venerdì 27 marzo 2015

Ritirato dal mercato il drink tossico: la Lidl lo toglie dai suoi scaffali

Il Mattino
di Federico Rossi


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BADIA POLESINE (ROVIGO) - Un piccolo caso coinvolge - seppur indirettamente - l'Abafoods di Badia Polesine. In questi giorni la nota catena di discount Lidl ha annunciato il ritiro delle confezioni di Bio-soiadrink vaniglia, una bevanda biologica a base di soia e vaniglia, con marchio Biotrend prodotta proprio nello stabilimento badiese in via Ca’ Mignola Nuova.

Lidl ritira il prodotto
 
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Il lotto ritirato, fanno sapere dalla nota catena di supermercati, è quello col numero 150126 «da consumarsi preferibilmente entro il 26/02/2016» e con impresso il codice Ean 20530716. Grazie a un'analisi microbiologica è stata rinvenuta nella bevanda, venduta in confezione di cartone da un litro, la presenza del "Bacillus cereus", batterio che causa un'intossicazione alimentare simile a quella provocata dallo stafilococco.

Per ulteriori informazioni è stata predisposta la possibilità di contattare il servizio assistenza dell'azienda al numero verde 800.48.00.48.

venerdì 27 marzo 2015 - 11:21   Ultimo agg.: 11:29

Enlight, su iPhone arriva il fotoritocco per tutti

La Stampa
dario marchetti

Ricca di opzioni e filtri, la nuova app per modificare gli scatti da iPhone ha scalato le classifiche dell’App Store italiano

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Quella dei programmi di fotoritocco su smartphone è ormai una guerra aperta: da un lato l’immediatezza di Instagram, che offre la possibilità di applicare e modificare in pochi secondi i suoi celebri filtri , dall’altra app come VSCO, Pixlr e Darkroom che si rivolgono a utenti più pignoli, desiderosi di modificare nel dettaglio ogni aspetto dello scatto. Ora nel mucchio è arrivato anche Enlight , applicazione prodotta dall’israeliana Lightricks (già autori di Facetune, un’app per sbiancare denti e rimuovere brufoli dai nostri selfie) che in pochi giorni, anche in Italia, è già arrivata ai primi posti tra quelle a pagamento più scaricate su iOS.

Enlight punta ad essere un’app adatta a tutti: utilizzata in verticale, permette di applicare facilmente i filtri, divisi nelle categorie analogico, doppio tono e bianco e nero, regolare e “riparare” la foto in automatico, applicare decalcomanie, scritte e trasparenze tra diversi livelli. Rispetto alle app concorrenti, le foto prodotte da Enlight sono mediamente più “sgargianti” e vivaci, perfette per essere condivise e diventare virali su ogni social network. In modalità orizzontale l’interfaccia dell’app diventa più approfondita, con regolazioni precise per ogni parametro e la possibilità di fondere tra loro più immagini, un po’ come si fa nella classica finestra di Photoshop .

Enlight è già disponibile su App Store a un prezzo speciale di 3,99 euro, in occasione del lancio, ma solo per iPhone. La versione per iPad e quella Android sono già in sviluppo, anche se non ci sono ancora notizie su eventuali date di rilascio.

Buon compleanno lavatrice, la macchina che rivoluzionò la società

La Stampa
lorenza castagneri

218 anni fa venne depositato il primo brevetto

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Domani è il giorno di “Santa Lavatrice”, come la chiama qualcuno. Sono passati 218 anni da quando venne depositato il primo brevetto di uno degli strumenti che ha rivoluzionato la società: la lavabiancheria. Era il 28 marzo del 1797. Autore del progetto: Nathaniel Briggs, un americano del New Hempshire.

Che aspetto avesse e come funzionasse la sua macchina non lo possiamo sapere. Un incendio nell’Ufficio brevetti ha distrutto ogni documento. Altri prototipi messi a punto in quel periodo avevano un cestello in legno, azionato in modo manuale tramite una manovella, che rendeva automatico lo sfregamento.

Un bel passo avanti, ma nulla rispetto a ciò che sarebbe avvenuto da lì a pochi anni. A metà Ottocento, tra Stati Uniti e Inghilterra, comparvero le prime lavatrici meccaniche, a vapore. La vera rivoluzione arrivò, però, all’inizio del Novecento, quando negli States cominciarono a circolare le prime pubblicità di elettrodomestici di questa categoria. Chi ebbe la geniale idea di collegare alla corrente? Alva Fischer, nel 1906.

