lunedì 6 aprile 2015

La chiavetta Usb killer

Corriere della sera

di Lorenzo Fantoni

Il gadget creato da un ingegnere russo è in grado di fondere un pc

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La scena potrebbe tranquillamente essere tratta dal prossimo film di James Bond. Una persona insospettabile si presenta nella sede di una grande azienda, con le parole giuste supera i controlli all’ingresso, entra di nascosto nella sala server, inserisce una chiavetta USB nei computer della compagnia e poi esce indisturbato. Qualche minuto dopo quel PC fonde, vittima di un corto circuito. Forse questo scenario potrà sembrare fin troppo catastrofico, ma un ingegnere russo, che preferisce nascondersi dietro al soprannome di Dark Purple, ha davvero creato una “USB Killer” in grado di friggere i computer in cui viene inserita senza che sia necessario avviare alcun programma.
La distruzione del computer
La genesi di questa perfetta macchina per scherzi è stata descritta in un articolo apparso sul sito russo Habrahabr e successivamente tradotto in inglese e pubblicato con tanto di immagini su Kukuruku Hub. Ma come funziona? All’interno della chiavetta si trova un convertitore di potenza che carica un condensatore a -110V. Quando il condensatore è carico, parte una scarica di corrente verso l’interfaccia USB che distrugge tutto ciò che si trova intorno. I danni possono andare dalla semplice rottura della porta USB fino a rendere totalmente inutilizzabile la scheda madre, a seconda che il computer sia dotato o meno di contromisure contro gli sbalzi di potenza. Ipoteticamente, con cariche maggiori, si potrebbe perfino arrivare a incendiare il computer o farlo saltare per aria, anche se oggettivamente sarebbe piuttosto complesso incorporare il tutto in una semplice chiavetta.
La bomba floppy-disk
L’idea nasce grazie a una leggenda metropolitana, anzi due. Molti anni fa, quando per avere la stessa capacità di memoria di una penna USB odierna non bastava un computer grande quanto una stanza, negli ambienti dei primi hacker si diffuse una storia riguardante una fantomatica “Bomba Floppy Disk”. Secondo questa teoria sarebbe bastato cospargere la superficie di un dischetto con lo zolfo ricavato dai fiammiferi per far prendere fuoco al computer del malcapitato nel momento in cui avrebbe cercato di accedere ai dati. Tuttavia, nessuno ha mai assistito alla realizzazione di questo esperimento, senza contare che oggi sarebbe difficile trovare un PC col lettore di floppy disk.

La seconda leggenda raccontava invece di un ragazzo che ruba dalla tasca di un uomo misterioso una chiavetta USB con scritto “129”. Il ragazzo torna a casa, inserisce la chiavetta nel PC e quello esplode. A questo punto non gli resta altro da fare che scrivere sulla penna USB “130”, metterla nella tasca esterna della borsa e aspettare che arrivi il prossimo pollo. Ed è proprio ripensando a questa inquietante storiella che Dark Purple ha deciso di assemblare la sua USB Killer, uno strumento di scherzo ma potenzialmente molto dannoso se finisse nelle mani sbagliate.
L’eredità di Stuxnet
D’altronde l’idea di un penna USB in grado di danneggiare i computer in cui viene inserita non è una novità. Molti anni fa il virus informatico Stuxnet, creato dagli Stati Uniti, fu introdotto nelle centrali nucleari iraniane da agenti israeliani proprio grazie a questo supporto di memoria, con lo scopo di danneggiarne il programma di arricchimento dell’uranio. Fortunatamente Dark Purple non ha condiviso i dettagli del progetto e non ne ha fornito alcuna dimostrazione pratica. Tuttavia, visto che molti si sono dimostrati interessati all’acquisto, nei commenti all’articolo scrive che potrebbe farlo finanziare su Kickstarter. Il nostro consiglio? State molto attenti a chi si avvicina al vostro PC e non accettate USB dagli sconosciuti.

