sabato 28 marzo 2015

Andrea Orlando: "Più diritti agli islamici in carcere per prevenire il terrorismo"

Libero

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Un trattamento speciale per il jihadista potenziale. Se sei islamico e sei in carcere, la tua vita in cella deve essere un poco meno dura rispetto a quella dei normali carcerati. Obiettivo, prevenire la possibile conversione del soggetto alla guerra santa in nome di Allah. E' questa, in sintesi, la peculiare ricetta proposta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che spiega solenne al Corriere della Sera: "Far sì che il rispetto dei diritti dei detenuti di religione islamica, oltre che doverosa applicazione dei principi costituzionali, sia anche strumento per prevenire la radicalizzazione e il reclutamento fondamentalista; una via per contrastare il proselitismo di chi ci vede come nemici dell'islam". La via, dunque, per Orlando è quella di trattare i delinquenti islamici con i guanti.

Moschee per tutti - Orlando per rafforzare la sua proposta aggiunge: "Vicende come quella di Guantanamo dimostrano che, come sostenuto dall'indagine del Senato Usa, misure estreme, oltre a violare i diritti fondamentali delle persone, non sono di ausilio effettivo nella lotta al terrorismo globale ma rischiano di alimentarlo". Eppure, in Italia, di "misure estreme" in stile Guantanamo non se ne scorgono, e infatti non è a quel tipo di circostanze che si riferisce Orlando. Il ministro, semplicemente, chiede "più diritti" per gli islamici in carcere: "Garantire e far rispettare i diritti, la cui negazione è il primo presupposto del reclutamento radicale. Impedire la pratica legittima del culto religioso significa innescare una vera e propria bomba". E ancora: "Ci stiamo impegnando anche a tessere rapporti con le comunità islamiche e a inserirle nel circuito il maggior numero possibile di mediatori culturali".

"Io buonista? No" - Quando viene chiesto ad Orlando se non teme accuse di "buonismo" nel momento in cui la minaccia del terrorismo islamico è ai massimi livelli, il ministro risponde: "No, visto che con il decreto abbiamo introdotto i reati per contrastare i foreign fighters, rafforzato i poteri dell'intelligence e il coordinamento tra gli inquirenti. E poi - aggiunge - sono proprio le strutture del terrorismo a giovarsi di reazioni arbitrarie e contrapposizioni di civiltà che rendono più agevole il reclutamento tra chi è nato e cresciuto in Occidente". Orlando conclude sottolineando come "io non rivendico nessuna particolare intuizione; quello che sto dicendo non è altro che la posizione espressa dall'Unione europea su questi temi".

Gli amici di Greta Ramelli: su Fb tra mortai e machete

Matteo Carnieletto - Sab, 28/03/2015 - 12:13

La giovane continua a coltivare strane amicizie su Facebook: persone attratte più dalla guerra santa che dal volontariato.

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Greta Ramelli tornerà o non tornerà in Siria? Per il momento non lo sappiamo. Certo è che la volontaria - partita per aiutare i ribelli anti-Assad, rapita prima dai miliziani islamici e poi liberata (dietro lauto compenso?) dal nostro governo - continua a coltivare strane amicizie, almeno sui social network, con uomini e donne che sembrerebbero attratti più dalla guerra santa che dal volontariato.

Prendiamo per esempio questo contatto, il cui nome compare rigorosamente in arabo: م.أبوإبراهيم الشمري. Come immagine di copertina, questo amico di Greta ha un kalashnikov. Un cimelio di famiglia? Un'arma con la quale combatte contro Assad? Non lo sappiamo. Però c'è e campeggia sul profilo di quest'uomo. Va bene, si potrebbe obiettare, è solamente un caso. Potrebbe esserlo se gli amici Greta non continuassero a postare foto mentre imbracciano armi oppure foto di "martiri caduti per liberare la Siria da Assad".

I guerriglieri sul profilo degli amici di Greta Ramelli
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  • I guerriglieri sul profilo degli amici di Greta Ramelli 10
  • I guerriglieri sul profilo degli amici di Greta Ramelli 11


C'è poi chi non si accontenta di postare solamente la foto di un mortaio, ma, anzi, la accompagna con un video di YouTube in cui si sentono dei miliziani islamici che, dopo aver sparato, urlano "Allahau Akbar".

L'amico di Greta Ramelli e il mortaio

E poi c'è chi, come Zakarya Ebraheem, che, se da una parte posta immagini in cui si segnala il divieto di armi, dall'altra usa come copertina della propria pagina Facebook un miliziano, probabilmente morto durante gli scontri in Siria.

Nutre per anni un gruppo di cani randagi: al suo funerale vanno tutti a vegliare la salma

Il Mattino

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MERIDA - Una storia commovente ci giunge da Merida, Messico. Una donna, Margarita Suarez, nutriva da moltissimi anni cani e gatti randagi della zona che, quotidianamente si riunivano davanti la sua porta di casa. Era una di quelle persone con un amore spassionato e innato verso gli animali. E loro, cani e gatti, lo sapevano benissimo, tanto che, quando la donna è morta, pochi giorni fa, sono accorsi per vegliare il corpo di Margarita Suarez.

Una scena toccante, incredibile, che ci testimonia l'attaccamento di questi animali a quella donna. A dare la notizia è stata la figlia di Margarita Suarez: "Gli animali hanno iniziato ad arrivare a casa, vicino il corpo di mia madre. Una scena choccante

Video correlato

sabato 28 marzo 2015 - 13:34   Ultimo agg.: 16:31

Paolo Ferrero contro le Coop: "Delirante lavorare il 25 aprile"

Francesco Curridori - Sab, 28/03/2015 - 12:15

Il segretario del Prc in difesa dei lavoratori invoca Papa Francesco e si scaglia contro il "Dio profitto"

Al compagno Paolo Ferrero proprio non va giù la decisione dell’Unicoop Tirreno di tenere aperti i negozi il 25 aprile.

