mercoledì 1 aprile 2015

A D’Alema bonifici per 87 mila euro

Corriere della sera
di Fulvio Bufi Fiorenza Sarzanini

Vino e fondazione, i versamenti all’ex premier. I pm potrebbero sentirlo Nelle intercettazioni i timori dei dirigenti della coop Cpl: siamo ascoltati

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NAPOLI Erano forniture annuali quelle che la «Cpl Concordia» ordinò all’azienda «La Madeleine» di Massimo D’Alema. Spumante e vino rosso per 22.500 euro. Complessivamente i versamenti ammontano dunque a 87mila euro in tre anni. Soldi che i vertici della cooperativa sostenevano di aver elargito «perché è molto più utile investire negli “Italianieuropei”». E di questo si parlerà domani nel corso degli interrogatori di garanzia di Francesco Simone, che curava le pubbliche relazioni dell’azienda, e del presidente Roberto Casari, entrambi arrestati per dall’associazione per delinquere, corruzione, turbata libertà degli incanti, riciclaggio, emissione di fatture per operazioni inesistenti.

E chiarimenti sulla natura di questi rapporti potrebbero essere chiesti allo stesso D’Alema: i magistrati stanno valutando la sua convocazione dopo aver ascoltato la versione degli indagati. Non sarà l’unico.
«Apri un offshore in Tunisia»
L’inchiesta che ha portato in carcere il sindaco di Ischia Giuseppe Ferrandino per le tangenti che avrebbe preso per affidare la metanizzazione dell’isola alla «Cpl» si allargano ai rapporti della cooperativa con le altre Fondazioni create dai politici. E inseguono i soldi all’estero: a San Marino, dove Simone dice di poter muovere fondi, ma soprattutto in Tunisia. È lo stesso manager, in passato fedelissimo di Bettino Craxi, a vantarsi con il presidente del consiglio di amministrazione Maurizio Rinaldi, della propria capacità di muoversi nel Paese africano: «Se tu vuoi vieni una volta con me in Tunisia che è una cosa più sicura, ti apri il tuo conto oppure fai un’altra società che costa duecento euro... Tunisia, offshore, dove tu sei socio unico e garante, nella mia stessa banca, così è più veloce l’operazione». Lui faceva la spola continuamente e quando si trattava di nascondere i soldi da far rientrare in Italia li nascondeva nei posti più strani, compreso il passeggino del figlio.
Le 2.000 bottiglie di spumante e rosso
Nelle conversazioni intercettate nel marzo del 2014 Simone parla con una dipendente di «Italianieuropei» per l’acquisto di 500 libri di D’Alema da presentare a Ischia. Specifica di essere «disposto a pagare cifra piena se i soldi vanno alla Fondazione», altrimenti chiede uno sconto del 10 per cento. La donna lo rassicura che il pagamento sarà diretto e così si accordano per la fornitura dei volumi «ma anche del vino, uniamo l’utile al dilettevole». In realtà quelle bottiglie non sono le uniche acquistate. Secondo una nota dei carabinieri del Noe, delegati alle indagini, «nel 2013 sono state comprate 1.000 bottiglie di spumante per 14.600 euro e nel 2014 altre 1.000 bottiglie di vino rosso per 7.900 euro». Uniti a tre bonifici da 20.000 euro l’uno elargiti alla Fondazione e alle centinaia volume «Non solo euro» fanno 87.300 euro.
I soldi alle Fondazioni
Quando decidono quali Fondazioni devono finanziare i vertici di «Cpl» sono molto espliciti, come spiega il responsabile commerciale in un colloquio del maggio scorso. Verrini : «Il mio problema però è questo, queste persone poi quando è ora, le mani nella merda ce le mettono o no?». Simone : «...dobbiamo pagarlo perché ci porta questo e chiudiamo questo, no venti ma anche duecento...». Non si sa a chi si riferiscano, gli atti sono coperti da omissis «per ragioni investigative». Certo è che un filone dell’indagine, come scrive il giudice, si concentra sui versamenti «al mondo politico-istituzionale, ovvero a quelle fondazioni o associazioni che in qualche modo sono espressione di tale mondo».

E infatti sottolinea come «il tenore e il contenuto della conversazione appaiono fondamentali anche per la valutazione delle esigenze cautelari, e in particolare della pericolosità sociale dei protagonisti della vicenda, rappresentando lo “specchio” della strategia aziendale di tale cooperativa, con particolare riferimento ai rapporti e alle relazioni “patologiche” esistenti tra gli uomini espressione di tale cooperativa da una parte ed esponenti politici (e più in generale della pubblica amministrazione) dall’altra, rapporti sovente “schermati” attraverso triangolazioni con fondazioni varie e di varia natura».

