lunedì 2 marzo 2015

Regaliamo agli immigrati la pensione sociale E loro tornano in patria a vivere come nababbi

Matteo Carnieletto - Lun, 02/03/2015 - 12:32

Per la legge bisogna avere la residenza stabile in Italia. Ma gli immigrati si mettono in tasca i soldi e se ne vanno. E l'Agenzia delle entrate non può neppure controllare se sono davvero poveri

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Si godono la vecchiaia a casa loro, campando alle spese dello Stato italiano. Gli stranieri che ottengono l'assegno sociale e poi tornano nel proprio Paese sono sempre di più. Anche perché è facile: basta una semplice autocertificazione. E anche se l'Inps scopre che qualcuno è scappato in patria, può farci poco o nulla. Molto spesso gli immigrati conoscono la legge (e i suoi benefici) meglio degli italiani.
Sanno come aggirare le regole e come piegarle ai propri interessi. Accade anche con l'assegno sociale, una prestazione economica che viene concessa ai cittadini, italiani e stranieri, che si trovano in condizioni economiche particolarmente gravi. Il reddito annuo di chi lo richiede non deve superare 5.800 euro. Ottenerlo, soprattutto per gli stranieri, è abbastanza facile. Basta avere residenza stabile e abituale da dieci anni in un Comune italiano, essere titolari di un permesso di soggiorno di lungo periodo, non superare la soglia di reddito richiesta e, ovviamente, avere compiuto 65 anni. Solo in Lombardia, come ci assicura una fonte dell'Inps, sono circa 5mila gli stranieri che hanno richiesto questo tipo di assegno. Gran parte di questi, però, una volta intascato il malloppo, è tornata nel proprio Paese d'origine, dove ha potuto condurre - anzi, conduce tuttora - una vita da nababbo alle nostre spalle.
Quando un italiano fa richiesta per poter ottenere l'assegno sociale, invece, scattano tutti i controlli di routine. Vengono setacciati i dati dell'Agenzia delle entrate, della Camera di commercio e dell'Inps e si verifica che chi ha richiesto l'assegno sia in regola. Con gli stranieri questi controlli sono tecnicamente impossibili perché non sempre all'estero - soprattutto nei paesi dell'Est Europa e del Nord Africa - esistono banche dati. La valutazione dei limiti di reddito di chi ne fa richiesta si basa quindi su una semplice (e incontestabile) autocertificazione. E quando l'Inps chiama gli stranieri a rapporto, ecco che arrivano le scuse più disparate: «Ho perso il passaporto», «non riesco più a tornare in Italia», «un mio parente è malato gravemente».

Ma se c'è qualcuno che proprio non riesce a trovare i documenti per rientrare c'è anche, come ci racconta una fonte, chi ha più passaporti (italiano, straniero, rinnovato) e presenta all'Inps quello che conviene maggiormente, ovvero quello che non certifica l'espatrio. Se paragoniamo, poi, l'assegno sociale alle cosiddette «pensioni minime» si nota che chi usufruisce dell'assegno sociale - ovvero chi non ha lavorato o non è riuscito a versare contributi adeguati - prende all'incirca quanto chi ha lavorato tutta una vita e che, magari, percepisce la pensione minima: 448,52 euro contro 501. Poco più di 50 euro di differenza. A 70 anni scatta però la maggiorazione sociale e, così, la forbice si riduce ulteriormente. Per il 2013, per esempio, la differenza è stata di soli 13 euro.

Ma c'è un'altra beffa per i lavoratori italiani: la legge Fornero stabilisce che un uomo vada in pensione a 66 anni e 3 mesi. Ben un anno in più rispetto a quanto richiesto per l'assegno sociale. Significa che uno straniero che magari non abita nemmeno in Italia possa godere della pensione prima di un nostro connazionale. Come tamponare questo enorme flusso di denaro? Si potrebbe usare la tessera sanitaria regionale, che ha sostituito il vecchio codice fiscale e che viene impiegata anche come carta nazionale dei servizi, da «strisciare» alla frontiera un po' come si fa quando si timbra il cartellino al lavoro.

