lunedì 9 marzo 2015

Apple Pay usato per frodare, carte di credito clonate e dati sensibili rubati

Il Mattino

Apple Pay nel mirino dei criminali. Che potesse succedere era un dubbio e una paura di molti e quanto preannunciato, purtroppo sembra essere diventato reale.
 
1Il sistema di pagamenti via iPhone disponibile negli Stati Uniti, è stato colpito da un'ondata di pagamenti fraudolenti in cui sono stati usati dati di carte di credito rubati di recente nella grande distribuzione. Lo riporta, dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi, il Wall Street Journal, citando fonti anonime. Circa l'80% delle transazioni illecite hanno riguardato prodotti costosi, e ben rivendibili, acquistati negli stessi negozi della Apple.

Il sistema Apple Pay, precisa il quotidiano, non è stato vittima di un attacco hacker. I truffatori hanno semplicemente inserito negli iPhone i dati rubati delle carte di credito, e in seguito hanno fatto acquisti tramite lo smartphone, senza bisogno di esibire le card alla cassa.

I dati delle carte di credito sono stati sottratti con attacchi informatici a negozi come Home Depot e Target. Home Depot a settembre ha reso noto che 56 milioni di carte potrebbero essere state compromesse a seguito di un attacco informatico ai suoi terminali protrattosi per cinque mesi. Alla fine del 2013 un attacco simile a Target aveva interessato 40 milioni di card.

Nei giorni scorsi, esperti del settore avevano lanciato un allarme sull'Apple Pay ponendo l'accento sulle responsabilità delle banche, che avrebbero verificato e autorizzato in modo poco scrupoloso l'aggiunta di carte di credito sugli iPhone degli utenti.

lunedì 9 marzo 2015 - 11:45   Ultimo agg.: 13:01

Email con il virus, 200 euro da inviare per non perdere i dati

Il Mattino
di Lino Lava

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I padovani sono bersagliati da una nuova ondata del ransomware Cryptolocker. Il malware che, una volta insediatosi sul sistema, prende in ostaggio tutti i file personali dell'utente memorizzati sul personal computer, torna nuovamente a far parlare di sé. Per avere maggiori chances di essere eseguito sul sistema degli utenti, Cryptolocker si sta presentando in queste settimane con un'email fasulla relativa ad una fattura di pagamento di corrieri espressi.

Questa volta sono entrati in campo gli investigatori della Squadra mobile, diretti dal vicequestore Marco Calì, che lavorano in collaborazione con la Polizia postale. Gli autori del raggiro in web vogliono soldi. Il pagamento deve essere eseguito in 72 o 100 ore, o altrimenti la chiave privata viene cancellata definitivamente e mai nessuno potrà ripristinare i file. Il pagamento del riscatto, viene spiegato con una seconda mail, consentirà all'utente di scaricare un software di decifratura con la chiave privata dell'utente già precaricata. Ebbene, coloro che hanno pagato i 200 euro chiesti non hanno ricevuto la chiave per la decifratura. E gli investigatori della Mobile hanno scoperto che il denaro dei padovani è finito in conti aperti nel Corno d’Africa e in Kazakistan.

lunedì 9 marzo 2015 - 09:27   Ultimo agg.: 10:54

Laura Boldrini, in un anno di politica il suo reddito è passato da 6mila a 115mila euro

Libero

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E' la politica, bellezza. Una poltrona in Parlamento ti cambia la vita. Soprattutto se quella poltrona è assai pesante, come quella di presidente della Camera (o meglio, presidentessa, altrimenti si offende). Certo, si sta parlando di Laura Boldrini, la lady Montecitorio impegnata nella sua personalissima crociata per declinare qualsivoglia parola del vocabolario al femminile. Ma qui, della sua battaglia, non ci interessa granché. I fari sono tutti puntati sulla sua dichiarazione dei redditi.

