martedì 7 aprile 2015

Tasse, lo Stato taglia? Ma il conto va ai cittadini

Corriere della sera
Daniele Manca

Il governo ha assicurato che per il 2015 non ci saranno aumenti delle tasse o tagli. Gliene siamo grati anche perché a quest’ora staremmo a parlare di manovra aggiuntiva, cosa tutt’altro che gradevole per i cittadini. Ma il rischio vero è che la riduzione dei trasferimenti agli enti locali abbia l’effetto opposto di quello annunciato.

Regioni, comuni e le appena nate città metropolitane si sono impegnate anch’esse a non aumentare il prelievo per i cittadini. Ma quello che è accaduto per la casa negli anni scorsi ha lasciato più di un segno sui portafogli e il reddito degli italiani. Quello che doveva essere un vantaggio per i cittadini: avvicinare il prelievo delle tasse dove si usufruiva dei servizi, si è in realtà trasformato in una sorta di doppia tassazione. Un federalismo a corrente alternata.

I numeri, come si sa, possono essere utilizzati e letti in molte maniere. La pressione fiscale è cresciuta. Ci si potrà dire che si deve vedere anche la composizione di quella media. Resta la sgradevole sensazione che statistica o non statistica, la strada per evitare che tagli a livello centrale si trasformino in aumenti a livello locale sia ancora molto lunga.

7 aprile 2015 | 18:14

Perché in Italia chi tortura, sia un agente o un privato cittadino, non può essere giudicato per tortura

Corriere della sera
di Marco Imarisio

La sentenza di Strasburgo sulla Diaz ci condanna a quel che sapevamo già: il reato di tortura (invocato, evocato e promesso dai politici) non esiste ancora

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L’ultima volta che se n’è parlato davvero fu alla fine di febbraio del 2008. Per forza di cose, non si poteva fare altrimenti. Anche solo per associazione di idee. Quella era tortura.

«Riguardo alle giornate del 20 e 21 luglio 2001 citeremo in particolare il taglio di capelli imposto con la forza a Taline Ender, il capo spinto nella tazza del water a Ester Percivati, lo strappo della mano di Giuseppe Azzolina, le ustioni multiple con sigaretta sul dorso del piede a Carlos Balado, picchiato ripetutamente sui genitali, il terribile pestaggio di Mohamed Tabbach, persona con arto artificiale, l’etichettatura sulla guancia, come un marchio, per i ragazzi arrestati della Diaz al momento del loro arrivo, la sofferenza di Anna Kutschau che a causa della rottura dei denti e della frattura della mascella subìta all’interno della scuola non è neppure in grado di deglutire...».

La requisitoria del pubblico ministero al termine del processo sulle violenze avvenute alla caserma di Bolzaneto, che fu il luogo dove vennero portati i ragazzi arrestati durante l’irruzione alla scuola Diaz, ebbe l’effetto di una secchiata di acqua gelida. Vittorio Ranieri Miniati, un magistrato timido, poco incline alla ribalta, quasi piangeva nel leggere quell’elenco di atrocità. Fece una lista della spesa di esseri umani ai quali era stata negata ogni dignità. Picchiati, malmenati, seviziati. Costretti a strisciare per la caserma gridando che Che Guevara era un bastardo comunista, viva il Duce, viva Hitler. Con le ragazze minacciate di stupro “Entro stasera con voi faremo come in Kosovo”, come le foto dei figli piccoli stracciate davanti alle madre, “Tanto non li rivedrai più”. Quel lungo elenco ebbe l’effetto temporaneo di smuovere qualcosa nella pancia del Paese, almeno nella sua opinione pubblica.


Se all’indignazione del momento fossero seguiti i fatti, forse oggi non saremmo additati dalla Corte di Strasburgo alla stregua di un Paese sub-sahariano. Ci saremmo risparmiati l’ennesima brutta figura. Fino a quel momento i processi sui fatti del G8 del 2001 erano stati seguiti in una sorta di sbadiglio collettivo. Interessavano a pochi, soltanto alle vittime, a chi c’era, una parte importante della generazione dei ventenni-trentenni di allora che di quelle giornate ha fatto lo spartiacque della propria esistenza, e agli addetti ai lavori. La ragione non andava cercata soltanto nella lunghezza dei processi, che a sette anni da quei giorni tragici ancora navigavano al primo grado di giudizio. Forse c’era dell’altro, c’è sempre stato dell’altro. C’era quella lista della spesa, dettagliata, verificata in ogni possibile modo.

Gli abomini compiuti alla Diaz e alla caserma di Bolzaneto da uomini in divisa sono sempre risultati disturbanti, indigeribili per una democrazia che voglia dirsi tale. Provocavano disagio al solo pensiero. Meglio tenerli lontani, dividersi in fazioni invece che affrontare quel che era accaduto. La realtà dei fatti echeggiata in un’aula di tribunale ebbe se non altro l’effetto di svegliare una classe politica, di indurre a un moto di indignazione. Quel processo era come un film del quale si conosceva il finale. E non era certo un happy end. I difensori degli imputati ostentavano una certa disinvoltura, perché sapevano che per i loro assistiti sarebbe stata una passeggiata. Ogni fatto era stato confermato nella sua gravità. Peccato mancasse il reato giusto.

L’ordinamento giuridico italiano non prevedeva di chiamare le cose con il loro nome: tortura. Al suo posto i pubblici ministeri si dovettero arrampicare su decine e decine di ipotesi alternative, quasi tutte destinate alla prescrizione. Certo, abbiamo l’articolo 13 della Costituzione, la libertà personale è inviolabile, ogni violenza fisica e morale “sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà” deve essere punita. Ma non c’è scritto come, in che modo. Non c’è mai quella parola. Nel 1988 l’Italia ratificò la Convenzione dei diritti umani contro la tortura, ma si dimenticò di adeguare il codice penale. Da noi chi tortura, sia un funzionario di Polizia che un privato cittadino, non può essere giudicato per tortura.

Bisogna farci intorno un lungo giro di parole e di codicilli. Ma dopo quelle requisitorie, sembrò quasi che finalmente qualcosa di stesse per muovere, dopo sette diversi disegni di legge che negli ultimi vent’anni avrebbero dovuto adeguare l’Italia agli standard internazionali. In un profluvio di promesse, l’approvazione del reato di tortura sembrava all’ordine del giorno, oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuro. E infatti eccoci qui. Anche il sentimento comune su un argomento discusso e lacerante come il G8 di Genova è andato più veloce. A tanti anni di distanza, sulla Diaz esiste una memoria ormai condivisa, a prescindere da come una la pensa su quei giorni del 2001. Fu una schifezza, una macelleria messicana, per dirla con le parole di uno degli ufficiali di Polizia condannati.

«Non c’è emergenza che possa giustificare quel che è accaduto» scrissero i giudici che pure furono costretti a dichiarare prescritti i reati. «L’offesa alla dignità di uomini, la compromissione dei diritti delle persone, quasi sempre spaventate e terrorizzate, a prescindere dal loro comportamento precedente». Nell’anno di grazia 2015 il reato di tortura, invocato, evocato, promesso a ogni battito di cronaca, in Italia non esiste ancora. La sentenza di Strasburgo ci condanna a quel che sapevamo già. Abbiamo una classe politica che si costerna, si indigna, si impegna, cavalca l’onda dell’emotività, e poi non appena quest’ultima è passata, torna subito a fare finta di niente.

7 aprile 2015 | 12:17

Danni di guerra, la Grecia fa i conti esatti: «La Germania deve restituirci 279 miliardi di euro»

Corriere della sera

Il calcolo ufficiale comprende anche i risarcimenti per saccheggi, crimini e il «prestito forzato» imposto da Hitler. Il vice cancelliere Gabriel: dibattito «francamente stupido»

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La Grecia ha stimato che la Germania deve un risarcimento di 279 miliardi di euro per l’occupazione nazista durante la Seconda guerra mondiale. Lo riporta martedì la Bbc, citando il vice ministro delle Finanze Dmitris Mardas. È la prima volta che la Grecia calcola «ufficialmente» ciò che la Germania deve per le atrocità naziste e i saccheggi effettuati negli anni ‘40. Il primo ministro greco Alexis Tsipras aveva già sollevato la questione con la cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino il mese scorso. Ma ora quella che arriva a mezzo stampa è una specie di «parcella» ufficiale.