Accertamenti che riguardano anche i rapporti diretti con chi si sarebbe mostrato disponibile ad agevolarli, come il sottosegretario Simona Vicari, vera promotrice dello sblocco di 140 milioni di euro nella legge di stabilità come loro avevano sollecitato e sul conto della quale sono tuttora in corso nuove verifiche.
Le «cimici» e il generale
Dalle intercettazioni raccolte dagli investigatori si capisce che alla Cpl c’era la consapevolezza di essere al centro di una indagine. «Siamo ascoltati», dice Simone a Verrini. In un’altra conversazione Simone fa riferimento al generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi (già coinvolto in altre inchieste) e parla della necessità di ricercare microspie negli uffici della cooperativa: «Ho parlato con un assistente di Adinolfi... Serve fare una bonifica, Nicò! Quando mi autorizzi chiamo il generale, ce la facciamo fare, però ovviamente ci farà un prezzo di riguardo. Però facciamola».

1 aprile 2015 | 07:19



"Non sono come Lupi". D'Alema passa nel torto pure quando ha ragione

Renato Farina - Mer, 01/04/2015 - 08:04


Nel difendersi dalle insinuazioni cade nella solita superiorità morale della sinistra. E così la vigliaccata su di lui finisce in secondo piano

È stato sputtanato a sangue, anzi a vino, merda e libri, con un cocktail di intercettazioni micidiali fornito dalla ditta Woodcock. Nessuna indagine su di lui, ma citazioni perfette per annegarlo a testa in giù nel cabernet della sua cantina. Come reagisce, Massimo D'Alema? È inutile, è più forte di lui: crede di essere il primo e unico essere superiore vittima di questo trattamento di immersione nella fossa dei coccodrilli.

Siccome però vede che c'è un altro tizio arrivato lì poco fa tra le fauci degli alligatori, precipitato anche lui con al collo le intercettazioni senza essere indagato, che fa D'Alema? Come un Conte Ugolino lo morde sulla nuca. In prima pagina, Il Mattino di Napoli titola: «Io, offeso e indignato non sono come Lupi». È un messaggio destinato al popolo comunista, ma se possibile diretto anche a Zeus che poteva tirargli fulmini, inviargli come a Prometeo un'aquila a squarciargli il petto e a divorargli il fegato: però solo a lui. Cos'è questa confusione? Cosa ci fa lì, anche Maurizio Lupi? No, questo per D'Alema è insopportabile.

Persino quando ha ragione, Massimo D'Alema riesce ad aver torto, a manifestarsi per quella creatura umana sì, ma diversa, tipicamente figlia dell'educazione comunista, per cui lui, gettato a terra da mosse schifose dell'avversario, riesce a rivoltarsi e per prima cosa sputazza sui compagni di sventura. È superiore moralmente anche nelle intercettazioni. Guai ad accomunarlo alla genia degli esseri che non sono stati introdotti da piccoli alla visione estatica di Palmiro Togliatti. Nello specifico. Dove sta la differenza con Lupi? Abbiamo provato a scavare.

In effetti. La storia dei vini firmati D'Alema acquistati dalla cooperativa Concordia, nel numero di duemila bottiglie, sono cose normali, normalissime. Ad esempio. A Predappio si produce il vino del Duce, un sangiovese ovviamente nero, e i nostalgici lo acquistano non per le recensioni del Veronelli e del Gambero Rosso, ma poiché credono di rinvenirvi sentori residui di olio di ricino e di palmizi imperiali per la gloria dell'idea fascista. Immaginiamo accada la stessa cosa con le etichette di casa D'Alema: sono un segno di appartenenza, le Coop rosse si specchiano in quei riflessi e così i loro clienti, se mai avessero un dubbio, capiscono chi è il loro santo in Paradiso, e nella vigna.

Ovvio. In fondo, anche se con finali diversi, sono entrambi, Benito e Massimo, ex primi ministri. Siamo assolutamente certi che per decidere la commessa (i prezzi per i privati, comprensivi di Iva, partono dalle 9,50 euro del Cabernet Franc Sfide alle 17,50 del Nerosè) abbiano nominato una commissione di enologi che hanno assaggiato alla cieca trenta diverse bottiglie di rosso, scegliendo il migliore. O no? Così per i cinquecento libri prodotti coi grappoli ubertosi cresciuti nella testa del medesimo D'Alema, Non solo euro . Anche lì ordinati si suppone previa consultazione di una severa e imparziale giuria della Fondazione Gramsci. O no? Ciascuno ha le sue idee.

Ma perché caro D'Alema ci tieni così tanto a stabilire le distanze da Lupi, implicitamente dandogli del disonesto? Sostieni di essere un «pensionato», mentre Lupi era un ministro, dunque è diverso, molto diverso. Le intercettazioni fanno presente tuttavia che in realtà D'Alema vi è rappresentato come un pensionato piuttosto vispo e in carriera. Siamo costretti alla citazione da D'Alema, se no come si fa il paragone? «Bisogna investire negli Italianieuropei dove D'Alema sta per diventare commissario europeo...

