venerdì 17 aprile 2015

Caso Moro, parla il generale: "Conoscevamo il covo delle Br"

Andrea Riva - Ven, 17/04/2015 - 15:04

Nicolò Bozzo, braccio destro di Carlo Alberto Dalla Chiesa, si confessa: "Comunicammo il luogo di prigionia di Moro. Ci fecero il vuoto attorno"

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Il generale Nicolò Bozzo, classe 1934, era il braccio destro di Carlo Alberto dalla Chiesa e ha rilasciato un'intervista a Il Fatto Quotidiano in cui racconta la sua verità sul rapimento e sull'omicidio di Aldo Moro. Bozzo dà delle informazioni importanti e allo stesso tempo inquietanti sull'affaire Moro, come questa riguardante alcuni ragazzi legati agli ambienti di sinistra che avevano iniziato a "fare un lavoro di muratura dentro un appartamento a Roma". Dove? In via Montalcini, dove fu preparato l'appartamento di dentenzione di Moro.

Quindi Bozzo afferma di aver denunciato il tutto "a chi di dovere": "Andai io personalmente dal capo di Stato maggiore dell’Arma, il generale Mario De Sena. Gli raccontai tutto, per noi era una notizia importante, ma lui, alla napoletana, mi rispose: ‘Guagliò quello delle Brigate rosse è un problema vostro, del Nord, qui a Roma di Brigate rosse non c’è traccia’. In pratica sottovalutò quella notizia, e con ciò non intendo dire che non volle approfondirla, in quel momento erano convinti che la Capitale non correva grandi pericoli. Subito dopo, però, ci fecero il vuoto attorno"

Dalla Chiesa inviò il generale Bozzo a Roma, ma non potè fare nulla: "Passavo le giornate con le mani in mano".

Pestaggi e vendette davanti all’asilo «Spari tra rom per la prostituzione»

Corriere della sera
di Andrea Galli

Villapizzone, «guerra» tra due famiglie di romeni. Distrutte le macchine parcheggiate

Si minacciano di morte urlando sulle scale e sui ballatoi dei palazzi (confinanti) dove vivono. Si inseguono per strada, in via Cretese, nella zona periferica di Villapizzone. I «soldati» metropolitani appartengono tutti a due clan, numerosi e incattiviti. Sono rom di nazionalità romena. Entrati in guerra per il «controllo» di alcune ragazze che si prostituiscono ai loro ordini. La polizia è già intervenuta e continua a farlo.

Gli immigrati non hanno la minima intenzione di abbassare i toni e il livello dello scontro. Prima c’erano state le macchine dei «nemici» parcheggiate che sono state distrutte. Poi ci sono stati gli scontri fisici, con risse anche di venti, trenta persone per parte. Forse soltanto la fortuna ha impedito che cadesse per terra qualche morto (magari per un colpo di pistola oppure per una coltellata), sia tra gli stessi protagonisti sia tra gli innocenti. Per esempio i bambini e i genitori del vicino asilo nido.

La situazione, viene detto in quartiere, è tesissima. Che non si riesca più a vivere nei due condomìni abitati dai clan è una cosa nota da tempo. Ma che la faida sia esplosa con velocità e impetuosità è un’altra storia. Quale sarà la prossima mossa? Chi colpirà di nuovo per primo? Ci sono propositi di vendetta che «covano»? Gli accertamenti compiuti fin qui dai poliziotti del commissariato di Quarto Oggiaro escludono al momento categoricamente che vi siano «punti di contatto» tra i clan e il vicinissimo e bellicoso campo rom di via Negrotto,

peraltro noto per la «resistenza» contro le pattuglie che entrano per far controlli e per arrestare, e altrettanto noto perché spesso viene utilizzato per «imboscare» armi servite per le rapine. Proprio in via Negrotto sono state condotte delle ricerche per accertare che i clan non abbiano nascosto eventuali arsenali. I risultati sono stati negativi. E, bisogna ribadirlo per evitare che a Villapizzone deflagrino speculazioni e strumentalizzazioni che fanno soltanto male, il campo rom non c’entra nulla. Almeno per questa volta.

Va da sé che i poveri residenti, tra le problematiche perenni dell’insediamento di via Negrotto, che nonostante tutto continua a rimanere «aperto» essendo regolare, e tra questo nuovo fronte di paura, non sanno più come chiedere aiuto. Anche se il Comune, nella persona dell’assessore alla Sicurezza Marco Granelli, è in costante contatto con il dottor Antonio D’Urso, che dirige il commissariato di Quarto Oggiaro. E ci sono naturalmente le proteste dei cittadini, a cominciare dalle mamme che vivono con angoscia l’accompagnamento all’asilo dei loro figli. I residenti hanno anche denunciato sparatorie, smentite dai poliziotti. Nelle ultime ore altri «blitz» degli agenti per convincere i clan a smetterla potrebbero aver calmato le acque. Il problema rimane però uno: i rom se la sono giurata.

17 aprile 2015 | 10:19

Rom, Buonanno lancia l'esercito del sindaco: "Manganello per chi sgarra"

Sergio Rame - Ven, 17/04/2015 - 18:06

Il leghista: "Il mondo senza rom sarebbe un mondo migliore, saremmo tutti più tranquilli". E tuona: "Sono la feccia della società"


"Il mondo senza rom sarebbe un mondo migliore, saremmo tutti più tranquilli". Ai microfoni della Zanzara su Radio 24, Gianluca Buonanno torna a gambatesa sulla polemica che la scorsa settimana ha travolto Matteo Salvini per aver detto che vorrebbe "radere al suolo" tutti i campi nomadi.
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L'europarlamentare leghista, che è anche primo cittadino di Borgosesia, rilancia e annuncia di voler formare "l'esercito del Sindaco, con volontari armati di manganello". "Se uno sgarra - avverte - è pronto il manganello". "Metterei la firma per Italia libera dai rom", aggiunge ancora ai microfoni l'esponente del Carroccio spiegando che, nonostante le forze dell’ordine facciano ancora difficoltà a tener sotto controllo la situazione, "la gente vuole sicurezza".

Durante la puntata della Zanzara, Buonanno non ha parlato soltanto di rom ma si è soffermato anche sulle recenti polemiche legate alla sentenza della Corte di Strasburgo sugli scontri alla scuola Diaz durante il G8 di Genova. L'esponente leghista ci tiene subito a chiarire che difendo la polizia, anche sull’irruzione alla Diaz.  

"Hanno fatto bene a fare l’irruzione - tuona - non si sapeva cosa ci fosse dentro, le manganellate, se le hanno date, ci sarà stato un motivo. Avranno fatto - dice dei feriti - cose che non dovevano fare. Non erano tutti dei santi. I centri sociali e i No Tav sono come i rom: la feccia della società, tirano pietre e bombe carta". E ancora: "Non credo che nessun poliziotto si metta ad aggredire uno tranquillo che dorme e gli tira delle stangate. Io non ci credo".

In chiusura di trasmissione, infine, Buonanno fa pure una "dedica" anche per Carlo Giuliani: "Le scuse non si devono dare. Siamo riusciti a dedicare una sala in Parlamento a questa persona, Giuliani. È il padre che si deve scusare per quello che ha fatto il figlio. Io mio figlio - dice a proposito del giovane morto nel corso degli scontri - non lo avrei fatto uscire di casa fino alla maggiore età".

