venerdì 20 febbraio 2015

Gino Paoli: "Alle Feste dell'Unità costretto a prendere compensi in nero"

Sergio Rame - Ven, 20/02/2015 - 14:26

Spuntano i pagamenti in nero dalle Feste dell'Unità. La telefonata del commercialista: "Devo travare il modo per riportarli qui"

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Il trasferimento in Svizzera di 2 milioni di euro di "nero" per un’evasione del fisco di circa 800mila euro è costata a Gino Paoli l'iscrizione nel registro degli indagati per evasione fiscale. Con lui è indagata anche la moglie Paola Penzo e altri due soci delle società genovesi che fanno capo al cantautore, la Edizioni musicali senza fine, la Sansa e la Grande Lontra. Ma, dalle intercettazioni pubblicate da Repubblica, cala un'ombra sulla sinistra italiana: parte di quei soldi sarebbero derivati dai pagamenti in nero delle Feste dell'Unità.

La procura di Genova aveva già trovato tempo fa le tracce dell'evasione mentre indagava sulla maxitruffa ai danni di Banca Carige che portò alle custodie cautelari per l’ex presidente Giovanni Berneschi, l’ad del ramo assicurativo della banca Ferdinando Menconi e altre cinque persone. Tra questi anche il commercialista di fiducia dell’ex patron della banca, Andrea Vallebuona. Durante un’intercettazione ambientale nello studio di Vallebuona, i militari del Nucleo di polizia tributaria che ascoltavano la registrazione si sono trovati di fronte a un colloquio tra il commercialista e il cantautore, conversazione che secondo gli inquirenti era assai esplicita. Si discuteva infatti di quei due milioni da portare in Svizzera e dell’ipotesi di farli rientrare "scudati". Due milioni che sarebbero proventi di una delle società di Paoli e che, secondo i primi confronti incrociati, non comparirebbero mai nelle dichiarazioni dei redditi del cantautore. Due milioni che pure da qualche parte devono aver lasciato una traccia.

Come rivela Repubblica, in una telefonata con Vallebuona, Paoli spiega come nello scorso decennio venisse costretto dai Ds prima e dal Pd dopo ad accettare parte dei pagamenti in nero alle Feste dell'Unità. "E adesso vorrei riportarli indietro", diceva il cantautaore al commercialista che al tempo era intercettato. L’indagine che coinvolge Paoli nulla ha a che vedere con quella, che ormai si avvia a conclusione con la decisione del gup sulle richieste di rinvio a giudizio, per la cosiddetta "banda Berneschi". Ma potrebbe avere, e qui gli inquirenti non confermano né smentiscono, qualche punto di contatto con l’indagine sul Centro fiduciario che, secondo la Guardia di finanza, costituiva "un crocevia strategico" per la gestione da parte dell’ex dirigenza Carige, di "pratiche finanziarie opache" riguardanti capitali di provenienza illecita.

Durante le indagini le Fiamme Gialle infatti accertarono che gli allora vertici del Centro Fiduciario tutelavano alcuni clienti titolari di depositi di rilevante importo manomettendo o nascondendo documenti di operazioni finanziarie particolari. Per quell’indagine uno dei reati ipotizzati è di riciclaggio.



Gino Paoli, i soldi in nero per la Festa dell'Unità (e quel fermo in frontiera in Svizzera)
Libero

Ombre (nere) su Gino Paoli, sospetto "furbetto" fiscale, accusato di evasione per aver trasferito un vero e proprio tesoretto in Svizzera. E nel day-after dello scandalo, ecco arrivare altri particolari succulenti sulla vicenda. Tra questi, uno forse lo è più degli altri: il cantautore avrebbe intascato soldi (in nero) per partecipare alle feste dell'Unità, quelle della sinistra per intendersi. E non solo: alla frontiera svizzera è stato fermato mentre cercava di rientrare in Italia con una eccessiva (e sospetta) quantità di contanti, e per questo è stato multato dai doganieri.

"Sono tutte balle" - Gino Paoli, 81 anni, è finito nell'occhio di ciclone. Lui tenta la difesa tramite il suo avvocato, Daria Pesce, che spiega: "E' assurdo che questa vicenda sia finita in pasto al pubblico, e comunque sono tutte balle e lo dimostrerò". Ma tant'è. L'attuale presidente della Siae nonché ex deputato del Partito comunista italiano, secondo la procura di Genova, in Svizzera avrebbe un conto da circa 2 milioni di euro. Mica bruscolini. Come detto, una parte consistente di questo denaro deriverebbe dai compensi ricevuti in nero per concerti svolti in tutta Italia e alle feste dell'Unità.

