domenica 22 marzo 2015

Sconta pena doppia per errore Avrà uno sconto se riarrestato

Stefano Zurlo - Dom, 22/03/2015 - 08:21

Otto mesi di ingiusta detenzione non gli valgono neanche le scuse. Surreale «giustificazione» del pm: consideriamolo un bonus per il prossimo reato

La storia, anticipata ieri dal Quotidiano nazionale , ha un primo tempo, come dire, regolare, fra il 2009 e il 2010 quando l'africano sconta la sua condanna per furto e resistenza.
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L'ingresso dietro le sbarre avviene il 10 giugno del 2009, l'uscita è cerchiata sul calendario alla data de 1 marzo 2010. Tutto secondo routine. Il problema è che lo stesso meccanismo si rimette in moto nell'aprile 2013. Il pm Gatto emette un nuovo ordine di carcerazione e dispone l'arresto del marocchino che scatta inesorabile il 14 novembre 2013. Lui protesta, scrive lettere all'ufficio matricola del penitenziario, cerca di sollecitare un intervento delle autorità, ma va a sbattere contro un muro. Gli rispondono che tutti i carcerati dicono di dover uscire. Dunque, non lo prendono sul serio, anche se l'errore c'è.

È clamoroso. E solo una difesa svogliata e superficiale, per non dire altro, non si è accorta di nulla e ha taciuto. Così il ladruncolo si ritrova a contare i mesi e le settimane. Finché a Biella, dove Cheraouaqui viene spostato, capiscono che qualcosa non quadra. E il 6 giugno dalla casa circondariale piemontese parte una nota diretta all'Ufficio esecuzione. Il linguaggio è tecnico ma il tono, al di là delle formule burocratiche, è allarmato: «A parere di questo ufficio, nonostante alcune discrepanze presenti nell'ordine di esecuzione, verosimilmente il titolo attualmente in esecuzione parrebbe essere riconducibile alla suddetta carcerazione». Forse c'è stato un errore di trascrizione, una lettera sbagliata nel riportare il cognome irto di vocali e consonanti, ma lo scivolone ha provocato un piccolo disastro.


Gatto capisce e corre ai ripari: «Accertato che il condannato ha effettivamente espiato la pena dal 10 giugno 2009 al 1 marzo 2010», si dispone l'immediata scarcerazione. Con quel singolare nota bene in cui si tenta una spericolata operazione di aritmetica giudiziaria. Ora Piazza ha presentato un'istanza di riparazione per i 208 giorni di ingiusta detenzione. Cheraouaqi riceverà con ogni probabilità un indennizzo per quel che gli è capitato. Ma l'episodio, con i suoi risvolti paradossali e la sua coda sconcertante, non può non far riflettere. La giustizia, spesso lenta e impacciata, diventa prepotente e arrogante con i deboli, fino ad apparire ingiusta. E dà i numeri invece di arrossire ammettendo il passo falso.

Il posto a un rom costa 165mila euro

Redazione - Dom, 22/03/2015 - 07:00

La denuncia della Consulta contro le politiche del Comune per trovar loro lavoro

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I rom avvertono le istituzioni: se non si farà qualcosa per migliorare le loro condizioni, sono pronti a «mostrare il vero volto di Milano ai venti milioni di turisti in arrivo per l'Expo». E intanto annunciano una prima iniziativa: ad aprile partirà una raccolta firme per chiedere il riconoscimento dei rom come minoranza. Intanto però c'è la situazione di Milano dove proprio la questione dei campi nomadi è stata fin dalla campagna elettorale uno degli impegni dell'allora candidato Giuliano Pisapia. Non è andata come molti avevano sperato, convogliando a sinistra speranze e probabilmente anche un po' di voti.