Certo, la Boldrini guadagna sì un terzo del suo omologo al Senato, Pietro Grasso, eppure i 115mila euro dichiarati sono un bel tesoretto. Ma soprattutto rappresentano un bel tesoretto se paragonati a 6mila euro che aveva dichiarato soltanto un anno prima. Da 6mila a 115mila: un bel salto, non c'è che dire. Come nota Il Tempo, i 5.700 euro spesi durante la campagna elettorale del 2013 dalla Boldrini si sono poi rivelati uno degli investimenti più fruttiferi della storia (sicuramente della storia personale della presidenta). La politica ingrassa (chi la fa...).

La grande firma di "Repubblica" contagiata dal virus del copia e incolla

Stefano Filippi - Lun, 09/03/2015 - 08:17

L'inviato di lusso Rampini smascherato da una freelance inglese: "Clona articoli di giornali stranieri senza citare la fonte". Dopo Saviano, Augias e Galimberti un'altra penna rossa col solito vizietto

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Con quei capelli un po' così, quell'erre moscia un po' così che ha Federico Rampini quando ci spiega il mondo, assumiamo anche noi un'espressione un po' così nello scoprire che il biografo di Carlo De Benedetti nonché candidato alla successione di Ezio Mauro scopiazza qua e là le sue articolesse su Repubblica . Per un giornalista che conosce il mondo come lui, si tratta semplicemente di «fonti» anche se spesso si dimentica di citarle. Per un comune mortale, invece, questa mancanza di originalità è un puro taglia-traduci-copia-e-incolla non nuovo nelle colonne del giornale debenedettiano.

La castigamatti di Rampini è una brillante traduttrice freelance che collabora con il Foglio , Eunews , Rivista Studio . Marion Sarah Tuggey ha sotto mano le stesse fonti di Rampini, cioè giornali e siti americani. E ha colto quelle che all'inizio sembravano suggestioni, analogie, imbeccate, e col tempo si sono rivelate riproduzioni. Sul suo profilo twitter @masaraht ha cominciato a segnalare l'inaspettato fenomeno con precisione filologica: citazione dell'originale con il link della fonte, e citazione della copia, cioè il sito internet di Repubblica con la firma di Rampini.

Il giochino è diventato addirittura un hashtag , #Rampinomics: un neologismo modellato sulla tendenza tutta americana di definire le strategie economiche dei big Usa (Reaganomics, Obamanomics, perfino Madoffnomics), e che quindi a pieno diritto si attaglia al corrispondente da New York del giornale fondato da Eugenio Scalfari. E tuttavia esso riecheggia anche i comics , le strisce di fumetti. Una sorta di irriverentissimo «oggi le comiche».

Lo storify dell' hashtag (l'inglese è d'obbligo quando si parla di Mr Rampini) ha una premessa d'obbligo: «Se voglio leggere il New York Times , mi abbono a quello, non a Repubblica », scrive @masaraht. Sacrosanto. Chiunque abbia un account twitter può verificare. Si parte il 6 luglio scorso con un calco dal Financial Times : «Prendi, taglia il troppo tecnico, traduci (nota di colore, i trattori) ed ecco» due giorni dopo un Rampini doc, che in realtà cita lo stesso Ft e una precedente analisi del Wall Street Journal ma il pezzo è in effetti una sintesi del quotidiano britannico. Al tweet risponde addirittura l'autore dell'articolo originale, David Pilling, entusiasta perché il suo scritto ha meritato una versione in italiano e aggiunge: «A proposito, quand'è che qualcuno tradurrà in italiano il mio libro sul Giappone?».

Passa un mese e il 1° agosto Sarah Tuggey segnala che #Rampinomics colpisce ancora: stavolta la fonte è un'analisi sulla situazione argentina apparsa due giorni prima sul Nyt , non citato. Altri 30 giorni e il 9 settembre il guru di Cindia pubblica una riflessione sui «padroni del pensiero» e il «lato oscuro» dei think tank tratta da un articolo del 6 settembre uscito ancora sul Nyt . Dopo un mese « here we go again », rieccoci: la denuncia di una «gola profonda» che inchioda la Federal Reserve («Era succube di Goldman Sachs») è un copia-incolla-traduci di Propublica , un giornale online della Grande Mela specializzato nell' investigative reporting .

