sabato 21 febbraio 2015

L’inventore di Photoshop: “Vorrei che la gente tornasse a vedere un viso e un corpo come sono davvero”

La Stampa
bruno ruffilli

Il più famoso software di fotoritocco compie 25 anni. Ha fatto diventare realtà la fantasia, ma anche la menzogna, lo usano artisti, investigatori e scienziati: così il programma di Thomas Knoll è entrato nella vita e nel linguaggio di milioni di persone

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Non sono molti i programmi o i servizi tecnologici entrati nel linguaggio comune. Ma “photoshoppare” lo usano tutti, sanno tutti cosa significa, specie al participio passato. Un’immagine photoshoppata è un’immagine alterata, in qualche modo non conforme alla realtà. La pratica del fotoritocco esiste da molto prima del software: gli archivi dei giornali sono pieni di foto in bianco e nero ritoccate a mano, con personaggi che spariscono nella nebbia, occhi sottolineati a matita, profili del volto ridisegnati da mani abili perché risaltassero in fase di stampa.

Oggi “photoshoppato” ha spesso un’accezione negativa, è talvolta diventa sinonimo di falso, più o meno grave. Cosa ne pensa Thomas Knoll, che col fratello John ha inventato Photoshop giusto 25 anni fa? “Per me è uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere adoperato bene o male, dipende da valutazioni etiche che può fare solo chi lo usa”. Nei concorsi di fotogiornalismo importanti, come il World Press Photo, non vengono accettate le foto alterate via software, nella moda invece succede il contrario, senza ritocco non si pubblica. “Molte volte non sono contento della immagini che vedo in giro”, prosegue Knoll. “Le donne, ad esempio, sono presentate secondo canoni di bellezza irraggiungibili, sarebbe ora che la gente tornasse a vedere un viso e un corpo come sono davvero”. 

La realtà, questo concetto labile. Per le notizie, ad esempio: aggiungere o togliere una persona, alterare i colori, spostare un dettaglio, ricreare una prospettiva non sono soltanto scelte estetiche ma possono trasformare il messaggio. C’è un limite alle possibilità di elaborazione offerte dalla tecnologia? “No, la tecnologia va sempre avanti, oggi offre strumenti che non lo avrei mai immaginato quando ho cominciato a lavorare a Photoshop”, risponde Knoll. Un confine però esiste fin dall’inizio, anche se forse lo conoscono soltanto i cacciatori di curiosità hi tech: con Photoshop non si possono ritoccare immagini di banconote, il software è progettato per riconoscerle e bloccarsi .

Per il resto, il paragone con la prima versione è impossibile: in origine il programma serviva soltanto per mostrare le immagini, non era pensato per il fotoritocco ma per i professionisti della grafica e della stampa. E infatti, spiega Knoll “non era venduto come Photoshop, ma come Display, un nome che è diventato inadeguato quando è diventato possibile fare molte più cose con le immagini. Per un periodo si è chiamato Image Pro, dove il “pro” stava per “processing”, non per “professionale”. Ma abbiamo scoperto che era un marchio registrato, quindi abbiamo cambiato ancora”.

Alla fine degli anni Ottanta, Knoll ha visitato molte grandi aziende di Silicon Valley proponendo il suo software: le fotocamere digitali e i telefonini erano di là da venire, era impossibile prevedere il boom delle immagini online, ma Adobe ci ha creduto e ha acquistato la licenza. Negli anni si sono succedute decine di versioni, sempre più ricche di funzionalità. Oggi Photoshop è usato da chiunque abbia a che fare con immagini digitali, anche in ambiti cui spesso non si pensa, come le perizie legali o la medicina.

E molti lo sfruttano solo in minima parte: “Nelle prime versioni a volte esistevano dieci modi diversi per arrivare allo stesso risultato - osserva Knoll - ma col tempo abbiamo studiato il modo di lavorare dei nostri clienti e messo in evidenza le strategie più comuni. Dopo anni passati ad aggiungere funzioni, adesso il nostro obiettivo è ridurre le scelte possibili: puntiamo a un’interfaccia che si adatti all’uso di ognuno, mostrando di volta in volta gli strumenti e i comandi più utilizzati”.