In questo modo si potrebbe attivare un sistema di allerta nei data base dell'Inps che, in automatico, bloccherebbero la prestazione assistenziale. Un'alternativa potrebbe essere introdurre l'obbligo del ritiro in contanti del denaro (solo per gli stranieri, sia chiaro) abolendo la possibilità di accrediti sui conti correnti bancari o postali, così da certificare mensilmente, con firma al ritiro, la dimora effettiva e abituale nello Stato italiano. Infine, una terza ipotesi: stilare un vademecum di controlli per gli uffici, in modo da sottrarre l'iniziativa al libero arbitrio dei funzionari e facilitare l'accesso alle (poche) banche dati esistenti. Intanto, però, il saccheggio

Il nuovo business dei sindacati da agenzie di collocamento: più collocano più guadagnano

Sergio Rame - Lun, 02/03/2015 - 13:47

Pace fatta coi sindacati: Renzi li ingaggia per trovare il lavoro ai disoccupati. Più ne piazzano, più beccano soldi dallo Stato. Ecco come funziona

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Matteo Renzi prova a far pace con i sindacati. E lo fa mettendo sul tavolo un'offerta che difficilmente la Triplice potrà rifiutare. Anche perché in ballo ci sono davvero un mucchio di soldi. Quando nei prossimi giorni, con la firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, entrerà in vigore la prima fase della riforma del lavoro, che introduce il contratto a tutele crescenti, il governo si metterà al lavoro per ideare le strutture che dovranno aiutare i disoccupati a trovare un nuovo lavoro. E qui Renzi vorrebbe che entrassero in gioco i sindacati.

Come anticipa Repubblica, entro maggio il governo intende preparare i nuovi decreti attuativi del Jobs Act. Tra le "politiche attive" sul tavolo di Palazzo Chigi c'è, appunto, la creazione di strutture che aiutino a trovare il lavoro a chi il lavoro non ce l'ha. Quello di cui Renzi ha bisogno sono vere e proprie agenzie per l'impiego, come le multinazionali Manpower, Metis o Adecco, che aiutino a sanare la piaga della disoccupazione. Per i sindacati potrebbe diventare l'occasione per rafforzare i propri bilanci perché, va da sé, il servizio è lautamente retribuito dallo Stato. Più disoccupati collocano, più soldi intascano.  

"Ricollocare i lavoratori più specializzati può fruttare in media circa 950 euro - spiegano Federico Fubini e Roberto Mania su Repubblica - il voucher sui meno qualificati potrebbe valerne circa 2.500, mentre sui casi più difficili in assoluto non è possibile arrivare a primi da 6.000 euro all'agenzia per il lavoro".

Al vaglio c'è un decreto che ricalca il lavoro fatto da Pietro Ichino per l'allora premier Enrico Letta. Il disoccupato, che beneficerà del sussidio statale, sarà preso in carico da un centro pubblico che dovrà, poi, "smistarlo" a un'agenzia per il lavoro che verrà remunerata con il vaucher solo in caso di successo. Qualora il disoccupato dovesse rifiutare più occasioni di lavoro, l'agenzia dovrà segnalarlo al centro pubblico per l'impiego. Che potrà intervenire e, nel caso, togliergli il sussidio statale.
Nella bozza del decreto si parla di enti no profit e for profit. Eppure la selezione sembra costruita ad hoc per i sindacati. Resta da vedere come si comporterà Susanna Camusso che fino a qualche giorno fa tuonava contro il Jobs Act. La clausola per incassare il voucher è che l'impiego sia assicurato da un contratto a tutele crescenti. Quello appunto dalla riforma del lavoro di Renzi.