Perché, si scopre, il Comune ne ha trasferiti molti nei centri di accoglienza dove dovrebbero essere aiutati a inserirsi nella società, ma «fino ad ora, stando a quanto dice l'assessore Granelli, hanno trovato un lavoro solo a 9 – spiega Dijana Pavlovic, portavoce della Consulta Rom e Sinti –. Se dividiamo i 5 milioni e 600mila euro spesi dal Comune per la questione rom, ognuno di quei posti è costato 165mila euro». E «anche noi saremmo d'accordo con Salvini sull'idea di chiudere i campi, sono il frutto di scelte politiche di decenni fa».

Il commento 2

Giannino della Frattina - Dom, 22/03/2015 - 07:00


Se i cristiani delle origini avessero chiesto di esser riconosciuti come minoranza e la libertà di riunirsi dentro le catacombe, oggi non ci sarebbe la cattedrale di san Pietro. E Papa Francesco non avrebbe quell'autorità e autorevolezza che gli concedono una posizione conquistata con il sangue dei martiri, i testi dei teologi e la vita quotidiana di generazioni di fedeli convinti che una verità vada testimoniata e non elemosinata.

E così Martin Luther King per gli uomini di colore non chiese un ghetto per sopravvivere, ma un sogno da rendere realtà. I have a dream urlò per trasformare la violenza di una discriminazione, nella dinamite per scardinarla. E oggi Barack Obama è presidente degli Stati uniti. Perché non c'è diritto concesso da Dio (o dalla Natura a seconda che si sia credenti o meno) che possa essere troppo a lungo violentato o conculcato. È solo una questione di tempo, come dimostra la storia dell'umanità.

Ecco perché è difficile capire chi oggi chiede quote rosa per difendere il diritto delle donne a essere rispettate o una gay street dove far circolare (e fare acquisti) gli omosex. Nemmeno fossero panda. Succede a Milano dove con entusiasmo la consigliera del Pd Rosaria Iardino, fiera esponente del mondo Lgbt (lesbo, gay, bisex, trans) taglia il nastro con il presidente dell'Associazione Gay street via Sammartini Felix Cossolo. Vien da chiedersi cosa sarebbe successo se un sindaco (magari di centrodestra) avesse imposto a negozi e locali gay friendly di aprire solo in una strada loro assegnata. Una rivoluzione (e giustamente) contro il ghetto.

Nessuna protesta, invece, se ad autoghettizzarsi sono gli stessi omosessuali con il nullaosta della giunta Pisapia. Certo un sospetto viene: non sarà che dietro il mondo gay ci sia un florido business che rende ricco qualcuno? E che dedicare una zona allo shopping e al divertimento omo, sia solo una strategia di marketing? Molto più di un sospetto, invece, come dimostra l'inchiesta su Mafia Capitale, il business sui campi rom che rende ricche le cooperative rosse, quelle del mondo cattolico di sinistra, ma anche ex fasci interessati solo al grano. Quei campi dove stranamente sono gli stessi rom a volersi chiudere, chiedendo il riconoscimento come minoranza. Ma anche diritti (senza doveri) che nessun italiano si è mai sognato di chiedere.

Antonio Di Pietro, un danno da 1,5 miliardi. Ma lui: "Non mi ricordo nulla..."

Libero
21 marzo 2015


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L’altro ieri sera, al minuto 104 della trasmissione Servizio pubblico di Michele Santoro (visionabile sul sito de La 7) si è verificata una scena da Mezzogiorno di fuoco. In tv l’imprenditore ed ex politico Chicco Testa illustra come migliorare il sistema degli appalti pubblici ed esclama: «Bisogna eliminare gli arbitrati!». Santoro chiede perché non si faccia:

«Perché il potere politico è molto debole, quanti ministri sono passati…», risponde Testa, cercando l’approvazione dell’ospite d’onore Antonio Di Pietro che di quel dicastero è stato al vertice dal 2006 al 2008 e in più occasioni, comprese molte interviste, aveva annunciato l’abolizione dei costosissimi giudizi privati «che non garantiscono trasparenza e penalizzano sempre la pubblica amministrazione». Ma l’ex pm l’altra sera non ha raccolto l’assist di Testa ed è rimasto immobile, con lo sguardo fisso davanti a sé.