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In un’intervista al Tempo il segretario di Rifondazione Comunista la definisce “delirante” e ridicola: “La gente non ha soldi in tasca, perciò le vendite non aumentano solo perché si tengono i negozi aperti per più giorni. La verità è che ormai c’è un'idea del lavoratore completamente plasmato dal lavoro, poi dalla televisione e infine dai supermercati”.

Per difendere quella che definisce la “sacralità dei ricordi” Ferrero cita persino il Pontefice: “Ha ragione Papa Francesco, c’è la necessità di avere dei momenti collettivi per riflettere, e il 25 aprile è uno di questi. Momenti che dovrebbero essere costitutivi di una società che non ha portato il cervello all'ammasso. E invece siamo alla barbarie”.Per il segretario del Prc “è impensabile che non ci si fermi neanche per festeggiare la fine di una guerra, di una dittatura, la conquista della democrazia”.

“In Francia – prosegue Ferrero - non verrebbe mai in testa di non festeggiare il 14 luglio, perché c'è un'idea di popolo, mentre da noi si cerca di trasformare il popolo in plebe”. E poi importa se la festa della Liberazione cade di sabato, giorno di maggior vendite per i supermercati: “L'idiozia che mette al centro solo il tema del profitto, in Italia ha trionfato, producendo disastri clamorosi come la distruzione dei diritti dei lavoratori” ed è per non far trionfare il “Dio profitto” che Ferrero chiede alla Unicoop di ritornare sui suoi passi.

Il jihadista italiano su Facebook: "Voi del Giornale siete morti..."

Luca Fazzo - Sab, 28/03/2015 - 07:58

Espulso dall'Italia due mesi fa, un sodale degli arrestati di Torino si sfoga sui social contro Sallusti e il nostro quotidiano: "Squallidi vermi, zombie che camminano".

Dopo i proclami di guerra e di vittoria, ecco gli avvertimenti ai giornalisti, passaggio classico e inevitabile degli estremisti di ogni razza e colore.

Nello scenario aperto dalla inchiesta della procura di Brescia sulla cellula italiana che reclutava combattenti per l'Isis, fa irruzione via Facebook il messaggio di Oussama Kachia, il jihadista espulso da Varese due mesi fa, legato a filo doppio a Halili el Mahdi, torinese, autore del primo proclama in italiano per la guerra santa, arrestato martedì insieme a due reclutatori di combattenti. Khachia è stato espulso dall'Italia per i suoi proclami a favore dell'Isis, è riparato in Marocco, poi si è spostato di nuovo, ma continua a seguire in presa diretta quanto accade in Italia. L'altro ieri aveva mandato il suo post di solidarietà al compagno arrestato, «la notte della giustizia è stata lunga ma l'alba della vittoria la vediamo vicina». Ieri il Giornale riporta il suo messaggio.

E nel giro di poche ore ecco, sempre su Facebook, la reazione di Oussama: «Non esiste un quotidiano più squallido e spregevole del Giornale », scrive. Attacca Alessandro Sallusti e Daniela Santanchè, parlamentare del Pdl. E poi passa al giornalista che ha riportato i suoi scritti: «Hai proprio una faccia da... troppo facile infierire sui vermi.

Non hai dignità, però rispecchi il genere di giornalismo spazzatura italiano. Poca professionalità e tanta codardia. Zombie, tu fai parte della categoria dei giornalisti che camminano, ma sono MORTI, sono vuoti dentro. Non avete anima e mai avrete anima». É una fissazione, quella di Oussama per i giornalisti-zombie: «É una guerra, i morti ci sono, tra i morti ci sono quelli che camminano chiamati anche giornalisti», aveva scritto pochi giorni dopo la sua espulsione dall'Italia. E non si capiva se era un giudizio o una promessa.

Ma chi è, Oussama Khachia? Trentun anni, marocchino, operaio in una fabbrica della provincia di Varese, apparentemente integrato: ma in realtà figlio d'arte, perché suo padre Brahim già nel 2006 era stato perquisito nell'ambito di una inchiesta sulla galassia integralista, ed era considerato tra i discepoli dell'imam varesino Zergout Abdelmajid, arrestato nell'operazione Revenge nel 2008 e consegnato alle autorità del Marocco per scontare una condanna. Oussama Kachia raccoglie l'eredità del padre e si spinge più in là: diventa un «ripetitore», come vengono definiti gli ultrà che svolgono la funzione chiave di rimbalzare sui social network i messaggi della propaganda jihadista.

Nel giro di poco tempo, sul suo account twitter scarica oltre ventitremila messaggi. Quando vien espulso dall'Italia con provvedimento d'urgenza del ministero dell'interno, ripara in Marocco. E da lì rilascia una lunga intervista al sito Varesenews dichiarando il suo amore per l'Isis («il Califfato unisce i musulmani e fa ritornare la giustizia divina sulla Terra») e difendendo persino i video delle decapitazioni, («possiamo esser d'accordo o meno però come dicono gli analisti che seguono il conflitto sono efficaci, due giapponesi hanno fatto ritirare il Giappone dall'alleanza»).

É in questo universo di fanatici che si muovono le indagini delle procure, in attesa che parta il coordinamento centrale delle inchieste. É un coordinamento richiesto a gran voce da chi sul campo tiene monitorato quanto si muove nell'ambiente integralista. E che ha maturato una convinzione: dare la caccia ai propagandisti del terrore vuol dire attaccare anche il braccio armato, quello operativo, perché - come dimostra l'indagine bresciana - sono due facce della stessa medaglia.



