venerdì 20 marzo 2015

Gli impiegati del 118 e le auto-telefonate: caricavano le schede

Corriere della sera
di Giulio De Santis

La Procura: processate quei sette, dal centralino chiamavano i loro cellulari e quelli delle mogli

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ROMA - Incollati al telefono per ore a parlare con loro stessi. È l’uso fatto con le linee dell’Ares da sette impiagati del 118, accusati di aver tenuto occupato il numero riservato alle emergenze sanitarie per ricaricare la scheda telefonica dei cellulari. Ora i dipendenti dell’azienda rischiano di finire sotto processo con l’accusa di peculato dopo la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal pubblico ministero Attilio Pisano.
Un utilizzo oltretutto gravemente inopportuno, considerando che gli imputati avrebbero dovuto lasciare libere linee del 118 per rispondere alle telefonate dei cittadini che chiamavano per chiedere l’intervento di un’ambulanza o ricevere un consiglio medico. C’è chi come Massimo Moscatelli sarebbe arrivato a farsi accreditare 896euro su due diverse carte sim a lui riconducibili. Altri si sarebbero limitati ad addebitare sul conto dell’Azienda Regionale per le Emergenze Sanitarie somme più contenute, oscillanti tra i sessanta e i duecentosessanta due euro.

Alcuni degli imputati hanno già saldato le proprie pendenze amministrative, pagando le sanzioni decise dalla Corte dei Conti, che ha chiesto loro conto del grave danno erariale infliggendo il pagamento di cifre che sono arrivate fino a tremila euro. Condanne esemplari, considerando che gli addebiti contestati dalla procura ai centralinisti sono stati per cifre mai superiori ai centocinquanta euro.

Le telefonate «incriminate» risalgono all’inverno del 2011, quando all’improvviso le bollette dell’Ares aumentano senza ragione. Scattano le indagini, vengono acquisiti i tabulati telefonici ed emerge che i sette dipendenti hanno l’abitudine di rimanere incollati al telefono chiamando se stessi. Qualche volta, invece che digitare il proprio numero di telefono, compongono quello della moglie o della compagna. L’aspetto più sorprendente scovato dagli inquirenti è che alcuni adottano in quel periodo una tariffa telefonica ad «hoc» perché prevede l’accredito di una somma di denaro quando si ricevono chiamate.

20 marzo 2015 | 08:38

Noi, assediati e troppo timidi

Corriere della sera

di Ernesto Galli della Loggia

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Destabilizzare tutti gli assetti politico-statali del mondo arabo; impadronirsi di quell’immenso spazio geopolitico instaurandovi un potere ispirato all’islamismo radicale; da lì muovere a uno scontro con l’Occidente, preliminarmente messo sulla difensiva e impaurito dall’azione di nuclei terroristici reclutati nelle comunità musulmane al suo interno. Davvero si corre troppo con la fantasia attribuendo un disegno del genere alla galassia della jihad che mercoledì a Tunisi ha compiuto la sua ennesima impresa sanguinaria? Davvero significa dare corpo a dei fantasmi? Bisogna vedere: chi l’avrebbe detto nel gennaio del 1933 che quel tizio esagitato appena nominato cancelliere della Germania avrebbe effettivamente cercato di realizzare i suoi fantastici propositi di sterminio, mettendo a ferro e a fuoco il mondo? Eppure allo scoppio della Seconda Guerra mondiale mancavano neppure sette anni.

Il messaggio che viene da Tunisi è chiaro: per il nostro Continente si avvicina una prova decisiva. Siria, Libia, Tunisia, cioè la sponda meridionale del Mediterraneo, cioè il confine marittimo dell’Unione. Come non accorgersi che prima che agli Stati Uniti è a lei, a noi, che è rivolta la sfida islamista? Dunque le imprevedibili accelerazioni della storia impongono oggi all’Europa ciò a cui essa si è finora sempre rifiutata: di essere un soggetto politico vero. Vale a dire con una vera politica estera; con un vero esercito. E con veri capi politici: gli unici che nei momenti cruciali possono fare scelte coraggiose, costruendo altresì intorno ad esse il consenso necessario.