L’occupazione tedesca della Grecia: quando Hitler «soccorse» Mussolini  
L’occupazione tedesca della Grecia: quando Hitler «soccorse» Mussolini  
L’occupazione tedesca della Grecia: quando Hitler «soccorse» Mussolini  
L’occupazione tedesca della Grecia: quando Hitler «soccorse» Mussolini
Crimini e saccheggi
Secondo il governo tedesco il problema è stato risolto legalmente anni fa. Berlino, scrive ancora la Bbc, aveva pagato un risarcimento di 115 milioni di marchi tedeschi ad Atene nel 1960. Una cifra che secondo la Grecia, però, non ha coperto le spese per le infrastrutture danneggiate, i crimini di guerra e un prestito forzoso che i nazisti avrebbero imposto alla Banca di Grecia durante l’occupazione. Una cifra pari ad attuali 10,3 miliardi di euro. Ma la Germania insiste che la questione è stata risolta legalmente e politicamente nel 1990. E «contrattata» da quella che una volta era la «vecchia» Germania Ovest.
Le richieste di Tsipras
La Grecia,peraltro, aveva già da tempo chiesto risarcimenti alla Germania. Il mese scorso, riferisce The Indipendent, il primo ministro greco Tsipras aveva detto: «Il governo greco lavorerà per onorare pienamente i suoi obblighi. Ma, allo stesso tempo, lavorerà affinché tutti gli obblighi non assolti nei confronti della Grecia e del popolo greco siano soddisfatti». Tsipras adesso sta anche cercando di rinegoziare i 240 miliardi di euro del salvataggio che hanno evitato alla Grecia la bancarotta. E la Grecia dovrà versare 448 milioni di euro al Fondo Monetario Internazionale entro giovedì. Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ha detto che la Grecia «intende rispettare tutti i suoi obblighi verso tutti i suoi creditori, all’infinito».
Il vicecancelliere: dibattito «francamente stupido»
Il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel liquida le rinnovate richieste di Atene sulle riparazioni di guerra: «Francamente lo trovo stupido» ha detto a proposito del dibattito in cui le rivendicazioni per il passato vengono collegate agli aiuti finanziari per la crisi. Le due cose non hanno nulla a che fare l’una con l’altro, ha aggiunto il ministro dell’Economia. Questo dibattito non porta «la stabilizzazione della Grecia di un millimetro avanti»secondo Gabriel.
Fonti Ue: «La Grecia va in direzione sbagliata»
Intanto, stando a fonti Ue, le misure della lista di Atene stanno andando «nella direzione sbagliata» in quanto «non sono abbastanza mirate ai più vulnerabili» e così «aprono la porta anche ad altri beneficiari». Da Bruxelles sottolineano che «non ci sono stati molti sviluppi sulla lista in queste settimane» e che ci sono «molte domande senza risposta».

7 aprile 2015 | 13:46



Riparazioni di guerra per la Grecia. Per gli storici tedeschi «è questione aperta, non ha senso ignorarla»

Corriere della sera

Forze politiche (soprattutto Spd) e studiosi concordano: «Bisogna riconoscere la terribile ingiustizia commessa». Circa 250 mila morti durante l’occupazione nazista

Sulle prime l’hanno presa a metà tra provocazione e boutade. Poi, vista la determinazione del premier greco Alexis Tsipras, hanno cominciato a prendere sul serio la sua richiesta del pagamento dei danni di guerra. Ora in Germania, sensibilissima su questi temi, il dibattito si sta surriscaldando. Molti parlamentari e storici tedeschi concordano nel dire che la questione non è chiusa dal punto di vista giuridico, come sostenuto dal portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert. E come sta sostenendo tranchant in queste ore la cancelliera Merkel.
Offrire «una riparazione morale» ad Atene
Alcuni parlamentari hanno inoltre raccomandato a Berlino di offrire «una riparazione morale» ad Atene. Un autorevole storico come Eberhard Rondholz - autore tra l’altro di studi sulle «sviste» investigative tedesche su eccidi come quello di Cefalonia - definisce l’opinione del governo «falsa». E afferma che «la questione non è chiusa, tutt’altro. È ancora molto aperta». L’opinione di Rondholz coincide con quella di altri esperti più sbilanciati a favore della Germania, come lo storico Hans Guenter Hockerts. Simili voci si sollevano anche dal campo politico. Gesine Schwan, due volte candidata alla presidenza del Paese per l’Spd, ha affermato che occorre rispondere alle richieste di assumersi responsabilità storica.
«Riconoscere la terribile ingiustizia fatta alla Grecia»
«Bisogna riconoscere la terribile ingiustizia fatta alla Grecia», ha detto Schwan in un’intervista a Der Spiegel, concordando con la posizione espressa dai partiti dell’opposizione Die Linke e Verdi. Il vice presidente dell’Spd, Ralf Stegner, ha ammesso che ci sono molti aspetti che non possono essere risolti dal punto di vista del diritto internazionale nei confronti di un Paese che fu particolarmente colpito dall’occupazione nazista e che ha ricevuto ai sensi degli accordi globali siglati nel dopoguerra l’equivalente di 58 milioni di euro. Briciole, dicono in Germania, confronto a distruzioni e orrore e morte perpetrati.
250 mila morti sotto l’occupazione nazista
I nazisti massacrarono la popolazione civile greca (fonti greche parlano di 250 mila morti tra caduti, deportati e morti di fame e stenti) distrussero le infrastrutture del Paese e imposero nel 1943 un prestito forzoso di 476 milioni di marchi del Reich per «le spese dell’occupazione». Secondo Rondholz, le due parti dovrebbero distinguere queste categorie di ingiustizie e atrocità, di cui quella del prestito è la più percorribile dal punto di vista giuridico. Per Rondholz il valore attuale di quel debito è stimato a 11 miliardi di euro «senza gli interessi», mentre per Hockerts è pari a circa la metà di questa somma. «Il governo tedesco afferma che la questione sia conclusa dal punto di vista giuridico e politico, ma sa che non è vero», ha osservato Eberhard Rondholz, giornalista e autore di diversi libri sull’argomento. «Ci sono - ha notato - molti punti che non sono stati chiusi o che sono stati chiusi male. Non ha senso ignorarlo».

23 marzo 2015 | 20:05

La batteria? Si carica in un minuto

La Stampa
antonino caffo

I ricercatori di Stanford hanno realizzato un nuovo tipo di pile ricaricabili utilizzando l’alluminio, più ecologiche e più economiche

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Le batterie ricaricabili agli ioni di litio sono state una salvezza per molti; prima di tutto per l’ambiente, inquinato da anni di alcaline usa e getta, che una volta terminato il loro ciclo di vita vanno a finire nei contenitori appositi (se va bene). Il boom delle batterie agli ioni di litio è tale che attualmente vengono utilizzate per una vasta gamma di dispositivi: dagli orologi agli aerei a energia solare .

Ma con gli innumerevoli oggetti hi-tech che ci portiamo dietro ogni giorno quello della ricarica sta diventando un problema serio: tra smartphone, tablet, macchine fotografiche, lettori mp3 e ultrabook, il cittadino multimediale deve far scorta di caricabatteria e andare alla disperata ricerca di una presa di corrente. Ma a Stanford hanno trovato la soluzione o almeno un espediente per mitigare il disagio.


I ricercatori dell’università californiana hanno sviluppato un nuovo tipo di batteria ricaricabile in circa un minuto grazie a cellule in ioni di alluminio il cui costo di produzione è inferiore di quello richiesto per le ioni di litio e in grado di garantire performance più alte sia in quanto a durata che sicurezza. Le batterie assemblate non sono infatti inclini a esplodere quando danneggiate, come può invece accadere a quelle installate in cellulari e dispositivi elettronici di vario tipo: “Le nostre batterie non scoppieranno anche se le utilizzate quando sono guaste o forate” – scrive il professore di chimica Hongjie Dai a capo dello studio i cui risultati sono stati pubblicati sul numero di Nature del 6 aprile.

Lo sviluppo di super-batterie non è di certo nuovo, il fatto è che molti progetti tra cui quello 3D dell’Università dell’Illinois o la ricarica “col vento ” studiata dalla Texas Instruments sono costosi da realizzare e avrebbero un impatto non irrilevante sul prezzo finale proposto ai clienti. La scelta dell’alluminio è invece vantaggiosa sia a livello economico che di prestazioni, la via migliore da seguire per portarci nella prossima era della ricarica in mobilità. 

