domenica 5 aprile 2015

La paura (ragionevole) di Israele e degli ebrei

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

L’accordo che è stato raggiunto con Teheran non porterà allo smantellamento dell’atomica, ne allungherà i tempi

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Stareste tranquilli se chi ha giurato di annichilire la vostra Nazione con la bomba atomica riuscisse a ottenere il permesso di costruirne i presupposti, sia pur al rallentatore? E se vi dicessero che siete degli ottusi oltranzisti, solo perché fa festa chi ha promesso di cancellarvi prima o poi dalle carte geografiche? Ecco, lo Stato di Israele si sente così: i potenti della Terra fanno festa, mentre la prospettiva della catastrofe si avvicina. E dicono anche che siete esagerati e paranoici. Lo dicono quelli che a veder sventolare una bandierina dell’Isis a qualche centinaio di chilometri di distanza già sono travolti dal terrore.


L’Iran khomeinista, l’Iran degli ayatollah e dei mullah al potere vuole l’arma finale per annientare Israele e cacciare gli ebrei che sporcano e deturpano la terra santa dell’Islam. Non è un progetto nascosto, non è il frutto della paranoia israeliana, dei guerrafondai che si inventano nemici immaginari per perseguire i loro loschi interessi: è un programma aperto, esibito, reiterato, argomentato, supportato da una lettura fondamentalista e intransigente dei testi sacri. L’antiebraismo è un tratto costitutivo dell’integralismo che ha preso il potere a Teheran, non una sua superfetazione propagandistica, una fanfaronata da bulli. Quel microscopico lembo di terreno che si chiama Stato di Israele è l’ossessione di Stati giganteschi che circondano Israele con un mare di ostilità.

La questione palestinese non c’entra niente. Nessun Paese arabo ha aiutato i palestinesi a costruire uno Stato autonomo e indipendente dal ‘48 al ‘67 secondo i confini tracciati dall’Onu con una risoluzione che Israele accettò e i Paesi arabi rifiutarono. E l’Iran della rivoluzione khomeinista, che non è un Paese arabo, ma che ha contribuito fortemente alla islamizzazione di un conflitto che ha perduto oramai ogni traccia di nazionalismo laico finalizzato all’indipendenza e all’emancipazione dei territori occupati nel ‘67 da Israele, ha da sempre l’obiettivo della costruzione dell’arma finale per cancellare lo «scandalo sionista» dalla faccia della terra.

La comunità internazionale lo ha sempre avuto chiaro. Le sanzioni sono state decise per questo. Tutti sapevano che l’uranio arricchito dell’Iran in mano agli antisemiti non aveva uno scopo pacifico. Tutti sapevano che le centrifughe per ottenerlo venivano nascoste per impedire ai blitz israeliani di intervenire e al resto del mondo di controllare cosa si stava accumulando nel cuore di montagne inespugnabili, invisibili, capaci di sfuggire a qualunque ispezione.

Oggi si sta decidendo, con un accordo che dovrà essere perfezionato da qui a giugno ma che oramai è ben disegnato nei suoi contorni essenziali, che l’uranio arricchito dell’Iran non viene fermato, ma soltanto frenato. Un po’ di impianti da smantellare. Una consistente diluzione dei tempi. Ma non la fine del programma atomico a scopi bellici. Hanno detto a Israele: a quelli che vogliono distruggerti con l’arma finale abbiamo imposto di mettere le cose al rallentatore. La distruzione non è scongiurata, è solo posticipata. Nel frattempo la rimozione delle sanzioni sarà di giovamento agli scambi economici internazionali. Israele si rassegni, e veda di non ostacolare questo spettacolare «accordo di pace».

E invece, ostinati, testardi, incontentabili, rompiscatole, gliisraeliani che terrorizzati hanno votato ancora per Netanyahu (ma come mai? saranno mica impazziti?), si permettono addirittura di avere paura. Ma come, dicono i seguaci dell’equilibrio perfetto, ma se ce l’ha già Israele perché all’Iran si dovrebbe negare la bomba atomica? Solo che l’arma atomica nell’era della Guerra fredda è stato un messaggio dissuasivo, non aggressivo: guarda che se t’azzardi a usarla, l’uso che ne faremo noi per rappresaglia vi annienterà all’istante. Mentre quella dell’Iran è solo ed esclusivamente un messaggio aggressivo: abbiamo forse dimostrato di avere paura della morte, noi che abbiamo spedito sciami di bambini a farsi uccidere nella guerra degli ayatollah contro Saddam Hussein?