"La nostra vittoria è vicina". Così parlano i jihadisti d'Italia

Luca Fazzo - Ven, 27/03/2015 - 08:19

Da ragazzi qualunque a terroristi che arruolavano martiri anche tra i minorenni. I giudici: "Erano pronti a morire e uccidere. Il pericolo è serio".

Non mollano la presa, non si arrendono. Halili el Mahdi, il ragazzo di Torino che ha scritto il primo proclama dell'Isis in lingua italiana, è in galera per propaganda terrorista. Ma il suo amico Oussama Khachia, espulso dall'Italia un mese fa, continua dal suo rifugio a stargli vicino. E anche ieri gli manda un messaggio via Facebook: «Un giorno in sha Allah finirà tutta questa ingiustizia, caro fratello mio abbi pazienza. La notte dell'ingiustizia è stata lunga ma l'alba della Vittoria la vediamo vicina».

Sono convinti di vincere. Ed anche in questa certezza sta la forza delle cellule italiane dell'Isis: «Tale esaltazione - scrive il giudice che ha ordinato gli arresti dell'altro ieri - risulta particolarmente efficace nella prospettiva del reclutamento e dell'adesione di nuovi soggetti alla causa terroristica, ove si consideri che il messaggio di propaganda si rivolge soprattutto ai giovani musulmani residenti in Italia, i quali sia per le comuni difficoltà di inserimento sia per la problematica congiuntura economica si trovano sovente ad affrontare una condizione di emarginazione sociale».

É lì, tra gli adolescenti delle nuove banlieu italiane, che i reclutatori dell'Isis hanno pescato i foreign fighters partiti per il fronte, come Anas el Abboubi, il ragazzo bresciano che oggi combatte sotto il nome di «Anas l'Italiano», ma anche come Maria Giulia Sergio «Fatima», la giovane di Inzago arruolata anche lei per la guerra santa nei mesi scorsi. Un filo sotterraneo lega gli uffici di reclutamento sparsi per l'Italia, e gli integralisti di etnia albanese svolgono un ruolo chiave: sono zio e nipote albanesi, Alban e Elvis Elezi, a far partire el Abboubi, e persino ad arruolare un ragazzino di 17 anni come Mahmoud Ben Ammar; e albanese è il secondo marito di Maria Giulia Sergio, quello che ne produce la conversione all'Islam più radicale.

Secondo i nostri 007, il marito della Sergio ha stretti contatti con i suoi connazionali che vivono in Toscana, nella zona di Monteroni d'Arbia, dove martedì è stato perquisito un propagandista nell'ambito del bliz coordinato dalla procura di Brescia. Quello che ha stupito gli investigatori bresciani quando hanno iniziato a scavare sulla doppia vita dei reclutatori è stata la rapidità dell'evoluzione: da ragazzi qualunque, a fanatici della guerra santa e del martirio.

Mio figlio «mi ha detto di non voler tornare, e ha dato appuntamento in paradiso a tutti coloro che l'hanno sentito», racconta il padre di Anas el Abboubi il 18 dicembre 2013. Pochi giorni dopo, l'11 gennaio 2014, il ragazzo si fa vivo dal fronte, usando un cellulare siriano; al padre che gli chiede se vive in un sotterraneo risponde: «Come sotterraneo? Siamo davanti al nemico, mica siamo venuti qua a scherzare. Ci sono solo spari e missili e guardia. Lo stato islamico, grazie ad Allah, li ha massacrati e li ha cacciati via».

Sono pronti a uccidere e a morire: anche i due ragazzi di Torino arrestati l'altro ieri, Halili el Mahdi e il suo compagno di scuola Elvis Elezi. Mentre Halili scrive proclami, Elvis individua e arruola. Un suo cugino, Idajet Balliu, è morto combattendo sotto le bandiere di Dawla Islamia, la formazione di terroristi albanesi comandata dal kossovaro Lavdrim Muhaxerri, protagonista di una lunga serie di atrocità in difesa dell'Isis. La foto del suo cadavere nella bara viene inviata alla famiglia con un messaggio: «Allah ti ha portato la gioia con un fratello martire».

Dopo la morte di Idajet, l'attività di reclutamento di Elvis e suo zio Alban si è fatta ancora più intensa. Dall'Italia il percorso porta a Tirana, quindi a Istanbul e da lì a Gaziantep, l'aeroporto più a ridosso del confine siriano. Su questa strada doveva essere avviato anche Mahmoud, il minorenne di Gallarate. Elezi ne parla con un complice «É minorenne, comunque non è lì il problema perché si può fare in sha Allah ».

Il ragazzino viene irretito, quasi senza sforzo. E a stupire ancora gli investigatori c'è un dettaglio: a convincerlo è un filmato (tuttora reperibile sul web, https://archive.org/details/nenwa_22) con scene di addestramento di adolescenti di una brutalità sconcertante. I ragazzini vengono presi a bastonate e a calci dall'istruttore incaricato di trasformarli in combattenti. Che a un diciassettenne di Cermenate questo sia apparso non un incubo ma un sogno da realizzare, è uno degli elementi che fa scrivere al giudice Bonamartini del «serissimo pericolo» che l'Italia corre.



Marocchino cacciato dall'Italia: "Ricorrerò contro l'espulsione ma il Califfato opera nel giusto"

Anita Sciarra - Ven, 27/03/2015 - 17:39

Senza peli sulla lingua, il giovane espulso dal Paese, difende l'Isis e il suo operato. Però vuole tornare a Varese, dove abitano i suoi fratelli.  

