giovedì 19 febbraio 2015

La Coca cola e quella foto ambigua: lo vedete anche voi l'amore?

Libero



Su Twitter circola una foto lanciata da Coca Cola con la scritta: #Amore. Lo vedete anche voi?. L'immagine sta diventando virale perché si vede l'ombra di una ragazza che beve da una bottiglietta della coca. Ma proprio il gioco di ombre può ingannare: in molti infatti ci vedono ben altro.
Il doppio senso non è sfuggito al popolo di twitter che si è scatenato in commenti e retweet.  "A belli de casa de 'a @CocaCola, ma che dovemo vede'? Una che beve 'na zozzeria? Could you please elaborate?" scrive uno. E un altro cinguetta:"Mazza @CocaCola, ancora co' sti richiami sessuali? Ve so rimasti fermi all'anni 90 i marketer?" (sic).

Gino Paoli indagato per evasione fiscale: “2 milioni di euro in Svizzera”

Corriere della sera

Blitz della Guardia di Finanza, intercettazioni di telefonate con il suo commercialista

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La Guardia di Finanza ha perquisito la casa di Gino Paoli, 80 anni, alla ricerca di prove relative ad una presunta evasione fiscale. Anche tre società di Gino Paoli sono state perquisite per ordine dei pm genovesi. Si tratta di «Edizioni musicali senza fine», «Sansa» e «Grande lontra». Le tre società hanno sede presso la società «Sis Data» che ha a sua volta sede presso lo studio in via Ippolito D’Aste del commercialista di paoli Andrea Vallebuona. Le perquisizioni messe in atto dalla finanza hanno riguardato anche uno studio di un’altra società in Emilia Romagna. L’ipotesi di reato è di evasione fiscale in relazione ai redditi di Paoli nel 2008. Secondo l’accusa il cantante avrebbe portato illecitamente soldi in Svizzera. Si tratterebbe di circa 2 milioni di euro.
Intercettazioni
L’indagine è nata da una branca dell’inchiesta relativa alla Carige. A mettere nei guai l’attuale presidente della Siae sarebbero state alcune telefonate intercettate in cui il cantante parlava con il suo commercialista, Andrea Vallebuona. Quest’ultimo è stato poi arrestato assieme all’ex presidente Carige Giovanni Berneschi, nell’ambito proprio dell’inchiesta che vede coinvolta la Cassa di risparmio di Genova.
Le accuse
La procura di Genova, come detto, contesta al cantante genovese il trasferimento all’estero di 2 milioni di euro, sottratti al Fisco. Il denaro sarebbe stato inviato illegalmente in un istituto di credito svizzero. La Guardia di Finanza si è messa da tempo sulle tracce del denaro di Paoli lavorando sulle operazioni effettuate dal centro fiduciario di Banca Carige, su cui è in atto un’altra precedente indagine.

Secondo l’accusa i soldi non sono stati scudati né sono stati oggetto di dichiarazione di reddito. L’evasione fiscale, secondo gli investigatori, ammonterebbe quindi a circa 800 mila euro. I soldi non sarebbero stati dichiarati nella dichiarazione dei redditi del 2009. Gli inquirenti non sarebbero però riusciti ancora a capire in quale banca svizzera sarebbero stati portati i soldi, per questo sono state effettuate le perquisizioni.
M5s
Le accuse nei confronti di Paoli hanno generato anche le prime reazioni nel mondo politico. «Aspettiamo che la magistratura faccia il suo corso, ma le notizie riportate dalla stampa, che vedono il presidente della Siae, Gino Paoli, indagato per una maxi-evasione fiscale, ci inducono a chiedergli di valutare seriamente le dimissioni dalla sua carica» afferma il Gruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera. «Un atto che, a nostro parere andrebbe compiuto in primo luogo per rispetto verso gli iscritti alla Siae: mentre la magistratura indaga su Paoli per presunto trasporto all’estero di denaro al fine di eludere il fisco italiano, migliaia di artisti non ricevono i compensi che gli spetterebbero, perché trattenuti dalla Siae, che li utilizza anche per compiere operazioni finanziarie» sottolineano ancora i pentastellati.

«Sapore di tasse»: l’ironia social su Gino Paoli
19 febbraio 2015 | 11:21

I rom paghino luce e gas. Ora i nomadi vogliono denunciare il sindaco

Ivan Francese - Gio, 19/02/2015 - 10:38

Il primo cittadino di Vicenza: "Basta bollette pagate ai nomadi". E i rom: "È interruzione di pubblico servizio, molti non riescono a pagare". E pensano di andare in procura


Non si placano le polemiche tra il comune di Vicenza e i nomadi del campo di via Cricoli, a cui l'amministrazione cittadina ha deciso di sospendere, dopo anni, l'erogazione gratuita di luce, gas ed acqua. Diverse famiglie, finora allacciate al contatore unico intestato al comune, si vedranno staccare luce, gas e acqua dal pomeriggio di oggi. Una decisione, quella adottata dall'amministrazione comunale di centrosinistra, giunta dopo che l'anno scorso il campo nomadi era stato riqualificato con l'utilizzo dei fondi ministeriali.