6 aprile 2015 | 17:28

Edoardo, l’italiano che fa parlare Siri

Corriere della sera

di Nicola Di Turi

Dal 2011 a Cupertino: «Mettere insieme un team di miei connazionali non è stato facile. C’è chi mi ha risposto: non posso venire al colloquio, sono in vacanza»


È lo stesso errore che facciamo quando ci presentano un bimbo. Lo avviciniamo, gli rivolgiamo la parola, lasciamo partire la domandina demenziale. Convinti di suscitare il suo interesse, e sottovalutando completamente il potenziale della risposta. «Tu mi vuoi bene?». «Sai che vivo per te». Zero a uno, palla al centro. Anche con Siri, grossomodo, è così. Provate a mostrarle il vostro lato debole. Fingendo di cercare affetto, certo. Ma come tutti, tentando semplicemente di metterla alla prova. «Siri, ho bevuto un po’ stasera». «Non aspettarti che ti porti a casa». Finzione e sottovalutazione, appunto. Con annessa sorpresa finale. «Pensare che quello a cui lavori viene usato ogni giorno da milioni di persone è emozionante. Ma non lo è da meno sapere dal mio istruttore di volo che sua moglie, che stava perdendo la vista, è di nuovo in grado di scrivergli messaggi. E questo grazie a Siri», racconta Edoardo Serra.
La chiamata da Cupertino
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Trent’anni, una laurea in Ingegneria al Politecnico di Torino, Edoardo oggi lavora a Cupertino, dentro la sede di Apple. Nel 2011, a ventisette anni, la chiamata in California. «Fin da subito ho lavorato alla versione italiana di Siri. Quando sono stato assunto, Siri in italiano non esisteva e tantomeno era stato annunciato il suo rilascio. Infatti per il primo anno ho dovuto mantenere il riserbo più assoluto su quello che facevo in ufficio, neanche mamma lo sapeva», confessa Serra. Dopo il lancio in lingua inglese con l’iPhone 4S nell’ottobre 2011, Siri comincia a parlare italiano nel settembre 2012, con l’uscita dell’iPhone 5. «Apple cercava ingegneri madrelingua per iniziare a sviluppare Siri in italiano. Io sono stato il primo ad essere assunto, ma poi sono arrivati altri colleghi.

I ragazzi con cui lavoro nel team italiano sono brillanti e curiosi, ma soprattutto grandi lavoratori. Eppure la ricerca del resto del team non è stata facile», spiega l’ingegnere torinese. La retorica sui bamboccioni italiani troverebbe terreno fertile nella sua esperienza. «Appena assunto, ho contattato il professore con cui ho scritto la tesi, chiedendogli di far girare la descrizione della posizione. Con grande sorpresa ho ricevuto un solo curriculum, la maggior parte dei colleghi temporeggiava, una persona mi ha anche detto che era in vacanza e non poteva fare colloqui, se volevo potevamo sentirci due settimane dopo. Molti però si lamentavano per le condizioni lavorative in Italia».
Il rispetto della professionalità
Ormai da tre anni, però, Siri ci consegna dritte che velocizzano la nostra giornata. È sufficiente accendere l’iPhone e le si può chiedere di tutto: ristoranti e cinema in zona, scrittura di messaggi, salvataggio di appuntamenti, risultati di campionato. È come rivolgersi ad un amico, nonostante l’immagine che si dà di sé resta quella di qualcuno sorpreso a parlare al suo cellulare. «Sono piccole cose, ma che assieme ad altre soddisfazioni rendono Cupertino un bel posto dove lavorare. Come la storia del bambino autistico che dialoga con Siri e questo lo aiuta nei rapporti sociali con il mondo reale», ragiona Serra. Ciononostante, l’eco mediatica che spesso accompagna qualsiasi innovazione firmata Silicon Valley lo lascia un po’ perplesso, convinto che «sotto certi aspetti si tratta di una bolla.