Una necessità diventata più urgente perché Photoshop è arrivato anche su tablet e smartphone, che non si comandano con il mouse ma col tocco (“Sono mille volte più veloci dei computer che usavano per le prime versioni del nostro software”, osserva Knoll). E qui la concorrenza è forte: non solo con le app di impostazione professionale come iPhoto, ma pure con Instagram. “È questa la sfida per i prossimi 25 anni - commenta Knoll - integrare tablet e smartphone nel flusso di lavoro. Porteremo sempre più funzionalità nel mobile, con app dedicate, ci sarà un Photoshop per ognuna. E punteremo anche sul cloud per garantire il passaggio più facile possibile da un apparecchio all’altro”.

Photoshop diventerà una web app, come Pixlr? “Lo è già, in parte, con l’Express Editor ed è un’ipotesi che ha sempre più senso, dal momento che i vari software Adobe confluiscono già nel Creative Cloud”, anticipa Knoll. Una nuvola digitale piena di idee, sogni, fantasie: un’altra forma di realtà che può arrivare agli occhi di tutti grazie all’invenzione di un ragazzo del Michigan appassionato di fotografia. Photoshop è per gli artisti di oggi quello che pennello, tavolozza e tela sono per i pittori; un mezzo potente per esprimere la verità interiore, per far emergere quella nascosta, per inventarne una del tutto nuova (e per smentire bugie e falsità, come nel caso delle teorie complottiste di chi pretende che l’Apollo 11 non sia mai arrivato sulla Luna ). 

John Knoll, fratello di Thomas, è anche responsabile degli effetti speciali di Lucas Film, ma i due saranno ricordati per aver creato il primo software diventato un verbo ed entrato nella lingua quotidiana. “Ne sono lusingato - sorride Thomas - anche se Adobe non pare esserlo altrettanto, visto che è un marchio registrato da loro”.



Photoshop e il sistema CDS


Il software Adobe® Photoshop® include un sistema di deterrenza della contraffazione (CDS, Counterfeit Deterrence System) che impedisce di utilizzare il prodotto per duplicare illegalmente banconote. L’implementazione CDS prevede che all’utente venga impedito di aprire in Photoshop immagini dettagliate di banconote. La tecnologia CDS è stata commissionata dal Central Bank Counterfeit Deterrence Group (CBCDG), un consorzio di banche centrali di tutto il mondo. Adobe ha incluso la tecnologia CDS in Photoshop su richiesta del consorzio CBCDG.

Le leggi in materia di riproduzione delle immagini di valute variano molto da un paese all’altro. In alcuni paesi, la riproduzione è consentita per finalità specifiche, in osservanza di determinate restrizioni, mentre in altri qualsiasi forma di riproduzione è considerata un reato. Per informazioni complete sulle normative vigenti nei singoli paesi, consultate il sito Web del CBCDG, www.rulesforuse.org. Dove possibile, il sito indica anche dove potete ottenere legalmente immagini riproducibili di valute, e chi contattare per ulteriori domande o informazioni.

Qualora non riusciate a ottenere risposta a una particolare domanda su questo argomento mediante il sito rulesforuse.org, inviate un’e-mail all’indirizzo photoshopcds@adobe.com. Adobe provvederà a inoltrare la vostra richiesta alla persona competente presso il CBCDG.



Foto vere o trattate con Photoshop? Per scoprirlo c’è Izitru
La Stampa
carlo lavalle

Un’app e un sito web per scoprire fotomontaggi e immagini taroccate. Utile per smascherare notizie false, ma anche contraffazioni sui siti di e-commerce



Tempi duri per chi diffonde foto manipolate e taroccate spacciandole per vere. Fourandsix Technologies ha lanciato Izitru , un sito web che controllale immagini caricate, anonimamente o mediante account di un social network, per provarne l’autenticità e smascherare quelle manomesse con programmi come Photoshop. La startup californiana, fondata nel 2011 da Kevin Connor e Hany Farid, mette a disposizione anche un’app iPhone scaricabile gratis sullo store di Apple.

