martedì 3 marzo 2015

No Tav, da Parigi un appello in difesa di Erri De Luca

Corriere della sera

Firmato da diversi intellettuali tra i quali Aurelie Filippetti



Un appello per Erri De Luca chiamato a rispondere di istigazione al sabotaggio a favore della protesta No Tav in Val di Susa. La parola contraria, il libro (in Italia edito da Feltrinelli) in cui spiega le sue ragioni, è uscito in Francia da Gallimard.


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L’appello, firmato da giornalisti, scrittori, attori, tra cui Muriel Barbery, Annie Ernaux, l’ex ministra Aurelie Filippetti, Dominique Manotti, Serge Quadrupani, esprime solidarietà a De Luca, chiede che lo Stato francese ordini alla società ferroviaria Sncf di ritirare la denuncia e al Parlamento europeo di pronunciarsi sulla libertà di critica a un progetto, la Tav, finanziato anche dalla Commissione europea: «Come difensori della libertà di espressione — si legge — non accettiamo che uno scrittore venga perseguito per le sue parole».

2 marzo 2015 | 11:21


partecipa alla discussione



telepaco 3 marzo 2015 | 11:11
Da condannare con il massimo delle aggravanti, proprio perchè scrittore e manipolatore di menti fragili



Insubrico 3 marzo 2015 | 9:29
Incredibile la solidarietà tra "intellettuali", travalica anche i confini nazionali. Forse hanno capito che a stare uniti a livello globale possono continuare a vivere alle spalle della società continuando a vendere fumo politicamente corretto.



atomic 2 marzo 2015 | 19:37
indifendibile. Agli appelli firmati da intellettuali preferisco i commenti dei lettori del corriere.



Davidedream 2 marzo 2015 | 14:43
Di raccolte di firme di intellettuali che si sono schierati dalla parte sbagliata è piena la nostra storia, dall'epoca fascista sino agli anni di piombo. Noi abbiamo già dato, grazie. I francesi facciano quello che vogliono, hanno sempre avuto molta cura dei nostri personaggi peggiori, cosa volete che vi dica...



siderado 2 marzo 2015 | 11:49
ma non ci penso manco per niente.... che si difenda da solo... "sto rivoluzionario da salotto...

Le 10 tecnologie che cambieranno la telefonia 10 tecnologie che cambieranno la telefonia

La Stampa
valerio mariani

Più veloce, più flessibile, più potente: la trasmissione dati su reti mobili è alla vigilia di un nuovo salto. Da Lte Advanced a 5G, ecco nomi e sigle che nei prossimi anni troveremo su smartphone, tablet e tanti altri apparecchi

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Su quali tecnologie mobili stanno lavorando i produttori di componenti e gli operatori telefonici, per rendere più veloce e affidabile lo scambio di dati tra smartphone, tablet e computer portatili? Un più che realistico scenario è stato disegnato da Qualcomm che ha anticipato a Milano le novità del Mobile World Congress 2015 di Barcellona.

Molte ruotano attorno all’Lte Advanced, evoluzione dello standard attuale di comunicazione mobile. L’Lte Advanced è già in fase avanzata di sperimentazione da parte degli operatori telefonici. Se nel 2014 sono stati registrati meno di 400 milioni di sottoscrizioni a un abbonamento Lte, le previsioni parlano di più di 500 milioni nel 2015 e un incremento che prevede il superamento del miliardo nel 2017 e dei 2 miliardi nel 2019.

E, se qualche tempo fa si poteva pensare che la diffusione dello standard WiFi nelle città avrebbe rallentato la crescita della comunicazione su reti mobile e ridimensionato i fatturati degli operatori, oggi, alla luce dell’evoluzione prevista dall’Lte, è chiaro che non sarà così. Vediamo, dunque, cosa sta cambiando sopra le nostre teste.

1) Lte Advanced (o 4g+ o Lte+). Probabilmente non lo sappiamo ma il nostro smartphone è già pronto per una velocità di trasferimento dati che teoricamente può raggiungere 1 Gbit/s (le reti attuali dieci volte di meno). Sono, infatti, almeno 30 i modelli di smartphone compatibili, la maggioranza con chipset Qualcomm e modem Gobi. Tale tecnologia, evidentemente, non è sfruttabile se non si sottoscrive un contratto apposito con l’operatore. Ma integra una serie di caratteristiche e di potenzialità che saranno alla base del prossimo futuro della comunicazione mobile.

2) Hotspot 2.0. Le reti WiFi non sono dappertutto. E questo non determina solo un problema di velocità di connessione ma anche di consumo di batteria perché sempre più spesso si tende a tenere il WiFi dello smartphone acceso in modo da collegarsi automaticamente alle reti salvate, per esempio in ufficio o in casa. Presto gli operatori telefonici permetteranno il passaggio da una tecnologia all’altra senza che l’utilizzatore se ne accorga, grazie all’hotspot 2.0 che permette di connettersi alla rete estesa (dello stesso carrier) inserendo il pin della Sim.

3) Small Cell. Gli access point sono da rottamare, sono ingombranti, poco aggiornabili e consumano troppa energia. Al loro posto le Small Cell. Saranno questi gli “scatolotti” del prossimo futuro, perché sono piccoli, permettono l’accesso sia a reti mobili che WiFi, consumano poca energia e, secondo uno studio, in 10 fanno il lavoro di 800 access point. Le small cell, per esempio, permetteranno di risolvere il problema della connessione mobile all’interno di grandi aree, come i centri commerciali.

4) Carrier aggregation. La versione 12 dell’Lte Advanced porta in dote anche la tecnologia di aggregazione dei carrier. Come dice il termine, si tratta di un sistema di unificazione delle diverse tecnologie a disposizione dei diversi operatori. In nome di una maggiore velocità di connessione, ma soprattutto di una uniformità del segnale, gli operatori mettono a disposizione le loro celle mobili in modo da ridurre la mancanza di campo e ampliare lo spettro di frequenze disponibili. Grazie allo sforzo di 107 operatori in 59 Paesi, che prevede il prossimo lancio di 49 offerte commerciali nel mondo, già quest’anno si avrà a disposizione una velocità di 450 Mbps.

5) Lte broadcast. Immaginiamo uno stadio durante una partita di calcio, o un concerto. Lo streaming della trasmissione video potrebbe arrivare sugli schermi di smartphone e tablet degli spettatori attraverso il servizio Lte broadcast che, appunto, diffonde simultaneamente lo stesso contenuto multimediale a diversi dispositivi ottimizzandola, evitando così l’accesso simultaneo degli utilizzatori a quel contenuto e, quindi, il rischio di perdita di segnale.

6) VoLte. A marzo Vodafone Italia lancerà il servizio Lte-A in 110 città italiane. Grazie all’Lte-A si potrà raggiungere una velocità massima di 300 Mbps entro la metà dell’anno e, contemporaneamente, l’azienda inglese lancerà il servizio VoLte, 20 volte più veloce dell’attuale VoIp e che risolverà il problema di strappi e interruzioni durante una chat video.

7) Dual sim Lte. I telefoni dual sim hanno registrato negli ultimi due anni un rinnovato interesse anche se le componenti interne non lavorano ancora per sfruttare al meglio i due canali di comunicazione mobile. Il risultato è la limitata autonomia della batteria e l’impossibilità di far lavorare le due reti in multitasking. Qualcomm è tra i produttori che si sta impegnando di più per migliorare lo scenario. Con i modem Gobi integrati nei chipset Qualcomm sarà possibile mantenere attive le connessioni contemporanee gestite dalle due sim. Per esempio, una potrà lavorare sui dati mentre l’altra sarà impegnata in una telefonata voce. L’utilizzatore potrà sfruttare così un abbonamento particolare su una sim e uno diverso sull’altra.