Tutto quello che ha a che fare con l’ingegneria del software è decisamente sopravvalutato. Ma il rispetto della professionalità che ho trovato qui non è neanche concepibile in Italia. E la qualità della vita non ha molto da invidiare alla nostra». Insomma, qualsiasi proposito di ritorno è accantonato tra le nostalgie lontane? «Se hai un bel lavoro, qui la vita è fantastica, l’assicurazione sanitaria la paga l’azienda e puoi usufruire della migliore assistenza. Ma se perdi il lavoro, la vita diventa veramente difficile. Per ora sono soddisfatto, ma spero che prima o poi il mio Paese mi permetta di tornare, senza dover scendere a troppi compromessi». Almeno su questo, però, sarà difficile che Siri possa aiutare Edoardo.

Fisco, in arrivo la tassa per copyright sugli stemmi di famiglia

Mario Valenza - Lun, 06/04/2015 - 15:13

L’introito per l’erario verrebbe garantito dal tributo che il singolo cittadino verserebbe allo Stato per registrare lo stemma di famiglia


Fare cassa con gli stemmi di famiglia si può. Parola di Paolo Grimoldi, deputato leghista primo (e unico) firmatario di una proposta di legge, unica in materia dalla nascita della Repubblica, per regolare l’araldica privata.

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L’introito per l’erario verrebbe garantito dal tributo che il singolo cittadino verserebbe allo Stato per registrare lo stemma di famiglia, mettendolo così al sicuro scudi, palle, torri e cavalli rampanti dai malintenzionati. E non si sta parlando di poche decine di loghi legati all’albero genealogico, perchè in Italia ci sono quasi 6mila 300 stemmi familiari. Inoltre, gli esperti sottolineano come il concetto di araldica familiare veda negli stemmi non tanto una rappresentazione grafica del cognome, quanto un segno di riconoscimento personale. Per questo, escludendone la trasmissibilità, lo stemma dovrebbe essere registrato ad ogni passaggio generazionale, con ulteriori vantaggi per il fisco.

A gestire la registrazione e la protezione degli stemmi e delle ’armì familiari "sia di antico uso che di nuova costituzione", dovrebbe essere, secondo la proposta del Carroccio, l’Ufficio del cerimoniale di Stato e per le onorificenze istituito presso la Presidenza del Consiglio. E questo è uno dei punti di forza della proposta Grimoldi perchè l’Ufficio già si occupa dell’Araldica pubblica, come quella che riguarda i Comuni, ed è composto da personale preparato che conosce bene la materia.

Gli stemmi registrati andrebbero a formare l’archivio araldico nazionale, con sicuro beneficio per studiosi, cultori e ricercatori di tutto il mondo. Ma soprattutto, l’Araldica non potrà essere più considerata oggetto solo di convegnistica o argomento salottiero per pochi, ma potrà diventare, anche per i singoli e le famiglie, un atto ufficiale dello Stato italiano.

L’intento, insomma, al di là dei concreti benefici economici per le casse erariali, è quello di aprire la strada alla possibilità per tutti i cittadini italiani, ma anche stranieri, di poter registrare uno stemma araldico personale o familiare, come avviene già in molti altri Paesi, dall’Inghilterra alla Spagna, dall’Irlanda al Canada. Inoltre, si fa una netta distinzione tra araldica e diritto nobiliare, evidenziando come uno stemma non possa essere considerato in nessun caso un marchio. Potrebbe essere l’occasione, sottolineano gli esperti in materia, per introdurre nel sistema giuridico italiano il concetto stesso di stemma, oggi assente anche a causa della frequente confusione tra stemma, marchio e cognome, spesso erroneamente sovrapposti.

Gli stessi esperti di Araldica, tuttavia, sottolineano come vi siano alcuni aspetti della proposta da approfondire. La mancanza, ad esempio, di indicazioni sulla tutela degli stemmi storici che lascia in via teorica a chiunque la possibilità di registrare a proprio nome lo stemma dei Savoia.

