giovedì 19 marzo 2015

Aquaris E4.5, la prova interattiva del primo Ubuntu Phone

La Stampa
antonino caffo

Prodotto dalla spagnola BQ, segna il debutto del nuovo sistema operativo mobile. Buone prestazioni e prezzo interessante ma per raggiungere Android c’è molto da lavorare

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BQ ha presentato Aquaris E4.5 Ubuntu Edition durante l’ultimo Mobile World Congress. La casa iberica ha colto al volo l’occasione per realizzare un prodotto che a suo modo entrerà nella storia per essere il primo sul mercato a montare una versione ottimizzata per gli smartphone di Ubuntu, la distribuzione più famosa di Linux sviluppata da Canonical. In tempi in cui nel settore della telefonia mobile regnano mostri sacri quali Apple, Google e Microsoft, Ubuntu cerca la sua fetta di gloria puntando tutto sulla comunità di appassionati di Linux e del software libero. [Continua sotto]

L’Aquaris E4.5 Ubuntu Edition è identico alla versione E4.5 con Android uscita nel 2014: uno schermo da 4.5 pollici, un processore Cortex A7 quad-core a 1.3 GHz, 1 GB di RAM e memoria interna da 8 GB con possibilità di usare microSD fino a 32 GB. C’è il supporto al dual sim con il 3G (niente LTE) e la batteria da 2.150 mAh permette di arrivare a sera senza troppi problemi. Discreto il comparto fotografico con una camera posteriore da 8 Megapixel con doppio flash led e una frontale da 5 Megapixel; non mancano il Wi-Fi, Bluetooth 4.0, GPS e la radio FM.

La particolarità del dispositivo è quella di far girare le app realizzate con il linguaggio HTML5, lo stesso con cui vengono create le pagine web moderne; in questo modo si riduce la dimensione dei programmi senza intaccarne la qualità. Le app in HTML5 sono anche il motivo per cui l’Ubuntu Store è ancora privo di tanti software famosi in attesa che gli sviluppatori li convertano nel nuovo codice. Il prezzo di vendita del telefono è di 169,90 euro e per il momento si può comprare solo online assieme ad una serie di accessori.

Dopo averlo utilizzato per un po’ non si può certo dire che Ubuntu Phone sia un sistema operativo completo. Sono ancora tante le incertezze e i rallentamenti riscontrati nell’uso quotidiano che assieme ad una sovente sovrapposizione tra i comandi touch restituiscono un prodotto su cui Canonical dovrà lavorare ancora molto. La sensazione è che il team abbia rilasciato un ecosistema perfetto per gli esperimenti degli sviluppatori, meno per gli utenti finali. Un po’ quello che sostenevano i critici di Android quando parlavano di un’interfaccia interessante ma ancora acerba per contrastare Apple e Windows Mobile. Nel giro di qualche anno è cambiato tutto e non è detto che la prossima rivoluzione nel mondo degli smartphone e tablet non possa arrivare proprio dal pinguino più amato dai nerd.

USB Type-C e USB 3.1 (Gen 1) sono arrivate sul mercato

La Stampa
andrea nepori

Il numero di prodotti che ne fanno uso, ad oggi ancora limitato, è destinato a crescere rapidamente. Ecco quali vantaggi offrono i nuovi standard per il trasferimento dati e la ricarica dei dispositivi del prossimo futuro

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Lunedì 9 marzo Apple ha introdotto il suo nuovo MacBook, il primo portatile di “alto profilo” ad utilizzare una porta USB Type-C e le recenti specifiche USB 3.1 (Gen 1). A ricordare a tutti che la nuova tecnologia non è un’esclusiva Apple ci ha pensato Google, che due giorni dopo ha presentato un aggiornamento del suo ChromeBook Pixel dotato della medesima porta.

Allo sviluppo di USB Type C hanno contribuito tutti i pesi massimi del settore. Apple e Google, appunto, ma anche Intel, Microsoft, HP, Foxconn e molte altre aziende. E se ci sono le basi per ritenere che il connettore USB Type-C sia stato concepito nei laboratori di Cupertino, di certo la finalizzazione dello standard è stato uno sforzo condiviso.

