lunedì 23 marzo 2015

Giuliano Pisapia, tutti i disastri del sindaco di Milano dalla A alla Z

Libero

Giuliano Pisapia annuncia: "Nel 2016 non mi ricandido a sindaco di Milano". I cittadini del capoluogo meneghino tirano un sospiro di sollievo. Perché? Le ragioni vengono elencate di seguito, dalla A alla Z: tutti i disastri del sindaco arancione. A cura di Massimo Costa.

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AUTOVELOX La sinistra al governo di Milano ha deciso di fare la guerra alle auto piazzando 7 telecamere su alcuni stradoni cittadini. Risultato: oltre 700mila multe in un anno, la maggior parte delle quali inviate ai cittadini oltre i termini di legge dei 90 giorni (non ci sono abbastanza vigili per guardare i monitor). Incurante delle sentenze dei giudici di pace e delle circolari del Ministero dell’Interno, la giunta Pisapia ha continuato a spedire multe irregolari ai milanesi. Forse, bastava questa figuraccia per non ricandidarsi.

BOERI L’archistar Pd sconfitta alle primarie è diventata subito la spina nel fianco di Pisapia. Nominato da Giuliano assessore alla Cultura, è stato protagonista di una serie infinita di liti con il sindaco fino a quando Pisapia ha deciso di cacciarlo. Un anno dopo il divorzio, però, Boeri ha vinto il premio per il miglior grattacielo del mondo (il Bosco verticale di Milano) ed è assessore nella renzissima Firenze. Pisapia, invece, è già un ex sindaco a un anno dal voto

CICLABILI La vera fissazione dell’amministrazione Pisapia. Su pressione dell’ala ambientalista e dei referendum consultivi del 2011 (dove arrivò un plebiscito per lo slogan “più verde e più bici in città”) sono stati progettati e finanziati una marea di ciclabili, molte delle quali senza senso e contestate dagli stessi ciclisti. Gli oscar? Viale Tunisia, dove si è speso un milione di euro per due corsie da nemmeno un chilometro e piazza Castello, dove si è costruita una pista ciclabile per proteggere le bici dalle auto. Peccato che le auto, quando la pista al Castello è stata completata, erano state già eliminate con l’approvazione dell’isola pedonale.

DAZI La serie di balzelli, nuove tasse e aumenti approvati dalla giunta Pisapia a Milano è impressionante: Area C (pedaggio di 5 euro al giorno per entrare con l’auto in centro), introduzione dell’addizionale Irpef, aumento di tassa rifiuti, più tasse sull’occupazione di suolo pubblico, sulla prima casa, sulla seconda casa. Insomma, più tasse su tutto.

EXPO Prima di diventare sindaco, Pisapia non si è mai mostrato entusiasta all’idea di ospitare l’Expo. Da sindaco ha avuto sempre un ruolo distaccato, tanto che qualcuno dalle parti dei padiglioni sostiene che il sindaco di Torino Fassino si è impegnato più del sindaco di Milano per promuovere l’evento. Manca poco più di un mese al via, e l’unica opera infrastrutturale in capo al Comune, la strada Eritrea-Expo, verrà inaugurata almeno con tre mesi di ritardo.

FABBRICA DEL DUOMO Pisapia è riuscito a litigare persino con la Fabbrica del Duomo, l’ente che gestisce da secoli la cattedrale. Davanti alla proposta di mettere una copia della Madonnina ai piedi del Duomo in occasione dell’Expo, infatti, il sindaco e gli assessori hanno opposto un netto rifiuto. Prima hanno farfugliato qualche scusa su problemi di afflusso (ci sarebbe stata troppa gente a vederla!), poi hanno proposto in alternativa piazza Fontana, un triste crocevia di tram. Alla fine, con buona pace di Pisapia, la Madonnina verrà esposta tra i padiglioni di Expo.

GELATI La delibera più incredibile del quadriennio arancione è stata il coprifuoco sul consumo di gelato per evitare assembramenti nelle aree della movida. Vietato leccare coni e gustare coppette in strada dopo mezzanotte. Una figuraccia planetaria. Dopo un mare di proteste e di rivolte di piazza, il provvedimento è stato ritirato.

HOTEL Insieme ai ristoranti, sono i più tartassati dall’aumento della Tari, la tassa rifiuti, previsto per il 2015: +9% per gli alberghi, +8% per le pizzerie, +3% per le famiglie.

ISLAM I musulmani chiedono una moschea? Pisapia gliene offre addirittura due, mettendo a bando alcune aree comunali, tra cui il terreno del glorioso ex PalaTrussardi,che gli islamici trasformeranno in minareto. La gara si è chiusa a fine febbraio, e a breve si conosceranno gli imam che si accapareranno i terreni. A canone scontato, ovviamente.

LEONCAVALLO E’ il debito elettorale da saldare prima di salutare la compagnia. Il centro sociale più famoso d’Italia occupa abusivamente un’ex cartiera dal 1994. Visto che si tratta di una roccaforte storica del sindaco arancione, ecco la trovata geniale: il Comune comprerà lo stabile privato occupato per destinarlo (dopo un bando) a centro sociale legalizzato; in cambio, cederà al gruppo Cabassi due stabili comunali. Valore dell’operazione: 5,7 milioni. Pagano i milanesi.

MENSE BIO Era uno dei proclami elettorali più utilizzati da Pisapia: "Sulle mense faremo sicuramente meglio". Invece, la società partecipata che gestisce le mense, Milano Ristorazione, ha inanellato una serie clamorosa di scivoloni. Dalle mozzarelle blu ai menu biologici schifati dai bambini fino all’ultima epocale trovata: i piatti biodegradabili. Che però, appena introdotti, si sono squagliati sotto il peso di una zuppa o di una polenta. Dal sogno dell’alimentazione sana alle ispezioni dei Nas.

NOMINE E A SSUNZIONI Un minuto dopo la vittoria, è iniziata l’imbarcata di amici e compagni in Comune. Il portavoce della campagna elettorale è diventato capo di gabinetto, ex parlamentari amici sono stati piazzati ai massimi livelli del Comune, decine di militanti che avevano contribuito alla vittoria sono stati assunti a Palazzo Marino. I precari del Comune? Sono in rivolta da anni, e hanno dovuto mandare giù anche gli ultimi rospi: l’assunzione di un art director esterno per le campagne pubblicitarie del Comune e un consulente da 500 euro al giorno (al gior-no!) per il nuovo call center.

OMAN Uno dei Paesi destinatari della pioggia di fondi comunali per progetti terzomondisti, dalla tutela del riso di mongrovia in Guinea alla promozione dell’albero di Moringa in Congo. Centinaia di migliaia di euro all’anno. Quando si dicono le priorità.

PARCHEGGI L’opposizione ha calcolato chela sinistra ha cancellato almeno 2.500 posti auto lungo le strade. Eliminati decine di progetti per silos sotteranei, l’ultima crociata è quella dei posti regolari sotto gli alberi, che il nuovo regolamento del Verde dichiara illegali con multe di 150 euro. Ormai chi va in giro in macchina è marchiato peggio degli appestati della Milano manzoniana.

QUARTIERI POPOLARI La pietra tombale su ogni possibilità di recuperare le periferie disastrate l’ha messa l’ex assessore alla Casa di Pisapia Lucia Castellano (ora consigliera in Regione), quando pronunciò la famosa frase: "Occupare per necessità non è un reato che porterà allo sgombero".

ROM Dopo aver accusato per anni la destra degli “sceriffi”, con Pisapia il vento è cambiato. Sono nati due nuovi campi nomadi regolari con container (via Barzaghi e via Lombroso). Inoltre sono state costruite le famose venti villette da 700mila euro (finanziate con fondi statali) per le famiglie rom del quartiere Muggiano. Villette, ironia della sorte, contestate dagli stessi rom. accusano.