Ai primi di ottobre l'attività di «libero adattamento» di testi originali per la regia di Federico Rampini raggiunge l'apoteosi. È un'intervista a Vandana Shiva, l'indiana leader del movimento mondiale contro gli organismi geneticamente modificati, che era stata attaccata dal New Yorker . «Lei, a Repubblica , ribatte alle accuse una per una», titola la punta di diamante del gruppo L'Espresso . «Dalla sua casa di New Delhi mi dedica un'ora del suo tempo al telefono», puntualizza Rampini. Ma le risposte, tranne una, sono la trascrizione della lunga autodifesa pubblicata dall'eroina anti-Ogm sul sito vandanashiva.com il 26 agosto precedente.

Gli spunti presi dalla stampa statunitense si moltiplicano. Tuggey segnala il 5 ottobre un pezzo di Rampini scritto per il suo blog ispirato dalla Nikkei Asian Review . Dieci giorni dopo un reportage su Facebook e Apple che pagano le dipendenti perché congelino gli ovuli e ritardino le gravidanze è la riscrittura di una story di NbcNews . Segue quello che Tuggey definisce un mashup (i francesi direbbero collage ) tra The Verge (citato) e Washington Post (non citato) circa l'autocritica di Twitter diventato «lo sfogatoio di violenti e frustrati».

«Senza vergogna» per la traduttrice twittatrice è il racconto rampiniano del mito crollato dei centri commerciali preso pari pari dal sito del Nyt (citato). L'ultimo caso è un post sul blog «Estremo occidente» sui trattati di libero scambio: un riassunto-traduzione di un'analisi di David Ignatius, opinionista del Washington Post .

Ma che combina il divo Rampini? Preso con le mani nella marmellata il nume dai candidi capelli elettrici come un novello Einstein, il giornalista con uso di mondo (prima di New York ha lavorato a San Francisco e Pechino e ha percorso in lungo e largo l'India), il colto opinionista che nelle apparizioni televisive alterna le bretelle che fanno tanto Wall Street alle camicie con il collo alla coreana che vorrebbe lo avvicinassero a Tiziano Terzani. Rampini è il giornalista che ha svelato i misteri della Cina rampante e dell'India arrembante, il saggista che nei suoi

tanti libri – la gran parte per la berlusconiana Mondadori - ha denunciato fenomeni come «il nuovo banditismo globale» («Banchieri») e «Le paure dell'America», il «volto oscuro della rivoluzione digitale» («Rete padrona») e «La trappola dell'austerity». Ma soprattutto è il cocco dell'editore Carlo De Benedetti, il suo biografo ufficiale: ha scritto il libro-intervista «Per adesso» e assieme a lui è coautore di «Centomila punture di spillo», un volume che spiega «come l'Italia può tornare a correre» secondo l'intellighenzia di Largo Fochetti.

Ed è sempre al fido Rampini che fu affidato il compito di sintetizzare una lunga intervista all'Ingegnere neo-settantenne apparsa nel novembre 2004 sul Financial Times . «La passione per l'indipendenza», titolò l'indipendentissima Repubblica l'elegia britannica del proprio editore, «grande capitalista e outsider», «l'ultimo dei condottieri». Ma in quel caso il copia-incolla dal Ft era giustificato.

Del resto, i giornalisti dell'organo debenedettiano non sono nuovi a episodi di ricalco più o meno spinto che hanno fruttato alla testata il nomignolo di «Ri-pubblica». C'è Roberto Saviano condannato in appello per plagio. C'è Corrado Augias che fece proprie intere pagine di un libro del biologo Edward O. Wilson. C'è il filosofo Umberto Galimberti, smascherato proprio dal Giornale e sanzionato dall'università Ca' Foscari di Venezia. C'è il corrispondente da Pechino, Giampaolo Visetti, che apprezzava a tal punto il lavoro del collega Antonio Talia dell'agenzia Agi-China da assorbirlo parola per parola: scoperto dal Foglio , Visetti si giustificò dicendo che la fonte era sempre citata, ma il solito diavoletto di redazione la tagliava senza pietà. E ora lo zampino satanico se la prende con Rampini.

