giovedì 26 febbraio 2015

Erano quattro amici al bar. Due hanno evaso, e gli altri?

Francesco Maria Del Vigo - Gio, 26/02/2015 - 08:16

Gino Paoli e Beppe Grillo finiti nella bufera per evasione fiscale. Resta solo un dubbio: ma questi quattro amici almeno lo hanno pagato il conto del bar?

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«Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo». Il mondo, o forse il conto. Due erano evasori e gli altri? Noi sull'identità di questi compagni di bevute (e di ricevute) qualche sospetto lo abbiamo. Suffragato dalla cronaca e, soprattutto, dal pentagramma, s'intende.

Perché proprio mentre il diversamente simpatico Paoli finisce alla berlina per il suo conto in Svizzera, sui quotidiani rimbalza la storia - tirata fuori dal Giornale nel maggio del 2014 - dell'evasione fiscale di Beppe Grillo. Secondo l'impresario Lello Liguori, il comico si faceva pagare in nero una parte del cachet dei suoi spettacoli. Un giochetto da qualche milione di euro. Roba da finire sul rogo dei Cinque Stelle, per intenderci.

Ma Grillo, oltre ad essere concittadino di Paoli, è anche un suo grande e storico amico. E allora stai a vedere che c'era anche lui al bar, seduto a quel tavolino a cercare di cambiare il mondo. D'altronde i due, oltre ad avere l'hobby delle più o meno innocenti evasioni (fiscali), hanno in comune un'altra caratteristica: escono di casa sempre con una grande scorta di vaffa in tasca.

Saranno anche particolarmente oculati nel dispensare danaro - come vuole la tradizione -, ma sono quanto mai prodighi di improperi. Ieri il cantante ha dato prova del suo ombroso carattere in una velenosissima intervista a Luzzato Fegiz: «Sono capace di scatti d'ira incredibili. Se qualcuno mi fa una battuta sulla vicenda lo mando all'ospedale». Nemmeno una parola, una motivazione, una scusa sulla presunta evasione. Ha preso un'altra stecca. In senso musicale, s'intende.

D'altronde Fegiz ha scientificamente schivato ogni domanda sull'inchiesta della Procura di Genova. E lo capiamo: non si sa mai che Paoli gli rifilasse un sonoro scapaccione. Siamo giornalisti mica boxeur. Eppure, un po' lo si poteva incalzare. Suvvia. Su questi amici al bar, che poi rimangono tre perché uno molla il bar e si impiega - guarda caso! - proprio in banca, ché un amico allo sportello fa sempre comodo. E poi - siamo al secondo caso -, finiscono vascorossianamente «ognuno a rincorrere i suoi guai» (giudiziari?). Praticamente una confessione. Più che una canzone. Resta solo un dubbio: ma questi quattro amici almeno lo hanno pagato il conto del bar?



"Da Beppe Grillo a Jennifer Lopez: tutti pagati in nero e si dicono di sinistra", un impresario racconta le pretese delle star
Libero

Lello Liguori, ottantenne impresario di lungo corso, è stato definito il Grande Gatsby della Riviera ligure. Ha gestito locali da Sanremo a Santa Margherita ed è stato anche il re delle notti milanesi. Ha conosciuto la malavita meneghina molto da vicino e uno dei boss dell’epoca, Angelo Epaminonda, detto il Tebano, lo ha accusato di tutto: «Omicidio, associazione a delinquere, spaccio internazionale di droga», ha ricordato Liguori. Hanno persino tentato di ucciderlo, ma l’ha sempre sfangata. «Ho pagato cara l’amicizia con Bettino Craxi.

Sono stato interrogato da undici magistrati, coinvolto in 11 processi e assolto 11 volte» ha dichiarato qualche anno fa al Secolo I. E per difendere Craxi ha litigato anche con Beppe Grillo: «Lo detesto perché va in giro a fare il politico, a sputtanare tutti quanti, ma quando veniva da me, carte alla mano, si faceva dare 70 milioni: dieci in assegno e 60 in nero», ha detto nella stessa intervista al quotidiano genovese. Dichiarazioni che sono state riprese con enfasi dai media solo nel 2014 e Grillo, fuori tempo massimo, ha minacciato querele.