"Farò ricorso contro l'espulsione". A parlare è Oussama Khachia, 30 anni, il ragazzo marocchino allontanato dall'Italia perchè accusato di propaganda pro Isis. Il giovane è stato raggiunto a Casablanca, dove risiede ora, da Varese News, che lo ha intervistato.

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Dalla conversazione con il giornalista, andata avanti su WhatsApp per giorni, sono venute fuori parole dure. "Il Califfato unisce i musulmani e fa ritornare la Giustizia divina sulla Terra - ha affermato il 30enne - si eliminano i confini che ci hanno disegnato dopo il 1924 e si eliminano tutti i dittatori arabi che piacciono tanto all'Occidente. 

Verrà applicata la famosa sharia islamica. Il Califfato sulla metodologia profetica è una profezia del Profeta Muhammad che si è avverata dopo 1400 anni. Non esisteranno più le leggi fatte dall'uomo e non ci potrà esser corruzione. Non ci sono immunità né tantomeno amicizie. Quindi stiamo parlando della fine della democrazia".

Poi ha spiegato che "Il Khalifah Ibrahim ha invitato tutti i musulmani del mondo a emigrare nel Califfato, nello stato dei musulmani, uno stato che non applica la dementocrazia ma la Sharia, quindi è obbligatorio per i musulmani emigrare nello Stato Islamico. Sopratutto dottori, medici, ingegneri e posizioni alte. C'è tanto da costruire, costruire, non c'è solo il combattimento. Bisogna aiutarci tra fratelli".

Quanto alla pericolosità dell'Isis, Oussama ha spiegato che "L'Isis è lo specchio dell'occidente in alta definizione, sta proponendo in HD quello che l'Occidente ha fatto ai musulmani dal 1924 fino ad oggi. Colonizzazione francesi, inglesi e invasioni statunitensi, russe hanno contribuito ad alimentare questa scintilla che è poi scoppiata in Iraq. 

L'Isis sta liberando i paesi musulmani dai pupazzi occidentali è per questo che lo si vede come un esercito nazista, perché nonostante abbia tutti i criminali di guerra del mondo contro, avanza e si rafforza. In ogni guerra vi sono atrocità. Anche a noi ci fa paura la democrazia, perché dietro a questa parola si nascondono i più grandi di crimini commessi nel ventesimo secolo. Compreso il milione di musulmani uccisi dai marines in Iraq per colpe che non hanno mai avuto".

Non ha peli sulla lingua il giovane marocchino che pure vuole rientrare in Italia e definisce la sua espulsione un'ingiustizia. Sulla lotta contro i curdi specifica che "un esercito addestrato dal Mossad non potrà mai difendere la propria terra, ma è un mercenario al soldo del potente di turno. La crociata in Iraq (parole di Bush) ci ha insegnato i ruoli delle milizie settarie sciite e il ruolo dei Pesh". E le informazioni che giungono in Italia riguardo alle violenze sulle donne yazide sarebbero false, filtrate ed elaborate dalla "stampa di partito" che "fa bene il proprio dovere".

In Itali Oussama avrebbe voluto continuare a "fare da tramite. Il filo bianco che cuce le 2 stoffe. Altrimenti un reporter della seconda generazione, controinformazione indipendente - ha puntualizzato - nel senso che non tirerei l'acqua al mio mulino ma, come è già capitato in passato, mi occuperei di smentire notizie false arrivate dal Medio Oriente".

Il giovane non crede che qualcuno, ammirando l'Isis, possa compiere atti violenti in Italia. "Più che altro accade il contrario- aggiunge- qualsiasi cosa succede nel Medio Oriente, i primi a pagarne il prezzo sono i musulmani. Leggi speciali, carceri speciali e clima insopportabile. Dopo i fatti di Charlie Hebdo in Francia dopo 3 giorni si sono registrati 50 attacchi ai musulmani e ai luoghi di culto. Per risolvere il problema della radicalizzazione bisogna guardare al passato e farsi un bagno di umiltà e un esame di coscienza. Tanti vengono radicalizzati da Hollande, Bush, Blair e non certo per il personaggio del 2014".

Ha anche ammesso che "I video delle decapitazioni sono verissimi. Possiamo esser d'accordo o meno. Però, come dicono gli analisti che seguono il conflitto, sono efficaci. Due giapponesi hanno fatto ritirare il Giappone dall'alleanza. il governo è in crisi e l'opinione pubblica giapponese non è certo quella provinciale e bigotta come quella nostrana, quindi è in linea contro Shinto Abe e non biasima lo Stato Islamico". 

Altro discorso varrebbe per gli americani: "La decapitazione di Foley è avvenuta dopo che USA hanno tradito i patti con L'Islamic State. Mi spiego meglio. Gli USA affermano di non trattare con i terroristi ma per un sergente americano hanno fanno uno scambio 5 talebani. Per Foley c'erano contatti e patti. La madre, Diane Foley aveva la speranza che fosse liberato il figlio, mentre il pentagono ha dato il via ad una missione segreta per liberare James senza avvisare la madre. 

Così fallì la missione e furono uccisi durante l'operazione notturna 11 musulmani tra cui 5 combattenti dello Stato Islamico, firmando così la condanna di James Foley". Per questo"Ogni persona con cervello informata direbbe che che ad aver ucciso Foley sia stato il suo stesso governo, che tratta con i terroristi solo a giorni dispari. Infatti le ultime parole di James sono chiavi di lettura della drammatica vicenda. 