La più recente e versatile incarnazione dello standard USB mette d’accordo tutti, insomma: connettore reversibile e più sottile, possibilità di gestire il trasferimento dati a velocità maggiori, ricarica e uscita video digitale con un’unica porta. Un futuro in cui potremo ricaricare smartphone, table e portatili con un solo cavo non è lontano. USB Type C e USB 3.1 (Gen 1) non sono sinonimi, però, ed è necessario fare un po’ di chiarezza per capire meglio le caratteristiche dei nuovo standard e i vantaggi che comportano rispetto ai suoi predecessori.

USB 3.1 (Gen 1)
La cosa più importante da mettere in chiaro è che i termini USB 3.1 e USB Type-C non indicano la stessa cosa. Con “USB 3.1” si indicano le specifiche, ovvero l’insieme della caratteristiche tecniche della più recente versione dello standard. USB Type-C indica fisicamente la porta e i connettori reversibili, quelli che Apple e Google hanno adottato sui loro nuovi portatili. Specifiche e connettore non sono indissolubili. Potranno esistere, ad esempio, connettori USB Type-C che utilizzano le specifiche di USB 2.0.

La decisione di non associare univocamente il tipo di connettore alla versione USB 3.1 può generare confusione, ma è la normale procedura. Inoltre in questo modo i produttori di smartphone e altri dispositivi mobili possono rendere compatibili i propri prodotti con il connettore USB Type-C senza dover per forza sobbarcarsi i costi per l’implementazione della compatibilità elettronica con USB 3.1.

Da 3.0 a 3.1: per ora cambia poco
Da un punto di vista tecnico a oggi USB 3.1 Gen 1 altro non è che USB 3.0, lo standard precedente, rinominato in maniera retroattiva. Anche in questo caso la decisione dell’USB Implementers Forum (USB-IF, il consorzio che soprassiede la stesura degli standard USB) sembra fatta apposta per confondere i profani. Tuttavia ha senso, perché le differenze fra USB 3.1 Gen 1 e USB 3.0 sono talmente poche e trascurabili da non giustificare una separazione netta fra le due specifiche.

Il vero “nuovo” standard USB è il 3.1 Gen 2, che ad oggi non è ancora arrivato: promette velocità nominali di trasferimento dati fino a 10 Gbps, il doppio rispetto a USB 3.1 Gen 1 (o 3.0 che dir si voglia) più una serie di migliorie rispetto alle versioni precedenti.  La diffusione di USB 3.1 Gen 1 e dei connettori USB Type-C sarà rapida perché i controller USB 3.0 presenti sui chip dei maggiori produttori sono già compatibili con USB 3.0, mentre nel caso di USB 3.1 Gen 2 l’adozione sarà funzionale al lancio di nuovi chipset compatibili. E’ lo stesso iter che ha seguito la diffusione di USB 3.0 negli anni scorsi.

Una questione di forma
Con il termine USB Type-C si indica invece il nuovo tipo di connettore. E’ più piccolo rispetto alle versioni micro, vanta aspirazioni di compatibilità universale ed è soprattutto reversibile: in altre parole non ci sarà più un “giusto verso” per collegare una presa USB al computer. La compatibilità con le precedenti versioni è totale, tramite adattatori.

USB Type-C introduce inoltre il supporto ad altre migliorie introdotte dall’USB-IF, precluse ai connettori USB Type-A, Type-B e micro-USB. I nuovi connettori forniscono fino a 100W di potenza, mentre il limite precedente era 10W, e per questo possono caricare dispositivi più grandi, come i portatili, o fornire l’alimentazione ad altre periferiche come monitor o stampanti.

Inoltre con USB Type-C è possibile utilizzare un’unica porta per gestire sia il trasferimento dati che l’uscita video, come già avviene sui nuovi MacBook (che hanno portato il concetto all’estremo, con l’eliminazione di tutte le altre porte) e ChromeBook Pixel 2.

Un connettore per caricarli tutti
La miniaturizzazione e la reversibilità sono caratteristiche condivise anche dai connettori Lightning, tecnologia proprietaria che Apple ha implementato su iPad e iPhone fin dal 2013. L’introduzione di USB Type-C potrebbe dunque convincere Cupertino ad assecondare la tendenza condivisa da tutta l’industria e adottare il nuovo connettore anche su iPhone e iPad. Il risultato, nel medio termine, potrebbe essere quello che in tanti auspicano da tempo: un’unico standard condiviso e accettato che permette di caricare dispositivi differenti con un solo cavo e un solo alimentatore.