8) 5G entro il 2020. La generazione successiva all’attuale 4G (Lte) è pronta ma prematura per il lancio commerciale (si parla del 2020). La strada verso la tecnologia che fornirà una velocità di almeno 1 Gbit/s sarà spianata dalle evoluzioni dell’Lte Advanced di cui abbiamo parlato. La necessità di una rete più veloce, ma anche più prestante, è dovuta non solo alla crescente richiesta di video su mobile (la tecnologia di visualizzazione 4K su mobile è già una realtà, i 150 milioni di smartphone 4K venduti nel 2014 diventeranno 500 milioni entro il 2018), ma soprattutto allo sviluppo dell’Internet of things.

9) Smart car. Entro il 2018 circa il 60% delle nuove auto saranno connesse via rete mobile. E l’idea non è solo di fornire intrattenimento in viaggio (multimedia, news e social) ma soprattutto di contribuire con le tecnologie a una migliore sicurezza. Per una comunicazione tempestiva con le centrali di controllo del traffico, per esempio, sarà necessaria una rete mobile veloce e affidabile. E per la sicurezza di chi guida si utilizzeranno sensori intelligenti capaci di imparare dall’ambiente circostante e visioni a 4k, come negli schermi tv, del percorso.

10) Smart home in smart cities. Entro il 2050 il 70% della popolazione tornerà a vivere in un contesto urbano. Così, insieme allo sviluppo di città sempre più smart, avremo l’incremento di case sempre più smart. Secondo i dati circa 200 milioni di case avranno dei dispositivi intelligenti e connessi entro il 2018. In questo contesto dispositivi come le smart cell e reti unificate cavo+mobile Lte Advanced saranno basilari anche in questo ambito sia per l’intrattenimento che per la sicurezza e la gestione da remoto degli elettrodomestici.



Ecco come cambia la nuova tecnologia: per scaricare un film basterà un minuto
La Stampa
francesco spini

Tante alternative per il web, la differenza è fatta dai costi. L’Italia è indietro di tre anni rispetto agli obiettivi europei

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Che cosa è la banda ultralarga?
È una rete che permette di avere una velocità superiore a 30 Megabit per secondo. Serve non solo a navigare più veloce ma anche ad accedere ai servizi più evoluti come la fruizione di film e programmi di intrattenimento.

Che cosa cambia in termini di velocità?
Per scaricare un brano musicale con una connessione in Adsl (che comporta l’utilizzo solo di cavi in rame dalla centrale telefonica) alla velocità di 5 Megabit per secondo si impiegano 5 secondi, una connessione in fibra a 100 Mega impiega circa 0,3 secondi. Un film di due ore passa dall’impiegare quasi mezz’ora a meno di un minuto.

Quali sono gli obiettivi di diffusione?
L’Europa nella sua agenda digitale ha stabilito che entro il 2020 tutti i cittadini devono poter usufruire di Internet superveloce. In particolare il 100% della popolazione dovrà avere accesso a una velocità di almeno 30 Megabit, la metà a 100 Megabit.

Qual è la copertura attuale in Italia?
Secondo i dati del governo non superiamo il 43% di copertura a 30 Mega e stiamo accumulando un ritardo di 3 anni rispetto agli obiettivi. Non solo. L’accesso ai 100 Mega è assicurato ad appena l’1% della popolazione e si concentra sostanzialmente nell’area centrale di due città: Milano e Roma.

Quali tecnologie si usano per connettersi in banda ultra larga?
Fra tante, due in particolare. La prima è l’Ftth (Fiber to the home, che utilizza la fibra ottica fin dentro la casa dell’utente finale o comunque all’interno del palazzo (e allora è denominata Fttb, Fiber to the building). In alternativa c’è l’Fttc, Fiber to the cabinet: in questo caso la rete arriva fino a un armadietto collocato in strada. Da lì un doppino in rame raggiunge le abitazioni.

Il governo sembra preferire l’Ftth, perché?
Perché punta tutto sulla fibra che riesce a erogare velocità superiori a 100 Megabit e può arrivare a superare perfino il Gigabit per secondo. Significa scaricare film interi in un secondo o giù di lì. Ma è anche lo standard più costoso da sviluppare e burocraticamente complesso: occorrerebbe raggiungere 28 milioni di punti, entrare in 15 milioni di palazzi.

Il rame è da buttare via?
Un operatore specializzato nella fibra e nell’Ftth come Fastweb ha varato un piano di investimenti per l’Fttc, prevedendo l’uso del rame. Lo stesso ha fatto Vodafone (che a Milano e Bologna offre anche l’Ftth) e pure Telecom che, pur sviluppando l’Ftth, conta di fare il grosso della copertura con l’Fttc. In Europa, del resto, è lo standard più adottato, se non altro perché costa un quarto rispetto all’Ftth e ha tempi di sviluppo 4 volte più rapidi.

Qual è la velocità dell’Fttc?
La vicinanza degli armadi stradali alle case in Italia (in media 250 metri, meno che in altri Paesi) e l’utilizzo della tecnologia Vdsl2 permettono di raggiungere, almeno sulla carta, i 100 Megabit per secondo. Gli operatori assicurano che nuove tecnologie come G.Fast porteranno la velocità su rame tra i 200 e i 500 Mega, quindi di tutto rispetto.

La misteriosa morte del gatto tinto di rosa da una star televisiva russa

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

Una petizione ne ha chiesto l’arresto, lei, Elena Lenina, si difende: «Tutto falso»




La star televisiva e scrittrice russa, Elena Lenina, è finita al centro di molte polemiche per la morte di un gatto. Secondo il Daily Mail l’animale sarebbe deceduto a causa della tintura rosa utilizzata per renderlo abbinato agli abiti di una festa. Una serata in cui il gattino è stato al centro dell’attenzione, ma che gli è anche costata cara. 


Il gatto durante la festa incriminata

Lenina si è difesa su Instagram sostenendo che sarebbe stato il parrucchiere a voler dipingere il gattino, che era perfettamente in salute, e di essersi consultata prima di decidere: «Il colore rosa è stato scelto per le sue proprietà curative e perché rinforzasse anche i peli del gatto. Il mio veterinario mi ha detto che sarebbe stata utile».



Dopo la morte, il micio è stato però analizzato da un altro veterinario che ha invece sostenuto il contrario: il sangue del gattino sarebbe stato avvelenato dalla tintura che nel corso del tempo il suo corpo avrebbe assorbito. Appena la notizia si è diffusa, il mondo animalista si è scagliato contro la star russa firmando una petizione per chiedere che venisse aperta un’indagine sull’accaduto che portasse all’arresto per maltrattamenti su animali.



Lenina, attraverso il suo sito web, ha poi postato altre foto che, secondo lei, la scagionerebbero del tutto: in tre immagini si vede il gatto, ormai ben cresciuto rispetto alla nota festa, e con il pelo ritornato quasi del tutto al bianco originale. Prove che hanno spinto la donna a minacciare querele contro i giornali che avevano, a suo dire, ingiustamente calunniata. Ma anche in questo caso molti utenti sul web hanno continuato ad accusarla sostenendo che il gatto nelle foto è totalmente diverso da quello poi morto.

twitter@fulviocerutti



Il gattino tinto di rosa è vivo. Giornalisti, piantatela di copiare senza verificare

Il Disinformatico




Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla gentile donazione di “m.sanclemente*” e “pierdim*” e grazie al contributo d'indagine di “@mrdaltri”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora.

