lunedì 13 aprile 2015

Svizzera, ora il denaro «sporco» finisce nelle cassette di sicurezza

Corriere della sera
di Claudio Del Frate

La polizia di Lugano segnala il boom del fenomeno come conseguenza degli accordi fiscali con Roma. E il 51% dei reati finanziari è commesso da italiani

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Fatto l’accordo (fiscale), trovato l’inganno. L’italica arte di arrangiasi si fa riconoscere anche all’estero ed emerge nella relazione annuale della sezione reati economico - finanziari (Ref) della polizia di Lugano. Cosa dice il bilancio 2014 di quella che - con una piccola forzatura - potremmo definire la Guardia di finanza del Canton Ticino? Due elementi fondamentali: il primo è il boom dell’affitto di cassette di sicurezza da parte di finanziarie e società fiduciarie, dove troverebbe rifugio il denaro “in nero” che le banche elvetiche non sono più disposte ad accettare; la seconda è che più della metà dei reati finanziari (il 51%, per la precisione) venuti a galla l’anno passato in Canton Ticino porta la “firma” di cittadini italiani.
La «zona grigia» delle fiduciarie
Il fenomeno delle cassette di sicurezza che diventano custodi di segreti inconfessabili non è nuovo ma deve avere ripreso vigore se - pur non citando cifre precise - la Ref sente la necessità di dedicare un’ampia citazione nella sua relazione annuale. Eccola: «C’è una forte domanda di clienti che non vogliono o forse non possono dichiarare i propri averi al fisco. È un fenomeno in espansione che deve essere urgentemente regolamentato...Nel settore fiduciario si riscontra la presenza di un numero sempre maggiore di persone, quasi sempre stranieri sprovvisti dell’autorizzazione all’esercizio e non affiliati a un organismo di autodisciplina, che commettono una serie di illeciti penali e fiscali .

Alla base troviamo clienti italiani che vogliono sfuggire alla morsa del fisco del loro Paese ma, una volta ottenuto un permesso di residenza in Ticino, anche a quello ticinese». Come è noto, ormai da qualche anno e prima ancora che Roma e berna sottoscrivessero l’accordo fiscale del febbraio scorso, le banche svizzere avevano adottato la cosiddetta “strategia del denaro pulito”, respingendo al mittente soldi provenienti dall’estero che non fossero stati dichiarati al fisco del paese d’origine. Perso il solido appoggio delle banche, evasori ed esportatori di valuta avrebbero trovato rifugio nella zona grigia rappresentata da società fiduciarie, meno soggette a controlli: lì starebbe approdando, a dar retta ai gendarmi fiscali ticinesi, il fiume carsico del denaro inconfessabile.
«Italia, alto tasso di criminalità»
Le punture di spillo nei confronti dell’Italia non finiscono qui. Sempre il Ref fa notare come una buona parte del lavoro sia stato fornito ai loro agenti da “clientela” del Belpaese : passaporto italiano ha infatti in tasca il 51% delle persone denunciate nel 2014, contro il 39% di svizzeri. La chiosa che segue non lascia spazio a dubbi: «Molte inchieste legate al settore finanziario e parabancario – dice la nota del Ref – traggono origine da fatti o persone legate all’Italia, una delle nazioni europee con il maggiore tasso di criminalità.

La fase di grandi cambiamenti per la Svizzera legata agli accordi fiscali, al segreto bancario, al nuovo assetto delle relazioni internazionali finanziarie, crea incertezza nel mondo economico e finanziario e porta taluni operatori a comportamenti illeciti». Elementi chiave di tale scenario sono «il perdurare della crisi in Europa, il progressivo smantellamento del segreto bancario e le incertezze sugli accordi fiscali per lo scambio di informazioni finanziarie tra Italia e Svizzera».

13 aprile 2015 | 18:45

Togliete i figli a quei rom che li mandano a rubare

Vittorio Feltri - Lun, 13/04/2015 - 16:24

Se i genitori invece di portarli a scuola li educano al furto devono intervenire gli assistenti sociali: vanno trattati come tutti

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Ha provveduto ieri Piero Ostellino a commentare con saggezza e senza fronzoli la ruvida dichiarazione di Matteo Salvini a proposito dei campi rom, che non hanno ragione di esistere. Indubbiamente, come ha osservato l'ex direttore del Corriere della Sera , ha suscitato più scandalo l'intervista rilasciata dalle ragazzine vagabonde («rubiamo mille euro al giorno alle vecchiette e chissenefrega di loro») che non la reazione veemente del segretario leghista («bisogna radere al suolo gli accampamenti in cui si addestrano ladruncoli»). Polemica chiusa.