In quel clima surreale da spaghetti western, ai due pistoleri del Fatto presenti in studio, Marco Travaglio e Marco Lillo, di solito infallibili nell’impallinare di domande il politico di turno, si è inceppata la favella. Ma una domandina, una sola, sarebbe stata opportuna. Visto che proprio il giorno prima la Corte d’appello di Roma ha inviato alla procura regionale della Corte dei conti gli atti di un lodo arbitrale che costa all’erario pubblico 1.258.990.183,91 euro, per la precisione.

Un giudizio privato fortemente voluto dall’allora ministro Di Pietro, nonostante il fermo parere contrario dell’Avvocatura dello Stato e dell’allora direttore generale dell’edilizia statale Celestino Lops. Quello strumento venne scelto per dirimere tre diversi contenziosi (costati in tutto alla pubblica amministrazione 1,5 miliardi di euro) con l’imprenditore Edoardo Longarini, riguardanti altrettanti piani di ricostruzione postbellica mai realizzati.

La Corte d’appello di Roma ha criticato la decisione di «attribuire a un collegio arbitrale il compito di liquidare un così rilevante danno, nonostante la sostanziale incensurabilità della decisione in sede giurisdizionale» e per questo ha chiesto l’intervento dei giudici contabili. Ovviamente, dopo che l’ordinanza del tribunale capitolino ha confermato il pignoramento di 821 milioni di euro del ministero delle Infrastrutture presso la Banca d’Italia, mettendo a rischio il trasporto pubblico locale (a cui erano destinati 600 milioni), 12 importanti opere pubbliche (tra cui la Torino-Lione) e 40 mila posti di lavoro (fonte lo stesso ministero), a noi un po’ di curiosità è venuta. E le domande che a Servizio pubblico hanno preferito risparmiare all’"amico" Di Pietro, abbiamo provato a rivolgergliele noi.

Ecco la trascrizione del brevissimo duello al sole. Buonasera onorevole Di Pietro, sono Giacomo Amadori, un giornalista di Libero. «Ah, sì, sì». La disturbo? «Mi dica, mi dica». Vorrei un suo commento sulla decisione della Corte d’appello di Roma di inviare gli atti del lodo Longarini alla Corte dei conti. «Non so nulla, sono in campagna a Montenero di Bisaccia». Rammenta i tre lodi Longarini? «Non mi ricordo niente, mi scusi». Erano quei tre arbitrati decisi quando lei era ministro. «Mi dispiace, ma non mi ricordo proprio niente». Ah, non se li ricorda? «Non so di che cosa sta parlando in questo momento. Mi ha beccato in campagna. Mi scusi. Buonasera».

L’implacabile fustigatore di costumi altrui ha completamente perso la memoria. Ripercorre nei dettagli la guerra che fece quando era ministro nei confronti di Ercole Incalza, l’ex capo della struttura di missione per le Grandi opere arrestato nell’inchiesta "Sistema" della procura Firenze, mentre di quegli arbitrati che sono costati all’erario pubblico 1,5 miliardi non ha reminescenze. Chissà se ora la Corte dei conti gli curerà queste amnesie. E se i giornali, sovreccitati per il rolex regalato al figlio dell’ex ministro Maurizio Lupi, dedicheranno almeno un trafiletto al racconto del buco miliardario causato anche da Di Pietro.

di Giacomo Amadori



Altro che Rolex, Di Pietro ci è costato 1,5 miliardi
Libero
20 marzo 2015

Maurizio Lupi ha gettato la spugna. Impossibile resistere oltre all’assedio di cui da giorni era vittima. Pur non essendo né indagato né sospettato di alcunché, il ministro delle Infrastrutture era oggetto di un’attenzione morbosa da parte di quasi tutta la stampa e all’unisono gli opinionisti dei giornaloni, anche quelli sempre pronti a tessere le lodi di chiunque stia al potere, ne hanno richiesto le dimissioni. Eh già, è davvero imperdonabile che chi maneggia i miliardi delle opere pubbliche abbia lasciato che una cooperativa pagasse il viaggio aereo da quattrocento euro alla propria moglie. E ancor di più lo è aver telefonato a un consulente del ministero per chiedergli che incontrasse il proprio figlio. Senza dire poi dell’abito su misura ricevuto in regalo o dell’orologio per la laurea del primogenito. Via dunque Lupi, che tenendo famiglia non può essere degno di ricoprire il delicato incarico affidatogli.

