giovedì 2 aprile 2015

Via il crocifisso dalle aule: professore sospeso per un mese senza stipendio

Corriere della sera

di Antonella De Gregorio

La decisione dell’Usr umbro. Franco Coppoli: «Una battaglia di civiltà per i diritti e la laicità della scuola pubblica». I Cobas: «Provvedimento da inquisizione»

1
Un mese senza entrare in classe. E senza stipendio. È questa la sanzione inflitta dall’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria al professor Franco Coppoli, reo di aver tolto i crocifissi dalle aule dell’Istituto per geometri Sangallo di Terni, in cui insegna. E non è la prima volta: già nel 2009 il docente di Italiano e Storia era stato «sollevato dal servizio» per trenta giorni, per aver rivendicato «la libertà di non fare lezione sotto un simbolo di una specifica confessione religiosa». Nel nome della libertà di insegnamento, della libertà religiosa e della laicità dello Stato, anche allora Coppoli aveva compiuto il gesto di togliere il crocifisso dalla parete dietro la cattedra, all’istituto Casagrande, sempre a Terni.

Ne erano nate discussioni con il preside, un braccio di ferro finito a parole grosse. E con il prof denunciato per «insubordinazione» al Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione. Ma anche un’altra volta il prof era stato punito: dodici giorni a casa, per essersi opposto all’ingresso in aula dei cani antidroga, nel corso di un’operazione di polizia («Non c’era un mandato del giudice, mi sono rifiutato di interrompere l’attività didattica, per un’azione di repressione senza legittimazione della magistratura», ha dichiarato Coppoli in quell’occasione).
Inquisizione
Ora la nuova condanna, dopo il procedimento disciplinare e sei ore passate a difendersi davanti ai funzionari dell’Ufficio scolastico regionale. La sospensione scatterà dall’8 aprile al 7 maggio. Un «pesante provvedimento di stampo inquisitoriale» - sostengono i Cobas della scuola, vicini alla battaglia del professore al quale hanno espresso solidarietà -, «frutto di un atteggiamento intimidatorio e discriminatorio» da parte dell’Usr dell’Umbria. Ma soprattutto un provvedimento dalla motivazione inconsistente:

«L’Ufficio scrive che avrei tenuto un comportamento che costituisce “una violazione dei doveri connessi alla posizione lavorativa cui deve essere improntata l’azione e la condotta di un docente”» - dice Coppoli. «Lo stesso gesto compiuto a dicembre, a Trieste, da un collega, il prof Davide Zotti, ha portato a un provvedimento più leggero (una semplice censura, ndr), supportato da quattro pagine di motivazioni». Sulla base dell’inconsistenza della decisione, che non chiarisce quali siano le violazioni commesse, il professore presenterà ricorso. È abituato d’altronde alle carte bollate: anche la precedente vicenda, che lui definisce «una battaglia civile di lungo corso», prosegue. A breve è attesa sulla vicenda la pronuncia della Cassazione.
«Libertà e tolleranza»
Coppoli invoca i principi di libertà, tolleranza, inclusività. Sulle accuse di contorno (dal danneggiamento della parete alla violenza), assicura: «Nessuna violenza. La violenza è da parte di chi impone simboli religiosi, non da parte di chi lotta per una scuola libera». «È squallido - dice il docente - che si voglia spostare il dibattito dal tema dei diritti civili per cui mi batto agli intonaci delle pareti. Non ho danneggiato nulla, anzi. Semmai ho sistemato il buco che era stato fatto per attaccare a tre metri di altezza il crocefisso». E ultimamente, anche per evitare di aggravare la sua posizione, ha coperto il simbolo della cristianità con un’immagine raffigurante la Costituzione italiana. «Rimuovendo il crocefisso dall’aula non violo nessuna norma né primaria né secondaria», sostiene. E parla di una «macchina del fango», che si sarebbe messa in moto, «per mettere il silenziatore a vertenze in corso con la dirigenza sui diritti degli insegnanti».
Senza simboli
«Nel nostro Paese - si legge in una nota dei Cobas - nel 2015 è ancora vietato rivendicare la separazione tra Stato e Chiesa e chiedere spazi educativi inclusivi senza simboli religiosi. Continua la crociata integralista, discriminatoria e diseducativa, di quelli che pretendono di imporre la connotazione religiosa delle aule scolastiche della scuola pubblica, nonostante non esista alcuna legge o regolamento che impongano la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole superiori».

2 aprile 2015 | 16:35

Ecco la verità su Scientology

Andrea Indiano - Gio, 02/04/2015 - 14:12

Nel documentario Goiung clear, ex affiliati svelano tutti i segreti e le atrocità dell'organizzazione religiosa

1
Scientology non gode di ottima fama e ora un documentario potrebbe portare nuove ombre sulla chiesa frequentata dai vip di Hollywood. Nel film per la tv Going Clear, il canale HBO ha messo allo scoperto tutte le malefatte e gli orrori perpetuati da Scientology nel corso degli anni. Il fondatore L. Ron Hubbard e Tom Cruise, il più famoso fra gli adepti, non ne sono usciti bene e pare che gli avvocati del gruppo le stiano tentando tutte per evitare repliche del documentario. Il modo tirannico di presentarsi di Scientology e le cruente storie raccontate da ex credenti sono state analizzate nel film che ha lasciato una lunga scia di polemiche sui social e nei talk show americani.

La figura del fondatore L. Ron Hubbard, morto nel 1986, ha assunto connotati da vero squilibrato. Se non bastasse l'idea alla base della religione da lui inventata, ovvero che 75 milioni di anni fa un gigante alieno di nome Xenu ha congelato i corpi di alcuni umani e li ha gettati poi in un vulcano facendo fuoriuscire gli spiriti che ora abitano dentro di noi, è stato rivelato che Hubbard aveva partecipato da giovane a messe di magia nera. L'uomo si era avvicinato al culto dell'Ordo Templi Orientis e aveva fatto vari esperimenti negli anni '60 per dare vita a un Anticristo. Quando la seconda moglie lo aveva minacciato di lasciarlo se non avesse chiesto aiuto a uno psicologo, Hubbard rapì la loro figlia e poi telefonò alla consorte dicendo che l'aveva uccisa facendola a pezzi. Solo dopo qualche giorno l'uomo disse alla moglie che non era vero.

Una volta fondata Scientology, Hubbard fece in modo che per chi entrasse era impossibile abbandonare il culto. In Going Clear ex affiliati hanno parlato di veri e propri campi di prigionia nei terreni di proprietà della chiesa nel deserto californiano. Secondo l'ex membro Sylvia Taylor se si finisce in uno di questi campi, si è costretti a lavorare per trenta ore di seguito con solo tre ore di pausa a notte. Muovendo sassi e costruendo oggetti si viene intanto indottrinati sulla storia di Scientology e dell'alieno Xenu. In questi campi esiste anche un luogo ancora peggiore, il cosiddetto “buco”. Qui i comandanti della Sea Org, il gruppo paramilitare della setta, interrogano le persone che sono ritenute dubbiose sui proclami di Hubbard. Oltre a venire malmenate, le persone vengono costrette a pulire i pavimenti con la lingua.

Fra i compiti della Sea Org anche quello di indagare e seguire gli adepti che sembrano meno convinti e di accertarsi che ognuno abbia interrotto i rapporto con parenti e amici non affiliati a Scientology. I seguaci sono anche costretti a vedere di continuo i video dove il fondatore e i vip della chiesa come Tom Cruise e John Travolta parlano dei benefici e della storia di Scientology. Non è possibile fare domande né abbandonare la visione, pena una sosta nel “buco”. Il potere dei due attori all'interno dell'organizzazione ha raggiunto sempre maggior rilievo tanto che Cruise fece pedinare e mettere sotto controllo il telefono dell'ex

moglie Nicole Kidman e costrinse poi la chiesa a trovargli una nuova fidanzata, l'attrice Nazanin Boniadi. Inoltre Scientology considera l'omosessualità una grava malattia e questo fu il motivo per il quale il regista Paul Haggis, che ha due figlie gay, decise di abbandonare l'organizzazione come lui stesso ha affermato nel documentario. Going Clear è tratto dal libro dello scrittore Lawrence Wright ed è stato diretto dal regista Alex Gibney, premio Oscar nel 2008 per il documentario Taxi to the Dark Side. A questo link si può vedere un trailer del film, in attesa che venga esportato nel resto del mondo sempre che gli avvocati di Scientology non riescano a fermarne la diffusione.