I finti tagli della Boldrini: 200 frigoriferi per i deputati

Francesca Angeli - Mar, 07/04/2015 - 16:32

Più che tagli la Boldrini fa shopping: regala ai deputati duecento frigoriferi. E alla società che cura i profili Facebook e Twitter dà quasi 100mila euro


A l parlamentare potete togliere tutto. Ma non negategli il minibar. Una bibita fresca a portata di mano è un bene primario per il deputato assetato.
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In tempi di crisi gli italiani sono costretti a stringere la cinghia. Molte famiglie rinunciano alle vacanze o anche ad andare semplicemente in pizzeria e al cinema coi figli. Altri stanno anche molto peggio. Ma la classe politica lo sa ed infatti sono stati imposti tagli drastici e sacrifici anche agli inquilini di Montecitorio.

Ed è per questo evidentemente che tra gli ultimi appalti dichiarati dalla Camera è stato registrato l'acquisto di «soli» 200 minibar. In pratica meno di un mini-bar a disposizione ogni tre deputati. La fornitura di «200 frigobar monoporta di colore marrone» ha avuto il via libera alla fine di dicembre ed è stata resa pubblica il 12 gennaio 2015. Duecento pezzi acquistati al modico costo di 43.200 euro. Evidentemente la crisi morde.

È il sito d'informazione TheChronicle a segnalare come nei primi tre mesi del 2015 siano stati decisi una serie di acquisti che possono apparire sconcertanti soprattutto dopo le promesse di tagli drastici e sacrifici reiterate da tutti i parlamentari ma in particolare dal presidente della Camera, Laura Boldrini.
Quello che salta subito agli occhi è proprio l'acquisto dei minibar. Visto che esiste già un ricco servizio di ristoro all'interno di Montecitorio. Oltre al fatto che si potrebbe pure ipotizzare che il deputato esca e vada a comprarsi un succo di frutta al bar più vicino.

Ma non c'è soltanto il bisogno del frigobar a colpire chi affronta l'affascinante lettura delle «Procedure in Economia» consultabili sul sito della Camera dei Deputati. Quel titolo «in economia» appare in aperta contraddizione con l'elenco degli appalti che tutto appaiono tranne che economici.
Perché spendere 6.380 euro per delle videocassette? Chi le usa più? A che serviranno? Certo è più evidente l'uso degli «appendiabiti a colonna» costati ben 11.150 euro. Non è specificato il numero dei pezzi. Saranno colonne doriche originali?

E poi c'è il capitolo lampade di vario tipo. Quelle da tavolo sono costate 13.000 euro; quelle a sospensione 19.320; più economiche quelle da parete, soltanto 4.750 euro. Le cifre salgono per l'acquisto di uno scanner planetario: 68.500 euro. Strumento indispensabile a quanto pare per «le esigenze di digitalizzazione di atti e documenti dell'archivio storico della Camera dei deputati». E meno male che «il prodotto è coperto per 5 anni da garanzia e da assistenza tecnica».

Si conferma poi il buon rapporto tra la Camera e la società Hagakure alla quale per 98.800 euro annui viene affidata la gestione dei social media di Montecitorio. La società fondata da Marco Massarotto nel 2006 cura i profili di aziende multinazionali ed enti sul web e gestisce portali molto popolari.
All'inizio di marzo tra l'altro ha pubblicato uno studio sulla popolarità dei leader politici dove evidenziava ad esempio come Matteo Salvini abbia sfondato su Facebook mentre Matteo Renzi primeggia su Twitter.

Speriamo che sia stato utile spendere altri 40.778 euro per la «somministrazione di corsi individuali di formazione informatica per i deputati». Così forse in futuro sui social media si gestiranno da soli.

Dal Politecnico un robot per i magazzini Amazon

La Stampa
marco accossato

A fine maggio a Seattle sfiderà altri 30 progetti destinati a reinventare la gestione delle scorte del gigante dell’e-commerce

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Ci sarà anche un robot «made in Turin», a fine maggio a Seattle, nella sfida internazionale per la realizzazione dei nuovi magazzini e del sistema spedizione di Amazon, colosso mondiale dell’e-commerce. Alla gara parteciperà solo un altro concorrente italiano, con un altro sistema automatico realizzato dall’Università di Pisa. In tutto, i progetti che si confronteranno a Seattle sono 30, frutto dei maggiori laboratori di ricerca al mondo per la Amazon Picking Challenge. Si tratta della prima competizione del genere, nata non solo per riorganizzare, ma per reinventare radicalmente la gestione dei magazzini da cui partono ogni giorno verso il mondo milioni di beni acquistati online. I due team italiani hanno già superato una prima selezione.

Si tratta di una sfida che ha un duplice obiettivo. Oltre a quello finale di creare il nuovo sistema di immagazzinamento, l’Amazon Picking Challenge mira «a stimolare la comunità di ricerca robotica internazionale a escogitare soluzioni avanzate e automatizzate per prendere dagli scaffali gli oggetti ordinati dai clienti online e riporli in pacchi pronti per la spedizione». La competizione prevede tre premi in denaro a una cifra simbolica (20 mila euro per il primo classificato) mentre tutto il software prodotto diventerà «open source», cioè messo gratuitamente a disposizione della comunità scientifica per ulteriori miglioramenti.

L’appuntamento a Seattle a fine maggio è nell’ambito di Icra 2015 (Robotics and Automation Society’s flagship conference). Il progetto del Politecnico è realizzato con la Comau. «Impiega - spiega uno dei ricercatori del Politecnico, Manuel Del Verme - un robot Racer 999 per realizzare un “braccio” che si muove in sei dimensioni e ha due “mani”, una delle quali non ancora vista in commercio». Il «cervello» del robot è un software che sfrutta un sistema di visione e di profondità unito a una webcam per far sì che il braccio sappia esattamente che cosa afferrare e dove.

L’altro progetto italiano, quello realizzato dal Centro di Ricerca «Piaggio» dell’Università di Pisa e dall’Istituto Italiano di Tecnologia, ha invece come punto di forza «una mano tecnologica con tutti i gradi di libertà di una mano umana», spiega Manolo Garabini, ricercatore dell’ateneo toscano. «E’ un singolo motore - aggiunge - a muovere tutte le falangi, permettendo di adattarsi a oggetti molto differenti».

Il nuovo sistema per Amazon deve essere in grado di trasportare ogni prodotto dagli scaffali alla spedizione. Qualunque tipo, dai libri agli oggetti della tecnologia più ingombranti, fino alle scatole di dimensioni più ridotte e leggere. «Siamo felici di arrivare a Seattle - conclude Manuel Del Verme -: la qualifica è stata molto complessa, ma la finale è già la dimostrazione dell’ottimo lavoro a Torino».

Il silenzio ipocrita della sinistra sui cristiani perseguitati

Clarissa Gigante - Mar, 07/04/2015 - 10:46

Dopo la strage in Kenya nessuna levata di scudi da parte di chi è sempre pronto a scendere in difesa dei deboli

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In Kenya è il terzo giorno di dolore: alle 10 di Nairobi inizierà una grande veglia per l'ultima giornata di lutto nazionale dopo il massacro all'università di Garissa, dove le milizie islamiche di al Shabaab hanno ucciso 148 persone. I "martiri di oggi", li chiama Papa Francesco, indignandosi davanti al silenzio dei potenti verso quelli che nel mondo sono "perseguitati, esiliati, uccisi, decapitati per il solo fatto di essere cristiani".

Se ne è accorto pure Flavio Briatore, che ieri ha fatto un triste paragone tra la strage in Kenya e quella nella redazione di Charlie Hebdo: "Il mondo in generale, è molto meno attento a quanto avviene in Africa. Il mondo dell'Africa è di serie B o di Serie C". Un'ipocrisia che viene smascherata guardando la presenza dei politici sui media: all'indomani della sparatoria in Francia - ma anche dopo quella di Tunisi che aveva toccato da vicino l'Occidente - erano tutti in tv o sui giornali, esprimevano il loro cordoglio, erano pronti a scendere in campo contro il terrorismo. Quella dell'università di Garissa, invece, nonostante sia avvenuta alla vigilia di Pasqua sembra non abbia colpito nessuno. "Li ho visti a tutti i tg e i talk show ed erano tutti Charlie", accusa Briatore, "Mentre questa tragedia vera, che poteva succedere in Tanzania o in America, è passata in secondo piano".