Loro, però, i nomadi, non ci stanno: come riferisce il Gazzettino, le famiglie di rom e sinti sarebbero intenzionate a rivolgersi alla procura per denunciare il comune per interruzione di pubblico servizio. Senza luce e gas rischiano di rimanere al freddo e al buio circa novanta persona, tra cui diversi minori. Da un lato l'amministrazione, inflessibile nella propria decisione; dall'altra i nomadi che, tramite il presidente dell'associazione Sinti Davide Casadio, chiedono di evitare la chiusura dei contatori per non mettere in grave difficoltà le famiglie con maggiori problemi economici.
Tra l'altro, non saranno ammesse nemmeno le tariffe forfettarie. "Gli interessati sono stati mal consigliati - chiosa il sindaco Achille Variati - Pensavano che non sarebbe cambiato nulla. I servizi sociali del Comune seguiranno comunque le utenze più fragili".

Nel frattempo il clima di insofferenza nei confronti di rom e sinti rimane altissimo in tutto il nordest. Nei giorni scorsi a Padova due bottiglie molotov erano state lanciate contro altrettanti insediamenti di nomadi. Oggi a Vicenza per le strade è comparso un volantino choc con un messaggio minatorio: "Abbiamo visto zingari girare per le strade e guardare dentro le finestre per rubare in casa. Sparate a vista che poi arriviamo". Testimonianze concrete di un clima di tensione che ha raggiunto ormai livelli preoccupanti.

Iwo Jima, l’isola insanguinata

Corriere della sera
di Paolo Rastelli
ricerca iconografica Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi


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Il 26 febbraio 1945 Jack Colegrove, 20 anni, corpo dei marines degli Stati Uniti, aveva tutte le ragioni per esser soddisfatto. Come scrisse a sua madre, da una settimana era in combattimento e non si era fatto nemmeno un graffio. E anche il suo amico Pentecost stava bene. «Cara mamma, ti scrivo perché tu possa dire a tutti i nostri amici che qui è tutto ok». Tre settimane più tardi sia Jack che Pentecost erano in un letto d’ospedale, il primo senza la gamba sinistra, il secondo ferito allo stomaco.

Erano due dei 17.372 americani rimasti feriti nel tentativo di conquistare un’isoletta grande più o meno un terzo di Manhattan, circa 20 chilometri quadrati, 8 chilometri di lunghezza per 4 di larghezza. Due di quelli fortunati, viene da aggiungere: perché nella battaglia di Iwo Jima, che durò dal 19 febbraio al 26 marzo e fu forse la più sanguinosa combattuta nel Pacifico, morirono 6.821 marines e 363 marinai statunitensi, mentre la guarnigione giapponese, 14.500 soldati e 7.000 marinai, fu praticamente sterminata nell’unica battaglia che vide gli americani perdere tanti uomini quanti i loro avversari.

Iwo Jima è un’isoletta del gruppo delle Vulcano, meno di 700 miglia marine a sud del Giappone e tremila a ovest di Pearl Harbor, la grande base americana delle Hawaii il cui bombardamento da parte degli aerei nipponici, il 7 dicembre 1941, aveva segnato l’inizio della guerra del Pacifico. In quell’inizio del 1945 toccava al Giappone essere devastato, notte e giorno, dai bombardieri americani. E Iwo Jima si trovava proprio sulla rotta tra le basi aeree americane nelle Marianne e il territorio metropolitano giapponese. Un aeroporto sull’isoletta avrebbe consentito di risparmiare tonnellate di carburante, di aumentare il carico offensivo dei bombardieri e di salvare vite di aviatori americani che avrebbero avuto un punto di appoggio molto più vicino ai loro obiettivi sul quale atterrare se danneggiati dal nemico.

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Così, a metà 1944, il Comitato dei Capi di Stato maggiore anglo-americani stabilì che Iwo Jima era un obiettivo da conquistare. In quel momento l’isola era praticamente indifesa. Ma le flotte degli Stati Uniti erano impegnate altrove e molto tempo prezioso andò perso prima che l’attenzione del comandante americano del Pacifico centrale, l’ammiraglio Chester Nimitz, si rivolgesse finalmente a Iwo Jima. Così, quando il 19 febbraio 1945 i mezzi da sbarco con a bordo gli uomini della 4^ e 5^ divisione dei marines si presentarono davanti alle spiagge della parte sud orientale dell’isola, la situazione era molto cambiata.