D'Alema mette le mani nella merda come ha già fatto con noi e ci ha dato delle cose». Insomma: comprano per imbonirsi uno molto bravo a interessarsi delle cose, e che presto diventerà super-ministro. E com'è nato l'acquisto della partita di vini dalemiani? Stralcio di verbale d'interrogatorio dell'acquirente: «Posso rappresentarvi che fu D'Alema in persona in occasione di un incontro casuale, a proporre l'acquisto dei suoi vini». Si noti poi il particolare fornito dal compratore per conto della Coop Concordia: i vini sono dell'«azienda della moglie di D'Alema».
Secondo noi ha ragione D'Alema. Non è come Lupi. Lupi è meglio.



Arrestato il vino di D'Alema

Salvatore Tramontano - Mar, 31/03/2015 - 07:00

Milioni, mazzette e bottiglie: manette nel Pd e nella super coop

Dopo Lupi, D'Alema. I malpensanti diranno che chi attraversa la strada di Renzi si ritrova con la faccia nel fango. È la teoria del gatto nero, che si specchia con quella governativa dei gufi. La realtà è meno scaramantica e forse anche un po' più preoccupante. Lupi e D'Alema non sono indagati, ma la condanna delle intercettazioni vale più di una sentenza. Sono le frasi a effetto che fanno la differenza, i simboli. A Maurizio Lupi sono stati fatali la mezza raccomandazione a favore del figlio e l'orologio superlusso, per D'Alema il vino comprato dalla Coop coinvolta nello scandalo e il dialogo «rubato» tra due esponenti della stessa cooperativa. Ecco cosa si sono detti: «Ci sono politici che mettono le mani nella merda e quelli che non lo fanno. D'Alema mette le mani nella merda come ha già fatto con noi. Ci ha dato delle cose».

Quello che un tempo era l'uomo forte del Pd urla tutta la sua rabbia contro questo gioco di ventilatori. Si chiede come sia possibile che queste intercettazioni del tutto irrilevanti ai fini dell'inchiesta finiscano su stampa e tv. Perché? Con quale obiettivo? Secondo quale legge ed etica? Benvenuto a giustiziopoli. D'Alema ha fatto conoscenza con il metodo Woodcock, il pm acchiappavip, che da Fabrizio Corona a Vittorio Emanuele, da vallettopoli alla famiglia Mastella si è specializzato nel tanto rumore per nulla. Solo che le risposte alle sue domande sono tutte a sinistra.

Le procure da almeno vent'anni i processi li fanno prima. Le intercettazioni da strumento utile per le indagini sono ormai una gogna politica. Ed è certo che le carte non escano da sole dagli uffici giudiziari per accomodarsi nelle pagine dei giornali. C'è qualcuno che le passa e spesso sceglie i tempi dell'uscita. L'indignazione di D'Alema è arrivata con decenni di ritardo. Non era lui quello della scossa sulla testa di Berlusconi?

Ma peggio di D'Alema stanno le Coop rosse. Non c'è inchiesta che negli ultimi tempi non le veda protagoniste. È la caduta buzziana di Mafia capitale, è l'affare delle grandi opere, e questa volta a Ischia finisce nella polvere la Cpl Concordia, re del metano e una delle cooperative più antiche d'Italia. Sembra la fine di un sogno, di un'utopia. C'era una volta la coop sei tu, il sogno padano della terza via tra capitalismo e comunismo. La coop riconosciuta e protetta dalla Costituzione. C'è da chiedersi invece come la ragnatela delle Coop rosse sia diventata una fabbrica di appalti sospetti, in una zona grigia di politica e affari. Una cooperazione a delinquere.



Massimo D'Alema: "Una legge per tutelare chi non è indagato"
Libero

"Non sono indagato per nessun reato, perché rendere pubbliche in un atto giudiziario cose private di persone come mia moglie?". Massimo D’Alema non ci sta a vedere il suo nome negli atti dell'inchiesta sulle tangenti a Ischia e, dal foyer del teatro Petruzzelli di Bari, invoca una legge che avrebbe evitato anche le dimissioni dell'ex ministro Lupi che si è fatto da parte dopo essere stato coinvolto, pur non essendo indagato, nello scandalo "Grandi Opere".

Una legge ad hoc - "Serve un intervento legislativo per tutelare l'onorabilità delle persone non indagate, per proteggerle da campagne diffamatorie come questa che mi vede protagonista, me e la mia famiglia", ha tuonato l'ex presidente del Copasir ribadendo la sua difesa: "E' falso che ho ricevuto bonifici per 87mila euro, per questo a partire da oggi abbiamo cominciato a muovere la carta bollata e a intraprendere azioni legali contro quanti hanno avviato questa campagna scandalistica priva di qualsiasi fondamento".