No, il gattino di Elena Lenina tinto di rosa non è morto. La bufala, pubblicata dal Messaggero, da Panorama a firma di Barbara Massaro, da LiberoQuotidiano e naturalmente dal Daily Mail e da molti altri siti di notizie di vari paesi (e anche in televisione dal varietà d'informazione Studio Aperto), racconta che la scrittrice e modella russa Elena Lenina avrebbe tinto di rosa shocking un gattino per una festa e che il micio sarebbe morto per sospetto avvelenamento del sangue qualche mese dopo. Sui social network la storia è stata ripresa, fra gli altri, anche da Francesco Facchinetti.



Falso. Il gatto sta bene e la Lenina ha postato su Twitter le foto che lo mostrano, cresciuto e ancora un po’ rosato, e ha linkato un articolo su Dni.ru che smonta la bufala. L'attuale proprietaria del gatto, inoltre, ha osservato che nessun giornalista l'ha contattata per verificare se il gatto fosse davvero morto.
Antiviral segnala che questa storia è già vecchia in Russia, dove a settembre 2014 la Lenina è andata in televisione per mostrare che il gatto stava bene nonostante la discutibile tinta, e Yuri Kulachev, che il Daily Mail cita come critico e accusatore, ha in realtà chiesto scusa in TV.
Ancora una volta, troppi giornalisti e troppe redazioni blasonate dimostrano di aver talento solo nel copiare dai peggiori ma non nel cercare conferme delle notizie.

La provocazione di Forza Nuova: “Immigrati, benvenuti a casa mia”

Fabio Franchini - Mar, 03/03/2015 - 10:10

Il movimento politico attacca sindaco, prefetto e vescovo di Brescia, denunciando il grande business dei profughi

“Tra dieci anni i nuovi nati stranieri saranno più degli italiani”, “Renderemo partecipi le amministrazioni locali di un fenomeno che fa rilevare al capoluogo il 60% delle presenza degli stranieri richiedenti asilo in ambito provinciale”, “Siete benvenuti, sentitevi a casa vostra”.


Le frasi sono, rispettivamente, del sindaco, del prefetto e del vescovo di Brescia.

Parole che Forza Nuova ha stampato su manifesti, affiancandole al giusto volto, per protestare contro il grande business dell’immigrazione. Oltre alla citazione contestata, spicca ironicamente “Immigrati, benvenuti a casa mia!”, con tanto di “sei immigrato senza domicilio?” e pronta soluzione: ecco, per i profughi in cerca di alloggio, l’indirizzo del comune, delle prefettura e della diocesi.

I cartelloni sono stati affissi per le strade della città della Leonessa e la provocazione contro Emilio Del Bono, Narcisa Brassesco Pace e monsignor Luciano Monari è chiara. Le tre massime istituzioni bresciane sono sotto accusa per le politiche migratorie e d’accoglienza adottate.

“I piani alti delle istituzioni favoriscono l’immigrazione incontrollata, ricavandone voti e un business fertilissimo; gli svantaggi di una presenza straniera, già superiore in città al 20%, colpiscono, tuttavia, la quasi totalità della popolazione “comune”che non vede i vantaggi dell’affare-accoglienza, ma solo le tragiche conseguenze, come testimonia, tra le altre, anche la recente violenza ai danni di una 25enne italiana ad opera di un 40enne straniero” spiegano con un comunicato i portavoce del movimento di estrema destra.

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Nella nota si legge ancora: “Ci facciamo portavoce dei cittadini bresciani, inascoltati da chi si sente al sicuro nella propria Bastiglia in particolar modo delle fasce più esposte: gli italiani che si trovano a essere in minoranza nel proprio condominio o nel proprio quartiere, che vengono sorpassati nelle graduatorie di case e asili o che perdono il lavoro (tra città e provincia i disoccupati sono oltre 42mila). I bresciani, accantonati quali cittadini di serie B e utili solo quando sono spremuti dal fisco, rispediscono al mittente le parole vuote “integrazione” e “accoglienza”, invitando il primo cittadino, il prefetto e il vescovo di Brescia ad accogliere nelle proprie strutture i richiedenti asilo presenti sul territorio, clandestini o regolari che siano. Sapranno dare l’esempio?”.

È già arrivata la replica del Comune, che rinfaccia a Forza Nuova l’affissione irregolare dei manifesti: “Forza Nuova chiede il rispetto delle regole, affiggendo cartelloni abusivi in tutta la città. Un atteggiamento che l’Amministrazione comunale non ha intenzione di tollerare, visto che il bene pubblico va tutelato ed è inconcepibile che proprio chi chiede il rispetto delle norme sia il primo a non tenerne conto. I cartelloni sono stati attaccati abusivamente su muri pubblici e privati, sui cestini delle spazzatura, sulle centraline delle utenze pubbliche, nonostante sia vietato. Il Comune informa, quindi, che provvederà a sanzionare i responsabili di questi comportamenti, come previsto dal regolamento per le pubbliche affissioni”.

Con i dischi nel furgone 40 anni fa Milano International cambiò la radio

Corriere della sera
di Roberto Rizzo

Il 10 marzo 1975 con «I’m Free» degli Who nasce la radiofonia privata

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Alle 5 del pomeriggio del 10 marzo 1975 a Milano un giradischi iniziò a suonare «I’m Free» degli Who e un furgone prese a girare per le strade della città. Due fatti di per sé insignificanti ma che, messi insieme, cambiarono molte cose nell’Italia di allora e i cui effetti continuano ancora oggi. Il furgone trasportava un trasmettitore militare sintonizzato sui 101 in fm, una trovata, il furgone, per evitare di essere localizzati dai funzionari dell’Escopost, la polizia Postale, e «I’m Free» fu la prima canzone trasmessa da Radio Milano International, la prima radio «libera» del nostro paese.


Milano International, 40 anni fa in Italia nascono le radio private  
Milano International, 40 anni fa in Italia nascono le radio private Milano International, 40 anni fa in Italia nascono le radio private
Milano International, 40 anni fa in Italia nascono le radio private
Milano International, 40 anni fa in Italia nascono le radio private
Un milione di lire

Quarant’anni fa, con Radio Milano International, iniziava la storia della radiofonia privata italiana e niente sarebbe stato più come prima: finiva il monopolio Rai (nel 1976 iniziarono le trasmissioni di Tele Milano, oggi Canale 5), nasceva un nuovo modo di fare comunicazione, per la prima volta i giovani potevano ascoltare la loro musica, quella che la Rai non passava (nel ‘75 la radio di Stato censurava «L’importante è finire» di Mina), e che si poteva trovare solo in ascolti notturni su emittenti straniere come Radio Luxembourg. L’idea di dar vita a una radio fu di due coppie di fratelli milanesi: Angelo e Rino Borra, Piero e Nino Cozzi. Età media 20 anni, investimento per l’attrezzatura un milione di lire, come studio la camera da letto di Piero Cozzi in via Locatelli 1, dietro piazza della Repubblica.