Signor Liguori, ma il leader del Movimento5stelle, alla fine, l’ha denunciata per davvero?
«No, mai, anche perché ho documenti e testimoni. Nei giorni scorsi sono stato contattato dai difensori di Luca Barbareschi. Grillo lo ha querelato perché in televisione ha fatto una dichiarazione sui pagamenti in nero. Sono dovuto andare dal comandante dei carabinieri a confermare che Grillo con me ha evaso più di 300 milioni di lire. È venuto almeno 20 volte nei miei locali. Inizialmente prendeva 70 milioni di cachet: 10 in assegno e 60 in nero. Questo lo ha fatto quattro volte al Covo e una volta allo Studio 54 di Milano, che era mio. Poi ha lavorato altre volte a 20-30 milioni. Comunque sempre con la stessa prassi. Quando è venuto a Milano io avevo con me una persona testimone del pagamento: è andato lui alla cassa a prendere i soldi».

E i documenti?
«Ci sono le mie dichiarazioni alla Siae in cui dicevo quante persone c’erano nel locale. Quello è un documento».

Ha mai ingaggiato Gino Paoli?
«Una decina di volte».

E con lui come veniva retribuito? In modo regolare?
«(Breve pausa) Non ricordo. Paoli è un amico e non ricordo. Riguardo a Grillo mi è stato chiesto da più parti, da destra e da sinistra, di asfaltarlo. Naturalmente sotto elezioni tutti speravano in una débâcle di Grillo. E io ho detto: si può fare. Mi sono messo lì tre giorni e ho parlato con tutti i giornali».

Politica a parte, glielo richiedo: lo stesso sistema di pagamento veniva utilizzato con Gino Paoli?
«Guardi, con tutti. Io ho portato in Italia 300 artisti americani, ho lavorato con spagnoli, francesi, greci e i compensi sono sempre stati versati in quel modo. Se lei li vuole è così, altrimenti non vengono».
Dunque non l’ha stupita che Paoli sia accusato di evasione fiscale?
«Io ho una figlia a Lugano e vedo quelli che stanno riportando indietro i soldi».

Ma il cantautore genovese veniva pagato in nero sì o no?
«Io l’ho ospitato tante volte con Ornella Vanoni, ma anche insieme con Grillo. Perciò lo chieda a Grillo (ride)».

Per loro stessa modalità di remunerazione: me lo può confermare?
«Era la stessa per tutti. Io adesso sto trattando per l’Expo. Hanno preso Andrea Bocelli non da me, da un inglese. Volevano un’altra star. Abbiamo tentato di affiancargli Angelina Jolie, ma Bocelli non ha voluto perché oscurava un po’ il suo nome. Allora abbiamo deciso di puntare su Jennifer Lopez. Ma con gli intermediari è la solita storia: costa 1,8 milioni, però bisogna dargliene "normali" (ufficiali ndr) 1,2. Tanto per dire. Non lo riporti, però, perché non abbiamo ancora firmato i contratti e faremmo brutta figura con la Lopez».

Ritorniamo alla coppia Grillo-Paoli. Mi può ribadire che facevano “nero” insieme?
«Ma sì. Guardi che se lo chiede a Grillo, lo ammette. Tanto dice che è tutto finito in prescrizione. In effetti sono cose di tanti anni fa».

E secondo lei anche Gino Paoli confermerebbe?
«(Liguori cambia all’improvviso registro) Gino Paoli non ricordo neanche... mi sembra di averlo pagato regolarmente. Anche perché il mio direttore, che è mio cognato, ha suonato per vent’anni con Paoli. Era capo orchestra. È stato lui a fare i contratti, non io».

Dunque con l’autore del “Cielo in una stanza” avete fatto tutto a regola d’arte? «Mah. Io penso. Non sono in grado di dire né sì, né no».

Però quando è venuto con Grillo, l’accordo l’hanno fatto con lei? «Naturalmente, li ho messi insieme io».

E in quell’occasione stesso pagamento per entrambi?
«Non so, perché Grillo è andato via prima. Paoli si è fermato sino a tardi con mio cognato che aveva accesso alla cassa».

Mi sembra di capire che lei sia troppo amico di Gino Paoli... «È così».

Ci sono altri personaggi con cui ha avuto brutte esperienze?
«Io ho una causa con Teo Teocoli. Nel 1999 doveva fare una serata per la Confindustria, ma rinunciò per motivi di salute. Ho dovuto sostituirlo a mezzanotte con Giorgio Faletti che ho trovato all’ultimo momento vicino a Portofino; eppure Teocoli ha incassato diversi milioni dalla Confindustria. L’ho scoperto recentemente. Grazie a una vecchia fattura ho visto che in quell’occasione c’erano 1.100 persone per un conto totale di 94-95 milioni. A me ne hanno dati solo 72, perché avevano scalato il cachet di Teocoli. Ieri (il 22 febbraio ndr) il suo avvocato mi ha mandato una lettera in cui diceva che se io avessi divulgato questa notizia mi avrebbero querelato. Io naturalmente sono andato subito a sporgere denuncia per appropriazione indebita e furto».