Ho perdonato i rapitori, ma oggi sparerei anch'io come quel benzinaio"

Fabrizio Boschi - Lun, 09/03/2015 - 08:16

Giuseppe Soffiantini, sequestrato nel 1997, fu liberato dopo 237 giorni di prigionia. "Nella vita odio e vendetta non servono. Adesso però la violenza è diventata spaventosa. Con le rapine in villa abbiamo paura anche di stare in casa"

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«Bene, abbiamo parlato di molte cose. Ma non ne capisco una: come le è venuta l'idea di tornare a parlare proprio di me?». Un uomo d'altri tempi, mite e gentile, che conserva la pacatezza propria di un uomo perbene. Da un sequestro si torna cambiati. Per sempre. E di questa semplice ma terribile verità Giuseppe Soffiantini appare ancora oggi, mentre spegne le sue 80 candeline, consapevole.
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È il 17 giugno 1997 quando, allora 62enne, l'imprenditore viene sequestrato nella sua villa di Manerbio, paese di 13mila abitanti a 20 chilometri da Brescia e 30 da Cremona. Sono le 22,30. I rapitori legano e imbavagliano la moglie Adele e la chiudono in un sottoscala. La donna riesce a dare l'allarme solo la mattina successiva. Prima di andarsene con l'ostaggio, i banditi dicono alla donna: «Non ti preoccupare, te lo faremo ritrovare». Passeranno 237 interminabili giorni.

È il 9 febbraio 1998, sono circa le nove di sera quando Adele risente al telefono la voce del marito: «Sono libero, venitemi a prendere». Soffiantini è all'Impruneta, alle porte di Firenze. «Il mio primo pensiero è stato quello di tenere il cuore calmo perché mi batteva talmente forte che avevo paura mi scoppiasse. L'unica cosa che mi preoccupava in quel momento era dire ai miei cari che le lettere che avevo scritto erano state dettate sotto la minaccia delle armi. Avevo paura che ci fossero rimasti male...».

Soffiantini apre la porta della sua bella villa di Manerbio. La stessa dove venne rapito 18 anni fa. Non l'ha mai cambiata. Il primo a fare gli onori di casa è Olly, un labrador tutto feste e coccole. «Mi piace stare qui. Adesso ci vivo solo con mia moglie. Ma prima c'erano anche i miei figli. È una casa in campagna molto comoda, abbiamo anche i polli, con un grande giardino come piace a me. Io amo le piante e stare fra la natura. Pensi che ho tre tipi di querce e molti pini – precisa compiaciuto - guardi...». Si avvicina alla finestra e punta il dito fuori.

È domenica. Oggi non si va in azienda. Ma Soffiantini mantiene la sua solita eleganza. Anche in casa. «Metto sempre giacca e cravatta, in particolare quando vado in ufficio. Ho continuato a fare la mia solita vita diminuendo man mano il mio impegno diretto, ma faccio sempre parte del consiglio di amministrazione – sorride -. Ogni mattina affido i compiti da fare al mio giardiniere e poi vado in azienda. Poi pranzo a casa. La famiglia per me è la cosa più importante. La domenica stiamo tutti insieme.

Mi riposo un po' e torno al lavoro anche il pomeriggio, a rompere un po' le scatole». Anche dopo la sua drammatica esperienza, Soffiantini non ha mai smesso di occuparsi della sua azienda di abbigliamento femminile che ha fondato negli anni Sessanta. «Ho vissuto molto intensamente e ho lavorato tanto nella mia vita. Ogni mattina andavo in azienda alle 7, un'ora prima dei miei collaboratori. Giravo l'Italia per vendere i nostri prodotti, ma ho sempre fatto un lavoro che mi piaceva». Seduto nello studio del salotto a leggere i giornali, tanti libri intorno a lui, molte foto in cornici d'argento, innumerevoli ricordi.