Per Foley fu richiesta la scarcerazione di Afiya Siddiq (dottoressa) catturata e imprigionata tuttora in Texas. Quindi scambio di prigionieri. Mentre il traditore è colui che tradisce i patti e mette a repentaglio la vita dei suoi cittadini e si assume tutte le responsabilità. Ecco, condanno chi tratta e poi a metà strada tradisce". Però, sul suo conto, sottolinea:"Oussama non ha commesso nessun reato, tranne quello di avere un'opinione diversa dagli altri".

Lui nel Califfato non ci sarebbe mai stato, spiega, però " sono sincero, vorrei davvero vedere cosa succede dentro con i miei occhi, non solo il dramma, ma anche la vita quotidiana, come lo vorrebbe qualsiasi reporter di guerra indipendente insomma". Quanto a Varese, dice che era la sua città, "Facevo una vita semplice, otto o nove ore di lavoro, due o tre partitelle a calcetto alla settimana. Non sono mai stato minacciato in quanto musulmano. Assolutamente. Mia sorella però una volta è stata malmenata mentre andava a lavorare. Per il velo, così ingiustamente durante un clima teso d'islamofobia mentre andava a lavorare".

L'Italia gli manca: "Mi mancano pizzoccheri e la pizza di Zei a Varese. In realtà mi manca la mia famiglia, e mi manca il mio lavoro".

Via Padova, dove l’emergenza è diventata regola

Corriere della sera
di Andrea Galli

Nel quartiere che ha contestato Salvini. Alloggi bruciati, sale slot e tunnel della droga.I travestiti sfilano nel parco Trotter e i bar sono dei sudamericani

 1Il peggio è via Pietro Crespi 10, case sub-subaffittate e passivo di 430 mila euro nelle spese condominiali. Giovedì in via Crespi è arrivato il segretario leghista Matteo Salvini. Contestato, ha risposto con un gestaccio e hanno dovuto scortarlo gli agenti. Poi, dopo via Crespi, c’è il peggio del peggio: l’11 di via Clitumno. Gli spacciatori hanno creato tunnel tra gli appartamenti. Così si vive in via Padova e nel «circondario». In via Clitumno 11 i tunnel ricavati nelle pareti delle case confinanti servono per facilitare lo spaccio e le fughe degli spacciatori. 
 
Emergenza via Padova 
Emergenza via Padova 
Emergenza via Padova 
Emergenza via Padova
Raccontare via Padova e le strade che la circondano, come le vie Crespi e Clitumno e come un’altra zona difficile quale via Arquà, è fortemente una questione di punti di vista. Quello delle forze dell’ordine e della polizia locale - mischieremo informazioni ufficiose di fonti investigative e dati ufficiali del Comune - è un punto di vista che racconta tre cose. Primo, i problemi partono da lontano, almeno dieci anni fa; secondo, la situazione generale ha parecchi punti critici, sul punto di esplodere con effetti che si immagina saranno devastanti (è già successo nel recente passato, con omicidi e rivolte); terzo e ultimo, checché se ne dica tra un mese parte l’Expo, giocoforza molte forze verranno dirottate su altri «obiettivi» e di conseguenza il territorio sarà ancor meno protetto o almeno non sarà facile proteggerlo.

Via Clitumno è la strada dei travestiti brasiliani «in pensione». Hanno una sfilza di fogli di espulsione dall’Italia ma spesso è lo stesso Brasile che non li rivuole. Sicché rimangono, provano ancora a prostituirsi (specie in via Leoncavallo sabato e domenica, quando non ci sono le ragazze dell’Est e i «protettori»); nel resto della settimana i travestiti, in stato alterato e seminudi, sfilano per via Padova e si avventurano nel parco Trotter, gioiello del quartiere, esempio di multiculturalità, affollato di bimbi.

Discorso a parte merita il tema «commerciale»: crescono le sale slot, crescono i bar di sudamericani teatro di risse, crescono i bar dei cinesi non rispettosi delle regole. Si dirà: il bello del melting pot sta (anche) nel «disordine» che esso genera; e ugualmente si dirà che non bisogna essere troppo reazionari. Però di contro ci sono palazzi dov’è impossibile vendere casa, pure regalandola, e ci sono palazzi dove alcuni residenti anziani vivono trincerati in casa per paura, stanchezza, rassegnazione.

Non con la sola repressione si governa una città e l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli ricorda gli interventi e i progetti (dalla piscina di via Giacosa al parco Trotter) e il lavoro dei vigili. Nel 2014, nelle vie Padova, Arquà, Cavezzali, Clitumno e Crespi gli agenti hanno punito 1.853 soste irregolari, hanno deferito 68 persone, si sono mossi 227 volte per situazioni di discariche abusive e per 32 volte sono stati «innescati» direttamente da un pm. Proprio ieri, i vigili, hanno sequestrato 200 chilogrammi di carne al ristorante Mar Rosso per carenza dei requisiti igienico-sanitari. Per volere della giunta Pisapia sono stati potenziati gli educatori di strada, gli eventi destinati agli adolescenti. Il quartiere è vivo. Basterà? Dice un poliziotto che quando arrivi in un punto, ormai come peschi trovi.

Pregiudicati, rapinatori freschi di «colpo», custodi di armi. In via Leoncavallo, il sabato e la domenica dei travestiti, operare è difficile: loro rispondono ai controlli minacciando di tagliarsi le vene e lanciando gli escrementi. Via Clitumno è tornata di prepotenza angolo di reati, piena di «tane» abusive e impenetrabili. Intorno al 2007 c’era la possibilità di procedere d’imperio al sequestro di un appartamento se venivano scoperte grosse irregolarità dei residenti, anche se affittuari. Quelle modalità d’azione avevano portato risultati: ma oggi, ci è stato detto, sono drasticamente calate, s’ignora per responsabilità di chi, se a causa di carenza di mezzi e uomini.