Non c’è tempo da perdere. Per far fronte alla feroce determinazione dell’islamismo radicale, alla sua capacità di penetrazione, la politica deve innanzitutto prepararsi all’impiego della forza. La si chiami come si vuole per non turbare i nostri pudori lessicali - operazione di polizia internazionale, missione di pace ( sic !) o che altro - l’importante è capirsi sulla sostanza. Così come è necessario che l’Europa si convinca - e convinca gli Stati Uniti - a dire con chiarezza all’Arabia Saudita, al Qatar e a qualche altra monarchia del Golfo che il loro doppio gioco non può continuare a lungo: che esse non possono con una mano fare lauti affari con l’Occidente, e con l’altra finanziare chi uccide a sangue freddo i suoi cittadini. Un Islam antijihadista peraltro esiste: noi dobbiamo sia aiutarlo con più determinazione a non divenire ostaggio del terrore (è il caso della Tunisia), sia abituarci a chiederne l’aiuto prezioso che può offrirci.

20 marzo 2015 | 08:17

L’agognato bottino di guerra

Corriere della sera

di Aldo Grasso

Per risolvere alla radice i problemi della Rai bisognerebbe privatizzarla e smetterla con le lagne della «più grande azienda culturale del Paese», della sua missione di informare, divertire, educare. È finita quell’epoca, è pura nostalgia. Questa provocazione ha il solo scopo di rammentare in quale palude politica, legislativa ed editoriale si trovi Viale Mazzini, e non da ora. Perciò va riconosciuto al governo Renzi di aver ieri avviato l’«esame Rai» (la discussione continuerà nel prossimo Consiglio dei ministri), di aver trovato il coraggio di voler mettere mano a una materia che scotta e a un’azienda che giorno dopo giorno sta perdendo fisionomia, capacità realizzativa, funzione sociale. Da tempo, la Rai è solo bottino di guerra dei partiti e la sua capacità di incidere sull’identità nazionale è quasi del tutto svanita e, spiace dirlo, programmi interessanti se ne vedono sempre meno.

Se pensiamo che la democrazia conti ancora qualcosa, e se questo significa che i cittadini debbano essere ancora connessi a una qualche «sfera pubblica» attraverso i media «generalisti», allora è difficile, pur consapevoli di tutte le sue debolezze, mettere completamente da parte il modello del servizio pubblico. Per questo, prima di ogni iniziativa sarebbe stato opportuno chiarirsi cosa significhi oggi «servizio pubblico», sfilando la discussione da ogni retorica aziendale o dalla burocratica ideologia degli organismi europei.

Dalle prime informazioni sulla riforma Rai, c’è qualcosa che non torna. G iusta l’idea di un amministratore delegato con pieni poteri, di una guida manageriale vera, come quella di un «grande player internazionale». Era ora. Difficile trovare il grimaldello legislativo per nominarlo (se lo nomina il governo torniamo agli anni pre-riforma, 1975, se lo nomina il Parlamento siamo punto a capo), bisognerà inventarsi un solido espediente. La strada maestra rimane quella di Bbc, la tv pubblica inglese, che dipende da un trust indipendente.

Ma, come per le authority, quanto ci metterebbe nel nostro Paese un’ipotetica struttura similare a risentire delle correnti e dei partiti, sia pure in forma indiretta? Così come appare un po’ bizzarra l’idea di un cda di «specialisti» (uno per ogni settore) nominati dal governo e dalle Camere. Giusta l’intenzione di semplificare i processi decisionali, di identificare con chiarezza responsabilità e ruoli, di separare gestione e controllo (in azienda ci sono migliaia di regole che asfissiano ogni produzione). Giusta la volontà di ridimensionare il ruolo della Commissione di vigilanza riportandola a una funzione di watchdog (cane da guardia).