"Ero costretto..." - Ma sui pagamenti in nero dei "compagni" non ci sono soltanto i sospetti. Già, perché ci sono quelle che assomigliano a granitiche certezze. Lo stesso Paoli, infatti, ha spiegato che all'epoca - tra il 2000 e il 2010 - era stato "costretto" ad accettare dei pagamenti in nero "alle feste dell'Unità, e adesso - aggiunge - quei soldi vorrei riportarli indietro". Parole e musica che emergono da una telefonata intercettata nei primi mesi del 2004. All'epoca il cantautore non era intercettato, ma lo era invece Andrea Vallebuona, commercialista di cui Paoli era cliente, finito in manette a maggio per truffa e riciclaggio di soldi proprio in Svizzera.

Guai alla frontiera - La vicenda-Paoli si arricchisce poi con l'episodio dello scorso dicembre: il cantautore è stato fermato dai finanzieri a uno dei valichi di confine con la Svizzera. Stava tornando in Italia, ed è stato perquisito. Il risultato? Sono state trovate parecchie banconote. Troppe banconote, troppe almeno rispetto a quanto è consentito dalla legge: secondo le indiscrezioni si trattava di diverse migliaia di euro. Così è scattata una segnalazione fiscale e una sanzione pecuniaria.

Allerta per Android, ecco il malware che spia anche con il telefono spento

Il Mattino

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Un nuovo malware minaccia Android. Si tratta in realtà di un vero e proprio virus, si chiama PowerOffHijack ed è in grado di simulare lo spegnimento del vostro dispositivo, permettendo a chiunque vi si sia introdotto di continuare a spiarvi dall’interno del cellulare. il Malware può spiare i vostri messaggi, inoltrarli a terze parti e persino salvare i registri delle chiamate. Quello che preoccupa maggiormente è che può anche far scattare foto al dispositivo e quindi l'elevato rischio per la violazione della privacy.

Ad indentificarlo è stato AVG specificando che si è diffuso tramite un App Store non ufficiale principalmente agli utenti Cinesi. Ovviamente a favorire la prolifocazioni di Malware nei sistemi Android è la natura open source del sistema operativo, che tra i tanti aspetti positivi ne racchiudi alcuni, come questo, più negativi. Il consiglio per eliminare il problema è sempre quello: affidarsi al PlayStore come unica fonte per App e Giochi e installare antivirus anche nei dispositivi mobili.

Lenovo che mette a rischio la sicurezza

La Stampa

L’adware rompe la crittografia dei siti web per tracciare la navigazione e proporre pubblicità mirate


Lenovo pubblica su Twitter le istruzioni per consentire ai proprietari dei suoi portatili di rimuovere il software preinstallato che potenzialmente li ha esposti ad attacchi di hacking e monitoraggio non autorizzato di attività. Così il primo produttore al mondo di computer riconosce l’errore e si scusa per avere fornito un programma altamente pericoloso, realizzato da una società chiamata Superfish.
La società con sede a Pechino corre ai ripari dopo la pioggia di critiche da parte degli specialisti di cyber-sicurezza riguardo alla capacità di Superfish di tracciare la navigazione per proporre pubblicità relative a ciò che viene visualizzato sullo schermo. In particolare il software utilizza algoritmi che individuano le aree di puntamento e suggeriscono annunci basati sulle immagini che gli utenti stanno guardando all’interno del browser.

Il problema è che tale tecnologia è in grado di intromettersi nelle connessioni protette da cifratura, usate dai siti bancari, di e-commerce e altri che trattano informazioni sensibili, esponendo i dispositivi a grossi rischi. Il software è stato incluso in alcuni modelli di computer portatili di consumo venduti in tutto il mondo tra settembre e dicembre ed è stato disabilitato da gennaio, dopo i reclami degli utenti. Secondo il sito specializzato Hardware Upgrade il problema si manifesta su Chrome e Internet Explorer, mentre risulta sicuro il browser di Mozilla. In ogni caso è bene disinstallare l’adware ed eseguire una scansione antivirus.