Nel giro di pochi giorni fu un successo clamoroso. «A Milano non si parlava d’altro», ricorda Claudio Cecchetto, all’epoca disc-jockey al Panthea, discoteca di via Carducci (oggi è un locale di lap dance), che arrivò a Radio Milano International un mese dopo l’apertura. Nel suo libro «In diretta-Il Gioca Jouer della mia vita» (Baldini & Castoldi) Cecchetto ricorda che in radio ci sarebbe andato anche gratis. «E così fu, nonostante avessi già un nome nella Milano notturna del tempo. Ma lavorare in radio era come andare in America. C’era uno spirito molto amatoriale, andava in onda chi era presente in quel momento, nessun palinsesto». Il primo brano trasmesso da Cecchetto fu «Foot Stompin’ Musi» di Hamilton Bohannon: «Durava 7 minuti e siccome fui mandato in diretta all’improvviso, quei 7 minuti mi servirono per prendere fiato e calmarmi».
Gerry Scotti
Il 14 aprile del 1975 intervenne la polizia sigillando il trasmettitore ma dieci giorni dopo il pretore Cassara raccolse il ricorso presentato dai legali della radio e le trasmissioni ripresero. Radio Milano International si ascoltava in un raggio di 40 km e, nell’acceso clima politico di quegli anni, si diffuse la voce che l’emittente fosse addirittura finanziata dalla Cia. Invece, i soldi arrivavano dalla pubblicità che subito capì le potenzialità di quel nuovo media. Tra il 75 e il 76 ai microfoni di Milano International arrivarono diversi giovani di belle speranze, tra loro Virginio Scotti, cioè Gerry Scotti che si faceva chiamare Gary Scotti: «Perché in onda c’era già Gerry Bruno dei Brutos che era molto più famoso. La prima rubrica che condussi era “Il puntaspilli”, i piccoli annunci, poi iniziai a trasmettere al mattino. Da lì è nato Gerry Scotti e ancora oggi la radio rimane la mia grande passione. Ricordo ancora il primo disco trasmesso, “Wake Up Everybody” di Harold Melvin & The Blue Notes».
Il bandito Lutring
I jingle erano composti da Mario Lavezzi e nel 1977 Milano International fu la prima radio italiana ad ospitare l’ex bandito Luciano Lutring da poco graziato dal presidente Giovanni Leone. «Da subito ho capito che stava succedendo qualcosa che avrebbe trasformato il mondo», dice Gigio D’Ambrosio oggi speaker di RTL 102.5, che entrò a RMI nell’estate del 75. Nel 1981 Milano International divenne anche tv, una breve avventura più che altro ricordata per i film hard trasmessi a tarda notte. Nel 1988 la radio iniziò a trasmettere in tutta Italia con il nome di 101 Network, per poi diventare Radio 101. Oggi si chiama R101, è di proprietà della Mondadori, ma è tutta un’altra storia che nulla c’entra con la sua storia

2 marzo 2015 | 08:59

Galleria, i primi 150 anni (ma la cupola è rovinata)

Corriere della sera
di Gian Luigi Paracchini

Sabato prossimo la Galleria compie 150 anni. I lavori del restauro sono iniziati un anno fa, finanziati da Prada (con la collaborazione di Feltrinelli) e Versace

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Quanti milanesi sanno che sotto la Galleria giace un tesoretto di monete d’oro, argento e rame? La cassetta con le monete è lì dal giorno in cui venne posata la prima pietra del «Salotto» di Milano e contiene anche altri gadget: i disegni originali dell’architetto bolognese Giuseppe Mengoni e il sigillo del re Vittorio Emanuele II, ospite di riguardo della cerimonia. Era il 7 marzo 1865: dunque sabato prossimo la Galleria compie 150 anni. Sarà l’occasione per ammirare la cassetta e il suo contenuto? Impossibile anche se ci si può passeggiare sopra, essendo interrata a qualche metro di profondità sotto lo scudo crociato dei Savoia, esattamente al centro dell’Ottagono.


Galleria, 150 anni di storia
Galleria, 150 anni di storia 
Galleria, 150 anni di storia 
Galleria, 150 anni di storia
In compenso la ricorrenza ci ripresenta una Galleria che ha finalmente cambiato faccia, tono, luminosità grazie al restauro avviato un anno fa da Prada (con la collaborazione di Feltrinelli) e Versace, e che sarà completato verso fine marzo, al più tardi la prima settimana d’aprile. Per accogliere al meglio il popolo dell’Expo. Un lavoro non facile, che sta comportando 13 mesi di lavoro 24 ore su 24, su 14 mila metri quadrati di superficie, oltre all’utilizzo d’un ponte semovente su binari capace rapidi spostamenti senza allestire e smontare continuamente impalcature. Il costo è sui 3 milioni di euro e riguarda soltanto gli interni. Un secondo restauro, seguito dal Comune, include l’arco d’ingresso principale, quello da piazza del Duomo. Ci sarebbe poi un terzo progetto, sempre a carico del Comune, ma il cui programma deve essere ancora perfezionato: il rifacimento cioè della copertura in vetro e acciaio. Progetto quanto mai necessario viste le infiltrazioni, non clamorose ma evidenti, di acqua e umidità.
E le polemiche per l’assalto delle griffe alla Galleria, dopo l’arrivo di Prada e di Versace al posto di McDonald’s e dell’argenteria Bernasconi? Benvenuto sia il restauro ma l’impegno di Palazzo Marino nel controllo rigoroso di canoni d’affitto, subentri, proroghe, ampiamente di spazi e pluralità (leggi non solo moda) resta valido. Ma non sarà certo un compleanno così importante, l’occasione per riaffrontare questo spinoso argomento. Che carattere ha avuto il lavoro e qual è stato il problema più difficile da affrontare? «L’obiettivo - raccontano i responsabili dell’impresa Gasparoli - era riportare facciate, fregi e decori al loro carattere primario.

Traguardo tutt’altro che facile perché la vita della Galleria è stata piuttosto movimentata e purtroppo i vari interventi negli anni non sono stati documentati». Il che ha indotto i restauratori a una complessa investigazione su tutto il complesso, a cominciare dalle pietre (granito rosa di Baveno, pietra di Vicenza e Viggiù) per valutare come fosse la Galleria inaugurata nel 1867 e completata (lavoravano 1000 operai) dieci anni dopo con l’arco di piazza del Duomo. Dopo aver spolverato, guarito qualche ferita, studiato le sovrapposizioni cromatiche questo è il risultato: una Galleria molto più chiara (tonalità sul beige, addio giallo sporco) e più contrastata fra pareti, cornici ed elementi decorativi.

Il restauro e la passerella sui tetti  
Il restauro e la passerella sui tetti  
Il restauro e la passerella sui tetti Il restauro e la passerella sui tetti
Certo ritornare all’originalità assoluta era impossibile. Perché la monumentale costruzione, la più grande del genere in Italia, è stata ben presto mutilata da una clamorosa grandinata pochi anni dopo l’inaugurazione. Risultato: distrutta la copertura in vetro, sgretolati gli stucchi e «sciolte» otto statue in gesso, omaggio ad altrettanti personaggi di rilievo. Poi il colpo di grazia con i bombardamenti nella seconda mondiale che hanno ridotto parte della Galleria in un cumulo di macerie. Posto caro ai milanesi questo ma con un destino vagamente sinistro già nel 1877, anno del completamento, quando l’architetto Mengoni, suo progettista, alla vigilia della cerimonia cade dal ponteggio dove stava controllando una finestra e muore. Tornando al presente: in questi ultime settimane di lavoro, saranno completate le pulizie sugli archi e nel braccio che va verso via Pellico. Ma già da tempo studenti e privati, che possono documentarsi sul sito ( www.ingalleria.com ) e, con un po’ di pazienza, prenotarsi ( visite@ingalleria.com ), hanno ammirato dall’alto la nuova Galleria.
3 marzo 2015 | 08:57

Caso Pio XII: l’«Osservatore Romano» boccia il film «Sfumature di verità»

