domenica 19 aprile 2015

Mozione d’Inchiesta», quando il duca di Maddaloni denunciò i delitti e le ruberie del Risorgimento

Corriere del Mezzogiorno

Polidoro Editore pubblica «Mozione di inchiesta per le Province Napoletane», l’intervento del 1861 del parlamentare Proto che non fu ammesso in discussione alla prima Camera d’Italia ma fu stampato in Europa. Testo critico a cura di Giuseppe Pesce

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«Napoli starà peggio ma noi staremo meglio». Sembra di sentir parlare un politicante dei Vicerè di De Roberto o del mitico Gattopardo. Invece è una delle voci che correvano in giro per l’Italia alla vigilia dell’Unificazione, nel 1860. Ce lo racconta Francesco Proto, singolarissima figura di politico-letterato nella Napoli di metà ‘800, in un documento eccezionale che ai suoi tempi fece il giro d’Europa, ma fu presto cancellato dalla storia ufficiale, per divenire un classico della cosiddetta controstoria. Voce solitaria nel Parlamento del 1861, Proto chiese di avviare un’inchiesta per le province napoletane, parlando della fine di un Regno e di ministeri affidati a «gente più da spasso che da lavoro» - faccenda attualissima - ma soprattutto del terrorismo con cui veniva repressa la rivolta meridionale, fenomeno complesso che univa trame reazionarie e questione agraria coinvolgendo ex-militari e malviventi, ma anche contadini affamati di terra. Nessuno volle ascoltare. Ma quello scritto, appassionato e spietato, tra la retorica e il giornalismo delineava efficacemente un’epoca e i temi di un dibattito destinato ad esplodere negli anni successivi, anticipando i principali nodi della Questione meridionale.
Torino, 20 novembre 1861
Al banco del primo Parlamento d’Italia il deputato napoletano presenta tra le polemiche la “Mozione”, chiedendo di avviare un’inchiesta parlamentare nelle province meridionali per discutere cosa fosse più opportuno «per tenere in pace od in fede queste contrade», ma ben documentando - nonostante la retorica erudita - i nodi principali dell’Unificazione, descrivendo i caratteri di vera e propria guerra civile che aveva assunto nel Mezzogiorno (con lo scioglimento dell’esercito, la repressione, il tracollo dei bilanci statali) . La Mozione non viene messa nemmeno in discussione, Proto è costretto a ritirarla.

Sarà però subito stampata in tutta Italia e persino tradotta, nell’arco di un anno, in Austria, Francia, Belgio e Inghilterra rivelando all’Europa tutta il vero volto dell’Unità italiana e il doloroso tramonto dell’antico e prezioso Regno napoletano. Rintracciata presso l’Archivio Storico della Camera la “Mozione” torna oggi in libreria in edizione critica con le note e il saggio introduttivo di Giuseppe Pesce («1861: l’inchiesta per il Sud negata») con Polidoro Editore. «Della Mozione non esisteva ancora una edizione critica - spiega Pesce in premessa - ma colmare questo vuoto non vuol dire in alcun modo aderire ad anacronistici sentimenti anti-unitari: si tratta piuttosto di sottrarre alle facili interpretazioni un documento importante inspiegabilmente escluso dalla storia ufficiale»
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Il Duca che inseguiva l’utopia federalista
Meglio conosciuto col suo titolo di duca di Maddaloni, Francesco Proto (1821-1892) èstato un vivace politico e letterato della Napoli di metà Ottocento («ricordato specialmente per i suoi mordaci Epigrammi a cura di Salvatore Di Giacomo»). «Controversa figura ancora tutta da riscoprire», aveva creduto nei moti liberali del 1848 subendo tutte le consguenze della scelta. Per qualche anno era sfuggito al carcere girando esule per l’Europa e, tornato a Napoli, seppure graziato, era continuamente sospettato di cospirazione. Sostenitore dell’ipotesi federalista, sognava fin dal ‘48 una Lega italiana e, per quanto deluso dai fatti che precipitavano, confidava in Cavour e quindi in Vittorio Emanuele. Ma quando si accorse che il nuovo governo avrebbe cancellato ogni autonomia dei territori annessi allora fu il primo a denunciare incongruenze e abusi della politica piemontese.