Ma a pesare è soprattutto il silenzio della sinistra, che ha tra i suoi fondamenti quello della difesa dei deboli. La stessa sinistra che ha manifestato per giorni dopo che era stata attaccata la redazione di un giornale, che - come fa notare persino Lucia Annunziata sul suo blog - è sempre pronta a indignarsi quando qualsiasi diritto viene calpestato. Quelli delle donne, dei giovani, degli omosessuali, dei lavoratori, della libertà di pensiero e parola. Ma che sembra addirittura non stupirsi di fronte all'orrore dei cristiani decapitati e vessati dalla furia dell'estremismo islamico.

"Un pensiero ai 147 ragazzi uccisi per la loro fede, uccisi in una università", si è limitato a twittare il premier italiano Matteo Renzi, mentre sul sito del Pd è apparso un breve comunicato del responsabile Esteri, Ezio Amendola, e della responsabile Scuola, Francesca Puglisi. Oggi il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha sottolineato che contro il terrorismo "è inevitabile il risvolto militare", anche se non bisogna usare "la parola combattere, altrimenti mi ritrovo nei panni del crociato...". Poi ha auspicato "segnali immediati di sostegno" alla comunità cristiana del Kenya, "anche raccogliendo la disponibilità di diverse università italiane". Parole istituzionali che non fanno altro che far risaltare un silenzio che si fa notare ben più di molte parole.

Coop, guerra a Esselunga: «Sta aperta il 25 aprile»

Corriere della sera

Il presidente Turrini: «Una catena che è “governata” da un proprietario ultraottantenne amplia anche le fasce orarie di apertura»


BOLOGNA - Non è nuovo alle uscite fuori dal coro, il presidente di Coop Adriatica Adriano Turrini. E neanche stavolta si è smentito, producendosi in un post al vetriolo su uno dei temi più caldi che riguardano il mondo della grande distribuzione: le aperture festive di supermercati e ipermercati. Turrini si sfoga sul social network con un commento che lui stesso definisce «politicamente scorretto». E dice: «A tutti coloro che mi hanno rotto le balle per le chiusure del 25 aprile e 1 maggio, oltre che per Pasqua e Pasquetta, segnalo, ora che sono pubblicati, che il 25 aprile, nella città di Bologna e nella sua provincia, Coop e Conad sono chiuse mentre il resto del mondo è aperto».

Segue l’attacco frontale ai rivali di Esselunga: «Una catena in particolare, che non cito ma che ha sede a Milano ed è “governata” da un proprietario lucido ma ultra ottantenne il cui nome inizia per “C” e finisce per “aprotti”, amplia anche le fasce orarie di apertura. Buona spesa a chi la farà, ma con la preghiera di rompere le balle anche ad altri».


Di sicuro Turrini ha colto al volo l’occasione per scagliarsi contro il patron di Esselunga Bernardo Caprotti, storico rivale della grande distribuzione a marchio Coop e autore, nel 2007, di un libro, Falce e carrello, in cui raccontava la sua personale battaglia contro lo «strapotere delle coop rosse». Ma le parole di Turrini contengono anche una stoccata a Cgil, Cisl e Uil che nei giorni scorsi avevano messo le mani avanti dichiarando la loro «netta contrarietà alle aperture festive nel settore del commercio », e spronando i sindaci a farsi sentire. Non solo: lo scorso 1 aprile, i sindacati avevano proclamato uno sciopero preventivo a Pasquetta, il 25 aprile e l’1 maggio, per i lavoratori dei negozi e dei centri commerciali.

Emiliano Sgargi, sindacalista della Filcams-Cgil di Bologna, cerca di evitare le polemiche: «Non credo che Turrini si rivolgesse a noi, i punti vendita di Coop Adriatica sono chiusi nei festivi da diversi anni: è una posizione che abbiamo condiviso con l’azienda e che abbiamo sempre apprezzato, rispetto ad altre catene che non rispettano il diritto del lavoratore». Anche Sgargi ce l’ha con Esselunga? «A Bologna, dentro Esselunga, abbiamo una presenza non paragonabile a quella che abbiamo in Coop Adriatica. Le posizioni di forza sono molto diverse, ma puntiamo a rafforzarci anche all’interno di Esselunga».

A fine giornata, contattato al telefono, Turrini conferma che il suo post era rivolto — almeno in parte — ai sindacalisti. Almeno a quelli che non smettono di punzecchiarlo sulle aperture nei festivi: «Il mio post era riferito a tutti i miei contatti facebook tra i quali ci sono diversi sindacalisti per i quali quello che facciamo non è mai abbastanza. La battuta su Caprotti mi è venuta spontanea, ma non mi interessa fare la guerra a Esselunga, mi sono limitato a guardare gli orari del 25 aprile. Noi siamo chiusi, loro no. Due anni fa, in occasione della liberalizzazioni degli orari decise dal governo Monti, ritenemmo che i festivi non ci avrebbero portato questo gran fatturato....».

06 aprile 2015 (modifica il 07 aprile 2015)

Mistero all’ombra del Castello Che fine ha fatto il cannone?

Corriere della sera
di Stefano Landi

Cimelio della Grande guerra, è scomparso dagli anni Sessanta. Il pensionato-detective: «Era un simbolo di Milano, perse le tracce»





Ci andavano a giocare appena usciti dalla scuola di via Sant’Orsola. Intorno raccoglievano sacchi di castagne matte da bruciare nella stufa di casa. Per il sciur Franco Novarini e i suoi amici era una giostra da 20 tonnellate. La boa dei loro ricordi era quel cannone austroungarico che per tutti i milanesi dà nome allo spiazzo davanti all’ingresso del Castello Sforzesco, terrazza sul parco Sempione. Uno Skoda da 305 millimetri prodotto nel 1911 con cui la Germania sparava nella Prima guerra mondiale e di cui si sono perse le tracce. Alcune delle sue munizioni sono rimaste sparse nel verde del fossato del Castello.


Il mistero del cannone 
Il mistero del cannone 
Il mistero del cannone 

Per il resto la storia ha consumato i ricordi di Novarini e dei suoi amici, leva scolastica classe 1942. Al suo posto, oggi c’è un musicante che canta Frank Sinatra in playback: intorno un chiosco che vende i primi ghiaccioli dell’anno e un’edicola che espone souvenir della città e (ovviamente) anche foto del cannone che fu. Franco Novarini l’ha cercato in una caccia al tesoro del cuore per anni. Ovunque: dal Comune in giù, nessuno sa niente. Musei, privati, istituzioni. «Nella città che si mette in vetrina per Expo manca uno dei suoi simboli», racconta lui che oggi ha 85 anni. Figlio di un garibaldino, macellaio, oggi presidente dell’Associazione «Amici Arte della Carne» e paziente «scartabellatore».

Scavando nell’archivio fotografico del Castello Sforzesco vengono a galla quattro immagini. Un bianco e nero che ha perso il sapore di polvere da sparo. Si vedono i bambini delle scuole che negli anni Sessanta al Castello venivano in gita. «Il cannone potrebbe essere finito in qualche caserma, mi sentirei di escludere che sia a Milano», spiega il responsabile dell’archivio Mauro Maffeis. L’altra testimonianza visiva è un video di 57 secondi dell’Istituto Luce. La miseria di 73 visualizzazioni su YouTube. Si vede l’inaugurazione del Museo della Guerra al Castello Sforzesco. Correva l’anno 1935 e il cannone appare imponente tra politici e folla festante.

Un esemplare identico è esposto dagli anni Venti a Rovereto, restaurato e riverniciato in giallo ocra, al Museo Storico Italiano della Guerra. «In Italia è difficile mettere le mani su queste cose: perché è complicato vendere pezzi post bellici a privati e le leggi di dismissione e rottamazione di artigliere sono molto confuse. Così i cannoni d’epoca si perdono nel nulla», spiega Marco Leonardi Scomazzoni, conservatore del Museo di Rovereto. Che dopo aver riordinato le idee spiega: «Dello Skoda 305 esistono certamente altri tre esemplari: uno è esposto a Bucarest in Romania, uno al Museo militare di Belgrado i Serbia, l’altro dovrebbe essere in Russia». La sensazione quindi, andando per esclusione, è che quello «milanese» possa essere stato demolito.

Magari fuso. Novarini lancia un appello in vista di Expo. Quel mortaio disarmato occupato dai bambini era diventato un simbolo di pace. Chi ha visto il cannone di piazza del Cannone? È scomparso e con lui una buona dose di ricordi dei milanesi.