In epoca digitale, è possibile modificare le informazioni rappresentate da un’immagine senza lasciare tracce visibili di alterazione. Si è sempre meno sicuri sull’originalità di un selfie postato su Facebook o della fotografia di un prodotto in vendita su eBay. La falsificazione non è solo esclusiva del mondo dello spettacolo, in cui si pratica a mani basse il fotoritocco per nascondere le imperfezioni fisiche delle celebrità, ma, purtroppo, riguarda anche altre ambiti. 

Nel 2004 il Daily Mirror pubblicò in copertina le foto false di un soldato britannico che abusava di prigionieri iracheni, mentre, sempre nello stesso anno, John Kerry, vice presidente degli Stati Uniti, grazie ad un fotomontaggio , creato ad arte per rovinare la sua campagna per la Casa Bianca, compariva accanto a Jane Fonda in una manifestazione contro la guerra del Vietnam. A volte, per rafforzare l’impatto di una immagine si manomettono digitalmente alcuni particolari come nel caso del fumo nero delle immagini dell’attacco a Beirut, pubblicate dalla Reuters nel 2006.

Di fronte a questa proliferazione del falso l’obiettivo di Izitru è contrastare sfiducia e scetticismo crescenti ripristinando un meccanismo di credibilità. Il tentativo è quello di garantire alla fonte l’originalità di una foto. Un reporter che riuscito sul campo a scattare una immagine di un evento cruciale e sente la necessità di certificarne l’autenticità può in tempo reale caricarla via mobile o tramite personal computer. 

Il sistema di verifica di Izitru si applica solamente al formato di compressione JPEG, il più usato in commercio, e impiega una combinazione di sei criteri per scovare un’eventuale intervento manipolativo. Il software controlla che tipo di macchina fotografica o fotocamera è stata adoperata, come il file è stato compresso e se sia stato salvato più volte e contraffatto. 

Concluso il monitoraggio, il programma restituisce una valutazione che va da un massimo di conformità al test (high trust) ad un rating “no trust”, che indica un’immagine con chiari segni di alterazione. Ogni foto inserita viene conservata sul sito in una pagina con un indirizzo che è possibile condividere via email o attraverso social network. Gli utenti, peraltro, possono collaborare ai risultati segnalando con il pulsante “Challenge” anomalie e particolari sospetti che sono sfuggiti all’esame della macchina. Izitru, tuttavia, non ha efficacia in caso di contraffazione della scena al momento dello scatto e di immagine ricatturata, cioè foto di foto modificata.

Secondo Sebastiano Battiato, docente di Informatica presso l’Università di Catania ed esperto di trattamento e manipolazione di immagini digitali, “non c’è nessun software in grado di assicurare al 100 per cento che una foto sia vera o falsa”. Le indagini per stabilire l’autenticità di una foto digitale possono essere più o meno approfondite. In ambito forense, aggiunge il prof. Battiato, che lavora anche come consulente della Procura di Milano, si procede per passi successivi con progressivi livelli di controllo.

Oltre all’analisi visiva, che permette di riscontrare modifiche grossolane, in una prima fase, l’investigazione interessa il modello di fotocamera, altri metadati (data, ora di generazione e di salvataggio del file, impostazioni di scatto ecc.) e i parametri di compressione mentre in uno stadio seguente attività più sofisticate come il cloning, tecnica di copia e incolla di parti di immagine nella stessa foto. Izitru sembra simile ad un programma come JPEGsnoop, limitandosi ad una ispezione di primo livello, con in più test parziali su possibili cloning ma non per ogni file JPEG.

Ad ogni modo, i software di analisi forense in circolazione non bastano da soli per dire se un’immagine digitale è vera o falsa, perché il giudizio finale nasce sempre dall’esperienza e dalla sensibilità di chi indaga.