Ma per un Lupi che va c’è un Di Pietro che torna. (...)



Antonio Di Pietro, l'accusa dei giudici: a rischio 40mila posti di lavoro
Libero
21 marzo 2015


Alla fine il ministero delleInfrastrutture dovrà pagare 1,25 miliardi all’imprenditore Edoardo Longarini. Sull’unghia. Lo ha confermato il 18 marzo scorso la Corte d’Appello di Roma, rigettando il ricorso dell’Avvocatura dello Stato contro il pignoramento di 821 milioni e rotti di euro di fondi depositati presso la Banca d’Italia. In un momento in cui tanto si discute del vestito, del rolex o del biglietto aereo di cui avrebbero usufruito i famigliari del dimissionario ministro Maurizio Lupi (non indagato), la classica pagliuzza, i giornali italiani paiono poco interessati alla trave.

Ovvero al costosissimo arbitrato voluto dall’allora ministro Antonio Di Pietro per stabilire quanto lo Stato dovesse a Longarini per gli importanti lavori di ricostruzione «postbellica» che gli furono assegnati ad Ancona negli anni ’80 (anche se non vennero firmati i decreti di affidamento) e mai realizzati. I giudici romani Giovanni Buonomo, Laura Avvisati e Mauro di Marzio hanno stigmatizzato la «decisione, pure assunta autonomamente dall’Amministrazione istante (il ministero delle Infrastrutture ndr), di attribuire a un collegio arbitrale il compito di liquidare un così rilevante danno, nonostante la sostanziale incensurabilità della decisione in sede giurisdizionale». Una scelta che i tre togati ritengono «eventualmente sindacabile dal giudice contabile» e per questo hanno trasmesso l’ordinanza e i lodi arbitrali al procuratore regionale della Corte dei conti che dovrà decidere se la decisione di Di Pietro abbia rappresentato per le casse dello Stato un danno erariale.

Di certo ora il ministero dovrà versare 1,25 miliardi, dopo aver già pagato a Longarini, a causa di altri due giudizi privati (sempre decisi da Di Pietro), quasi 300 milioni. In quest’ultimo contenzioso l’arbitro prescelto dall’ex pm di Mani Pulite era stato l’avvocato Ignazio Messina, dal 2013 segretario dell’Italia dei Valori. Il legale di Longarini, il professor Giuseppe Greco, il vero artefice di questa vittoria processuale, non trova esorbitante la «multa»: «La cifra tiene contro dei danni subiti dalle società controllate da Longarini che sono state costrette al fallimento». Però l’imprenditore non ha mai realizzato i lavori. «Non per colpa nostra. Un pretore nel 1990 ordinò all’allora ministero dei Lavori pubblici di farli partire, ma l’amministrazione non ha mai adempiuto a quest’ordine e quindi siamo stati costretti a chiedere il risarcimento del danno».

Ora queste antiche colpe dei vari governi, aggravate dalla decisione di Di Pietro, rischiano di mettere a rischio l’intero comparto dei lavori pubblici, come anticipato nel proprio ricorso dall’Avvocatura dello Stato: «L’enorme importo della pronuncia di condanna, da valutare anche alla luce dell’attuale contingenza economica, caratterizzata dalla drastica riduzione della disponibilità finanziaria di pertinenza del ministero, rischierebbe di paralizzare l’esecuzione di opere pubbliche di rilevante interesse nazionale», oltre a determinare «la perdita di circa 40 mila posti di lavoro».