7 aprile 2015 | 09:53

Orge tra sacerdoti su Internet» E l’arcivescovo rimuove il parroco

Corriere del Mezzogiorno
di Nazareno Dinoi

Segnalazione ai superiori di un religioso del Nord Italia per episodi accaduti a Taranto. I filmati e le foto accusano anche ecclesiastici di altre regioni, tensioni nella Curia


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TARANTO — Tremano le stanze della curia tarantina per un esposto, presentato al Tribunale ecclesiastico regionale della Puglia, che scopre il velo su presunte attività sessuali di alcuni sacerdoti. Autore della denuncia è un trentaduenne del Nord Italia, molto vicino agli ambienti della Chiesa, che ha deciso di raccontare il suo rapporto sessuale con un parroco, conosciuto su Facebook, di un’importante chiesa di Taranto. La notizia, pubblicata dal Corriere del Mezzogiorno, ha già avuto una conseguenza pratica: l’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, ha rimosso dalle sue funzioni il sacerdote coinvolto.

L’ufficialità è arrivata da una nota emessa dalla Curia di Taranto nella serata del lunedì in Albis dopo «i fatti apparsi sulla stampa sulla condotta moralmente riprovevole e assolutamente non compatibile con il ministero presbiterale di un parroco dell’arcidiocesi di Taranto». Nel comunicato la Curia sottolinea che «il sacerdote interessato, che non appartiene al clero di Taranto, bensì a un ordine religioso, è stato rimosso da monsignor Filippo Santoro dalla cura parrocchiale, non appena lo stesso arcivescovo insieme ad alcuni curiali, ha appurato l’attendibilità dei fatti». Dalla Curia evidenziano anche che «nella documentazione acquisita dal tribunale ecclesiastico al momento non c’è traccia alcuna del coinvolgimento in diocesi di altri sacerdoti».
Lo sconcerto della Curia
«Sebbene i giorni trascorsi siano stati particolarmente impegnativi e gli uffici di Curia chiusi per le festività pasquali - si legge ancora nella nota - ugualmente, proprio per amore al popolo santo di Dio, l’intervento è stato immediato. Ora il parroco non si trova più nel capoluogo ionico e l’ordine religioso è stato interpellato ed esprimerà il nome di un nuovo parroco entro mercoledì prossimo. Inutile dire che i sentimenti dell’arcivescovo e della Curia sono quelli del rammarico e dello sconcerto, specie perché questa notizia arriva in giorni in cui la Chiesa di Taranto è stata attraversata da momenti indimenticabili dal punto di vista della fede, proprio per la ricchezza e la devozione del Triduo Santo».
Il dossier denuncia
Tornando alla denuncia, il religioso ha raccolto documenti video, foto e conversazioni in chat consegnandole al Tribunale. Un dossier pesante che mette in luce una presunta attività sessuale in canonica: dalle orge, all’amore a pagamento, allo scambio di foto intime e anche lo scambio di indirizzi di preti gay con cui incontrarsi. Tutto documentato da screenshot delle chat su Facebook o Skype e con la registrazione in webcam di video incontri sessuali.
Un giro che arriva al Vaticano
Nelle carte finite sul tavolo del vicario giudiziale della sede tarantina del Tribunale ecclesiastico della Puglia, monsignor Giuseppe Donato Montanaro, non c’è solo la presunta attività sessuale del sacerdote tarantino, ma ci sarebbe anche quella di altri esponenti di Chiesa di varie regioni d’Italia, fino al Vaticano. «Verso metà dicembre del 2014 su Facebook mi contatta una persona (nella denuncia seguono le generalità del parroco,ndr) che mi dice essere un sacerdote». Sarebbe iniziato così, tra i due, il rapporto che si è protratto sino allo scorso mese di marzo. «Un giorno – continua la lettera — mi disse: ti devo confessare una cosa, ho una debolezza, sono gay».

Il rapporto, spiega l’estensore della denuncia, è diventato sempre più confidenziale e intimo sfiorando la familiarità. Il parroco di Taranto, che ha superato i cinquant’anni, avrebbe confidato al suo giovane amico di avere un’intensa vita sessuale quasi sempre con preti, ma non solo. Racconta di una storia avuta anche con un giovane militare della Guardia svizzera del Vaticano. Scrive il trentaduenne del Nord. «Allora mi chiedo, questa persona ama Dio? Ama la Chiesa? Ha rispetto per Dio e tutta la santa Chiesa? Il Vescovo? Il Papa? Merita una persona così di essere chiamato alla parola di Dio …. Essendo un sacerdote che chiede di fare orge tra preti suoi conoscenti, amici e via così?».
Segnalazioni anche a Roma
Oltre che al Tribunale ecclesiastico, la vicenda è stata comunicata dall’interessato anche alla sede romana dell’ordine a cui appartiene il presunto sacerdote gay che esercita a Taranto. «Prima di parlare con la stampa ho rispettosamente atteso un segnale che purtroppo non è arrivato», ha affermato al Corriere del Mezzogiorno l’accusatore (prima dell’intervento di rimozione nel giorno di Pasquetta) mostrando il contenuto di risposta ricevuta dal Tribunale ecclesiastico. «Come può benissimo intendere – scriveva un alto prelato nell’e-mail dello scorso venerdì santo – questi sono giorni particolari e tutti siamo impegnati nelle diverse funzioni e mi auguro di poter informare chi di dovere appena rientro in Ufficio, dopo le feste pasquali». Oggi, però, dopo la denuncia sulla stampa è arrivata la rimozione da parte del vescovo.

L’idea sbagliata di restringere il diritto di cronaca

Corriere della sera

di Caterina Malavenda, avvocato esperto in Diritto dell’informazione

Le proposte sul tavolo per le intercettazioni rischiano di danneggiare giornalisti e giudici

 
Caro direttore,
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il premier si è detto pronto ad intervenire, per risolvere il nodo intercettazioni, con misure che non blocchino i magistrati e, contemporaneamente, consentano di soddisfare il sacrosanto diritto di cronaca. Saggia decisione e, tuttavia, par di capire che voglia anche limitare la diffusione delle conversazioni di cui, secondo lui, avvocati, magistrati, addetti ai lavori e media avrebbero abusato, in modo incredibile ed inaccettabile. Certo il programma è ambizioso, ma il clima non è dei migliori.
I giornalisti continuano ad avere la giusta pretesa di scegliere le conversazioni da pubblicare ed a volte sbagliano.

Le persone non indagate, ma messe ugualmente alla berlina, protestano, a volte del tutto immotivatamente, invocando sanzioni esemplari ed interventi legislativi. Tecnici e politici, incuranti del malaffare che tocca oramai gangli vitali, ne hanno fatto una questione di principio e ciascuno di loro è sicuro di avere in tasca la formula giusta, per arginare il dilagare delle conversazioni, che tracimano dagli atti giudiziari, fin sui giornali e in tv. E taluni, richiesti o meno, mandano al governo i loro suggerimenti, che hanno in comune lo smantellamento del sistema di regole vigenti, cui nessuno sembra oramai attribuire alcun credito.

Nell’attesa di conoscere quale sarà la soluzione che, secondo Matteo Renzi, è a portata di mano, bisogna dire che le poche proposte, finora avanzate, non paiono andare nella direzione da lui indicata. Se occorre anche tutelare il diritto di cronaca, infatti, le misure da adottare non dovrebbero impedire ai giornalisti, entrati in possesso legittimamente di atti, brogliacci e file audio, di selezionare gli stralci, a loro parere meritevoli di diffusione. E se le intercettazioni sono irrinunciabili, non bisognerebbe limitarne l’uso o addirittura abolirle.

Eppure Carlo Nordio ha sostenuto, con un certo seguito, che sarebbero pericolose per i dialoganti - un modo elegante per indicare gli indagati - ed addirittura nefaste per i terzi, estranei alle indagini. Propone, perciò, di eliminarle dal codice, ad eccezione delle intercettazioni preventive, quelle che servono solo ad acquisire notizie per prevenire i reati più gravi, associazione mafiosa e terrorismo in primis, e non certo per individuare chi sia il responsabile di quelli già commessi.