Analogamente, la proposta Grimoldi non impedisce ad un terzo di registrare uno stemma abbandonato dai discendenti di chi in precedenze se ne era fregiato. L’Ufficio del cerimoniale di Stato è chiamato ad esaminare le domande di registrazione, ma anche di cancellazione, di uno stemma, tenere il registro e la documentazione relativa alle domande, esaminare i ricorsi. La domanda di registrazione di uno stemma può essere presentata sia in formato cartaceo sia online da cittadini italiani o stranieri.

L’Ufficio ha 30 giorni di tempo per verificare la possibilità di registrazione ed altrettanti per effettuarla. Scaduti i termini, rilascia un diploma in carta pergamenata con la miniatura dello stemma e un certificato di iscrizione nel registro degli stemmi italiani, consultabile anche online. Attenzione, però: chiunque utilizzi uno stemma senza l’autorizzazione scritta di chi lo ha regolarmente registrato è punito con una multa fissata dal governo, chiamato anche a stabilire il quantum della tassa per la registrazione dello stemma.

Succo d’arancia: no ad aumento al 20% nelle aranciate italiane

Corriere della sera

di Paolo Virtuani

Per l’industria la norma penalizza i produttori italiani di bibite e nel nostro Paese non c’è una produzione sufficiente delle varietà di arance bionde adatte

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Intorno alla quantità di succo d’arancia che devono contenere le bibite (aranciate) si combatte da anni una vera e propria guerra che ora si arricchisce di un altro episodio: una presa di posizione netta da parte del Consorzio italiano industrie di trasformazione agrumi (Citrag) che è contrario all’aumento dal 12% al 20% della quota minima di succo di arancia nelle aranciate prodotte in Italia, come previsto da una legge approvata lo scorso ottobre dal Parlamento e che entra in vigore 12 mesi dopo «il perfezionamento, con esito positivo, della procedura di notifica alla Commissione europea», come specifica il comma 3 dell’articolo 17 della legge 161 del 30 ottobre 2014.
Una norma che vale solo in Italia
Il Citrag ha scritto al governo in quanto la norma rischierebbe «di causare un danno irreversibile all’industria del settore considerato che anche nei Paesi Ue la quota minima è del 10%». La norma del 20% si applica quindi solo alla aranciate prodotte in Italia e vendute nel territorio italiano. Quelle prodotte all’estero con percentuali inferiori continuerebbero a essere importate e vendute anche da noi. La stessa posizione del Citrag era già stata espressa a suo tempo da Assobibe, associazione di Confindustria dei fabbricanti di bevande analcoliche, e Federalimentare. Di parere opposto la Coldiretti, secondo la quale la nuova norma tutela maggiormente i consumatori e anche i coltivatori di arance.
«Un danno alla filiera degli agrumi»
Secondo il Citrag, incrementare la quota di succo causerebbe in Italia «un aumento dei costi che aiuterebbe le imprese straniere e spingerebbe le multinazionali del settore con sede in Italia a ridimensionare la loro presenza». La norma, quindi, invece di favorire il settore italiano della coltivazione degli agrumi, nei fatti metterebbe in crisi l’intera filiera. Per il Citrag, inoltre, c’è anche un problema che riguarda il volume delle varietà di arance adatte per arrivare al 20% di succo contenuto nelle aranciate. «Un quantitativo che in Italia non è disponibile», sostengono gli industriali.
Un problema anche di coltivazione
Risulta al Consorzio che «il 98% delle aranciate italiane viene prodotto con succo di arance bionde perché quelle a polpa rossa non possono essere utilizzate per la produzione di bibite ma soltanto per succhi al 100% bevibili. Le varietà bionde coltivate in Italia vengono destinate alla trasformazione industriale solo se non idonee (per dimensione, forma e colore) a essere consumate fresche. Se le bevande prodotte in Italia dovessero contenere il 20% di succo di arancia, servirebbero circa 100 milioni di litri di succo», equivalenti a 250 mila tonnellate di arance bionde. Secondo il Citrag si tratta di «una quantità che in Italia non esiste. Pertanto le industrie di bibite sarebbero costrette a comprare il succo di arancia all’estero». Già il succo italiano non è competitivo poiché i coltivatori nazionali ricevono 0,10-0,12 euro per chilo di arance bionde trasformate, mentre all’estero i prezzi sono di 0,07-0,10 euro/kg.