C'è il problema del linguaggio. Si rimprovera a Salvini di usare un lessico inaccettabile, offensivo nei confronti delle minoranze non stanziali (vietato definirle nomadi, chissà perché?). Dal che si evince una cosa: per qualcuno (politici, giornalisti e sedicenti intellettuali) sono maggiormente importanti le parole che non i fatti da esse descritti. Per cui non contano i furti commessi sistematicamente dai virgulti rom, i quali non andrebbero né sgridati né, tantomeno, perseguiti in quanto minori, mentre pesa assai la mancanza di comprensione delle camicie verdi nei confronti di povera gente costretta a vivere in tende e roulotte causa indigenza.

Mancanza di comprensione che sfiorerebbe il disprezzo e l'intolleranza, sentimenti condannati dai progressisti, sempre pronti a giustificare i delinquenti - oggi come 50 anni orsono - con la classica formuletta: colpa della società se chi non ha da mangiare, se lo prende. Stando a questa impostazione logica, che logica non è, se idee del genere vengono propugnate dalla sinistra rivelano bontà d'animo; se, viceversa, sono contrastate dalla destra guai: siamo in presenza di una pericolosa tendenza alla crudeltà mentale.

Al di là di queste solite e inconcludenti mene, vorremmo dire una volta per tutte: chi viola la legge, indigente o ricco che sia, va sanzionato. Se i rom non mandano i bambini a scuola e insegnano loro a rubare c'è un solo provvedimento da assumere: far intervenire le assistenti sociali in maniera che agiscano al fine di privare i genitori della patria potestà e affidare i fanciulli a educatori di appositi istituti, esattamente ciò che accade a chiunque in analoghe circostanze. Segnaliamo inoltre che sono disponibili, nei casi più gravi, le carceri minorili.

Sorvolare sui reati delle zingarelle (abbiamo esaurito i sinonimi e gli eufemismi) equivale a incentivarli. Nessuno cova livore verso i rom, o vuole alimentare forme di razzismo. I campi vanno chiusi perché sono illegali, non perché antiestetici e inquinati da lordure di ogni tipo, che pure sarebbero buoni motivi per eliminarli. Rimane il nodo delle case.

Persuasi che i rom siano cittadini (spesso italiani) al pari di noi, non siano affatto contrari a riconoscere loro il diritto di comprarsene una adeguata: basta che la paghino e non pretendano di averla gratis o in comodato. Le banche accendono mutui a chi fornisca garanzie, se ne infischiano degli alberi genealogici dei clienti. Qualcuno pensa di avere i requisiti per vedersi assegnato un alloggio popolare? Si metta in fila per ottenerlo in base alle norme valide per ogni italiano.
Sbaraccare i campi, raderli al suolo, dargli fuoco: sono dettagli che non ci stanno a cuore. Ce ne infischiamo anche delle sfumature lessicali.

Occorre sia fatta la volontà del legislatore. Il suolo pubblico non è di proprietà dei rom e dei loro allievi ladri.

Armeni, il massacro del passato che Ankara non vuole affrontare

Corriere della sera
di Antonio Ferrari

Un genocidio di cui gli attuali governanti e i turchi di oggi non hanno alcuna colpa. Ma negandolo si comportano come se fossero colpevoli

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Spesso basta un accenno per provocare la reazione della Turchia. Reazione quasi sempre scomposta, perché Ankara si rifiuta, ostinatamente, di riconoscere che nel suo lontano passato (un secolo fa) c’è una macchia indelebile, che si chiama «genocidio del popolo armeno». Genocidio di cui gli attuali governanti e i turchi di oggi non hanno alcuna colpa, ma negandolo si comportano come se fossero colpevoli. Infatti processano scrittori, giornalisti, intellettuali: insomma tutti coloro che non si sottopongono alla censura delle istituzioni.