Diffamazione - "Ho già avuto modo di esprimere tutta la mia indignazione - ha proseguito D'Alema - per la divulgazione di notizie che riguardano persone a me vicine che non sono indagate, messe in collegamento con un'indagine con cui non hanno nessuna attinenza. Questo episodio conferma quanto affermato oggi dal vicepresidente del Csm, ossia che occorrono delle norme per tutelare i non indagati. Perché rendere pubbliche in un atto giudiziario cose private di persone come mia moglie?". Quanto alla Fondazione di cui è presidente, ha precisato: "Definirmi beneficiario dei contributi raccolti dalla Fondazione ItalianiEuropei di cui risulto essere presidente protempore a titolo gratuito è un'affermazione falsa che ha solo carattere diffamatorio".



A D'Alema bonifici per 87mila euro
Libero


La coop Cpl Concordia ordinava annualmente il vino all'azienda di Massimo D'Alema. In tre anni, rivela il Corriere della Sera, i versamenti ammontano a 87mila euro complessivi. Nelle conversazioni intercettate nel marzo del 2014 Francesco Simone, che curava le pubbliche relazioni della Cpl, parla con una dipendente di Italianieuropei per l'acquisto di 500 libri di D'Alema da presentare a Ischia. Dice che è "disposto a pagare cifra piena se i soldi vanno alla Fondazione", altrimenti chiede uno sconto del 10 per cento.

L'impiegata risponde che il pagamento è diretto e si accordano per la fornitura dei volumi "ma anche del vino, uniamo l'utile al dilettevole". In realtà quelle bottiglie non sono le uniche acquistate. Secondo i carabinieri del Noe, "nel 2013 sono state comprate 1.000 bottiglie di spumante per 14.600 euro e nel 2014 altre 1.000 bottiglie di vino rosso per 7.900 euro". Somme che unite a tre bonifici da 20.000 euro l'uno alla Fondazione e alle copie di Non solo euro fanno 87.300 euro.

Napoli, per vendere i pesci d'aprile spunta una vera e propria «pescheria»

Il Mattino
di Maria Elefante



Napoli. Calata Capodichino diventa una banchina che affaccia sul mare. E proprio come al porto si potrà acquistare pesce azzurro direttamente dalla barca del pescatore. Ma è un Pesce d’Aprile… di cioccolata. Ad allestire la folkloristica bancarella è stato un commerciante che ha improvvisato una vera e propria pescheria in occasione del primo aprile.

Le origini di questa usanza non sono note, ma a quanto pare prima dell’adozione del calendario Gregoriano nel 1582, il Capodanno veniva celebrato a partire dall’equinozio di primavera che cadeva il 25 marzo e fino al primo aprile. Una delle ipotesi maggiormente accreditate è che non tutti si abituarono al cambiamento, continuando così a scambiarsi regali, pacchi che però erano vuoti, all’interno, infatti, solo un biglietto con la scritta Pesce d’Aprile. I pesci però sono tutti di cioccolata. Un modo per addolcire le vittime degli scherzi e farsi perdonare con tanto di sorpresa finale.

Smart lock, con Android Lollipop anche il blocco del cellulare diventa intelligente

La Stampa
carlo lavalle

L’idea del nuovo smart lock è quella di agevolare l’utente e di creare più difficoltà ai malintenzionati

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I cellulari Android hanno una nuova funzione di sblocco intelligente (smart lock). Consente di avere accesso continuato al dispositivo senza dover reinserire un codice, a patto che il telefono resti a contatto con il corpo o sia vicino al proprietario. Lo riporta il sito Android Police che segnala l’introduzione della funzionalità “on-body detection” negli smartphone con sistema operativo Lollipop.

L’idea è quella di agevolare l’utente e di creare più difficoltà ai malintenzionati. Lasciate il telefonino sul tavolo o lo dimenticate lontano da qualche parte? Ecco che, allora, parte automaticamente il blocco impedendo agli aspiranti ladri di avere facile accesso ai dati. Ma il cellulare, grazie all’accelerometro, rimarrà sbloccato se inserito in tasca o nella borsetta. Google ha via via migliorato e rafforzato la modalità di smart lock, aggiungendo alla possibilità di tenere sbloccato lo smartphone in caso di riconoscimento del volto e di connessione ad un dispositivo bluetooth attendibile, quella dei “luoghi sicuri ”.

Altre aziende come Apple hanno scelto di ricorrere all’impronta digitale per proteggere privacy e informazioni importanti di un utente. L’approccio di Google, pur perseguendo gli stessi obiettivi di sicurezza, sembra essere diverso, anche perché il suo sistema operativo è utilizzato da diversi produttori, molti dei quali non hanno installato sugli apparecchi la tecnologia di riconoscimento biometrico.