28 marzo 2015 | 10:05

Ma gli amanti del complotto hanno già risolto tutti i misteri

La Stampa
beniamino pagliaro

Scie chimiche, attentato e cospirazioni dietro l’incidente dell’Airbus

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In fila per una raccomandata alla posta, il povero non-complottista prova anche a spiegare le sue ragioni. Ma la via del complotto alla fine prevale. «Non potrà essere stato mica solo il co-pilota. C’è qualcosa sotto. C’è qualcosa dietro», dice la signora dei pacchi e delle raccomandate, alle Poste di via Saluzzo a Torino. Il sole splende primaverile ma la mente dei complottisti è grigia di fitte nubi e dubbi irrisolvibili.

Per definizione.
I più veloci sono stati i promotori del complotto delle scie chimiche, la teoria nata nel 1994 negli Stati Uniti che racconta di un presunto controllo del clima attuato attraverso l’irradiazione di sostanze nei cieli con gli aerei di linea. Il volo 4U9525 si è schiantato poco prima delle 11 di martedì. Alle 12.52 Rosario Marcianò di Sanremo, esperto di scie chimiche, aveva già la sentenza: «Noi sappiamo che gli aerei civili, per eseguire inseminazione igroscopica delle nubi basse, devono necessariamente volare attorno ai 6000 piedi e questo episodio lo conferma».

Il meglio deve venire. Un sito di informazione che si definisce «internazionalista» descrive l’incidente come un «fallito test» dell’aeronautica degli Stati Uniti. L’errore, si scopre attraverso sedicenti «dispacci» del Ministero della Difesa di Mosca, avrebbe abbattuto il volo di Germanwings. L’articolo appare pieno di informazioni tecniche, link a documenti, proietta il lettore verso l’eterna domanda: «È davvero tutta una coincidenza?».

Un altro cospirazionista ha pubblicato un video che racconta del piano del Cern di Ginevra per abbattere il volo con un corto circuito di elettromagneti. Per un gruppo di complottisti francesi si è invece trattato di un attacco degli Illuminati, antica società segreta della Baviera, per uccidere uno solo dei passeggeri. Vicino ai complottisti-scienziati, che provano a sostanziare la teoria di turno con tecniche assonanze, ci sono come sempre i complottisti-sociologi. Salvo Mandarà, l’ex videoblogger di Beppe Grillo, illumina: «Il popolino preferisce sentire una biga con capro espiatorio pazzo che una verità con Stati ed eserciti coinvolti».

Le teorie non hanno risparmiato alcun grande evento drammatico, dall’11 settembre a Charlie Hebdo, dallo sbarco sulla luna alla morte di Osama Bin Laden. Sulle alpi francesi, la verità più difficile da accettare è la soluzione del caso. Quasi senza fughe di notizie, con le parole composte degli inquirenti francesi. Troppo strano, troppo semplice. Ci lamentiamo dei casi irrisolti dopo anni. Ma così è troppo in fretta! Continuiamo a cercare una ragione, facciamo domande, davanti a una storia triste e atroce. Incredibile.

@bpagliaro

Il mistero di Antonio, cecchino per passione tra i guerriglieri in Ucraina

Il Mattino
di Gian Pietro Fiore


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Antonio, cecchino per passione, e per mestiere. L’irpino intervistato in settimana tra i guerriglieri in Ucraina dalla trasmissione «Le Iene», potrebbe essere il militare a pagamento Antonio Cataldo, originario di Chiusano, che nel 2011 era finito nelle prigioni libiche di Gheddafi insieme a due compagni del fronte della guerra che portò al rovesciamento del regime nordafricano.

Lo stesso Antonio, 30 anni, questa volta ci ha messo la faccia: vestito in tutta mimetica e imbracciando un fucile, ha raccontato all’inviato de «Le Iene» la sua vita da mercenario. Una chiacchierata sincera, dove l’irpino ha confessato al giornalista di essere arrivato lì «per difendere questa gente dagli attacchi ucraini».

Allo stato, dunque, il 30enne farebbe parte dell’esercito filorusso e pagato da Mosca per combattere in Crimea (al fine di annetterla) una guerra che non gli appartiene. Per Antonio è un vero e proprio business e candidamente ammette: «In Libia si pagava molto bene, diverse migliaia di euro al mese, qui in Russia è un’altra storia: non pagano, qualche volta qualche centinaia di euro. Diciamo che lo faccio per passione».

È in corso di accertamento, ovviamente, l’identità dell’Antonio che mostra il suo volto alle telecamere per raccontare la sua storia di contractor. Ma tutto, in primis le immagini, lascia pensare che si tratti proprio di Antonio Cataldo da Chiusano San Domenico, lo stesso militare a pagamento che tre anni fa uscì allo scoperto e ai microfoni di Telenostra raccontò la sua esperienza di prigioniero nella carceri di Tripoli ancora nelle mani del colonnello Gheddafi. In quell’occasione Antonio non era da solo, ma venne catturato e tenuto in prigione, per circa un mese, insieme a Luca Boero, 42 anni, di Genova e Vittorio Carella, 42 anni, di Peschiera Borromeo, in provincia di Milano.