Inoltre la bomba di Israele è palesemente, nemmeno i più acrimoniosi dei nemici potrebbero negarlo, uno scudo difensivo, difficile pensare in tutta onestà che a Gerusalemme qualcuno stia progettando di fare di Teheran la nuova Hiroshima. La pretesa iraniana della bomba atomica invece fa tutt’uno con il progetto di annientare Israele. È colpa di Netanyahu se in Israele hanno paura? Il governo israeliano doveva partecipare a negoziati con uno Stato che non ha nessuna intenzione di riconoscere Israele? Sono tutti oltranzisti a Gerusalemme? Pretendono addirittura che venga loro riconosciuto il diritto di esistere, questi estremisti.

5 aprile 2015 | 17:37

Caso tangenti. Il manager al telefono con D'Alema: «Il tuo vino in 400 alberghi di Ischia»

Il Mattino


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Una riunione a Ischia di quattrocento albergatori, un modo per presentare al meglio della ristorazione isolana il vino prodotto da Massimo D'Alema. C'è anche questo negli atti dell'indagine condotta a Napoli sulla metanizzazione di Ischia, nella storia degli accordi politici e affaristici per portare metano sull'isola.

Tredicimila pagine depositate agli atti dell'inchiesta, tantissime intercettazioni, spunta anche un colloquio tra Francesco Simone, il manager della Concordia agli arresti (che ha deciso di firmare alcune ammissioni dinanzi a gip e pm) e il presidente della fondazione Italianieuropei, nonché ex premier D'Alema. Qual è il punto?

Si torna a parlare di vino, o meglio, i due parlano di affari e carinerie legate alla possibilità di sponsorizzare il prodotto dell'azienda vinicola di D'Alema. C'è una particolarità in questa intercettazione: si tratta di una conversazione ricavata negli uffici di via del Bufalo a Roma - sede capitolina della Concordia - grazie a una cimice piazzata dai militari del Noe. Ovviamente, si sente la voce di Simone, mentre non è dato sapere cosa abbia risposto D'Alema, che in questa storia non è indagato e non è neppure un «target» di attività di intercettazioni.

Ma ecco una sintesi della conversazione captata, alla luce di quanto finora depositato agli atti: «Buonasera presidente, senti ho parlato del nostro incontro con Casari (leader della Concordia, finito in cella, ndr), al sindaco di Ischia, che è un compagno di vecchia data, si chiama Giosi Ferrandino... bene, lui è in collegamento con quattrocento operatori alberghieri di Ischia». Dunque? Qual è la proposta di Simone? «Siccome tu ci avevi accennato della tua produzione eccellente, lui (Giosi Ferrandino, ndr) sarebbe disponibile, quando vorrai, se vorrai e riterrai, di fare una specie di riunione degli albergatori più importanti e presentare il frutto del sudore della fronte».

Ma non è finita, stando alla ricostruzione del Noe, si parla di affari, dell'opportunità di «parlare con il finanziario della Concordia», fino a quando, c'è la domanda conclusiva da parte di Simone: «Allora, tu mi autorizzi a farla chiamare e capire qual è questo gap... diciamo documentale... ottimo e abbondante..., senti presidente, ti ringrazio tantissimo e ti auguro buon lavoro». Parole a volte incomprensibili, tanti puntini sospensivi, resta centrale la questione del vino, che sembra essere una sorta di leit motiv nella strana triangolazione tra i vertici della Concordia, D'Alema e Giosi Ferrandino.

Stando alle indagini condotte da Napoli, la Concordia ha acquistato vino da casa D'Alema, per 20mila euro, oltre a 500 libri scritti dall'ex premier. E non è tutto: D'Alema, secondo accertamenti di polizia giudiziaria, è stato ospite della sorella di Ferrandino nell'albergo di famiglia, mentre il sindaco avrebbe ricevuto sostegno elettorale dalla Concordia, in cambio della sponsorizzazione del piano della coop di portare a Ischia il metano. Ora agli atti anche una possibile verticale dinanzi a 400 albergatori.

l.d.g.
domenica 5 aprile 2015 - 11:25

Iran: accordo buono o accordo bidone?