De Magistris sbagliò da pm, lo Stato paga per il sindaco di Napoli

Il Mattino
di Silvia Barocci


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L'ultimo errore giudiziario «inescusabile» che lo Stato dovrà risarcire chiama in causa il sindaco di Napoli ed ex pm Luigi De Magistris. Palazzo Chigi dovrà risarcire 22.400 euro (circa 26mila con le rivalutazioni Istat), tra danni e spese legali, in favore di Paolo Antonio Bruno, magistrato di Cassazione che la procura di Catanzaro, nel 2004, aveva perquisito e indagato per concorso in associazione mafiosa.

A firmare l’atto, poi rivelatosi abnorme, erano stati l'ex procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi (deceduto nel 2011), il pm De Magistris (dimessosi dalla magistratura a fine 2009 per entrare in europarlamento con l'Idv) e l'aggiunto Mario Spagnuolo (ora procuratore capo a Vibo Valentia). A condannare lo Stato per almeno due «errori inescusabili», commessi dalla procura di Catanzaro, il Tribunale civile di Salerno.

L'ultima sentenza di Mattarella: pensione d'invalidità anche agli immigrati senza carta di soggiorno

Sergio Rame - Dom, 01/03/2015 - 20:02

Spunta l'ultimo atto di Mattarella da giudice costituzionale: lo Stato deve pagare la pensione di invalidità agli immigrati anche se non hanno la carta di soggiorno


"Agli stranieri senza carta di soggiorno, ma legalmente presenti in Italia, non può essere negata la pensione di invalidità, in particolare se questa è grave come la cecità".
 

Tra i firmatari della sentenza numero 22 depositata il 27 febbraio ci sono Sergio Mattarella e Giuliano Amato. Il relatore era Paolo Grossi. La decisione della Corte costituzionale, che risale al 27 gennaio, è l'ultimo "atto" da giudice della Corte costituzionale del neo presidente della Repubblica. La chiamata al Quirinale è, infatti, arrivata il 13 gennaio, quattro giorni dopo appunto.

Come racconta Libero, prima di lasciare la Consulta, Mattarella ha sentenziato che è discriminante (e, quindi, incostituzionale) escludere da prestazioni assistenziali, come l’indennità di accompagnamento, gli immigrati anche quando questi sono sprovvisto della carta di soggiorno, un particolare permesso di soggiorno a tempo indeterminato che può essere richiesto solo da chi possiede un permesso in corso di validità da almeno cinque anni.

La Consulta accogli così il ricorso alla Corte d’appello di Bologna di un cittadino pakistano che nel 2009 si era appellato al tribunale di Reggio Emilia per vedersi riconosciuto il diritto alla pensione ed all’indennità di accompagnamento in quanto "cieco civile con residuo visivo non superiore a 1/20 in entrambi gli occhi". L’Inps si era opposto perché, sebbene fosse legalmente in Italia, all'immigrato mancava la carta di soggiorno.

Con la sentenza firmata anche da Mattarella, la Consulta stabilisce che anche gli immigrati senza la carta di soggiorno hanno non solo diritto alla pensione ma anche alle indennità accessorie. La vicenda apre ora una voragine. Quanti sono, infatti, gli stranieri senza carta di soggiorno, ma legalmente presenti in Italia, che nei prossimi mesi faranno domanda all'Inps per godere della pensione di invalidità? Non solo. C'è, infatti, un atro problemino: non è necessario che sia stata contratta o diagnosticata in Italia. Quanto costerà questo scherzetto alle casse dell'istituto di previdenza? La sentenza potrebbe incidere pesantemente sui conti già traballanti dell’istituto pubblico.