Il curatore
Giuseppe Pesce (Napoli, 1977) giornalista e autore si occupa di ricerca storica e di critica letteraria, affrontando temi legati al Mezzogiorno. Documentarista per La Storia siamo noi (Rai) ha pubblicato diversi saggi, tra cui Napoli il Dolore e la Non-Storia/Malacqua di Nicola Pugliese,un piccolo capolavoro del secondo Novecento (2010), Napoli e i suoi casali (2013) e Alfasud, una storia italiana (2014).

Cure ai clandestini, buco nei conti La Regione rischia 60 milioni

Corriere della sera

di Gianni Santucci e Simona Ravizza

Ne sono stati spesi cento in dieci anni, ma il governo, senza fondi, è disposto a rimborsarne soltanto quaranta


È una trattativa ad alto rischio di polemiche politiche, che si sta svolgendo nel riserbo totale. In gioco ci sono 100 milioni di euro, che verosimilmente non verranno mai incassati, almeno nella loro totalità. Soldi preziosi per il bilanci sempre più asfittici degli ospedali della Lombardia. Ma spesi - e giustamente - per offrire le cure mediche necessarie agli immigrati senza permesso di soggiorno.

Proprio i fondi sborsati dalle casse della Regione in un periodo di tempo lungo dieci anni (tra il 2002 e il 2012) sono ora al centro di un delicato negoziato tra la Prefettura e i vertici del Pirellone. Lo staff del prefetto Francesco Paolo Tronca agisce per conto del governo, in particolare del ministero dell’Interno guidato da Angelino Alfano (Ncd). Ed è da qui che è partita nelle scorse settimane l’offerta messa sul tavolo dell’assessorato della Sanità e di quello dell’Economia: accettare (solo) 40 milioni di euro, al posto dei 100 dovuti, ma incassarli subito e non aspettare ancora chissà quando (con la verifica puntuale, fattura per fattura, di tutta la rendicontazione). Soldi immediati, in pratica, in cambio di una sorta di condono tombale . Prendere o lasciare?

È il settembre 2013 quando un Matteo Salvini eurodeputato e non ancora leader maximo della Lega tuonava: «Sarà guerra totale allo Stato, almeno finché non ci rimborserà i 100 milioni di crediti arretrati per le cure già prestate agli irregolari. Sono soldi che dobbiamo recuperare anche a costo di fare ricorso alle vie legali». In realtà, un anno e mezzo dopo, la questione non solo non è stata risolta né a Roma né altrove, ma è diventata incandescente. Nelle prossime settimane il Pirellone che, con Roberto Maroni, è sempre a guida la Lega, dovrà risolvere il dilemma: visto che il ministero dell’Interno i 100 milioni da rimborsare alla Lombardia al momento pare non averli, è meglio accontentarsi dei 40 offerti oppure è preferibile incaponirsi e aspettare altri mesi - più probabile addirittura anni - per averne di più, con il rischio magari di non portarli a casa lo stesso? Un conto sono gli annunci politici, altra cosa è trovarsi poi governare.

I 100 mila stranieri presenti in Lombardia senza il permesso di soggiorno (37.500 solo a Milano, dati Orim-Ismu) hanno ovviamente diritto per legge a ricevere cure mediche dagli ospedali. È una questione di dignità umana, ma anche di prevenzione collettiva: non curare un malato, magari con una patologia infettiva, può portare una diffusione di massa della malattia. Basta dunque la compilazione di un foglio in cui viene sottoscritta una dichiarazione di indigenza.

E agli irregolari viene rilasciata una particolare tessera sanitaria con un codice denominato «Stp» (Straniero temporaneamente presente). Così agli immigrati viene riconosciuto il diritto all’accesso alle cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti ed essenziali, per malattia ed infortunio. Prestazioni che, in base al Testo unico sull’immigrazione (il decreto legislativo 286 del 98), sono a spese del ministero dell’Interno (che agisce tramite Prefetture locali). Mentre la gravidanza, la maternità, la salute dei minori, le vaccinazioni e la prevenzione sono a carico del sistema sanitario regionale.