Altri personaggi con cui ha trattato?
«Io ho lavorato con Ornella Vanoni, Patty Pravo, Vasco Rossi, Claudio Baglioni e sono stati tutti pagati regolarmente. Senza nero».

In ogni caso, con tutto quello che guadagnano gli artisti, non le sembra un po’ scorretto che alcuni cerchino di evadere le tasse?
«E gli sportivi allora? Guardi Valentino Rossi. Mi sembra che abbiano trovato conti all’estero un po’ a tutti. Non dovete andare a toccare il nostro mondo. Compresi noi dei locali notturni. Sono stato al Covo 37 anni e avevo 40 locali contemporaneamente, tra Italia ed estero. Ovviamente, proprio per colmare i disavanzi causati dai pagamenti in “nero” delle “attrazioni”, quando si poteva, cercavamo di fare qualche biglietto in meno per la Siae».

Beh, sta dicendo che eravate costretti a costituire fondi neri per i compensi fuori busta degli artisti. Adesso sembra che abbiano trovato il tesoretto svizzero di Gino Paoli...
«Che è della sinistra estrema...».

Si definisce ancora "comunista".
«Appunto».

Eppure sembra abbia accantonato due milioni Oltralpe... Il suo guaio è che non è riuscito a riportarli indietro.
«Gli do un consiglio: si deve mettere d’accordo con l’Agenzia delle entrate, pagare il 5 per cento e farli rientrare. Così sta più tranquillo».

Forse adesso è troppo tardi. La procura l’ha già indagato per evasione fiscale. In un’intercettazione avrebbe detto di aver ricevuto pagamenti in nero da parte degli organizzatori delle feste dell’Unità. Lo stesso trattamento di riguardo che gli ha riservato lei.
«Io non ho detto di averlo pagato in nero. Anche perché a volte, con i miei locali, guadagnavo un miliardo a sera e non potevo certo controllare tutti i conti. Ma adesso lasciamo perdere l’argomento perché io nel mondo dello spettacolo ci lavoro ancora».

Giacomo Amadori

La minaccia della “spazzatura spaziale”

La Stampa
antonio lo campo

Satelliti o razzi abbandonati, attorno alla Terra ruotano 20mila frammenti di detriti. Oggi non sono un problema ma in futuro potrebbero causare collisioni catastrofiche

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Non è un problema di oggi, ma è sempre molto attuale. In orbita attorno alla Terra ruotano, a quote diverse, circa 20.000 frammenti di discrete dimensioni. Sono i cosiddetti detriti spaziali o “space debris”, che formano quella che è nota con il termine un po’ colorito di “spazzatura spaziale”. Si tratta di “pezzi orbitali” di vario genere, da satelliti abbandonati a frammenti di satelliti esplosi o di stadi di razzi abbandonati. Sono tutti ben monitorati e tenuti sotto controllo, ma il problema persiste e in futuro potrebbe portare a collisioni catastrofiche.

Satelliti recuperabili per essere eliminati
I satelliti delle ultime generazioni vengono già realizzati con propulsori che, alla fine dell’operatività del satellite, vengono o “sparati” verso orbite più alte, o al contrario fatti rientrare subito in atmosfera terrestre, dove bruciano al contatto con gli strati meno densi. Quindi, già da qualche tempo si è cominciato ad affrontare il problema con progetti di “clean space” per la pulizia delle orbite spaziali. Si tratta di sistemi tecnologici o piccoli satelliti in grado di recuperare a loro volta satelliti abbandonati o grossi frammenti orbitanti, per poi eliminarli facendoli rientrare e bruciare subito negli stratri atmosferici. Un progetto europeo, avviato di recente, vede coinvolta anche una onlus privata italiana, la COSMO-SpaceLand, con sede a Torino e campus al Centro Spaziale Europeo in Belgio.

Il progetto prevede di convertire un velivolo a fusoliera larga, come quelli da tempo utilizzati da SpaceLand per voli in assenza di peso a 11 chilometri di altezza, che grazie a speciali parabole creano condizioni cosiddette di “gravità zero” fruibili anche dal grande pubblico. Il velivolo sarà anche in grado di portare in quota un veicolo spaziale per successive accensione dei motori ed inserimento in traiettoria sub-orbitale, con a bordo, nella sua stiva, l’ “acchiappasatelliti o detriti” dello spazio oppure nuovi satelliti da inserire in orbita ma dotati di sistemi per essere facilmente recuperate con lo stesso sistema.