SEVESO La piaga delle esondazioni nella zona nord della città si è accentuata negli ultimi anni, con interi quartieri sott’acqua dopo due o tre giorni di pioggia. Pisapia, che aveva chiesto le dimissioni della Moratti nel 2010 dopo un nubifragio causato dal Seveso, è andato avanti come se niente fosse dando colpe a destra e a manca. Colpa di chi c’era prima, della Regione, del governo, di chi non lo ha avvisato della pioggia. Un disastro.

TALPA La talpa per la nuova metropolitana M4 doveva partire nel 2011, poi nel 2012, poi nel 2013. Ritardo dopo ritardo, la giunta Pisapia ha comunicato la nuova data di fine lavori prevista per la nuova linea sotterranea Linate-Lorenteggio: il 2021.

USA I rapporti tra Milano e l’America sono stati messi a dura prova da Paolo Limonta, il bracio destro del sindaco e responsabile dell’ufficio per la città comunale. Leader dei centri sociali e attivista dei collettivi studenteschi, Limonta è persona sgradita agli Usa, che gli hanno negato il passaporto in occasione di un viaggio a causa delle sue simpatie per Ocalan e il Pkk.

VIABILITA’ Il cavallo di battaglia elettorale? "Miglioreremo i mezzi pubblici". Appena eletto, Pisapia alza subito il biglietto singolo dell’Atm da 1 a 1,50. Ovviamente con lo stesso servizio.

ZANZARE La grande emergenza della giunta Pisapia: il nuovo regolamento del Verde, infatti, punisce con multe di 50 euro chi molesta gli insetti. Sanzioni pecuniarie anche per chi raccoglie le margherite dai prati e chi pattina sui laghi ghiacciati di Milano (che non esistono).

di Massimo Costa





Nei Palazzi del Comune, arrivano i provini porno
Libero

Nei Palazzi del Comune, arrivano i provini porno
Le ragazze del porno sbarcano a Milano e cercano nuove attrici e attori. La missione? Registrare un film a luci rosse, ma d’autore come viene specificato sul portale dal titolo “Queen Kong”. Il luogo prescelto per i provini sono i locali dell’ex Macello di viale Molise, occupati dal collettivo Macao. Un altro punto per i centri sociali, ancora una volta in grado di fare da padroni in città con attività decisamente discutibili. Perché Milano negli ultimi mesi sembra essere diventata la patria della trasgressione. Come dimenticare infatti i corsi di bondage che lo stesso Comune aveva ospitato nella Casa dei Diritti? Ma non solo.

Sono molte, anzi moltissime, le iniziative di stampo erotico che spesso sfuggono dal controllo dell’amministrazione di Giuliano Pisapia e si infiltrano all’interno di palinsesti di festival. Ormai è facile trovare film particolarmente forti, al limite del pornografico, nelle rassegne Lgbt promosse dal Comune. Alcuni esempi? Who’s afraid of Vagina Wolf? e Gerentophilia, due pellicole in programmazione lo scorso giugno al festival Mix allo Strehler i cui trailer, andati in onda in una versione più soft, lasciavano presumere contenuti piuttosto spinti per iniziative che avevano ottenuto il patrocinio del Comune.

Ora è il turno di Macao. Dopo il silenzio degli ultimi mesi, la provocazione verso Milano e la giunta che li osserva in silenzio, arriva con i provini di “Le ragazze del porno”. Ma chi sono queste ragazze? Si tratta di un gruppo di registe italiane che ha deciso di lavorare insieme per realizzare un film di corti pornoerotici. Cercando sul web, si trovano gli slogan e i mantra di queste registe dell’hard. «A me il porno interessa perché appartiene a tutti», «Non bisogna temere la pornografia.

Bisogna attraversarla e approfondirla» e, ancora, «la pornografia non è tabù», sono solo alcuni dei dettami de Le ragazze del porno che il prossimo fine settimana cercheranno attori e attrici, disposti a scene di nudo e scene di sesso esplicito non simulato. I requisiti sono basici: età scenica dai 20 ai 25 anni fino ai 40 ben portati, bella presenza, affascinante, e per gli uomini la necessità di non essere necessariamente macho.

L’iniziativa non ma mancato di provocare le reazioni del centrodestra milanese. Per l’ex vice sindaco Riccardo De Corato «il problema è che il Comune non si è mai preoccupato di buttare fuori Macao da uno stabile di cui possiede il 90 per cento». «Chiederemo noi lo sgombero», ha affermato De Corato, ora consigliere di Fratelli d’Italia a Palazzo Marino, «perché questa è l’ennesima dimostrazione di come i centri sociali si sentano padroni di fare quello che vogliono». Per De Corato, infatti «il film porno è solo l’ultima goccia di una tolleranza da parte dell’amministrazione che è andata troppo oltre».

A criticare l’iniziativa anche il coordinatore cittadino del Nuovo Centro Destra, Nicolò Mardegan, che ironizza sulla giunta. «Non facciamo sapere di questa iniziativa all’assessore Majorino», ha affermato, «potrebbe dare il patrocinio anche al film porno a Macao». Per Mardegan «la sinistra ha perso di vista il ruolo sociale e da Marx è passata a parlare solo di pornografia e omosessualità». «Non ci resta che sperare nelle istituzioni», ha concluso il coordinatore cittadino di Ncd, «e sperare di liberarci presto di questi finti rivoluzionari». A difendere Macao, invece, è Luca Gibillini, consigliere comunale di Sinistra e Libertà. «Finché non si parla di cose illegali, per me, nulla cambia nella situazione», ha commentato Gibillini per cui «sono altri i problemi seri»

Marianna Baroli

Vanessa Marzullo: "Io e Greta torneremo in Siria. Contro di noi fango gratuito"

Libero


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Parla Vanessa Marzullo, l'italiana rapita in Siria insieme a Greta Ramelli e per la cui liberazione lo Stato italiano ha plausibilmente pagato fior di soldi ai terroristi. Parla, e senza vergogna, intervistata da Repubblica annuncia che "io e Greta torneremo in Siria". Non paga del primo rapimento e di ciò che è costata allo Stato, la ragazzina è dunque pronta a tornare nella culla dell'estermismo islanico. Lo afferma appena due mesi dopo la liberazione, avvenuta il 15 gennaio in un vespaio di polemiche (il rapimento avvenne il 31 luglio 2014, le indagini non hanno mai fatto piena luce sulla vicenda).

Macchine del fango - Vanessa spiega: "Greta l'ho appena sentita. Ci vediamo sempre. Questa storia ci ha unite ancora di più e, allo stesso tempo, ci ha fatto diventare un po' diffidenti verso le persone". E ancora: "Il silenzio di questi due mesi? Ne avevamo bisogno noi e chi ci è stato e ci sta vicino. In questi due mesi è come se mi fossi riparata dentro un guscio: da una parte è stato istinto di autoprotezione. Dall'altra anche un po' di vergogna". Vanessa spiega: "Vergogna non come la intendono tutti quelli che ci hanno buttato addosso palate di fango gratuito e stupido. L'effetto di quel fango sta passando. Te lo togli via perché sai che è fango strumentale, nato più che altro da beghe politiche. La vergogna che intendo io è un'altra. E' andare in giro e vedere che uno ti guarda in faccia con l'aria di chi pensa: Eccola, adesso è qua. Beata e tranquilla. Ma se non c'era lo stato che pagava... Se non c'eravamo noi cittadini che pagavamo...". E' una sensazione difficile da spiegare".

"Solo contatti coi civili" - La ragazza replica poi alle accuse di chi afferma che si siano esposte a rischi troppo elevati poiché entrarono in contatto con guerriglieri islamisti anti Assad: "Se è vero? Assolutamente no. Da quando siamo partite abbiamo avuto contatti solo con la popolazione civile, con le vittime della guerra. Il nostro aiuto era per i civili, e basta". Quando le chiedono del riscatto spiega: "Non ne sappiamo niente. E quello che c'era da dire sul sequestro lo abbiamo detto ai magistrati appena rientrate in italia".