Analisti ed esperti rimangono scettici, perché per Apple il vantaggio di mantenere il controllo sul connettore proprietario utilizzato sui propri dispositivi è allettante. D’altro canto, però, ci sono pressioni esterne difficili da trascurare: l’unificazione di cavi e connettori è un pallino di lunga data per la Commissione Europea, che dal 2009 spinge per l’adozione di USB-Micro su tutti i dispositivi portatili.

Apple non ha mai ceduto, ma l’ultima risoluzione in merito - datata marzo 2014 - costringe l’azienda ad adeguarsi entro il 2017. L’introduzione di USB Type-C, la cui superiorità rispetto al datato standard micro-USB è lampante, cambia le carte in tavola per tutti. Il nuovo connettore è la soluzione che potrebbe fare felici sia il legislatore che le grandi aziende, Apple in testa, per altro con vantaggi non trascurabili per tutti gli utenti. 

Svelato il mistero degli “animali più strani mai scoperti”

La Stampa

I ricercatori sono ora riusciti a ricostruire il loro “album” di famiglia e scoprire i vari legami di parentale con i mammiferi moderni.

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Risolto il mistero degli “animali più strani mai scoperti”, come li definiva Darwin: sono i mammiferi ungulati del Sudamerica estinti circa 10mila anni fa di cui finora non se ne conosceva l’origine. Dall’analisi delle proteine ritrovate sulle ossa fossili i ricercatori guidati da Frido Welker, dell’università britannica di York ne ha ricostruito su Nature l’albero genealogico rivelando una stretta parentela con i moderni cavalli.

Fino a circa 20mila anni fa il sud America era popolato da `bizzarri´ mammiferi come il Toxodonte, un gigante con il corpo da rinoceronte e la testa da ippopotamo, oppure il Macrauchenia, con il collo da giraffa, la testa da tapiro, e un corpo da cammello. Appena Charles Darwin, durante il suo lungo viaggio a bordo del Beagle, ne trovo i fossili li definì come i più strani animali mai scoperti.

Oggi vengono definiti come gli ungulati del sud America e sappiamo che il gruppo comprendeva circa 200 specie diverse. Nonostante i tanti rinvenimenti di fossili la loro storia evolutiva è ancora poco conosciuta, in particolare per la mancanza di campioni genetici `buoni´ da analizzare.

Usando un metodo nuovo, ossia studiando le proteine ritrovate sulle ossa fossili, i ricercatori sono ora riusciti a ricostruire “l’album” di famiglia degli ungulati sudamericani e scoprire i vari legami di parentale con i mammiferi moderni. Ciò che ne emerge è che i bizzarri ungulati estinti discendevano dal gruppo di mammiferi condylarthra ed erano `fratelli´ della famiglia degli attuali cavalli, tapiri e rinoceronti. La parentela con i mammiferi africani, come gli elefanti, era invece molto più lontana di quanto si era ritenuto finora.

(Fonte: Ansa)

Bari, citati in Tribunale 16 centenari Il più «giovane» ha 122 anni

Corriere della sera
di Mario Gerevini

Un abitante di Locorotondo vuole ottenere l’usucapione di alcuni immobili, e il suo avvocato ha convocato i proprietari. Nati tra il 1841 e il 1893. Difficile che si presentino 

La signora Apollonia Mandolla di Locorotondo, 174 anni, è citata in tribunale a Bari il prossimo 30 giugno da un certo Palmisano che vuole ottenere l’usucapione di alcuni immobili. Insieme a lei altri 15 compaesani sono chiamati in udienza. Il più giovane della banda dei vecchietti citati ha solo 122 anni. Si presenteranno? Lo scetticismo è palpabile negli ambienti giudiziari baresi.

La notificazione “per pubblico proclamo” sulla Gazzetta Ufficiale
La notificazione “per pubblico proclamo” sulla Gazzetta Ufficiale