Il Pirellone è costretto a rimborsare le prestazioni sanitarie offerte dagli ospedali praticamente in tempo reale, altrimenti più nessuna azienda sanitaria se ne farebbe carico. È la Regione, in pratica, ad anticipare i soldi che poi dovrebbe ricevere dal governo. Di qui il maxi credito ormai più che decennale con Roma. Ma è giusto che il ministero dell’Interno ritardi a pagare e addirittura chieda di fatto di forfetizzare le cure prestate in cambio di un rimborso più veloce, ma comunque che si trascina da anni? Tutto ciò rischia di portare a derive xenofobe, con frasi fin troppo facili da dire: «I clandestini devono curarsi a casa loro oppure pagare». Opzioni entrambe irrealistiche.

Una cosa è certa: il Pirellone di Roberto Maroni dovrà decidere come comportarsi. E il campo su cui si muoverà il governatore è minato: accettare di perdere 60 milioni di euro può metterlo in difficoltà con Salvini, rifiutare può fare slittare all’infinito il rimborso. Il caso (politico) sulle cure agli irregolari è aperto. In una Lombardia che, come mostrano i numeri, è ai vertici italiani nell’offrire assistenza sanitaria agli immigrati non in regola. Almeno per quanto riguarda le cure ambulatoriali urgenti (oltre 20 mila prestazioni l’anno).

19 aprile 2015 | 09:33

L’architettura fascista è storia Assurdo demolire dei capolavori»

Corriere della sera
di Paolo Conti

Dalle statue ai palazzi, do+-po la proposta della Boldrini di cancellare la scritta Dux sull’obelisco al Foro Italico: oggi il Razionalismo è il movimento più studiato al mondo

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ROMA - «Necessario vincere/più necessario combattere». Gli spettatori che ogni sera a due passi da Porta Portese escono dal Nuovo Sacher, la raffinatissima sala cinematografica romana gestita da Nanni Moretti, si imbattono nello slogan mussoliniano che campeggia sulla facciata del capolavoro del razionalismo italiano firmato nel 1933 da un altro Moretti, l’architetto e urbanista Luigi. Era la Casa della Gioventù Italiana del Littorio, da poco sottoposta a un attento restauro. Poi basta spostarsi di qualche chilometro per approdare all’Eur e scrutare il palazzo della Civiltà Italiana di Giovanni Guerrini, Ernesto Bruno Lapadula e Mario Romano, più celebre come il «Colosseo quadrato». Sul frontone si legge: «Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori». Un passaggio chiave del discorso di Mussolini del 2 ottobre 1935, la proclamazione della guerra all’Etiopia.

Dall’Eur al Foro Italico, l’architettura fascista a Roma 
Dall’Eur al Foro Italico, l’architettura fascista a Roma 
Dall’Eur al Foro Italico, l’architettura fascista a Roma 
Dall’Eur al Foro Italico, l’architettura fascista a Roma
Da Firenze a Bolzano
Girare per tante strade di Roma e di altre città significa imbattersi continuamente in icone architettoniche del fascismo, in slogan mussoliniani, in ritratti del duce. Basta una manciata di esempi. Il monumento alla Vittoria a Bolzano, un tripudio di fasci. La stessa stazione di Santa Maria Novella a Firenze del Gruppo Toscano guidato da Giovanni Michelucci, amata da Mussolini perché Margherita Sarfatti lo convinse che, dall’aereo, il complesso sembrava un fascio. Per non parlare del clamoroso caso del «Palazzo M» di Latina, già Littoria.

