venerdì 27 febbraio 2015

I milanesi scrivono all'Europa: "Vogliamo i privilegi dei rom"

Maria Sorbi - Ven, 27/02/2015 - 08:15

La lettera-denuncia di un gruppo di famiglie al Consiglio Ue: "Case, mense e mezzi pubblici gratis: basta trattamenti di favore"

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«Caro Consiglio d'Europa, anche noi vorremmo diventare rom e avere gli stessi diritti dei nomadi». Comincia così la lettera che un gruppo di cittadini milanesi ha intenzione di spedire all'Ecri, la commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza. Una mossa che va ben oltre la trovata goliardica e che intende piuttosto essere una denuncia.

L'idea parte da Carmela Artusa, dipendente comunale e madre di un ragazzo di 19 anni, studente di ingegneria al Politecnico. A sottoscrivere la lettera sono subito intervenuti colleghi, amici, vicini di casa, conoscenti. E l'elenco potrebbe diventare sempre più lungo. «Vogliamo chiedere appoggio nei mercati, siamo sicuri di trovare il consenso di parecchi milanesi». Nessun appoggio politico, nessuna bandiera di partito, solo la voce di cittadini comuni che alla fine di ogni mese hanno spese da pagare, mutui e rate.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la recente bacchettata che il Consiglio europeo ha dato all'Italia, intimandola a trattare meglio i rom. Nell'ultimo rapporto vengono strigliate le autorità italiane perché non hanno ancora introdotto misure per assicurare ai rom colpiti da ordini di sgombro i diritti garantiti agli altri cittadini. Diritti che dovrebbero prevedere la possibilità di contestare l'ordine di sgombero, di sfratto, davanti a un tribunale, e la possibilità di accedere a un luogo dove poter abitare. «Eh no, questo è troppo - è sbottata Carmela - Basta con gli appelli di cardinali e vescovi che ci invitano a prenderci in casa un rom.

Basta con questo trattamento di favore. Io devo cavarmela con il mio stipendio e nessuno mi fa sconti su niente. Se prendo una multa devo pagarla. E devo pagare pure se voglio contestarla facendo ricorso. Noi cittadini siamo perseguitati, non solo tartatssati. Sentire che i rom vanno trattati ancor meglio rispetto ad oggi ci fa infuriare». Da qui l'idea di stendere un decalogo di ciò che i rom possono fare e i milanesi no. «Vogliamo essere eguagliati ai cittadini rom - si legge nella lettera - ed avere il diritto di non avere doveri».

Ad esempio, si chiede (ovviamente come provocazione) di poter circolare senza documenti e, in caso di controlli, di poter dichiarare generalità false. Di girare su auto di lusso senza pagare assicurazioni, bolli, revisioni e tagliandi. Di non sborsare nemmeno un euro né libri di testo, né refezione scolastica, né scuolabus per i bambini. Di non pagare bollette e tasse. Di poter bivaccare e chiedere l'elemosina.
«Se ci permettessimo noi milanesi di chiedere soldi ai semafori o di accamparci in giro per la città senza averne diritto, verremmo spolpati vivi». Costa affittare il suolo pubblico, costa utilizzare i mezzi pubblici. «Per loro invece è gratis».

«Se io decidessi di non pagare più l'affitto di casa, verrei sfrattato - spiega un altro firmatario della lettera - Per i rom il trattamento è diverso. Si lascia che occupino abusivamente spazi e case senza che spendano un euro e senza che ne abbiano diritto». Rivolgendosi direttamente alla comunità rom, l'ideatrice dell'iniziativa scrive anche: «Ricordo che è inutile che i nomadi si appellino all'Olocausto. Gli ebrei non cercano diritti, si sono rimboccati le maniche e hanno costruito tutto».

L’ascensore

La Stampa
massimo gramellini

A ottobre ricevetti una mail da Stefano Martoccia, ingegnere torinese di trentatré anni colpito da un tumore alle ossa che gli era costato l’amputazione della gamba destra. Stefano abitava all’ultimo piano di una casa senza ascensore e aveva informato i coinquilini dell’intenzione di installarne uno a sue spese. L’assemblea di condominio - luogo tra i più ottusi ed efferati dell’umanità, al cui confronto il Parlamento è un covo di idealisti - aveva negato l’assenso. La legge consentiva a Stefano di procedere.