«Ove essi non fossero più in vita»
Ma le cose sono state fatte per bene, fin troppo. L’avvocato di quel signore che vuole usucapire immobili posseduti da almeno 20 anni in modo continuativo e pacifico, ha applicato rigorosamente la procedura nell’avvisare i presunti proprietari (quasi tutti con il cognome Palmisano); quando però sono tanti e magari anche difficili da trovare, scatta la notifica per pubblici proclami. Ecco l’annuncio pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di sabato 14 marzo dove, per fortuna, è previsto anche il piano B: “ove essi non (fossero) più in vita” sono citati “i loro eventuali eredi”.
La lunga vita di Apollonia
Legalese di rito che non tiene conto delle carte d’identità. “Ove essi non più in vita”? Cioè è un’ipotesi? Un’eventualità? E’ contemplata la possibilità che Apollonia & c. siano, per dire, in Sudamerica o in Australia o a Las Vegas? E anche ammesso: leggeranno la Gazzetta Ufficiale online? La data di nascita è compresa tra il 1841 (c’era ancora il Regno delle Due Sicilie) e il 1893. Uomini e donne di altri secoli, bis-trisnonni sconosciuti che si ritrovano proiettati in una citazione in tribunale il 30 giugno 2015 mentre in altri tribunali si discute del diritto all’oblio su Google.
Troppi certificati da controllare
Esiste una soglia di età raggiunta la quale la morte è stabilita oltre ogni ragionevole dubbio? No, evidentemente. O forse l’avvocato ha avuto fretta di chiudere la pratica, evitando il controllo di 16 certificati di morte. Comunque, non si sa mai: se qualcuno dovesse incontrare la signora Apollonia l’avvisi, a voce alta.

Spesse pazze in Sicilia per i viaggi dei deputati: circa 40mila euro in 3 mesi

Anita Sciarra - Gio, 19/03/2015 - 10:15

Con l'entrata in vigore del decreto sulla trasparenza i rimborsi dei deputati sono on line. Da Roma al Qatar: ecco quanto ha dovuto sborsare la Regione Sicilia

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Spese pazze in Sicilia per i viaggi dei deputati regionali. Numerose le "gite istituzionali" a Roma e Milano, soprattutto week end, ma non mancano le missioni a Santiago di Compostela e in Qatar, per un totale di 37mila euro in soli tre mesi.

Quanto è stato invece sborsato precedentemente, non è dato saperlo: sul sito dell’Assemblea regionale siciliana sono stati pubblicati i dati relativi al rimborso spese delle missioni dei deputati, come previsto dal programma triennale per la trasparenza, voluto innanzitutto dal presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone. Ma, come spiega Il Fatto Quotidiano, il decreto sulla trasparenza è in vigore solo dal primo novembre 2014: dei dati relativi al passato non c'è traccia.

Il più "spendaccione" tra i parlamentari è proprio lo stesso Ardizzone che in tre mesi si è fatto rimborsare ben 7 missioni, principalmente a Roma, per le elezioni del presidente della Repubblica, ma anche all'estero: in Spagna (2.743 euro) per la conferenza dei presidenti delle assemblee regionali; ma pure a Doha in Qatar (3.233 euro). Ardizzone ha preso, infatti, parte alla spedizione siciliana inviata al Brand Italy, la prima esposizione del made in Italy nel paese arabo, costata alla Regione circa 700mila euro. Nella stessa occasione l'onorevole Pd Bruno Marziano, che in Qatar si è fermato due giorni in più, ha speso ben 5.038 euro.

Hanno preso parte agli incontri di aggiornamento sulle politiche europee a Bruxelles, invece, Michele Cimino (ex Grande Sud) e Salvatore Cordaro (Cantiere Popolare) e, per tre giorni di permanenza in Belgio, si sono fatti rimborsare la bellezza di 4.800 euro complessivi. Per lo stesso evento, la democratica Mariella Maggio ha speso, da sola, quasi 2.600 euro.

Insomma, chi più ne ha più ne metta. E, se queste sono le spese fatte dopo l'entrata in vigore del decreto sulla trasparenza, verrebbe da chiesdersi quali siano state quelle fatte in precedenza, quando, fuori dal palazzo, nessuno poteva sapere. O, almeno, non così facilmente.

Blitz per salvare l’uovo preistorico Negli Stati Uniti vale 100 mila dollari

Corriere della sera
di Giuliana Ubbiali

Pacco per Los Angeles bloccato a Orio. Bene protetto, non può lasciare l’Italia

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Il mito vuole che fosse così grande e forte da riuscire a mangiare un elefante. Lo si ritrova nel Milione di Marco Polo e ha ispirato il racconto su Sinbad il marinaio. In persiano si chiama Rokh e ha le piume bianche, il suo nome scientifico è Aepyornis maximus ed è detto «uccello elefante». È un esemplare del Madagascar, del periodo del Pleistocene (da oltre 2 milioni a 11.000 anni fa), e si è ormai estinto da tempo. Si capisce bene, allora, perché gli uomini dell’Agenzia delle dogane di Orio al Serio hanno sequestrato (su disposizione del pm Gianluigi Dettori) un uovo gigante che, da perizia del paleontologo Cristiano Dal Sasso del Museo di storia naturale di Milano, appartiene proprio a questa specie.


