacro mediatico consentito in questi anni contro gli esponenti dell’altra parte politica? Oggi la Chiesa italiana è schierata apertamente con Matteo Renzi. Solo il tempo ci dirà se il “cattolico domenicale” al governo saprà difendere quei “valori non negoziabili” che furono difesi apertamente dal peccatore libertario di Arcore.

I vescovi hanno fatto la loro scelta: è un loro diritto. Nostro diritto è, di fronte alle parole di Bagnasco, rimpiangere la Chiesa di Ruini, presenza prudente e per questo, realtà vitale, determinata e sicuramente meno faziosa nella società italiana.

Su Twitter: @GiampaoloRossi





Immigrati, qualche scomoda verità

Marcello Foa



Solo di fronte a 700 morti le coscienze si scuotono. Settecento morti sono troppi anche per chi in questi anni ha fatto finta di non vedere. Perchè la tragedia va oltre questa cifra, ha proporzioni davvero enormi, in quello che è diventato un domino  della disperazione, che oggi ci fa dire: si stava meglio quando Saddam, Gheddafi, ovviamente Mubarak e Ben Ali.

Meglio non solo noi occidentali, meglio innanzitutto decine di milioni di arabi e di africcani a fuggire dalla guerra e dalle atrocità del fondamentalismo islamico più retrivo e violento. Prima c’erano delle ingiustizie e certi regimi (Gheddafi e Saddam) erano chiaramente dittatoriali, ma per quanto sanguinari fossero non provocavano devastazioni umanitarie paragonabili a quelle di oggi. E’ un’ammissione dura, durissima, per certi sconvolgente, ma è la realtà.

Oggi noi europei subiamo le conseguenze di una politica scriteriata, che ha portato gli americani dapprima a rovesciare Saddam senza aver previsto il dopo Saddam, poi a prolungare per oltre un decennio la guerra senza aver davvero debellato i talebani in Afghanistan e nemmeno le forze ribelli che hanno insanguianto l’Irak, trasformatesi, in parte nell’Isis.

In Libia stesso errore: giù Gheddafi, senza un successore. Risultato: guerra civile tra tribù e Paese allo sbando. In Egitto c’è voluto l’esercito per riportare l’ordine e la Tunisia non può certo dirsi pacificata. Oltre a ciò, a lungo l’Occidente e i suoi amici del Golfo hanno sostenuto, con straordinario cinismo, proprio l’Isis  e organizzazioni affini che combattevano in Irak nella speranza che riuscissero a rovesciare Assad, con il risultato che l’Isis, ben armato e ben finanziato, ha iniziato a scorazzare in mezzo Medio Oriente e quando Obama ha detto basta era troppo tardi per porre rimedio all’ennesimo grave errore strategico.

Oggi i disperati che partono sulle navi cercando di trovare una stabilità e una sicurezza che i loro Paesi d’origine non possono pìù garantire, cercano di sfuggire agli orrori e alle violenze dell’Islam fondamentalista, ma scappano in un’Europa che non può accogliere milioni di persone.

Anzi, scappano in Italia, perché l’Europa, per questi poveracci è l’Italia. Ma l’Italia viene lasciata da sola a gestire una situazione immane da un’Unione europea che, sotto sotto, sembra quasi accogliere con favore. Versa qualche lacrimuccia ma poi impedisce ai Paesi confinanti, in primisa, all’Italia, di intervenire permettendo a migliaia di persone di riversarsi in mare. Questo signifca: continuate a partire.

Ora, però, questa situazione non è più accettabile. Con le parole Renzi ci sa fare e cercherà, come sua abitudine, di risolvere tutto con qualche bella roboante dichiarazione, giusto il tempo di far dimenticare la tragedia all’opinione pubblica, mentre ci vorrebbe davvero, in questi frangenti, un leader con gli attributi.

Un leader che abbia il coraggio di picchiare davvero i pugni sul tavolo. Come? Proclamando l’emergenza umanitaria, bloccando Schenghen e sospendo l’applicazione di un gran numero di accordi europei, invocando le clausole di salvaguardia che questi accordi prevedono ma che naturalmente un governo pavido e fondamentalmente vassallo come quello italiano non ha mai fatto valere.

E con un permier evenascente come Renzi, temo, mai farà valere. E tutto continuerà come prima, in un orribile domino, di ingiustitia, di disperazione, di infelicità, di profonda ingiusta, preoccupante destabilizzazione delle società, sulle due sponde del Mediterraneo.

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