Imminenti i primi test in “gravità zero”
Nel frattempo però sono in programma nuovi voli atmosferici in microgravità, che oltre a compiere ricerche scientifiche (in particolare di biomedicine, scienza dei materiali e tecnologie per l’esplorazione planetaria), serviranno proprio a preparare i voli con i primi veicoli spaziali, fino a quasi 100 chilometri dalla Terra: «Il velivolo SpaceLand è attualmente in preparazione per la prima missione di volo in assenza di peso richiesta direttamente al nostro team da consorzi industriali high-tech europei - ci dice l’Ingegner Carlo Viberti, Presidente SpaceLand, già responsabile tecnico dell’Ufficio Attività Astronauti dell’Agenzia Spaziale Europea ESA e della tecnologia europea sulla stazione spaziale russa MIR –.

E’ una richiesta che giunge da importanti industrie di Varsavia e Madrid su incarico dell’ESA per il programma Clean Space. Il gigantesco laboratorio volante Zero-G SpaceLand ha una capacità di imbarcare fino a 80 persone per singolo volo, non solo tecnici e scienziati». «Ma anche osservatori e “turisti spaziali”, insieme a decine di apparati sperimentali; nel prossimo decollo, previsto per la tarda primavera, questo laboratorio volante consentirà di validare varie tecnologie di cattura dei detriti spaziali con l’obiettivo di ridurre il grave rischio di collisione catastrofica fra satelliti e spazzatura orbitale, attualmente stimato fino al 10 per cento: un rischio che sta diventando preoccupante».

Voli per la ricerca e per il grande pubblico
«Il nostro progetto - aggiunge l’ingegnere aerospaziale torinese - prevede di trasferire in Italia il gigantesco DC-10-40F usato per i rifornimenti aerei dei cacciabombardieri del Governo degli Stati Uniti d’America e convertirlo nel primo grande laboratorio microgravitazionale per esperimenti a scopo civile, medico-scientifico e tecnologico, sia in condizioni di “zero- gravità”, sia in cosiddette “gravità lunare”, “gravità marziana” ed “ipogravità”, quest’ultima tipica di comete e asteroidi». In attesa dunque dei prossimi scenari spaziali, è imminente un nuovo volo con il velivolo per la gravità zero fino a 11 chilometri d’altezza.

Un volo aperto non solo a ricercatori, ma anche al pubblico e a chiunque sia interessato a effettuare le parabole che il velivolo effettuerà per ricreare condizioni (altenate) di gravità zero, proprio come quelle degli astronauti in orbita. L’operazione consentirà all’Italia di diventare leader nel settore di scienze e tecnologie microgravitazionali, con benefici anche nella ricerca di contromisure su osteoporosi, sulla sindrome di Alzheimer (per le quali il team di SpaceLand ha già realizzato esperimenti anche con l’undicenne Kim Marco Viberti, in assenza di gravità col papà Carlo per conto della European Brain Research Institute fondata dal Premio Nobel Levi-Montalcini) e su varie altre patologie per le quali la ricerca medico-scientifica microgravitazionale sta rivelandosi vincente. 

Il prossimo addestramento per qualificarsi alle missioni di volo aperte al pubblico è fissato al Campus SpaceLand nel Centro Spaziale Europeo per il fine-settimana del 28 e 29 marzo, con iscrizioni la prossima settimana tramite email a SpaceLand www.spaceland.it

La satira romana contro Isis attraversa l’Atlantico

La Stampa
francesco semprini

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«Siamo a sud di Roma». L’ultimo manifesto mediatico dello Stato islamico, a metà tra la minaccia e l’anatema, ha messo in allarme i servizi di sicurezza e l’intelligence italiana e occidentale. Mai gli sgherri del Califfo erano arrivati tanto vicini a un Paese occidentale. Duecento chilometri, tanto è lo spazio che divide l’ultima generazione jihadista dal primo fazzoletto di terra italica. «Conquisteremo Roma, con il permesso di Allah», incalzava un tweet di Isis in Libia. Ma chi ha detto che, anche attraversato quel braccio di mare, sia così facile fare scacco alla capitale? E’ la provocatoria domanda che sottintende la valanga satirica con cui i romani hanno commentato la minaccia dell’Isis, un’antologia di tweet e post all’insegna dell’ironia propria e altrui, quasi a voler esorcizzare un pericolo con la risata.