Intercettazioni che - nessuno lo ha ricordato - consistono in ascolti a tappeto, facilmente prorogabili, disposti dal solo pm, su richiesta del ministro dell’Interno o di altri organi delegati, sulla base di meri elementi investigativi e senza alcun intervento del giudice.
Le intercettazioni, se la proposta venisse accolta, verrebbero così utilizzate solo per prevenire - e non per accertare - tutti i reati, per i quali è oggi possibile disporle, così ampliando a dismisura uno strumento invasivo, che solo la gravità dei reati per cui è oggi previsto può giustificare.

I risultati, infatti, non possono essere usati nel processo e vengono distrutti, chi ne rivela i contenuti commette reato, ma nessuno degli intercettati saprà mai di esserlo stato e le informazioni raccolte possono ugualmente essere utilizzate «a fini investigativi», senza alcuna garanzia o controllo.

La Commissione Gratteri, un supporto tecnico, con funzioni consultive, a quel che si è inteso, suggerisce, poi, come ha ricordato qualche giorno fa Giovanni Bianconi sul Corriere , di introdurre un nuovo reato, la «pubblicazione arbitraria delle intercettazioni»; e di punire, con la multa da 2 mila a 10 mila euro - non proprio un’inezia - o con la reclusione da due a sei anni, chiunque diffonda le intercettazioni, se il loro contenuto è diffamatorio e risulti «manifestamente irrilevante ai fini di prova».

La sanzione riguarderebbe certamente i giornalisti - per i quali, dunque, tornerebbe il carcere - che decidessero di pubblicare anche conversazioni non pertinenti alle indagini perché, parafrasando il Garante della privacy, secondo il quale non tutto ciò che è di interesse per il pubblico è anche di pubblico interesse, non tutto ciò che non interessa il pm è anche privo di pubblico interesse. Ma potrebbe applicarsi anche a giudici e magistrati che, sempre secondo le norme elaborate dalla Commissione, non dovrebbero inserire, nei loro provvedimenti, ad eccezione delle sentenze, il testo integrale delle intercettazioni, a meno che esse non siano rilevanti ai fini della prova.

La violazione di questo criterio, non agevole da applicare, li esporrebbe a facili denunce dei loro indagati. Potrebbe accadere, ad esempio, al gip che diffondesse, trascrivendole in un’ordinanza di custodia cautelare, intercettazioni utili solo ad inquadrare il contesto criminoso, con la consapevolezza che, così facendo, esse diverrebbero subito pubbliche. Facile intuire la serenità con la quale i magistrati si troverebbero a redigere i loro atti, spesso forieri di conseguenze assai negative per i destinatari. Il governo non si è pronunciato su queste proposte e si confida che non sia il silenzio di chi, tacendo, acconsente; e non ha ancora reso note le norme, che finalmente scioglieranno il nodo.

La verità, a noi sembra, è che nessuno possiede ricette miracolose e per disciplinare una materia così complessa, occorre ragionare con pacatezza, senza fretta e certo non sull’onda di polemiche, suscitate da proteste, spesso tutt’altro che disinteressate. Una sola cosa è certa, molti sono i diritti in gioco e tutti meritano di essere ugualmente garantiti.

7 aprile 2015 | 09:53

App Runtime for Chrome, così Google porta Android su Windows, Mac e Linux

La Stampa
antonino caffo

Il sistema usato dagli sviluppatori per testare le app prima di pubblicarle su Play Store si apre al pubblico. L’ultima versione la possono usare tutti, ecco come

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A chi non piacerebbe provare un sistema operativo che non si conosce prima di comprare uno smartphone o un tablet? Basterebbe accendere il PC e scoprire cosa offre la piattaforma, app comprese. Certo non sarà come portarsi dietro il telefonino ma almeno si può analizzare se davvero un certo OS ha quello che ci serve in mobilità. E finalmente chi si accinge ad acquistare un dispositivo Android può provarlo in anteprima seduto alla propria scrivania. Il tutto è reso possibile da App Runtime for Chrome (ARC), un programmino che Google ha realizzato per consentire agli sviluppatori di provare le proprie app sul computer prima di inviarle per il processo di verifica al Play Store.

L’ultimo aggiornamento permette ad ARC di funzionare su qualsiasi sistema operativo con installato il browser Chrome a differenza del supporto precedente limitato al solo Chrome OS. Questo vuol dire che chiunque abbia un PC Windows, Mac o Linux può scaricare ARC e installare le app Android più famose tra cui le onnipresenti Facebook, Twitter o Angry Birds. Per il momento, come spiega Ars Technica, ARC è in versione beta e quindi non tutte le app presenti su Play Store potrebbero funzionare; anzi quelle prodotte da Google (Maps, YouTube, Gmail, Google Plus, Notizie e Meteo, Google Now) non partono nemmeno; ma niente paura ce ne sono abbastanza tra cui scegliere viste le oltre 1,43 milioni di pubblicate.

Per provare ARC basta scaricare il file gratuitamente da qui e aggiungerlo alle applicazioni di Chrome. Una volta terminato il download si fa partire l’app dalla stessa finestra da cui si è scaricata e si sceglie il file .apk da installare. Questo vuol dire che per ogni applicazione bisogna procurarsi il relativo file di installazione; farlo non è per nulla difficile, ci sono siti specializzati come Apk4Fun ma attenzione a quelli che offrono gratis app che normalmente su Play Store sono a pagamento: non vale la pena rischiare un virus, al massimo fatevi prestare il cellulare Android da un amico per qualche ora.

Il congedo del carabiniere con 13 parenti nell’Arma: tutti in un poster

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Lascia Domenico Resciniti, 65 anni, 46 con gli alamari, comandante della stazione di Gela: la foto con i familiari, tutti in divisa. La lotta antimafia e il coniglio salvato...

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Un congedo a metà tra commozione, senso delle istituzioni e della famiglia, ma pure con un filo di humour. Un poster intitolato così: «La storia siamo anche noi» per ricordare i 13 della sua famiglia (lui compreso) che finora hanno prestato servizio nell’Arma dei carabinieri. Autore e protagonista dell’iniziativa è il maresciallo Domenico Resciniti, 65 anni d’età e 46 di servizio con gli alamari nel Dna, originario di Roscigno (Salerno), comandante della stazione carabinieri di Gela. Un pezzo di storia dell’Arma, questo maresciallo: il giuramento con Carlo Alberto Dalla Chiesa, il servizio sempre in Sicilia, la lotta antimafia, tante indagini delicate. E ora la pensione. Alla vigilia del suo congedo (previsto per martedì) ha tenuto a ribadire che il suo «non vuole essere un addio, perché la divisa non si toglie neanche quando si arriva al traguardo della pensione in quanto si rimane «carabiniere per l’eternità».
Nell’Arma figlio, fratello, suocero, genero, cognati, nipoti e cugini
Quella di Resciniti è una famiglia tutta votata all’Arma: carabiniere è un figlio, un fratello. Lo sono stati o lo sono suocero, genero, tre cognati, tre nipoti e due cugini. Alcuni magari scomparsi, altri in pensione.
Il giuramento con Carlo Alberto Dalla Chiesa
Arruolato nel 1969, il maresciallo prestò giuramento nel ‘71 davanti all’allora comandante della Legione Sicilia, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che gli assegnò il comando della squadra di polizia giudiziaria nella compagnia di Gela: terra di mafia, con clan noti come quelli dei Rinzivillo le cui infiltrazioni sono arrivate sino a Roma. A Gela Resciniti rimase una prima volta per sei anni, ottenendo poi altri incarichi in varie destinazioni (Canicattì, Castelvetrano, Battipaglia, Salerno, Palermo). Per Gela e Niscemi, dove complessivamente ha trascorso 30 anni di comando-stazione (25 a Gela, 5 a Niscemi) è stato una sorta di «maresciallo Rocca» ambientato in Sicilia: uno come tanti tra la gente perbene, inflessibile davanti al crimine, in un periodo difficile in cui le due città sono state interessate da una cruenta guerra di mafia che ha causato centinaia di morti.
Le indagini antimafia
Li ricorda tutti Resciniti (sposato, con tre figli, due femmine e un maschio) le storie brutte delle stragi mafiose che hanno insanguinato la Sicilia. Talvolta vittime innocenti: come a Niscemi, quando due bambini che giocavano in strada rimasero entrambi uccisi da colpi di pistola sparati in uno scontro tra cosche rivali tra le strade della città. E ancora: la vicenda «sconvolgente» di Vanessa Lo Porto, la mamma di Gela che in preda a raptus di follia, nell’aprile del 2010, annegò i propri due figli nel mare.
Quel coniglio «adottato» dalla stazione
Poi magari ci sono altre storie, quelle belle, tenere e talvolta divertenti che incontra il maresciallo della stazione che stare in mezzo alla gente. Una è quella delle due bambine che, nella seconda metà degli anni ‘90, si presentarono al piantone con un coniglietto bianco tra le braccia: chiesero proprio di Resciniti , un’istutuzione a Gela. Al maresciallo raccontarono di avere comprato con i loro risparmi quel coniglietto indifeso destinato a essere venduto, ucciso e mangiato. Le bimbe glielo consegnarono ponendolo sotto la protezione dei carabinieri. Il maresciallo acconsentì. Se rimase perplesso certo non lo diede a vedere. Le bimbette uscirono dalla stazione con un sorriso. Lui tenne la bestiola in caserma per alcuni giorni, poi lo consegnò a un’associazione per la tutela degli animali.
Gli alamari sono per sempre
Ora il congedo che arriva dopo numerosi successi professionali, riconoscimenti, medaglie ed encomi. Martedì, che è proprio il giorno del suo sessantacinquesimo compleanno, i colleghi lo saluteranno con una cerimonia ufficiale. Ma appunto: non è un addio. Gli alamari di un carabiniere sono per sempre.