Livio Caputo


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Dopo dieci anni di negoziati infruttuosi e due giorni di ritardo sulla scadenza prefissata, si è finalmente raggiunto un accordo per cercare di fermare quella corsa (sempre negata dagli interessati) dell’Iran verso la bomba atomica, che avrebbe cambiato radicalmente gli euilibri geopolitici del Medio Oriente. Ma si tratta davvero. come sostiene Obama, di un accordo storico, che ci garantisce  per almeno dieci anni che Teheran, se an che volesse barare al gioco, impiegherebbe almeno un anno per fabbricare il suo primo ordigno nucleare, o piuttosto .un accordo bidone, come sostengono gli israeliani e i sauditi, che regala all’Iran l’agognata abolizione delle sanzioni senza fornirci garanzie sufficienti?

Per rispondere con certezza, bisognerà attendere che nei prossimi mesi l’accordo-quadro raggiunto giovedì sera sia completato da una infinità di protocolli tecnici, su cui per ora ci sono ancora dissensi profondi. Solo se, entro la data limite del 30 giugno, queste lacune verranno riempite con soddisfazione potremo dire che l0Occidente ha ottenuto una vittoria. Per adesso, sul fronte positivo, c’è l’impegni iraniano a chiudere tutti i suoi impianti per arricchire l’uranio con l’eccezione di Natanz, la trasformazione del reattore ad acqua pesante di Arak in modo che non possa più produrre plutonio “militare”, la riduzione delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio a seimila  e soprattutto la promessa dell’apertura di tutte le installazioni alle ispezioni dell’AIEA.

Sul fronte negativo, bisogna annoverare il mantenimento del diritto dell’Iran ad arricchire uranio e soprattutto l’impegno a una abolizione delle sanzioni troppo frettolosa ed imprudente, tenuto conto che gli ayatollah ci hanno già ingannato più volte in passato e possono farlo ancora. Inoltre, non sappiamo ancora che cosa si nasconda dietro l’ammissione del Segretario di Stato Kerry che molti problemi rimangonio da risolvere. Obama, naturalmente, si è affrettato a salutare l’accordo come un grande successo: un riavvicinamento all’Iran e una soluzione pacifica del problema della bomba sono stati fin dal principio del suo mandato tra i suoi principali obbiettivi, tanto che gli rivolse perfino un appello in Farsi.

Per arrivarci, ha ignorato le (più che giustificate) obiezioni degli alleati e, visto che alla scadenza del 31 marzo non si era ancora arrivati a un’intesa, ordinato di prolungare il negoziato a oltranza legandosi così implicitamente le mani. Tuttavia, solo la storia dirà se davvero – come sostiene – ha reso un servizio al mondo, o ha compiuto l’ennesimo errore di una politica mediorientale fin qui disastrosa.

A rendere il negoziato così difficile è stato principalmente il diverso approccio delle parti. Da un lato, gli Stati Uniti (e i suoi alleati occidentali) hanno puntato da sempre a mettere nero su bianco impegni precisi, con il numero delle centrifughe che l’Iran sarà autorizzato a operare, l’elenco dei siti nucleari che potrà mantenere, la quantità di uranio arricchito che dovrà spedire “in deposito” in Russia e molti altri dettagli tecnici traducibili in numeri.

Nonostante la ferma volontà di Obama di arrivare al traguardo, il segretario di Stato Kerry, principale attore della trattativa, aveva infatti bisogno di un accordo che soddisfacesse anche il Congresso repubblicano, non fosse troppo inviso ad Israele e ai Paesi sunniti e fornisse sufficienti garanzie che gli iraniani – come hanno fatto molte volte in passato – non potessero più barare al gioco.