Corriere della sera
di Paolo Conti

L’opera sul rapporto fra il Papa e gli ebrei durante la Shoah presentata a Roma in anteprima mondiale: «Prodotto ingenuo e quindi poco credibile, si poteva fare meglio»

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ROMA - Una stroncatura senza appello, quella riservata dall’«Osservatore Romano» al film Sfumature di verità ( Shades of Truth ), che la regista Liana Marabini ha dedicato al rapporto tra Pio XII e la questione ebraica. Il film è stato presentato ieri a Roma in anteprima mondiale. La tesi dell’autrice, già molto discussa, è che papa Pacelli avrebbe salvato ben 800.000 ebrei nel mondo e avrebbe dunque diritto al titolo di «Schindler Vaticano». Ma il quotidiano della Santa Sede diretto da Gian Maria Vian non lascia spazio a interpretazioni: «Non è certo con lavori come Shades of Truth che si aiuta la comprensione storica dell’operato di Pio XII e della sua Chiesa nei confronti del popolo ebraico durante la Seconda guerra mondiale».
«Mezzi produttivi e artistici scarsi»
Per l’«Osservatore Romano», «quando i mezzi produttivi e artistici non sono all’altezza di un compito di tale spessore, allora è meglio rinunciare. La regista Liana Marabini affronta con un atteggiamento volenteroso i limiti di una produzione piccolissima. Eppure, anche con ambientazioni un po’ arrangiate e con pochi attori, fra l’altro validi come Remo Girone e Giancarlo Giannini, si poteva fare molto meglio». La conclusione è più dura e inequivocabile, perché sottolinea l’inattendibilità delle fonti: «Dal punto di vista del dossier storico siamo ai minimi termini, anche se qua e là filtrano ovviamente spiragli di verità. Ma è nel tentativo francamente maldestro di dare forma drammaturgica al tutto, che l’autrice rende il prodotto complessivo ingenuo e di conseguenza poco credibile».
La replica della regista
L’«Osservatore Romano» appare quasi in sintonia con un altro verdetto severissimo, quello espresso da «Pagine ebraiche», organo dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Basterebbe il titolo, Ciak si beatifica. E anche l’incipit: «Non esiste preparazione spirituale sufficiente ad affrontare un’esperienza tanto catastrofica». Perché, si legge nel pesante corsivo, «vicende drammatiche che hanno segnato indelebilmente i destini di milioni di persone sono degradate alla stregua di una goffa soap opera di dubbia qualità, infarcita di luoghi comuni e di fattoidi che non spostano di un capello quanto era già noto. Prima che cali il sipario appare sullo schermo un onirico Pio XII che sfoggia persino la stella gialla. La storia e le sofferenze vengono riaccomodate a piacimento, l’immaginazione galoppa».


Il periodico ebraico registra la telegrafica opinione della storica dell’ebraismo Anna Foa, dopo la proiezione. «Questi temi sono molto seri e importanti. Devono essere lasciati alla ricerca, allo studio dei documenti. L’immaginazione della gente di spettacolo sarebbe più prudente metterla da un canto». La regista, intervistata da Radio Vaticana, assicura di «aver consultato sull’operato di Pio XII in favore degli ebrei tutte le fonti storiche esistenti, che sono accessibili a tutti sia per verifica che per informazione. Spero che il film porti con sé il desiderio della gratitudine verso questo grande Papa e anche il desiderio di giustizia, perché chi è vittima di ingiustizia soffre moltissimo, soffre di solitudine e di impotenza, e ritengo che Pio XII sia vittima di un’enorme ingiustizia».

3 marzo 2015 | 08:31

Io, albanese, e la cittadinanza presa dopo vent’anni (e tanto studio)

Corriere della sera
di Leonard Berberi

La mia storia di albanese diventato italiano. A Varese Il prefetto su Rani: «È un suo diritto, la legge non prevede verifiche»

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Un diploma. Una laurea. Un master. Un lavoro. Un percorso di crescita umana (e culturale) in questo Paese. Una domanda di cittadinanza. Altri documenti da inviare a Roma per la pratica. Un sito consultato quasi ogni giorno per seguire l’iter. Un’attesa di fatto lunga vent’anni. Millenovecentotrentanove giorni (oltre cinque anni) di vera e propria burocrazia anche se la legge di anni ne prevede due.

Poi la luce in fondo al tunnel: un appuntamento in Comune, poche, emozionanti, parole pronunciate di fronte a un funzionario (svogliato), quindi la festa per una giornata - 24 marzo 2014 - sognata da anni, pure dagli amici. Sono un cittadino italiano. Finalmente. Un calvario. Ma sono stati anni che mi hanno consentito di imparare la lingua della nuova casa, di conoscerne usi e costumi.

Di integrarmi. Perché è l’essenza della cittadinanza. Le sfumature, ovvio, non si possono ignorare. Perché è più facile e veloce «italianizzarsi» per i piccoli (avevo 9 anni quando sono venuto qui, in peschereccio, dall’Albania) che per i grandi. Perché i bimbi hanno la possibilità di studiare, andare in gita e socializzare, mentre mamma e papà devono badare alla famiglia.

Fa discutere la vicenda di Rani Pushpa, un’indiana di 56 anni, alla quale il sindaco del suo paesino, nel Varesotto, ha negato il giuramento. Motivo? «Non sa l’italiano», secondo il primo cittadino. La donna ha minacciato di andare in tribunale, il prefetto di Varese ha deciso che Rani Pushpa deve giurare e quindi diventare italiana. Perché - ha spiegato - il marito è cittadino di questo Paese e per lei la naturalizzazione è «un diritto soggettivo per il quale non è previsto che si debba verificare l’integrazione di una persona». E quindi «la conoscenza dell’italiano non è indispensabile».

L’interpretazione del prefetto è impeccabile. Lo stabilisce la legge. Legge che però risale al 1992 (quando i migranti in Italia erano 500 mila), oggetto di diverse proposte di modifica (sempre arenate in Parlamento) e di un requisito - la conoscenza della lingua e della cultura italiana - che non è vincolante. Con un paradosso: chi vuole la Carta di soggiorno (valida cinque anni) deve - tra le altre cose - superare un test di lingua. Chi chiede la naturalizzazione no.

Nel Regno Unito chi aspira a diventare cittadino di Sua Maestà deve sapere bene la lingua e conoscere gli usi e i costumi locali. In Francia bisogna dimostrare di conoscere in modo sufficiente il francese e anche la Costituzione. In Germania è previsto l’esame di lingua. In Olanda si deve superare un test anche sulla società con domande di politica, economia, trasporti.

In Italia chi verifica il tasso di integrazione? Di fatto nessuno. Non le Prefetture. Non le amministrazioni comunali o regionali. Del resto le norme non lo richiedono. Così l’acquisizione della cittadinanza diventa un semplice (e lungo) passaggio burocratico. Una sequenza di requisiti. La residenza legale (almeno 10 anni), un lavoro (almeno negli ultimi tre anni al momento della domanda di naturalizzazione), un reddito sufficiente per non gravare sulle casse dello Stato, nessun guaio con la giustizia.

Tutti elementi importanti. Ma perché non lo è - per legge - anche la lingua? E perché non lo sono la conoscenza della geografia e della storia di questo Paese, dei passaggi culturali, e persino degli «errori», che ci hanno portato fin qui?  Oggi cinque milioni di persone vivono in Italia con un permesso di soggiorno. Molti si trovano qui da così tanto tempo da aver chiesto la naturalizzazione. Altri faranno domanda a breve. Tutti contribuiranno a cambiare il volto di questo Paese. Tutti, a meno di modifiche, giureranno di essere fedeli alla Repubblica e «di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato» con una formula pensata ventitré anni fa. Qualcuno lo farà senza nemmeno capirle, quelle parole.