La difesa erariale per suffragare questa infausta previsione ha prodotto in aula una nota del 26 gennaio del 2015 con cui il direttore generale del dipartimento delle Infrastrutture Giovanni Guglielmi «evidenzia la possibilità che siano tagliate le disponibilità di cassa per l’anno 2015 in relazione a 12 progetti relativi ad importante opere pubbliche». Tra queste la contestatissima Torino-Lione, oltre agli investimenti per il miglioramento della rete ferroviaria e del materiale rotabile e a quelli per la manutenzione dell’Anas. Guglielmi in una relazione depositata in aula l’11 marzo scorso ha evidenziato pure un altro pericolo:

«Il rischio di un blocco dei finanziamenti al settore del trasporto pubblico locale a seguito del pignoramento eseguito il 27 gennaio di tutte le somme disponibili presso la Banca d’Italia (paria eruo 821.530.424,93) e non ancora idonee a coprire l’intero ammontare del debito». L’ingegnere Guglielmi, dopo l’ordinanza della Corte d’appello, con Libero, pare sconsolato: «Vediamo un attimo quello che si potrà fare con l’Avvocatura, il gabinetto del ministro e il dicastero dell’Economia. È una cifra talmente grossa. Lei si rende conto, sì? Impatta sul Pil». Gli chiediamo se davvero rischino i trasporti locali. La risposta è preoccupante: «Lei lo sa che hanno pignorato 821 milioni? Più di 600 di questi erano destinati a quel settore. Non possiamo più trasferire fondi».

E quindi sarà un macello? «Bravo». Eppure tutti adesso sembrano preoccuparsi solo del rolex e del vestito del ministro. «Eeeeeeh, lo sta dicendo lei. Comunque questa dell’arbitrato è una brutta vicenda, troppo brutta».

di Giacomo Amadori



Antonio Di Pietro, il conto lasciato dall'ex leader dell'Idv: pagheremo 1,2 miliardi per un'opera mai fatta
Libero
19 marzo 2015


Nel silenziogenerale nei giorni scorsi alla Banca d’Italia è stato recapitato un atto di pignoramento per un importo miliardario, causato da una sentenza di condanna dello Stato nei confronti in un imprenditore marchigiano. La cifra reclamata dal creditore è di 1,2 miliardi, interessi esclusi. L’Avvocatura dello Stato ha chiesto la sospensione del pagamento, poiché dall’esecuzione potrebbe «derivare grave e irreparabile danno». La Corte di appello di Roma dovrà decidere nelle prossime ore se sospendere questo salasso o costringere il debitore, il ministero delle Infrastrutture, a pagare sull’unghia un importo che da solo vale una piccola manovra finanziaria.

Un vagone di banconote da 500 euro che potrebbe far passare in secondo piano persino l’inchiesta di Firenze sulle Grandi opere. Sarà per questo che a qualcuno non sono andate giù le interviste rilasciate l’altro ieri dall’ex ministro Antonio Di Pietro, in cui ha dichiarato, urbi et orbi, di essere stato l’unico ad avversare Ercole Incalza, il grand commis arrestato lunedì per le presunte irregolarità negli appalti pubblici. Infatti nel vecchio dicastero di Di Pietro sono in molti ad attribuirgli la responsabilità di quel pignoramento miliardario. Un debito che secondo l’Avvocatura dello Stato e altri esperti avrebbe potuto essere meno oneroso.

Ma partiamo dall’inizio. Negli anni ’80 l’imprenditore Edoardo Longarini ottiene la concessione per la ricostruzione postbellica (per la verità un po’ ritardata) di Ancona, Macerata e Ariano Irpino e con la sua Adriatica costruzioni propone opere per centinaia di miliardi di lire in regime di monopolio. Successivamente lo Stato, adducendo la mancanza di fondi, si rifiuta di emettere il decreto di affidamento per quei lavori. Inizia una lunghissima querelle giudiziaria. Nel 2005 la Corte d’appello di Roma, per quanto riguarda i lavori di Ancona, dopo l’ennesimo rimpallo, ordina al ministero «di risarcire a Longarini Edoardo i danni (…) nella misura che sarà determinata in separato giudizio».