Per rendere difficile la vita ai ladri, BigG ha, d’altra parte, introdotto nell’ultima versione di Android la funzione “device protection ” : in questo caso, il cellulare rubato, anche resettato alle impostazioni di fabbrica, non può essere utilizzato se non digitando la password dell’account Google del proprietario.

Cristiani e armeni a Mardin Un secolo fa la strage rimossa

Corriere della sera
di Sergio Romano

Il cinico calcolo dei Giovani turchi, laici: aizzare l’odio delle popolazioni islamiche


Nella Turchia sudorientale, in una zona abitata prevalentemente da curdi, vi è una delle più belle città del Medio Oriente. È Mardin, una meta turistica premiata dall’Unesco per la straordinaria varietà della sua architettura religiosa: chiese,
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monasteri, moschee, sinagoghe, castelli medioevali. Oggi la sua popolazione è in grande maggioranza musulmana, ma nel 1915, quando fu teatro degli avvenimenti evocati in un libro di Andrea Riccardi pubblicato ora da Laterza, i cristiani avevano nove chiese, tre conventi e formavano una sorta di catalogo vivente del Cristianesimo romano e greco: armeni in buona parte, ma anche cattolici di rito latino, ortodossi, assiri, siriaci, caldei, tutti assistiti dai loro vescovi e patriarchi.

I campanili e i minareti svettano ancora sulla città, costruita sul pendio di una grande montagna, ma le comunità cattoliche e ortodosse sono oggi soltanto il pallido ricordo di un mondo in buona parte scomparso. Questo libro (La strage dei cristiani. Mardin, gli armeni e la fine di un mondo, pp.240, e 18) è anzitutto un’opera di pietà storica, scritta per ricordare la sorte dei cristiani d’Oriente, travolti anche in anni più recenti dalle guerre combattute in Libano, in Iraq, e in Siria. Riccardi dice implicitamente al lettore che la tragica cronaca delle persecuzioni subite dagli armeni agli inizi della Grande guerra non sarebbe completa se non ricordasse che il loro destino, in particolare a Mardin, fu condiviso dai cristiani.

Ma l’autore non è soltanto il fondatore della Comunità di Sant’Egidio e, quindi, un cattolico militante. È anche uno studioso a cui preme ricostruire il contesto storico di quelle persecuzioni. Nel luglio del 1914, quando il governo austro-ungarico inviò alla Serbia l’ultimatum che avrebbe scatenato la Grande guerra, la Turchia era appena uscita da una umiliante sconfitta nella Seconda guerra balcanica e dal colpo di Stato che aveva dato il potere ai «Giovani turchi» di Unione e Progresso. I suoi tre Pascià — Djemal, Enver, Talaat — erano ferocemente nazionalisti e profondamente convinti che la sovranità dello Stato ottomano fosse minacciata dalle continue ingerenze delle potenze straniere nella politica dell’Impero. Le sue finanze erano soggette alla vigilanza di banchieri europei, organizzati in una specie di Fondo monetario internazionale.

Le comunità religiose non musulmane avevano potenti protettori stranieri: la Russia per gli ortodossi e gli armeni, la Francia e altri Paesi cattolici per i cristiani latini, la Gran Bretagna per i protestanti e gli ebrei. I trattati sulle capitolazioni avevano garantito alle comunità nazionali straniere una sorta di indipendenza giudiziaria, che intaccava profondamente la sovranità dello Stato. Al nuovo governo di Costantinopoli la guerra europea parve una provvidenziale via d’uscita.

Il 9 settembre 1914 fu annunciato al mondo che le capitolazioni sarebbero state abolite, con un documento in cui si affermava tra l’altro che l’abolizione avrebbe permesso di realizzare le riforme ripetutamente sollecitate dalle grandi potenze. Due mesi dopo, mentre la Turchia era da qualche giorno in guerra a fianco della Germania, fu proclamata la Grande Jihad.

La guerra santa presentava in quel momento un doppio vantaggio. Forniva alle masse anatoliche, ancora devotamente musulmane, una motivazione spirituale sul campo di battaglia; e dava alle persecuzioni contro i cristiani una giustificazione patriottico-religiosa. Per quanto concerneva gli armeni, in particolare, la guerra contro la Russia avrebbe permesso al governo turco di trattare la loro comunità come una pericolosa quinta colonna.

Armate di questi argomenti le autorità turche dettero il via alle deportazioni e ai massacri. Quando gli ambasciatori dei Paesi neutrali, fra cui Henry Morgenthau, rappresentante degli Stati Uniti, deplorarono i metodi utilizzati, Enver replicò con sfacciata franchezza: «L’odio tra turchi e armeni è così grande che dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi».

I metodi usati per i massacri, come scrive Riccardi, furono una disordinata combinazione di violenza pubblica e organizzata, casuale e venale. Vi furono molti casi in cui gli armeni credettero di avere salvato la loro vita con il pagamento di esosi riscatti, ma caddero egualmente nella trappola della deportazione e dell’eccidio. Ve ne furono altri in cui pietosi musulmani cercarono di nasconderli e salvarli. E ve ne furono altri ancora in cui le vittime divennero merce da vendere e comprare.