Il fascino degli Anni 60: sì, ma solo con le Stereo 8

La Stampa
marco zatterin

Tornano di moda e il mondo le celebra con il “Tape Day”

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Erano pesanti e voluminose, inevitabile che custodissero nel Dna il gene dell’estinzione. Come i dinosauri, le cassette Stereo 8 avevano l’aspetto di un articolo destinato alla rapida scomparsa: non erano proprio comode, il suono lasciava a desiderare. A cavallo fra gli Anni ’60 e ’70 apparivano nelle pubblicità delle decappottabili con promesse di spensierate corse estive.

Tempo un decennio erano state spazzate via dal vinile e dalle più piccole e funzionali musicassette. Si sarebbe detto per sempre, invece no. Anche loro, trainate dal boom degli album a 33 giri, assaporano una seconda insperata esistenza. Di nicchia, certo. Ma è sempre meglio che finire in un museo come le ossa dei brontosauri. 

Eccoci nella Retrosfera
L’11 aprile è il «8 Track Tape Day», il giorno della Stereo8, uno dei supporti analogici più curiosi della storia musicale, ricordo delizioso per il popolo degli «Anta», mistero per i giovani, oggetto di culto per gli Hipster di tutte le età. Era, ed è, costituito da una cartuccia di plastica, poco più grande e spessa d’un libro tascabile. dove all’interno correva un nastro di un quarto di pollice, registrato su otto tracce lette due alla volta, così l’opera veniva divisa in quattro programmi stereo. Impossibile saltare da un brano all’altro. L’unico passaggio consentito era fra gruppi di canzoni.

Il formato si doveva a un americano, Bill Lear, che lo perfezionò nel 1964 e poi convinse le case automobilistiche che si trattava della soluzione perfetta per ascoltare musica corrente sulle strade Usa. I primi lettori commerciali vennero montati nel 1966 come optional sulle Ford Mustang. Di lì a poco, spuntarono gli apparecchi domestici. Il mercato esplose: nel 1970 le cartucce valevano un terzo del business discografico statunitense e canadese; nel 1972 se ne vendettero 15 milioni solo sull’altra sponda dell’Atlantico.

Il declino
Dieci anni più tardi l’epopea era sostanzialmente conclusa. Fragili e prone all’inceppamento, le cassette finirono nella spazzatura o a marcire nelle cantine, destino che di lì a poco avrebbe contagiato anche il vinile, colpito mortalmente dall’indistruttibile freddezza del compact disc che a sua volta pareva poter essere eterno. Al passaggio del secolo il mondo è però cambiato, di nuovo. I cd sono in «mode Brontosauro» per il trionfo quantitativo del digitale, mentre il vinile ha riconquistato gli appassionati del suono puro e del prodotto dotato di forma e profumo. La fragranza del vintage condotta dall’album vecchio stile ammalia nuove generazioni, risveglia antiche curiosità, gonfia il mercato. E fa riscoprire anche le Stereo 8, giocattolo curioso al limite del feticismo. Sul sito Discogs.com, la bibbia dei collezionisti, navigano 5000 cassette offerte in vendita.

I più ricercati
La più scambiata è naturalmente «The Dark Side of the Moon» dei Pink Floyd che, nella versione quadrifonica della Harvest, è quotata 400 euro dalla rivista «Record Collector». Ricercato anche «Animals» che ha un assolo di chitarra in più rispetto alla versione in vinile (30 euro), come «Berlin» di Lou Reed (20 euro) ha un passaggio di piano esclusivo. A parte il «20 Greatest Hits» dei Beatles, il Santo Graal è la seconda collaborazione di Frank Sinatra col brasiliano Antonio Carlos Jobim, padre della Bossa Nova.

«SinatraJobim» uscì in Stereo 8 nel 1969, ne furono stampate tremila copie e poi il lavoro venne ritirato perché il cantante americano era insoddisfatto della copertina. Si dice che in circolazione ne siano rimasti tre esemplari, uno dei quali è stato venduto a 4.550 dollari nel 2006. Un sacco di soldi? Dipende da cosa si desidera. Il sax di Fausto Papetti te lo tirano dietro, ma sono tanti i 44 euro richiesti per un nastro di Nunzio Gallo che, dopo la festa dell’11 aprile, potrebbero magari aumentare. In attesa che sabato 18, col Record Store day, arrivi la verifica annuale per il Signor Vinile.



Cosa abbiamo perso con la scomparsa delle musicassette
La Stampa
bruno ruffilli

L’era digitale ha cancellato le emozioni della registrazione?

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«Registrare una buona compilation per rompere il ghiaccio non è mica facile», scrive Nick Hornby nel suo romanzo più famoso, Alta fedeltà. «Devi attaccare con qualcosa di straordinario, per catturare l’attenzione (...), poi devi alzare un filino tono, o raffreddarlo un filino, e non devi mescolare musica nera e musica bianca, a meno che la musica bianca non sembri musica nera, e non devi mettere due canzoni dello stesso cantante di seguito, a meno che tu non imposti tutto il nastro a coppie, e... beh, ci sono un sacco di regole». 

Lanciata da Philips nel 1963 per incidere memo e interviste, la Compact Cassette viene ripensata per la musica solo qualche anno più tardi, e verso la metà dei ’60 entra a far parte di quasi tutti gli impianti stereo. È un’alternativa al disco in vinile: più facile da maneggiare non si graffia e non si rovina. A differenza della vecchia Stereo 8, la musicassetta permette di registrare canzoni in maniera semplice ed economica: così nascono insieme la pirateria e il mixtape. Per la prima volta nella storia dell’industria musicale, i consumatori possono creare da soli il proprio disco preferito, la superband immaginaria che mette insieme Beatles e Rolling Stones. O Sex Pistols e Clash: la cultura della cassetta prende infatti piede col punk, che predica il fai da te in ogni campo dell’arte, e vede una grande diffusione di fanzine (riviste amatoriali) con allegate compilation di band emergenti.

Poi arriva il digitale, e la cassetta all’inizio sembra reggere, crescendo in durata per arrivare ai 74 minuti del compact disc e dominando il settore della musica in auto. Ma, con l’inizio dei ’90 e l’avvento dei masterizzatori nei pc, il declino è inarrestabile. Il colpo finale arriva con l’Mp3 e i riproduttori digitali portatili: il Walkman prima diventa Discman, quindi cede il passo all’iPod e alle playlist. Si creano su iTunes, meglio ancora su Spotify o YouTube, si scambiano su Twitter e Facebook. Ma una playlist sui social network cerca l’approvazione e la popolarità, non è più una specie di programma radio dedicato a un solo ascoltatore. 

Dopo che anche i professionisti della pirateria hanno abbandonato le cassette, la musica è oggi digitale e immateriale. Non c’è più nessuno che doni sentimenti ed emozioni registrati su cento metri di nastro nero, con il tempo passato per scegliere i brani, la fatica dell’assemblaggio, i ripensamenti dell’ultimo momento. Tutto nella speranza che in chi l’ascoltava nascesse la stessa emozione di chi l’aveva registrata: nel romanzo di Hornby funziona, e Rob conquista Laura. Ma anche nella vita reale la cassetta era un’arma potentissima di seduzione.