Ma il dominus dell’assemblea, titolare della maggioranza dei millesimi, aveva opposto ostacoli ed eccezioni, arrivando a insinuare che il giovane volesse costruire l’ascensore con gli incentivi concessi ai disabili per aumentare il valore del suo appartamento e poi rivenderlo. Aveva preteso che Stefano sottoscrivesse un documento in cui si impegnava a rimuovere l’impianto, in caso di cessione della casa, e a utilizzarlo in esclusiva, negando le chiavi dell’ascensore a parenti e infermieri.

Stefano si era rifiutato di firmare e mi aveva manifestato il suo dolore stupefatto per le soglie di cattiveria a cui può giungere un essere umano. I suoi condomini, scriveva, erano frequentatori assidui della parrocchia. Devoti al prossimo, purché non abitasse a casa loro.

Girai la mail alla collega Maria Teresa Martinengo, che scrisse un articolo sul giornale nella speranza che qualcuno si vergognasse. Ma nessuno si vergognò. Per non perdere energie che gli servivano altrove, Stefano accantonò il progetto dell’ascensore e si trasferì nell’appartamento del cugino al pianterreno, dove una morte più misericordiosa degli uomini è venuto a prenderlo ieri mattina. 

LA STORIA, Gli inquilini negano l’ascensore al giovane malato di tumore
di Maria Teresa Martinengo 

E' legittimo il licenziamento di chi copre i furti del collega

La Stampa

Lo afferma la Corte di Cassazione con la sentenza 2552/15. La Corte d’appello di Firenze ha dichiarato legittimo il licenziamento intimato dalla società datrice di lavoro nei confronti del responsabile dell’ufficio commerciale, ritenuto responsabile di gravissime omissioni negli oneri di vigilanza e denuncia, a lui incombenti, in relazione a diversi episodi in cui si erano registrati ammanchi negli incassi dei parcometri gestiti dalla società, nonché ad uno specifico episodio in cui egli aveva assistito ad un vero e proprio furto delle somme incassate da parte di un collega.

L’intenzione di coprire gli ammanchi è stata ricondotta dal datore di lavoro alla previsione di legge (art. 45, r.d. n. 148/1931) che dispone la destituzione nei confronti di chi consapevolmente si appropri o contribuisca che altri si appropri di beni aziendali oppure che defraudi o contribuisca a defraudare l’azienda dei suoi beni. Il lavoratore impugna la sentenza in Cassazione lamentandosi del fatto che la condotta contestatagli non possa rientrare nella previsione della norma citata, la quale richiederebbe un concorso doloso nella commissione del fatto.

La Corte di Cassazione ritiene che le prove relative ai comportamenti del lavoratore consentono di attrarre la condotta alla consapevole complicità di fatto nei confronti del comportamento illecito del collega, caratterizzata da una gravità tale da non potersi sottrarre al provvedimento disciplinare del licenziamento. La norma applicata non richiede difatti l’accertamento di un autentico concorso doloso nella commissione del fatto, potendo trovare applicazione anche in caso di comportamenti omissivi, come accaduto nel caso concreto. Il ricorrente lamenta inoltre la violazione dell’art. 2119 del codice civile, norma che peraltro non era oggetto di contestazione, negando in tal modo la configurabilità di una giusta causa di licenziamento.

I giudici di legittimità osservano che la lettera di licenziamento contestava al lavoratore una condotta definita come gravemente lesiva del rapporto fiduciario intercorrente tra il datore di lavoro ed il funzionario, tale da non consentire la prosecuzione del rapporto, individuando in tal modo una giusta causa di recesso ai sensi dell’art. 2119 c.c.. Si aggiunga che in tema di verifica giudiziale della correttezza del provvedimento disciplinare, il giudizio di proporzionalità tra quest’ultimo e la violazione contestata si concretizza nella valutazione della gravità della condotta del lavoratore e dell’adeguatezza della sanzione, con un apprezzamento delle risultanze probatorie di esclusiva competenza dei giudici di merito, non censurabile di conseguenza in sede di legittimità.

Nel caso, i giudici di seconde cure hanno dato adeguata argomentazione in ordine al riscontro degli elementi fattuali di tale gravità, oggettiva e soggettiva, da integrare la giusta causa di licenziamento. Per questi motivi la Suprema Corte rigetta il ricorso, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it