A differenza di ciò che sarebbe accaduto nella Germania di Hitler, l’odio fu molto più religioso e identitario che razziale, e colpì contemporaneamente, come nel caso di Mardin, altri cristiani. Vi è in questa tragica vicenda un paradosso. Come ricorda Riccardi, gli strateghi dei massacri erano solo formalmente musulmani. I Giovani turchi conoscevano l’Europa, avevano avuto frequentazioni massoniche nelle capitali europee, invidiavano e ammiravano le società laiche, erano soprattutto nazionalisti e spesso atei.

Usarono l’Islam per meglio motivare le truppe, i gendarmi, i funzionari dell’amministrazione imperiale a cui sarebbe spettato il compito di eseguire gli ordini del governo. Non fu il primo e non sarebbe stato purtroppo l’ultimo caso. Gli avvenimenti degli ultimi trent’anni, dalla guerra afgana a quella di Bosnia, dai massacri di Boko Haram in Nigeria a quelli dell’Isis in Iraq e in Siria, dimostrano quale uso perverso possa essere fatto della fede per accendere gli animi, alimentare l’odio e scatenare conflitti.

Facci massacra Travaglio: querela tutti (pure un morto) e perde

Libero


Mettetevi seduti. Il collega Marco Travaglio e il suo avvocato Caterina Malavenda hanno querelato la bellezza di 49 articoli del Giornale tutti insieme, più altri dei siti Dagospia e Macchianera: e cioè 27 articoli miei, 3 di Gian Marco Chiocci, 3 di Maria Giovanna Maglie, 2 di Alessandro Sallusti, 2 di Mario Giordano, 2 di Paolo Bracalini, 2 di Paolo Granzotto, più 1 a cranio scritti da Vittorio Feltri, Vittorio Sgarbi, Alessandro Caprettini, Francesco Cramer, Renato Farina, Cristiano Gatti, Gianni Pennacchi (che al momento della querela era morto da due anni) più la missiva di un lettore, Renato Niccodemo. Ho scritto «querelato» per comodità, ma era una causa civile (che punta direttamente ai soldi) la quale il 14 febbraio 2011 è stata intentata principalmente al Giornale e che mirava a 400mila euro di risarcimento più la pubblicazione della sentenza su tre quotidiani, a caratteri doppi del normale.

I soldi dovevano ristorare la sofferenza di Marco Travaglio in quanto da marzo 2008 a dicembre 2009 - si legge - «con cadenza giornaliera è stato oggetto di attacchi diffamatori, insulti personali e notizie false e denigratorie». La causa-querela per diffamazione vantava 57 allegati e citava il sottoscritto quale «giornalista che si è distinto per numero e gratuità degli attacchi nei confronti di Travaglio... Una vera e propria campagna di stampa, della quale Facci rappresenta la punta di diamante, ma che trova in editorialisti e giornalisti il necessario compendio». In altre parole io avrei rivolto «epiteti offensivi» nonché «false informazioni circa vacanze trascorse con persona indicata come favoreggiatore di mafiosi», oltre ad averlo indicato «quale portavoce di uomini politici e magistrati».

Com’è finita? Ci limitiamo ai dati secchi e ci asteniamo dal commentare: anche se la tentazione sarebbe forte. La sentenza ha negato un risarcimento e ha stabilito che anche «la richiesta di pubblicazione della sentenza deve essere rigettata», mentre le spese processuali s’intendono «integralmente compensate tra le parti». La sentenza è passata in giudicato perché sono scaduti i termini per l’impugnazione, ma questo dopo che le parti (gli avvocati) hanno raggiunto un accordo affinché ai querelanti siano rifuse le spese legali. Il giudice Serena Baccolini, il 5 marzo 2014, ha infatti deciso che «la domanda risarcitoria deve essere rigettata» in quanto Travaglio & Malavenda hanno chiesto soldi «senza argomentare in ordine alla sussistenza del pregiudizio patito», giacché «spetta a colui che chiede il risarcimento offrire la prova dell’evento dannoso e dei pregiudizi conseguenti».

Cioè: fare una causa semplicemente ammassando articoli scritti contro Travaglio («introdurre un contenzioso caratterizzato da una pluralità di condotte») comportava perlomeno che il giornalista allegasse «l’incidenza lesiva dei singoli scritti...». Insomma, Travaglio doveva anche spiegarli, questi danni patiti, ergo descriverli al giudice: altrimenti qualcuno potrebbe pensare che volesse soltanto lucrare querelando dei suoi colleghi, gente che, oltretutto, non ha mai querelato lui, nonostante il linguaggio che adotta regolarmente. I legali dei querelati, su questo, si sono anche permessi di fare dei chiari esempi «di come Travaglio si rivolge a terzi», in particolare contro Facci, Feltri e Belpietro. Non dispiacerà se omettiamo.