In poco tempo la popolarità di queste macchine esplode. Nel 1928, in America, se ne vendono quasi un milione di pezzi, ma la crisi generata dal crollo di Wall Street riduce in breve tempo il loro numero a 600mila unità. La lavabiancheria diventa un lusso per pochi e così in Texas nascono le prime “laundrette” o “laudromats”, termine coniato dall’autore americano George Edward Pendray per l’azienda Westinghouse, dove portare i panni a lavare per pochi centesimi.

Un declino solo temporaneo: nel 1940 il sessanta per cento dei 25 milioni di famiglie americane ha una lavatrice. E nel nostro Paese? I primi esemplari risalgono al 1946, lo stesso anno in cui le donne acquisiscono il diritto di voto. Il papà della lavabiancheria Made in Italy è Peppino Fumagalli, il “signor Candy”, dell’omonimo e celeberrimo marchio, scomparso soltanto qualche settimana fa, il 9 marzo, a 86 anni.

Poi vengono Zanussi, nota col marchio Rex, e Indesit. L’elettrodomestico fa il suo ingresso trionfale nelle case degli italiani. I modelli dell’epoca hanno una struttura verticale. I panni si infilano dall’alto, sollevando il coperchio. Lo sportello frontale, con il cestello a tamburo, si diffondono più tardi. E’ un passaggio epocale. Nei manifesti pubblicitari della Gripo, anno 1950, c’è una signora che se ne sta sdraiata sul sofà a guardare la tv mentre il cestello gira e la biancheria si pulisce da sola.

“Non par vero”, si legge in una reclame della Bht. E’ questo il grosso merito che viene attribuito alla lavatrice: aver finalmente liberato le donne dalla schiavitù dei lavori domestici. Anche se per la parità in casa e nel mondo del lavoro ci vorrà ancora molto. Ma il potere della lavatrice nel tempo resta intatto e arriva ben oltre le semplici faccende domestiche diventando quasi simbolico. La prova è la domanda che, nel 1959, durante un’esposizione di cucine statunitensi a Mosca, in piena Guerra Fredda l’allora vicepresidente statunitense Nixon pone a Kruscev: «Non sarebbe meglio competere sulle lavatrici che sulla forza dei razzi?».

In tempi moderni, l’industria mondiale è diventata più attenta all’ambiente. Dal 1999 sono nate le varie classi A, A+, A++ e A+++ di efficienza energetica, con ciascun “+” ad indicare una riduzione del 10 per cento del consumo rispetto alla classe energetica A. L’altra sfida è quella contro la crisi. Secondo i dati 2014 dell’Osservatorio Ceced, l’associazione che riunisce i produttori di elettrodomestici, la produzione di lavabiancheria, nel nostro Paese, è calata del 10 per cento. Un risultato positivo, considerato che nel 2009 era sprofondata di un -25. Anche le vendite tengono. L’anno appena concluso ha fatto registrare un +5,2 per cento. E’ l’unico segmento in crescita, assieme a quello delle lavastoviglie e delle asciugatrici.

Taco Bell contro McDonald’s: “È una dittatura comunista”

La Stampa
marco belpoliti

L’ultima frontiera degli spot: offendere i rivali

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È un paradosso che un brand internazionale attacchi in modo indiretto il suo diretto concorrente accusandolo di totalitarismo alimentare, evocando per questo il fantasma del Grande Fratello di orwelliana memoria, dal momento che oggi nel sentire dei consumatori sono i brand che somigliano alle dittature totalizzanti e non più gli Stati, con l’eccezione, a suo modo sintomatica, della Corea del Nord, fantasma che aleggia anche nel video della Taco Bell. Che l’obiettivo polemico della Taco sia McDonald’s lo dimostra il panino che gira tra le mani dei biechi militari, e diventa anche una mina che esplode nella corsa finale verso la libertà dei due giovani. 