GaetGaetano Azzariti: errori, ma non infamieano Azzariti: errori, ma non infamie

Corriere della sera
di Gaetano Azzariti

L’ex presidente della Corte Costituzionale, che fu anche a capo del tribunale della razza, commise di certo delle mancanze. Ma, secondo il nipote, ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza, la sua storia non può essere semplicemente «liquidata»


Caro direttore, Gian Antonio Stella sulle colonne del Corriere della Sera è tornato più volte a denunciare la vicenda di Gaetano Azzariti ritenendo «insopportabile» che il presidente del Tribunale della razza possa aver ricoperto alti incarichi anche in epoca repubblicana, fino ad essere eletto Presidente della Corte costituzionale. Credo utile fornire una diversa lettura rispetto a quella proposta perché ciascuno possa, non tanto valutare la vicenda personale di un magistrato ormai morto da oltre cinquant’anni, quanto meglio comprendere la storia che è alle nostre spalle; che a me sembra sia più problematica di quanto non sia stata raffigurata.
«Un tribunale per “salvare”» Anzitutto, sarebbe assai opportuno chiedersi cosa fosse il Tribunale della razza, andando oltre l’orrida denominazione posta dal regime fascista. Si scoprirebbe così che l’istituto «non aveva il compito di condannare, quanto piuttosto di ‘salvare’ dalle conseguenze delle leggi razziali talune persone considerate anagraficamente ebree, ‘arianizzandole’» (Domenico Gallo, Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia, Edizioni gruppo Abele, 2013, p. 91). Possono ovviamente esprimersi le più diverse valutazioni sul questo Tribunale che poteva essere adito da coloro che venivano discriminati a causa dell’appartenenza ad una razza.

Non deve, dunque, necessariamente condividersi quanto è stato riconosciuto ad esempio dallo storico deportato comunista Ruggero Zangrandi, che dopo aver pubblicato un interessante studio sul fascismo (il lungo viaggio attraverso il fascismo, 1962) riconobbe che «l’istituto agisse in favore degli ebrei» (vedi all’archivio dell’istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla resistenza la documentazione relativa). In ogni caso, non voglio fare di Gaetano Azzariti un salvatore degli ebrei (sebbene potrei richiamare tante testimonianze personali), ma è certo che operò in quella difficile situazione entro un’ambigua linea d’ombra, come tanti a quel tempo, che lavorarono silenziosamente al servizio delle istituzioni; dunque certamente anche del regime.
Le colpe collettive
Ma allora – in questa prospettiva - il problema della responsabilità individuale si sovrappone a quello delle responsabilità collettive. Colpe ve ne furono: di tutto il ceto intellettuale liberale, del quale Gaetano Azzariti, allievo di Scajola e di Mortara, faceva parte. I liberali contribuirono all’ascesa del fascismo (ci si ricorda del listone?), non ebbero poi modo o voglia di combatterlo nel ventennio. Ben più rigoroso fu l’atteggiamento e il sacrificio di altre tradizioni di pensiero (socialiste, comuniste, poi azioniste). Molti – soprattutto nella magistratura – furono coloro che continuarono a svolgere il loro mestiere con l’illusione di poter far prevalere il rispetto delle forme giuridiche sulla sostanza del potere autoritario (dovremmo tornare a rileggere gli scritti sulla forma come limite al potere autoritario di un grande antifascista, Pietro Calamandrei, estimatore e amico di Gaetano Azzariti).

È strano che la cultura oggi dominante – «liberale» ancora una volta – tenda a non mettersi in gioco, ma semmai a trovare capri espiatori. Ma lasciamo perdere le responsabilità del crocianesimo e torniamo a quelle individuali. Gaetano Azzariti diresse per oltre un quarantennio l’ufficio legislativo del Ministero della Giustizia. Sarebbe opportuno, nel momento in cui si vuole giudicare la vita di una persona, andare a vedere cosa fu e cosa fece quell’ufficio. Si scoprirebbe che rappresentò non solo un luogo di elaborazione tecnica nella fattura delle leggi, ma anche un luogo di interlocuzione con la cultura giuridica liberale non fascista: cultura posta ai margini, combattuta e disprezzata, ma che ebbe un ruolo tutt’altro che irrilevante – secondo molti decisivo – ad esempio nella elaborazione dei codici.
L’adesione al «manifesto della razza»
C’è qualcosa che incrina questo quadro e che potrebbe giustificare una condanna morale e politica. Dopo l’orripilante pubblicazione del manifesto della razza, come dovrebbe essere noto, il regime chiese all’alta burocrazia e a molti intellettuali di aderire. Gaetano Azzariti aderì. Quali che fossero le ragioni non importa e non riferirò neppure quel che una tradizione orale mi ha tramandato. Ma rilevo che ci fu un rapporto tra quella ingiustificabile adesione e la possibilità di assegnare la presidenza del Tribunale della razza ad un tecnico che fece –

secondo quanto ho ricordato – di quell’istituto un organo che ha “salvato” alcuni dei sommersi e ha provato ad attenuare – almeno attenuare – le perversioni di un regime razzista. Certo non fu una scelta facile, né un compito svolto in un ambiente trasparente: l’estrema dimostrazione di dove possa portare la collaborazione con un regime. Sarebbe stato necessario dire di no, non c’è dubbio. Ma forse le pressioni non furono solo quelle del regime, ma anche di coloro che guardavano ad un tecnico come una scelta possibile per limitare le aberrazioni del tempo.
La storia e le scelte Chi ritiene Azzariti pienamente integrato alla logica del regime potrebbe anche riflettere su due dati storici. Dopo il 25 luglio del 1943 fu nominato ministro della Giustizia del primo governo Badoglio, segno evidente che non fu certo un giurista di Mussolini. Ci si dovrebbe ricordare, inoltre, la condannato a morte nei suoi confronti comminata dai repubblichini: è da dubitare che fosse nella ristretta cerchia dei più elevati e fidati gerarchi del regime. Ci si stupisce, infine, che Palmiro Togliatti scelse proprio Azzariti come capo di gabinetto subito dopo la caduta del fascismo. Ci si dovrebbe invece chiedere quali furono le ragioni di una tale scelta. Nessuno credo possa ritenere che il capo politico del partito comunista potesse valorizzare un antisemita o un giurista fascista. Entro la prospettiva politica di pacificazione che veniva allora promossa da Togliatti (che può essere ovviamente discussa, ma non è questo ora il punto) non è difficile comprendere che si volesse coinvolgere l’alta burocrazia.

Nel caso di Azzariti ritengo che si volle riconoscere anche quel che oggi gli si vuole imputare: un lavoro silenzioso di contenimento nelle forme del giuridico delle politiche del regime. Chi conosce un po’ la storia del pensiero giuridico sa quanto s’è discusso sulle virtualità e i limiti del formalismo giuridico. Si possono condannare gli atteggiamenti dei formalisti, la decisione di Togliatti, la continuità nel passaggio tra regime fascista e Repubblica. Ma questa storia non ha nulla di criminale. Gaetano Azzariti dopo il fascismo non fu solo il secondo presidente della Corte costituzionale, ebbe anche un ruolo decisivo nella costruzione del nuovo Stato e contribuì alla stessa scrittura della Costituzione (fece pare della Commissione Forti), fu anche il redattore della prima sentenza della Corte costituzionale: quella che impose il controllo di costituzionalità sulle leggi anche anteriori l’entrata in vigore della Costituzione (quelle promulgate durante il ventennio, dunque). Una storia che può far riflettere, discutere, dividere, ma che non credo vada semplicemente liquidata come una storia infame.
Gaetano Azzariti

Cosa fosse il tribunale della razza lo spiegò, con parole tremende, Renzo De Felice: una «fonte di immoralità, di corruzione, di favoritismo e di lucro». Quanto alla condanna a morte da parte della Repubblica di Salò che dimostrerebbe la verginità di Azzariti («difficile pensare che fosse il giurista di Mussolini», scrive il nipote) la motivazione appare piuttosto semplice: i repubblichini consideravano quello che era stato il massimo dirigente della Giustizia sotto il Duce un voltagabbana traditore. Lo scrive furente, in un articolo sul Corriere del 26 ottobre 1943, l’ex sottosegretario alla Giustizia Giuseppe Morelli ricordando che sotto la direzione del nostro erano state fatte «tutte le leggi fasciste» e che caduto il Duce aveva subito «rivoltato la giubba, da fascista ad antifascista».(g.a.s.)