La mente di Swissleaks: “Continuerò a battermi, questo sistema non riguarda soltanto una banca”

La Stampa
tonia mastrobuoni

Hervè Falciani è ricercato per aver rivelato la lista dei presunti evasori tra i clienti del colosso Hsbc: «Le istituzioni di controllo non sono abbastanza indipendenti»

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“Del mio caso mi importa poco”: Hervè Falciani, l’uomo che ha avviato i “swissleaks” e che ha rivelato la lista dei presunti evasori nascosti nei conti del colosso bancario Hsbc, è inseguito dalle autorità svizzere per spionaggio, violazione del segreto bancario e altri reati e conduce da anni una vita da recluso. Ma in quest’intervista assicura che continuerà a battersi contro il segreto bancario e per un sistema creditizio più trasparente.

Il suo libro “La cassaforte degli evasori”, scritto con Angelo Mincuzzi e appena pubblicato per Chiarelettere, ha già fatto discutere. E non solo per i nomi dei presunti evasori, soprattutto per le implicazioni politiche delle sue rivelazioni. E’ chiaro, conferma qui, che quando Berlusconi e Tremonti decisero lo scudo fiscale nel 2009, che garantì impunità e anonimato a chi faceva rientrare i capitali, lo fecero in malafede. Sapevano, infatti, della “lista Falciani”: “fu effettivamente uno dei fattori che ispirarono lo scudo”, sostiene Falciani.

Lei è accusato oggi dalle autorità svizzere di spionaggio finanziario, violazione del segreto bancario ed altri reati, vive sotto protezione, ha una libertà di movimento praticamente azzerata. Cosa l’ha spinta a fare quello che ha fatto? Cosa l’ha delusa di più, in questi ultimi sei anni, da quando è scoppiato il suo caso?
“Per molti anni ho vissuto con l’unico obiettivo di avere informazioni disponibili e utili da consegnare ai magistrati di numerosi Paesi. Il mio caso mi importa poco. Ora sono disponibile a pagare il prezzo che sto pagando, anche se è ingiusto. Continuerò a battermi”.

Lei sostiene che Hsbc abbia costruito un vero e proprio sistema che attira molti evasori e criminali. Quali sono le caratteristiche principali che lo rendono così attraente per chi vuole infrangere le leggi sul fisco o sul riciclaggio o altro? E riguarda soltanto la sua ex banca o è qualcosa di più sistemico e dobbiamo attenderci rivelazioni di questa portata anche su altri istituti, nei prossimi mesi, dal pool di giornalisti investigativi cui ha affidato i suoi dati?
“Ciò che ho rivelato di quella banca è stato poi confermato e non sono più il solo a sostenerlo. Il punto è il segreto bancario e la scarsa conoscenza che se ne ha, ma anche l’ignoranza sulle sue conseguenze e sul ruolo che i politici hanno nello stabilire le leggi. Evidentemente quando si conosce un po’ meglio come funzionano le banche offshore e l’intermediate banking, si capisce che son cose che non possono riguardare una banca sola. Tutto dovrà essere approfondito e capito meglio nei prossimi mesi”.

L’Ocse ha lanciato un vasto programma di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale; in una lettera recente i ministri delle Finanze tedesco, francese e italiano si sono impegnati a fare pressioni sulla Commissione europea perché adotti un piano per stanare comportamenti fiscali scorretti delle multinazionali e per contrastare l’evasione. Può funzionare?
“Le istituzioni di controllo non sono abbastanza indipendenti. Bisognerebbe modificare i principi degli audit esterni per consentire alla società civile e alle Ong di partecipare. I controllori dovrebbero essere plurali, indipendenti e strutturalmente incorruttibili”.

Ad un certo punto lei ha cominciato a collaborare anche con la magistratura italiana, che ha indagato su migliaia di conti. Ma lo scudo fiscale di Berlusconi-Tremonti ha bloccato tutto, introducendo anonimato e impunità per chi faceva rientrare i capitali all’estero. Secondo lei il governo italiano sapeva tutto e ha fatto una legge per coprire gli evasori?
“La disponibilità delle informazioni c’era dall’inizio del 2008. Dunque fu effettivamente uno dei fattori che ispirarono lo scudo. In Francia accadde esattamente la stessa cosa”. 