3 marzo 2015 | 08:03

In Belgio il trionfo dell’integrazione religiosa

La Stampa
marco zatterin

Ad Arlon la comunità islamica si mobilita per il restauro del luogo di culto: «La fraternità di tutta la nostra comunità è la cosa più importante»

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Un piccolo gesto, un grande segno. La sinagoga di Arlon - l’ultima città del Belgio quando si corre in autostrada direzione SudEst, centro un tempo agricolo, martoriato dai nazisti e oggi in ripresa anche grazie al mega stabilimento della Ferrero – sta andando a pezzi. E’ un edificio minuto, il più vecchio luogo di culto ebraico del Paese, costruito nel 1865, mal conservato. La stampa locale ha denunciato le condizioni precarie della costruzione, l’impossibilità di accedervi senza rischi, e la comunità ha cominciato a muoversi per cercare di invertire. Tutta la comunità. 

«Colpiti dai recenti articoli abbiamo deciso di mobilitarci», ha annunciato Mohamed Bouezmarni, Segretario Generale dell’Ama, l’Associazione dei musulmani di Arlon, che ha lanciato una sottoscrizione pubblica per contribuire al restauro durante la preghiera del venerdì. «In quanto responsabile di un luogo di culto – ha spiegato –, comprendo bene le difficoltà della nostra comunità ebraica. Non hanno alcun posto adatto per pregare. Siamo pronti a dare una mano a questo restauro di interesse generale nel nome dei valori di generosità e sostegno reciproco».

La sinagoga ha salvato i suoi rotoli sacri della Torah durante l’occupazione tedesca, riuscendo a nasconderli ai nazisti che avevano trasformato l’edifico in un deposito di fieno, circostanza che le ha risparmiato la distruzione. L’edificio, di ispirazioni romanico-bizantine, custodisce il più antico cimitero ebraico del Belgio ed è considerato patrimonio della Vallonia. 

E’ una comunità ristretta, quella di Arlon, non più di una cinquantina di persone. La sinagoga è in fase di restauro da tempo, ma mancano i fondi e ora non è più sicura. Così, nel momento grave del conflitto fra civiltà e religioni, i musulmani hanno deciso di dare una mano. 

«Al di là di discorsi sul vivere insieme – rivela Hajib el-Hajjaji, che sostiene il progetto e contribuisce alla sua diffusione a livello nazionale -, vogliamo andare oltre e veramente costruire insieme qualcosa. I luoghi di culto – spiega – sono luoghi di contemplazione, serenità e di pace: è importante salvare insieme questa sinagoga per le famiglie e i bambini che trovano qui il comfort e la fraternità».

L’invito è aperto a cittadini belgi e no, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose. L’Ama chiede donazioni a tutti. Una mano offerta per rispondere a chi vuole le guerre di religione. Un modo per dire «Noi non ci stiamo». O almeno così pare essere.

La verità dell'ex jihadista: "Grazie al buonismo odio predicato in classe"

Gaia Cesare - Mar, 03/03/2015 - 08:11

Maajid Nawaz svela: "Non ci dicevano nulla per paura di apparire razzisti". Ora a Londra giro di vite sulle scuole

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«Mano sul cuore, tutto ciò che posso dire è che non eravamo assolutamente a conoscenza della sua radicalizzazione». Tocca alla ex preside della Quintin Kynaston Academy, il liceo a nord di Londra frequentato da «John il jihadista» quando era ancora quattordicenne nel 2002, difendersi dai sospetti di essere all'origine del percorso che lo vede oggi, identificato col nome di Mohammed Emwazi, simbolo della ferocia islamista.

Studentesse musulmane
Mentre la madre del tagliagole inglese racconta di averlo riconosciuto dalla voce nel video in cui sgozza il giornalista James Foley - «Quello è mio figlio» ha urlato davanti alla tv, senza poi avvertire le autorità - il governo apre in queste ore un'inchiesta sull'istituto, frequentato al 70% da musulmani, dopo aver scoperto che tra i suoi banchi hanno studiato anche altri due terroristi: Choukri Ellekhlifi, 22 anni, partito per combattere in Siria e ucciso nel 2013 e Mohammed Sakr, 27 anni, morto in battaglia in Somalia al fianco del gruppo Al-Shabaab. Ormai sono decine le scuole secondarie londinesi nel mirino dell'esecutivo e diverse anche le

università sospettate di tollerare la presenza o la diffusione di messaggi di gruppi o studenti estremisti. A spiegare alla perfezione nella sua autobiografia Radical come l'islam radicale si insinui nei licei e nei college inglesi è Maajid Nawaz, ex fondamentalista britannico che per anni è stato incaricato di diffondere l'islam politico nel Regno Unito e all'estero per conto del gruppo integralista Hizb al-Tahrir.

«Mascheravamo i nostri discorsi per l'islam politico dietro al velo del multiculturalismo e tacciavamo ogni obiezione come forma di razzismo o bigottismo», spiega Nawaz, oggi co-fondatore, insieme con l'altro pentito dell'islamismo Ed Husain, del gruppo Quilliam che si batte contro l'estremismo. «Ridevamo degli attivisti democratici», «sapevamo che se fosse stato qualche gruppo di estrema destra come il Bnp a parlare le autorità lo avrebbero impedito, invece «a causa del discorso religioso contenuto nel nostro messaggio ci lasciavano fare per paura di offendere la nostra sensibilità religiosa».

Oggi sotto accusa a Londra c'è la Westminster University, dove il tagliagole Emwazi ha proseguito i suoi studi e che ha cancellato il 26 febbraio, sull'onda della notizia dell'identificazione di «Jihadi John», il discorso dell'imam radicale Haitham al-Haddad, considerato uno dei predicatori dell'odio per i suoi discorsi contro omosessualità e apostasia (rinnegare l'Islam è «un crimine») ma già invitato a parlare nell'ateneo due anni fa, con un blitz improvvisato al posto di un oratore moderato. D'ora in poi, fa sapere il governo, qualsiasi istituto i cui studenti hanno legami accertati con il terrorismo finirà sotto inchiesta, così come sta già accadendo alla Bethnal Green Academy, la scuola nell'est di Londra frequentata dalle tre adolescenti fuggite di casa per unirsi alla battaglia dell'Isis.

L'allarme è serio. Proprio nell'est della capitale, la zona a più alta presenza islamica, l'Ofsted ha già segnalato a fine novembre, dopo una serie di ispezioni d'emergenza, i gravi pericoli di radicalizzazione in almeno sei scuole private islamiche dove «il benessere fisico e l'istruzione degli studenti sono «seriamente compromessi» a causa di insegnamenti «incentrati esclusivamente» su temi islamici. Centinaia di ragazzi non hanno chiara la differenza fra la shari'a - la legge islamica, cioè il complesso di norme fondate sul Corano - e la Common Law, l'ordinamento giuridico che vige in Gran Bretagna.

Molti allievi hanno risposto che il lavoro delle donne è «stare a casa, pulire, e badare ai bambini». «La maggior parte delle lezioni è incentrata su studi arabi o islamici - spiegano gli ispettori - e la comprensione dei valori fondamentali britannici di democrazia, libertà individuali, rispetto reciproco e tolleranza inadeguata». Un fenomeno che non riguarda solo Londra. Pochi mesi fa a Birmingham una commissione d'inchiesta ha indagato, dietro segnalazione, sul cosiddetto «cavallo di Troia», un presunto piano degli estremisti islamici per indottrinare bambini e giovani all'islam radicale». Ha fotografato un sistema in cui maschi e femmine sono separati, la musica e le festività cristiane vietate.