I misteriosi costi dei politici

Corriere della sera

«Misteriosi e non accessibili»: sono sassate, le parole del «rapporto Cottarelli» per spiegare i troppi dubbi sui canali attraverso cui i soldi seguitano ad arrivare alla cattiva politica. Sassate che mandano in pezzi la bella vetrina luccicante dove era stata esposta agli italiani l’abolizione del finanziamento pubblico.

Ma come: neppure gli esperti scelti dal commissario incaricato dallo Stato di scovare le escrescenze da rimuovere con la spending review han potuto scavare fino in fondo? No. Carlo Cottarelli l’aveva buttata lì nell’intervista a Beppe Severgnini mentre già stava tornando al suo ufficio a Washington: «Spesso molti documenti non mi venivano dati. Non per cattiva intenzione, ma perché non facevo parte della struttura».

Il dossier «numero 5» sui costi della politica, tenuto in ammollo un anno (con spiritati inviti ad agire «entro fine febbraio 2014») accusa: «Il lavoro è stato reso difficoltoso dalla difficoltà di accesso ai dati e dalla bassa qualità degli stessi». Non solo «l’eterogeneità della contabilità regionale ha reso molto difficile svolgere stime accurate» ma, appunto, «restano misteriosi e non accessibili molti dei flussi finanziari che rappresentano forme diverse di finanziamento del sistema della politica». Testuale.

Vale per le Fondazioni dai nomi più altisonanti che, in assenza di regole chiare, sono ripetutamente coinvolte in pasticci troppo spesso dai risvolti giudiziari. Vale per i privilegi figli di altre stagioni e accanitamente difesi come le prebende ai giornali di partito, le agevolazioni postali (0,04 euro a lettera!) che si traducono «in un credito di Poste Italiane nei confronti del Tesoro per 550 milioni di euro», o l’Iva sulla pubblicità elettorale al 4 per cento, «ovvero la stessa aliquota vigente per i beni di prima necessità».

Vale infine per le agevolazioni fiscali più generose concesse a chi regala soldi a questa o quella forza politica invece che, ad esempio, ad una onlus impegnata nell’assistenza ai malati terminali: «Non appare evidente il motivo per cui ai finanziamenti privati ai partiti debba essere riconosciuto un regime di favore rispetto alle altre associazioni»

Per non dire di norme che sembrano studiate apposta per sollevare fumo. Un esempio? Il comma 3 dell’articolo 5 dell’ultima legge sul finanziamento pubblico dove, in una brodaglia di 342 parole e tecnicismi si spiega che il nome di chi dona fino a centomila euro l’anno a un partito «con mezzi di pagamento diversi dal contante che consentano la tracciabilità» va reso comunque pubblico sul sito web del partito stesso. Ma solo nel caso «dei soggetti i quali abbiano prestato il proprio consenso». Evviva la trasparenza...

Eppure l’ex commissario ai tagli batte e ribatte lì: trasparenza, trasparenza, trasparenza. «La pressione dell’opinione pubblica è essenziale per evitare gli sprechi». Quindi, salvo le rare e ovvie eccezioni che riguardano la sicurezza, «tutto dev’essere disponibile online ». Tutto. Dalla banca dati dei costi standard a quella dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici.

E sempre lì torniamo. Alla necessità assoluta di offrire ai cittadini la possibilità di leggere i bilanci. Leggerli sul serio: la vera trasparenza non può essere alla portata dei soli specialisti in grado di capire le più acute sottigliezze da legulei. Se è vero, come scriveva un secolo fa Max Weber, che lo Stato «cerca di sottrarsi alla visibilità del pubblico perché questo è il modo migliore per difendersi dallo scrutinio critico», è fondamentale per noi, che abbiamo un enorme problema di corruzione, aprire le finestre perché ogni contratto sia finalmente trasparente. E leggibile.

Perché è lì, come hanno dimostrato decine di casi, che si annida la serpe del finanziamento occulto dei cattivi imprenditori ai cattivi politici. Scardinando le regole della sana economia, facendo lievitare i costi e imponendo, dice la Corte dei Conti, «una vera e propria tassa immorale ed occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini».

Lo sapevamo già prima del rapporto Cottarelli? Certo. Colpisce, però, leggere su un documento ufficiale lo sfogo di chi, dopo essersi visto affidare dallo Stato la missione di studiare le storture di un sistema ancora corrotto dalla cattiva politica, spiega di aver dovuto fare i conti con ostilità enormi.

Basti leggere, oltre ai già citati, questo passaggio firmato dal gruppo di studio guidato da Massimo Bordignon, che confessa di non essere proprio in grado di fornire dati precisi, ad esempio, sulle buste paga reali di governatori, assessori o consiglieri: «La difficoltà a ricostruire una banca dati affidabile per i costi del personale politico, incontrata anche in questo rapporto, dipende (oltre che dalla presenza della diaria) dalla moltiplicazione delle indennità, che gonfiano le retribuzioni e rendono poco significativa la retribuzione del singolo consigliere per la stima della spesa complessiva»...

La schifezza delle intercettazioni e l’arroganza di D’Alema

Fabrizio Boschi


2
1
Massimo D’Alema perde le staffe e così anche la faccia. La cooperativa rossa Cpl Concordia, accusata di corruzione nell’inchiesta “Ischia”, ha comprato 2mila bottiglie del vino prodotto dall’azienda agricola della moglie e dei figli del lìder Maximo, oltre ad alcune centinaia di copie del suo ultimo libro. Ma lui ovviamente dice che è un rapporto del tutto normale e trasparente. Di sicuro è così. Ma se un giornalista osa solo chiederne conto lui che fa? Lo querela. Che l’ex presidente del Consiglio sia un tipetto per niente accomodante lo si era notato in più di una occasione.

Del resto quell’aria saccente e e quel tono arrogante non lo ha mai molto aiutato. Chi non ricorda le offese al direttore del Giornale Alessandro Sallusti nel 2009 a Ballarò che gli chiedeva conto del suo appartamento in affitto a un prezzo stracciato. Paragonato il suo caso alla casa pagata da qualcun altro di Claudio Scajola D’Alema perse la pazienza (che non ha)  e dette al direttore del “bugliardo e mascalzone” condito con un bel “ma vada a farsi fottere”. D’Alema, evidentemente, si sente l’unico con la licenza di offendere.

3
Un giornalista di Virus, Filippo Barone, che non l’ha certo offeso, ha fatto una semplice domanda a D’Alema sui vini: giusta, sbagliata, impertinente o provocatoria forse, ma pur sempre solo una domanda. E lui che dice? “Denuncio anche lei”. A una provocazione ha risposto pure peggio. Detto questo, sono sempre più convinto che queste intercettazioni siano una vera schifezza. E che D’Alema in questo abbia ragione. Per di più lo scellerato metodo del pm Woodcock si basa su intercettazioni a strascico che spesso portano solo ad alzare tanta polvere e a mandare al macello mediatico vari nomi eccellenti, ma niente di più.

E sono anche convinto che se non avessero tirato in ballo baffino, tutta l’inchiesta si sarebbe sgonfiata come un palloncino al sole. Detto questo mi domando come mai quando c’è stata l’occasione per abolire le intercettazioni o ridimensionarle, il lìder Maximo non ha mosso un dito. Per quale motivo, inoltre, gli illustri rappresentanti della sinistra italiana non aprono mai bocca sulla giustizia spettacolo che riguarda gli altri per farlo solo quando vengono coinvolti in prima persona? Anche D’Alema che si è sempre professato giustizialista, ora che i pm frugano nei suoi cassetti si riscopre garantista.