Lei ha collaborato molto con i servizi segreti: non teme che qualcuno possa usarla o accusarla di essere usato per interessi di singoli Paesi, ad esempio degli americani per costringere la Svizzera ad abolire il segreto bancario?
“Se il segreto bancario si indebolisce, si indebolisce per tutti. In più, chi non ne approfitta più, può trasformarsi in un nuovo alleato. Più si comprende l’importanza di questa battaglia, meno reggerà il segreto bancario”.

Cosa risponde a chi, come Hsbc, la accusa di non essere affatto un “whistleblower” ma di aver tentato in prima battuta, senza successo, di vendere i dati estrapolati dalla sua banca per fare soldi?
“È tutto falso e non c’è niente di più semplice che vendere delle informazioni, ma non si fa mai con una banca”.

Non teme che possa esserci un abuso dei suoi dati, una “caccia alle streghe”? Molte persone che hanno un conto alla Hsbc non hanno commesso alcun reato.
“Ho sempre lavorato con dei funzionari e ho preso il massimo delle precauzioni perché tutto fosse sotto controllo. Meglio affidarsi ai nostre amministrazioni che alle banche offshore per preservare l’interesse dei cittadini”.

Lei è cresciuto a Montecarlo, dove suo padre faceva l’impiegato di banca ed era costretto a fare fine settimana lunghi quando c’erano guerre o disastri in giro per il mondo, perché si moltiplicavano le valigette di soldi che arrivavano nel principato….pensa che le cose che lei sta rivelando possano cambiare qualcosa?
“La cosa più importante è comprendere che le cose cambiano soltanto grazie all’informazione che obbliga i politici a far lavorare la giustizia. Il caso Hsbc ha dimostrato la necessità che le cose cambino”.

Contatori gas senza fili, l'allarme degli esperti: «Fanno male alla salute, stop alle installazioni»

Il Mattino
di Paola Colaci

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LECCE - Nuovi contatori del gas senza fili, gli esperti lanciano l'allarme: sono dannosi per la salute. A lanciare l’allarme sulle apparecchiature di ultima generazione che da mesi vengono montate nelle case delle famiglie salentine, è un gruppo di esperti del settore che ora chiedono al Prefetto, all’Arpa, alla Provincia e al Comune di Lecce di intervenire. Medici, farmacisti, biologi e rappresentanti delle associazioni dei consumatori da tempo approfondiscono, infatti, gli effetti di questi contatori “smart meter”. E autorevoli studi scientifici condotti da 54 esperti di fama mondiale hanno evidenziato gli la potenziale nocività per la salute umana, animale e vegetale delle radiofrequenze e dei campi elettromagnetici emessi da tali dispositivi.

Eppure la loro installazione in provincia di Lecce va avanti. E già da mesi molte famiglie salentine stanno ricevendo le lettere che annunciano la sostituzione gratuita dei tradizionali contatori del gas con questi apparecchi di telelettura e gestione delle utenze a distanza. Ad inviarle è la “2i Rete Gas”, società nata dalle ceneri di Enel Rete Gas spa. Nella comunicazione si annuncia la sostituzione del vecchio contatore con un nuovo rilevatore “intelligente”, si evidenzia l’assenza di costi a carico dell’utente e si rimanda a un sito internet e a un numero verde per eventuali dubbi e approfondimenti.

Il nuovo apparecchio altro non è, dunque, se non uno “smart meter” : un dispositivo a radiofrequenza che funziona solo in modalità wireless senza fili. Questo contatore installato in ogni abitazione emette luce pulsata e “dialoga” con un ulteriore apparecchio disposto all’esterno di ogni edificio che, a sua volta, trasmette i dati ad una centralina di quartiere. E la radiofrequenza rimbalza da un apparecchio all’altro prima di raggiungere la centralina finale. Un sistema di comunicazione ad onde elettromagnetiche “bocciato” da proprio da numerosi studi scientifici e da associazioni di consumatori di tutta Italia che ora temono per la salute dei cittadini.