Facebook e la carta igienica, il rotolo va messo sopra o sotto?

Corriere della sera
di Elmar Burchia

La discussione social è partita dalla pubblicazione online di un brevetto del 1891

di Elmar Burchia




Sopra o sotto? Nei giorni scorsi su Facebook e Twitter sono apparsi numerosi post legati alla carta igienica. Scambiati, cliccati e commentati centinaia di volte. Per quale oscuro motivo? Premettiamo: l’argomento è frivolo. In fondo, ci sono temi ben più seri. Eppure, si è finalmente messo fine ad un dibattito che si trascina da ere, una discussione che ha pure scatenato qualche litigio nel bagno di casa.

Il brevetto del rotolo di carta igienica 
Il brevetto del rotolo di carta igienica 
Il brevetto del rotolo di carta igienica 
Il brevetto del rotolo di carta igienica
«Carta da pacchi»
La questione è semplice: da che parte si inserisce la carta igienica nel portarotolo? C’è chi si è dedicato scientificamente al tema. Più di un secolo fa. La soluzione è illustrata - nero su bianco - in un brevetto per il rotolo di carta igienica del 1891 di Seth Wheeler, un uomo d’affari di Albany, New York. Secondo l’idea dell’inventore, l’estremità del rotolo deve stare all’esterno, ossia «sopra». Come riferisce la radio pubblica statunitense Npr, è stato il giornalista Owen Williams a condividere nei giorni scorsi il brevetto su Twitter e scatenare così il tam tam in Rete. A Wheeler dobbiamo anche l’invenzione della carta igienica come la conosciamo oggi, ossia traforata, così da dividere ogni singolo foglio e facilitare lo strappo. La sua «Albany Perforated Wrapping Paper Company» brevettò la «carta da pacchi» perforata (questo il nome originale della carta igienica di Wheeler) nel 1871.

Ecco la mossa di Bruxelles: manda la Kyenge in Nigeria

Sergio Rame - Lun, 23/03/2015 - 12:30

Dovrà monitorare le elezioni presidenziali. Il Paese è in balia delle violenze causate dalla setta islamista Boko Haram

L'Unione europea "spedisce" Cècile Kyenge in Nigeria. L'eurodeputata piddì parteciperà alla delegazione del parlamento europeo che sarà inviata dal 26 al 30 marzo in Nigeria per la missione di osservazione elettorale nel Paese.

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"La missione - informa una nota dell'Europarlamento - monitorerà le elezioni presidenziali, che si terranno il 28 marzo, dopo essere state posticipate lo scorso febbraio, a causa delle violenze causate dalla setta islamista estremista Boko Haram".

I numeri del conflitto provocato dal gruppo islamista, che si richiama apertamente al califfato dello Stato islamico, sono allarmanti: 14mila morti e oltre un milione e 600 mila sfrollati. La Nigeria, Paese più popoloso del continente, è uno dei principali esportatori di greggio in Africa. Le elezioni, dal risultato tutt’altro che scontato, vedranno a confronto due candidati, il presidente uscente Goodluck Jonathan per il Peoplès Democratic Party e l’ex generale Muhammadu Buhari per l’All Progressives Congress, coalizione dei principali partiti di opposizione.

I 300 combattenti Rsi e le medaglie ricevute per il Giorno del Ricordo

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Le onorificenze concesse dal governo per celebrare le vittime delle Foibe. Tra i commemorati decine di repubblichini, di cui 5 accusati di uccisioni, torture e saccheggi

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Medaglie di onorificenza «in riconoscimento del sacrificio offerto alla Patria» per circa 300 combattenti di Salò (tra cui almeno 5 criminali di guerra accusati di avere torturato e ucciso a sangue freddo). Partiamo dall’inizio. Le decorazioni sono state concesse dai governi a partire dal 2004 in memoria delle vittime delle foibe come previsto dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo.

La promosse l’esecutivo Berlusconi su proposta di un gruppo di parlamentari: in prevalenza Fi e An, ma non mancavano esponenti Udc e del centrosinistra. Oltre alla conservazione della memoria, il testo disciplina la consegna delle medaglie ai familiari delle vittime sino al sesto grado. Onorificenze estese a chiunque, tra Friuli e Slovenia, sia stato ucciso «per cause riconducibili a infoibamenti». Ovvero, nel periodo che va dall’8 settembre a metà del 1947, a seguito di «torture, annegamenti, fucilazione, massacri, attentati in qualsiasi modo perpetrati». Con queste «maglie» assai larghe, tra i commemorati sono stati inseriti profili controversi. Stando almeno a carte provenienti dall Jugoslavia ma anche dall’Italia.
Le carte dall’Italia e dalla Jugoslavia
Nell’elenco di coloro che hanno ricevuto quello stemma «in vile metallo» - così lo definisce il provvedimento che alla Camera venne approvato con soli 15 voti contrari e all’unanimità al Senato - compaiono cinque nominativi che secondo i documenti conservati a Belgrado, presso «l’Archivio di Jugoslavia», sono «criminali di guerra». Gente che - anche prima dell’8 settembre, raccontano quelle carte - a seconda dei casi ha ucciso e torturato civili italiani e jugoslavi, ammazzato a sangue freddo, incendiato case, saccheggiato, ordinato fucilazioni di partigiani e segnalato gente da spedire nei lager in Germania.

Si tratta del carabiniere Giacomo Bergognini, del finanziere Luigi Cucè, dell’agente di polizia Bruno Luciani, dei militi Romeo Stefanutti e Iginio Privileggi e del prefetto Vincenzo Serrentino (il cui nome è citato anche nel relazione della commissione d’inchiesta parlamentare «sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti»). I primi tre, raccontano fonti diverse, sia italiane sia slave, «scomparsi» o «dispersi» a partire dai primi giorni del maggio 1945, verosimilmente gettati nelle foibe. Il quarto «ucciso da slavi». Il quinto «infoibato». Il sesto, prefetto a Zara (occupazione nazista, amministrazione Rsi) catturato dai partigiani di Tito e fucilato nel 1947 dopo essere stato condannato da un tribunale jugoslavo.

Criminali, idealisti ed eroi: quei 300 combattenti Rsi    nei documenti ufficiali 
Criminali, idealisti ed eroi: quei 300 combattenti Rsi    nei documenti ufficiali 
Criminali, idealisti ed eroi: quei 300 combattenti Rsi    nei documenti ufficiali 
Criminali, idealisti ed eroi: quei 300 combattenti Rsi    nei documenti ufficiali 
Una vicenda emersa per caso
Uno scenario, questo dei combattenti Rsi ricordati dalle medaglie, emerso per caso dopo che lo scorso 10 febbraio al capitano dei bersaglieri Rsi Paride Mori - ucciso il 18 febbraio 1944 «in un agguato organizzato dai partigiani titini, quelli con cui stava combattendo aspramente da mesi» per stare alle parole del figlio Renato - per mano del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio è stata dedicata la medaglia del Giorno del Ricordo. All’Anpi e in altre associazioni antifasciste si sono accorti però che Mori era sì un bersagliere. Ma repubblichino. Circostanza di cui si appreso solo dopo che dal comune di Traversetolo, nel Parmense, dove il soldato era nato, il sindaco ha deciso di revocare la dedica di una strada al bersagliere di Salò inizialmente passata nell’indifferenza.
Lunedì 23 la commissione decide sul dossier Mori
Da qui in poi, polemiche a non finire. A seguito delle quali è arrivato il mezzo ripensamento di Delrio che in un tweet ha chiarito che «se la commissione che ha vagliato centinaia di domande ha valutato erroneamente, il riconoscimento dovrà essere revocato». Appunto: una decisione che potrebbe essere presa già lunedì 23, quando il gruppo di esperti (10 in tutto: tra cui rappresentanti degli studi storici della Difesa, degli Interni e della Presidenza del consiglio e da storici delle foibe) prenderà in mano il dossier Mori.
I 300 militi della Rsi
Che però potrebbe rivelarsi il meno problematico. L’elenco aggiornato dei medagliati per il Ricordo comprende più di 1.000 persone. Molti di questi sono civili spariti nelle Foibe perché vittime di rappresaglie titine. E altri - i casi eventualmente da riconsiderare, una cifra che oscilla tra i 270 e i 300 a seconda delle fonti - militari inquadrati nelle formazioni di Salò. Carabinieri dell’esercito regio confluiti nella Rsi. Al pari di poliziotti e finanzieri. Militi, volontari nella Guardia Nazionale Repubblicana. Fascisti «idealisti e patrioti» come il capitano Mori che - è il ricordo del figlio - risulta «essersi opposto ai rastrellamenti ordinati dai tedeschi: lui combatteva i titini, non gli italiani».
I 5 criminali di guerra
Ma nella lista ci sono almeno 5 criminali di guerra, secondo quanto stabilito dalla giustizia jugoslava. Il carabiniere Bergognini - era l’8 agosto 1942 - partecipò a un raid nell’abitato di Ustje, in Slovenia. Case incendiate, famiglie radunate nel cimitero, picchiate. Sino a che 8 uomini «vennero presi, torturati di fronte a tutti e uccisi con il coltello o con il fucile». Il finanziere Cucè spedì nei lager e fece fucilare «diversi patrioti antifascisti» torturando gente così come fecero l’agente Luciani e i militi Privileggi e Stefanutti.