Il fatto è che nel difendersi dalle becere insinuazioni nei suoi confronti è caduto nella solita superiorità morale della sinistra e così la vigliaccata che gli stanno facendo passa in secondo piano. Insomma passa dalla parte del torto anche se avrebbe ragione. Quando il centrodestra poneva questo tipo di problemi non mi pare di aver sentito alta e forte la voce di D’Alema né di Matteo Renzi. Quando Berlusconi ha messo mano alla questione intercettazioni tutta la grande stampa e parte del mondo politico gridarono al “governo bavaglio”. Se adesso sono arrivati anche loro al garantismo sono contento, ma il Pd ha una qualche responsabilità, perché se queste cose le avesse dette prima non saremmo arrivati a questo punto.

D’Alema si è svegliato solo ora: “Il Csm, ma anche l’Associazione magistrati, dovrebbero esercitare una maggiore vigilanza affinché certe misure non siano superate e la magistratura non si delegittimi da sola. Non ritengo legittimo un uso delle intercettazioni come quello che è stato fatto nei miei confronti. Occorre un intervento legislativo per la tutela dell’onorabilità delle persone non indagate”, spiega D’Alema. Buongiorno. E ancora: “Dubito che la notizia dell’arresto del sindaco di Ischia e qualche suo presunto complice sarebbe finita sulle prime pagine dei giornali, se nell’ordinanza non fossero stati citati D’Alema, Tremonti, Lotti o qualche altro personaggio di richiamo. Ma se questa fosse la logica che ha ispirato i magistrati, ci sarebbe da preoccuparsi”.

Ci spieghi un’ultima cosa però: come mai le intercettazioni che riguardano Berlusconi, i suoi amici, i suoi consiglieri, quelle che coinvolgono i faccendieri, i bunga bunga, le cene, le feste, le favolette sulla culona della Merkel o i Rolex regalati possono essere tranquillamente spiattellate in prima pagina, mentre le intercettazioni sui vini di D’Alema no? Ora che D’Alema e la sinistra hanno scoperto lo stile Woodcock adoperino le loro energie per cercare di cambiare le leggi non per querelare i giornalisti.

Chi pagò l'"Ultima cena"? Ecco come mangiò Gesù e cosa accadde quella sera

Luigi Mascheroni - Gio, 02/04/2015 - 07:00

Dove si fermano i Vangeli e i documenti storici, continuano gli artisti. Che hanno immaginato tutto ciò che mancava nel Cenacolo: pietanze (dalle ciliegie ai gamberi), tovaglioli e strani ospiti

1
Cosa mangiò Gesù nell'ultima cena lo dicono le fonti storiche: erbe amare, pane azzimo, una salsa chiamata charoset , agnello arrostito e vino, ossia le pietanze che gli ebrei mangiano, ancora oggi, nella cena rituale di Pésach , la loro Pasqua. Gesù, ebreo, osservava la religione del suo popolo. Ma come mangiò Gesù, com'era apparecchiata la tavola, com'era addobbata la sala, quanto costò il cibo (e chi pagò il conto), ce lo dicono gli artisti che hanno raffigurato il cenacolo nel corso dei secoli, dalle pitture parietali nelle catacombe romane del II-V secolo fino alle serigrafie di Andy Warhol.

Dove non arrivano le fonti documentali e l'archeologia, arriva la creatività artistica. La quale, a suo modo, ci dice molte cose: in quale salsa Gesù intinse il boccone che offrì a Giuda, a che ora ebbe inizio l'ultima cena, se fu servito vino bianco o rosso, se Gesù e gli apostoli mangiarono seduti o sdraiati, dove a un certo punto spuntano dei gamberi (risposta: negli affreschi delle chiese del Trentino), chi adorava in particolare le ciliegie (risposta: il Ghirlandaio, il quale ne dipinse in gran quantità nei cenacoli fiorentini), perché quasi tutti gli artisti hanno riempito di coltelli la mensa di Gesù, da dove arrivarono i gatti che compaiono sotto la tavola dei cenacoli, perché Leonardo riempì di anguille i piatti del suo Cenacolo ...

Per rispondere a simili domande, con excursus collaterali nella storia delle religioni, dell'alimentazione, del costume e della letteratura, Lauretta Colonnelli ha apparecchiato La tavola di Dio (Edizioni Clichy), un saggio che racconta, come da sottotitolo, «L'Ultima cena. Cosa mangiarono Gesù e gli apostoli e che cosa gli hanno fatto mangiare i pittori di tutti i tempi». Libro leggendo il quale si scoprono molti particolari illuminanti, ad esempio:

TUTTI A TAVOLA, È PRONTO La cena ebbe inizio al tramonto di una sera di primavera, la cui luce è dipinta perfettamente da Giotto nella sua Ultima cena nella cappella degli Scrovegni, a Padova: dalle finestre filtra un chiarore azzurro luminosissimo, come quando il sole è appena sotto l'orizzonte. È l' heure bleue dei francesi, molto ricercata da paesaggisti e fotografi.

TIRAR TARDI, FILOSOFANDO A tavola si cenò e si parlò a lungo, come nei simposi dell'antichità, quando la discussione filosofica si svolgeva a tavola, fino a tardi, mangiando dolci e bevendo vino. Andrea del Castagno nel refettorio di Sant'Apollonia a Firenze, influenzato da Marsilio Ficino (siamo nel '400: si era appena riscoperta la dottrina platonica e si cercava una sintesi fra valori classici e cristiani), dipinge gli apostoli come i filosofi greci.

UN BOCCONE AMARO E Gesù disse: «Uno di voi mi tradirà». E Giovanni chinandosi sul petto di Gesù: «Signore, chi è?». E Gesù: «Colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». Fino a qui i Vangeli . Poi, è la storia dell'arte a proseguire il racconto. Gesù prese un boccone di erba amara (cicoria o sedano) e pane azzimo, lo intinse nel charoset , una sorta di salsa, e non essendoci all'epoca posate, con le tre dita della mano destra, pollice, indice e medio - come si vede in alcune raffigurazioni medievali dell'ultima cena - lo porse a Giuda.

LAVATI LE MANI! Tra le regole da osservare a tavola, per gli antichi israeliti, oltre ai cibi vietati e quelli permessi, c'erano anche «buone maniere» di convivenza. Il Siracide ne è ricco. I primi però che introdussero la consuetudine di lavare le mani durante la cena furono gli antichi romani, con bacinelle di acqua profumata e salviette. Nel Medioevo entrò in uso l'«acquamanile», un vaso che conteneva acqua per lavarsi le mani prima e dopo i pasti. Quando Pinin Brambilla Barcilon restaurò il Cenacolo di Leonardo, ritrovò sulla mensa dei «lavadita» in peltro lucente i cui bordi riflettono i colori delle vesti dei commensali.

PULITI DENTRO E FUORI Il primo tovagliolo della storia dell'arte appare nell' Ultima cena che Girolamo Romanino dipinse per la Pala d'altare del Duomo di Montichiari, siamo nel 1542: i due apostoli seduti in primo piano e quello in piedi accanto a Pietro tengono un tovagliolo sulla spalla sinistra. Dettaglio insolito nei dipinti del Cinquecento che, vera finezza da galateo, deriva dal libro, pubblicato una decina di anni prima, di Erasmo da Rotterdam intitolato De civilitate morum puerilium .

BANCHETTI DI LUSSO... L'ultima cena più sontuosa della storia dell'arte è quella che il Veronese realizzò per il refettorio del convento veneziano dei santi Giovanni e Paolo. Più che un'ultima cena, l'apoteosi di tutti i banchetti. Una festa sontuosa in costume cinquecentesco allestita sotto un portico palladiano, con 38 servitori e coppieri e paggi, due strati di tovaglie, gran quantità di vini bianchi e rossi, coppe di cristallo finissimo, enormi vassoi pieni di arrosti, falconieri, cani, pappagalli (simbolo della lussuria...), nani, un servo a cui esce sangue dal naso e un commensale che si pulisce i denti con una forchetta e poi « imbriachi, Thodeschi, buffoni et simili scurrilità ». La tela fu consegnata il 20 aprile 1573 e già il 18 luglio il pittore fu convocato dal tribunale dell'Inquisizione. Al Veronese fu imposto di correggere il quadro, ma l'artista cambiò semplicemente il titolo. E l' Ultima cena divenne un Convito in casa Levi .