Marco Pantani, i complotti e i sospetti. De Zan chiede un po' di giustizia

Il Mattino
di Claudio Strati

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BASSANO - "Doping o non doping, era il più forte". Davide De Zan lo dice più volte, c'è un doppio binario nella Pantani story: da una parte la realtà del doping, dall'altra la grandezza e la passione e l'adorazione dei tifosi che ne hanno fatto il più amato, nonostante vittorie eclatanti ma non in grande serie, un Giro e un Tour. Il giornalista di Mediaset, ospite a Incontri senza Censura della libreria La Bassanese di Marco Bernardi, di fronte a una platea foltissima (e in primo piano la bici Wilier Triestina con cui corse il Tour) illustra le tesi che ha condensato nel suo libro, "Pantani è tornato".

Ha fatto una lunga inchiesta, ha ricostruito, parlato con tantissima gente. L'amicizia che lo legava a Marco Pantani lo ha spinto a seguire il filone della riabilitazione. Almeno dove si può, negli episodi centrali della sua carriera e della sua vita, quello stop a Madonna di Campiglio il giorno prima di vincere il Giro, il 5 giugno del '99, con Marco scortato dai carabinieri che se ne va attonito, e quella morte piena di misteri in una pensioncina di Rimini, il 14 febbraio del 2004, un giallo che grida bisogno di verità.

"Su Rimini non so, su Campiglio qualcosa sapremo" ripete De Zan, che si sente sicuro di qualche novità in arrivo. Il suo racconto insiste soprattutto su quel giorno. E inquadra bene il momento storico sportivo ("Erano gli anni dell'eritropoietina, l'Epo" commenta il conduttore Eros Maccioni, giornalista che di ciclismo ne sa) in tutte le sue sfaccettature di un sistema che ciascuno può giudicare.

De Zan ricostruisce "la porcata". Cosa succede? Marco sta vincendo il Giro alla grande e quella sera, racconta De Zan, "sa che il giorno dopo sarebbero giunti i controllori". Allora con "la centrifughina che avevano appresso" lui aveva misurato il suo ematocrito, con risultato 48. Quindi a posto, visto che il limite è 50. Il giorno dopo, però, il controllo ufficiale evidenzia un 53: "La cosa che ha messo fine alla sua vita".

"Marco non ha mai detto del 48 - racconta il giornalista - ma io ho due testimonianze che ho dovuto strappare, e anche quella di una terza persona, Fabrizio Borra, uno dei fisioterapisti di Pantani. E poi ho sentito anche dieci specialisti: impossibile che il valore sia cresciuto del 10 per cento in poche ore".Cosa dice De Zan? "Nell'esame del sangue di Pantani il valore delle piastrine era crollato, cosa mai accaduta in tre anni nei quali si controllava una volta al mese.  Ovvero le solite 150 mila quella volta risultarono 100 mila.

Il dubbio è che il sangue sia stato fatto sedimentare per un 20/25 minuti, e che sia stato buttato via un po' del plasma rimasto in superficie, dove tra l'altro galleggiano le piastrine. Ciò spiegherebbe sia il valore più alto misurato, sia il crollo delle piastrine". A maggior ragione, ha aggiunto De Zan, a Imola in un ospedale pubblico poi Marco si fece controllare l'ematocrito di nuovo e il risultato fu 48. Con le piastrine rilsalite a 150 mila. E dunque? "Prova decisiva. Dissero: sì, fece l'esame dopo aver preso un farmaco diluente. Ma se fosse davvero così nella diluizione sarebbero discese pure le piastrine, che invece erano tornate al top".

Insomma un complotto. Accuse pesanti, "più di un sospetto", con sullo sfondo lo scenario ipotizzato da De Zan, il giro delle scommesse per miliardi che non volevano Pantani vincitore di quel Giro. "Io spero che alle mie parole si sovrappongano quelle dei magistrati" ha aggiunto De Zan. Maccioni ha anche ricordato che Vallanzasca rivelò che gli avevano detto, in carcere: "A Milano non arriva". Ma il giornalista di Mediaset ha detto, secco: "Una tesi da me ignorata nelle ricostruzioni".