Avvolto dall'affetto di sua moglie, dei suoi sette nipotini e dei tre figli che oggi si occupano di mandare avanti l'attività di famiglia: Paolo, 44 anni, il più giovane, colui che i rapitori avrebbero voluto sequestrare al posto del padre. «Per fortuna all'epoca faceva il servizio militare e quella sera era stanco, così decise di rientrare in caserma un'ora prima del solito. Altrimenti avrebbero preso lui e non me», sospira. Carlo, 54 anni, il più grande, che abita a Brescia e Giordano, 47, a Manerbio. «Tre bravi figlioli».

«Qui ho tutta la mia vita. Ma non è una casa da ricchi. È stata fatta da un geometra, non da un architetto», puntualizza. Negli anni bui dei sequestri, mai avrebbe pensato che sarebbe toccato pure a lui. «Mi dicevo, se dovesse succedere a me morirei ancor prima di essere sequestrato. Ma evidentemente tutti noi abbiamo dentro delle risorse impensabili. Arrivati all'estremo, quando la paura supera tutti i limiti, non abbiamo più paura di niente: tanto è vero che dopo due giorni dal sequestro affrontavo verbalmente i carcerieri chiamandoli bestioni: “Guardate che voi avrete pure diritto di morte su di me ma non paragonatemi a voi, perché voi siete dei banditi e io sono una brava persona!”».

E il pensiero scivola sui sequestri del terzo millennio, molto diversi per i modi, ma identici per un aspetto. «Il dolore è lo stesso. In quel periodo ci sequestravano a casa nostra, oggi andiamo a farci sequestrare all'estero. Ma è una questione troppo delicata per essere banalizzata così. Non voglio entrare in questi argomenti perché le sofferenze personali e dei familiari sono identiche. Voglio solo dire che nei sequestri di adesso lo Stato italiano si comporta diversamente. A noi bloccavano i conti correnti, congelavano i beni per non permetterci di pagare il riscatto mentre oggi lo Stato paga tanti e tanti soldi per liberare gli ostaggi.

Denaro che serve per armare i terroristi. Per il mio riscatto abbiamo pagato 5 miliardi di lire, soldi che non ho più rivisto, e che sono stati autorizzati otto mesi dopo il sequestro per dare il tempo alla polizia di fare le ricerche. Otto mesi però sono moltissimi. L'unica consolazione è che dopo di me i banditi hanno capito che questo tipo di crimine non conveniva più e gli specialisti del sequestro sono stati tutti catturati».

Orecchie mozzate, vestito di stracci fradici in pieno inverno, senza lavarsi per quasi un anno, come cibo una fetta di lardo e una mela, come rifugio buche nel terreno o tende improvvisate e incatenato. Questo il trattamento riservato a Soffiantini. Ma lui ha deciso di voltare pagina. «L'ho fatto quasi subito, in verità, per istinto di sopravvivenza. Vede, io non ho perdonato quelle bestie per spirito di buonismo. Sarei uno sciocco.

L'ho fatto per me, per salvarmi. Ho imparato che nella vita covare sentimenti di odio e di vendetta non serve a niente. Quello era l'unico modo per liberarmi dalle catene della prigionia. Se non l'avessi fatto mi sentirei sequestrato ancora oggi. La giustizia degli uomini ha fatto il suo corso: Farina è in carcere a vita, altri sono stati condannati a 25, 18 e 12 anni. Qualcuno è già fuori. Uno di loro, Cubeddu, non è neppure mai stato trovato e il basista di Manerbio dopo 8 anni di galera l'ho rivisto in giro per il paese. La giustizia divina farà altrettanto. Per quanto mi riguarda ho voluto prendere le distanze da tutto e tutti».

Malgrado tutto questo Soffiantini oggi ha ancora un po' paura. «Noto una spaventosa recrudescenza della violenza. Non siamo più sicuri nemmeno nelle nostre case. Le rapine, soprattutto ad opera di extracomunitari, sono sempre più frequenti». Come il caso di Graziano Stacchio, il benzinaio che ha sparato a un bandito nomade per salvare una commessa: «Bisogna vedere come sono andate esattamente le cose, ma come si fa a non essere dalla sua parte? Anche io ho un'arma e se dei rapinatori entrassero in casa mia farei lo stesso».