... E MOLTO SOBRI Il cenacolo più povero è probabilmente quello dipinto dal Tintoretto per la chiesa di San Trovaso a Venezia. Ambientato in una misera locanda, con una tovaglia stropicciata, fiaschi sul pavimento e sedie impagliate.

TRADITORE, E LADRO Giuda non fu soltanto il traditore di Gesù. Ma anche un ladro da strapazzo. Anselmo da Campione, nel Duomo di Modena, lo ritrae mentre nell'ultima cena afferra un grosso pesce dal piatto, scena che si ripete tra XII e XIII secolo in opere sparse in tutta Europa. In un arazzo fiammingo l'Iscariota sgraffigna addirittura un vassoio con un intero maialino arrostito.

TRADITORE, E SANTO Nell' Ultima cena affrescata nel '400 nella chiesa di San Martino a Cugnasco, nel Canton Ticino, Giuda è l'unico apostolo con le mani giunte.

TRADITORE, E GENEROSO Dato che il cenacolo in cui si svolse la cena di Pésach era a pagamento, come tutti gli altri di Gerusalemme, ci si chiede chi pagò l'ultima cena. L'incombenza, secondo la tradizione e l'iconografia, spettava a Giuda, che era il cassiere degli apostoli. Ci si chiede se però, uscendo in fretta e furia dal cenacolo, subito dopo aver preso il boccone del tradimento, si ricordò di saldare il conto. Gli ebrei ne dubitano.

TENDENZA ALL'OBESITÀ È stato calcolato (mettendo a confronto con un software le dimensioni delle teste dei commensali con quelle dei loro piatti e del cibo in essi contenuto) che nelle raffigurazioni dell' Ultima cena dall'anno 1000 al 1700 le dimensioni delle pietanze è aumentata del 69%, la grandezza del piatto del 65% e la porzione di pane del 23%. Insomma, l'aumento delle porzioni non è un fatto recente, ma un fenomeno avvenuto gradualmente nel corso dell'ultimo millennio.

LA PAGNOTTA SURREALE DI DALÌ La pagnotta più grande di tutte appare nell' Ultima cena dipinta da Salvator Dalì nel 1955 e oggi alla National Gallery di Washington: è grande esattamente come la testa degli apostoli.

L’Italia ossessionata dal meteo perde anche l’ultimo meteorologo

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

In pensione tutti i professori ordinari, Gabrielli lancia l’allarme al ministro

1
«Caro prefetto Gabrielli, il nostro Paese presenta una peculiarità che è l’assenza di università che rilasciano lauree triennali o magistrali in Meteorologia e/o Fisica dell’atmosfera. Questo è dovuto all’assenza di Dipartimenti specifici come avviene nella maggior parte dei Paesi». Comincia così la lettera inviata dagli esperti della Commissione Grandi Rischi al capo della Protezione Civile, che l’ha girata riservatamente al ministro dell’Università Stefania Giannini, sollecitando un intervento.

Gli scienziati ricordano che recentemente hanno cessato di lavorare i tre professori universitari rimasti a occuparsi specificamente di meteorologia (su 250 del raggruppamento Fisica). Ora non ci sono più docenti ordinari, né ce ne saranno in futuro perché in Italia solo i professori ordinari di una materia possono crearne altri. Il circuito è chiuso, a meno di un deciso cambio di rotta politico, che Gabrielli invoca con gli scienziati.

Il paradosso
Nel Paese in cui il meteo è diventato argomento di conversazione di massa e proliferano siti internet, app e programmi televisivi tematici, la meteorologia nelle università sta scomparendo. Non è solo una questione da senati accademici. Una moderna gestione del rischio idrogeologico, che serve a ridurre perdite umane e danni da frane e alluvioni, si fonda su una catena con tre anelli: meteorologia (previsioni atmosferiche); idrologia (previsioni degli effetti al suolo) e protezione civile (piani operativi sulla base delle prime due informazioni). In Italia, il terzo anello è ancora efficiente. Quanto al secondo, gli scienziati che l’hanno irrobustito stanno andando in pensione, ma lasciano allievi adeguati. L’emergenza riguarda il primo anello, senza il quale tutta la filiera funziona male.

Fuori tutti
Dopo Guido Visconti a L’Aquila e Antonio Speranza a Camerino, anche Stefano Tibaldi, l’ultimo meteorologo italiano di fama internazionale, è andato in pensione ieri. Ha lavorato al Centro europeo di ricerca meteo, ha insegnato all’università di Bologna, ha diretto l’Agenzia regionale emiliana, tra le più avanzate con quelle piemontese e veneta. «In Italia - racconta - la meteorologia è sempre stata cenerentola, ospite della fisica o della geofisica. Il motivo è semplice: sono gli utenti qualificati a chiedere all’università meteorologi qualificati, e qui l’utenza è di bassa qualità».

Anche lo Stato ha contribuito a «deprimere la meteorologia italiana». Negli altri Paesi europei, anche più piccoli, esiste un Servizio meteo nazionale. È un’istituzione che raccoglie, organizza e diffonde le informazioni, anche alle organizzazioni internazionali. Sono i dati di base su cui a diversi livelli di professionalità tutti - agenzie pubbliche, siti web, televisioni - costruiscono le previsioni.
In Italia un Servizio Nazionale non esiste. Previsto finalmente dal decreto Bassanini nel 1998, l’anno della tragedia di Sarno, a 17 anni di distanza non è ancora operativo. Ci si arrangia con l’Aeronautica militare, che fa del suo meglio ma è nata per l’assistenza al volo e ha risorse scarse.

Il fallimento
L’approssimazione pubblica ha abituato male il mercato. Poi è arrivata la rivoluzione del web. I siti privati hanno stimolato il sistema. «Ma questa scossa non si è trasmessa all’università, che non ha speranza - sospira Tibaldi -. Se c’è spazio per una disciplina, in altri paesi il sistema accademico investe autonomamente prima di essere costretto a farlo; qui è governato dai professori in modo autoreferenziale, ogni disciplina bada a sé. L’accademia è sorda, cieca e muta».

Geolocalizzazione: il tuo telefono fa sapere dove sei ogni tre minuti, 385 volte al giorno

La Repubblica

di PINO BRUNO*


Uno studio della Carnegie Mellon University in Usa ha accertato che le applicazioni sugli smartphone condividono le nostre informazioni anche quando non è necessario


1
SAPEVAMO di essere tracciati costantemente, da quando portiamo in tasca lo smartphone con il gps. È uno degli spiacevoli effetti collaterali della geolocalizzazione con cui dobbiamo fare i conti. Scoprire però che le applicazioni che abbiamo installato trasmettono la nostra posizione 358 volte al giorno, quasi ogni tre minuti, fa una certa impressione. Eppure è così, conviviamo con il Grande Fratello e siamo stati noi ad autorizzarlo. Lo hanno accertato i ricercatori della School of Computer Science della Carnegie Mellon University. Lo studio è nero su bianco, non ci sono dubbi.  

Il team della Carnegie Mellon ha installato App Ops per Android sugli smartphone di 23 volontari, che sono stati monitorati per qualche settimana. Il software è in grado di monitorare l'accesso ai dati personali di ogni applicazione. Il test ha confermato che le informazioni sono state condivise 385 volte al giorno, anche se non era proprio necessario. È il caso della app di Groupon. Che bisogno c'è di condividere la geolocalizzazione dell'utente? Eppure in una settimana lo ha fatto più di mille volte. Altri esempi: la posizione dei partecipanti all'esperimento è stata condivisa 5.398 volte in due settimane con Facebook, GO Launcher EX e altre sette applicazioni.

"Mi ha dato l'impressione di essere letteralmente braccato dal mio telefono. È davvero spaventoso, queste cifre sono troppo alte", ha detto uno dei ventitré volontari. Al di là dei numeri, è sconcertante la mancanza di trasparenza da parte dei proprietari delle applicazioni prese in esame. La stragrande maggioranza delle persone che usano uno smartphone non sa che le app svolgono questa attività in background. La seconda fase del test si è svolta con questa nuova consapevolezza.