La minaccia
Lo spettro del comunismo si aggira per il mondo, verrebbe da dire, proprio mentre sta per aprirsi la Biennale d’Arte a Venezia in cui il guru consacrato sarà proprio il barbuto profeta di Treviri. Comunismo dittatoriale, dice la Taco, a sua volta multinazionale alimentare con nome messicano sede e capitali nella soleggiata California dei grandi brand informatici, loro sì in sospetto di spiarci e manipolarci con i Big Data, così da essere la vera dittatura invisibile nel Web. 

L’oppressione
Nel video è ancora il Muro di Berlino il simbolo dell’oppressione insieme alla fila delle persone, che ricorda il pasto nel Gulag con guardiani, sorveglianti e il grigio dominante. Là dove si distribuisce il panino del breakfast mattutino, in alto, c’è il display con grandi numeri, incubo ricorrente nella società supermassificata in cui viviamo: essere solo un numero. 

A tutto questo si contrappone la libertà del ragazzo e della ragazza, copia adamitica che evade dall’Inferno comunista - la dittatura è solo questa nell’immaginario del brad californiano - per entrare nel sogno del grande prato, che invece di avere sullo sfondo il Mulino Bianco presenta una turrita città italiana, San Gimignano, mentre la strada dove si fa colazione in ambiente rigorosamente multietnico somiglia a una città della Mitteleuropa. La ragione della concorrenza e del conflitto tra marchi è evidente: la conquista del mercato. 

L’importante è scegliere
Non basta più la pubblicità in positivo, ci vuole quella in negativo, che è poi un altro positivo: Taco ti libera! Quello che questo spot suggerisce è che il valore fondamentale oggi sentito in Occidente, e forse non solo qui, è quello della libertà. In cosa differisce il cibo imposto dal Grande Fratello rispetto a quello trovato al di là del Muro? Non certo nel gusto o nella sua bontà. Non c’è un solo cenno a questo elemento nel video. Quello che conta è invece scegliere liberamente. 

Questo il messaggio. Ad attendere Adamo ed Eva, lui in felpa e lei in maglietta, fuori dalla prigione nordcoreana, è un’altra forma di società di massa, quella espressa del gruppo dei coetanei. Liberi da soli, o in coppia, ma sempre appartenendo a «qualcosa». C’è collettivo e collettivo: dal piazzale comunista alla movida strada per strada. Libertà, ma in community, altra parola magica del brand contemporaneo: dove vai se la community non ce l’hai? 

VIDEO  https://youtu.be/kuap4wIGSLg

Non paga i diritti d’autore: l’emittente Rtl paghi 1,4 milioni

Corriere della sera

Il denaro verrà incassato dal consorzio Scf che rappresenta le case discografiche. Altre radio avevano firmato degli accordi

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Il Tribunale di Milano ha condannato l’emittente radiofonica Rtl 102,5 al pagamento al consorzio Scf (che rappresenta le case discografiche) 1.414.644,98 euro come compenso della legge sul diritto d’autore per il periodo tra il primo agosto 2009 e il 31 dicembre 2012. Lo rende noto lo stesso consorzio Scf. Alla somma, è stato spiegato, vanno aggiunti gli interessi legali a decorrere da ciascuna annualità per la quota relativa alla comunicazione verso il pubblico di musica. I giudici milanesi - secondo il consorzio - si sono pronunciati nell’ambito del contenzioso promosso nel 2009 da Scf nei confronti dei principali network nazionali. Il consorzio aveva poi raggiunto un accordo con le altre emittenti in causa, e il giudizio è proseguito nei soli confronti di Rtl che non ha aderito alle intese.
Ora il Tribunale, che nell’ambito di questo giudizio già nel 2012 aveva ribadito la legittimazione sostanziale e processuale di Scf, stabilendo che in difetto di diversi accordi tra le parti la misura del compenso per l’utilizzazione diretta del disco o di analogo apparecchio dovuto al produttore ai sensi dell’art. 73 della legge d’autore è commisurata al 2% degli incassi riferibili a tale utilizzazione, ha provveduto alla liquidazione dell’importo effettivamente da corrispondere ai produttori discografici consorziati e mandanti di Scf.
«Si tratta sicuramente di una decisione importante per il valore che la musica ricopre nell’ambito della programmazione radiofonica», ha affermato il Presidente del consorzio, Enzo Mazza, ribadendo anche la disponibilità della collecting dei discografici a negoziare con Rtl un accordo che risolva l’attuale contenzioso.