La parte meno convincente, però, è quella editoriale. Intanto bisogna chiarire che la Rai non ha tre canali, ma 15, ed è su quella misura che bisogna ragionare. La ristrutturazione degli obiettivi e delle linee editoriali delle tre reti generaliste, differenziate e specializzate, ragiona lungo criteri ancora analogici, smentiti ogni giorno dalle pratiche di visione di spettatori che si muovono in un panorama ben più complesso. La Rai opera su vari gradi della filiera, dalla produzione (di fiction e news) all’emissione di Rai Way; ancora, si intreccia al di là della tv con altri media, dalla radio sempre dimenticata al web e al digitale, in un sistema pienamente convergente. Una riorganizzazione profonda non può non tenerne conto.

O prendiamo il caso della rete senza pubblicità, una Raitre culturale e di «solo» servizio pubblico: come dimostrano simili recenti esperienze francesi e spagnole, in un attimo la rimozione degli spot può diventare uno strumento punitivo, una condanna alla ghettizzazione. E poi cosa vuol dire «culturale», o cosa si intende per «linguaggi innovativi»? Un bel varietà di Fiorello non è cultura? Al di là delle regole, un Servizio pubblico è fatto di contenuti, di immaginari, di creatività. Tutti elementi di cui nessuno si occupa, nell’illusione che in Rai esistano ancora.

13 marzo 2015 | 08:43

La felicità spiegata in dieci meme (più uno)

La Stampa
carola frediani

La felicità spiegata in dieci meme (più uno)
Si è molto discusso, anche di recente, se internet e il mondo digitale in genere rendano più liberi o più controllati; più intelligenti o più stupidi; con più lavoro o con meno. Forse non si è parlato allo stesso modo di Rete e felicità. Secondo un recente studio americano gli Stati più connessi, almeno tra quelli a stelle e strisce, sarebbero anche i più felici. D’altra parte, ancora si sprecano gli editoriali secondo i quali le nuove generazioni, i nativi digitali, sarebbero condannati a un destino di infelice iperconnettività.

In attesa di trovare ricerche e parole risolutive sul tema abbiamo raccolto alcuni internet meme sulla felicità. I meme sono frasi, contenuti multimediali particolarmente virali in Rete. A volte molto sarcastici o di un humour nero. Altre volte esageratamente zuccherosi. Eccone una decina.

1) La felicità è anche cercarla dove meno te lo aspetti.


(via memecenter.com)

2) Gli scettici ci sono sempre sia chiaro.


(via http://cheezburger.com)

3) Ma ad alcuni basta poco per essere felici.


Tipo...una connessione Wi-Fi gratuita?
(via http://cheezburger.com/7823211264)

4) Poi il genere romantico nerd.


“Felicità è… quando la tua persona preferita ti manda subito un messaggio in risposta”
(via https://www.facebook.com/SadnessandHappinessMeme)

5) Un super classico.


“Cuccioli antidepressivi”
(via http://cheezburger.com/6721389824)

6) Su internet la felicità è anche l’arte del trolling.


(via cheezburger.com)

7) Andando su un genere più soft...


“Felicità è… Non dover mettere la sveglia per il giorno dopo”
(via lastlemon)

8) Stesso concetto ma diverso stile.


“Quel momento quando esci dal lavoro” 
(via http://funnyand.com/)

9) Infine dei meme più delicati.


“Felicità è l’abbraccio di una mamma”, ovviamente.
(via lastlecom)

10) Ma anche solo….


Un libro, un tè, un po’ di pace… Basta poco ma per molti è già tanto.
(via http://gmhsmediactr.tumblr.com)

11) Infine, non poteva mancare il meme motivazionale.


“Sii la persona che il tuo cane pensa che tu sia”.