Una satira che ha fatto eco al di là dell’Atlantico, tanto che il New York Times, in un’editoriale di Thomas Friedman, e ancor prima il Washington Post con Adam Taylor, hanno dato spazio al confronto tra Isis ed Spqr. Si parte dal monito, dall’immagine di Abu Bakr al Baghdadi con dietro la scritta «Sud di Roma», e lui che dice: «Tranquilli siamo sulla Salerno-Reggio Calabria». Sotto la foto con la colonna di blindati dell’Isis paralizzata sull’incompiuta per antonomasia. «Se vi avanza un po’ di tempo date una mano pure voi a finirla», twitta qualcuno, mentre altri avvertono: «Siete proprio sicuri di voler venire?».

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A farla da padrona, dicono Times e Post, è l’hashtag #We_Are_Coming_O_Rome, che colleziona una serie di suggerimenti anglo-romaneschi rivolti al Califfo e ai suoi jihadisti. «Ricordatevi gomme da neve e catene, o vi sequestrano il carrarmato», «Non prendete il treno, ci mette una vita ed è sempre in ritardo», «Occhio, domani c’è sciopero dei trasporti pubblici». E poi, chi lo ha detto che anche se la carovana dello Stato islamico arrivasse a Roma sarebbe fatta. Innanzi tutto c’è il Gra:

«Occhio al raccordo, rimanete imbottigliati, rischiate di passarci la vita», recita un cinguettio con l’immagine della solita colonna di blindati e bandiere nere, e il jihadista di turno che in arabo sottotitolato dice: «Forse è meglio uscire alla Magliana!». E cosa accadrebbe se lasciata la tangenziale, l’Isis si avventurasse di domenica verso Ponte Milvio, dove le tifoserie delle opposte fazioni si danno appuntamento per il «riscaldamento pre-partita», dopo il generoso pieno alcolico nelle bottigliere di «Ponte Mollo». Per non parlare delle escursioni infrasettimanali a Piazza di Spagna.

Figuriamoci poi issare la bandiera nera sul «Cuppolone»: il convoglio Isis «potrebbe rimanere incagliato tra i pullman dei fedeli a via della Conciliazione, perdersi tra i sottopassi verso il Pincio, o essere multato a Borgo Pio perché i veicoli non sono conformi a Euro 5». Poi c’è chi alla minaccia di «distruggere la croce» e prendersi «le vostre donne », risponde: «Se ti prendi mia moglie la croce ce l’hai tu a vita». E chi più semplicemente suggerisce: «Ricordatevi mia suocera».

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Al limite del «politically corrrect», c’è quella che racconta di un manipolo di poveri jihadisti che, disorientati a Roma tra i cinesi dell’Esquilino, i nigeriani di Termini, e i filippini di piazza Mancini, realizzano che gli unici romani sono quelli che imprecano in auto, bloccati nel traffico. E quando due «coatti» gli danno degli omosessuali per come sono vestiti, si ammazzano per metter fine a «quell’inferno di infedeli». «The Italians got this one right», dice Friedman sul Times, commentando la spregiudicata satira. Mentre Taylor sul Post spiega che, «se cosa simboleggi Roma per l’Isis non è ancora chiaro, lo è invece cosa aspetta l’Isis a Roma». Del resto il Califfo nella capitale è sempre stato visto un po’ come «pataccaro», «un sola» insomma.

Per i romani sino a poco tempo fa il Califfo è stato ben altra persona, ovvero il profeta, assieme a Belli e Trilussa della romanità in versi, Franco Califano. Lui, che ha visto la luce su un sedile di un aereo decollato - guarda caso - da Tripoli (Sud di Roma), lui «latin lover» dannato e controverso, che con le donne ha toccato i tre zeri, lui onorato alla New York University con laurea in filosofia (altro che diploma in legge di al Baghdadi). Il Califfo che, prima di morire, ha voluto inciso sulla lapide la sua profezia in note, «Non escludo il ritorno»: è forse questo il caso? Che dire, tutto il resto è ....Isis.

Questo tweet si autodistruggerà tra 10 secondi: la nuova moda che minaccia Twitter

La Stampa
francesco zaffarano

Sempre più utenti ricorrono a strumenti per l’eliminazione dei post, che non possono essere modificati. Ma così il social network, già in crisi, rischia di svuotarsi

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Pensa prima di scrivere. È una bellissima regola ma sappiamo tutti che quando c’è di mezzo Twitter è tutto più difficile, e la voglia di essere i primi a twittare l’ultima notizia o a commentare nel modo più sagace il programma in televisione è troppo forte. Così la raffica di tweet si porta dietro un’inevitabile percentuale di fesserie.