Oggi, come 17 anni fa, mantiene quell'aria serafica di un uomo appagato dalla vita che tanto gli ha dato e tanto gli ha tolto. «Vede, la vita dà e toglie e a 80 anni ci si accorge che è passata in un baleno». Una grande fede l'ha sempre guidato sulla strada giusta, permettendogli di superare quel trauma. Tanti oggetti e tante foto in casa ne sono la testimonianza. Una su tutte quella con Papa Wojtyla: «Una volta mi disse: “Ringraziamo il Signore, sia tu che io l'abbiamo scampata bella”». Le uniche immagini che restano ben nascoste sono quelle che raccontano quella terribile storia. Sono lì, schiacciate sotto i suoi ottant'anni straordinari.

Settanta milanesi dal giudice per sapere chi è la loro mamma

Paola Fucilieri - Lun, 09/03/2015 - 07:00

Sono soprattutto persone adulte e a volte anziane a rivolgersi al tribunale dopo il varo della nuova legge


Vogliono sapere, riempire i buchi neri di una vita per la quale nessuno li ha mai interpellati. Sono gli adulti adottati che chiedono di conoscere le loro origini e desiderano risalire all'identità dei genitori biologici. L'istanza al Tribunale per i minori può essere presentata personalmente, non è necessaria l'assistenza dell'avvocato, basta aver compiuto i 25 anni d'età e mandare anche una semplice mail. Inoltre, se «non sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica», anche l'adottato maggiorenne di età inferiore ai 25 può fare richiesta.

«Dopo la sentenza della Corte costituzionale riceviamo circa una settantina di richieste l'anno a fronte delle 3-4 di un tempo - spiega il presidente del tribunale dei Minori di Milano Mario Zevola -. Ci sono 20enni, ma anche ultrasessantenni che vogliono sapere chi sono i loro genitori: il divario tra le età è il fatto più impressionante! Ci pensa che alcuni di loro sono già nonni? Del resto l'Italia è uno dei paesi che accolgono più bambini e quindi maggiormente coinvolti nelle adozioni. La provincia di Milano, a fronte di 2mila500 domande ogni anno, ha circa un centinaio di bimbi da dare in adozione, di cui almeno 45 non sono stati riconosciuti».

L'istituto dell'adozione legittimante, concepita come «seconda nascita» per il minore, presupponeva nella disciplina del 1983, il segreto sulle origini dell'adottato. La legge sulle adozioni è stata modificata nel 2001 quando è stato introdotto e regolamentato il diritto dell'adottato ad accedere alle informazioni sulle proprie origini. Il Tribunale per i Minorenni e la Commissione per le adozioni internazionali devono conservare «le informazioni acquisite sull'origine del minore, sull'identità dei suoi genitori naturali e sull'anamnesi sanitaria del minore e della sua famiglia di origine».

«La Corte dei diritti dell'uomo si è interessata al problema perché, pur preoccupandosi degli interessi e dei desideri degli adottati, ha stabilito che, una volta rintracciata, si deve innanzitutto verificare se la mamma vuole ancora restare anonima. Il Tribunale dei minori, una volta risalito all'identità della madre, deve accertarsi infatti che sia viva o morta, dove abita e, soprattutto, come avvicinarla. Quello delle modalità di contatto è l'elemento più significativo e importante di questo processo: bisogna sondare se la mamma biologica voglia mantenere la propria riservatezza, oppure se nel tempo abbia cambiato idea e desideri uscire dalla segretezza nella quale avevano partorito. Se la madre non è disposta a incontrare il figlio, infatti, non se ne fa nulla. Solo nel caso in cui i genitori adottivi siano entrambi deceduti o divenuti irreperibili, l'accesso deve essere concesso senza necessità di autorizzazione del Tribunale».