(Agb)

Datagate, la nuova accusa di Snowden: violate milioni di Sim card

La Stampa

La più grande azienda produttrice di schede sarebbe stata hackerata dai servizi segreti americani e britannici, che così avrebbero avuto accesso a telefonate, messaggi, chat, e-mail, e anche ai contenuti delle conversazioni

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Il suo motto è: «Security to be Free», sicurezza per essere liberi. Ma la più grande azienda produttrice di sim card al mondo è stata hackerata dagli 007 Usa e britannici. Le spie hanno così rubato i codici criptati per proteggere la privacy di decine di milioni di persone su smartphone e tablet: non solo i dati di telefonate, messaggi, chat, e-mail, ma anche i contenuti delle conversazioni. Si tratta dell’ultima rivelazione di Edward Snowden, la talpa del Datagate.

In base a un documento segreto del Government Communications Headquarters (Gchq) - datato 2010 e dato da Snowden al sito specializzato The Intercept - i servizi britannici insieme ai colleghi dalla Nsa americana (che nel marzo 2010 formarono il cosiddetto Mobile Handset Exploitation Team) avrebbero violato i sistemi informatici della Gemalto, la multinazionale basata in Olanda e presente in 85 Paesi che ogni anno produce due miliardi di sim card. Tra i suoi clienti giganti delle tlc come AT&T, Verizon, T-Mobile, Sprint, e altri 450 operatori nel mondo. Non solo: la Gemalto produce anche i chip utilizzati nelle carte di credito di ultima generazione.

«Pensiamo di avere in mano la loro intera rete», scrivevano gli 007 britannici in uno dei rapporti segreti sull’attività con la quale insinuavano malware nei computer di oltre una decina di impianti della Gemalto (ce ne sono 45 in tutto il mondo). Tra gli stabilimenti nel mirino anche quelli in Italia, Germania, Spagna, Russia e Cina.

Per meglio carpire le informazioni di cui erano a caccia, gli 007 britannici ed americani avrebbero anche violato le e-mail e gli account Facebook di decine di dipendenti della Gemalto, introducendosi anche nella posta elettronica di altri big di internet come Yahoo! e Google. Si tratta del cosiddetto cyberstalking, per rubare tutto ciò che potesse essere utile a violare i server e, dunque, il sistema informatico della Gemalto.

Per capire quanto il team di spie fosse efficiente, basti pensare che intrufolandosi in appena 6 e-mail si riuscivano a `rubare´ oltre 85.000 `chiavi criptate´. Un documento segreto della Nsa rivela che i servizi sono stati in grado di `processare´ tra i 12 e i 22 milioni di codici al secondo che poi venivano messi da parte per essere utilizzati al momento necessario. Ma con delle nuove tecniche le previsioni erano di oltre 50 milioni di chiavi processate al secondo. 

Dillo in italiano

La Stampa
massimo gramellini

Se anche voi non sopportate chi in ufficio si dà la mission di proporre uno step che esalti il brand e individui una location dove briffare i competitor. Se anche voi, ogni volta che al telegiornale qualche politico affamato di poltrone denuncia problemi di governance, vi monta un tale prurito alle dita che avreste voglia di killarlo, ma vi limitate a schiacciare il tasto del telecomando come se fosse un ragno. Se anche voi pensate che quando qualcuno non sa cosa dire lo dice in inglese, specie se non sa neppure l’inglese, allora vi suggerisco di leggere e firmare la petizione all’Accademia della Crusca lanciata su «Internazionale» da Anna Maria Testa e rintracciabile ai seguenti indirizzi: Change.org e #dilloinitaliano.

Nell’aderirvi entusiasticamente col maestro e collega di corsivi Michele Serra di «Repubblica» si è pensato di allargare il campo di battaglia a un’altra e forse speculare deformazione del linguaggio. L’abuso di romanesco che ci viene inflitto ogni giorno in televisione, specie e purtroppo sui canali del servizio pubblico. Nelle fiction, come nei programmi di intrattenimento e di giornalismo, sembra diventato indispensabile ostentare una cadenza strascicata che della lingua immortale di Trilussa conserva soltanto la buccia, mentre la polpa è ridotta a uno sciatto e arrogante balbettio, spesso incomprensibile oltre la cerchia dei sette colli. L’invito a politici, attori e commentatori che vivono in quella splendida location è di compiere uno sforzo di umiltà a beneficio di noi provinciali. C’è di sicuro una parola italiana per dire location. Ma ce ne deve essere una persino per dire annamo.