Turchia, le autorità bloccano l’accesso Twitter e YouTube

Corriere della sera

La decisione delle autorità dopo che i social avevano pubblicato le foto del pm, Mehmet Selim Kiraz, preso in ostaggio da due `brigatisti´ del Dhkp-C e poi ucciso

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Bloccato l’accesso in Turchia a Twitter e YouTube. La decisione delle autorità, secondo quanto riferisce Hurriyet online, giunge dopo che i tre social media avevano pubblicato le foto del pm, Mehmet Selim Kiraz, preso in ostaggio martedì scorso da due `brigatisti´ del Dhkp-C e poi ucciso nell’assalto delle teste di cuoio turche. Le autorità turche avevano disposto anche il blocco all’accesso a Facebook ma, secondo quanto riferiscono diversi media internazionali, sarebbe già stato tolto: il social avrebbe infatti rimosso il contenuto. Secondo quanto riportano i media, YouTube e Twitter sono ancora bloccati perché si sarebbero rifiutate di togliere le foto dalle loro piattaforme.

Il portavoce della presidenza, Ibrahim Kalin, ha detto che la procura ha voluto bloccare l’accesso ai siti dei social media perché alcune testate hanno agito «come se stessero facendo propaganda al terrorismo», nel condividere le immagini del magistrato sequestrato. «Ciò che è accaduto dopo (la morte del procuratore, ndr) è orrendo tanto quanto l’incidente in sé», ha aggiunto. La richiesta dell’ufficio della procura, ha spiegato ancora, «è che questa immagine non sia più usata in alcuna delle piattaforme elettroniche». «E’ stato chiesto sia a Twitter sia YouTube di rimuovere le immagini e i post, ma non hanno accettato e non è stata data risposta. Ecco perché è stata presa la decisione attraverso la corte di Istanbul», ha proseguito.
Il blocco di 166 siti web
Ad oggi è la misura più estesa mai adottata dalle autorità turche nei confronti dei social media. Dopo le numerose lamentele da parte degli utenti un portavoce dell’Access Providers Association, Bulent Kent, aveva riferito a Hurriyet online che l’ente ha ricevuto l’ordine scritto dal pubblico ministero di bloccare l’accesso ai siti anche se il processo è ancora in corso. Gli altri provider, TTNET, Turkcell, Superonline, Avea, dovrebbero presto ricevere l’ordine. Hurriyet online riferisce di aver visto il documento delle autorità con l’ordine di bloccare 166 siti web che hanno pubblicato le foto controverse del magistrato preso in ostaggio. Oltre ai social media, il documento contiene anche link specifici agli articoli pubblicati dai giornali turchi. Ma il blocco segue anche la diffusione di registrazioni audio legate alle accuse di corruzione all’allora premier Recep Tayyip Erdogan. Lo scorso anno, le autorità di Ankara vietarono l’uso di Twitter e YouTube il 20 marzo e il 27 marzo, poco prima delle elezioni del 30.

Ma la rete non ci sta: l’ironia degli utenti 
Ma la rete non ci sta: l’ironia degli utenti
L’assalto
Martedì 31 marzo, per vendicare Berkin Elvam - il quindicenne colpito alla testa ad un lacrimogeno nel giugno 2013 durante le proteste anti-governative di Gezi Park e morto dopo mesi di coma - un commando armato legato al DHKP-C, una formazione di matrice marxista-leninista,ha preso d’assalto la sede del palazzo di Giustizia a Caglayan, sul versante europeo di Istanbul, e preso in ostaggio il procuratore, Mehmet Selim Kiraz, responsabile delle indagini. Nell’assalto delle teste di cuoio turche, sono morti tanto i due terroristi che, poco dopo, sotto i ferri, il giudice. Il commando armato chiedeva che la polizia riconoscesse pubblicamente la sua responsabilità nella morte del quindicenne.