A causa di un’esposizione massiccia e costante alle microonde di questi contatori, infatti, potrebbero verificarsi danni alla salute soprattutto di tipo neurologico. E i disturbi più comuni sono il mal di testa, l’insonnia e le difficoltà di concentrazione. Ma anche stanchezza, perdita di memoria e confusione, depressione, tinnito, nausea e vomito, aumento della pressione sanguigna. Fino ad arrivare a danni neurologici permanenti e tumori. Tutte ragioni che hanno spinto dieci contee della California a vietarne l’installazione.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche 39 municipi della British Columbia (Canada) che si sono pronunciati contro gli smart meter. E anche il Consiglio d’Europa nel 2011 ha raccomandato agli Stati membri di: intervenire urgentemente per diminuire l’esposizione umana all’inquinamento elettromagnetico, prestando particolare attenzione a bambini e ragazzi e applicare il principio di precauzione (quando la valutazione scientifica non consente di stabilire con sufficiente certezza il rischio per la salute.

In Italia, al contrario, una legge del 2012 ha elevato i limiti di esposizione ai campi elettrici. Norma contro cui si è espressa l’Arpa Piemonte, che già nel 2013 ha ribadito come tale scelta non abbia tenuto conto del parere contrario espresso dal sistema delle agenzie ambientali. Giudizio condiviso anche dal Ministero della Salute e dalla Magistratura italiana.

Nonostante tutto, però, le installazioni proseguono. Ecco perché ora un gruppo di 14 esperti, guidato dalla farmacista Fabia Del Giudice, ha deciso di scrivere al Prefetto di Lecce Giuliana Perrotta, al Direttore generale di Arpa Puglia ma anche al sindaco Paolo Perrone, al presidente della Provincia di Lecce Antonio Gabellone per chiedere che anche nel Salento sia applicato il principio di precauzione e che sia interrotta urgentemente l’installazione dei nuovi contatori del gas per non mettere a repentaglio la salute dei cittadini.

«Si convochi, inoltre, un tavolo di confronto per discutere i necessari e urgenti provvedimenti da adottare in merito agli smart meter». L'assessore all'Ambiente. "Già lo scorso luglio - interviene l'assessore all'ambiente Andrea guido - ho coinvolto Asl, prefettura e Arpa - nella valutazione del rischio che questi apparecchi possono comportare per le persone che hanno bisogno di alcuni dispositivi medici. L'Arpa ha fatto sapere che gli smart meter sono compatibili con questi dispositivi. Tuttavia, ritengo che bisogna interrompere l'insatllazione degli smart meter finché non si avranno certezze scientifiche e tutti i dubbi sulla loro pericolosità non saranno definitivamente sciolti"

Dai giudici brutto colpo per Gianfranco Fini: suo cognato Tulliani lavorava in Rai grazie a lui

Libero
01 febbraio 2015

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A Giancarlo Tulliani in questo periodo non ne va dritta una. Infatti l'illustre cognato dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini oltre a non aver ancora realizzato una favolosa plusvalenza sulla "casa di Montecarlo" per colpa dei cronisti impiccioni di "Oggi", ha anche dovuto rinunciare ai 5 milioni di euro che aveva provato a scucire alla Mondadori come risarcimento per una presunta diffamazione da parte di "Panorama". Tre giorni fa è stata depositata la sentenza del giudice del tribunale civile di Roma Daniela Bianchini che ha rigettato "la domanda volta al riconoscimento del contenuto diffamatorio dell'articolo" e ha condannato Tulliani a pagare 8 mila euro di spese processuali.

Ma uno che sul web si fa chiamare "Juan Trillioni" non si farà certo impensierire dall'esborso di questi spiccioli; a rattristarlo maggiormente sarà il contenuto della decisione. In cui vengono chiaramente respinte le sue doglianze. Un dispiacere che si aggiunge a quello per l'appartamento monegasco che ha sempre negato di possedere. Infatti il settimanale "Oggi" ha recentemente scoperto che quella casa acquistata per 300 mila euro è stata rimessa in vendita per 1,6 milioni di euro. E per "Oggi" dietro alla cessione ci sarebbe proprio Tulliani. Lui non ha smentito la notizia e dopo l'uscita dello scoop l'inserzione è sparita dal web. Invece Panorama nel 2011 aveva appuntato la sua attenzione sullo "sbarco dei Tulliani nei palinsesti della Rai".