Dall’altro lato i rappresentanti di Teheran erano soprattutto preoccupati di mantenere intatta la immagine della Repubblica islamica comePaese sovrano, impermeabile ai ricatti del “Grande Satana”, e perciò sono stati da sempre restii a mettere la firma sotto qualsiasi documento che limitasse visibilmente la loro libertà di azione. Inoltre, il capo delegazione Zarif, considerato a Teheran un liberale, doveva tenere conto dei veti che, di tanto in tanto il leader supremo, l’ayatollah Khamenei, opponeva a specifiche richieste occidentali, e spesso si trincerava dietro la impossibilità di fare accettare certe condizioni all’ala dura del regime.

Un altro capitolo su cui l’Iran si è impuntato, in questo caso per ragioni pratiche, è stato il calendario dell’abrogazione delle sanzioni, che hanno ridotto in ginocchio la sua economia: via subito quelle riguardanti finanza e petrolio, e in tempi rapidi tutte le altre. Una condizione che gli occidentali erano riluttanti ad accettare, perché esse costituiscono l’elemento che ha costretto Teheran al tavolo dei negoziati e ancora oggi rimangono l’unica efficace arma di pressione per obbligare gli ayatollah a rispettare gli impegni assunti. Un acuto osservatore ha riassunto così le difficoltà incontrate in tanti anni di trattative con le varie delegazioni iraniane che si sono succedute intorno al tavolo: “Gli uomini più potenti non erano accessibili e quelli più accessibili non erano potenti”.

Bisogna aggiungere che prima ancora della sua conclusione, il negoziato di Ginevra ha prodotto effetti profondi sugli equilibri del Medio Oriente. Nella convinzione che gli americani non sarebbero comunque riusciti a bloccare al 100% la corsa dell’Iran alla bomba, ma solo a ritardarla, l’Arabia Saudita ha gradualmente allentato i suoi legami con Washington, ha messo insieme in tempi da primato una specie di NATO sunnita, con la partecipazione dei 10 principali Paesi della regione e ha avviato negoziati segreti con il Pakistan per acquistare – se necessario – un suo deterrente nucleare.

Parallelamente, Israele si è opposta fino alla fine a qualsiasi intesa, forte del fatto che, ancora martedì, un generale delle Guardie rivoluzionarie ha dichiarato che “l’impegno iraniano a distruggere lo Stato ebraico non è negoziabile”; e a Gerusalemme si è preso atto con soddisfazione che, se a Obama succederà un presidente repubblicano, Washington potrebbe chiedere una revisione di tutto quanto viene stabilito in questi giorni.

Sempre perdenti ma felici La squadra più bella che c’è

Corriere della sera
di Paolo Di Stefano

I baby calciatori di San Siro (Como): solo sconfitte e 446 gol subiti. Hanno tra i 9 e 10 anni. I genitori: «Si divertono e tanto basta, la vittoria prima o poi arriverà»

I tecnici (da sinistra Alessandro Ruga, Maurizio Massaini e Gabriele Salice) con i bimbi: in piedi da sinistra Gorkem, Elia, Simone, Benedetto e Luca. Seduti: Claudio, Daniele, Alessandro, Kevin e Matteo (foto Mattia Vacca) I tecnici (da sinistra Alessandro Ruga, Maurizio Massaini e Gabriele Salice) con i bimbi: in piedi da sinistra Gorkem, Elia, Simone, Benedetto e Luca. Seduti: Claudio, Daniele, Alessandro, Kevin e Matteo (foto Mattia Vacca)



Prima o poi vinceranno. Per il momento si divertono senza pretese, lottano, ogni tanto segnano, e non importa se finisce che soprattutto vanno a raccogliere la palla nella loro rete. L’anno scorso in 22 partite è successo 290 volte, ma i sei gol che hanno fatto giustificavano comunque l’allegria e la voglia di tornare in campo per correre e riprovare a vincere. Sono i bambini della squadra di calcio Asd San Siro Nero, che giocano nel torneo a 7 della categoria Csi. Daniele, Simone, Alessandro, Francesco, Jacopo, Cristian e gli altri, compresa Sofia che con i suoi guantoni e la frangetta lunga sta in porta, e compreso Gorkem, lo «straniero» del gruppo, di origine turca. Tutti tra i nove e i dieci anni, abitano a San Siro, 1800 abitanti, alto lago di Como, risultato della fusione dei comuni di Sant’Abbondio e Santa Maria Rezzonico, vicino a Menaggio e Bellano.


