giovedì 5 marzo 2015

Questo è un uomo

La Stampa
massimo gramellini


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La cascina Raticosa è un rifugio sui monti sopra Foligno che durante la Resistenza ospitò il comando della quinta brigata Garibaldi. Nei giorni scorsi qualche nostalgico dello sbattimento di tacchi ha rubato la targa commemorativa e disegnato una svastica enorme sul muro. Forse non sapeva che nei pressi della cascina, in una notte di febbraio del 1944, ventiquattro partigiani appena usciti dall’adolescenza erano stati catturati dai nazisti, caricati su vagoni piombati e mandati a morire nei campi di concentramento del Centro Europa. O forse lo sapeva benissimo e la cosa gli avrà procurato ancora più gusto. Però non poteva immaginare che tra quegli adolescenti ce ne fosse uno scampato alla retata. Sopravvissuto fino a oggi per leggere sulle cronache locali il racconto dell’oltraggio. 

Mentre tutto intorno le Autorità deprecavano e si indignavano a mani conserte, il signor Enrico Angelini non ha pronunciato una parola. Ha preso lo sverniciatore, il raschietto, le sue ossa acciaccate di novantenne ed è tornato al rifugio della giovinezza per rimettere le cose a posto. Con lo sverniciatore e il raschietto ha cancellato il simbolo nazista. E dove prima c’era la targa ha appoggiato una rosa.

Blackphone 2: lo smartphone che vuole farti stare tranquillo

La Stampa
antonino caffo

La seconda generazione del telefono prodotto da Silent Circle promette maggiore sicurezza per chiamate e messaggi. Ecco come è fatto

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Più che sicuro finora è stato praticamente invisibile: il primo Blackphone lo abbiamo visto solo di passaggio giusto un anno fa durante l’edizione 2014 del Mobile World Congress di Barcellona. Da quel momento il telefono è scomparso dall’orbita degli acquirenti, almeno da quelli privati, visto che la gran parte degli esemplari è stata venduta ad aziende e compagnie preoccupate dalle rivelazioni di Edward Snowden. A dodici mesi dalla prima incursione iberica Silent Circle ha presentato la seconda versione del suo dispositivo che, senza troppi giri di parole, si chiama semplicemente Blackphone 2.

Più potente
A livello estetico è tutto molto simile al modello precedente, un corpo totalmente nero e scuro anche nei menu e negli sfondi pre-impostati. Dal punto di vista dell’hardware il Blackphone 2 ha un grande schermo da 5.5 pollici Full HD con tecnologia Gorilla Glass, un processore octa-core a 64 bit,  3 GB di RAM,  32 GB di memoria interna (con supporto alle microSD) e una batteria da 3.060 mAh. Ha due fotocamere, su fronte e retro, anche se al momento non è dato sapere la capacità dei sensori.

Il nuovo PrivateOS
L’innovazione più importante è sul piano del software e in particolare del sistema operativo PrivatOS arrivato alla versione 1.1. Il suo codice di sviluppo si basa su Android e quindi chi ha imparato ad utilizzare uno smartphone con cuore Google non avrà difficoltà nel gestire anche questo. Ciò che cambia da un più famoso Galaxy o LG è il pacchetto di applicazioni di Silent Circle già installate. La Silent Suite include miglioramenti alla gestione basica del telefono, dalle chiamate agli sms. Ad esempio quando si compone un numero invece di partire una semplice telefonata, la conversazione può aver luogo su un servizio VoIP crittografato, molto simile a Skype ma i cui dati sono residenti sui server di Silent Circle e quindi, secondo l’azienda, lontani dagli occhi indiscreti di governi e agenzie di spionaggio.

Servizio in abbonamento
Allo stesso modo Silent Text permette l’invio e la ricezione di messaggi su piattaforma sicura e non su quella classica utilizzata dalle normali reti telefoniche. Ma la privacy si paga: come il primo Blackphone anche le persone che acquisteranno la seconda edizione avranno a disposizione alcuni mesi di prova gratuita, poi Silent Phone, Silent Text e il resto di app della suite si pagheranno prevedendo un sistema in abbonamento. Nessuno ha mai detto che sarebbe stato gratis proteggere i propri dati.

Il mondo arriva a Milano, e non sarà felice di farsi fregare le valigie

Corriere della sera


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La partenza e l’arrivo dei treni hanno sempre qualcosa di cinematografico. Gente che corre, gente  che telefona, gente che saluta, gente che bacia, gente che cerca di fare tutte queste cose insieme. Se i treni locali offrono immagini da film in bianco e nero, con i Frecciarossa e i Frecciabianca siamo nel mondo del colore. E la sceneggiatura, da qualche tempo, è diventata bizzarra.

Lungo i binari, alla Stazione Centrale di Milano, Trenitalia ha messo personale in divisa. Sicurezza Aziendale, sta scritto sulle giacche. E’ lì per impedire che i viaggiatori vengano ingannati da finti portabagagli, i quali si precipitano a prendere le valigie e poi pretendono cifre esorbitanti (quando le restituiscono, se le restituiscono). Il personale deve anche marcare i gruppi di borseggiatrici, specializzate nell’aprire  borse e zainetti in movimento. Si tratta, quasi sempre, di rom (non è un pregiudizio né un giudizio: è un fatto).