Testimonianze (che sono riferite ai loro reparti) raccontano di «occhi cavati, orecchie tagliate, corpi martoriati, saccheggi nelle case». Serrentino, tenente nella Grande guerra, fiumano con D’Annunzio, fece fucilare decine di persone nella città di Zara, di cui era prefetto. Vicende, queste delle efferatezze commesse dai fascisti medagliati, ricostruite da due storici in lavori diversi: Milovan Pisarri (italiano che vive a Belgrado) e Sandi Volk (sloveno residente a Trieste).
«A Belgrado i documenti dell’esercito regio»
Pisarri - lavori sulla Shoah e uno in uscita sul Porrajmos, l’Olocausto dei nomadi - ha raccolto i dossier sui criminali di guerra italiani studiando documenti a Belgrado, all’Archivio Jugoslavo. Scuote la testa, ora: per le mani si è ritrovato non solo le accuse basate sulle testimonianze delle vittime. Ma anche« fascicoli in italiano, ordini e disposizioni provenienti soprattutto dall’esercito regio in rotta nei Balcani». Materiale «ancora da studiare, importantissimo». Volk (che è componente della commissione consultiva del Comune di Trieste per il Civico Museo

della Risiera di San Sabba-Monumento nazionale) si è invece occupato del conteggio dei repubblichini commemorati nel Giorno del Ricordo. «Con quelli di quest’anno si arriva a 300. Il 90 per cento apparteneva a formazioni armate al servizio dei nazisti dato che il Friuli dopo l’8 settembre era divenuto “Zona d’Operazioni Litorale adriatico”, amministrata direttamente dai tedeschi e non facente parte della Rsi». Le formazioni fasciste «non potevano avere nemmeno le denominazioni che avevano a Salò ed erano alle dirette dipendenze dell’apparato nazista».
Il carabiniere che rifiuta di consegnare le armi
L’elenco asciutto delle motivazioni racconta tanto: anche di scelte devastanti, meditate, che legano caso, ideali ed eroismo. Quella del carabiniere Bruno Domenico, ad esempio. Che l’8 settembre (il giorno dell’armistizio, dunque Salò deve ancora nascere) nella stazione dell’Arma di Rovigno, in Istria, «rifiuta di consegnare le armi ai partigiani comunisti italo croati». Lo incarcerano assieme ad altre 16 persone: e di lui non si sa più nulla. Almeno 56 sono i finanzieri di Salò medagliati per il Ricordo. I loro nomi compaiono sul sito delle Fiamme Gialle: tutti dispersi, verosimilmente uccisi da «partigiani titini» o «bande ribelli».

Spiccano le storie del maresciallo Giuseppe D’Arrigo: viene a sapere che la brigata che comanda è stata interamente catturata. Al che indossa la divisa e raggiunge i titini, per stare vicino ai suoi uomini trattandone magari la liberazione. Ma viene fucilato il 3 maggio 1945. La stessa sorte toccata a Giuseppe D’Arrigo che si unisce ai partigiani jugoslavi intenzionato a combattere i tedeschi: ma pure lui viene passato per le armi. Ennio Andreotti viene catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre. In qualche modo si libera il 1° settembre 1944. Da questo giorno risulta disperso. «Fu presumibilmente catturato dai partigiani titini e soppresso».

@alefulloni

Ricucire, meglio di comprare: boom dei sarti cinesi

Corriere della sera
di Anna Zinola

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Sostituire la cerniera di un abito, fare l’orlo a un paio di jeans, accorciare le maniche di una giacca. Sono alcune delle riparazioni offerte dai laboratori di sartoria che, negli ultimi tempi, sono “spuntati” in giro per le città. Laboratori che spesso sono gestiti da immigrati, in primis orientali. A Milano, per esempio, su 537 negozi di piccola sartoria, ben 265 sono “in mano” a persone nate all’estero. Di questi, uno su due è cinese (dati Camera di Commercio).

Nella gran parte dei casi, si tratta di piccoli spazi affacciati su strada, così da avere visibilità sul traffico pedonale, collocati in vie secondarie. Vi lavorano una o, al massimo, due persone, che si occupano sia della relazione con i clienti (ritiro e consegna dei capi) sia degli interventi tecnici. I prezzi sono convenienti: l’orlo parte da 4-5 euro, la sostituzione di una zip si attesta sui 10 euro.

Ma molte strutture realizzano anche lavorazioni più complesse, come la rimessa a modello oppure la sostituzione completa della fodera. In questo caso, ovviamente, il prezzo è più elevato, ma rimane comunque concorrenziale. Un altro plus risiede nella velocità: un paio di giorni e il capo è pronto.
Un abbinamento, quello tra convenienza economica e rapidità di esecuzione, che fa presa sulla clientela, tanto che molti consumatori ricorrono ai laboratori cinesi anche per altre tipologie di lavori, come la realizzazione dei tendaggi per la casa. Talvolta al servizio di sartoria si abbina quello di tintoria. Un vantaggio per il cliente, che ha un unico riferimento e risparmia tempo, e un vantaggio per il titolare, che amplia e diversifica l’attività.
Il successo di queste botteghe è legato anche alla crisi economica. Piuttosto che buttare un capo – come, magari, avrebbero fatto 10 anni fa i consumatori preferiscono farlo riparare e utilizzarlo ancora una stagione.  Attenzione, però. Dietro a questo business non ci sono solo luci. La prima criticità riguarda l’aspetto fiscale: capita spesso che il titolare “tralasci” di emettere la ricevuta.
Così una parte significativa del fatturato resta sommerso, non tracciato o tracciabile. Un altro aspetto riguarda le condizioni di lavoro. Ciò che si vede dei laboratori lascia intuire situazioni precarie, con la macchina da cucire sistemata sommariamente su un tavolino tra rotoli di stoffa, rocchetti di filo e mille altri oggetti. E anche gli orari sono molto estesi, con aperture non stop dalle 9 alle 20 per 6 giorni su 7.

Lo scienziato che ci ha cambiato la vita creando l’algoritmo di Google «Ma oggi è diventato un censore»

Corriere del Mezzogiorno
di Natascia Festa

Massimo Marchiori, ideatore dell’algoritmo di base del motore di ricerca
Cervello di ritorno, ha rifiutato uno stipendio da 50mila dollari negli Usa
per ricercare in Italia a 9oo euro al mese. «Pazzo? No, voglio aiutare il Paese»

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Massimo Marchiori è lo scienziato che ha inventato l’algoritmo alla base di Google. A Napoli ha tenuto un seminario all’interno di Telecomunicando, iniziativa promossa dal corso di laurea in Ingegneria Informatica, Biomedica e delle Telecomunicazioni dell’Università Parthenope.