L’irpino, in quella occasione, sostenne di essere caduto insieme agli colleghi in una trappola tesagli da un finto poliziotto che li rapì e li vendette degli uomini armati che a loro volta li consegnarono alle truppe del colonnello Gheddafi. Antonio raccontò di una prigionia al limite della sopportazione, caratterizzata da torture e sevizie. I tre, sempre stando al loro racconto, vennero ammanettati, bendati e derubati. «Brutto, brutto – riferì Antonio - ci hanno messo in una stanza, poi ci hanno chiamato uno alla volta in un’altra camera. Ridendo, ci dicevano «no problem, no problem». Mi hanno levato tutta la roba che avevo addosso, mi hanno tolto le scarpe, mi hanno legato, mi hanno bendato, la benda stretta. Noi pensavamo che ci sparavano, che ci ammazzavano».

La famiglia dell’Antonio sequestrato in Libia, e che dunque dovrebbe essere lo stesso attualmente in Ucraina, vive ancora a Chiusano San Domenico. Nessuno dei famigliari, prima di aver visto il servizio de Le Iene, era a conoscenza di cosa stesse facendo il proprio congiunto in Ucraina. Le uniche informazioni di cui sono a conoscenza coincidono con i lunghi viaggi che di tanto in tanto Antonio compie senza comunicare la destinazione. Nella vita normale, quella Irpina, Antonio ha sempre tirato a campare, alternando lavoretti saltuari, come l’idraulico o il meccanico.

Al suo ritorno in patria nel 2012, l’irpino tenne a precisare: «Non sono una spia. Ero in Libia come bodyguard, avendo seguito corsi di specializzazione in paesi dell’est». E proprio questa «professionalità» potrebbe metterlo nei guai, visto che di recente sono state irrigidite le misure antiterrorismo da parte del governo italiano, che dunque potrebbe puntare il dito proprio contro i mercenari e i loro reclutatori.

sabato 28 marzo 2015 - 10:13   Ultimo agg.: 10:18

Gli scafisti deridono gli italiani: "Facciamo 800mila euro a tratta ​e in patria diventiamo dei miti"

Sergio Rame - Ven, 27/03/2015 - 19:30

Ecco le conversazioni choc di tre scafisti rinchiusi in carcere: Quando torniamo, dobbiamo comprare una nuova barca. Speriamo di riempirla..."

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Il barcone naufragato viene raccolto da una nave mercantile che deve fare rotta nel porto del capoluogo ligure. Qui parlano liberamente, senza sapere della cimice che registra le loro conversazioni. Per loro essere arrivati a portare gli immigrati fino a Genova è un motivo di vanto.

"Perché nessuno è mai arrivato fino qui - si lodano gli egiziani Idris, Hani e Abdalla - in patria diventeremo dei miti, quando tutti sapranno che siamo riusciti ad arrivare fino nel porto di Genova diventeremo famosi. Nessuno dei migranti è stato mandato indietro". Dietro alle sbarre parlano anche del risvolto pubblicitario che avrà il viaggio. "Quando sapranno che tutti quelli che erano a bordo - dice Mohamed, un loro connazionale recluso - sono entrati a Genova con il vostro viaggio lavorerete proprio tanto".

"I passeggeri sono degli scemi, spendono una fortuna anche 35mila lire egiziane (circa 3.500 euro) e poi più della metà viene rispedita. Sai quanto ha guadagnato il proprietario della barca? 8 milioni di lire egiziane (800mila euro)...". Le "cimici", nascoste dagli agenti della squadra mobile su mandato dei sostituti procuratori della Dda Federico Manotti e Federico Panichi, dimostrano come il giro d’affari dietro al traffico di esseri umani sia enorme: "Quando torno - dice Hassan - dobbiamo comprare una nuova barca... Speriamo di riempirla...". A quel punto Idris, uno dei leader della cellula, lo tranquillizza: "Stai tranquillo, giù di lavoro (inteso come passeggeri da trasportare) se ne trova sempre".

Ai detenuti nordafricani con i quali condividevano la cella del carcere di Marassi, gli scafisti facevano anche "lezione" su come si svolgeva la loro attività di trafficanti di esseri umani. "Partiamo alle 2 o a mezzanotte e prendiamo la fluka (piccolo gommone ndr) si caricano dieci persone per volta e si mettono sulla barca più grande- dice Hassan - se fai così è perfetto, nessuno ti spara se fai così". Il compagno di cella chiede il motivo per cui, per far prima, non usino due gommoni. Hassan controbatte:

"Ci sono dei controlli sulla spiaggia con i cammelli. Sono per la sorveglianza?". Poi si interrompe e rivela: "Ma si possono corrompere con dei soldi... comunque la fluka non viene mai controllata". "I clienti migliori sono i siriani - dice Labib - loro hanno la certezza di non essere rispediti indietro e pagano fino a 5mila dollari". Gli scafisti consigliano anche di usare il cellulare satellitare: "Devi sempre usare questo per telefonare, non il tuo - dice Hassan - quando poi arriva la guardia costiera lo butti in mare. A me hanno sequestrato il mio personale ma dentro non troveranno niente. Le telefonate importanti le ho fatte con quello che è in acqua!".

Pd e centri islamici fianco a fianco nella (non) moschea di Cascina Gobba

Alberto Giannoni - Ven, 27/03/2015 - 07:00


«Ricominciare da Tunisi». I centri islamici ripartono dal drammatico attentato del Museo del Bardo per lanciare quella che chiamano «la sfida dell'islam democratico al terrorismo». E lo fanno insieme al Pd. È infatti un'iniziativa condivisa dal coordinamento dei centri islamici milanesi e dal partito democratico (Forum Immigrazione e dipartimento Esteri) quella in programma per domani a Cascina Gobba.