L’obelisco del Foro Italico, fulcro del progetto del «Foro Mussolini» di Enrico Del Debbio e concluso sotto la guida proprio di Moretti, è il caso più noto per la scritta «Mussolini Dux», oggi al centro di un’infuocata polemica dopo l’intenzione attribuita alla presidente della Camera, Laura Boldrini, di cancellarla. C’è stata una precisazione, ma la discussione è aperta in un momento in cui il movimento del razionalismo italiano (a suo tempo elogiato persino da Antonio Gramsci perché capace, scrisse, di «creare un gusto di massa») viene ripensato e apprezzato.
Una mostra a New York
Spiega Giorgio Muratore, docente di Storia dell’architettura contemporanea a «La Sapienza» di Roma: «In questo momento il Razionalismo italiano, e in generale il periodo tra le due guerre nel nostro Paese, è in assoluto il capitolo dell’architettura contemporanea più studiato nelle principali università del mondo. Interessa il rapporto creato tra edificio pubblico e spazio esterno, il dialogo con la luce naturale. Non a caso l’anno scorso il Guggenheim a New York ha dedicato una grande mostra al Futurismo proprio in quegli anni, fino al 1944». È immaginabile una cancellazione degli slogan mussoliniani? «Sarebbe preoccupante se le scritte fossero ritenute ingombranti. Invece l’ipotesi di toglierle è semplicemente imbarazzante».
«Salvare i mosaici del Foro Italico»
Sulla stessa linea lo storico Vittorio Vidotto, autore del saggio Roma contemporanea edito da Laterza nel 2001, considerato un punto di svolta nell’analisi del Mussolini urbanista, e curatore - in questo periodo - della bella mostra all’Ara Pacis dedicata alla storia dell’Eur. «Cancellare le tracce urbanistiche del fascismo? Non ha alcun senso. Ormai vanno, anzi, conservate e restaurate come elementi importanti della nostra storia. In pura teoria, dovremmo distruggere autentici capolavori architettonici, monumentali, persino musivi: penso agli splendidi mosaici proprio del Foro Italico, oggi devastati dagli skateboard». Vidotto testimonia come la vicenda dell’obelisco non sia nuova: «Nel Dopoguerra c’è chi ne propose l’abbattimento. Ma, assai democristianamente, si risolse il nodo sostenendo che la spesa sarebbe stata eccessiva. Nel 1960, sotto Olimpiade, venne cancellato il mosaico con il giuramento fascista. Nel 1990 arrivò un nuovo mosaico con un leone: un involontario omaggio postumo a Mussolini, che era nato sotto quel segno zodiacale...».

19 aprile 2015 | 09:15

Il saluto romano allo stadio non è reato: le motivazioni della sentenza

Libero


La notizia era dello scorso 6 marzo: il saluto romano allo stadio non è reato. E' quanto ha stabilito il tribunale di Livorno che ha assolto quattro tifosi del Verona che avevano fatto il saluto fascista all'interno dello stadio Armando Picchi. La novità è che oggi sono state depositate le motivazioni della sentenza, che spiegano, appunto, perché in quel contesto il saluto romano non è un reato.

La spiegazione - Secondo le toghe, come riporta il quotidiano Il Tirreno, il saluto fascista allo stadio non è reato, semmai una provocazione nei confronti della tifoseria rivale, poiché gli stadi "non sono i luoghi deputati alla propaganda politica". E dunque, in un simile contesto, il gesto "non mette a repentaglio la democrazia e la Costituzione" italiana, e soprattutto "non determina - come invece prevede la legge - un pericolo concreto e attuale alla diffusione e alla pubblicazione di idee discriminatorie e violente che possano pubblicizzare un tentativo concreto di raccogliere adesioni a un progetto di ricostituzione del partito fascista".

In punta di legge - Sono questi alcuni dei passaggi-chiave delle motivazioni della sentenza con cui settimane fa il giudice Angelo Perrone ha assolto Giovanni Andreis, 23 anni, Andrea Morando, 38, Federico Ederle, 45 e Sebastiano Zamboni. Il gesto dei quattro ultrà scaligeri risale al 3 dicembre 2011, quando fecero il saluto romano durante il match di serie B tra Livorno e Verona: vennero pizzicati dalla telecamere, e successivamente identificati dalla Digos. Ai quattro il pm Alessandro Crini contestò di avere infranto la legge Mancino del 1993, e non la legge Scelba, che invece punisce l'apologia del fascismo. In quest'ultimo caso, infatti, vengono "sanzionati e condannati slogan legati all'ideologia nazifascista, e aventi per scopo l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali".