Che vi sia stato un «genocidio» è fuor di dubbio. Si può definire altrimenti lo sterminio di quasi un milione e mezzo di armeni, nel 1915? Allora la Turchia, che nella Prima guerra mondiale era alleata della Germania, e ormai consapevole della definitiva disintegrazione dell’Impero Ottomano, decise una ruvida operazione di pulizia etnica, lanciando una feroce campagna. Con un preciso obiettivo: eliminare in maniera radicale quell’indisponente minoranza cristiana (una delle più antiche), che osava contrastare il potere centrale del gigante musulmano.

Un’operazione dettata da mostruoso cinismo. Le deportazioni cominciarono proprio come sarebbe accaduto, pochi decenni dopo, per gli ebrei. Lo stesso Adolf Hitler, nel 1939, si riferì allo sterminio degli armeni come ad un fatto «di cui ormai nessuno parla più». Si salvarono soltanto coloro che riuscirono a fuggire dalle città e dalle campagne più esposte, che cercarono di nascondersi, o che furono protetti da qualche coraggioso «Giusto» (ve ne erano tantissimi anche in Turchia), pronto ad aiutare le vittime mettendo in pericolo la propria vita. Nella dolce Aleppo, la città siriana che ora è semidistrutta dalla terribile guerra civile, c’è un albergo (chissà se le sue mura sono ancora in piedi) che si chiama «Baron» e che ospitò clandestinamente centinaia di armeni, distribuendoli poi nelle case di coloro che rifiutavano il diktat del potere centrale.

Fino a qualche anno fa, in Turchia, era un gravissimo reato parlare, a qualsiasi titolo, del genocidio armeno. Bastava una dichiarazione (il caso di Orhan Pamuk), o un romanzo (il caso di Elif Shafak) per venir denunciato e doverne rispondere, in tribunale, come un qualsiasi criminale. Adesso che tra Turchia e Armenia vi è una certa normalizzazione dei rapporti, la tensione si è stemperata. Complici le passate qualificazioni per il mondiale di calcio, quando le due nazionali si sono incontrate, e i rispettivi capi di Stato si sono scambiati le visite stringendosi la mano.

Numerosi studiosi turchi dicono d’essere pronti a discutere di quella macchia di cent’anni fa (l’anniversario è il prossimo 24 aprile). Molti ormai accettano l’idea che vi fu un «massacro sistematico» del popolo armeno, anche se alcuni sostengono che la popolazione armena, in territorio turco, non arrivava al milione di persone. Qualcuno si spinge fino ad accettare quella parola, «genocidio». Certo, per le sensibilità di Ankara, è stata come una frustata il duro e autorevole richiamo di papa Francesco, che ha parlato di quello armeno come del primo genocidio del 20esimo secolo, seguito da quello degli ebrei e, ora, quello dei cristiani massacrati dagli integralisti islamici assassini.

Numerosi storici e osservatori internazionali si interrogano, da decenni, sulle ragioni di tanta ostinazione. Ambasciatori e consiglieri di una delle più efficienti diplomazie del mondo, quella turca appunto, si fanno un punto d’onore di spiegare e rintuzzare le critiche che si affollano su Ankara. In discussione non c’è soltanto il problema linguistico o terminologico («genocidio» o «massacro sistematico»?), quanto un’accusa che, all’inizio del secolo scorso, fu rivolta agli armeni: quella di essere stati al fianco del più grande nemico della Turchia, la Russia. Che vi siano state compagnie di soldati inquadrate nelle Forze armate di Mosca è indubbio. Ma tutto ciò non giustifica ovviamente lo sterminio di un popolo. Anche oggi che l’Armenia è uno Stato indipendente, e che si pone come un ponte tra l’Eurasia e la Ue, la Russia è sempre al centro degli interessi economici di Erevan, come ha spiegato il presidente armeno ieri al Corriere .

13 aprile 2015 | 07:25

Niente più alimenti a chi ha una nuova famiglia di fatto

La Stampa
francesco grignetti

La Cassazione: di fronte a unioni stabili decade il diritto al mantenimento. Anche gli enti pensionistici stanno studiando come adeguarsi alla novità

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Cattive notizie per chi conta sull’assegno di mantenimento. La Corte di Cassazione è tornata sul tema del diritto agli alimenti, e ha precisato meglio un concetto già avanzato nel 2011: nei casi in cui uno dei due ex coniugi - e le statistiche dicono che è quasi sempre l’ex marito a versare e la ex moglie a incassare - si sia rifatto una famiglia, anche se è una convivenza di fatto e non è un secondo matrimonio in piena regola, ebbene, il diritto all’assegno di mantenimento decade. 