Caro poliziotto, tieni la tua idea. Semmai cambia giornale e partito

Alessandro Sallusti - Gio, 16/04/2015 - 14:46

Lettera aperta all'agente di polizia Fabio Tortosa


Oggi lo sappiamo: il poliziotto che ha fatto sapere, via Facebook, di essere orgoglioso di aver partecipato allo sgombero della Diaz durante il G8 di Genova non è un «fascista spontaneo», come lo aveva bollato a caldo Ezio Mauro, direttore di La Repubblica prima di sapere la verità, ma un sincero elettore del Pd e quindi immagino lettore di quel quotidiano.

Fabio Tortosa - questo il nome dell'agente - ha semplicemente rivendicato che i poliziotti non sono una associazione di «torturatori», come parrebbe leggendo la recente sentenza del tribunale europeo su quei fatti, ma servitori dello Stato che anche quella notte di Genova, a stragrande maggioranza, fecero il loro dovere a norma di legge.

Mi piace questo ragazzo di sinistra che non cade nei luoghi comuni del giornale simbolo della sinistra salottiera, per il quale un poliziotto non può che essere uno sporco fascista. E dire che sono passati, evidentemente invano, cinquant'anni da quando Pasolini (scontri di Valle Giulia) mise in guardia i compagni dal considerare le forze dell'ordine dei nemici di classe al soldo dello Stato reazionario. Niente. Mauro è fermo al Sessantotto da lui tanto amato: fascisti non solo sono i poliziotti, ma chiunque non la pensi come il coro.

Figuriamoci poi se uno, come ha fatto Tortosa, mette in dubbio il valore di una sentenza pronunciata dal dio Europa. Ma se così è, mi aspetto che Mauro bolli come «fascisti spontanei» anche altri due signori, Gian Carlo Caselli (procuratore capo di Torino) e Antonio Ingroia (ex magistrato e politico fallito). I due ieri hanno infatti contestato la sentenza della Corte europea che ha annullato la condanna, frutto di una loro inchiesta per mafia, contro Bruno Contrada, anche lui (capo) poliziotto.

Pure Contrada fu torturato ingiustamente dallo Stato, gli sono stati tolti libertà, dignità e onore da magistrati che fecero male il loro lavoro. Come la mettiamo? Il povero poliziotto Tortosa, che non ha mai torto un capello ad alcuno, può essere linciato e costretto alle scuse (qualcuno invoca le dimissioni) mentre Caselli e Ingroia possono continuare a farla franca come se nulla fosse? Caro Fabio Tortosa, ti prego: niente scuse e non cambiare idea. Fai meglio a cambiare giornale e partito. Pensaci, noi siamo qui.



Il "fascista" della Diaz ha votato Pd

Redazione - Gio, 16/04/2015 - 11:02

Il poliziotto difende le forze dell'ordine e la sinistra lo lincia. Lui replica: "Sono un dem". E chiede scusa al padre di Giuliani
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Il giorno dopo piove fango. Le frasi dell'agente Tortosa lasciano il segno, tanto che lui stesso fa un passo indietro. Il commento su Carlo Giuliani «è la cosa di cui più mi rimprovero e della quale non riesco a darmi pace». Lo ha detto intervenendo a Sky TG24 Pomeriggio Fabio Tortosa, autore del post Facebook sulla Diaz che ha suscitato polemiche.

Tortosa aveva scritto tra l'altro: «Carlo Giuliani fa schifo e fa schifo anche ai vermi sottoterra». Al padre di Giuliani l'agente dice: «Ho sbagliato e sono prontissimo a chiedere di nuovo scusa». A proposito delle parole del padre di Carlo Giuliani, che ha chiesto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di chiedere scusa a Carlo Tortosa ha spiegato: «Non so se al signor Giuliani basteranno le scuse di un uomo dello stato che non ne è il capo, ma la colpa di quello che ho scritto è mia». «Ho perso un fratello di 15 anni - ha proseguito - e so cosa significa per una madre e un padre sopravvivere al proprio figlio. Ho sbagliato e sono prontissimo a chiedere di nuovo scusa».

Giuliano Giuliani, padre di Carlo, ucciso durante i disordini del G8 del 2001 a Genova, aveva chiesto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una lettera aperta se non ritenga di dover «chiedere scusa a Carlo in nome dello Stato» per le «offese insopportabili» rivolte a suo figlio da un agente di polizia di Stato. «Come Lei certamente sa - scrive Giuliani nella lettera a Mattarella - un agente della Polizia di Stato oltre a rivendicare con orgoglio la sua partecipazione alla “macelleria messicana” della Diaz ( l'espressione fu usata durante la testimonianza dal vice questore Michelangelo Fournier) ha rivolto a mio figlio Carlo offese insopportabili». «Concorderà con me, Esimio Presidente - prosegue nella lettera Giuliani - che un agente in servizio è un rappresentante dello Stato.

Da qui la domanda che mi permetto di rivolgerLe non ritiene che Lei dovrebbe chiedere scusa a Carlo in nome dello Stato? L'agente Tortosa difende la polizia e dice: «Perchè noi siamo stati trattati come torturatori e colpevolizzati, mentre vedo che intitolano un'aula della Camera a Carlo Giuliani. È uscita fuori la pancia, di questo mi posso scusare, ma bisogna tenere conto di quello che abbiamo passato». Tortosa un fascista, uno di destra?: «No, no. Pensate che alle ultime elezioni ho votato Pd». Nella polemica entra anche il leader della Lega Salvini che su Facebook scrive: «Contro i violenti che vanno in piazza a volto coperto, con i bastoni e le spranghe... io sto con il poliziotto e il carabiniere! sempre».

Il segretario del Prc Paolo Ferrero dice: «Le parole del poliziotto sono il segno che una parte delle forze dell'ordine è malata di fascismo e di presunzione di impunità nell'abuso della forza». Interviene anche Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, arrestato per droga nel 2009 e morto una settimana dopo: «Vorrei chiedere all'on. Ferranti, presidente della commissione giustizia, se sono questi i rappresentanti dei sindacati che sono stati sentiti in audizione mentre si discuteva il disegno di legge sulla tortura». Poi la Ferranti: «No, il poliziotto non è stato audito ».



Diaz, il poliziotto sospeso per aver detto la verità

Andrea Indini - Gio, 16/04/2015 - 17:10

Ritorsione sull'agente che su Facebook

ha difeso l'operazione della polizia alla scuola Diaz. Alfano esulta pure: "Abbiamo fatto bene"

"Mi auguro che Carlo Giuliani sotto terra faccia schifo anche ai vermi". Poi le scuse: "Quel commento è la cosa di cui più mi rimprovero e della quale non riesco a darmi pace.

Ho sbagliato". Fabio Tortosa ha fatto marcia indietro sul no global morto durante il G8 di Genova.
Ma non si è mosso di un millimetro per quanto riguarda l'operazione alla scuola Diaz: "Non mi pento di nulla. Non ho ecceduto nell’uso della forza ma ho posto in essere tutte le azioni previste dai protocolli operativi. così come hanno fatto i miei compagni". Non ha ritrattato perché ha detto la verità. E, per questo, oggi è mstato sospeso dal servizio.

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Su Facebook Tortosa ha rivendicato con orgoglio l'operazione della polizia alla scuola Diaz. Una verità sacrosanta, la sua, che fa inorridire la sinistra e che, per questo, gli è costata la sospensione. Non appena il post è divenuto di dominio pubblico e i giornali progressisti hanno iniziato un linciaggio mediatico senza precedenti, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha avviato un'azione disciplinare nei suoi confronti. Ieri il capo della Polizia Alessandro Pansa ha fatto sapere che gli accertamenti serviranno ad "adeguare nella severità l’azione disciplinare alla gravità di quando emerso" sia "nei confronti dell’autore del post che nei confronti di tutti coloro che, se appartenenti alla Polizia di Stato, hanno effettuato commenti censurabili".