Saluto romano: allo stadio si può, a una commemorazione no
Libero


Il saluto romano si può fare liberamente allo stadio, magari davanti alle telecamere che espongono i ventidue in campo e i tifosi sugli spalti in una vetrina multimediale accessibile da centinaia di migliaia di spettatori. Ma non si può fare a obiettivi spenti. Men che meno alla commemorazione di Sergio Ramelli, giovane esponente del Fronte della Gioventù ucciso a sprangate da Avanguardia Operaia il 29 aprile 1975. E proprio per essersi prodotti in un saluto romano alla cerimonia in memoria di Ramelli, svoltasi a Milano due anni or sono, sedici militanti di destra sono stati rinviati a giudizio per apologia di fascismo. Stessa sorte per altri nove pizzicati alla cerimonia dell’anno scorso. Nulla da obiettare, nel merito, per la decisione del Gup di Milano Elisabetta Meyer che li ha rinviati a giudizio.

Il reato introdotto con la legge Scelba del 20 giugno 1952 esiste tuttora e non è sbagliato applicarlo. Resta però il paradosso che il medesimo gesto compiuto sempre in un contesto pubblico, una partita di pallone, sia giudicato non punibile, come ha stabilito non più tardi del mese scorso il Tribunale di Livorno che ha assolto quattro ultrà dell’Hellas Verona accusati «di aver compiuto manifestazioni esteriori usuali del disciolto partito fascista nell’eseguire il gesto del saluto romano». La vicenda risale alla partita Livorno-Verona del 3 dicembre 2011. Quel giorno l’aria attorno e dentro lo stadio Armando Picchi era rovente, con le due tifose, quella locale dichiaratamente di sinistra e i veronesi di destra, che si fronteggiavano dando vita a diversi scontri. Semplificando, la motivazione della sentenza è che si può fare il saluto romano se la curva avversa è comunista.

D’altronde i campi di calcio non sono nuovi a queste performance. Come dimenticare il saluto fascista di Paolo Di Canio, ex bandiera della Lazio, al termine della partita con la Juventus del campionato 2005? Imitato qualche anno dopo da Giorgos Katidis, centrocampista dell'Aek Atene. Le sanzioni sportive non mancarono (un turno di squlifica al laziale, l’esclusione dalla nazionale per il greco). Ma tutto finì lì. Ora invece arriva il rinvio a giudizio col processo che si aprirà a Milano il 26 maggio. Tra gli imputati esponenti di Forza Nuova e Casa Pound oltre al cantante Federico Goglio, in arte Skoll. La prossima volta, per evitare seccature, la commemorazione potrebbero tenerla direttamente allo stadio Meazza di San Siro.

Attilio Barbieri

Le riflessioni di Napolitano: La Resistenza è la memoria che oggi unisce l’intero Paese

Corriere della sera
di Giorgio Napolitano

Lo spirito è finalmente unitario e condiviso. La Liberazione non è patrimonio di un singolo partito. Orgoglio e fiducia come italiani

1 Gentile direttore, alla vigilia del settantesimo anniversario della Liberazione, il Corriere si chiede, e mi chiede, se si può ritenere che l’Italia sia pronta a celebrarlo con autentico spirito unitario, dopo tante polemiche divisive. A me pare di poter constatare oggettivamente come nel corso di questi anni - rispetto, ad esempio, a quando nel 2008 celebrai il 25 aprile a Genova - certe polemiche si siano stemperate. Si avverte assai meno, innanzitutto, quello sfidarsi e confrontarsi duramente tra esaltazioni acritiche della Resistenza e clamorose rivelazioni dei suoi lati e momenti oscuri, che per un certo tempo avevano tenuto il campo. Si è fatto largo un approccio più aperto e problematico alle complessità della lotta di Liberazione, si è compreso di non doverne occultare i limiti e le ombre, e di conseguenza sono anche scemate le rappresentazioni in negativo di quella straordinaria fase di riscatto nazionale come se si fosse trattato di un «mito» da sfatare.