2
I volontari, avvertiti degli effetti della geolocalizzazione, si sono mostrati più attenti e infatti hanno negato 272 richieste di autorizzazione alla condivisione dei dati da parte di 76 diverse applicazioni. Era proprio questo lo scopo della ricerca, far sapere agli utenti che si possono limitare i danni della pervasività di strumenti tecnologici di uso quotidiano, come i dispositivi mobili di nuova generazione. Non è facile, perché non tutti sanno come fare a modificare le impostazioni di privacy delle applicazioni.

Anche questo è un problema di alfabetizzazione digitale. Davvero l'alternativa è il ritorno al passato, ai vecchi cellulari che telefonavano e basta ma impedivano di condividere informazioni e immagini? Molti protagonisti del mondo dello spettacolo stanno facendo così, ma allo smartphone ormai non si può rinunciare e dunque siamo costretti a imparare a usarlo meglio, come suggeriscono i ricercatori della Carnegie Mellon.

(*) di Tom's Hardware

Isis, casta e tasse: anche io, Fantozzi, non ne posso più

Ugo Fantozzi - Gio, 02/04/2015 - 08:43

Paolo Villaggio ha inviato al Giornale una lettera scritta dal ragioniere più famoso d'Italia che quest'anno compie 40 anni


Caro direttore di questo spettabile Giornale ,

sono il ragionier Ugo Fantozzi, che i miei amici, si fa per dire, mi chiamano Fantocci e i più perfidi Pupazzi.

1
Lei si domanderà perché ci scrivo e ce lo dico subito senza peli sulla lingua. L'altra sera, alla trattoria di mia preferenza «da Checco il porcaro», sotto casa, di cui ci consiglio di venirci a mangiare, e non si preoccupi per la spesa perché sarebbe mio ospite, ho sentito parlare un gruppo di evasori che si parlavano fitto fitto e ridacchiavano perché dicevano che il suo spettabile Giornale medesimo sarebbe uscito con degli scritti sugli evasori che sono in giro. Le confesso che ero indignato perché ridacchiavano, tanto loro non avevano paura anche se tutti erano indagati perché non pagano le tasse.

Ci confesso, dott. ing. lup. man., che ho finto indignazione e disprezzo ma in fondo li ho invidiati e non lo dica in giro, ma vorrei tanto essere al loro posto, perché le tasse a me le sottraggono dallo stipendio. Loro evadono e son ricchi, io invece non evado e negli ultimi anni sono diventato quasi povero. Io ho paura dei terroristi che ammazzano solo vecchi pensionati che fanno le crociere fuori stagione, mentre loro sfrecciano per le strade piene di buche con le auto blu, palette e sirene spiegate, e passano col rosso con arroganza. I politici ci consigliano di «non farci intimorire dai terroristi» però loro hanno le scorte, noi invece ci caghiamo sotto. E in più quando andiamo in crociera, se non ci fanno fuori, andiamo contro gli scogli.

Esimio direttore, io fingo di essere buono ma in realtà sono invidioso e cattivo. La prego, lei che è potente, mi faccia indagare! Scriva che io sono indagato anche perché, data l'età, se i giudici ci credono mi mandano agli arresti domiciliari. Vede, ci faccio una confidenza finale: data la casa che c'ho, agli arresti domiciliari son condannato da sempre. Grazie. Scriva che sono un indagato così che faccio invidia a tutti i poveracci come me.

Antitrust, l'Europa prepara una maxi multa per Google: ricerche truccate

Corriere della sera

Secondo il Wall Street Journal, sarebbe pronto un procedimento per sanzionare il colosso di Mountain View per abuso di posizione dominante; il dossier aperto 5 anni fa

1
La Commissione europea avrebbe chiuso il dossier, aperto cinque anni fa, per sospetto abuso di posizione dominante sul web nei confronti del colosso di Mountain View, Google. L'indiscrezione arriva dal quotidiano americano "Wall Street Journal", secondo il quale la massima autorità dell'antitrust in Europa avrebbe chiesto il permesso di pubblicare informazioni ricevute in via confidenziale da compagnie che hanno denunciato in passato i presunti abusi di Google in materia di posizionamento e ricerche.

Esperti dell'Antitrust, scrive il WSJ, ritengono che questo passaggio indica con certezza che verrà aperto un procedimento contro Google, che potrebbe portare a una maxi multa, pari fino al 10% delle sue entrate annuali, stimate nel 2014 per 6 miliardi di dollari.
Se si arriverà a procedimento, l'azienda guidata da Eric Schmidt avrà tre mesi di tempo per ribattere alle accuse.
Google come Microsoft
Il caso ricorda da vicino quello di Microsoft, che tra il 2004 e il 2014 venne sanzionata con multe per due miliardi di euro. Dopo aver fatto approvare, con larga maggioranza, a novembre scorso, una risoluzione che chiede lo spacchettamento dell’azienda americana, l’Europarlamento era tornato a fare pressioni sulla Commissione, per porre fine al trattamento preferenziale di cui godrebbe Google.

L'indagine sull'azienda di Mountain View per abuso di posizione dominante è stata aperta nel 2010 e nonostante tre proposte di "miglioramento" da parte del gruppo, e varie polemiche sollevate a livello politico, non è ancora stata chiusa: il vecchio commissario all Concorrenza Almunia aveva già minacciato una multa a settembre, dopo aver cercato per anni un accordo con il colosso Usa. La nuova commissaria Margrethe Vestager è meno propensa a un negoziato, e ha più volte ripetuto che è meglio «una sentenza di un accordo».
Ricerche truccate?
Google in Europa controlla il 90% delle ricerche, molto più che in America, dove si ferma al 75%. Come ha raggiunto questi risultati? Con pratiche leali? Il problema è il posizionamento dei link dei servizi rivali sulle pagine di ricerca, che è ad appannaggio esclusivo di Google, dicono gli altri motori di shopping online, i cui prodotti vengono relegati alla fine della pagina, nelle posizioni più basse.

Onore al Duce» su display del bus Gup formula accusa: è diffamazione

Corriere della sera
di Giulio De Santis

Autista compose la frase al posto del numero di linea. «Ha danneggiato l’azienda». Ma non sarà processato per apologia di fascismo





ROMA - Adornò l’autobus con le bandierine nere, in segno di cordoglio, che circondavano il display con la scritta «Onore al Duce», inserita al posto del numero di linea. Poi, una volta agghindato il mezzo pubblico a lutto, postò su Facebook la foto. Una scena tra il folkloristico e il provocatorio allestita il 28 aprile del 2012 dall’autista Giuseppe De Persis per commemorare l’anniversario della morte di Benito Mussolini. Ora, a distanza di tre anni dalla bravata, il conducente rischia di finire sotto processo con l’accusa di diffamazione aggravata nei confronti di Atac. La formulazione del capo imputazione è stata imposta dal gup, che ha respinto la ricostruzione della procura arrivata a conclusioni diverse sul reato da contestare al conducente.

L’ipotesi della procura
Il pm Francesco Polino ha, infatti, chiuso l’indagine avanzando l’ipotesi che l’autista si fosse reso colpevole di apologia di fascismo. Una distinta configurazione del fatto tra procura e gup, sotto l’aspetto penale, che comporterà innanzitutto la costituzione nel procedimento di Atac come parte civile. Secondo il giudice dell’udienza preliminare, il conducente intendeva danneggiare l’azienda attribuendo ad Atac la volontà di ricordare la scomparsa del dittatore con la scritta sul display. Una ricostruzione scartata dalla procura, convinta che il gesto fosse un’iniziativa singola dell’autista, intenzionato a celebrare la morte di Mussolini.
La foto su Facebook
La diatriba giuridica comunque non cambia quanto avvenuto il 28 aprile 2012, quando De Persis arrivò alla rimessa di Acilia e cominciò a maneggiare il dispositivo per cambiare la scritta sul display in modo da far comparire la frase «Onore al Duce». Non del tutto soddisfatto, contornò le tre parole di bandierine nere. Una volta terminata la decorazione commemorativa del bus, De Persis immortalò il mezzo con una foto che pubblicava sul social network, dove fu condivisa da decine di utenti. Seguirono i più svariati commenti, che imposero subito all’azienda di aprire un’indagine interna contro l’autore dello scatto. L’autista fu individuato in pochi giorni e subito denunciato all’autorità giudiziaria.