Così, dopo aver affidato una lettera a Repubblica per assicurare che "non ci sarà mai più un’altra Diaz" , Pansa ha annunciato la sospensione dal servizio di Tortosa e firmato il provvedimento per sollevare dall'incarico anche il dirigente del Reparto Mobile di Cagliari Antonio Adornato per aver messo un like al post. "È un provvedimento sproporzionato, visto che non si capisce quale potrebbe essere l’articolo del regolamento disciplinare che avrei violato - ha commentato Tortosa - comunque ormai il danno è fatto, mi tutelerò nelle sedi legali".

Quella di Pansa altro non è che una ritorsione prettamente politica che finisce per punire un poliziotto definito da tutti "un professionista dell’ordine pubblico". "L’aggressione mediatica rivolta verso un poliziotto che ha avuto la colpa di esprimere un suo pensiero su Facebook - tuonano i colleghi di Tortosa - dimostra quanto sia ormai violenta la caccia alle streghe scatenata contro gli uomini in divisa". A festeggiare ci pensa, invece, il ministro dell'Interno Angelino Alfano che, dopo la sospensione di Tortosa, ha twittato compulsamente: "Abbiamo fatto presto e bene".



G8, Tortosa: "Io frainteso, ho votato Pd"

Mario Valenza - Mer, 15/04/2015 - 17:29

"Io di destra? No, ho votato Pd". Lo ha dichiarato a La Zanzara su Radio 24, Fabio Tortosa il poliziotto del Nucleo Celere che era alla Diaz la notte del blitz, che ha definito "azione ineccepibile"

"Io di destra? No, ho votato Pd". Lo ha dichiarato a La Zanzara su Radio 24, Fabio Tortosa il poliziotto del Nucleo Celere che era alla Diaz la notte della macelleria messicana, che ha definito "azione ineccepibile".

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"Non mi pento di nulla - ha aggiunto - non ho spaccato teste". "Torture? Non lo so, io non le ho viste - ha affermato - altrimenti sarei intervenuto. Ma so che il numero dei refertati è incongruo con il numero di persone fermate dal VII nucleo. I feriti erano di più. Ho assistito a tutta l'operazione, non abbiamo ferito le persone come poi è venuto fuori. Noi con le violenze non c'entriamo, non abbiamo spaccato le teste".

Nella scuola, secondo Tortosa, c'erano molti poliziotti anche in borghese ma "gli unici identificabili eravamo noi e servivano dei responsabili". Poi ricostruendo l'irruzione ha raccontato: «il cancello della Diaz era chiuso, lo abbiamo forzato e poi abbiamo forzato il portone d'ingresso. Nessuno dormiva, hanno raccontato bugie. Abbiamo trovato una resistenza dentro la scuola, già dalle finestre piovevano degli oggetti. Obiettivo era partire da ultimo piano e portare tutti i fermati all'interno della palestra, un'operazione durata meno di sei minuti. Poi ci hanno ordinato di uscire". "Abbiamo usato il manganello, certo - ha detto ancora - ma all'interno delle regole. E per sconfiggere la resistenza, fermare le persone e radunare i 93 occupanti nella palestra.

Poi per l'identificazione sono rimasti altri agenti per un'ora dentro la Diaz". Tortosa ha anche spiegato perché ha scritto "Carlo Giuliani fa schifo e fa schifo anche ai vermi sottoterra", "noi - ha detto - siamo stati trattati come torturatori e colpevolizzati, mentre vedo che intitolano un'aula della Camera a Carlo Giuliani. È uscita fuori la pancia. Di questo mi posso scusare, ma bisogna tenere conto di quello che abbiamo passato". Infine a Sky TG24 Tortosa ha spiegato: "sono sorpresissimo di tutto questo clamore, visto che quanto ho scritto non è apologia di reato, ma il ribadire la propria totale estraneità ai fatti che sono emersi in sede processuale".

Landini e la sua Fiom “asfaltati” definitivamente da Marchionne

Pierluigi Bonora

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Ieri Sergio Marchionne, ad di Fca, ha asfaltato definitivamente Maurizio Landini, il quale. più che leader della Fiom, ormai è sempre più un collezionista di sconfitte come capo di questo sindacato. Ieri per lui è arrivato il probabile colpo del ko dopo che Marchionne, incontrando i sindacati firmatari degli accordi aziendali (tutti eccetto Fiom e Cobas), ha annunciato  che i 48mila dipendenti di Fiat Chrysler Automobiles in Italia parteciperanno ai risultati del gruppo e avranno dei premi legati all’andamento dell’azienda.

In media potranno ricevere 7.000 euro in quattro anni. L’operazione avrà un costo per Fca di oltre 600 milioni nel periodo. Spedito Landini al tappeto, Marchionne ha voluto anche infierire, affermando che «negli scorsi anni Fca ha dovuto fare i conti con un sistema di relazioni industriali stagnante basato su sterili contrapposizioni tra capitale e lavoro. Quei giorni sono finalmente finiti». Il riferimento è più chiaro. A questo punto, all’interno della Fiom dovrebbe partire – in democrazia (?) – una resa dei conti, vista la sconfitta di Landini su tutta la linea. Sarà così?

Il dovere di ammettere l'errore

Piero Ostellino - Gio, 16/04/2015 - 07:00

I magistrati Lo Voi e Ingroia se la sono presa con la Corte europea dei diritti dell'uomo che ha condannato l'Italia per il processo e i dieci anni inflitti a Bruno Contrada per concorso esterno in associazione mafiosa e per l'invito al suo risarcimento.
 
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La reazione è comprensibile e persino giustificabile: a nessuno piace sia giudicato il proprio lavoro, tanto meno se esercitato «in nome del popolo italiano», la qual cosa mette in discussione addirittura una delle funzioni più importanti dello Stato. Meno giustificabile e comprensibile è, peraltro, la giustificazione addotta: che una sentenza vada rispettata è fin troppo ovvio, ma che non debba essere valutata nel merito è qualcosa che va oltre l'ovvietà. E qui, come si suol dire, casca l'asino. Una sentenza è il prodotto di un processo, cioè è una verità giudiziaria, frutto di un dibattimento; non è una Verità assoluta, non è il giudizio di Dio.

Pertanto, è rispettabile – ci mancherebbe - ma rimane valutabile come qualsiasi altra verità relativa frutto dell'azione umana. Poiché gli uomini si sbagliano, possono sbagliarsi, è naturale che anche dei magistrati si possano sbagliare ed è del tutto ovvio si possano valutare le loro sentenze; che lo possa poi fare una istanza giurisprudenzialmente superiore, e di garanzia, come la Corte europea dei diritti dell'uomo, è poi nell'ordine delle cose nel mondo moderno. Se no, che ci sta a fare e quali garanzie si hanno se non può valutare il merito delle sentenze?

Come si vede, la questione non mette in discussione l'autonomia della magistratura, né, tanto meno, ne mette in dubbio la funzione. È una questione filosofica, se vogliamo, di filosofia del diritto o, se si preferisce, procedurale. Se ne rispetti, dunque, l'autonomia, le si riconosca l'alta funzione che esercita, ma non se ne trasformino le sentenze, da parte degli stessi interessati, in una verità indiscutibile, una sorta di giudizio di Dio. Come tutti gli uomini, anche dei magistrati si possono sbagliare, e qualche volta si sbagliano. Organi come la Corte europea dei diritti dell'uomo, sul piano sovrannazionale, o la Cassazione, su quello interno, sono previsti e svolgono un ruolo proprio come garanzia contro l'errore.