Va detto che, tra i 49 articoli descritti nella citazione, il giudice ha intravisto solo tre casi (3) in cui a suo dire è stato «violato il principio della continenza formale»: due sono miei (12 maggio 2008 e 1° maggio 2009) e uno è di Renato Farina (15 dicembre 2009). Eviteremo di ripetere le tre espressioni che il giudice ha ritenuto diffamatorie. Per signorilità, tuttavia, eviteremo di ripetere anche tutte quante le espressioni che, in 46 articoli su 49, non sono state ritenute diffamatorie. Poco importa che sostantivi all’apparenza innocui («fighetta», «scarabeo», «becchino») siano state giudicate «legittimo esercizio del diritto di critica».

Altri contenuti però riportano a fatti accaduti o a questioni ricorrenti, e il contenuto della sentenza va comunque registrato: se non altro, anche qui, per legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica, e fermo restando che le sentenze non possono essere, al di là delle abitudini di Travaglio, gli unici parametri a cui guardare. In vari articoli dello scrivente, per esempio, si citava la vacanza trascorsa da Marco Travaglio con il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, inquisito per favoreggiamento di un mafioso: secondo la sentenza, «il fatto è vero per pacifica ammissione anche dell’attore, e non è controverso che Ciuro sia stato arrestato nel novembre 2003 per favoreggiamento nei termini indicati. L’articolo nasce come risposta alle dichiarazioni di Travaglio sulle dedotte frequentazioni dell’on. Schifani...

La circostanza riferita da Facci, sempre relativamente alla vacanza trascorsa da Travaglio in una struttura sottoposta ad amministrazione con sottrazione alla proprietà, è vera». E su questo non ci piove. Secondo il giudice, poi, si può scrivere che Travaglio è un «pregiudicato» (16 ottobre 2008: «Facci, accostando genericamente il termine “pregiudicato” a condanne penali e a condanne in sede civile, e con il ricorso del virgolettato, ne fa intendere ai lettori l’uso non tecnico, mentre del tutto irrilevanti risultano le dedotte inesattezze sulla prescrizione del reato in cui avrebbe potuto incorrere Travaglio»).

Ma su questo, paradossalmente, non siamo neppure completamente d’accordo col giudice, anche se ci dà ragione: vero è che la sentenza non fa giurisprudenza - perché non ha il sigillo della Cassazione - ma ci lascia perplessi che un giudice possa valutare come meramente «non tecnica» l’adozione del termine «pregiudicato» per un condannato in sede civile, quale era Travaglio. Le condanne di Travaglio in sede penale sono un altro discorso. Ci sono poi, ancora, varie espressioni ritenute lecite dal giudice e che attengono soltanto a «un giudizio di Facci sull’attività di Travaglio nel mondo del giornalismo». Ripetere queste espressioni, ora, sarebbe stucchevole. In futuro, ci si limiterà a riusarle.

di Filippo Facci

I giudici si aumentano le ferie "Il sabato non è più lavorativo"

Enrico Lagattolla - Mer, 01/04/2015 - 08:22

I magistrati trovano il modo per aggirare la norma che tagliava le loro vacanze e si "autogestiscono": se 30 giorni sembravano pochi, adesso se ne aggiungono 52


Hanno minacciato un ricorso collettivo al Tar. Si sono messi nelle mani del Csm, confidando in un decreto - quello del ministro Orlando - scritto male. Alla fine, hanno scelto la strada più facile: aggirare la norma. E così la bufera per il taglio delle ferie dei magistrati diventa un venticello primaverile, e l'odiosa scure populista contro i privilegi della casta - 45 giorni di vacanza ridotti a 30 - poco più che una lametta spuntata. Il tema anima da un paio di giorni il dibattito nell'ufficio giudiziario milanese. Lunedì, il vicecapo dei gip Claudio Castelli ha inviato un'email ai colleghi, riprendendo una recente comunicazione dei consiglieri togati del Csm all'Anm.

Oggetto dell' email : «Ferie, istruzioni per l'uso». L'armistizio all'italiana è tutto lì, in una semplice riga compilata con iperuranico candore. «I sabati - scrive Castelli - non sono più considerati giorni lavorativi. Da ciò si trarrebbe che non è più necessario chiedere il sabato come ferie». E da ciò si trarrebbe pure che se 30 giorni sembravano pochi, adesso se ne aggiungono potenzialmente 52, tanti quanti sono i sabati «non più lavorativi» in un anno. L'idea da malpensanti che si tratti di un modo per g abbare lo santo non sfiora gli interlocutori. Anzi.