Li hanno battezzati «i bambini che non vincono mai», ma bisognerebbe chiamarli, più esattamente, i bambini che non hanno bisogno di vincere per stare insieme in allegria. Tanto, prima o poi vinceranno, con la loro elegante tenuta nera e i collettini gialli. Per ora, anche quest’anno restano saldamente in fondo alla classifica a zero punti: 16 partite, altrettante sconfitte, 156 gol subiti, ma ben 26 palle infilate nella rete avversaria. Una gran soddisfazione, anche se, in altri contesti, un simile ruolino di marcia potrebbe facilmente trasformarsi in una crisi societaria, con licenziamenti e psicodrammi. Nell’ultima partita, contro quelli della Grandola - che navigano quasi in vetta con la Grona di Tremezzo, con la Polisportiva Rosso e con i cugini «nobili» del San Siro Giallo -, hanno segnato ben 2 gol e hanno persino colpito un palo. Che ne abbiano presi 7 è un effetto secondario, del tutto marginale.

Mai una recriminazione contro l’arbitro, mai un gesto di insofferenza. L’entusiasmo per quel palo era nettamente superiore al rammarico per l’ennesima sconfitta. Il sindaco del piccolo paese comasco, Claudio Raveglia, fede milanista, segue questi ragazzini come fossero figli suoi, organizza trasferte con padri, madri, zii, cugini e nonni, intere famiglie al campo sportivo per ammirare (e applaudire) le allegre batoste subite dai loro bambini: «Ci mettono una forza incredibile senza mai pensare al risultato, solo per il gusto di stare insieme e tirare qualche calcio al pallone».

Pochi calci, per la verità, perché il pallone pare che lo vedano poco, anche se sul campo sputano l’anima. Delusione? «Mai - dice mamma Monica -: mio figlio Daniele è contento lo stesso, per loro è solo un gioco, anche se certo sono un po’ dispiaciuti di non vincere mai. Ma noi genitori siamo lì a spronarli: dài, forza, questa è la volta buona! Imparano a combattere, ci mettono tutta la voglia e poi se perdono ci ridono anche sopra, ma quando segnano anche solo un gol diventa una grande vittoria, si abbracciano e ricominciano a correre». Prima o poi riusciranno a vincere, questi ragazzini: a Loveno, qualche sabato fa, hanno sperato in un pareggio. Sarebbe stato il primo punto conquistato nel biennio, ma sono usciti sconfitti 5 a 6. Prima o poi vinceranno e, se non succederà, fa lo stesso.

L'accusa del Fisco ad Apple: "Rete fantasma per evadere"

Andrea Cuomo - Dom, 05/04/2015 - 08:56

Scoperto un meccanismo di controllo occulto che avrebbe permesso di non pagare 900 milioni di imposte su prodotti di grande successo commerciale

Una mela con il verme? Secondo l'Agenzia delle Entrate sì: in un rapporto inviato alla magistratura il fisco italiano sarebbe convinto che la Apple nel nostro Paese avrebbe evaso quasi 900 milioni di euro grazie a un'organizzazione fantasma che gestirebbe la commercializzazione degli ambiti prodotti con la mela morsa nel nostro Paese, e non dall'Irlanda, come risulterebbe ufficialmente per non pagare le tasse in Italia.

Nel rapporto, finito nelle mani dell'agenzia di stampa Adn Kronos , e frutto di un controllo iniziato nel 2011 dalla Procura di Milano e dall'Agenzia delle Dogane ed entrata nel vivo solo alla fine del 2014, sono analizzati i sistemi escogitati dalla multinazionale per evadere 897 milioni di euro sui circa 9,6 miliardi di euro fatturati in Italia nel periodo 2008-14. La distribuzione dei prodotti a marchio Apple in Italia avverrebbe attraverso la società Tech Data Italia, controllata dalla statunitense Td Corp. In pratica la Tdi avrebbe una serie di contratti di fornitura con le società irlandesi Apple Sales International e Apple Distribution International, quest'ultima subentrata alla prima nel corso del 2012.