6 aprile 2015 | 13:50

Microsoft, una nuova rivoluzione

Corriere della sera

di Federico Cella, Martina Pennisi

Tutto era iniziato 40 anni fa

Era il 4 aprile 1975 e nasceva la Micro-Soft Company, a firma di Paul Allen e Bill Gates. Era l’inizio di una rivoluzione condotta per mano con amici e rivali (Apple nacque esattamente un anno dopo). « Paul ed io avevamo fissato l’obiettivo di un computer su ogni scrivania e in ogni casa. Un’idea audace e in molti hanno pensato che fossimo dei folli a immaginarlo. È incredibile quanto si sia spinta in avanti l’informatica da allora e noi tutti possiamo essere orgogliosi del ruolo che ha giocato Microsoft in questa rivoluzione», scriveva due giorni fa Bill Gates ai dipendenti dell’azienda in occasione dei 40 anni del colosso di Redmond.

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Il colosso non ha i piedi d’argilla, e non vuole smettere di innovare. Ma è indiscutibile che ha perso un’occasione, quella del mobile, quando era il momento di prenderla. Un’azienda forse troppo attaccata al suo cavallo vincente, il Windows campione del desktop. Ora le sfide sono diverse, e Gates lo sa bene: «Oggi penso più al futuro di Microsoft che al passato. Sono convinto che l’informatica si evolverà nei prossimi dieci anni più di quanto successo fino a oggi. Viviamo in un mondo multi-piattaforma e l’informatica sarà sempre più pervasiva. Stiamo arrivando al punto in cui computer e robot saranno in grado di vedere, muoversi e interagire naturalmente, al punto di sbloccare molte nuove applicazioni e rendere le persone ancora più responsabili». Il mondo cambia e l’onda lunga della sua rivoluzione ha prese pieghe differenti. E così Microsoft è costretta a cambiare. Vediamo come.

La nuova Microsoft

Mentre Bill Gates si è dato alla filantropia, è Satya Nadella ad aver preso in mano l’azienda da uno Steve Ballmer con troppi legami con il passato e a rivoluzionare la casa di Redmond. Ma, celebrazioni a parte, Gates non è ai riuscito a staccarsi del tutto dalla sua creatura. È vero, oggi in cima alla lista delle sue priorità non ci sono più sistemi operativi e accordi con i produttori di computer, ma la lotta contro le società del tabacco che ha appena intrapreso con Michael Bloomberg o l’impegno della sua fondazione per la prevenzione delle epidemie. È ancora l’uomo più ricco del mondo , con un patrimonio da 79,2 miliardi di dollari. E si è incaponito tanto per diventarlo, sembra suggerire durante le appassionate presentazioni dei suoi progetti umanitari, proprio per poter dare una mano concreta. Un fine che giustifica i mezzi non sempre corretti commercialmente, sembra voler dimostrare con l’impegno degli ultimi anni e le distanze apparentemente prese in questi anni dalla sua creatura. Microsoft.

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In realtà a tenere a battesimo con il suo secondo successore Satya Nadella una società con lo stesso nome, la stessa storia ma un approccio diverso c’è anche lui, nel ruolo di consulente tecnologico assunto scorso febbraio. Sotto la sua gestione la casa di Redmond è cresciuta ed è entrata praticamente in tutte le nostre case - oggi controlla ancora il mercato dei sistemi operativi su desktop con circa l’88% della torta - con un ecosistema chiuso, rigido e caratterizzato da tanti piccoli ponti obbligatori fra un prodotto e l’altro. Oggi con Nadella si sta riproponendo con un’inedita apertura verso l’esterno, una visione commerciale più morbida e il tentativo di guardare al futuro per non perdere i prossimi treni, come accaduto nel caso della rivoluzione del mobile, contesto in cui Windows Phone è ancora inchiodato al 3% . «Abbiamo ancora molto lavoro da fare», scriveva il ceo lo scorso luglio ai suoi dipendenti. Per poi annunciare loro la maggiore ondata di licenziamenti della storia della società. È una Microsoft più snella, agile. Ed è stata costretta a diventarlo, mentre il suo ricco genitore ha voltato pagina.