2 aprile 2015 | 08:17

La selva oscura delle fondazioni e quel controllo che non c’è

Corriere della sera

di Sergio Rizzo

1
Che una cooperativa finanzi una fondazione politica, come sembrava essere nei progetti della Cpl Concordia finita nell’inchiesta sulle mazzette al sindaco pd di Ischia, non è affatto uno scandalo. Nelle democrazie occidentali è questa la forma con cui i privati contribuiscono anche alla formazione della classe dirigente dei partiti. Ma in piena trasparenza. Proprio quella che invece in Italia manca: alimentando il sospetto che la funzione principale di queste fondazioni, moltiplicatesi in modo esponenziale negli ultimi anni proprio mentre l’opinione pubblica premeva per imporre ai partiti regole più stringenti, sia decisamente più prosaica.

Ai magistrati che indagano su Mafia capitale Franco Panzironi, ex segretario generale della Nuova Italia di Gianni Alemanno e insieme collaboratore della Alcide De Gasperi di Franco Frattini, ha raccontato che le fondazioni politiche sono un comodo salvadanaio dove gli imprenditori mettono soldi in cambio dell’accesso a un sistema di relazioni. Lungi da chi scrive il voler fare di tutta l’erba un fascio. Ma il problema esiste, e lo sanno bene i partiti. Che però di metterci mano seriamente non ne hanno alcuna intenzione. Nel 2012, mentre si discuteva alla Camera il taglio dei rimborsi elettorali, un emendamento pensato da Linda Lanzillotta e Salvatore Vassallo che mirava a imporre le stesse regole di trasparenza previste per i partiti anche alle fondazioni, fu impallinato da destra e da sinistra.

Due anni più tardi, nella legge sulla presunta abolizione del finanziamento pubblico, ecco spuntare finalmente quell’obbligo. Peccato che sia inapplicabile. La norma di cui parliamo dice che sono soggette agli obblighi di trasparenza validi per i partiti le fondazioni i cui «organi direttivi» siano nominati «in tutto o in parte» dai partiti medesimi. Neppure una di quelle esistenti ricade in questa fattispecie. E siccome chi l’ha scritta non ha l’anello al naso, la norma aggiunge che le regole di trasparenza, (per esempio la pubblicazione online di tutti i contributi di entità superiore a 5.000 euro) si applicano anche a quelle fondazioni che destinano più del 10 per cento dei proventi al finanziamento di attività politiche. Si tratta soltanto di stabilire come e chi controlla che quel limite non venga superato. Ma di questo non si fa cenno. Fatta la legge, non si deve neppure fare la fatica di trovare l’inganno.

Quante fondazioni resterebbero in vita se le regole della trasparenza venissero correttamente applicate e fatte rispettare, non possiamo dirlo. Ma sul fatto che sia ormai necessario intervenire senza furbizie ci sono pochi dubbi. Lo sostiene con fermezza anche il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Che per questo si è beccato una punzecchiatura dalemiana dalla Velina rossa con l’invito a far pubblicare tutti i contributi alle fondazioni,«anche a quelle di Firenze». Bersaglio: Matteo Renzi. Ma forse Pasquale Laurito, autore della Velina, non aveva consultato il sito della renziana Fondazione Open.

Avrebbe trovato una lunga lista di finanziatori. Dai 175 mila euro del patron del fondo Algebris Davide Serra ai 50 mila dell’ex presidente Fiat Paolo Fresco e della sua consorte Marie Edmée Jacqueline, ai 60 mila della Isvafim di Alfredo Romeo, ai 62 mila del finanziere molisano Vincenzo Manes... Va però detto che non compaiano i nomi di chi non ha dato l’assenso alla pubblicazione. Come se la privacy possa valere per i finanziamenti a una fondazione che fa riferimento al premier e con un consiglio direttivo nel quale accanto al suo amico del cuore Marco Carrai ci sono il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, il sottosegretario alla presidenza Luca Lotti e l’avvocato Alberto Bianchi, nominato dal governo nel consiglio di amministrazione dell’Enel.

Nessuna lista abbiamo trovato invece nel sito della Italianieuropei presieduta da Massimo D’Alema, di cui Claudio Gatti e Ferruccio Sansa ricordano nel loro libro «Il sottobosco» alcuni finanziatori: gli imprenditori Alfio Marchini e Claudio Cavazza, i gruppi Pirelli e Asea Brown Boveri, nonché le immancabili Coop, queste ultime per 103.291 euro. Per la sinistra Italianieuropei è stata un formidabile rompighiaccio. Da allora è stato un fiorire di fondazioni, associazioni, centri studi, think tank. Pier Luigi Bersani e Vincenzo Visco hanno messo su Nuova economia nuova società. Anna Finocchiaro la Fondazione Cloe.

Walter Veltroni la scuola di politica Democratica, che ha cambiato nome in Idemlab. Impossibile poi non citare Astrid di Franco Bassanini e Glocus di Linda Lanzillotta. Come pure le associazioni Riformismo e solidarietà dell’attuale sottosegretario (all’Economia) Pier Paolo Baretta e Libertà Eguale del viceministro (stesso ministero) Enrico Morando. E il network trasversale di Enrico Letta e Angelino Alfano, Vedrò. La destra non è stata certo da meno. Ecco allora la Free Foundation di Renato Brunetta. Poi la già citata Nuova Italia di Alemanno, adesso orfana di quel Panzironi finito nella bufera giudiziaria romana: al suo posto Claudio Ferrazza, avvocato dell’ex sindaco di Roma.

Orfana del medesimo soggetto pure la Alcide De Gasperi di Frattini, dove Panzironi, ha raccontato l’ex ministro degli Esteri, era arrivato dietro consiglio di Alessandro Falez, imprenditore della sanità con solidissimi rapporti vaticani. Quindi la Cristoforo Colombo per le Libertà di Claudio Scajola, con un comitato politico presieduto dall’ex ministro Mario Baccini: il quale a sua volta ha una propria fondazione, la Foedus.

Ecco poi la Fondazione della Libertà per il Bene Comune: presidente l’ex ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, al suo fianco il costruttore suo braccio destro Erasmo Cinque insieme a Roberto Serrentino e Giovan Battista Papello, entrambi già piazzati all’Anas dalla destra. Ecco ancora Italia Protagonista di Maurizio Gasparri. E Riformismo e Libertà di Fabrizio Cicchitto. Mentre si chiama Europa e civiltà la fondazione di cui è presidente onorario Roberto Formigoni.

Per non parlare di Magna Carta di Gaetano Quagliariello, che ha il merito di esporre gli stemmi (ma non i contributi) dei soci fondatori, fra cui Erg e Mediaset: mentre non troviamo più l’elenco dei soci aderenti, dove tre anni fa figurava anche la holding pubblica Finmeccanica. Esiste ancora il Movimento delle Libertà dell’ex parlamentare di Forza Italia Massimo Romagnoli. Come Città Nuove, embrione di quello che poteva essere il partito della ex presidente della Regione Lazio Renata Polverini.

E sopravvive pure Costruiamo il futuro, forse un tantino abbacchiata dopo quello che è successo al suo presidente (autosospeso) Maurizio Lupi.



D’Alema: «Tutelare non indagati» Denuncerò chi dice il falso»

Corriere della sera

In mattinata sfuriata contro un giornalista sulla questione dei vini alle coop. In serata replica dell’Anm: «Pensare ai reati». Gratteri: punire pubblicazione arbitraria


«Che noi abbiamo venduto dei vini alla cooperativa Cpl è vero, però non ho capito perché questo debba essere contenuto in un atto giudiziario dal momento che non è un reato». Massimo D’Alema non usa mezzi termini riguardo alla vicenda che lo vede coinvolto (IL VIDEO), intercettato nell’ambito di un’indagine per presunte tangenti a Ischia. «Non sono indagato per nessun reato - ha detto con fermezza da Bari, dove si trovava per un convegno della Fondazione che presiede Italiani Europei. Allora - ha continuato - perché si devono rendere pubbliche in un atto giudiziario cose private di persone, tra l’altro in questo caso si tratta di mia moglie, che non sono indagate, che non hanno compiuto alcun reato.