Se anche i magistrati entreranno in quest'ordine di idee - abbandonando quella certa presunzione di infallibilità che affiora non di rado dalle loro stesse dichiarazioni - a guadagnarne, oltre la maggiore credibilità del sistema, sarebbe la stessa magistratura. Che non sarà più esposta alle critiche cui essa è sottoposta anche quando ha ragione.

Mi rendo conto che il mio suggerimento non sia facilmente accoglibile da parte di chi è perennemente chiamato ad assolvere la delicata – «terribile», la chiama Montesquieu – funzione di giudicare. Ma mi pare anche la sola soluzione di un problema che, altrimenti, minaccia di minare la legittimità e la credibilità della nostra giustizia. Personalmente, sono contrario alla responsabilità civile del giudice e penso che essa dovrebbe essere fatta risalire al sistema giudiziario nel suo complesso, cioè allo Stato.

Così come è chiamato a giudicare, le sue sentenze dovrebbero essere sempre esposte al giudizio di merito ed esso stesso esserne chiamato eventualmente a risponderne, in caso di errore, compreso il risarcimento dei danni che ne deriverebbero. Capisco anche che, in tal modo, si creerebbe un'altra burocrazia alla quale, per di più, sarebbe devoluto il compito di esprimersi su una materia tanto sensibile. Se qualcuno ritiene improponibile il suggerimento e ha di meglio da suggerire, lo dica...

piero.ostellino@ilgiornale.it

Porte aperte ai profughi (ma non a casa sua) È il buonismo di Alfano

Carola Parisi - Ven, 17/04/2015 - 08:23

Sempre più spesso i disperati vengono dirottati a Pozzallo, nonstante il centro sia già pieno. Fini: "Sarkozy mi ha detto: fermiamo Schengen"

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Una situazione non più al collasso, ma già collassata da giorni. L'ondata di immigrazione che si sta abbattendo sulle coste della Sicilia è fuori controllo. Le strutture scoppiano, i posti sono finiti. E davvero non ci si può più stringere. La tensione sale e sta mettendo a dura prova i nervi di tutti.
Non solo degli italiani. «Ieri ho incontrato Sarkozy il quale, da bravo politico che difende gli interessi nazionali ma crede nell'Europa, mi ha detto che dobbiamo sospendere Schengen», ha detto ieri sera Gianfranco Fini a Lilli Gruber in Otto e Mezzo su La7. Ancora secondo Fini bisognerebbe istituire il «blocco navale». «Renzi deve scendere dal pero ed essere decisionista in Europa come è decisionista in Italia: vada a Bruxelles a dire che non siamo più in grado di rispettare il trattato di Dublino».
Misure drastiche. Che non sembrano alla portata del governo. Né tanto meno del ministro degli Interni, Angelino Alfano, che ieri però ha trovato modo di scontrarsi con il prefetto di Ragusa, Annunziato Vardè. Al ministero non sanno che pesci prendere. Anzi, che barcone non prendere.

E chiunque risponda ai telefoni della Capitaneria di porto o della in prefettura può dire una sola cosa: «Non sappiamo nulla». L'ennesimo carico di migranti: 301 persone. E non si sa dove metterli.
In principio, nella mattinata di ieri, destinati alla più vicina città di Porto Empedocle. Poi, contrordine: non si sbarca. Il centro d'accoglienza straborda, come del resto tutte le altre strutture della Sicilia. Certo, maliziosamente, sembra che la zona dell'Agrigentino riceva frequenti «grazie» da parte del Viminale e in particolare da Alfano.

Ma il fatto che sia proprio la terra natìa del ministro, sicuramente, non ha nulla a che vedere con queste decisioni. «Spediamoli a Pozzallo», viene ordinato dai piani alti. Decisione che arriva dopo tre ore in cui la nave con a bordo i migranti viene lasciata in mare in balìa della totale disorganizzazione dell'emergenza. Nessuno sembra considerare che il Cpa del massacrato porto ragusano può contenere 180 persone. Ieri mattina ce n'erano 450 e 301 stavano per arrivare.

Il panico bussa all'ufficio del sindaco di Pozzallo, Luigi Ammatuna. Situazione infuocata e telefoni bollenti anche in prefettura. Fino alle 17 i volontari della Protezione civile sanno che, dalla nave Fiorillo ancora a largo, scenderanno solo i migranti in pessime condizioni di salute. Pochi minuti dopo la Capitaneria di porto diffonde la notizia che tutto è pronto per lo sbarco dei 301 migranti. Ma, dopo neanche un'ora, contrordine. Di nuovo. La nave resta in rada davanti al porto di Pozzallo ma nessuno sbarco.

Comincia la spola del personale medico a bordo della nave che ha recuperato i migranti. Ci sono siriani, somali ed eritrei. Una donna incinta e una bambina vengono trasportate all'ospedale di Modica per controlli. Alla cooperativa che gestisce i pasti del centro viene ordinato di preparare panini e acqua da portare sull'imbarcazione. Lo sbarco è previsto per l'alba di oggi, anche se è difficile, anzi, impossibile, immaginare dove verranno sistemati.

La prossima settimana Alfano vedrà a Roma il commissario Ue all'immigrazione, Dimitris Avramopoulos, al quale chiederà proprio un maggiore impegno a sostegno dell'Italia. L'ennesima richiesta, l'ennesime mani giunte, l'ennesima genuflessione ai piedi di un'Europa sorda, incapace di dare forma ad una soluzione. Un po' come il ministero degli Interni.

Mistero risolto: le dita scrocchiano grazie alle bolle nelle nocche

La Stampa
vittorio sabadin

Un test inglese risponde a una domanda che durava da 77 anni

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Nelle nocche della mano le ossa sono unite da muscoli e tendini. Le giunture sono ricoperte da una cartilagine e lubrificate dal liquido sinoviale, una sostanza composta da acqua, acido ialuronico, glicoproteine e ioni. Siamo abituati a pensare che la scienza si occupi solo di problemi molto seri, come i confini dell’Universo o della mente, ma ci sono migliaia di questioni altrettanto rilevanti dibattute nei centri di ricerca, spesso senza trovare una soluzione. Una di queste era la risposta alla fondamentale domanda: perché le dita della mano scrocchiano quando le tiriamo?

Il problema non è semplice. Se ne parla da 77 anni, da quando un medico tedesco, il professor Nordheim, studiò per primo il fenomeno con la modesta tecnologia disponibile nel 1938. Le sue conclusioni furono contestate da una ricerca del St. Thomas Hospital di Londra nel 1947, a sua volta smentita nel 1971 da un’indagine dell’Università di Leeds. Ma ora, grazie a un esperimento condotto con la risonanza magnetica dall’Università di Alberta a Edmonton, in Canada, sappiamo finalmente perché le dita scrocchiano. 

La ricerca, pubblicata su «Plos One», è stata condotta da Greg Kawchuck, un medico ossessionato dal problema. Ne aveva parlato con un amico chiropratico, Jerome Fryer, un fanatico dello scrocchiamento, che ha prestato le sue dita alla scienza per sottoporle a un tiraggio artificiale nello scanner della risonanza magnetica. Ora sappiamo con certezza che l’Università di Leeds aveva torto, e che il St. Thomas Hospital si era invece avvicinato alla verità. 