Il personale di Trenitalia è esasperato, la polizia ferroviaria impotente. Con le leggi esistenti, dicono, possiamo far poco. Truffatori e ladre lo sanno benissimo. Un capogruppo della Sicurezza Aziendale racconta: “Abbiamo fermato una donna dopo un furto, per l’ennesima volta. Ormai la conosciamo. L’hanno portata nel posto di polizia. Lei li ha seguiti, tranquilla. Uscendo ha detto, con aria di sfida: ‘Grazie, mi piace stare seduta e al caldo per mezz’ora”.

Il governo italiano capirà mai che la microcriminalità è micro finché non succede a noi? Introdurrà norme, procedure e sanzioni adeguate? Nell’attesa di una risposta – che non arriverà – qualcosa forse si può fare. Per esempio: perché Trenitalia non sostituisce la guardie con i portabagagli? Costi inferiori, probabilmente. E il problema (i furti) si evita; invece di cercare, affannosamente, di risolverlo.

Un lavoro umile, il portabagagli? Certo, ma è dignitoso, come ogni lavoro. E’ stato il mestiere d’ingresso in molte società. E resta insostituibile.  Le valigie pesano, e non tutti sono in grado di spingere due monoliti con le rotelle su e giù per la Stazione Centrale.  

So bene che i problemi sono ben altri. I problemi, in Italia, sono sempre ben altri. Ma se cominciassimo a risolvere quelli piccoli, avremmo la calma e l’umore per affrontare quelli grandi. Dimenticavo: fra due mesi parte Expo2015. Il mondo arriva a Milano, e non sarà felice di farsi fregare le valigie.

(dal Corriere della Sera)

Beppe Severgnini

Scuola, casa, sussidi: Jihadi John è costato agli inglesi mezzo milione di sterline

Libero


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Una adolescenza tra calcio, musica, ragazze, in una delle migliori scuole "liberal" di Londra, la Quintin Kinaston Academy". E poi case in quartieri bene della capitale inglese, da Kensington a Maida Vale a Saint John Wood. Quella di Mohammed Emwazi, in arte Jihadi John il tagliagole dell'isis, è stata una giovinezza trascorsa nell'agio. Possibile, per una famiglia come la sua scappata dal Kuwait nel 1993, grazie alle generose sovvenzioni del welfare britannico nell'era della "New Britannia" di Tony Blair. A fare i conti di quanto i contribuenti di Sua Maestà avrebbero speso per la casa, gli studi e molto altro di Mihamed e famiglia, è il quotidiano inglese conservatore Daily Mail, che ha ricostruito il profilo fiananziario che ha permesso alla famiglia di Jihadi John di vivere in zone relativamente affluenti e di frequentare buone scuole.

Un primo appartamento a North Kensington, successivamente il trasloco a Maida Vale e poi a Queen's Park. L'ultimo affitto, di 450 sterline (600 euro) a settimana, secondo il giornale inglese viene ancora pagato dallo Stato inglese, nonostante la legge prevedaa la sospensione di ogni contributo tredici settimane dopo il trasferimento. In tutto, sempre secondo il Daily Mail, la famiglia del tagliagole dell'isis sarebbe costata agli inglesi la bellezza di mezzo milione di sterline, pari a circa 600mila euro. Sicuramente non ben spese...

Non mantiene i figli minori, tanto ci pensano i nonni: il ragionamento non funziona

La Stampa

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, lo stato di bisogno e l’obbligo del genitore di contribuire al mantenimento dei figli minori non vengono meno quando gli aventi diritto siano assistiti economicamente da terzi. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 6682/15.
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La Corte d’appello di Torino condannava un imputato, per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori ed alla moglie e per non aver corrisposto l’assegno di mantenimento. L’uomo ricorreva in Cassazione, affermando, con un primo motivo di ricorso, il mancato stato di bisogno dei figli, in quanto il reddito del coniuge era stato sempre stato sufficiente anche per il sostentamento dei due minori, al cui mantenimento provvedevano anche i nonni. Inoltre, contestava il mancato esame della propria impossibilità di adempiere agli obblighi di mantenimento, a causa della mancanza di redditi adeguati e dello stato di indigenza in cui si trovava in seguito alla perdita del lavoro.

La Cassazione ricorda che, in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, lo stato di bisogno e l’obbligo del genitore di contribuire al mantenimento dei figli minori non vengono meno quando gli aventi diritto siano assistiti economicamente da terzi. Perciò, era irrilevante all’integrazione della fattispecie il contributo economico dei nonni. Inoltre, l’incapacità economica dell’uomo a far fronte agli adempimenti previsti dalla legge, deve essere assoluta ed integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti. Nel caso, nel periodo in cui si era verificato l’inadempimento, l’imputato aveva ricevuto degli introiti, anche se modesti, riuscendo però a costituire un altro nucleo familiare e pagando la pigione dell’alloggio in cui viveva. Per questi motivi, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it