Lei ha inventato l’anima di Google, l’algoritmo che ci ha cambiato la vita. Cos’è esattamente? «L’idea di base è stata quella di pensare alle pagine web come a persone che vivono in una grande società: se voglio sapere qualcosa su qualcuno non devo limitarmi a guardarlo, fermarmi alle apparenze, devo invece capire dove va, con chi si incontra, la sua socialità insomma. Questa intuizione, il fatto che serve l’insieme del web per capirne ogni sua parte, oltre al giusto formalismo matematico, ha poi portato alla creazione di hypersearch , il primo motore di ricerca di seconda generazione e successivamente a Google».

La storia insegna che le scoperte epocali avvengono per caso. È stato così anche per lei?
«Non per me. Quando ho studiato i motori di ricerca dell’epoca, mi sono subito sembrati incredibilmente primitivi. L’idea s’è accesa come la classica lampadina: secondo me era solo quello il modo giusto per creare un motore. Gli sviluppi successivi, Google tra tutti, lo hanno poi confermato».

Lei è uno scienziato re Mida. Tanto che in America volevano quasi ricoprirla d’oro. Le hanno proposto uno stipendio da 50mila dollari al mese, ma ha preferito ritornare in Italia a fare il ricercatore a 900 euro. È pazzo? «I soldi sono importanti, ma non sono tutto. Li giudico come il sale in cucina, occorrono “q.b.”, quanto basta. Per questo ho deciso di tentare di aiutare un po’ questo benedetto Paese, che di sostegno aveva ed ha ancora tanto bisogno».

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Qual è l’aspetto più rivoluzionario di Google e il maggior vanta ggio che ha apportato alle nostre vite?
«Come motore di ricerca è il grande distillatore di informazioni: il web è ormai stracarico di dati e notizie e la sua grandezza è tale che rischieremmo di perderci. In maniera semplice, invece, ci permette di domare questo mare informativo e nello stesso tempo ci rende ricchi di conoscenze e aperti alle possibilità».

Quali sono le conseguenze negative di questo sterminato menu?
«Il rischio che stiamo correndo è dovuto proprio al ruolo che Google gioca: agisce come filtro informativo e per questo deve fare delle scelte. Seleziona, gerarchizza e così una gran parte di informazioni viene giudicata meno importante. Google è, dunque, anche il grande censore: sceglie per noi cosa ci è utile e non è detto che faccia sempre la scelta migliore. E che il mondo intero debba fidarsi ciecamente di lui. Un altro rischio è quello del Grande Fratello. G. sa tantissime cose su di noi, su quello che cerchiamo e facciamo, e tutto questo a danno della nostra privacy. In futuro occorreranno maggiori controllo e tutela su cosa G. raccoglie su di noi e soprattutto su come lo usa».

Attualmente, oltre a essere Visiting scientist al Massachusetts Institute of Technology (MIT), lei insegna Computer Science all’Università di Padova con uno stipendio minimo. Ma chi ha «inventato» Google non dovrebbe essere ricchissimo?
«Il mio lavoro è fare lo scienziato, non fare soldi. Per questo non ho brevettato la mia idea, anzi, l’ho donata alla comunità scientifica. Il fatto che poi abbia contribuito al progresso del mondo è per uno scienziato la più grande soddisfazione possibile, oltre ogni conto in banca».

Google ha cambiato il nostro approccio cognitivo. Come?
«In peggio: presenta informazione veloce, facile da trovare e da digerire. Tutto questo ai danni della profondità della conoscenza. Occorre intraprendere la giusta via di mezzo, senza abusare del sapere veloce in stile fast food e ritrovando tempo per pensare ed approfondire».

Cosa c’è dopo Google?
«G. è difficile da smuovere perché è troppo grande: un’innovazione che volesse superarlo dovrebbe avere risorse enormi, altrimenti sarebbe battuta in partenza o comprata e assorbita. Questo non vuol dire che la corsa al progresso sia finita, anzi: G. stesso sta cambiando, puntando alla sua naturale evoluzione: il motore di ricerca intelligente che dialogherà con noi come fosse una persona. È solo questione di tempo».

Come vede la ricerca e lo sviluppo tecnologico nel Mezzogiorno? «In Italia meridionale ci sono molti scienziati brillanti e con l’università di Napoli ho collaborato in progetti europei di eccellenza. Il problema del Sud è il problema italiano: la mancanza di risorse sempre più grave. Una situazione molto critica che toglie linfa alla ricerca e ha effetti deprimenti sul nostro presente, ma, quel che è peggio, sul nostro futuro».

India, 300 arrestati per la “scalata” alla scuola

La Stampa

Scattano le manette dopo la diffusione delle foto e dei video che immortalavano i genitori arrampicarsi sui muri degli istituti scolastici per suggerire ai figli i risultati del test



AP
Familiari degli studenti sotto esame si arrampicano alla parete di una scuola nello Stato indiano del Bihar


Sono più di 300 le persone arrestate nello Stato indiano del Bihar per la vicenda dei genitori e dei parenti che arrampicandosi sui muri della scuola hanno aiutato i loro figli e nipoti a superare l’esame di Stato lanciando bigliettini e suggerendo risposte. L’operazione anti-truffa è scattata per volontà del primo ministro Nitish Kumar dopo che le foto e i video diffusi dai media locali avevano fatto il giro dell’India e poi del mondo. I video sono diventati virali su Internet. Il tutto condito da commenti, tra l’ironico e il preoccupato.

Sono più di un milione gli studenti tra i 15 e i 16 anni chiamati a sostenere quest’anno l’esame di stato, iniziato il 17 marzo per concludersi il 24. Una prova molto importante dal cui esito dipende la possibilità di essere ammessi all’università. In Stati poveri, come il Bihar, nel Nord-Est del subcontinente, nella valle del Gange delimitata dalle vette dell’Himalaya, l’amministrazione promette un compenso intorno ai 150 euro agli studenti che riescano a rispondere esattamente a più della metà delle domande.

Per questo molti genitori hanno fatto tutto il possibile per aiutare i propri figli, anche arrampicarsi a mani nude sulle facciate degli edifici per suggerire o passare i bigliettini dalle finestre, mettendo a rischio la propria vita. Uno dei genitori ha detto alla emittente indiana Ndtv che questo comportamento si è reso necessario perché «gli insegnanti del governo non insegnano nulla. La maggior parte del tempo non ci sono». La metà delle persone fermate, hanno riferito le autorità, sono state arrestate a Vaishali. Ma episodi simili si sono verificati anche nei distretti di Saharsa, Chhapra, Hajipur e Nawada. Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro della pubblica istruzione di Bihar, PK Shahi: «Che dovremmo fare se anche i genitori fanno così? Sparargli?».

Gli esami con il suggeritore, sotto il banco o alla finestra (o anche sull’applicazione WhattsApp del telefonino) non sono una novità in molti Stati dell’India. Le famiglie si muovono in massa dai villaggi verso le città dove si tengono i test. Tanto che è stato coniato il termine «examinations tourism», il turismo degli esami.

VIDEO I genitori scalano la scuola per passare i compiti ai figli

Per Silvestro 70 anni di (inutile) caccia

La Stampa
guido tiberga

Il 24 marzo 1945 debuttava il gatto da cartoon di Friz Freleng. Storia e aneddoti dell’animale della Warner Bros. E del suo “nemico” Titti: «Mi è semblato di vedele....»