Zevola ci svela anche che in Italia non c'è ancora una prassi stabilita e unica per tutte le province che stabilisca le modalità di contatto con la madre naturale, nonostante si tratti di un procedimento che – nella pratica - dovrebbe svolgersi nella massima riservatezza e quindi regolato da nome ben precise.
«A Venezia avevo sentito dire che erano stati utilizzati i carabinieri. Qui si parlava di far contattare il genitore addirittura dal giudice minorile in persona. Comunque entro la metà di questo mese - conclude il presidente del tribunale dei Minori -, quindi a giorni, la Corte d'appello di Milano si pronuncerà su come procedere».

Le età degli adottati che desiderano conoscere la madre è molto variabile: ci sono 20enni ma anche ultrasessantenni. Le domande di adozione che arrivano al Tribunale dei minori di Milano ogni anno, a fronte di circa 100 bimbi disponibili Sono le richieste che arrivano ogni anno al Tribunale dei minori da parte di adottati che cercano la madre naturale

Una pioggia di firme per «diventare» rom

Maria Sorbi - Lun, 09/03/2015 - 07:00

Un centinaio di firme in mezz'ora. E una valanga di mail. Ha fatto centro la provocazione lanciata da una dipendente comunale di «chiedere la cittadinanza rom» al Consiglio europeo. «Voglio i loro stessi diritti, quelli che da italiana non ho» aveva scritto.
 
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Subito si è formata la coda per sottoscrivere la lettera. In molti hanno bussato alla sua porta e in altrettanti hanno scritto al nostro giornale per dire la loro. «Dove si firma? Ribelliamoci al razzismo contro gli italiani» ha scritto un milanese. «Come non essere d'accordo?» sottoscrive un altro. C'è chi propone di estendere l'iniziativa a tutta Italia, chiedendo a tutti i cittadini di inviare una lettera al Consiglio europeo per diventare rom all'anagrafe. «È assurdo - scrive un lettore - I rom hanno lo stesso potere che avevano i gangster nella Chicago degli anni Trenta. Nessuno osa toccarli».

Dalla periferia di Torino si è mobilitato un gruppo di amici, che ha cominciato una sottoscrizione per sostenere l'iniziativa. «Anche noi abbiamo lo stesso problema dei milanesi - denunciano - è ora di finirla». E via dicendo. Un turbinio di reazioni di persone che pagano bollette e tasse, che vivono dello stipendio del loro lavoro e che non ce la fanno più ad assistere a furti, abusivismi, truffe e accattonaggio senza che le amministrazioni comunali facciano niente.

L'idea di inviare una lettera all'Ecri, la commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza, è nata dopo la recente bacchettata che il Consiglio europeo ha dato all'Italia, intimandola a trattare meglio i rom. Nell'ultimo rapporto vengono strigliate le autorità italiane perché non hanno ancora introdotto misure per assicurare ai rom colpiti da ordini di sgombro i diritti garantiti agli altri cittadini. Diritti che dovrebbero prevedere la possibilità di contestare l'ordine di sfratto, davanti a un tribunale, e la possibilità di accedere a un luogo dove poter abitare.

«Basta con i trattamenti di favore - era sbottata Carmela. l'ideatrice dell'iniziativa -. Io devo cavarmela con il mio stipendio e nessuno mi fa sconti su niente». E così è nato il decalogo di ciò che i rom possono fare e i milanesi no. «Vogliamo essere eguagliati ai cittadini rom - si legge nella lettera - ed avere il diritto di non avere doveri». Ad esempio, si chiede (ovviamente come provocazione) di poter circolare senza documenti e, in caso di controlli, di poter dichiarare generalità false. Di girare su auto di lusso senza pagare assicurazioni, bolli, revisioni e tagliandi.

Di non sborsare nemmeno un euro né libri di testo, né refezione scolastica, né scuolabus per i bambini. Di non pagare bollette e tasse. Di poter bivaccare e chiedere l'elemosina. «Se tutti ci mettessimo a scrivere al Consiglio europeo - sostiene il movimento spontaneo dei cittadini - magari qualcosa potrebbe cambiare». L'esigenza è quella di trovare un interlocutore che ascolti le richieste: «Se ci mettiamo a scrivere al Comune di Milano - fa notare un cittadino - resteranno sicuramente parole gettate al vento».