Hanno fatto breccia, io credo, nell’opinione pubblica il recupero e la valorizzazione di dimensioni a lungo gravemente trascurate del processo di mobilitazione delle energie del paese che si dispiegò per difendere l’onore e riconquistare la libertà e l’indipendenza dell’Italia: la dimensione cioè del contributo dei militari, sia delle forze armate coinvolte nella guerra fascista e poi schieratesi eroicamente (basti fare il nome di Cefalonia) contro l’ex alleato nazista, sia delle nuove forze armate ricostituitesi nell’Italia liberata (che ebbero a Mignano Montelungo il loro battesimo di fuoco). L’immagine della Resistenza si è così ricomposta nella pluralità delle sue componenti: quella partigiana, quella militare, quella popolare. E in questa accezione più vera e unitaria, essa diventa parte integrante di quel più generale recupero della nostra memoria storica e identità nazionale, che fu il segno e il risultato delle celebrazioni del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
 
E non poco ha significato, anni fa, anche l’apporto di uno storico rigoroso e indipendente come Claudio Pavone nell’analizzare le molteplici valenze della lotta di Liberazione nell’Italia «tagliata in due»: anche quella della «guerra civile», senza contrapporla ad altre, innanzitutto a quella di decisivo profilo patriottico-nazionale, e piuttosto cogliendola nel suo intreccio con la valenza di classe e ideologica che pure concorse ad animare la Resistenza. Quella valutazione rigorosa dovuta a Claudio Pavone non alimentò ma forse piuttosto contribuì a ridurre l’impatto che in anni ancora a noi vicini ebbe un’altra polemica, pur obiettivamente, storicamente insostenibile, quella sulla «Resistenza tradita».

Sono in definitiva convinto che il Settantesimo della Resistenza possa essere sentito come proprio dagli italiani senza alcuna distinzione, e certamente non come punto di riferimento e patrimonio privilegiato di qualche singolo partito. E a ciò ha certamente contribuito l’accresciuta distanza nel tempo che ci separa da quella grande pagina della nostra vita collettiva, consentendo reazioni più distaccate rispetto, poniamo, a dieci anni fa o anche meno. Se c’è qualcosa che ancora preoccupa è piuttosto il rischio di una disattenzione, se non distrazione, da parte di molti, di fronte a una ricorrenza pur così ricca di significati e di implicazioni. Ed è un peccato, perché celebrando oggi il 25 aprile possiamo trovare in quell’esperienza motivi forti di orgoglio e di fiducia come italiani, oltre che rendere memore riconoscente omaggio a quanti combatterono e a quanti in quei 19 mesi caddero per la libertà e l’indipendenza - e per la stessa riunificazione - del nostro paese.
 
Ancora una sottolineatura e un richiamo voglio fare sul tema della nostra riconquistata indipendenza, nel suo legame col tema più che mai vissuto e dibattuto dalla Costituzione repubblicana. Fra i 3 paesi dell’Asse totalitario, protagonisti aggressivi della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia fu quello che trovò le forze per affrancarsi - dopo la caduta del fascismo - da un’infausta alleanza di guerra. E che prese così il suo posto - grazie al contributo delle sue nuove Forze Armate e della Resistenza - nello schieramento anti-nazista, come co-belligerante al fianco, in particolare, delle forze anglo-americane combattenti in Italia. Riconquistammo in questo modo la nostra indipendenza anche sul piano istituzionale e culturale, col diritto a darci in piena libertà e autonomia una Costituzione democratica, elaborata, e nel dicembre 1947 approvata, da un’Assemblea eletta dal popolo.

Ben diversa fu la condizione umiliante in cui toccò al Giappone darsi la sua Carta sotto l’egida del Generale Mac Arthur. E anche la Germania occidentale poté adottare soltanto nel maggio 1949 la sua «Legge fondamentale» quale fu approvata però solo da un ristretto «Consiglio Parlamentare». Peraltro, si deve dirlo, la Carta tedesca si caratterizzò per soluzioni che tennero pienamente conto della tragica esperienza del crollo della Repubblica di Weimar, pure non ignorata, dai costituenti italiani. I quali però non seppero sancire le soluzioni da essi stessi pur lucidamente intuite più di due anni prima delle scelte tedesche, per evitare l’instabilità dei governi e le degenerazioni del parlamentarismo, per evitare cioè che la nostra Costituzione nascesse con quel punctus dolens , come lo definì ancora nel 2008 Leopoldo Elia. Ma questo è un altro discorso...