L’uovo preistorico da 100 mila dollari

«Era un regalo di nozze ricevuto in Madagascar, una riproduzione artigianale. Io, mia moglie e i nostri bambini non abbiamo di che vivere, così a malincuore abbiamo deciso di spedirlo a un conoscente», la giustificazione di C.C., 45 anni, di Arezzo, moglie di quell’isola, e che ha spedito il mega uovo tramite un corriere che utilizza l’aeroporto bergamasco. Valore dichiarato: 550 dollari. Valore vero: 100.000 dollari, perché «originale anche se ricomposto, molto raro, dall’indubbio valore scientifico e museologico», la valutazione dell’esperto. Dollari, già, perché la destinazione della spedizione, tra scali vari, era Los Angeles. Quel pacco di cartone in apparenza anonimo è così costato al quarantacinquenne una denuncia per contrabbando, perché non c’è traccia documentale dell’importazione, e per la violazione del codice sui beni culturali (rientrano anche quelli paleontologici), perché non possono essere portati fuori dall’Italia (condanna da 1 a 4 anni).

Quando gli uomini delle Dogane hanno aperto il pacco devono aver sgranato gli occhi. L’u0vo ha una circonferenza di 75 centimetri che si estende a 88 tra i due poli, e pesa 2 chili. È ricomposto, come se fosse stato acquistato a pezzi rimessi poi insieme, con qualche piccola fessura mancante riempita con lo stucco. I funzionari dell’Agenzia hanno subito bloccato la spedizione, per vederci chiaro attivando degli esperti. Non solo del museo di Milano, ma anche della Soprintendenza ai beni archeologici della Lombardia. Dopo il consulto, fermi tutti. La questione è diventata di rilievo penale, così ne è stata investita la magistratura che ha disposto il sequestro. Il maxi uovo è custodito dalla ditta di spedizioni, ma il museo milanese ha già fatto sapere di essere interessato a metterlo tra i suoi reperti.

E pensare che il quarantacinquenne l’ha fatto passare per una acquisto da bancarella africana: «Uova così si trovano a pochi euro. Mia moglie li colleziona, la sua famiglia ne ha diversi. Mi ero anche informato, ad Arezzo, ma mi avevano detto che non erano beni fossili». Non lo sono, infatti, ma sono «protetti». «Certo, non lo farò più e le altre uova resteranno a casa in Madagascar». Non è la prima volta che l’Agenzia blocca spedizioni fuori regola. Si trova di tutto, ma mai un esemplare così. «Siamo preposti a diversi tipi di controlli sulla sicurezza dei prodotti e, cavallo di battaglia, sulla contraffazione - spiega il direttore della sede di Bergamo, Michele Aricò -. Tra Bergamo e la sezione di Orio al Serio al lavoro ci sono 115 persone».

Blitz per salvare l’uovo preistorico 
Blitz per salvare l’uovo preistorico 
Blitz per salvare l’uovo preistorico
gubbiali@corriere.it

Ve le meritate le intercettazioni

Libero


Le quali intercettazioni, ormai, precipitano sui giornali come la pioggia primaverile: un fatto normale, atmosferico, non protesta più nessuno. Qualche politico apre l'ombrello e spera che smetta, altri giurano che sarà la primavera più piovosa dall'Ottocento. Da un lato si stra-ripete che il ministro Lupi non è indagato, dall'altro si considera scontato che le sue telefonate finiscano sui giornali: ma siccome c'è una sostanza diciamo morale (che poi sarebbero il Rolex e l'impiego al figlio) ormai si accetta come assodato una sorta di controllo sociale esercitato dalle procure. Intanto giornalisti e politici, indignati a molla, si riempiono regolarmente la bocca con la frase

"in quale Paese del mondo" ma dimenticano che in nessun paese del mondo si pubblicano intercettazioni come da noi. Fa niente, tanto è persa: anche perché gli scandali e le intercettazioni, per questa classe politica, corrispondono alla sola certificazione di un problema: il quale problema, prima che deflagri sui giornali, non esiste e non c'è ragione di occuparsene. Ecco perché Renzi se le merita, le intercettazioni: perché in questi giorni non ha scoperto niente. Renzi, a meno di preoccupanti tare mentali, circa le relazioni tra Ercole Incalza e il ministero delle Infrastrutture sapeva tutto quel che bastava: al pari di condotte "incompatibili" come già le ritenne, in passato, solo dopo che erano esplose sui giornali. Tardi e male, dunque.