Quello che avviene nelle giunture ha più a che fare con le leggi della fisica dei liquidi, con le bibite gasate e con il lavaggio dei piatti di vetro che con la medicina. Nelle nocche della mano le ossa sono unite da muscoli e tendini. Le giunture sono ricoperte da una cartilagine e lubrificate dal liquido sinoviale, una sostanza composta da acqua, acido ialuronico, glicoproteine e ioni. Al St. Thomas Hospital, applicando una trazione di sette chili a un dito, si era notato già nel 1947che la giuntura nella nocca si discostava di circa mezzo centimetro, creando una depressione nel liquido sinoviale che favoriva la formazione di bolle. 

A Leeds si era pensato che fosse l’esplosione di queste bolle a causare il rumore delle dita scrocchiate, ma non è così. Le dita di Fryer, tirate da un artigianale dispositivo di trazione, hanno dimostrato che è la formazione stessa delle bolle a causare il rumore, esattamente come avviene quando, aprendo una bibita, la pressione diminuisce, causando il tipico gorgoglio. Le bolle nel liquido sinoviale sono formate da idrogeno e ossigeno che si combinano e tornano al loro stato precedente dopo che il dito è stato scrocchiato. Questo dà una risposta a un’altra domanda: perché non si può fare scrocchiare lo stesso dito due volte di seguito. Bisogna aspettare che l’idrogeno e l’ossigeno tornino a mescolarsi nel liquido sinoviale per poter formare nuove bolle. 

La scoperta può essere illustrata pensando a un noto fenomeno della fisica, la tribonucleazione dei piatti di vetro nel lavello. Chiunque avrà notato che due superfici di vetro bagnato creano una tensione e che per staccarle è necessario esercitare una forza che crea una rumorosa bolla nel sottile strato d’acqua che le unisce. Lo stesso avviene, in pratica, nelle nocche sottoposte a una trazione: all’inizio fanno resistenza, poi si sbloccano improvvisamente. 

Ma la ricerca non è finita. Resta da scoprire per quale ragione le dita scrocchiano in alcuni individui e in altri no: in Canada già si cercano altri volontari.

Cina, sette anni di prigione per anziana giornalista Gao Yu

Corriere della sera

La veterana dell’informazione ha 71 anni ed è stata «punita» per aver rivelato il contenuto del documento nel quale il partito si scaglia contro la democrazia

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L’ anziana giornalista cinese Gao Yu è stata condannata a sette anni di prigione per aver diffuso un documento interno del Partito Comunista Cinese (Pcc). Secondo l’accusa Gao sarebbe la fonte che ha rivelato alla stampa internazionale il contenuto del documento n.9, nel quale il Partito si scaglia contro i concetti di democrazia, di valori universali, di libertà civili e di libera stampa, giudicandoli «pericolosi» per la sua sopravvivenza. Gao Yu, ha detto il suo avvocato Mo Shaoping, si è dichiarata innocente. La pesante condanna inflitta alla veterana dell’ informazione, che ha 71 anni, si inquadra nell’ ondata di repressione del dissenso lanciata negli ultimi due anni dal gruppo dirigente cinese.

17 aprile 2015 | 06:19

Incomprensioni e multe miliardarie fra l’Ue e i giganti del digitale

La Stampa
luigi grassia

Con Google nel mirino Microsoft, Apple e altri protagonisti della new economy

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Per i giganti americani sembra un vizietto quello di sfidare le regole antitrust europee (come adesso viene accusata di fare Google) ma forse dobbiamo cambiare prospettiva: c’è un’incompatibilità di base fra le norme europee e la filosofia d’impresa delle varie Google, Microsoft, Apple eccetera, insomma delle protagoniste della new economy, e questo spiegherebbe come mai mesi o anche anni di trattative con la Commissione di Bruxelles sfocino quasi sempre nel nulla e alla fine arrivino le multe, nonostante il fatto che le parti al tavolo del negoziato abbiano tutto l’interesse a raggiungere dei compromessi ragionevoli.

Fra interlocutori che ragionano in maniera totalmente differente l’accordo non si trova. E ovviamente sono gli americani a doversi adeguare alle nostre regole in Europa, finché in casa nostra comandiamo noi: «Dobbiamo costringere Google a seguire le nostre regole» ha detto ieri, con una certa enfasi, il commissario europeo Oettinger. E l’esempio vale per tutti.

Un record di sanzioni è stato inflitto da Bruxelles alla Microsoft: in un decennio l’azienda di Bill Gates ha dovuto pagare in Europa un paio di miliardi di euro per irregolarità varie. A dare il via alla girandola è stato nel 2004 Mario Monti, allora commissario alla Concorrenza, che inflisse alla Microsoft una supermulta di 497 milioni, poi ribadita e appesantita nel 2007. Altre botte hanno arrotondato il conto.

Il Garante europeo ha avviato anche alcune inchieste per aiuti di Stato illegali, una delle quali rivolta alla Apple: una lettera alle autorità irlandesi ha sollevato dubbi su presunti vantaggi fiscali da norme ad hoc. La stessa Apple che pare sia nel mirino per gli accordi che ha stretto con le case discografiche per lanciare il suo nuovo servizio di streaming musicale.

Di recente la Commissione Ue ha multato per 138 milioni Infineon, Philips, Samsung e Renesas (all’epoca una joint-venture di Hitachi e Mitsubishi) per un cartello nel settore dei chip per smart card. E anche se non su tratta di aziende direttamente attive nel digitale, l’anno scorso la Commissione ha inflitto una sanzione complessiva di 302 milioni di euro a un gruppo di sei società europee, tre giapponesi e due sudcoreane, ritenute responsabili di aver costituito un cartello nel settore dei cavi elettrici per l’alta tensione sotterranei e sottomarini.

Quel 16 aprile del ’73 a Primavalle: due giovani morti e tanta (troppa) propaganda

La Stampa
mattia feltri

Dopo la morte dei due fratelli Mattei nell’incendio, si gridò da subito al “delitto nazista”. Per lungo tempo si continuò a parlare di “faida di destra”, anche se la spedizione portava la firma di Potere Operaio

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Come è stato scritto, bisogna capire il clima. Erano gli anni in cui giravano appelli contro lo Stato ladro e capitalista firmati da decine d’intellettuali. Gli anni delle sedicenti Brigate rosse, la favoletta per bambini, come scrisse un giornalista onesto ma incontenibile come Giorgio Bocca. Si diffondeva con toni saccenti il postulato secondo il quale i comunisti no, certe cose non le facevano, erano l’esclusiva dell’infamia fascista, morbo immortale d’Italia.

Così, quando quarantadue anni fa i fratelli Virgilio e Stefano Mattei, di 22 e di 8 anni, morirono atrocemente nel rogo di casa loro a Primavalle, il Manifesto titolò: “Assassinati due figli del segretario del Msi di Primavalle in un incendio doloso. È un delitto nazista. Fermato un fascista”. Era stata invece una spedizione di Potere Operaio, protagonisti Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo. I tre versarono alcuni litri di benzina sotto la porta dell’appartamento dove lo spazzino Mario Mattei – segretario della sezione Giarabub del Movimento sociale – viveva con la moglie Annamaria e con i sei figli; oltre a Virgilio e Stefano, c’erano Silvia (19 anni), Lucia (15), Antonella (9) e Giampaolo (3). Si salvarono fortunosamente, tranne Virgilio e Stefano, che rimasero intrappolati in casa.