Un filone inaugurato proprio su Libero da un'intervista all'ex capo della comunicazione Rai Guido Paglia. "La scalata inizia nel 2008" si legge sul settimanale. "Fini sponsorizza il cognato in prima persona (…). Nel 2009 scende in campo la suocera del presidente della Camera Francesca Frau (casalinga senza alcuna esperienza nel settore). In agosto i Tulliani ottengono un appalto da circa 1,5 milioni di euro per realizzare su Rai 1 la rubrica "Per capirti" (un confronto genitori-figli): incassano 8.120 euro per ciascuna di 183 puntate". Panorama scrive anche che "il know-how per aiutare cognato e suocera di Fini a realizzare il progetto" viene fornito dal produttore Geppino Afeltra, uomo vicino ad Alleanza nazionale.

"Per qualcuno Afeltra diventa addirittura il socio di Giancarlo". La difesa di Tulliani respinge questa ricostruzione e afferma che il proprio cliente "non è titolare di alcuna società di produzione televisiva, né direttamente né indirettamente, né con la Rai né con qualsiasi altra emittente televisiva". In tribunale tali affermazioni vengono contraddette. Gli avvocati di Panorama, Antonello Martinez e Alberto Merlo, depositano il file dell'intervista ad Afeltra che ammette che "il Tulliani gli aveva chiesto una consulenza nell'ambito della produzione televisiva". Il testimone Marco Durante, presidente dell'agenzia di stampa "LaPresse", dichiara: "Tulliani non sapeva niente di televisione: mi era stato presentato dal signor Afeltra per essere introdotto nel mondo della Rai.

Posso ricordare che Tulliani in presenza di Afeltra si rivolse a me presentandosi come il cognato di Fini e che pertanto avrebbe lavorato in Rai". Il giudice Bianchini parafrasa anche la versione di Paglia: "L'onorevole Gianfranco Fini disse al dottor Paglia che a Tulliani avrebbe dovuto essere riconosciuto un minimo garantito sulla fiction, sull'intrattenimento e sull'acquisto e distribuzione dei film (…) il dottor Paglia manifestò notevoli perplessità in quanto per lavorare in Rai occorreva essere inseriti nell'elenco dei fornitori, presentare dei piccoli progetti e sapere che esisteva un'enorme concorrenza". Inoltre, l'ex dirigente televisivo ha consegnato l'elenco dei passi relativi ai numerosi ingressi di Tulliani negli uffici della Rai.

Tra gli atti sono finite pure le visure camerali che smentiscono Tulliani a proposito della sua presunta estraneità al mondo della produzione televisiva. Il giudice nella sentenza ha sottolineato anche "l'interesse pubblico" di quanto riportato da Panorama, visto che la notizia aveva "ad oggetto vicende legate a Tulliani in quanto cognato di un noto politico, il quale all'epoca dei fatti ricopriva la carica di Presidente della Camera e, a sua volta, era stato oggetto d'attenzione da parte dei media in relazione alla nota questione della "casa di Montecarlo"".


Ma se certe cause vengono intentate è anche per colpa di quei soloni ben retribuiti che liquidano come "macchina del fango" il giornalismo d'inchiesta realizzato da organi di stampa non intruppati o conformisti, certamente fuori dal cosiddetto circuito mainstream. In questo caso, senza farsi condizionare da tali pregiudizi, il giudice Bianchini riconosce che "l'inchiesta giornalistica risulta essere stata condotta con doveroso scrupolo attraverso l'acquisizione di documenti e testimonianze poi confluiti nel presente giudizio". Chissà se ora Tulliani, visto il mancato incasso, affretterà la vendita del mezzanino monegasco. Non varrà cinque milioni, ma è pur meglio di niente.

di Giacomo Amadori

Al Grinzane c'era pure Ezio Mauro. Poteva non sapere dei soldi in nero?

Libero

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«Non poteva non sapere». Quante volte abbiamo letto sulle pagine di Repubblica questo sillogismo passepartout grazie al quale condannare - eticamente o, se è il caso, penalmente - avversari politici del giornalone di De Benedetti, a cominciare da Silvio Berlusconi? Il moralismo progressista ha in effetti abusato per anni della logica della complicità oggettiva. Ora, tuttavia, sembra che questo bizzarro meccanismo inquisitorio si sia inceppato.