Ecco la verità su Calipari a dieci anni dall'uccisione"

Annalisa Chirico - Mar, 03/03/2015 - 08:08

L'ex direttore Sismi ricostruisce i fatti e replica alla vedova del dirigente ucciso durante la liberazione della Sgrena in Irak: "Fu lei a rifiutare il sostegno Usa"

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Roma - «Siamo in tre, siamo in macchina e stiamo rientrando», sono le ultime parole pronunciate da Nicola Calipari. All'altro capo del telefono c'è il direttore del Sismi Nicolò Pollari. Giuliana Sgrena è libera. Ma quel 4 marzo 2005, esattamente dieci anni fa, qualcosa va storto: la Toyota Corolla che dovrebbe condurre all'aeroporto Calipari, l'agente Carpani e la giornalista del Manifesto finisce nel mirino del fuoco alleato. Fuoco americano.

Generale Pollari, la morte di Calipari è rimasta senza colpevole.
«Calipari è stato un fedele servitore dello Stato che ha sacrificato la propria vita per il Paese. Quella sera a Bagdad, in un posto di blocco americano non segnalato, un soldato Usa sparò e Calipari fu colpito a morte. Il processo ha riconosciuto l'immunità funzionale in capo al militare e l'assenza di giurisdizione italiana. È la supremazia della legge».

La commissione d'inchiesta Italia-Usa ha prodotto due relazioni. Secondo quella italiana l'auto si muoveva a velocità moderata, con i fari accesi e la luce di cortesia accesa.
«Ho voluto con tutte le mie forze quella commissione. Esiste un'articolata e documentata inchiesta guidata dal generale Campregher e dal diplomatico Ragaglini. In essa sono riportati fatti mai smentiti. Nella relazione americana si parla di regole d'ingaggio non violate dai soldati americani ma i block point non hanno regole d'ingaggio. Ciò detto, non convengo su alcuna tesi complottistica».

Nel libro Il mese più lungo (Marsilio, 2015) dell'ex direttore del Manifesto Gabriele Polo, la vedova Rosa Calipari, oggi deputata Pd, parla di una direzione del Sismi «ambigua che agiva machiavellicamente su due linee strategiche opposte e alla fine contrapposte, un gioco che costerà la vita a Nicola».
«Ho rispetto per lei e per il suo dolore».

Le due linee sarebbero quella del poliziotto Calipari e del carabiniere Marco Mancini: il primo a favore della trattativa invisa agli americani; il secondo favorevole al blitz.
«Il libro tradisce una scarsissima conoscenza dei fatti. Entrambi erano titolati a occuparsi di quel dossier essendo Mancini direttore della divisione che si occupa di controterrorismo, controspionaggio e criminalità organizzata transnazionale; e Calipari direttore della Ricerca».

A leggere il libro sembra che Calipari fosse l'unico, o il principale, referente del Sismi in Irak.
«In Irak agivano almeno tre articolazioni del servizio. Ciascuna seguiva uno o più percorsi operativi. Nel caso della Sgrena vi erano una ventina di percorsi paralleli. La nostra forza era data dalle reti di intelligence di cui nessuno era monopolista esclusivo. Si è sempre rivelato vincente il lavoro d'equipe che ha portato all'arresto e alla condanna da parte della giustizia irachena dei sequestratori, tra gli altri, delle “due Simone”, di Florence Aubenas e della Sgrena».

Abbiamo pagato per ciascuna delle rapite italiane?
«Le modalità di liberazione sono coperte dal segreto di Stato. Deve essere chiaro però che quella sera nessuno di noi, neanche Calipari, aveva la certezza di essere a un passo dal rilascio. Quello era uno degli “n” tentativi messi in campo. Mi permetta di aggiungere che il primo video della Sgrena fu individuato grazie a una fonte araba che avevo messo in contatto con Calipari. Il secondo video fu recuperato tramite la rete di Mancini».

Il libro racconta che, appresa la notizia della morte, lei impedì ai «calipariani» di andare a Bagdad e mandò soltanto Mancini.
«I “calipariani” non sono mai esistiti. Calipari e Mancini erano amici, io stesso ho cenato con loro a casa di Mancini e so che i due si vedevano spesso in un ristorante siciliano della Capitale. Probabilmente erano competitor professionali. Dopo l'incidente gli americani negavano l'accesso a chiunque. Mancini riuscì a superare le resistenze, entrò nell'ospedale militare e fotografò di nascosto il cadavere del collega».

La vedova racconta che Calipari le avrebbe riferito una sua confidenza: «Mancini me lo ha imposto la politica».
«Mancini era al Sismi dal 1984 ed era una risorsa importante nello scacchiere mediorientale. Io sono arrivato alla fine del 2001. Al Sismi invece ho portato Calipari che me ne ha fatto calorosa richiesta dichiarandosi insoddisfatto della propria posizione nella polizia. L'ho inquadrato come vicedirettore di divisione e l'ho poi promosso direttore».

Per bocca della moglie, si apprende che nel caso Abu Omar il marito temeva che uomini della sua divisione non si fossero limitati a pedinamenti e rapporti sull'imam egiziano. È la vicenda per la quale lei è stato assolto dopo dieci anni.
«Ribadisco che io e il Sismi da me diretto, e quindi tutti gli imputati, siamo estranei alla vicenda. Se la notizia è vera, siamo in presenza di una notizia di reato da riferire all'autorità giudiziaria».

C'è stata in questi anni qualche compensazione da parte americana?
«Portai io stesso l'ambasciatore americano Sembler a casa della signora Calipari. Lui le offrì ogni forma di sostegno ma la signora rifiutò mentre accettò, a mia conoscenza, la somma raccolta dal quotidiano Libero ».

Dicono che lei abbia contribuito alla candidatura di lei nelle liste del Pd.
«Ho curato, nei limiti delle mie possibilità, ogni aspetto di carriera e di impiego relativo a Calipari e ai suoi familiari».

Scarsa riconoscenza?
«Non faccio mai nulla con l'aspettativa della riconoscenza altrui».

Il mio pene sarà normale? La scienza dice quali sono le «giuste» misure

Corriere della sera
di Adriana Bazzi

La media, ricavata da uno studio su 15 mila uomini, risulta essere attorno ai 9,31 centimetri di partenza che arriva ai 13,12 centimetri durante l’erezione