Questa è una pagina su cui si può ridare un po' di giustizia a Pantani. L'altra è Rimini, la tragedia. Un suicidio per overdose di uomo in situazione di furia psicogena, disse la verità ufficiale. Ma Davide De Zan non ci crede: nella camera d'albergo una devastazione, specchi frantumati, mobili rovesciati, materassi ribaltati, insomma un'iraddiddio eppure quelli della stanza accanto non sentirono nulla.

E lui con le mani perfette, neanche un graffio, ma sangue e "neve" dappertutto (però un po' di fumo nascosto legato sotto il letto), strisce sul pavimento come di un cadavere trascinato e quella pallina di pane e cocaina, che lui avrebbe espulso dalla bocca, così bianca intonsa, dentro una pozza di sangue. E le indagini, e i rilievi? Presa neanche una impronta digitale, agenti entrati senza precauzioni in quella stanza a soqquadro nella quale Marco avrebbe ingerito, da solo, cocaina ("Che prima di allora mai aveva mangiato") in dosi massicce, sei volte la dose letale. E poi quella telefonata alla reception di Marco, "Chiamate i carabinieri", ma nessuno fece il 112...

De Zan cita mamma Tonina: "Allora ha frequentato la peggio specie al mondo". Qui si ferma. Non sa se le autorità potranno riaprire il caso, ma racconta tutti i suoi dubbi e spera. Il pubblico applaude, c'è un clima agrodolce. Sì, bisogno di giustizia per Pantani, ma forse difficile dare giustizia al ciclismo, almeno di quegli anni. Era un ragazzo simpatico, dice De Zan, romagnolo verace, guascone. Un campione. Tutti con lui, poi in un attimo tutti a girargli le spalle. Ma è entrato come pochi, comunque sia andata, nel cuore della gente.

Recensione da eliminare», il ristorante veneziano si mangia Tripadvisor

Il Mattino
di Gianluca Amadori

Il Tribunale dà ragione al titolare del noto ristorante, Eligio Paties. Ordinata la rimozione del post diffamatorio

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VENEZIA - Il ristorante "Do Forni" ha vinto il primo round contro Tripadvisor, il noto sito che recensisce hotel e pubblici esercizi di tutto il mondo, ospitando i commenti degli utenti.

Il giudice della terza sezione civile del Tribunale di Venezia, Paolo Talamo ha accolto l’istanza presentata dal titolare del rinomato ristorante veneziano, ordinando la rimozione dal sito di una recensione, ritenuta diffamatoria e offensiva «in quanto non frutto di reale esperienza da parte del recensore e, quindi, preordinata a danneggiare il ricorrente e, in particolare, a fornire agli occhi del pubblico una artefatta rappresentazione delle caratteristiche dello stesso».

I legali dei Do Forni, le avvocatesse Anna Paola Klinger e Marianna De Giudici, dovranno notifcare il provvedimento a Tripadvisor per ottenere la rimozione del commento diffamatorio. nel corso della causa è probabile che i Do Forni quantifichino una congrua richiesta di risarcimento per i danni all’immagine del ristorante nei mesi in cui la recensione, firmata "mangiafuoco59 Roma, Italia", è rimasta pubblicata sul sito.

Edoardo VIII era un fantoccio di Hitler”

La Stampa

Una nuova biografia riapre le polemiche sulle presunte simpatie naziste del sovrano

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Una nuova biografia su Edoardo VIII, lo zio della regina Elisabetta II che nel 1936 abdicò per sposare l’ereditiera americana Wallis Simpson, riapre le polemiche sulle presunte simpatie naziste del sovrano. Andrew Morton, l’autore della più famosa biografia su Lady Diana, ha passato anni a studiare migliaia di documenti segreti che all’epoca re Giorgio VI, Winston Churchill e persino Dwight Eisenhower avevano chiesto di far sparire, ma di cui invece sono sopravvissute delle copie.