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Il clan dei settantenni che non vogliono invecchiare davvero ha un nuovo socio: Silvestro, il gatto nero che Friz Freleng fece debuttare il 24 marzo 1945 nel cortometraggio Life with Feathers con una sola missione: catturare gli uccelli. 
«All’inizio lo disegnai con l’intento di farlo apparire come un clown - raccontava Freleng -. Gli diedi un grosso naso rosso e un cavallo molto basso, per dare l’idea che portasse dei larghi pantaloni. Gradualmente però il suo aspetto cambiò, perché una tipizzazione così forte restringeva il campo delle storie possibili».

Paradossalmente Silvestro ha la più ghiotta occasione di mangiarsi la preda proprio al debutto: abbandonato dalla moglie pennuta, l’uccello decide di suicidarsi e non trova di meglio che volare dritto nella sua bocca. Ma lui, scettico su quest’inversione dell’ordine naturale delle cose, caccia via l’innamorato respinto. 

LIFE WITH FEATHERS (1945)
Life with Feathers(1945) di CLASSICTUNES1944

Il gatto simbolo della Warner Bros è il classico animale da cartoon: bipede e parlante (con la sola eccezione dei cortometraggi di Chuck Jones con Porky Pig, in cui è un normalissimo micio miagolante), eternamente affamato, sempre alle prese con lische di pesce trovate nella spazzatura e con uccellini che non vogliono saperne di farsi mangiare. Tanto che la caccia più naturale per un gatto, per lui si trasforma presto in ossessione. 

Nel ’57, nel corto Birds Anonymus premiato con l’Oscar, Silvestro diventa addirittura “uccellista anonimo”. Catturato finalmente il pennuto, proprio mentre sta per ficcarsela in bocca, viene avvicinato da un gattone rosso che gli consiglia di lasciar perdere: «Basta un solo canarino per cominciare, e prima che tu te ne accorga, diventano due e poi tre... A un tratto, in men che non si dica, sei già un drogato». Silvestro finisce così in una riunione per gatti in disintossicazione, proprio lui, che di uccellini non è mai riuscito a mangiarne uno. 

BIRD ANONYMOUS (1957)
01 Birds Anonymous
Vezi mai multe video din animatie 

Dopo l’esordio in Life with Feathers, Silvestro torna sullo schermo in Peck up your troubles, ancora nel ’45, e questa volta il suo partner è un piccolo picchio con i capelli rossi. L’incontro fatale con Titti, quello “per la vita”, avviene in Tweetie Pie, un film in cui una parte di lavoro era già stata fatta da Clampett, ma che poi fu concluso da Freleng: il film, del 1947, lanciò il tormentone del «Mi è semblato di vedele un gatto» (“I tawt I taw a Puddy tat”, nella versione originale) fu il primo cartoon della Warner a vincere un Oscar. Un trionfo nato da un litigio. 

«Michael Maltese e Tedd Pierce avevano scritto una sceneggiatura di Silvestro con il picchio -ricordava Freleng -. Nel frattempo Clampett aveva lasciato la regia, così pensai che nella storia avrei potuto mettere Titti, invece del picchio. Ma il produttore Eddie Selzer venne a dirmi che lui voleva assolutamente il picchio. Mi misi a urlare: «Se sai così bene che cosa conviene fare, il cartone animato disegnatelo tu». Gli diedi la mia matita, uscii e me ne andai a casa. La sera mi telefonò per dirmi: «Va bene, fallo come vuoi tu». Quando vincemmo l’Oscar, sul palco a ritirare la statuetta ci andò Selzer...” 

TWEETIE PIE (1947)
Tweetie Pie - 1947 - with original recreated... di cartoon98100

Alla saga con Titti, se ne unirono a partire dagli anni Cinquanta molte altre. Quella messicana con Speedy Gonzales, quella che vede il gatto alle prese con Hippety, un cangurino scappato dallo zoo che lui scambia per un topo. Ma l’invenzione più geniale è il Gatto Silvestro papà, ultimo e definitivo assalto all’autostima del cacciatore. In Pop ’im pop del 1950, appare per la prima volta Silvestrino . Robert Mc Kimson dà al gattino la funzione di coro greco che commenta le sconfitte del padre coprendosi la faccia con un foglio di carta e dicendo con una vocina sottile: «Oh che vergogna». Per Silvestro è l’estrema umiliazione. 

POP ’IM POP! (1950)
Gatto Silvestro - Pop 'im pop! (Pop 'im Pop!, 1950) from Tutto Looney Tunes ITA on Vimeo.

Cassazione: è rapina sottrarre il cellulare altrui per leggere gli sms

La Stampa


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Commette il delitto di rapina chi si impossessa di un cellulare altrui, sottraendolo al legittimo proprietario, al solo fine di «prendere cognizione dei messaggi che la persona offesa abbia ricevuto da altro soggetto» e così «violando il diritto alla riservatezza» e incidendo «sul bene primario dell’autodeterminazione della persona nella sfera delle relazioni umane». Lo sottolinea la Cassazione che ha condannato a due anni e due mesi di reclusione un giovane che aveva rubato il cellulare della ex strattonandola e entrando in casa sua. 

Con questa decisione, i supremi giudici hanno stabilito che la finalità di sottrarre un cellulare per leggerne il `contenuto´ «integra pienamente il requisito dell’ingiustizia del profitto morale». In questo caso, «la pretesa» di Pasquale C. (24enne di Barletta) di «`perquisire´ il telefono della ex fidanzata alla ricerca di messaggi, dal suo punto di vista compromettenti, assume i caratteri dell’ingiustizia manifesta, proprio perché, violando il diritto alla

riservatezza, tende a comprimere la libertà di autodeterminazione della donna». Inoltre la Cassazione - con il verdetto 11467 della Seconda sezione penale, depositato oggi - ricorda che «l’instaurazione di una relazione sentimentale fra due persone appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all’autodeterminazione fondato sull’articolo 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo (e della donna) senza che sia rispettata la sua libertà di autodeterminazione».

Per la Suprema Corte, «la libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale comporta la libertà di intraprendere relazioni sentimentali e di porvi termine» e nessuno può avanzare «la pretesa» di «perquisire» i cellulari altrui, soprattutto delle ex e degli ex, per cercare `prove´ di nuove o preesistenti relazioni. Pasquale C. aveva cercato di difendersi sostenendo che la sua azione non era stata «ingiusta» perché voleva solo «dimostrare al padre della sua ex fidanzata, attraverso i messaggini telefonici, i tradimenti perpetrati dalla figlia». Questa `spiegazione´ non ha impedito la condanna per rapina e a nulla è servito all’imputato far presente che nella fase cautelare il Tribunale del riesame «aveva escluso il reato di rapina reputando insussistente il requisito dell’ingiustizia del profitto. 

Con questa decisione, i supremi giudici hanno stabilito che la finalità di sottrarre un cellulare per leggerne il `contenuto´ «integra pienamente il requisito dell’ingiustizia del profitto morale». In questo caso, «la pretesa» di Pasquale C. (24enne di Barletta) di «`perquisire´ il telefono della ex fidanzata alla ricerca di messaggi, dal suo punto di vista compromettenti, assume i caratteri dell’ingiustizia manifesta, proprio perché, violando il diritto alla riservatezza, tende a comprimere la libertà di autodeterminazione della donna».

Inoltre la Cassazione - con il verdetto 11467 della Seconda sezione penale, depositato oggi - ricorda che «l’instaurazione di una relazione sentimentale fra due persone appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all’autodeterminazione fondato sull’articolo 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo (e della donna) senza che sia rispettata la sua libertà di autodeterminazione».

Per la Suprema Corte, «la libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale comporta la libertà di intraprendere relazioni sentimentali e di porvi termine» e nessuno può avanzare «la pretesa» di «perquisire» i cellulari altrui, soprattutto delle ex e degli ex, per cercare `prove´ di nuove o preesistenti relazioni. Pasquale C. aveva cercato di difendersi sostenendo che la sua azione non era stata «ingiusta» perché voleva solo «dimostrare al padre della sua ex fidanzata, attraverso i messaggini telefonici, i tradimenti perpetrati dalla figlia». Questa `spiegazione´ non ha impedito la condanna per rapina e a nulla è servito all’imputato far presente che nella fase cautelare il Tribunale del riesame «aveva escluso il reato di rapina reputando insussistente il requisito dell’ingiustizia del profitto.