A questo punto bisogna stabilire il dovuto per quei lavori mai fatti. Le strade sono due: attendere un’ulteriore causa civile a costo zero e con tempi più lunghi o rivolgersi a un dispendioso e più solerte collegio arbitrale. Nel giugno 2006 Longarini, attraverso i suoi legali, chiede una convezione d’arbitrato ad hoc. Celestino Lops, allora direttore generale per l’edilizia statale, paventando l’intervento della Corte dei conti, interroga il ministro Di Pietro: «Considerata la delicatezza della questione, si chiede un indirizzo in ordine all’accettazione della proposta» scrive. Per lui ci sono rischi concreti di una contestazione di danno erariale. Per poi annotare a mano: «25 luglio 2006, ore 12.50: conferito telefonicamente con il capo di gabinetto, Vincenzo Fortunato, che mi ha espresso il parere favorevole del signor ministro».

L’anno successivo Longarini torna alla carica con la richiesta di un altro giudizio privato, questa volta per la vicenda di Macerata. Il 25 giugno 2007 il ministro, senza attendere il parere dell’Avvocatura dello Stato, sceglie il proprio arbitro di fiducia: l’avvocato Domenico Condello, dipietrista doc. Il giorno successivo l’avvocato dello Stato Marco Corsini contraddice Di Pietro e “declina”, come gli consente la legge, la competenza arbitrale, perché «è un giudizio sempre sfavorevole per l’amministrazione, soprattutto in controversie di così grande valore». Ma il 3 luglio il collegio è già costituito, contro l’avviso tecnico-processuale dell'Avvocatura. «Fu il ministro Di Pietro in persona a prendere questa decisione e lo fece in tempi così rapidi da vanificare la declinatoria e tutte le eccezioni che avevo sollevato. Una celerità che non avevo mai sperimentato nella mia esperienza professionale.

Senza contare che il ministro nominò subito l’arbitro privato di sua competenza, senza consultarsi, com’è prassi, con i legali dello Stato» dichiarò Corsini al cronista. Dopo pochi mesi il collegio viene sciolto per le dimissioni del presidente e i contenziosi di Macerata e Ariano Irpino vengono accorpati. L’arbitro del ministero diventa l’avvocato Ignazio Messina, che nel 2013 diventerà segretario dell’Italia dei Valori. È evidente che a Di Pietro piace fare tutto tra amici. «In fondo se bisogna pagare le odiose parcelle, è meglio che a giovarsene siano uomini integerrimi come i dipietristi» deve aver pensato l’ex mastino di Mani Pulite. Che nel settembre 2007, in un’intervista, dichiarerà guerra al sistema arbitrale che costa 250 milioni l’anno di onorari e «che non garantisce trasparenza e penalizza sempre la pubblica amministrazione».

In effetti tra il 2009 e 2011 il collegio arbitrale chiamato a dirimere la questione di Macerata e Ariano Irpino dà torto al governo e ordina allo Stato di pagare quasi 300 milioni di euro, pronto cassa. A quel punto resta in sospeso solo l’arbitrato di Ancona. Nel luglio del 2012 il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, con una direttiva interna, sconsiglia fortemente questa forma di risoluzione dei contenziosi e ne evidenzia «l’elevato costo per compensi e la pressoché totale soccombenza delle amministrazioni pubbliche».

Mentre gli arbitri stanno per spedire al ministero il nuovo conto da 1,2 miliardi, il governo fa approvare e convertire in legge un decreto che amplia retroattivamente le ipotesi di impugnabilità dei lodi. E così quando arriva la sentenza arbitrale, l’Avvocatura prova a opporsi utilizzando la nuova legge, ma il ricorso viene considerato inammissibile. Gli azzeccagarbugli dello Stato non si arrendono e si rivolgono alla Cassazione per contestare la decisione. In mezzo gli avvocati di Longarini chiedono l’esecuzione forzata e il pignoramento miliardario del malloppo dai forzieri della Banca d’Italia; l’immediata contromossa della difesa erariale è quella di rivolgersi alla Corte d’appello per far sospendere il pagamento, in attesa della pronuncia della Cassazione.