19 aprile 2015 | 09:32

La lotta alla casta dei macchinisti Ne bastano tre per bloccare la metro

Corriere della sera
di Ernesto Menicucci

Stipendi da 3- 4 mila euro e un orario inferiore a quello dei colleghi di Milano e Napoli: le resistenze e la difesa dello statu quo, con la minaccia di fermare i treni

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ROMA - Dai «primi anni del secolo, macchinista, ferroviere», come canta Guccini nella Locomotiva, di acqua ne è passata molta. E, oggi, un accordo sindacale dopo l’altro, quella degli «autisti» delle metropolitane, è diventata una sorta di casta. Una categoria temuta, a volte odiata (dagli utenti), sicuramente fortissima, con un potere di interdizione quasi illimitato. Tanto che, come sussurrano in Atac, «bastano tre persone a fermare l’intero trasporto pubblico cittadino». Una categoria refrattaria ad ogni cambiamento, abbarbicata ai suoi privilegi, ad un lavoro che per certi versi è molto duro (stare ore sotto terra non è una passeggiata di salute...) ma che rende anche piuttosto bene. Sugli stipendi dei macchinisti, infatti, si favoleggia molto: chi parla di 3 mila euro al mese, chi arriva a 4.500 euro. Sicuramente tanti soldi, molti di più di quanti ne guadagni un autista dell’Atac, con una buona parte della retribuzione - circa il 40% - che deriva dagli straordinari.
Fra passato e futuro
Così, alla fine, la questione sembra tutta lì, nella revisione della piattaforma sindacale che vorrebbe applicare l’azienda. Portare, cioè, i macchinisti da 736 ore annuali a 950, unico sistema - secondo l’Atac - «per aumentare la produttività e anche il servizio». È la linea sulla quale si è attestato anche il Campidoglio, dove Marino ripete: «A Milano i macchinisti guidano per 1.100 ore l’anno, a Napoli siamo oltre le 800...». E allora avanti nella linea dura, per cercare di piegare gli ultimi degli «irriducibili», quelli che si oppongono alla «nuova Atac». Perché, come spiega un dirigente di lungo corso, «è come se in questo momento ci fossero due aziende: una che va verso il futuro, una ancorata al passato». Cioè una che lotta per l’efficientamento, l’altra per mantenere lo status quo. Sullo sfondo, lo spettro della privatizzazione: «O si cambia adesso, oppure si finisce in mani cinesi o di altri: e lì non ci saranno più tutele per nessuno...», il ragionamento.

E allora da molti la storia dei macchinisti viene vista come l’ultima frontiera. Prima è toccato ai dirigenti, ridotti nel numero, sottoposti a tagli di stipendio e «costretti» a rinunciare ai bonus. Poi è toccato ai quadri e agli amministrativi, tra esuberi, salari determinati dalle assenze per malattie, ricollocamento dall’ufficio alle stazioni. Ora si va sui 7 mila e passa addetti al servizio. Di questi, circa 500 sono i macchinisti, quelli contro i quali - già nel 2012 - l’azienda ingaggiò una lotta furibonda. All’epoca il problema era l’apertura della linea B1, gli scioperi «bianchi» che ne nacquero e le pratiche che si diffusero: i macchinisti «rifiutavano» i treni (dicevano che erano sporchi, o che puzzavano), saltavano i «turni a straordinario» per coprire chi era in malattia. La società, l’ad era Carlo Tosti, con un’efficacia campagna di comunicazione riuscì a piegare quella resistenza. Ma oggi, evidentemente, ci risiamo .

19 aprile 2015 | 09:55

Lo strano caso degli amerindi insensibili agli antibiotici

Corriere della sera
di Adriana Bazzi

Scoperti geni di resistenza batterica in una popolazione Yanomami che non ha mai preso medicine. La loro varietà di germi è maggiore anche se vivono isolati