(Fonte: Ansa)

Medici con la valigia in mano

La Stampa
paolo russo

Per fuggire al precariato solo l’anno scorso 2.363 hanno scelto di emigrare. Il sindacato scrive a Renzi: valiamo come azioni Lehman Brothers nel 2008

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Medico, con una vita da precario. O da immigrato. «Messi in regola» quando comincia a spuntare qualche capello bianco, con un contratto scaduto da 4 anni che gli ha già fatto perdere 30mila euro di potere d’acquisto, costretti a turni massacranti per fare anche la parte di chi è andato in pensione e non sostituito. E sempre più spesso con la valigia in mano. I medici ospedalieri del sindacato Anaao, il più forte della categoria, hanno scritto una lettera aperta al premier e denunciato «la svalutazione del capitale umano in sanità». Che «dopo le cure dei governi che la hanno preceduto, oggi vale quanto le azioni della Lehman Brothers dopo il 15 settembre 2008», scrive il segretario nazionale Costantino Troise. E i numeri gli danno ragione. 

Dal 2009, anno di avvio del blocco delle assunzioni, sono circa seimila i camici bianchi che mancano in corsia. Dove le spending review hanno tagliato all’osso anche i posti letto, 4,7 ogni mille abitanti 12 anni fa e ora solo 3,4. La media Ocse che è di 4,8. Se a questo si aggiunge che circa 9mila di quei letti sono scarsamente utilizzati in reparti da chiudere o riaccorpare, ecco spiegati i turni massacranti e le barelle nei corridoi del pronto soccorso.

«Non si salvano da questa deriva neppure le risorse fresche», ricordano ancora i camici bianchi al premier. Ogni anno in 10mila conquistano la laurea in medicina, ma la metà di loro resta fuori dalle scuole di specializzazione che ne accolgono solo 5mila. Per tutti ci sono lunghi anni di precariato davanti. Oramai un medico diventa «stabile» in ospedale intorno ai 37 anni, alcuni anche dopo i 40. E allora ecco che monta la voglia di andarsene dove «fare il medico» vuol dire ancora prestigio e benessere. A fare la valigia erano in 400 nel 2009, 2363 lo scorso anno. Significa regalare all’estero 150 mila euro di formazione spesi in Italia per ciascun dottore. E’ alla firma di Renzi un decreto che consentirà di stabilizzarne un po’. 

«Un provvedimento insufficiente, perché potrà riguardare un numero limitato di personale ed esclude tutti i contratti atipici. Senza contare l’ostacolo del blocco del turn over», spiega il segretario nazionale Cgil medici, Massimo Cozza. Le Regioni propongono di assumere anche chi la specializzazione non ce l’ha, ma senza contratto da dirigenti. Una scorciatoia che fa storcere il naso ai sindacati.

La Comunione negata al ragazzo autistico: dove è lo scandalo?

La Stampa
gianluca nicoletti

Un parroco nega la prima Comunione a un autistico che aveva seguito il catechismo. La famiglia si rivolge a un altro parroco che invece accetta


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Riprendo tale e quale la notizia di un bambino autistico che  secondo il parroco non è in grado di capire il significato della prima Comunione. La famiglia,che vive in un comune del Miranese, ne è rimasta sconcertata. Ha quindi deciso di rivolgersi a un'altra parrocchia, che consentirà al bambino di ricevere il sacramento a fine aprile. La madre ha detto: «Dopo la prima confessione  il parroco mi ha fatto capire che il mio bambino non era pronto e che, siccome è ancora immaturo, sarebbe stato meglio non fargli fare la comunione».

La notizia mi è stata segnalata  attraverso social media da persone indignate per l' insensibilità del prete, persone che sanno quanto bene conosco il problema della scarsa cultura sull' autismo che vige nel nostro paese. Posso dire con tranquillità invece che non provo particolare senso d' indignazione per quello che ho letto. Non entro in merito alla decisione del parroco, neppure trovo che sia importante conoscere il livello di autonomia del ragazzo per farmi un parere, sempre considerando che comunque l' autismo è uno spettro vastissimo ed è impossibile generalizzare. 

Neppure il fatto che abbia seguito le lezioni di catechismo trovo  significativo per dare un giudizio, molti autistici a scuola passano delle ore in classe con i loro compagni neurotipici, ma non è assolutamente scontato che quello per loro sia un momento di apprendimento. La reale efficacia dell' inclusione è determinata dalla qualità del lavoro degli insegnanti, curriculari e di sostegno, dalla collaborazione della classe, dal clima generale di accoglienza che saranno stati capaci a creare attorno a questo impegno anche le famiglie degli altri ragazzi, oltre a quella dell' autistico.

Questo vale unicamente per un programma didattico, non è però un criterio di giudizio per la preparazione a ricevere un sacramento, che va considerata come una scelta non obbligatoria in termini di diritto ed esclusivamente legata all'osservanza di una fede religiosa. Un valore sicuramente rispettabile, ma non assoluto. 

Per le questioni di fede spetta  alle persone preposte dalla gerarchia che amministra il culto prendere decisioni in merito ai comportamenti dei fedeli. Sono dell' idea che se il parroco non ha riscontrato che il ragazzo fosse pronto alla prima comunione, ha correttamente consigliato alla famiglia di rimandare. Dove sarebbe lo scandalo? Se poi un altro parroco ha deciso diversamente non significa nulla, evidentemente ha usato criteri di valutazione diversi, ma ripeto non è un indizio di discriminazione o intolleranza, lo sarebbe se fosse avvenuto qualcosa di simile nell'ambito dei diritti inalienabili della persona, diritto alla dignità, alla felicità, all'istruzione, alla salute, alla socialità. 

Detto questo, ma il mio è un punto di vista totalmente laico, quel parroco poteva anche considerare che lo spirito per sua natura soffia ovunque, e magari poteva per una volta affacciarsi persino nella mente non proprio convenzionalmente strutturata di quel ragazzo. Alla fine non sarà certo il primo caso di Comunione data "sulla fiducia", non credo che sarebbe stato per lui un problema di coscienza così ardimentoso il   chiudere un occhio sul fatto che il ragazzo autistico non fosse così preparato e consapevole a ricevere il Sacramento, considerando che per la famiglia che già gestisce la difficoltà di allevare un figlio disabile sarebbe stata magari un'importante ragione di gioia e gratificazione.

Certo è che avrebbe avallato una finzione ad uso dei genitori, e senza dubbio somministrato comunque  un Sacramento a una persona che lui aveva giudicato capace di elaborare concetti come Dio, colpa originale, redenzione, penitenza, grazia, peccato. Principi sublimi ma non indispensabili per un dignitoso vivere del ragazzo. Forse pagherò con millenni di purgatorio aver osato pensarlo ma, per l' idea che mi sono fatto, io non credo comunque che esista un Padreterno capace di offendersi per una così lieve licenza al rigore che impone la somministrazione del Pasto Sacro.

O'Brien e gli altri: ecco gli ex cardinali della storia

La Stampa
ANDREA TORNIELLI

Prima dell'arcivescovo scozzese, che ha perso diritti e prerogative ma non il titolo formale, altri 23 porporati hanno rinunciato o sono stati deposti per le cause più varie

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Anche se formalmente mantiene il titolo di porporato, quello dell'arcivescovo scozzese Keith Michael Patrick O’Brien, che ha appena perso i diritti e le prerogative cardinalizie (partecipazione al conclave e ai concistori), rimane una pura onorificenza, svuotata di ogni significato. E dunque il suo caso può essere in qualche modo associato a quello di altri 23 cardinali che a partire dal XV secolo hanno perso la porpora. L'elenco dei cardinali legittimi e illegittimi che dal 1440 a oggi hanno perso per diversi motivi i loro diritti e prerogative è stato pubblicato dal sito «Il Sismografo» ed è basato sulla documentazione fornita da Salvador Miranda.