Il duca di Windsor è stato più volte criticato per la sua vicinanza ad Hitler, di cui fu ospite d’onore con la moglie in Germania nel 1937. La tesi del libro è che Edoardo sarebbe dovuto tornare sul trono come «fantoccio» della Germania nazista nel caso in cui Hitler avesse vinto la guerra. Un’ipotesi già avanzata dopo che il presidente americano Roosevelt rese pubblici una serie di documenti segreti subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nella biografia, intitolata «Seventeen Carnations - The Windsors, the Nazis and the Cover-Up», viene rivelata anche l’opinione di Edoardo sul fratello («totalmente stupido»), la regina («un’intrigante») e Churchill («adatto a guidare il Paese solo in guerra»). Mentre Hitler per Edoardo era «un grande uomo», la cui caduta sarebbe stata «una tragedia per tutto il mondo». Stando ai «Windsor file», inoltre, poco prima di abdicare il sovrano avrebbe inviato un telegramma al Fuehrer per il suo 47mo compleanno in cui gli augurava «felicità e benessere». 

Duranord e Jeanne Veillard, la coppia più anziana del mondo: sposati da 82 anni

Il Mattino

Duranord e Jeanne Veillard sono due anime gemelle. Nati nella stessa settimana a tre anni di distanza, più di un secolo fa, sono sposati da 82 anni. Vivono nella contea di Rockland, nello Stato di New York insieme alla figlia Marie. Figlio di un pescatore, Duranord Veillard è nato il 28 Febbraio del 1907 a San Louis du Sud ed è cresciuto a Les Cayes ad haiti. Ha studiato legge e ha vissuto a Port-au-Prince.

La coppia si è sposata nel Novembre del 1932, quando Franklin Delano Roosvelt venne eletto presidente per la prima volta contro Herbert Hoover e Groucho Marx si esibiva alla radio per la prima volta. Duranord e Jeanne hanno cresciuto cinque figli, trasferendosi negli Stati Uniti nel 1968, dopo che Duranord aveva perso il suo lavoro di giudice e aveva ricevuto un visto per visitare gli Stati Uniti. Si è stabilito nella Spring Valley, per essere raggiunto da tutto il resto della sua famiglia. Veillard diventò un tecnico di laboratorio al Good Samaritan Hospital, dove ha lavorato per 10 anni fino alla pensione.

Ormai quasi cieco e duro d'orecchi, Veillard parla ancora in creolo francese, scherzando, facendo battute e cantando canzoni che ha imparato a Cuba nel 1920.

«Ricorda tutto – dice uno dei figli, Vely Veillard, di 62 anni – Guardatelo! Non vuole usare nemmeno il bastone per camminare. È una superstar». Jeanne Veillard siede quieta accanto a suo marito, mentre ricorda il giorno del loro primo incontro: «L'ho trovato per strada» scherza in creolo francese. La stanza è piena di tutti i familiari dei Veillard, oltre i 5 figli, 12 sono i nipoti e 14 i pronipoti. Sebbene la contea di Rockland non abbia conservati i registri delle persone più anziane che vivono in zona, la famiglia ritiene che Duranord e Jeanne sono la coppia più anziana della zona e, probabilmente, del Mondo.

Sindaco leghista nega cittadinanza a donna indiana: «Non sa l’italiano»

Corriere della sera
di Roberto Rotondo

Succede a Cairate in provincia di Varese, il primo cittadino: «Nessuna discriminazione ma rispetto della legge»