Con la sentenza 17195 del 2011, la Cassazione aveva già stabilito il principio che il subentrare di una famiglia di fatto faceva cadere la necessità economica del mantenimento da parte dell’ex coniuge. In quel caso si stabiliva però che siccome una famiglia di fatto è temporanea per definizione, allora anche la sospensione dell’assegno di mantenimento sarebbe stata temporanea e non definitiva, tantomeno automatica. Con la sentenza 6855 del 3 aprile 2015, la Prima sezione civile della Cassazione va oltre e riconosce molta più forza di un tempo alla famiglia di fatto, che - scrivono - non consiste «soltanto nel convivere come coniugi, ma indica prima di tutto una “famiglia” portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli». 

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INSTANT POLL
Quando la famiglia di fatto è qualcosa di serio, dunque, la Cassazione riconosce che «il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale non può che venir meno di fronte all’esistenza di una vera e propria famiglia, ancorché di fatto». Ma quando la famiglia di fatto diventa stabile? Quando i conviventi elaborano «un progetto e un modello di vita in comune». Magari con figli. «E non si deve dimenticare che obblighi e diritti dei genitori nei confronti dei figli sono assolutamente identici in abito matrimoniale e fuori dal matrimonio». Ecco, secondo la Cassazione quella convivenza non è più una meteora. 

È questo il nuovo caposaldo giuridico: se l’ex coniuge si ricostruisce una vita, anche se questa non passa nuovamente per un matrimonio, è da considerarsi come una nuova stabilità. E da questo punto di vista, la decadenza dell’assegno di mantenimento, pur clamorosa, può essere considerato un mero effetto collaterale. Già, perché la sentenza 6855 è soprattutto un altro mattone alla giurisprudenza che fortifica la famiglia di fatto in Italia. La sentenza è divenuta oggetto di studio addirittura negli enti pensionistici, perché le ricadute potrebbero essere enormi, mettendo in forse le regole sulle pensioni di reversibilità: qualora il coniuge sopravvissuto torni a ricostruirsi una famiglia, sia pure di fatto e non di diritto, e quindi non fosse più da considerarsi un vedovo/vedova, ha diritto ancora ad incassare l’assegno di reversibilità? E di contro: il convivente sopravvissuto all’altro convivente, se la famiglia di fatto è equiparata a quella di diritto, non avrà forse diritto al vitalizio di reversibilità? Quesiti. A cui la politica tarda a dare risposte e una volta di più spetta alla magistratura supplire. 

(Da La Stampa del 13/4/2015)



Divorzio: chi paga e quanto paga
La Stampa

Assegno di mantenimento dopo la separazione

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All’atto della separazione viene deciso se uno dei due coniugi debba versare una assegno di mantenimento all’altro e/o ai figli. Per il calcolo dell’importo dell’assegno di mantenimento vengono prese in considerazione sia le condizioni economiche dei due coniugi che le circostanze e gli stili di vita. Nel 2012, nel 47,3% delle cause di separazione è stato disposto che venisse versato un assegno di mantenimento per i figli. In quasi tutti i casi (94%) è il padre a dover pagare il mantenimento.

E nel 35,5% dei casi di separazione, viene disposto un unico assegno di mantenimento, quello per i figli. Sempre nel 2012 solo il 20,3% delle separazioni ha previsto un assegno di mantenimento per il coniuge. Nell’11,8% dei casi di separazione era previsto sia il mantenimento per il coniuge che per il figlio. Nel 44,2% dei casi non era invece previsto alcun mantenimento. L’importo medio dell’assegno di mantenimento del coniuge è di 496,6 euro, mentre quello per i figli è di 521,2 euro. 

Dopo quanti anni e a che età ci si separa e si divorzia
In media la separazione viene chiesta dopo 16 anni di matrimonio e il divorzio dopo 19 (i tempi sono calcolati considerando il momento della richiesta). I matrimoni recenti durano però sempre di meno. In merito alla classica “crisi del settimo anno”, negli ultimi anni è raddoppiato il numero di matrimoni interrotti dopo 7 anni. Si è passati dal 4,5% del 1985 al 9,3% del 2005. Va però considerato che questi valori sono differenti in caso di matrimonio civile o religioso.