Prima di andarsene, i tre di Potere operaio scrissero sul marciapiede la rivendicazione: “Morte ai fascisti, colpiti dalla giustizia proletaria”. Non bastò. Si andò avanti a lungo a parlare di faida di destra, e non soltanto sul Manifesto. Il Messaggero propose una lunga inchiesta tesa a dimostrare che la scritta sull’asfalto e altri indizi erano banali tentativi di sviare dalla matrice fascista. Altre testate, e tanti altri pensatori, non si discostarono di molto.

Andate su Google, vedrete la foto di Virgilio carbonizzato. Il suo fratellino non si vede, è accucciato lì sotto in cerca di protezione, carbonizzato anche lui. E’ successo il 16 aprile del 1973, quarantadue anni fa.

@mattiafeltri



Da Mattei a Di Nella i morti dimenticati della destra
fabio martini

La “guerra civile” tra giovani di destra e di sinistra ha inizio nei primi anni Settanta. Per quaranta anni è come se fossero restati dei morti di “serie B”

Per quaranta anni è come se fossero restati dei morti di “serie B”. A lungo i giovani di destra caduti negli scontri di strada degli anni Settanta sono stati considerati - nell’immaginario collettivo della sinistra e di tanta stampa indipendente - come dei picchiatori che se la cercavano. Negli anni di piombo anche tanti militanti di sinistra caddero, ma mentre i compagni quasi sempre erano le “vittime”, i camerati sono passati alla storia come i carnefici: una lettura manichea sui terribili anni di piombo che ora, sia pure indirettamente, viene rivisitata e superata dalle parole del Capo dello Stato sui fratelli Stefano e Virgilio Mattei, i militanti dell’Msi morti nella loro casa di Roma per effetto di un rogo appiccato da un drappello di estremisti di sinistra.

Tra il 1972 e il 1983 venti giovani camerati, missini o vicini all’Msi, vengono assassinati, raramente per effetto di aggressioni promosse dalla destra, più spesso perché attaccati e uccisi da colpevoli che, talora, hanno finito per farla franca.

La “guerra civile” tra giovani di destra e di sinistra ha inizio nei primi anni Settanta: dopo aver vissuto per 25 anni in un ghetto separato da tutto e da tutti, l’Msi diventa un bunker assediato: sezioni attaccate (i compagni le chiamavano covi fascisti), ma anche cortei che si trasformavano in guerriglie urbane, agguati, spranghe che menavano botte micidiali, stragi. Una lunga striscia di sangue che inizia il 7 luglio del 1972, sul lungomare di Salerno: al termine di una rissa scoppiata per caso Carlo Falvella viene colpito al petto, aorta recisa.

Il suo cognome finisce per entrare in un terribile slogan del Movimento del 77: «Tutti i fascisti come Falvella, con un coltello nelle budella». Il 16 aprile 1973 i fratelli Mattei muoiono, nel rogo scatenato dai compagni di Potere operaio che volevano intimidire il papà di Stefano e Virgilio, che era segretario dell’Msi in un quartiere popolare di Roma, la borgata di Primavalle, fatta realizzare tanti anni prima da Mussolini ma che stava diventando di sinistra. Una lunga striscia di sangue che quasi sempre ha come scenario Roma, ma anche Padova, Pavia.

E Milano: il 29 marzo del 1975 la vittima è un ragazzo milanese di 18 anni, dai capelli lunghi: Sergio Ramelli. Luca Telese, nel suo “Cuori neri”, libro bello e fortunato dedicato ai delitti dimenticati degli anni di piombo, lo racconta così: «Sergio era riuscito a restare refrattario al furore ideologico del suo tempo» e nei «suoi ultimi giorni c’è qualcosa di stoico», «malgrado il moltiplicarsi delle minacce» e delle aggressioni: «a scuola lo insultano e lo prendono a calci», «incredibilmente non si lamenterà con i camerati», «terrà all’oscuro la famiglia. Fino a quando una sera, sotto casa, appena posato il motorino, due killer lo finiscono a colpi di chiave inglese.

Undici anni di delitti che in qualche modo formarono una generazione di futuri dirigenti politici. Ai funerali dei fratelli Mattei erano diventati amici due giovani camerati, che si chiamavano Gianfranco Fini e Maurizio Gasparri. Gianni Alemanno era diventato il miglior amico di Paolo Di Nella, l’ultimo giovane di destra assassinato nel 1983; un giorno Francesco Storace vide un proiettile forare il tabellone sul quale stava per attaccare un manifesto. In quegli anni nacque una comunità che, proprio perché cementata dal dolore e dal sangue, sembrava indissolubile. Una storia che si è simbolicamente spenta due giorni fa nello studio di un avvocato, col mesto scioglimento del Fli, raccolto a quel Gianfranco Fini che per un ventennio è stato il capo carismatico di una comunità che non c’è più.



Lollo lunedì in Procuraper il rogo di Primavalle
La Stampa

L'ex leader di Potere Operaio nel 2005 chiamò in causa tre persone mai entrate in indagini

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A 38 anni di distanza si riaccende la speranza di far luce sulla morte dei fratelli Stefano e Virgilio Mattei, uccisi a Roma nel rogo di Primavalle: lunedì Achille Lollo, ex leader di Potere Operaio, condannato a 18 anni proprio per il duplice delitto, ma con la pena prescritta, potrebbe dire la sua verità ai magistrati di piazzale Clodio.

Da alcuni mesi Lollo si troverebbe in Italia e lunedì sarà sentito dal Pm Luca Tescaroli con l’assistenza dell’avvocato Tommaso Mancini. Da sei anni la Procura di Roma ha tentato con rogatorie internazionali di ascoltarlo, ma senza successo poichè si era rifugiato in Brasile, dopo aver rilasciato un’intervista al Corriere della Sera chiamando in causa per il rogo tre persone mai entrate prima nelle indagini: Paolo Gaeta, Elisabetta Lecco e Diana Perrone. Tre persone che per quasi 40 anni hanno vissuto una vita normale; famiglie della Roma bene.

Nell’aprile del ’73 le indagini, affidate al sostituto procuratore Domenico Sica, si indirizzarono subito verso i ’durì di Potere Operaio. Il 7 maggio il pm, chiuse l’inchiesta individuando in Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo gli assassini. Il processo in Corte d’ Assise si concluse il 15 giugno 1975 con l’assoluzione per insufficienza di prove.

Lollo, Clavo e Grillo, liberi, subito si trasferirono all’ estero: il primo in Angola dove rimase dieci anni; Grillo in Svezia e poi in Nicaragua. Il 30 giugno 1981 la Corte d’ Assise d’ appello dichiarò nullo il processo, ma il 28 maggio 1984 la Suprema Corte di Cassazione stabilì che il processo di primo grado era valido: annullò la sentenza dell’81 e ordinò un nuovo processo che si svolse nel dicembre del 1986 davanti alla seconda Corte d’ Assise d’ Appello. Si concluse con la condanna dei tre a 18 anni per omicidio preterintenzionale e incendio colposo.Condanna divenuta definitiva il 13 ottobre 1987.

Per circa sei anni della vicenda non si parlò più, poi il 20 febbraio 1993 Lollo fu arrestato in Brasile, dove viveva legalmente dal 1987. Ai giudici del Supremo Tribunale Federale brasiliano, 4 mesi più tardi, parlerà di una «persecuzione personale» da parte di Domenico Sica. Il Supremo Tribunale all’ unanimità respinse la richiesta di estradizione considerando le «caratteristiche politiche» del crimine e il fatto che due suoi figli erano nati in Brasile. Per undici anni sulla vicenda cadde il silenzio, fino a quando l’otto marzo 2004 un esponente di An scoprì che Lollo era iscritto nella lista degli elettori del ministero dell’ Interno per le

elezioni dei Comites (le comunità italiane elette direttamente dagli italiani residenti all’estero) nonostante fosse latitante. Il 10 marzo 2004 Lollo in un’ intervista al Corriere, precisò di aver ricevuto il certificato elettorale e di essere andato al consolato a firmare per "Viva l’Italia", una lista di candidati che faceva riferimento all’ Ulivo. Sentendosi perseguitato, annunciò rivelazioni: un anno dopo, in una nuova intervista al Corriere coinvolse Gaeta, Lecco e Perrone, mentre la sua pena cadeva in proscrizione.