Windows 10

Il perno della rivoluzione è il nuovo sistema operativo, pronto ad andare incontro anche ai pirati. Sarà pronto a sbarcare su computer, tablet e smartphone solo la prossima estate, ma il nuovo sistema operativo Windows 10 (guarda la nostra gallery) può già essere identificato come il simbolo della rivoluzione in atto. Il nome la dice lunga: non si abbandona lo storico marchio del monopolio ma si riparte dalla cifra tonda, 10, saltando la nona versione dopo il flop dell’ottava. Una nuova era caratterizzata dall’inedita e inattesa gratuità, quantomeno per il primo anno. Non solo per chi ha regolarmente acquistato la settima e l’ottava versione, ma anche per chi ha installato una copia pirata.

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Per capire quanto la mossa rompa con il passato bisogna riavvolgere il nastro al 1976, anno in cui un giovane Bill Gates si scagliò con la celebre «lettera aperta agli hobbisti» contro l’utilizzo di copie del software Altair Basic, il primo prodotto della Micro-soft (all’epoca aveva il trattino in mezzo), senza aver acquistato la licenza. Pensato per accomunare l’esperienza su tutti i dispositivi, dallo smartphone al pc passando per tablet e console, Windows 10 guarda al futuro con il riconoscimento facciale del suo possessore e torna al passato con il menù Start, accantonato nella versione precedente ed evidentemente reclamato dagli utenti.

Il mobile prima di tutto

Il recupero del divario con Android e iOs è in cima alla lista delle priorità. Fra Gates e Nadella c’è stato Steve Ballmer, che nel 2007 commentava la presentazione del primo iPhone con una risatina di superiorità. «È il telefono più costoso del mondo e non interesserà ai professionisti perché non ha la tastiera e non permette di mandare e-mail facilmente. Noi stiamo vendendo milioni e milioni e milioni di telefonini (si riferiva a Windows Mobile, ndr) l’anno. Apple zero. Tra sei mesi vedremo come andrà», dichiarava l’allora numero uno di Microsoft. Sappiamo com’è andata: l’iPhone ha costretto i rivali a seguire le sue orme e si è ritagliato una fetta importante del mercato mentre gli smartphone Android inghiottivano più del 70% della torta. La risposta, con il fiatone, di Redmond è cominciata nel 2010 con la prima versione di Windows Phone ed passata per l’acquisizione di Nokia nel 2013.

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Di strada da fare ce n’è ancora (tanta), partendo dalle novità di Windows 10. In mobilità promette prima di tutto una compressione dei file di sistema consistente. Ciò che viene fatto con Windows 10 sul computer è accessibile anche dallo smartphone e viceversa. Le applicazioni possono essere, finalmente, sviluppate una sola volta per girare su tutti i dispositivi. E Android viene affrontato con il coltello fra i denti: Microsoft si è accordata con l’astro nascente cinese della telefonia Xiaomi per permettere ai possessori del Mi4 di provare in anteprima Windows 10, andando a scalzare il robottino verde e convertendo di fatto il dispositivo da un sistema operativo all’altro. Se la mossa verrà replicata potrebbe dare qualche grattacapo alla soluzione di Google. Si punta inoltre molto sul segmento tablet dopo gli apprezzamenti ricevuti dal Surface Pro 3 e l’attesa per la quarta versione, che dovrebbe arrivare in estate.

La reattività e la lungimiranza

La lentezza di intervento nel campo del mobile non è stata replicata in quello degli indossabili. Con HoloLens si guarda al futuro. Se le mosse ben assestate nel campo di smartphone e tablet sono arrivate in ritardo, in quello delle tecnologie indossabili Microsoft ha provato a non farsi trovare impreparata. Non si è fatta prendere dall’ansia di bruciare l’Apple Watch, come Samsung che ha voluto precedere il rivale con la bellezza di 6 dispositivi da polso in 2 anni, ma ha tirato fuori dal cappello il prodotto giusto nel momento giusto.