I matrimoni celebrati in Chiesa con rito religioso tendono infatti a durare di più rispetto alle nozze con rito civile. Nel corso del 2012 l’età media dei coniugi che hanno chiesto la separazione era di 47 anni per gli uomini e 44 per le donne. In media il 21,6% delle donne aveva tra i 40 e i 44 anni all’atto della richiesta della separazione, e per gli uomini il 20,9% aveva tra i 45 e i 49 anni. Si può quindi dire che la crisi coniugale colpisce soprattutto i coniugi quarantenni.

Nel 2012 il 73,3% delle coppie che si sono separate avevano figli. E per i divorzi le coppie con figli erano il 66,2% del totale. Solo il 48,7% delle separazioni e il 33,1% dei divorzi riguardava coppie con un figlio minorenne. In seguito all’entrata in vigore della Legge 54/2006 si è registrata negli ultimi annui una inversione di tendenza in merito alla tipologia di affidamento dei figli. Ora la principale modalità scelta dai coniugi all’atto della separazione o del divorzio è l’affido condiviso dei figli minori. In questo modo, con la nuova legge, entrambi i coniugi mantengono la potestà genitoriale e provvedono al sostentamento in modo proporzionale al loro reddito. Nel 2012 nell’89,9% dei casi si è scelto l’affido condiviso dei figli, contro solo l’8,8% di affido esclusivo alla madre. 

Il prete delle coop fustiga tutti ma salva gli amici che lo finanziano

Stefano Filippi - Lun, 13/04/2015 - 08:26

Questa volta don Ciotti, di fronte a scandali e corruzione, non ha lanciato scomuniche come nel suo stile. Nessuna sorpresa: sono le cooperative rosse che danno soldi alla sua associazione

Cacciate i ladri: è un vasto programma quello che don Luigi Ciotti, il sacerdote dell'antimafia, ha assegnato alla Lega delle cooperative. Era lo scorso dicembre, i giorni dello scandalo romano di «Mafia capitale». Degli arresti tra i «buoni». Dei cooperatori che sfruttano i disperati.



Dei volontari (o pseudo tali) che intascano soldi da Stato e Regioni pontificando che invece li avevano usati per accogliere gli extracomunitari. Dei portaborse Pd che facevano da intermediari tra enti pubblici e malaffare. Del ministro Poletti fotografato a tavola con i capi di Legacoop poi indagati. Dell'ipocrisia di una certa parte della sinistra pronta a denunciare le pagliuzze negli occhi altrui senza accorgersi delle proprie travi.

Ma don Ciotti, il custode della legalità, il campione della lotta contro le mafie, il prete che marcia in testa a qualsiasi corteo anti-corruzione e pro-Costituzione, ha trattato con i guanti le coop rosse. «Bisogna sempre vigilare – ha detto - non c'è realtà che si possa dire esente». E ancora: «Non possiamo spaventarci di alcune fragilità. Ve lo dico con stima, gratitudine e affetto: dobbiamo imparare sempre di più a fare scelte scomode». E poi: «Siate sereni, cacciate le cose che non vanno. Le notizie sulle tangenti non possono lasciarci tranquilli – ha proseguito –. Molti con la bocca hanno scelto la legalità ma dobbiamo evitare che ci rubino le parole. Non si sconfiggono le mafie se non si combatte la corruzione».

Un appello generico, parole di circostanza davanti a un sistema smascherato dalla magistratura. Nulla a confronto delle scomuniche lanciate contro i mafiosi, i sì-Tav, i «nemici della Costituzione», i «guerrafondai», e naturalmente Silvio Berlusconi. D'altra parte, difficile per lui usare un tono diverso. Perché il prete veneto cresciuto a Torino è anche il cappellano di Legacoop. Il rapporto è organico. Le coop rosse (con la Torino-bene, la grande finanza laica e le istituzioni pubbliche) sono tra i maggiori finanziatori del Gruppo Abele e di Libera. L'associazione antimafia ha tre partner ufficiali: le coop della grande distribuzione, il gruppo Unipol e la loro fondazione, Unipolis. Nei bilanci annuali c'è una voce fissa: un contributo di 70mila euro da Unipolis.