Lunedì Lollo potrà far riscrivere la storia del rogo di Primavalle, anche se Manlio Grillo lo ha sempre smentito.

Gli affari degli Alfano: consulenze milionarie a moglie e amico

Gian Maria De Francesco - Ven, 17/04/2015 - 22:07

L'inchiesta dell'Espresso smaschera il conflitto d'interessi del titolare del Viminale. Alla consorte pensa la Consap dell'ex dg Rai Masi. Le poltrone di Gemma, dal cda di Eni all'appalto Expo da 630mila euro


Roma - Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha un problema di conflitto di interessi. È quanto rivela il settimanale l'Espresso sostenendo che alcuni incarichi pubblici sarebbero stati affidati a persone che fanno parte dell'entourage del fondatore di Ncd.
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In primis, si tratta della moglie del ministro, Tiziana Miceli. Lo scorso 30 marzo la signora Alfano ha ricevuto dal presidente e amministratore delegato della Consap Mauro Masi (l'ex direttore generale della Rai) un «incarico professionale per la difesa in giudizio».

Dai documenti pubblicati sul sito della società statale che si occupa di servizi assicurativi fornendoli «al ministero dell'Interno (di cui è titolare il consorte, ndr ) e a quello dello Sviluppo economico» emerge che l'avvocato Tiziana Miceli dello Studio RM-Associati (nel quale lavora anche Fabio Roscioli, legale del ministro Alfano) emerge che le consulenze ottenute dalla Consap tra la fine del 2014 e l'inizio del 2015 sono cinque.

Non si tratterebbe di una novità perché in una dichiarazione firmata del 24 febbraio 2014 Miceli dichiarò di essere già «titolare di incarichi di assistenza legale conferiti da Consap» e di non avere altri incarichi nelle amministrazioni pubbliche. Gli «importi» della consulenza della consulenza deliberata a fine marzo, si legge sul sito, «saranno quantificati all'esito delle attività».

Il rinnovato interesse del settimanale che fa capo alla famiglia De Benedetti per la coniuge del titolare del Viminale riaccende le polemiche sulla scarsa trasparenza di casa Alfano. Nelle dichiarazioni patrimoniali depositate sul sito della Camera, infatti, il ministro non ha pubblicato né nel 2013 né nel 2014 i dati reddituali della moglie, a differenza del presidente del Consiglio Matteo Renzi. Nulla da eccepire: la pubblicazione dei dati deve avere l'esplicito consenso del coniuge o del parente in generale.

Nella fattispecie, però, una maggiore disclosure sarebbe sicuramente d'aiuto giacché l'Espresso afferma chiaramente che «Tiziana Miceli in passato ha ottenuto altri incarichi da alcune amministrazioni pubbliche siciliane (dalla Provincia di Palermo all'Istituto autonomo case popolari di Palermo) sempre controllate dal centro destra».

Nel 2014, aggiunge il giornale, la moglie di Angelino risulta aver difeso anche gli interessi di una società (la Serit) insieme al collega Angelo Clarizia. Si tratta di un noto amministrativista romano, docente della Sapienza e finito nel tritacarne mediatico nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti Mose. Secondo il vicedirettore generale del Consorzio Venezia Nuova (Cvn), Roberto Pravatà, Clarizia «si occupava di coltivare i rapporti con alcuni consiglieri del Consiglio di Stato» e «inviava al Cvn fatture senza pezze giustificative».

Ma c'è di più. Clarizia, scrive sempre l'Espresso , è socio in affari di Andrea Gemma. L'avvocato romano, docente alla Terza Università di Roma, è stato nominato in quota Tesoro consigliere di amministrazione dell'Eni. Lo studio Gemma & Partners, mandante Angelo Clarizia, si è aggiudicato due anni fa in raggruppamento temporaneo d'impresa con lo Studio Maresca un appalto da 629.850 euro Iva esclusa da Expo 2015 per «l'affidamento dei servizi di assistenza legale stragiudiziale». L'Espresso ha scoperto che «i due avvocati avrebbero difeso di recente gli interessi del Nuovo Centro Destra»: il conflitto sarebbe perciò evidente.

Il quarantaduenne Andrea Gemma è stato sempre inviso alla stampa di centrosinistra giacché la sua carriera è pressoché sincrona a quella di Alfano del quale fu consulente nel 2010 al ministero della Giustizia (incarico da 100mila euro) per la stesura del Piano Carceri. Sia Alfano che Gemma sono allievi del professor Salvatore Mazzamuto, sottosegretario alla Giustizia nel governo Monti. Gemma ha ottenuto numerosi incarichi pubblici. Dal sito internet di Eni si rileva che è commissario straordinario di Valtur (nominato dall'ex ministro dello Sviluppo Paolo Romani, liquidatore di Novit Assicurazioni e Sigrec (gruppo Unicredit). È inoltre componente dell'Arbitro Bancario finanziario su nomina di Bankitalia. Inoltre è presidente, per volere dell'Agenzia per i beni confiscati, di Immobiliare Strasburgo srl, una holding palermitana.

Sdegnata la replica del ministro Alfano. «Non appagato dalla recente condanna per diffamazione ove mi è stato riconosciuto il danno subito, l'Espresso replica il disegno denigratorio nei confronti miei e di mia moglie costruendo scenari mistificatori», si legge in una nota nella quale si parla di «disinformazione mirata» e «doloso e reiterato intento diffamatorio».

Bollo virtuale, il vademecum dell'Agenzia delle Entrate

La Stampa

Modalità di presentazione delle domande, procedimento di autorizzazione e di liquidazione del tributo, modalità di applicazione delle sanzioni nei casi di mancato o ritardato versamento e di dichiarazione omessa o infedele. Sono alcuni degli aspetti relativi all'imposta di bollo assolta in maniera virtuale (di cui agli artt. 15 e 15-bis del D.P.R. n. 642/1972) illustrati dall'Agenzia delle Entrate nella Circolare n. 16/E pubblicata ieri.

1Il documento ricorda che il soggetto interessato deve chiedere una preventiva autorizzazione all'assolvimento dell'imposta in modalità virtuale. La richiesta va presentata all’Ufficio competente (Direzioni provinciali del domicilio fiscale del contribuente, tranne per enti statali e Camere di Commercio, per i quali sono competenti le Direzioni regionali), mediante domanda corredata da una dichiarazione sottoscritta dall'istante, contenente l’indicazione del numero presuntivo degli atti e documenti che potranno essere emessi e ricevuti durante l’anno. L’autorizzazione viene concessa a tempo indeterminato, è revocabile con atto che va notificato all’interessato e può essere oggetto di rinuncia da parte del contribuente.

La liquidazione dell’imposta viene effettuata in via provvisoria dall'Ufficio, sulla base dei dati contenuti nella dichiarazione presentata con l’istanza di autorizzazione, per il periodo che va dalla data di decorrenza dell’autorizzazione al 31 dicembre dello stesso anno, e viene ripartita in rate bimestrali, con scadenza alla fine di ciascun bimestre solare.