Fino al 2012 oggetto dei contratti erano i prodotti Cpu (computer, iPad, iPod), ma a paritre al 2013 le forniture hanno riguardato anche i prodotti telefonici (iPhone) fino a quel momento distribuiti esclusivamente tramite gli operatori di telefonia mobile (Telecom, Vodafone, e H3g). La remunerazione di Tdi avviene attraverso uno sconto del 2,8 per cento sul listino prezzi. La successiva vendita da parte di Tdi ai propri clienti avviene applicando al medesimo listini sconti variabili a seconda dell'importanza del cliente, ma comunque di misura sempre superiore a quella contrattuale di acquisto. Una situazione non sostenibile per Tdi, che ha insospettito i funzionari del fisco.

È così emerso che tutti i rapporti tra Tdi e la grande distribuzione sono curati direttamente da Apple, che di fatto controllerebbe l'azienda attraverso call conference settimanali, colloqui telefonici, mail, incontri periodici. Ipotesi supportata dalle analisi condotte sugli archivi di posta elettronica acquisiti presso Tech Data Italia, le cui risultanze forniscono un riscontro certo e documentato circa la pervasività e l'ampiezza dell'attività condotta dal personale di Apple Italia Srl. Un meccanismo di controllo occulto che di fatto configurerebbe, si legge nella relazione, «la presenza di una rete Apple operante in Italia dedicata alla gestione, al controllo, nonché allo sviluppo e alla commercializzazione dei prodotti a marchio Apple sul territorio nazionale».

La cifra di 9,6 miliardi di vendite di prodotti Apple in Italia dal 2008 al 2014miliardi, è scomponibile in 5,7 miliardi che arrivano dalle cessioni intracomunitarie (tra cui Telecom per 1,3 miliardi, H3G per 1,3, Vodafone-Omnitel per 1,1, Tech Data Italia per 216mila euro, Attiva per 97mila euro, Esprinet per 15mila euro, Asi per 297mila euro, Adi per 205mila euro) e 3,9 di scambi interni, avvenuti nei confronti degli operatori di telefonia Telecom Italia, H3G e Vodafone Omnitel Bv, che operano come veri e propri distributori di prodotti telefonici.

Mio figlio non è un bullo, per questo ho fatto ricorso”

La Stampa
lorenzo boratto

Cuneo, parla il padre che si è opposto alla sospensione. Intanto uno dei ragazzi puniti ha deciso di cambiare scuola

«Grazie Preside. Anch’io anni fa sono stata vittima della violenza dei miei compagni. Tutti sapevano, nessuno intervenne e ancora oggi pago le conseguenze». Mentre da tutt’Italia arrivano e-mail simili a questa, di sostegno alla preside che ha condannato alla sospensione e al 4 in condotta 14 liceali per le angherie a un compagno, il padre di uno di loro spiega le regioni del ricorso in difesa del figlio. «Non mi interessa vedere i video e non l’ho fatto. Ho saputo di quanto avvenuto nel viaggio di istruzione perché mio figlio ne ha parlato in casa. Ho fatto ricorso contro il provvedimento della scuola perché mi è sembrato che tutto sia stato ingigantito, strumentalizzato. Punendo anche chi non aveva fatto nulla».

Le responsabilità
«Come genitori siamo stati convocati dal liceo. Subito ho spiegato che non si doveva punire chi era nella camera d’albergo e non aveva fatto nulla. Credo che la sanzione sia stata data per coprire qualche manchevolezza e per evitare che i genitori del ragazzo maltrattato se la prendessero con lo stesso istituto. È come una sentenza di tribunale: ho fatto ricorso perché si deve poter avere la possibilità di eliminare o modificare una decisione, se questa è sbagliata». Altro non aggiunge, così come si sono dati la consegna del silenzio i genitori dei ragazzi coinvolti in questa storia. L’unica a intervenire una portavoce, giovedì, con una telefonata alla «Stampa»: «Condannare al 4 in condotta e a quindici giorni di sospensione significa far perdere l’anno scolastico. Una punizione esagerata per uno scherzo. Forse oltre le righe, ma sempre uno scherzo».