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è lungo quando è a riposo e quanto se è in azione? Un attimo: non stiamo parlando di “sfumature di grigio” e delle doti di Mister Gray, il protagonista del film record di incassi (che comunque non sembra mai essersi posto il problema), ma di una domanda che assilla una certa quota di maschi contemporanei: ma io sono normale? Affrontiamo l’argomento da un punto di vista rigorosamente scientifico, in base a una ricerca pubblicata su una rivista autorevole, il Bju International, il giornale degli urologi britannici.
Preservativo
La ricerca ha voluto indagare le misure del pene e cioè la sua lunghezza e circonferenza in varie condizioni (sostanzialmente due). Con l’obiettivo di aiutare i medici a rassicurare i loro pazienti su questo argomento e i ricercatori a stabilire una relazione fra il cattivo funzionamento del preservativo e le dimensioni del pene (argomento non da poco, perché se il preservativo non è ben “calzato” fallisce nel suo obiettivo che è quello di evitare gravidanze indesiderate e di proteggere da malattie sessualmente trasmesse). Non sono pochi gli uomini preoccupati della misura del loro “lui” e coloro che vivono con stress questa condizione sono a volte etichettati come affetti da “body dysmorphic disorder” o dismorfofobia, una fobia che nasce, appunto, da una visione distorta che si ha del proprio aspetto esteriore causata da un’eccessiva preoccupazione della propria immagine corporea.
Nomogramma
Finora non era mai stato condotto uno studio sistematico per rilevare le dimensioni medie del pene e la loro variabilità nelle diverse situazioni e non è stato mai creato un “nomogramma” capace di rilevare le misure del membro maschile in modo da stabilire una media a seconda delle età e delle etnie. Adesso ci hanno pensato David Veale del King’s College London and South London and Maudsley NHS Foundation Trust e i suoi colleghi del King’s College Hospital Nhs Foundation Trust di Londra che hanno cercato di creare questo nomogramma: hanno analizzato 17 studi, presenti nella letteratura medica, per un totale di oltre 15 mila maschi che si sono sottoposti alla misurazione del loro pene secondo le procedure standard.
Lunghezze medie
I dati raccolti hanno rilevato che la lunghezza media di un pene a riposo è di 9,16 centimetri, mentre quando è in erezione mediamente arriva a 13,12 centimetri. La circonferenza passa invece da 9,31 cm di media a 11,66. E se la media, per definizione, rappresenta la normalità ognuno può confrontarsi con questi dati. «Crediamo che questi risultati – ha commentato Veale – possano essere utili ai medici per rassicurare la grande maggioranza degli uomini circa le dimensioni del loro membro e mostrare loro quali sono da considerarsi i limiti di normalità».

3 marzo 2015 | 07:52

Volare basso

La Stampa
massimo gramellini


Un atterraggio d’emergenza imposto dal maltempo ha rivelato improvvisamente agli italiani che per andare da Firenze a Roma il granduca Matteo usa l’elicottero di Stato. Lui, il campione dell’Anti Casta che da sindaco impazzava per la città gigliata al volante di una macchinina elettrica e da segretario del Pd si faceva immortalare sul Frecciarossa come un Draghi qualunque. L’opinione pubblica si è subito spaccata.

La maggioranza, composta da pendolari e sardine d’auto o di metrò, invoca per Messer Renzi un mezzo di trasporto più sobrio ed economico (non sottovaluterei il baldacchino, è ecologico e in Italia i portatori non mancano mai). Ma esiste anche una minoranza, fiera della propria impopolarità, convinta che fare viaggiare il capo del governo tra i cittadini significherebbe esporlo alla mercé del primo squilibrato e che la sua scorta sarebbe fonte di disagio per gli altri passeggeri.

L’elicottero rimane una scelta infelice perché è lo scooter dei miliardari e la metafora di una distanza abissale dalla gente comune. E comunque in democrazia il problema è sempre la trasparenza. Obama sale e scende dagli elicotteri senza dare scandalo, dato che in America tutti sanno che quei velivoli fanno parte del corredo presidenziale. Che Renzi ne usasse uno, invece, noi lo abbiamo scoperto ieri per caso. Come ogni caduta di stile, anche questa fa girare le eliche. Ma sostenere un condannato in primo grado alla presidenza della Regione Campania le fa girare ancora di più.

In Italia bisogna pagare per far valere la verità"

Il Giornale

L'imprenditore spiega perché ha acquistato pubblicità sui giornali: "Nessun conto milionario intestato alla mia cuoca, vogliono solo colpirmi"

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«Caso Falciani, la disinformazione oltraggia la verità. Ecco il documento che prova come la cuoca non ha mai avuto un conto personale presso la banca Hsbc». In uno spazio pubblicitario acquistato e pubblicato l'altroieri dai principali quotidiani italiani Flavio Briatore, ritorna sulla vicenda che riguarda la giovane cuoca del suo team di Formula uno, dopo l'articolo apparso sul settimanale l'Espresso col famoso titolo «Briatore e la cuoca ricca a sua insaputa: le intestò 39 milioni».

Briatore, per raccontare la verità adesso compra spazi sui giornali?
«È l'unico modo per farsi ascoltare anche e soprattutto quando si ha ragione. In Italia bisogna pagare per far valere la verità e avere i mezzi in questa Italia dove si scatena l'odio per chi ce l'ha fatta. In questa Italia dove, chi ha fatto i soldi, deve averli fatti per forza in modo illecito e disonesto. In Italia ti perdonano tutto tranne il successo, perché l'Italia è diventata un Paese di odiatori».

Veniamo ai fatti, lei nell'inserzione a pagamento pubblica la lettera ufficiale della Hsbc.
«Già e in quella lettera si dice semplicemente la verità: la giovane cuoca del mio team aveva esattamente come gli altri dodici ragazzi impegnati nella società di catering che opera in Formula uno, una carta di credito con un massimale di spessa ben preciso, che lei usava e ha usato per gli acquisti di viveri e quant'altro che ogni week-end, al seguito della Formula, si devono fare in giro per il mondo. Ma questo, come la lettera della banca precisa, non significa affatto che la cuoca avesse un conto personale. Come gli altri dipendenti aveva solo una carta di credito aziendale. Nulla di più».

Secondo il padre della cuoca la Guardia di finanza avrebbe confermato l'esistenza del conto.
«Io non so che cosa abbiano detto esattamente i genitori della cuoca nel corso di una recente trasmissioni televisiva. Se ciò che avrebbe affermato il padre corrispondesse al vero riterrei queste accuse molto gravi. Posso aggiungere che tutti gli altri dodici miei collaboratori di quella società sono stati ascoltati e non è emerso nulla di irregolare».

E allora se non c'è nulla di illecito, cosa c'è dietro il caso Falciani sollevato dall'Espresso?
«C'è la volontà ben precisa di colpirmi, affiancando il mio nome a quello di altre persone che hanno avuto problemi con il fisco e con la giustizia italiana. Ma io vorrei ricordare che da 25 anni sono residente fuori dall'Italia, in Italia non produco reddito e quindi in Italia Flavio Briatore come persona fisica non ha tasse da pagare e non ha conti in sospeso con il fisco. La strumentalizzazione di questa vicenda, che risale a cinque anni fa, la dice lunga sulla volontà di sollevare solo un gran polverone per danneggiare me e la mia famiglia».

Mi sta dicendo che si sente un perseguitato?
«Non voglio usare parole grosse ma è pur vero che nella vicenda Falciani, quando scoppiò, venne persino tirata in ballo mia moglie, Elisabetta Gregoraci, che venne sentita dal pm Paolo Ielo. C'erano dei soldi che, dal mio conto in Svizzera, arrivavano sul suo conto. Non erano niente altro che soldi che le servivano per la gestione familiare. Quando lo dimostrammo al magistrato, lui archiviò subito la sua posizione. Peccato che di quella archiviazione non si è mai parlato. E sa perché? Perché i processi in Italia li fanno certi giornali e certi comici».

Allude anche alle frequenti frecciate che le lancia Maurizio Crozza?
«Sì me lo lasci dire: Crozza mi prende in giro e mi tratta sempre come un evasore. Adesso sostiene che io ho una cuoca da sogno, ebbene io gli ricordo, lo scriva pure per favore, che lui stando al gossip, ha o avrebbe invece una ballerina da sogno».

È vero che sta preparando una raffica di querele?
«Sì, perché sono stanco di falsità. E i soldi dei risarcimenti li devolverò in beneficenza».