Legacoop collabora con il progetto «Libera terra», che si occupa di mettere a reddito i terreni confiscati ai mafiosi. «Un incubatore per la legalità», lo definiscono i cooperatori rossi che grazie a questa partnership aprono sempre nuove coop al Centro-Sud che sfornano prodotti «solidali». Don Ciotti si scomoda perfino per le aperture di qualche punto vendita, com'è successo quando le coop inaugurarono la loro libreria davanti all'Università Statale di Milano.

L'agenda del prete è fittissima. Firma appelli, presenta libri di Laura Boldrini, promuove manifestazioni, guida cortei, interviene a tavole rotonde (a patto che non odorino di centrodestra), appare in tv, commemora le vittime della mafia, incontra studenti, ritira premi: l'ultimo è il Leone del Veneto 2015, ma nel 2010 fu insignito, tra gli altri, del premio Artusi «per l'originale contributo dato alla riflessione sui rapporti fra uomo e cibo». E poi inaugura mostre fotografiche e fa addirittura da padrino a rassegne di pattinaggio (è successo a Modena lo scorso 7 febbraio per il 19° trofeo intitolato a Mariele Ventre).

In questo turbine di impegni, don Luigi non ha trovato il tempo di condannare apertamente le infiltrazioni della malavita organizzata nella galassia della cooperazione rossa. E non esistono soltanto «Mafia capitale» a Roma o le mazzette per il gas a Ischia; ci sono le indagini per la Tav, i lavori al porto di Molfetta, gli appalti di Manutencoop, le aziende legate al «Sistema Sesto» che coinvolgeva Filippo Penati, i cantieri Unieco in Emilia Romagna dove lavoravano famiglie della 'ndrangheta.

Nei bilanci delle associazioni di don Ciotti i finanziamenti di Unipolis sono tra i pochi di cui è chiara la provenienza. Libera e Gruppo Abele rappresentano realtà consolidate. L'organizzazione antimafia ha chiuso il 2013 con entrate per 4 milioni 770mila euro raccolti in gran parte da enti pubblici: mezzo milione per la gestione dei beni confiscati, altrettanti per progetti e convenzioni internazionali, ulteriori 766mila per attività di formazione; 645mila euro arrivano grazie all'8 per mille, 200mila dalle tessere, 700mila dai campi estivi e 900mila da campagne di raccolta fondi.

Maggiori problemi ha il Gruppo Abele, che ha chiuso il 2013 (ultimo bilancio disponibile) con una perdita di 273mila euro, e il 2012 era andato pure peggio: un buco di quasi due milioni su uno stato patrimoniale di circa 10. La situazione finanziaria è disastrosa, con debiti verso le banche per 5 milioni e altri 800mila verso fornitori garantiti da un cospicuo patrimonio immobiliare valutato in circa 6 milioni 300mila euro: la sede di Corso Trapani è un ex immobile industriale donato a don Ciotti dall'avvocato Agnelli.

Affrontare il disagio sociale costa e molte attività assistenziali non possono essere soggette a «spending review». Indebitarsi è oneroso: 261mila euro (quasi tutta la perdita di esercizio) se ne vanno in anticipi e interessi su prestiti principalmente verso Banca Etica, Unicredit e Unipol banca.
I ricavi non seguono l'andamento dei costi. Le rette delle persone ospitate in comunità e i proventi per corsi di formazione o vendita di libri e riviste fruttano 2.838.000 euro. Più consistenti sono le entrate da contributi: quasi 3.700.000 euro. Oltre tre milioni piovono da Commissione europea, ministeri, regioni ed enti locali, fondazioni imprecisate; altri generici «terzi» hanno donato 731mila euro mentre istituti bancari senza nome hanno erogato quasi 350mila euro.

Don Ciotti è un campione nel fare incetta di finanziamenti pubblici. Ma non bastano. Ecco perché deve girare l'Italia e sollecitare la grande finanza progressista a essere generosa con i professionisti dell'antimafia e dell'antidroga. È uno dei preti di frontiera più famosi, con don Virginio Colmegna e don Gino Rigoldi. Dai convegni coop alle telecamere Mediaset (è andato da Maria De Filippi, ma nessuno si è indignato come per Renzi e adesso Saviano), dagli appelli per la Costituzione (con Rodotà, Zagrebelsky, Ingroia, Landini) perché «l'Italia è prigioniera del berlusconismo» fino alle manifestazioni no-Tav, don Ciotti è in perenne movimento.