Dal 2016, il soggetto autorizzato deve presentare all’Ufficio, entro il 31 gennaio di ciascun anno, una dichiarazione contenente l’indicazione del numero degli atti e dei documenti emessi nell’anno precedente, degli altri elementi utili per la liquidazione dell’imposta e degli assegni bancari estinti nel periodo: alla luce di questi dati, previa verifica, l’Ufficio liquida a consuntivo l’imposta dovuta per l’anno precedente, imputando la differenza a debito o a credito alla rata bimestrale scadente a febbraio o a quella successiva. Detta liquidazione viene assunta come base per la liquidazione provvisoria per l’anno in corso. I versamenti vanno effettuati con il modello F24 utilizzando i codici tributo istituiti con Risoluzione n. 12/E del 3 febbraio 2015.

La Circolare precisa che la procedura non si applica all'assolvimento dell’imposta di bollo sui documenti informatici (di cui al D.M. 17 giugno 2014). Per quanto riguarda le sanzioni, il documento chiarisce che mentre, in linea generale, le violazioni relative all’omesso o insufficiente versamento dell’imposta di bollo sono sanzionate nella misura dal 100 al 500% dell’imposta o della maggiore imposta, nelle ipotesi di omesso o tardivo versamento dell’imposta di bollo assolta in modo virtuale alle prescritte scadenze, si applica la sanzione pari al 30% di ogni importo non versato.

Fonte: Fiscopiù - Giuffrè per i Commercialisti - www.fiscopiu.it/news/bollo-virtuale-il- vademecum-delle-entrate

La bottiglia di Coca Cola compie 100 anni. Un tour di festeggiamenti e uno spot social

Il Mattino
di Franco Pasqualetti

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Cento anno e non sentirli. Per festeggiare il centenario della bottiglia della bibita più amata del mondo la Coca Cola prepara un tour a tappe e uno spot davvero unico, dove il protagonista è l'utente in versione social con #bacialafelicità Ecco allora che entrano nel vivo anche in Italia i festeggiamenti per i 100 anni dell’iconica bottiglia in vetro Coca-Cola. Le iniziative, partite lo scorso 27 febbraio da Atlanta (quartier generale della multinazionale) andranno avanti per tutto il corso del 2015.

UN MARCHIO SENZA TEMPO - “La contour bottle Coca-Cola è molto più che una semplice bottiglia: è un simbolo. Un’icona evergreen di design che, negli anni, è stata musa ispiratrice per artisti di tutto il mondo – afferma Fabrizio Nucifora, Direttore Marketing Coca-Cola Italia -. Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo stappato e gustato una Coca-Cola ghiacciata, magari direttamente dalla bottiglia, baciandola come diceva un’altra icona della storia internazionale come Andy Warhol… Per tutte queste ragioni, i 100 anni della bottiglia più famosa al mondo non possono che essere celebrati anche in Italia come uno dei momenti più significativi nella storia dell’azienda”.

ISPIRATA A ANDY WARHOL - Ispirata a una citazione di Andy Warhol, la campagna ‘Bacia la Felicità’ (che a livello globale coinvolge 130 mercati, configurandosi come seconda campagna di marketing più imponente nella storia di Coca-Cola dopo quella per i Mondiali FIFA 2014 che coinvolgeva 175 Paesi) ha preso il via in Italia, nel mese di marzo, con una pianificazione sui principali canali social di Coca-Cola, e continuerà con una campagna affissioni che partirà il 16 aprile e interesserà cinque tra le più importanti città italiane (Milano, Torino, Roma, Napoli e Catania).

Il concept è che ogni persona, senza nessuna distinzione, può ‘baciare’ la bottiglia Coca-Cola semplicemente bevendo da questa. Così come hanno fatto in passato Marilyn Monroe, Elvis Presley e Ray Charles, che sono diventati così testimonial d’eccezione del brand e protagonisti di tutta la campagna. Ora, Coca-Cola invita non solo a continuare a ‘baciare’ la felicità ma anche a condividerla con chi più amiamo, grazie anche all’hashtag #BaciaLaFelicità.

IL NUOVO SPOT - Da domenica scors, 12 aprile, è on air un nuovo spot, con protagonista l’iconica bottiglia che si racconterà, ripercorrendo la sua storia centenaria e i tanti baci ricevuti da personaggi noti (come Babbo Natale) e persone comuni. Lo spot, firmato da McCann Madrid e riadattato per il mercato italiano da McCann Italia, sarà trasmesso sulle maggiori emittenti nazionali per 7 settimane. La pianificazione media è affidata a Mediacom. Agenzia di Brand PR: Cohn&Wolfe. Agenzia Digital: i-side.

giovedì 16 aprile 2015 - 15:34

Licola, sit-in dei residenti: «Basta con gli arrivi di nuovi immigrati»

Il Mattino

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Un sit-in è in corso da alcune ore in località Licola mare da parte di un consistente gruppo di residenti, circa duecento, per protestare contro un nuovo insediamento di immigrati nella zona. Le forti tensioni esistenti, già da qualche tempo, nella frazione litoranea a confine con Pozzuoli e Giugliano tra gli abitanti della zona e gli extracomunitari è scoppiata in mattinata.

Un nuovo gruppo di extracomunitari, secondo quanto hanno riferito gli animatori della protesta, ieri sera ha preso possesso di una struttura disabitata della zona, aumentando la quota di presenze di immigrati nella frazione. I residdenti addebitano agli extracomunitari difficoltà di convivenza, aumento di furti in casa e soprattutto precarietà igienica. Bloccata al traffico veicolare la strada e create difficoltà di circolazione sulla Domiziana. Al momento sono presenti le forze di polizia per ripristinare l'ordine.

Catena umana

La Stampa
massimo gramellini

Un certo pessimismo che ama travestirsi da realismo porterebbe a dire: come si potranno integrare con la nostra cultura quei migranti che durante la traversata verso l’Europa hanno buttato a mare i compagni di sventura di religione cristiana? E a cosa serve espellerli, se tanto si rimetteranno subito in coda per tornare? L’unica alternativa possibile allo scoramento ci viene suggerita dal comportamento dei cristiani superstiti di quel barcone. Invece di accettare la rissa, si sono stretti l’un l’altro in una catena umana che li ha ancorati allo scafo, impedendo agli aggressori musulmani di buttarli di sotto con i loro fratelli.

Non esistono altre ricette, nemmeno per noi. Fermare la migrazione di masse disperate e motivatissime è praticamente impossibile, a meno di invadere i loro Paesi di provenienza e scatenare una guerra che produrrebbe ulteriori sconquassi. Sono in atto mutamenti epocali che ridisegneranno i confini degli Stati arabi al di là del Mediterraneo e portano già adesso la nostra civiltà a ritrovarsi assediata da pezzi consistenti di caos. Fin qui la reazione dell’Europa è stata schizofrenica, in un

alternarsi di rimozione e di collera, di menefreghismo per le ecatombi e di scoppi improvvisi di cordoglio in occasione di qualche tragedia che, come quest’ultima, si distinguesse dalle altre per un particolare inedito in grado di accendere l’immaginazione. E’ mancata la presa d’atto che questo problema non si può risolvere ma solo assorbire, purché lo si affronti allo stesso modo da Copenaghen a Lampedusa. Contro l’ondata incontrollabile serve una catena umana ideale. Una forma di resistenza basata sulla solidarietà e sul buonsenso, che è cosa assai diversa dal senso comune.