Arrivano le prime scuse
Già, ma i pochi che hanno visto i tre filmati girati con diversi cellulari, in quella stanza d’albergo a Roma, garantiscono che è stato altro. Un ragazzo ubriaco che viene steso nella vasca da bagno, denudato, depilato, bagnato di urina, avvolto in carta igienica, bruciato con un accendino alle gambe. Due ore di vessazioni, umiliazioni, risate sguaiate. Non ci stanno i genitori della vittima: «Chi dice che è uno scherzo sa nulla. I video sono filmati raccapriccianti, che un genitore non dovrebbe vedere mai. Ma le scuse che non sono venute dagli altri genitori e dai ragazzi sono quello che fa più male». 

C’è chi ha preferito andarsene altrove: uno dei liceali è stato ritirato e iscritto in un istituto privato. Qualche madre e padre ora ha chiesto scusa alla vittima. Non tutti. Prima di chiudere i commenti sulla vicenda, la dirigente del Liceo Peano Pellico, Germana Muscolo ha detto: «Sapevamo che dai genitori non sarebbero venuti applausi e complimenti, ma su un fatto del genere, sull’incapacità di capire la gravità dell’accaduto, non potevamo derogare. Stiamo ragionando anche con i docenti per formarli e avere strumenti idonei a leggere meglio la vita di questi ragazzi: sono famiglie normali, per bene, senza disagi alle spalle».


Bullismo in gita, 14 sospesi. Le mamme: castigo eccessivo (Boratto, Martini)

I genitori della vittima: “Sospenderli? Il minimo” (Boratto)
Il pedagogista: “Per le mamme l’educazione non esiste” (Masci)

R come Rinato

La Stampa
federico taddia


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“Mi son gettato pel mondo come una palla da cannone, la gelida alba del 24 febbraio 1913”. E’ questo l’incipit della storia vera di Fernando, 23enne mantovano di inizio secolo, che con una valigia in mano esce di casa di nascosto con una sola meta: i propri sogni. Una storia lunga più di tremila chilometri, e racchiusa tra le lettere alla madre e alla sorella e in un suggestivo diario di viaggio, conservati in un malandato baule. Uno scrigno di memoria, che ha ripreso vita 100 anni dopo, trasformandosi in un desiderio irrefrenabile: seguire le orme, e il destino, di quel giovane. 

“Ho impiegato diversi anni a tradurre tutti i suoi scritti: poi, in un’epoca diversa e con mezzi diversi, sono partito sulle tracce di nonno Fernando, toccando tappa per tappa tutti i luoghi che lui ha attraversato un secolo fa”. Si definisce un ingegnere atipico Giorgio Borgonovo, milanese di 45 anni, catturato dal fascino di suo nonno, morto 10 giorni dopo la sua nascita e rinato grazie al carteggio ingiallito e polveroso ricevuto in eredità. E così, quando a dicembre improvvisamente perde il posto nell’azienda in cui era assunto, basta uno sguardo della moglie per convincerlo a partire. Direzione Istanbul.

“Fernando voleva fare il giornalista, e così si è incamminato verso la Serbia, con l’idea di raccontare le guerre balcaniche. Il succedersi degli eventi e degli incontri, e il bisogno di lavorare, lo hanno portato fino ad Istanbul prima e a Baghdad: da quello che mi risulta, anche se si presentava come un collaboratore del “Corriere della Sera” e corrispondente del francese “Le Matin”, non ha mai scritto un articolo.

Trovando invece occupazione in una fabbrica di mattoni a Touzla, in Turchia, e aprendo un laboratorio meccanico nell’Impero ottomano, prima di tornare in Italia nel 1915 per combattere come volontario nella Grande Guerra”. A bordo di una vecchia Golf appositamente griffata “Following Fernando”, Giorgio ha ripercorso quell’epica avventura insieme al fotografo Fabrizio Annibali, supportati da una campagna di crowdfunding e redigendo una cronaca dettagliata sul sito www.storycity.it. 

“Ad un certo punto mi sono reso conto che non stavo facendo il viaggio del nonno, ma il mio viaggio: lui mi ha messo in strada, e cercando lui ho ritrovato me stesso”.

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