E che vengono semplicemente gettate in pasto così all’opinione pubblica per poter essere diffamate. Occorre - ha concluso - una tutela delle persone che non sono indagate». Concetti che aveva già ribadito in un’intervista al Corriere,sostenendo che, così facendo, «la magistratura si delegittima da sola». E in serata arriva la reazione dell’Anm: «Fermare l’attenzione sui fatti gravi di corruzione che stanno emergendo, non sulle polemiche»: è l’invito alla stampa dell’Anm. .La riservatezza «va tutelata», ma «non si mettano in discussione le intercettazioni come strumento di indagine».
La pubblicazione «abitraria» delle intercettazioni
A proposito del diritto di difesa e riservatezza delle comunicazioni, nel frattempo, una nuova fattispecie di reato di «pubblicazione arbitraria di intercettazioni» viene proposta dalla commissione Gratteri. Il nuovo reato si accompagnerebbe, tra l’altro, alla previsione dell’«inedito divieto» all’autorità giudiziaria a inserire il testo integrale delle intercettazioni. Quest’ultima disposizione - è scritto nella proposta - «mira a una tutela rafforzata del diritto di privacy, eliminando il fenomeno negativo della divulgazione, proprio tramite gli atti dell’autorità giudiziaria, del contenuto di informazioni che esulano l’accertamento processuale. Si vuole così porre uno deciso e serio sbarramento alla possibilità che la lesione alla sfera riservata degli intercettati possa trovare la sua origine nell’ attività di impiego procedimentale o processuale dei risultati delle intercettazioni».
La lite con il giornalista di Virus
Intanto, a margine del convegno, è scoppiata una lite tra D’Alema e un giornalista del programma tv Virus. «Lei ha detto -si è infuriato l’ex premier - che ho venduto il vino durante una convention del Pd, come si chiama lei, scusi? Devo trasmettere al mio avvocato questa informazione. La prego di mandare questa registrazione, avrà una denuncia». Un’intemerata che si è svolta sotto gli occhi delle telecamere (GUARDA IL VIDEO): «Quegli acquisti sono avvenuti nel corso di due anni non in una convention del Pd.

Lei dice delle cose sciocche perché quegli acquisti, come risulta chiaramente dalle fatture sono avvenuti nel corso di due anni, sono stati regolarmente fatturati, sono avvenuti in prossimità delle festività evidentemente per fare molti regali come fanno molte imprese e sono stati fatturati con trattamento di favore, diciamo, perché con fatture a 4 mesi», ha spiegato, ribadendo: le bottiglie «non sono state vendute nel corso di una convention del Pd, quindi la pregherei, siccome sto denunciando, oggi, diversi giornali, denuncio anche lei, con l’occasione».
«Mi dispiace essermi arrabbiato con un collega»
«Ben arrivata» alla sinistra sulla questione intercettazioni e «si risparmi le querele. Si adoperi piuttosto per cambiare le leggi», scriveva qualche ora dopo sulla sua pagina Facebook Nicola Porro, conduttore di Virus, criticando l’uscita dell’esponente Pd. «Mi dispiace di essermi arrabbiato con un collega - si è giustificato poco dopo D’Alema - ma metterei in guardia i giornalisti dal dichiarare o scrivere simili e palesi sciocchezze». E che all’ex premier la faccenda non sia andata giù lo rivela la nota dei suoi legali, che dicono di aver «ricevuto mandato di tutelare la sua onorabilità in sede sia civile che penale da ricostruzioni evidentemente errate e strumentali che compaiono oggi su alcuni organi di stampa».
La ricostruzione degli avvocati
Sono sempre gli avvocati a ricostruire: «L’on. D’Alema - sottolineano - non ha personalmente ricevuto alcunché dalla cooperativa CPL Concordia, né direttamente né indirettamente. La CPL Concordia ha acquistato copie del libro `Non solo euro´ in occasione di una manifestazione politica in vista delle consultazioni elettorali europee del 2014 e, nell’arco di un biennio, circa 2.000 bottiglie di vino dell’azienda agricola della famiglia del Presidente D’Alema, regolarmente fatturate e pagate con bonifici a quattro mesi di distanza dalla fornitura. Infine la CPL Concordia ha effettuato, in tre diverse annualità, finanziamenti del tutto leciti alla Fondazione Italiani Europei, che notoriamente non è una fondazione personale dell’on. D’Alema ma un istituto che egli presiede e dirige, politicamente e culturalmente, a titolo del tutto volontario, senza beneficiare né direttamente né indirettamente dei contributi che la stessa riceve per la sua attività».
«Servirebbe un intervento legislativo appropriato»
Il caso D’Alema riporta così alla ribalta il tema delle intercettazioni, che spesso coinvolgono anche non indagati all’interno di inchieste delicate (vedi recentemente il caso Lupi, costretto a dimettersi da ministro).«Un intervento del legislatore sarebbe opportuno, non limitando l’intervento della magistratura e non mettendo il bavaglio alla stampa, ma tutelando l’onorabilità e la riservatezza delle persone non indagate», dice il vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, Giovanni Legnini, a margine di un convegno su «Economia e legalità» a Roma. «Il presidente D’Alema pone un tema serio, quello della riservatezza e dell’onorabilità delle persone non indagate - ha commentato Legnini - Il Csm però non è munito di poteri d’intervento d’ufficio, può intervenire se investito dal pg o dal ministro». Il tema della fuga di notizie, quindi, «meriterebbe un intervento legislativo appropriato».
1 aprile 2015 | 14:02



D’Alema si sbaglia: lui è più di Lupi, e non è un privato cittadino
Libero



1
Massimo D’Alema avrà pure qualche ragione a lamentarsi dello “sputtanamento” che gli è venuto dalle intercettazioni contenute nell’ordinanza di arresto del sindaco Pd di Ischia e di alcuni dirigenti delle coop rosse. In effetti è piuttosto sputtanante inventarsi una seconda vita da imprenditore, produrre un vino e chiamarlo Sfide, e poi giocarsi la sfida imprenditoriale contando su un minimo garantito di acquisti degli amici delle coop rosse. D’Alema però ha grandemente torto nella sua autodifesa contenuta nelle dichiarazioni e nelle interviste rilasciate nei giorni successivi. E ha torto per due motivi…


Il primo tema della sua autodifesa parte da un assunto del lìder Maximo: “Io non sono come Maurizio Lupi“. Frase piuttosto sgradevole, e che dà l’impressione di quella superiorità morale di cui la sinistra italiana si è sempre vantata e che poi è stata perennemente smentita dai fatti, rendendo ancora più antipatico chi alzava quella bandiera. D’Alema ha poi chiarito, spiegando che lui non è un ministro in carica che ha ricevuto un regalo da chi pensava di lavorare con il suo ministero.

4
Dicendo così però è scivolato su una bella buccia di banana. Perchè ormai le intercettazioni sono state pubblicate, e il loro significato è più che chiaro. Il caso D’Alema è ben peggio di quello di Lupi proprio sotto il profilo di quell’argomento. I dirigenti delle Coop che hanno comprato qualche centinaio di copie del libro di D’Alema e poi 2.200 bottiglie del suo vino, e ancora hanno versato 60 mila euro alla Fondazione italiani europei, l’han fatto con un perché.

Il motivo è ben spiegato nelle loro telefonate: pensano che D’Alema stia per diventare commissario europeo, quindi ministro come Lupi, e siccome per loro “ha già messo le mani nella merda, ci ha dato cose”, sono convinti che con quei regali che gli fanno avranno un buon ritorno dal futuro ministro continentale. Se poi va loro male, non è perchè D’Alema ha respinto al mittente quelle attenzioni, ma è tutto merito di Matteo Renzi.

2
Sì, perchè i dirigenti delle Coop non sono degli sprovveduti: pensavano che D’Alema diventasse commissario europeo dopo avere sentito circolare la voce in ambienti autorevoli. E fonti assai degne di nota assicurano che proprio Renzi gli aveva ventilato quella possibilità, per ridurre il tasso di scontro interno al Pd. Alla fine però il premier ha fregato D’Alema, e fregando lui l’ha messa in quel posto anche alle coop rosse che avevano puntato su quella nomina e si preparavano a riceverne i benefici che avevano immaginato.