Forse è anche per questo che sempre più utenti decidono di fare pulizia nella propria timeline, facendo sparire i tweet imbarazzanti, le gaffe e le opinioni che, ponderando, ci si è accorti di non condividere davvero. E sono molti i siti che offrono servizi per eliminare più tweet contemporaneamente. Uno di questi è TweetDeleter: si fa login con il proprio account Twitter e in pochi passi si possono cercare, filtrare, selezionare e cancellare fino a 100 tweet al giorno. Bastano? A qualcuno no e infatti c’è anche la versione premium, che tra le altre cose permette di programmare l’eliminazione di un tweet. Per la serie che questo cinguettio si autodistruggerà tra tre, due, uno…

Non è un divertimento per pochi nerd o per maniaci della privacy e del diritto all’oblio. Basta guardare i numeri: solo TweetDeleter dichiara più di 260 milioni di post eliminati. E questo forse dovrebbe suggerire che qualcosa non sta funzionando. Ad esempio il fatto che gli sviuppatori del social network si ostinino a non introdurre una funzione per la modifica dei post già twittati. Una questione di principio, secondo il Ceo Dick Costolo, che a chi gli ha chiesto delucidazioni ha risposto qualcosa di simile a «è i bello della diretta».

Bella la diretta, sì, peccato che, togliendo i tweet, gli utenti eliminino il contenuto di Twitter e con questo il coinvolgimento degli iscritti e, ultimi ma non ultimi, gli spazi pubblicitari che il social vorrebbe vendere. Sappiamo che Costolo è già corso ai ripari per cercare di non perdere quella fetta di utenti (l’8,5%) che creano un account ma che ne fanno un uso passivo e spesso finiscono per abbandonarlo: è il caso della funzione “Mentre non c’eri”, che mostra alcuni dei tweet più interessanti twittati da chi seguiamo mentre non eravamo connessi. E già qui si passa dal bello della diretta all’indispensabile differita. Resta solo da capire se i conti di Twitter vanno così male da dover richiedere un nuovo sforzo per cambiare e andare incontro al pubblico. Prima che tutti questi uccellini facciano il nido in qualche altro social.

Capanna montata

La Stampa
massimo gramellini

Da qualche tempo Mario Capanna, il giovane dell’altro ieri, va alla radio e in televisione a irridere i giovani di oggi. Avranno una pensione misera a 70 anni? si domanda dall’alto della sua da ex parlamentare, invece più che soddisfacente. Ben gli sta, si risponde da solo, perché senza lotta non si ottiene nulla nella vita e loro non lottano, ma preferiscono vivere nella bambagia di mamma fino a quarant’anni «tanto che bisogna chiamare i carabinieri per buttarli fuori». A parte che preferisco vivere in un Paese che chiama i carabinieri per fare sloggiare un figlio quarantenne anziché per difendersi da chi tira le molotov. Ma a Capanna, come ai tanti ribelli placati della sua età che imputano ai ragazzi del Duemila di non fare la rivoluzione, continua a sfuggire un piccolo particolare.

Che nel «loro» Sessantotto, figlio del boom economico, i giovani erano tantissimi. Avevano con sé l’unica forza che conta in democrazia, quella dei numeri. E vivevano in una società dalle prospettive illimitate, dove il futuro era una certezza indiscutibile. La società che i sessantottini consegnano ai nipoti è decisamente diversa. Con il calo delle nascite e il prolungamento della vita media, i giovani sono diventati una minoranza silenziosa che pesa poco sulle decisioni della politica. E la frantumazione del lavoro, che la generazione di Capanna non ha saputo evitare e in molti casi ha sfruttato, li ha resi incapaci di pensare al plurale e coniugare i verbi al futuro. Prima di fare la morale ai ragazzi di oggi, quelli dell’altro ieri dovrebbero provare a mettersi nei loro panni. E magari chiedere scusa per avere contribuito a creare questo presente.

La protesta dei «portaborse» e gli stipendi in nero dei collaboratori

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

La protesta dei «portaborse» per la chiusura della mensa di Montecitorio, riporta l’attenzione sulle condizioni contrattuali cui sono sottoposti i collaboratori

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Tutta la nostra solidarietà, ovvio, va ai collaboratori parlamentari. Ma non tanto per la faccenda della mensa: quella si potrebbe risolvere come fa la stragrande maggioranza delle aziende, con i buoni pasto. La solidarietà è dovuta piuttosto per quello scandalo che il comunicato dell’associazione cita nelle ultime righe.