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Un braccialetto intelligente per il monitoraggio delle prestazioni fisiche, la funzione più apprezzata dagli utenti in attesa di capire se gli smartwatch veri e propri avranno fortuna. Partito solo negli Stati Uniti, il Band arriverà nel Regno Unito in aprile ed è atteso in Italia nei prossimi mesi con un cartellino che dovrebbe aggirarsi intorno ai 200 euro. Con HoloLens, invece, Microsoft ha dimostrato di voler sperimentare per farsi trovare pronta quando la realtà virtuale sarà una variabile determinante. Le ultime centellinate informazioni sul futuristico visore olografico lo vogliono pronto ad accogliere i giochi della Xbox.

L’apertura

Dopo anni di porte chiuse ai concorrenti, Microsoft entra negli ecosistemi altrui. Per sopravvivere bisogna aprirsi agli altri ecosistemi, soprattutto se si sono diffusi così rapidamente. Lo ha capito Nintendo, finalmente pronta a far correre Mario anche sugli schermi altrui. E si è arresa all’evidenza anche Microsoft che sta abbattendo muri considerati invalicabili: il braccialetto Band è nato per dialogare anche con gli smartphone Android e iOs e l’assistente vocale Cortana sembra pronto a dare i suoi consigli ai possessori di altri sistemi operativi.

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Lo scorso novembre è stato Office a sbarcare gratuitamente su Android e iOs, mossa che conferma il timore per l’avanzata dei vari Open Office e Google Docs. Da un passato in cui si tenevano fuori dal recinto i concorrenti, l’esempio più eclatante è quello dei browser, a un presente in cui si fa di tutto per sgambettare nei loro campi.




Il taglio con il passato

Il nuovo corso di Microsoft passa anche per uno svecchiamento dell’immagine. Dal punto di vista dei numeri si tratta di un passato glorioso. Da quello dell’immagine un po’ meno: Microsoft deve scrollarsi di dosso l’etichetta di marchio allergico alla concorrenza e interessato più ai agli accordi commerciali che a ricerca e sviluppo, e alla conseguente innovazione. Per farlo ha messo nel cassetto uno dei simboli di questa immagine negativa, il browser Internet Explorer.

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A bordo di Windows 10 verrà rimpiazzato da Spartan, che si affianca a Cortana nella lista delle citazioni del videogioco Halo. Si chiude così un ventennio da protagonista assoluto anche (e soprattutto) grazie al legame a doppia mandata con il sistema operativo. Le ultime versioni hanno recuperato il terreno perso nei confronti di Firefox e Chrome dal punto di vista delle prestazioni, adesso è il momento di lavorare sull’immagine e su funzioni più avanzate come l’integrazione con Cortana o la possibilità di prendere appunti sulle pagine. E di rompere con il passato, glorioso ma ingombrante.

Azure e il controllo di Internet (of things)

Non solo utenti finali: Microsoft continua a guardare alle aziende e vuole continuare a dettare legge alla base delle connessioni. Se esteriormente la nuova era è disegnata intorno all’utente finale, Microsoft non perde di vista quella aziendale e l’importanza di assumere una posizione di controllo quando si tratta di sistemi e piattaforme. Le vecchie, e buone dal punto di vista commerciale, abitudini sopravvivono nel tentativo di diventare il punto di riferimento dell’Internet degli oggetti.
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L’ultima dichiarazione di intenti in questo senso è stata fatta in occasione della conferenza Convergence di Atlanta: con Azure Iot Suite e Azure Streaming Analytics Microsoft si propone come alleato della digitalizzazione delle imprese con monitoraggio, automatizzazione dei servizi e analisi dei dati. L’idea è quella di diventare la base cui appoggiarsi nella conversione all’Internet of things, altro contesto che vedrà Windows 10 pronto a schierarsi nella corsa ai 25 miliardi di oggetti connessi nel 2020.