Non lo frenano gli incidenti di percorso: il settimanale Vita ha segnalato («legalità parolaia») che Libera e Gruppo Abele figurano tra i firmatari di un accordo con i gestori del business delle sale gioco mentre il loro leader si è sempre scagliato contro l'azzardo. Dopo che Papa Francesco l'anno scorso l'ha abbracciato e tenuto per mano alla commemorazione delle vittime di mafia, don Ciotti vive anche una sorta di rivincita verso la Chiesa «ufficiale» che a lungo l'aveva tenuto ai margini. Lo scorso Natale ha promosso un appello per «fermare gli attacchi a Papa Francesco»: è l'ultimo manifesto, per ora, proposto da don Ciotti. Ma non passerà troppo tempo per il prossimo.

Giubileo: ecco i peccati che può assolvere solo la Santa Sede

La Stampa
ANDREA TORNIELLI

Il Papa invierà i «Missionari della Misericordia» con la facoltà di togliere alcune scomuniche

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Nella Bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia, Papa Francesco ha annunciato per la prossima Quaresima l’intenzione di inviare nelle diocesi i «Missionari della Misericordia». Si tratta di sacerdoti, ha spiegato, «a cui darò l’autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla  Sede Apostolica, perché sia resa evidente l’ampiezza del loro mandato».

A che cosa si riferivano quelle parole della Bolla? La definizione «peccati riservati alla Sede Apostolica», spiega il vescovo Giuseppe Sciacca, segretario aggiunto della Segnatura «in realtà è un'espressione che si trovava nel vecchio Codice di Diritto Canonico del 1917 e che sta a indicare alcune censure che possono essere tolte soltanto dalla Santa Sede. Si tratta di casi molto gravi, per i quali scatta la scomunica latae sententiae, cioè automatica, e la cui assoluzione è riservata alla Sede Apostolica».

Il primo di questi casi è contemplato nel canone 1367 del nuovo Codice di Diritto Canonico e riguarda «Chi profana le specie consacrate, oppure le asporta o le conserva a scopo sacrilego», e così «incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica».

Il secondo caso lo si ritrova poco più avanti, al paragrafo 1 del canone 1370, e riguarda «Chi usa violenza fisica contro il Romano Pontefice». C'è poi la scomunica riservata alla Sede Apostolica per il sacerdote che assolve il «complice nel peccato contro il sesto comandamento», cioè che assolve in confessione la persona con la quale ha avuto rapporti sessuali (canoni 977 e 1378, paragrafo 1).
Un altro caso grave riguarda il vescovo che «senza mandato pontificio» consacra un altro vescovo: entrambi, consacrante e consacrato «incorrono nella scomunica late sententiae riservata alla Sede Apostolica» (canone 1382).

Ancora, ricade in questa categoria il sacerdote che viola il «sigillo sacramentale», cioè il segreto confessionale (canone 1388, paragrafo 1). A questo elenco si è aggiunto, grazie a un decreto della Congregazione per la dottrina della fede del 2007, il vescovo che tenta di ordinare una donna sacerdote.

Se questi sono casi limite gravissimi, la cui remissione è affidata solo alla Santa Sede, c'è un altro che i preti normalmente non possono assolvere e per il quale è necessario ricorrere al vescovo o un penitenziere maggiore o a sacerdoti ai quali il vescovo ha dato questa facoltà. Come si legge nel Codice canonico, è l'aborto: un peccato che prevede la scomunica latae sententiae sia per la madre, sia per il medico, per l'infermiere e per coloro che hanno eventualmente convinto la donna ad abortire.

La scomunica, ha scritto Giovanni Paolo II nell'enciclica «Evangelium vitae» colpisce «tutti coloro che commettono questo delitto conoscendo la pena, inclusi anche quei complici senza la cui opera esso non sarebbe stato realizzato: con tale reiterata sanzione, la Chiesa addita questo delitto come uno dei più gravi e pericolosi, spingendo così chi lo commette a ritrovare sollecitamente la strada della conversione. Nella Chiesa, infatti, la pena della scomunica è finalizzata a rendere pienamente consapevoli della gravità di un certo peccato e a favorire quindi un’adeguata conversione e penitenza».

I «Missionari della Misericordia» avranno dunque autorità su tutte queste materie, «perché sia resa evidente l’ampiezza del loro mandato».