Sono anni che i collaboratori parlamentari chiedono condizioni contrattuali decenti, che soltanto l’introduzione di regole simili a quelle applicate in Europa (e nei Paesi civili) garantirebbe a tutti. I collaboratori degli eletti a Strasburgo vengono infatti retribuiti dall’Europarlamento. Il loro rapporto contrattuale, con durata pari a quella del mandato del deputato che li assume, è direttamente con l’istituzione: dunque alla luce del sole, con tutte le garanzie che ne consegue. Nessun pagamento in nero, nessun stipendio da fame e contributi previdenziali regolari.

Non come accade in Italia, dove i cosiddetti portaborse vengono invece retribuiti dai singoli parlamentari che ricevono da Camera e Senato un’apposita indennità mensile di 3.503 euro, con l’obbligo di rendicontarne solo la metà. Il risultato? Molti di loro percepiscono paghe da fame e per giunta in nero: proprio lì dove si fanno le leggi, pensate un po’. Per mettere fine a questo stato di cose indegno sono stati approvati diversi ordini del giorno, da anni.

La situazione però non si sblocca. La presidente della Camera Laura Boldrini non cessa di dolersene, facendo capire che se la questione è arenata è perché sono i gruppi parlamentari a fare melina. E la ragione è comprensibile. Introdurre anche in Italia le regole europee significherebbe dover privare i singoli onorevoli di quella indennità, gran parte della quale, in molti casi, imbocca strade diverse da quelle che dovrebbe prendere. Per esempio, quella del partito.

Il contributo che obbligatoriamente i parlamentari di un certo gruppo devono versare nelle casse della formazione politica nelle cui liste sono stati eletti spesso viene da lì. E dopo che la legge ha tagliato i rimborsi elettorali l’indennità del portaborse è diventata una fonte preziosa di finanziamento. Ecco spiegato perché gli stessi partiti che si sono impegnati a seguire le regole europee, poi fanno di tutto per non applicarle.

Responsabilità dei giudici: “Il problema è lo strapotere di media e pm”

La Stampa
maria corbi
 
Intervista con l’avvocato di Enzo Tortora: “Non nascondo le mie perplessità su questa legge, mi sembra si sia passati da un eccesso all’altro”

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Raffaele della Valle è stato l’avvocato di Enzo Tortora, ha combattuto insieme a lui per il riconoscimento della sua innocenza e poi perché la parola Giustizia non recuperasse il suo significato iniziando dalle garanzie.

Avvocato Della Valle, dopo anni di dibattito si è arrivati alla responsabilità civile dei magistrati. È soddisfatto?
«Siamo stati i primi a porre il problema all’epoca di Tortora. Da allora sono passati tanti anni, tanta acqua è passata sotto i ponti con grandi delusioni. Ma adesso che abbiamo questa legge, nutro una certa perplessità ». 

Ma come? Non era questo il vostro obiettivo?
«L’Italia è un po’ un pendolo in tema di giustizia, si eccede sempre. Mi preoccupa che chiunque possa andare a chiedere giustizia senza un filtro. Prima il filtro era eccessivo, le maglie erano troppo strette, ma non vorrei che senza filtro si creassero situazioni abnormi. Per evitarle bisognava per lo meno prevedere come contrappeso una forte penalizzazione per la lite temeraria (quei casi in cui si avviano cause per futili motivi impegnando le strutture della giustizia senza una buona ragione, ndr). Anche perché gli avvocati molto spesso eccedono nelle presunte tutele, tanto più che la crisi dell’avvocatura molto spesso comporta degli atteggiamenti arrembanti. Si fanno denunce pur di accontentare il cliente. A volte gli strumenti giuridici servono come ammortizzatori sociali per avvocati che sono troppi, 250mila.Così come l’estensione di ammettere le parti civili, le più disparate nei processi, servono per dare lavoro agli avvocati, parliamoci chiaro».

Torniamo al nostro argomento, la responsabilità civile dei giudici. Cosa ne pensa?
«Non vorrei che chiunque si sentisse autorizzato a fare causa a un giudice anche quando manchino i presupposti, tanto non c’è il filtro. Finora i era l’opposto: c’era un catenaccio così stretto che non passava nessuno. E non vorrei che come contraccolpo la magistratura diventasse difensiva, come è già capitato ai medici.» 