C’è una seconda cosa dell’autodifesa di D’Alema che fa acqua da tutte le parti. “Io sono un privato cittadino”, ha protestato, lasciando intendere così che non avrebbe alcun rilievo, nemmeno politico, l’inserimento di quelle intercettazioni nell’ordinanza di custodia cautelare. Ma si sbaglia: D’Alema non può essere un privato cittadino. Non per il passato che ha, ma per il presente: un privato cittadino non riscuote ogni mese come fa lui un assegno vitalizio da 5.674,21 euro. E’ un privilegio che vale solo per la casta politica, e a pagarglielo sono i contribuenti italiani. Finchè D’Alema riscuote quell’assegno, deve rendere conto di quel che fa ai contribuenti italiani. E’ il minimo loro dovuto. Solo rinunciando a quel vitalizio D’Alema tornerebbe ad essere privato cittadino.

5
All’inizio però scrivevo che qualche ragione D’Alema ha. Quale? Per farlo capire uso una tesi che ho sentito in tv da un collega, Andrea Scanzi del Fatto quotidiano (gran conoscitore di vini, e perfido recensore di quelli dalemiani). Lui- ma tanti altri giornalisti sostengono la stessa cosa- ha sostenuto che è ovvio l’interesse pubblico e politico delle intercettazioni che riguardavano D’Alema. Certo che è ovvio, ed altrettanto ovvio che una volta pubblicate nell’ordinanza la stampa non poteva che riferirne. Quel che non è affatto ovvio è che siano contenute nell’ordinanza se D’Alema non è indagato.

Non è ovvio, e anzi è assai pericoloso per la democrazia, che i magistrati scrivano provvedimenti giudiziari tenendo presente “un interesse pubblico e politico” che non li riguarda, e non la sola cosa che compete loro: la violazione di norme di legge. Se essersi fatto comprare libri e vini dalla coop ed essersi fatto finanziare la propria fondazione politica, D’Alema deve essere indagato. Se non è reato, è argomento da inchiesta giornalistica, non da provvedimento giudiziario. E in questo caso, come negli altri citati noi giornalisti dovremmo fare innanzitutto mea culpa: perchè non abbiamo fatto inchieste sulla clientela del vino di D’Alema? Perchè aspettiamo sempre il pm di turno che ci scodelli il lavoro già fatto facile e facile e poi difendiamo comodamente seduti in poltrona quel magistrato che lavora per noi invece della nostra professione che sta scomparendo?



Dalla barca al vino, da Forattini ai giornali, D'Alema minaccia sempre querela

Domenico Ferrara - Mer, 01/04/2015 - 16:54

Basta azzardare una domanda e l'ex leader dei Ds minaccia querela

Massimo D'Alema è il re delle querele. Minacciate. E anche sporte. Sintetizzò bene nel 2009 l'allora vicepresidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli: "D'Alema ha querelato mezzo mondo, da premier, ministro e semplice deputato.

La sua idea dei giornali e dei giornalisti è nota a tutti: fosse per lui le edicole non dovrebbero neppure aprire alla mattina tranne che per dare notizia delle sue querele ai giornali. Lui non ha aspettato mesi come Berlusconi prima di fare querela: a D'Alema e Di Pietro sono sempre bastate poche ore prima di imbracciare la clava. E non mi pare che nessuno abbia mai menato scandalo".

Oggi, come ieri, la musica non cambia. Basta azzardare una domanda, come quella che ha fatto il giornalista di Virus in merito all'"opportunità di mischiare una convention del Pd alla vendita di vini", e l'ex leader dei Ds perde le staffe e minaccia querela.

"Gli acquisti del vino sono avvenuti nel corso di due anni non in una convention del Pd, sono stati regolarmente fatturati e sono avvenuti in prossimità delle festività, evidentemente per fare regali come fanno molte imprese. Io la querelo, non sarebbe il primo oggi, sto denunciando diversi giornali".

Come fece nel 1991 nei confronti di Panorama, ergendosi addirittura a paladino del diritto di querela. "Quando ero direttore dell'Unità, De Mita mi ha querelato per un titolo in cui si diceva che si era arricchito con il terremoto. Ho chiesto con una lettera alla giunta della Camera dei deputati di concedere l' autorizzazione. I deputati del mio partito hanno votato a favore, purtroppo quelli della Dc si sono opposti a tale concessione''.

Come non citare poi la celebre diatriba col vignettista Giorgio Forattini, querelato con tanto di richiesta di risarcimento miliardario. Era il 1999 e in quell'occasione D'Alema rischiò di passare alle cronache per essere il primo premier che querela per una questione di satira. "Io sapevo che la sinistra dovrebbe difendere la libertà, non censurarla. Se io venissi condannato, sarebbe la morte della satira. Ma sarebbe anche la morte della sinistra. I tre miliardi di risarcimento? D'Alema li userà per comprarsi una barca nuova", ironizzò sulle pagine del Giornale il vignettista. Poi D'Alema si ravvide e ritirò la querela.

E a proposito di barca, quando Gasparri nel 2002 si permise di parlare di "vera spregiudicatezza di D'Alema, uno che ha più o meno il mio percorso professionale e che si può permettere una barca miliardaria'', l'esponente della sinistra, ça va sans dire, querelò spiegando che l'investimento da dividere con ''un gruppo di amici'' per la nuova imbarcazione ammontava a meno di un miliardo di vecchie lire, anziché a tre miliardi come era stato detto, e che ''buona parte dell'investimento necessario al progetto deriva dal ricavato della vendita della precedente imbarcazione''. E poi Il Foglio, il Giornale, il Corriere della Sera e persino Repubblica, per un articolo in cui si parlava di un presunto utilizzo di voli di Stato. Insomma, al netto del tasso di permalosità, D'Alema di sicuro è uno che le manda a dire. Tramite gli avvocati.



Massimo D'Alema, parla la moglie Linda Giuva: "Il vigneto? Lo abbiamo acquistato per i nostri figli"

Libero

Travolto dal suo vino, Massimo D'Alema perde le staffe. Un uomo nel mirino, Baffino. E ora, in suo "soccorso", scende in campo niente meno che la moglie, la riservatissima Linda Giuva, che da sette anni gestisce il vigneto di famiglia, intestato ai figli Giulia e Francesco. Rompe il silenzio, la signora, e lo fa in un'intervista concessa a Repubblica dove parla dei 15 ettari di terreno dei quali 6,5 sono impegnati dal vigneto. "Vorrei fare il mio lavoro - si sfoga -, la produttrice di vino, onesta e laboriosa, senza dover essere inseguita da insulti e basse insinuazioni". Ma non è tutta pubblicità? Sì, lo è, la signora D'Alema conferma: "Abbiamo avuto in queste ore un'impennata di ordini inimmaginabile". La signora racconta che il vigneto, quando fu acquistato, era un allevamento di bovini. Poi spiega perché lo comprarono: per la prole, "con lo sguardo rivolto al futuro dei figli". I vini dei D'Alema, insomma, come una "garanzia" per il futuro dei loro pargoli.

Parla il macellaio - Nell'articolo, in cui la signora Linda Giuva si sbottona ben poco, Repubblica si spende poi nell'elogio di D'Alema, citando voci che da Narni, in provincia di Terni, assicurano come "Massimo qui ha portato un po' di benessere". Nell'articolo si dà la parola anche a Fabrizio Nunzi, il macellaio del Paese, che presenta le bottiglie e spiega che un tempo votava per Silvio Berlusconi, ma ora con D'Alema si dà del tu. "Lui mi chiama e io gli preparo il filetto, la coppa di testa o il capocollo, di cui è ghiottissimo". E' forse arrogante, Baffino? Il Macellaio ovviamente rassicura tutti: "Lo pensavo anche io prima di conoscerlo, invece è un uomo senza spocchia. Doveva vederlo ad agosto alla sagra, il Vinotricolando, sembrava uno di noi: era lì con il suo banchetto, fermava le persone". L'inchiesta? "Non ci credo - taglia corto il macellaio -. Il suo vino davvero è buono, lo vogliono in tanti, e dopo questo polverone ancora di più".