Guarda caso proprio nel momento in cui sarebbe tornato utile per andare dal direttore Ezio Mauro e chiedergli se lui, invece, poteva davvero non sapere del magna magna radical chic che girava attorno al Premio Grinzane. Ma sì, quel premio culturale che si è scoperto essere in realtà strumento «per compiacere il mondo politico e dello spettacolo» con regali, viaggi, feste e soldi in nero, secondo la deposizione spontanea rilasciata davanti alla Corte d’appello di Torino da Giuliano Soria, ex patron del Grinzane, condannato in primo grado a 14 anni e mezzo di reclusione.

Mangiatoia - Alla mangiatoia del culturame si sarebbero rifocillati, secondo Soria, politici come Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso, nonché scrittori come Corrado Augias, Alain Elkann e Philip Roth o attori come Michele Placido, Giancarlo Giannini, Stefania Sandrelli ed Isabella

Ferrari. Sarà vero? Gli interessati hanno tutti smentito indignati, ovviamente, ma su come stiano le cose l’ultima parola la diranno i giudici. Intanto qualche cosa potrebbe forse dircela proprio Ezio Mauro, che nel castello di Grinzane Cavour è di casa. Dagospia ha infatti ricordato che il premio letterario italiano fondato nel 1982 da don Francesco Meotto e portato al successo proprio da Soria, ha visto il direttore di Repubblica presidente della giuria dal 1993 al 2000. Ma se davvero l’aspetto culturale era tutta una pantomima, se si trattava solo di pubbliche relazioni e clientele politiche, di ruote unte e rimborsi spese gonfiati, di fondi pubblici succhiati voracemente a fini occulti, come faceva il presidente della giuria a non sapere? Non parliamo dell’usciere o della donna delle pulizie, ma di una persona che su chi invitare, chi premiare e chi rimborsare doveva pur dire la sua.

Possibile che negli otto anni passati seduto accanto a Soria neanche il più labile sospetto abbia attraversato la mente del più integerrimo dei giornalisti italiani? E se anche ora decidessimo di far valere a corrente alternata la logica del «poteva non sapere», resta comunque da chiedersi se la cosa non sia imbarazzante dal punto di vista professionale: ma come, un cronista si trova per anni in mezzo a un diabolico intreccio di potere, denaro e cultura, dentro a una macchina per ingrassare le tasche dei soliti noti, e non si accorge di nulla? Ma dai, è roba che come minimo fa sorgere qualche domanda. Magari dieci, secondo la tradizione di Repubblica.

Domande - A Ezio Mauro basterebbe rivolgerne un paio: «Come ha fatto, direttore, a trovarsi per otto anni in mezzo a un meccanismo per sottrarre illecitamente fondi pubblici senza avvertire il minimo sentore del marcio che covava sotto la coltre della bella kermesse culturale?». E ancora: «Perché rispetto a uno scandalo che è tanto più grave in quanto riguarda il bel mondo della cultura e non i soliti rozzi imprenditori senza scrupoli, un giornale come Repubblica, che fa della battaglia per l’etica civile un cavallo di battaglia, tratta la questione con un profilo basso, bassissimo, quasi imbarazzato?». A voler pensar male potrebbe venire in mente che tanta cautela -

la notizia sprofondata nelle pagine interne, gli articoli scritti con eccessi di garantismo che un’olgettina qualsiasi si può scordare, con il punto di vista degli accusati da Soria sempre preponderante sull’accusa stessa - non sia affatto casuale. Del resto se Mauro era il presidente della giuria, un’altra penna di rilievo di Repubblica non è forse accusata da Soria di essere stato «assillante nei pagamenti in nero sfiorando l’indecenza»? Parliamo di Corrado Augias, che ha ovviamente respinto al mittente sdegnosamente le accuse ma su cui l’ex patron del Grinzane sembra certo: «Chiedeva 8mila, 10mila euro a evento, e ne avrà fatti una quindicina con noi, li voleva in nero». Magari erano a sua insaputa.

di ADRIANO SCIANCA