E’ vero che anche una magistratura offensiva di problemi ne ha creati, non crede?
«Certo, non lo dica me, ma cerchiamo di mantenere l’obiettività: è giusto che sia passata la legge sulla responsabilità, ma bisogna porre in essere dei correttivi. La cosiddetta “lite temeraria” risale al codice civile degli anni ’30. Se la causa è insensata ci deve essere una sanzione. E comunque non pensiamo che questa legge possa risolvere i problemi della giustizia».

Qual è il prossimo passo?
«Più che la normativa bisognerebbe agire a livello culturale, iniziando dalle scuole di magistratura, spiegare che il nostro codice prevede la presunzione di non colpevolezza, perché io ogni giorno leggo delle cose incredibili pur di tenere dentro le persone. In questo momento c’è la prevalenza non della garanzia, ma del sospetto. Per cui custodia cautelare a volontà. Il problema nel nostro paese è che manca il giudice, non le norme»

In che senso manca il giudice?
«Manca il giudice terzo, perché la linea la detta il pubblico ministero. Quel che chiede il pm, 80 volte su 100 viene eseguito. Il giudice ha perso autonomia non solo all’esterno, ma all’interno. Ci sono dei meccanismi che creano distorsioni. Le faccio un esempio: un magistrato giudicante la mattina condanna uno su richiesta del pm; e magari il pomeriggio quello stesso pm deve esprimergli il parere nel consiglio giudiziario per la promozione. Le sembra regolare?».

Pm con troppo potere?
«Quello che il cittadino soffre è che l’iniziativa del pm viene recepita non solo nel corso delle indagini preliminari dai Gip quando devono emettere provvedimenti di sequestri conservativi o provvedimenti restrittivi della libertà, ma anche nella fase della decisione, cioè tribunale monocratico o collegiale o corti di Assise. Fino alla Cassazione. E la Cassazione a sua volta ormai emette delle sentenze sull’onda delle emozioni create dal pm attraverso i media. Il pubblico ministero oggi è il dominus perché i media lo hanno rafforzato. Oggi il giustizialismo impera».

Ma il processo accusatorio non avrebbe dovuto riequilibrare il peso di difesa e accusa?
«La voce della difesa non conta più nulla. Anche voi giornalisti non la ascoltate più. Il pubblico ministero “star” ha un’influenza enorme. Quando si arriva a un processo in aula che è già stato celebrato nei talk come si fa a far cambiare idea ai giudici popolari? Specie nei piccoli centri. Guardi il processo di Avetrana, doveva essere spostato. Se non ci sono i presupposti per la remissione in quel caso, ma allora non ci saranno mai. Tanto vale abolirla, perché è impossibile che ci siano situazioni che vadano oltre quello che è capitato a Taranto con il caso Misseri».

Da dove inizierebbe una riforma della giustizia, adesso che la responsabilità civile dei giudici è passata?
«E’ un problema di cultura, occorre iniziare la formazione dall’Università, vedo dei giovani gasatissimi che si preparano all’esame della magistratura con la mentalità di diventare magistrati per esercitare potere. Si vedono magistrati che esercitano la professione come trampolino di lancio per entrare in politica. Un problema di formazione di magistrati, ma anche di giornalisti e avvocati, tutte figure che hanno un ruolo nel rispetto delle garanzie. Bisogna rimettere sullo stesso piano difesa e accusa».

Si tratta di recuperare una cultura garantista?
«Bisogna recuperare una cultura garantista che parta dalla presunzione di innocenza. Applicare il principio del dubbio pro reo. Recuperare la modestia, la capacità di riconoscere l’errore. Regolamentare i processi mediatici, fermo restando il rispetto del libero pensiero e della libertà di stampa. Una volta c’era l’insufficienza di prove, oggi hanno messo quel 530 comma secondo, e non lo applicano mai»

Ci può fare un esempio?
«Guardi lo scempio del processo di Garlasco. Lasciamo perdere se è lui o non è lui perché non siamo al bar. Sul piano processuale è stato fatto uno scempio. Doppia sentenza conforme. Assoluzione. Poi si va in Cassazione e trovano lo spunto per rimandare il pallone in tribuna. Ma se dieci magistrati ti hanno assolto, esiste un dubbio più ragionevole di questo?» 

Altro problema che lei denuncia è un eccesso di carcere preventivo...
«E’ un paese assurdo quello in cui con una sentenza passata in giudicato non si va in carcere e con la presunzione di innocenza sì».