Il difensore di Longarini, il professor Giuseppe Greco, non condivide il tentativo disperato dello Stato di non pagare: «Vorrebbero ridiscutere la causa nel merito e far accogliere le proprie doglianze, ma il procedimento giudiziario è definito e intervenire con leggi retroattive nei processi, come si è tentato di fare, è anticostituzionale e va contro quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo». Ma lo Stato ha fatto appello al rischio di «danno irreparabile», sta piangendo miseria:

«Il pagamento di una somma di denaro, tanto più da parte di uno Stato non al collasso, non può essere considerato irreparabile. Un miliardo è molto, ma al ministero ci sono stanziamenti per 12-13 miliardi l’anno. E poi con la logica del rischio di fallimento tutte le aziende private potrebbero smettere di pagare il dovuto. Ma questo non è consentito: per esempio dopo il lodo Mondadori il tribunale ha costretto la Fininvest a pagare centinaia di milioni. Forse lo Stato avrebbe dovuto pensare prima a chiudere questo contenzioso e ad accantonare le somme necessarie per provvedere a pagare il proprio debito, senza lasciarlo lievitare per 25 anni».

di Giacomo Amadori

Ugo Sposetti: "Sono l'agenzia di collocamento degli ex Pci"

Libero
21 marzo 2015

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Il nome del senatore del Pd Ugo Sposetti, 68 anni, ex tesoriere dei Ds, è citato nelle carte dell’inchiesta sulle Grandi opere della procura di Firenze e dei carabinieri del Ros per un versamento che l’indagato Giulio Burchi, l’ex presidente di Italferr (società del Gruppo Ferrovie dello Stato) gli avrebbe fatto su un conto corrente. «Sarà stato un bonifico a favore delle campagne elettorali o delle fondazioni del Pd e delle loro iniziative politiche e culturali» prova a ricostruire con Libero.

Quel versamento quindi non era per lei? «A me che mi servono i soldi di Burchi? Questa cosa è una sciocchezza totale. I politici sono tutti tracciati. Lasci perdere».

Per chi era quel versamento dell’ottobre del 2013?
«Tesoro mio non sono mica un juke-box… io ho sempre raccolto offerte per le fondazioni, quei soldi vanno là. Giro sempre con i tagliandini con iban e codice fiscale delle fondazioni da sostenere».

Anche oggi ha con sé la mercanzia?
«(si accende) Ho tutto. Se la incontro quanto meno 100 euro li deve mandare».

A chi?
«All’associazione Enrico Berlinguer. Oppure alla fondazione Cespe che risale agli anni ’70 ed era del Pci. E poi ho i fogliettini del 5 per mille della fondazione Gramsci. Da anni raccolgo risorse per queste benefiche istituzioni».

Le fondazioni non sono sempre benefiche… «C’è di tutto. È fisiologico in un paese come il nostro. Però se lei si collega sul sito dell’associazione Enrico Berlinguer o della Notte rossa vede quante iniziative fanno queste fondazioni, nate dopo la formazione del Pd».

Burchi i versamenti li faceva a nome proprio o a nome di Italferr?
«Questo non lo so. Spero che li abbia fatti a nome suo. Se poi Burchi ha una sua società personale, essendo un professionista, poteva fare le donazioni con quella, rispettando le regole».

Nell’indagine di Firenze lei è citato anche per alcune raccomandazioni. Per esempio si è impegnato per trovare lavoro all’ex parlamentare Massimo Marchignoli.
«E allora? Era rimasto senza impiego. Se le servisse, aiuterei anche lei…».

Nelle intercettazioni si lamenta perché deve occuparsi solo di trovare posti di lavoro… «Purtroppo è così».

Si è stancato di farlo? «No, non mi scoccia. Facendo attività politica da 45 anni, ho incontrato tanta gente e nel partito chi rimaneva senza lavoro diceva: sentiamo Sposetti se ci aiuta. E allora? Ho fatto peccato?»