C'è qualcosa in queste comunicazioni che colloca le toghe al di là e al di sopra delle fatiche umane. È per questo titanico impegno che il tema del riposo merita la giusta considerazione da parte delle istituzioni. Le ferie - viene sottolineato ancora nelle discussioni via email - «devono essere periodo di effettivo recupero delle energie psico fisiche da parte del magistrato», e se qualcuno dovesse sollevare dubbi sull'effettiva produttività viene ricordato che «il lavoro del magistrato non è in alcun modo assimilabile al pubblico impiego, non ha orari di lavoro, obblighi di presenza in ufficio (salvo per udienze e turni), avendo obblighi puramente prestazionali».

Ed è esattamente così, come sa chiunque frequenti un palazzo di giustizia. E così accade a Milano - peraltro uno degli uffici più efficienti d'Italia - dove per più di un magistrato il fine settimana inizia dopo il pranzo del venerdì e termina il lunedì pomeriggio, se non il martedì mattina. Ma che la questione del sabato sia cruciale per le toghe, si capisce anche dalla domanda che Gianluigi Fontana, già sostituto procuratore aggiunto a Milano e ora procuratore a Busto Arsizio, rivolge a Castelli in una email di risposta. «È il punto più delicato - scrive - fino ad oggi il sabato è stato considerato giorno lavorativo. La questione è davvero rilevante nei periodi di ferie prolungati. Se non si considera lavorativo il sabato, trenta giorni sono pari a sei settimane “piene” di ferie».

Ovvero 42 giorni, alla faccia dei 30 previsti dal governo e senza contare tutte le settimane dell'anno che avanzano. «Il problema è chiaro - insiste il procuratore di Busto - Se si vuole usufruire ferie dal venerdì al lunedì inclusi, quanti giorno vanno chiesti: due o tre? Attendo suggerimenti». Fontana chiede delucidazioni, ma il gip di Milano era stato piuttosto chiaro. Non è più necessario chiedere il sabato come ferie, e questo «risulta pacifico quando viene chiesta una settimana di ferie, ma si estenderebbe inevitabilmente di fronte alla richiesta di più settimane» di vacanza.

Ci si potrebbe chiedere: ma se il sabato tribunali e procure si svuoteranno, quale sarà il contraccolpo sulla produttività degli uffici giudiziari? Tranquilli: nessuno. L'involontaria - e desolante - risposta la dà il gip milanese Andrea Ghinetti, polemico con il Csm che sul taglio delle ferie si è «piegato supinamente alla politica», nonostante la scappatoia del sabato. «Grazie - è la sarcastica email di Ghinetti ai colleghi - per aver finalmente “evidenziato” che per non venire in ufficio il sabato se non si è di turno non c'è bisogno di prendere le ferie! Il sabato corti e tribunali non saranno più traboccanti di tutti i magistrati non in ferie, come finora accaduto». Cioè, molto rumore per nulla: il sabato dei giudici non è mai stato lavorativo.

Garante della Privacy: su Google diritto all’oblio solo se la notizia non è rilevante

La Stampa

La cancellazione dai risultati di ricerca deve essere bilanciata con il diritto di cronaca

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Gli utenti non possono ottenere da Google la cancellazione dai risultati di ricerca di una notizia che li riguarda se si tratta di un fatto recente e di rilevante interesse pubblico: il diritto all’oblio deve essere bilanciato con il diritto di cronaca. Questa la decisione del Garante Privacy che ha respinto il ricorso, si legge nella newsletter dell’Autorità, di una persona che contestava la decisione del motore di ricerca di «non deindicizzare un articolo che riferiva di un’inchiesta giudiziaria in cui risultava implicata». 

Nel corso dell’istruttoria avviata dall’Autorità, è però emerso che la notizia contestata risultava essere molto recente e soprattutto di sicuro interesse pubblico, riguardando un’importante indagine giudiziaria che ha visto coinvolte numerose persone, seppure in ambito locale. I dati personali riportati, tra l’altro, erano stati trattati nel rispetto del principio di essenzialità dell’informazione. L’Autorità ha quindi respinto la richiesta della ricorrente.

Nell’ambito dello stesso procedimento si è posto, per la prima volta, anche il problema della coerenza con i testi originali scansionati dal motore stesso dei cosiddetti «snippet», ovvero le sintesi automatiche generate da Google e poste a corredo dei risultati di ricerca. Il ricorrente aveva infatti chiesto a Mountain View che, in alternativa alla deindicizzazione, cancellasse o modificasse lo snippet che compariva sotto il link all’articolo, dato che secondo lui associava il proprio nominativo a reati più gravi rispetto a quelli per i quali era indagato. Dai riscontri del Garante è emerso che, in effetti, l’abstract proposto poteva risultare fuorviante in quanto non in linea con la narrazione dei fatti riportati nell’articolo. Tale richiesta, ritenuta legittima, è stata autonomamente accolta dalla multinazionale americana che ha così provveduto a eliminare il riassunto generato dal proprio algoritmo.