Gli pseudo-cardinali, il frate e il Valentino
La lista si apre con quattro nomi del XV secolo: Johann Grünwalder, Otón de Moncada y de Luna; Wincenty Kotz Dębna e Bartolomeo Vitelleschi. Sono considerati «pseudocardinali», in quanto tutti elevati alla porpora tra il 1440 e il 1449 dall'antipapa Felice V. Di tutt'altro genere la vicenda di Ardicino Della Porta il giovane, creato cardinale nel marzo 1489, tre anni dopo con il permesso del Papa si ritirò a vivere in solitudine, in un convento di camaldolesi. Venne richiamato a Roma per partecipare al conclave che elesse Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI. Subito dopo si ammalò e morì. Chiude l'elenco di questo secolo uno dei figli illegittimi di Papa Borgia, Cesare. Il padre Alessandro VI lo fece nominare vescovo e arcivescovo e quindi cardinale nel 1493. Cinque anni dopo chiese e ottenne dal padre la dispensa dalla vita ecclesiastica e depose la porpora cardinalizia.

«Incarico troppo alto per me»
Ferdinando de' Medici, quinto figlio maschio del granduca Cosimo I divenne cardinale nel 1563 ad appena 14 anni e mantenne l'ufficio anche dopo essere diventato granduca ma lo dovette abbandonare per sposare Cristina di Lorena nel 1589. Venne elevato alla porpora a diciott'anni, nel 1577, Abrecht von Austria figlio dell'imperatore Massimiliano II. Non volle mai essere ordinato prete o vescovo e lo stato clericale non ebbe alcuna influenza nel suo stile di vita. Completamente diversa la storia di Fernando de Toledo Oropesa, creato cardinale su richiesta del re Filippo II dal Papa Gregorio XIII nel concistoro del 21 febbraio 1578. Toledo declinò la nomina considerando la dignità cardinalizia «troppo elevata per lui». Il Papa accolse la sua istanze. Morì nel 1590 mentre teneva una predica.

Rinunce matrimoniali
Nel XVII secolo la lista è aperta da Maurizio di Savoia, avviato da bambino alla carriera ecclesiastica, divenne cardinale all'età di 15 anni nel 1607 e quindi vescovo di Vercelli. Prese parte al conclave del 1623 che elesse papa Urbano VIII e depose la porpora nel 1642 per sposare Ludovica di Savoia. Porporato assai giovane fu anche Ferdinando Gonzaga: anch'egli creato cardinale nel 1607, all'età di vent'anni. Amante del lusso e dello sfarzo, rinunciò alla porpora nel 1616 per assumere la guida del ducato di Mantova.

Camillo Francesco Maria Pamphilj, nipote di Innocenzo X, venne creato dallo zio nel concistoro del 14 novembre 1644. Lasciò il cardinalato nel 1647 per sposare Olimpia Aldobrandini, principessa di Rossano, vedova del principe Paolo Borghese. Mentre Jan Kazimierz Waza, secondo figlio di Sigismondo III Vasa, entrato nella Compagnia di Gesù dopo aver combattuto nella guerra dei Trent'anni, divenne cardinale per volere di Innocenzo X ma ottenne la dispensa per assumere il trono di Polonia e sposare la vedova del re Ladislao IV Vasa nel 1648. C'è poi Francesco Maria de' Medici, nominato cardinale nel 1686.

Nel 1709, quando ormai versava in pessime condizioni fisiche a causa degli eccessi di tutti i tipi a cui si era dedicato, ottenne la dispensa papale dal cardinalato per sposare, controvoglia, la giovanissima principessa Eleonora Luisa Gonzaga. Chiude il secolo Rinaldo d'Este, anch'egli creato nel 1686 da Papa Innocenzo XI, partecipò al conclave che nel 1689 elesse Alessandro VIII e a quello successivo del 1691 che elesse Innocenzo XII. Nel 1695 chiese di rinunciare alla porpora per succedere al trono di famiglia e preservare la casata d'Este al trono di Modena.

Decisioni meditate e costrizioni
Il primo del XVIII secolo a rinunciare è Gabriele Filippucci, creato cardinale nel 1706 da Clemente XI, nonostante il desiderio contrario del nominato. Presentò subito una formale rinuncia, e poco dopo il Papa la accolse. Si spense quello stesso anno. Un cardinale bambino fu Luis Antonio Jaime de Borbón y Farnesio. Clemente XII lo creò nel dicembre 1735, quando aveva solo 8 anni. Non prese parte, quanto era tredicenne, al conclave del 1740 che elesse Benedetto XIV. A ventisette anni, nel dicembre 1754, consapevole della mancanza di vocazione religiosa e del proprio comportamento libertino, rinunciò alla porpora, ottenendo come compensazione una pensione annuale proveniente dalle rendite dell'arcidiocesi di Toledo.

Ben più drammatica la storia di Vincenzo Maria Altieri, cardinale dal 1777, protodiacono e camerlengo dal gennaio 1798. In quell'anno Roma venne occupata dalle truppe napoleoniche che instaurarono la Repubblica Romana. Pio VI venne deportato in Francia come prigioniero e in quello stesso periodo Altieri si ammalò gravemente. Venne tenuto prigioniero nell'antico monastero delle convertite e al momento della sua deportazione fu costretto a rinunciare alla porpora. Il Papa accettò controvoglia la rinuncia. Altieri tentò di ritrattare la sua posizione dopo che Roma tornò nelle mani del Papa, ma morì poco dopo. Il Papa stabilì che gli fosse data sepoltura come cardinale.

Sorte simile toccò a Tommaso Antici, creato cardinale nel 1789, che rinunciò durante la Repubblica Romana napoleonica ufficialmente per malattia e vecchiaia. Morirà a Recanati nel 1812. Infine, l'ultimo porporato a rinunciare nel Settecento è il francese Étienne-Charles de Loménie de Brienne, cardinale dal dicembre 1788. Non ricevette mai la berretta e il titolo cardinalizio, perché decise di entrare nella politica attiva, divenendo presidente dell'assemblea dei notabili. Accettò la Costituzione civile del clero del 30 gennaio 1791 e fu nominato dal governo francese vescovo di Yonne. Dopo aver ricevuto un richiamo ufficiale da parte di Pio VI, decise di rinunciare al cardinalato e nel 1793 abiurò la fede cattolica.

«Depongo la porpora per farmi gesuita»
Due sono i casi nell'Ottocento. Marino Carafa di Belvedere, creato cardinale da Pio VII nel 1801, sei anni dopo rinunciò alla porpora per dare una discendenza alla sua famiglia nobiliare. Mentre Carlo Odescalchi cardinale dal marzo 1823 e arcivescovo di Ferrara, che partecipò a tre conclavi che elessero Leone XII, Pio VIII e Gregorio XVI, nell'ottobre 1837 si dimise da ogni incarico - in quel momento era Vicario di Roma - per farsi gesuita. Il 2 gennaio 1840 emise la professione religiosa entrando nella Compagnia e fece il predicatore nel Nord Italia. Morì l'anno dopo in odore di santità. L'unico caso del XX secolo è quello del porporato gesuita francese Louis Billot, cardinale dal 1911, teologo dogmatico neotomista. Dovette rinunciare alla porpora nel 1927, a motivo della sua attività in favore dell’Action Française di Charles Maurras, condannata nel 1926 da Papa Pio XI. Quello dello scozzese O'Brien è il primo caso del XXI secolo, anche con una formula inedita e senza precedenti: non rinuncia al titolo, ma ai suoi diritti e alle sue prerogative.