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Non sono mai venuti a contatto con l’uomo occidentale, vivono nella foresta amazzonica venezuelana e non hanno mai preso antibiotici in vita loro, eppure alcuni indiani Yanomami sono resistenti a questi farmaci. Lo dice il loro microbioma, cioè quell’insieme di microrganismi (o meglio dei loro geni) che vivono in tutti noi: nell’intestino, sulla cute o in bocca. E che un gruppo di ricercatori americani si è preso la briga di analizzare, pubblicando i risultati sulla rivista Science Advance.
Il microbioma
Oggi la ricerca sul microbioma è molto attiva: si ritiene, infatti, che questa entità (specifica per ogni individuo) abbia una grande importanza sia per il corretto funzionamento dell’organismo sia nella genesi di molte malattie, soprattutto metaboliche, come per esempio l’obesità. Da qui l’interesse crescente e anche la curiosità di andare ad analizzare la microflora dell’intestino, della cute o della bocca di popolazioni che vivono isolate e di studiare come i modelli di vita occidentale possano avere contribuito a un eventuale cambiamento. E con quali conseguenze per la salute dell’uomo moderno.

Così un gruppo di studiosi americani di Nord, Centro e Sud America, guidati da José Clemente e Maria Dominguez-Bello, hanno organizzato una spedizione in un villaggio della giungla amazzonica (che non era presente su alcuna mappa ed è stato individuato solo recentemente durante una ricognizione militare) dove alcune tribù di Yanomami hanno conservato le abitudini di vita di migliaia di anni fa (più di undicimila: sono ancora un popolo di cacciatori-raccoglitori). Sul posto hanno prelevato campioni della flora batterica presente sulla cute, in bocca e nell’intestino di 34 persone, con età compresa fra i 4 e i 50 anni. E hanno poi eseguito il sequenziamento del materiale genetico (fra parentesi: il numero totale di cellule microbiche, presenti in un organismo umano, può superare di dieci volte il numero di cellule dell’organismo stesso).
Analisi genetiche
Le analisi hanno dimostrato la presenza di geni di resistenza agli antibiotici, ma anche una grande varietà fra le specie di microrganismi isolate. Punto primo: come spiegare i geni di resistenza agli antibiotici (identificati, in particolare, in un batterio dell’intestino, l’Escherichia coli che oggi nel mondo occidentale è responsabile di molte infezioni, soprattutto delle vie urinarie) visto che gli Yanomami non sono mai venuti a contatto con farmaci? I ricercatori pensano che sia la conseguenza di uno scambio fra i batteri dell’organismo umano e quelli dell’ambiente che (si è già visto) sono portatori di geni di resistenza. Geni che si sviluppano (si può ipotizzare) perché nell’ambiente altri batteri producono spontaneamente antibiotici (i chemioterapici, invece, sono anti-infettivi di sintesi) che possono quindi stimolare le resistenze in altri microrganismi.
Variabilità
Punto secondo: come mai la varietà dei germi, presenti nella tribù Yanomami, è molto più ampia di quella degli occidentali, americani in particolare? Una probabile spiegazione sta nel fatto che questa popolazione (che non porta vestiti e vive in villaggi) è più esposta alla colonizzazione dei batteri dell’ambiente. Questa grande variabilità presenta qualche vantaggio: per esempio, esistono geni batterici che proteggono gli Yanomami dall’insorgenza di calcoli renali e che si sono persi nell’uomo moderno.
Vita occidentale
Una domanda allora: la perdita di questa diversità è colpa degli stili di vita occidentali? L’argomento è ancora tutto da studiare, ma sembrerebbe di sì. Un’altra ricerca, condotta da canadesi su una popolazione della Papua Nuova Guinea e pubblicata su Cell Reports, conferma che il cambiamento delle condizioni di vita e delle abitudini quotidiane ha un impatto sul microbiota. «La dieta, il miglioramento delle condizioni igieniche e l’uso di antibiotici sono fra i fattori che possono determinare una minore variabilità fra le specie batteriche del microbiota - ha commentato Jens Walter dell’University of Alberta (Canada) .

Ed è probabile che questa perdita di biodiversità possa contribuire all’aumento delle malattie croniche nel mondo industrializzato». Spetta adesso ai ricercatori sfruttare le informazioni che emergono dagli studi sul microbiota per capire meglio l’origine di certe patologie e trovare nuove terapie o nuovi mezzi per combattere le resistenze batteriche che stanno rendendo gli antibiotici attualmente disponibili sempre più inefficaci.