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L’ultimo passaggio per ottenere la cittadinanza italiana è andare in comune a recitare la formula del giuramento, ma la signora Rani Puspha ha incontrato, nel municipio di Cairate (Va), un sindaco, Paolo Mazzucchelli (Lega Nord), che l’ha mandata a fare un corso di italiano. La donna, 56 anni, si è rivolta agli avvocati: «Sono già andata tante volte a chiedere di poter fare il giuramento - racconta – ma non mi è stato permesso. Ora vado in una scuola di italiano da due mesi, e il mio linguaggio sta migliorando», racconta la signora indiana.
Il giuramento
Ministero e prefettura le hanno già accordato il nullaosta per avere la cittadinanza, manca solo il giuramento in Comune, a Cairate. Tuttavia il tempo stringe: la legge dice che deve recitare la formula entro sei mesi, e il termine scade il prossimo 8 marzo. «Se non le sarà consentito di effettuare il giuramento - osserva il suo legale - faremo causa in sede civile e penale». L’avvocato della donna paventa una omissione di atti d’ufficio ma il sindaco Mazzucchelli ribatte: «La persona che presta giuramento per ottenere la cittadinanza italiana deve saper parlare italiano - afferma in una lettera sulla vicenda - lo prevede la legge, deve saper leggere la Costituzione. La signora Rani non era ancora pronta. Le ho quindi suggerito, durante un incontro cordiale a cui hanno partecipato anche la figlia e il genero, di iscriversi a un corso di italiano. Se la signora è pronta a recitare la frase in italiano, da parte mia non c’è alcuna opposizione».
Avvocati
Rani Puspha dice di potercela fare ma il suo italiano è effettivamente ancora stentato. Tuttavia i suoi avvocati eccepiscono che non è il sindaco di un comune a dover fare l’esame di lingua e che tale atteggiamento è del tutto arbitrario. Come finirà? «Vogliamo che siano rispettati i nostri diritti» aggiunge Kuman Pushpa, il marito della donna. Lui la cittadinanza italiana l’ha già conseguita. La moglie vive da 15 anni in Italia e la coppia ha 4 figli, anche sposati, ormai integrati nel territorio. Riuscirà Mani Pushpa a leggere la formula del giuramento entro l’8 marzo? «Non c’è nessuna discriminazione, faccio due cittadinanze alla settimana, ma sempre con persone che parlano italiano», dice il sindaco.



Cittadinanza negata, il prefetto dà il via libera alla signora indiana

Corriere della sera

di Roberto Rotondo

Il sindaco leghista Paolo Mazzucchelli si era opposto sostenendo che la 56enne non sa l’italiano, ma è andato oltre le sue prerogative: «È un diritto soggettivo inalienabile»



«Il sindaco di Cairate deve consentire il giuramento. Ho firmato io stesso lo scorso giugno il permesso, la legge non prevede che il primo cittadino abbia potere di discrezionalità». Il prefetto di Varese Giorgio Zanzi interviene sulla vicenda di Rani Pushpa, la donna indiana di 56 anni che ha fatto richiesta di cittadinanza italiana, ma che non ha potuto finora prestare giuramento in Comune perché il sindaco, Paolo Mazzucchelli (Lega Nord), ha negato la cerimonia. «Non parla italiano, non è integrata. Io sono un pubblico ufficiale - afferma il borgomastro - e devo controllare se stiamo facendo diventare italiana, una persona inserita nel territorio».

«Il sindaco non ha potere discrezionale»
Il prossimo 8 marzo scade il termine di 6 mesi, entro il quale un cittadino che ha ottenuto il nullaosta deve effettuare il giuramento in Comune. Venerdì scorso Mazzucchelli ha chiesto un parere alla Prefettura, anche perché la donna ha detto che lo avrebbe denunciato se non le avesse consentito di giurare entro i termini previsti. «Abbiamo esaminato questa mattina tutta la pratica - riferisce il prefetto di Varese - e il permesso non può essere negato. L’istruttoria è passata a giugno dai nostri uffici e sono stato io stesso a firmare l’accettazione della domanda. In realtà la signora ha chiesto un permesso per matrimonio, il marito infatti ha già la cittadinanza italiana, e si tratta di un diritto soggettivo inalienabile, per cui il sindaco non ha potere discrezionale».