«La sfida dell'islam democratico al terrorismo», questo il titolo, vuole evidentemente essere una reazione del mondo musulmano milanese alla recrudescenza dell'attacco islamista. Una reazione che viene sempre chiesta ai centri islamici e che talvolta arriva - anche se raramente purtroppo assume la dimensione di una reazione di massa. Il compito di introdurre la discussione spetterà a Davide Piccardo, coordinatore del Caim. E fra i relatori ci saranno illustri esponenti del Pd, come Renato Panzeri, eurodeputato, e Lia Quartapelle, deputata democratica e componente della commissione Esteri.

L'incontro, come si legge nel manifesto, sarà ospitato nella «moschea Mariam» di via Padova. Una «moschea» che moschea non è, dal momento che la palazzina che la ospita - sebbene sia stata oggetto di un vecchio progetto presentato dalla Casa della cultura islamica - non risulta sia mai stata destinata formalmente a luogo di culto, come conferma il responsabile Affari legali del Caim. «Non mi risulta ci siano (ancora) luoghi di culto islamici nel Comune di milano», ci dice Reas Syed.

Omicidio Meredith, riscritta la verità «Guede solo sul luogo del delitto»

Corriere della sera

di FIORENZA SARZANINI

L’esito delle indagini è stato cancellato. Ora si rischia una battaglia sui risarcimenti Testimoni smentiti Vengono smentiti anche i testimoni che dissero di aver visto i due fuggire dalla casa

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ROMA - È il verdetto clamoroso, quello su cui nessuno avrebbe scommesso. Perché la sentenza della Corte di cassazione cancella l’esito delle indagini, ma soprattutto sconfessa la sentenza che due anni fa altri giudici della stessa Corte suprema avevano pronunciato ritenendo che Amanda Knox e Raffaele Sollecito fossero certamente sulla scena del delitto. Assassini, questo era stato stabilito.

La scelta di «annullare senza rinvio» quelle condanne inflitte poco più di un anno fa dalla Corte d’assise d’appello di Firenze (28 anni e sei mesi a lei, 25 a lui) smentisce invece in maniera sorprendente l’accusa, consegna alle difese una vittoria schiacciante. E soprattutto nega la validità di un’altra sentenza definitiva che ha ritenuto Rudy Guede colpevole del delitto «in concorso con altri».
I punti oscuri
Il giovane ivoriano, questa è la conclusione, era solo sulla scena del delitto. Uccise Meredith Kercher dopo aver tentato di violentarla in quella villetta di via della Pergola la sera del primo novembre. Cercò di ripulire la stanza, di cancellare le tracce. Nessuno entrò nella casa, come invece lui aveva sostenuto in una ricostruzione certamente fantasiosa e poco credibile. Non c’era un giovane che lo aveva minacciato né una ragazza che lo accompagnava, come aveva messo a verbale pur non facendo mai esplicitamente i nomi di Amanda e Raffaele. Smentiti anche i testimoni che avevano detto di aver visto i due fuggire dalla villetta.

Molti punti rimangono oscuri, soltanto leggendo la motivazione si scoprirà come i giudici abbiano superato tutti gli indizi raccolti, per primo il memoriale che Amanda scrisse in una stanza della questura pochi giorni dopo l’omicidio descrivendo i momenti del delitto ma sostituendo Rudy con Patrick Lumumba. Ma già adesso si può dire che non è stata ritenuta «sufficientemente provata» la ricostruzione dell’accusa secondo la quale «entrambi erano gli assassini, insieme a Rudy Guede» .
La mancanza di prove
Il quadro disegnato da chi aveva indagato e da chi li aveva poi condannati «non è sorretto da indizi sufficienti», questo hanno detto venerdì 27 marzo i giudici della quinta sezione penale presieduti da Gennaro Marasca. Ingiusta, secondo loro, è stata la sentenza di colpevolezza, evidentemente ancor più ingiusta la detenzione preventiva. E anche su questo adesso si discuterà a lungo perché è vero che dopo la lettura del dispositivo l’avvocato Giulia Bongiorno, difensore di Sollecito insieme al collega Luca Maori assicura che «non ci sarà alcun atteggiamento vendicativo», ma una richiesta di risarcimento allo Stato appare quasi scontata.
Caso chiuso
Finito, chiuso, il processo termina qui. Molti punti rimangono oscuri, molti interrogativi non avranno mai risposta, ma sembra impossibile che le indagini possano essere riaperte. Interrogatori, perizie, accertamenti: tutto annullato, cancellato, non valido. Nullo anche il verdetto di un’altra sezione della Cassazione che il 26 marzo del 2013 aveva dichiarato non valida la sentenza di assoluzione emessa in appello a Perugia ordinando un nuovo processo a Firenze. Allora i supremi giudici avevano scritto che bisognava «porre rimedio a una decisione segnata da molteplici profili di manchevolezza, contraddittorietà e illogicità» delineando «la posizione soggettiva dei concorrenti di Rudy Guede».
Meredith senza giustizia
Questo erano dunque per il collegio di Cassazione che per primo si è pronunciato, Amanda e Raffaele: «Concorrenti nell’omicidio». Altri giudici hanno ora stabilito che non è così. Hanno cancellato la ricostruzione del delitto che vedeva Meredith «aggredita contestualmente da tutti e tre, per immobilizzarla e usarle violenza». Rudy ha tentato di violentarla, ma non è vero che Amanda e Raffaele hanno infierito su di lei con due coltelli, non è provato che fossero lì e volessero «prevaricarla e umiliarla». Questa è la sentenza definitiva, questa è la verità parziale che arriva otto anni dopo il delitto. Perché la decisione di assolvere per mancanza di prove è comunque la sconfitta per la famiglia di Meredith che continua a non avere giustizia.

28 marzo 2015 | 07:46