Meno social più e-commerce: Facebook lancia i pagamenti via Messenger

La Stampa
antonino caffo

Gli utenti negli Stati Uniti potranno inviare soldi ai loro contatti utilizzando le carte di credito associate al profilo. Ma c’è un pericolo sicurezza

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Se ne vociferava da tempo e finalmente la nuova funzione è arrivata. Nella giornata di ieri Facebook ha ufficializzato dalle pagine del proprio blog il lancio dell’opzione per inviare e ricevere denaro attraverso la sua app Messenger per iOS e Android oltre che dal classico sito per computer. Gli iscritti al social network negli Stati Uniti nei prossimi giorni potranno associare al proprio account una carta di credito da cui verrà prelevato il contante da spedire e su cui verranno caricati i soldi ricevuti dagli amici.

Come spiega il team di Facebook, ogni utente potrà effettuare transazioni direttamente dalla casella di chat cliccando sull’icona a forma di dollaro e inserendo la cifra da inviare. Una volta fatto ciò basterà premere su “Pay” per autorizzare la piattaforma a prelevare il denaro dalla carta memorizzata in fase di attivazione. Con la stessa semplicità si potrà ricevere denaro dagli altri utenti semplicemente aprendo la finestra di conversazione e cliccando su “Add Card” per aggiungere il conto su cui accreditare la somma.

Vista la mole di iscritti e potenziali utilizzatori è alto il timore di un’intrusione negli account da parte dei criminali informatici che avrebbero tutto l’interesse nel rubare i profili e inviare denaro verso i propri conti. Per limitare al massimo un tale pericolo, Facebook spiega come nel momento in cui viene inserita la carta di credito personale, il sistema chiede la creazione di un PIN univoco da utilizzare durante i pagamenti successivi così da ottenere un livello di sicurezza aggiuntivo a quello della semplice password di accesso.

Per gli utenti mobili ci sono opzioni ulteriori come l’attivazione del Touch ID su iPhone o lo sblocco con codice o segnatura su Android. Secondo il New York Times , l’arrivo dei pagamenti via Messenger potrebbe anticipare di poco il lancio di nuovi servizi di e-commerce sul social network. La stessa Facebook ha spiegato come ogni anno il business della vendita di contenuti digitali porti nelle casse di Zuckerberg almeno 1 miliardo di dollari, una cifra importante ma di certo inferiore a quella che potrebbe raggiungere l’azienda qualora decidesse di stringere accordi con i produttori per la vendita di beni reali come oggetti hi-tech, libri e viaggi.

L’ululato

La Stampa
massimo gramellini

Se avessi vent’anni e mi facessi il sangue amaro tra curriculum e concorsi, sarei molto irritato con Lupi, il ministro mannaro. Gli chiederei con quale coraggio possa ancora sostenere che l’Italia è il luogo delle opportunità per tutti, quando lui e suo figlio hanno appena offerto una dimostrazione plateale del contrario. Nella corruzione elevata a sistema, le mazzette in contanti sono diventate il lubrificante dei poveracci. A certi livelli le persone si vendono e si comprano attraverso i favori. Io regalo una casa a te che firmi un documento a me che trovo un lavoro a tuo cognato che ne darà poi uno a mio figlio.

Le chiamano «triangolazioni». Ecco, se avessi vent’anni, sarei stufo di vivere in un Paese triangolare. Ne vorrei uno quadrato. Dove chi sta al governo si rende conto di avere responsabilità superiori a quelle degli altri cittadini. Anche come genitore. Lupi ha detto che al posto del figlio non avrebbe mai accettato in regalo un Rolex da diecimila euro (da un signore che lavorava grazie a suo padre, aggiungo io). Anziché ai giornalisti, avrebbe potuto spiegarlo prima all’interessato.

Parli così perché non hai figli, mi ha redarguito un amico: qualunque cuore di padre si prostituirebbe pur di aiutare la sua creatura. Ma un ministro non è «qualunque padre». I suoi comportamenti vengono illuminati dai media e diventano modelli che incidono sull’umore di milioni di persone. Come sosteneva Platone, e immagino anche don Giussani, i governanti di una nazione evoluta dovrebbero vivere in una condizione di celibato morale. Se non sono in grado di reggerla, possono sempre fare altro. Per esempio dimettersi.