Quando dice che lei ha sostituito il vecchio Pci che cosa intende?
«Che mi devo occupare di tutto il personale che è rimasto. Ho dovuto metterlo anche in cassa integrazione».

Però lei si è preoccupato soprattutto di un ex deputato con vitalizio… «Vede che dice cazzate. Marchignoli è senza reddito perché non ha l’età per la pensione. A lui, tra l’altro, non sono nemmeno riuscito a trovare un posto».

Sarà perché lei gli cercava un incarico di prestigio, dentro a un cda…
«Nella sua vita Marchignoli ha fatto anche il presidente di municipalizzata. Purtroppo ora per trovare un posto non basta la professionalità, ma serve una laurea. Pure io non ho mai sostenuto un esame all’università eppure non mi vergogno di questo e credo di saper fare il mio lavoro».

E ora fa solo l’ufficio di collocamento? «No. Faccio anche altre cose. Per esempio a Burchi chiedevo pure soldi e non è che fosse molto magnanimo quell’uomo».

Gli ha chiesto denaro anche per le campagne elettorali?
«Quando sono stato candidato ho cercato soldi per la mia».

E lui quanto le ha dato?
«Non so, forse niente. Da quello che ricordo l’uomo ha il braccino corto».

Oltre a Burchi chi conosce di Italferr? Quell’azienda sembra un fortino degli ex Ds. «Io Burchi non l’ho conosciuto in Italferr. Non c’entra niente. Lui è stato anche con Gabriele Albertini all’Atm di Milano».

Come vi siete incontrati? «È successo una quindicina di anni fa, era un professionista iscritto ai Ds a Modena. Solo ultimamente si è intensificata la frequentazione. Spesso quando veniva a Roma e aveva un’ora libera mi chiamava per un caffè. È uno che parla molto, come si intuisce dalle intercettazioni».

Nell’inchiesta di Firenze ci sono diversi indagati del suo partito. Il consigliere regionale emiliano Vladimiro Fiammenghi lo conosce?
«Sì, ma non ho capito che cosa avrebbe combinato».

Insieme con l’ex assessore Alfredo Peri è accusato di corruzione per aver promesso all’ingegnere Stefano Perotti (uno degli arrestati ndr) di fargli dirigere i lavori dell’Autostrada Cispadana.
«Ma poi lo hanno fatto il direttore?».

Per la verità la Cispadana deve ancora partire. «(Ride) E allora dove sta la corruzione? (Continua a ridere)».

Conosce l’ex presidente di Italferr Maria Lorenzetti?
«Sì e penso che sia pulita».

Ha già subito una condanna per la sanità umbra, quando era presidente della Regione, e un rinvio a giudizio per la Tav fiorentina.
«Per una che ha governato per tanti anni, una condanna ci sta pure. Di primo grado poi…».

Nell’inchiesta è indagato anche l’ex sottosegretario diessino Antonio Bargone. «Altro grande professionista. Lo conosco da anni».

Non mi sembra molto convinto della solidità di questa inchiesta.
«Se lei mi dice che Fiammenghi e Peri sono indagati per una promessa, magari una millanteria, mi chiedo: dove sta la corruzione? Mi pare che in questa storia non sia girato un euro».

Ci sono i versamenti di Burchi a lei…
«(Ride) Quindi il corrotto sono io?»

Per gli inquirenti lo sono alcuni suoi compagni.
«Io non sono un pm, ma un garantista. Sempre».

Non ha peccati da confessare? Rimorsi?
«Forse dovrei andare in pensione e invece continuo a lavorare».

Quando è entrato in Parlamento?
«Per la prima volta nel 1987. Sono da rottamare».

Questo è il mantra di Matteo Renzi. Che cosa pensa del premier?
«Siamo entrambi tifosi della Fiorentina».

Non sarà mica diventato renziano? «Se lo ripete la querelo».

di Giacomo Amadori