Non solo la guarnigione era stata rafforzata, ma a comandarla era stato mandato il generale di divisione Tadamichi Kuribayashi, uno snello 53enne che aveva prestato servizio come addetto militare in Canada e negli Stati Uniti negli anni ’30. Apparteneva a quel piccolo gruppo di ufficiali giapponesi (tra cui l’ammiraglio Yamamoto, il vincitore di Pearl Harbor) convinti che per il Giappone attaccare l’America fosse una follia: troppo grande il divario industriale tra i due Paesi. Questo non impedì a Kuribayashi di dedicarsi anima e corpo alla difesa di Iwo Jima, organizzata secondo uno schema tattico-operativo interamente nuovo.

Gli attacchi banzai praticamente suicidi contro la potenza di fuoco americana furono espressamente vietati. Invece l’isola venne potentemente fortificata, con l’ordine per i difensori di aspettare i nemici sulle proprie posizioni e lì farsi uccidere vendendo cara la pelle, in modo da costringere gli americani a una sanguinosa lotta di logoramento, uomo per uomo e vita per vita. Per fare questo il terreno, vulcanico, brullo e già bucherellato da decine di crepacci e caverne, fu scavato in lungo e in largo da quasi 30 chilometri di gallerie intercomunicanti, profonde oltre 20 metri, che univano tra loro centinaia di postazioni e bunker in grado di darsi appoggio reciproco. Da queste tane i fanti potevano uscire per respingere gli assalitori e prenderli alle spalle, mentre i pezzi di artiglieria, i mortai e le mitragliatrici erano sistemati in modo tale da essere al sicuro dal tiro navale e dai bombardamenti aerei (con protezioni di calcestruzzo spesse fino a tre metri) e praticamente invisibili.

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Gli americani, per almeno un’ora dopo che il primo marine aveva messo piede a terra, dovevano essere fatti avanzare senza ostacoli, in modo che si cullassero in un falso senso di sicurezza. Poi si doveva scatenare l’inferno. E così accadde. Alle 8,57 del 19 febbraio il primo veicolo anfibio risalì la spiaggia di nera sabbia vulcanica, seguito da decine di altri e da migliaia di uomini, mentre venivano sbarcate tonnellate di rifornimenti. La reazione fu limitata a pochi colpi di fucile.
Il fastidio maggiore era la sabbia, talmente fine e profonda da ostacolare l’avanzata dei soldati sbarcati: i piedi affondavano e l’andatura era lenta e faticosa. I marines avevano coperto in questo modo un paio di centinaia di metri, quando l’isola parve prendere fuoco: da ogni posizione giapponese si riversò sugli assalitori un fuoco intensissimo, che bloccò di colpo l’avanzata. Il terreno era privo di ripari, scavare buche era impossibile perché la sabbia le riempiva di nuovo, i morti e i feriti si accumulavano sulla battigia. In tutta evidenza il bombardamento aeronavale preliminare di tre giorni non aveva neppure scalfito le difese.Alla sera del 19, gli americani occupavano una testa di sbarco larga circa 4 chilometri e profonda al massimo un chilometro, in cui si accalcavano 30 mila uomini, 566 dei quali erano già morti e feriti.

Iwo Jima è a forma di pera, orientata in senso sud ovest – nord est, con il «picciuolo» situato nella parte sud-occidentale e dominato dal monte Suribachi, un vulcano spento alto circa 170 metri. La zona centrale e nord orientale, dove la «pera» si allarga, è invece in gran parte costituita da un altopiano di circa 90 metri, il Motoyama. Gli americani, sbarcando a sud est, avevano a sinistra il Suribachi e a destra la parte più grande dell’sola. Il 20 febbraio unità Usa raggiunsero la costa nord occidentale, tagliando l’isola in due. Ma questo non fece rallentare il fuoco giapponese. Ogni singola posizione, invisibile finché gli americani praticamente non la calpestavano, doveva essere espugnata a forza di cariche di alto esplosivo, cannonate ad alzo zero e lanciafiamme, mentre i difensori si dileguavano nelle gallerie per riapparire magari alle spalle degli assalitori. E da altre posizioni, anch’esse perfettamente mimetizzate, il fuoco continuava intenso e decimava agli attaccanti.

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I giapponesi restavano invisibili anche da morti. Max Hastings, nel libro Nemesis (dedicato alle campagne del Pacifico nel 1944-45), riferisce questa conversazione tra una pattuglia di marines e il comando di reggimento: «Progresso 90 metri, 37 perdite. Bloccati per la notte». «Quanti giapponesi avete ucciso?». «Nessuno con certezza». «Nessuno! 37 perdite e non avete ucciso nessun giapponese? Dovete fare di più».

Il 23 febbraio cadde il monte Suribachi, in cima al quale fu scattata da Joe Rosenthal la famosa foto dei sei marines che alzano la bandiera Usa, diventata poi un’icona e un monumento situato subito fuori dal cimitero di Arlington, nello stato Usa della Virginia, a due passi da Washington. Ma la conquista del Suribachi, i cui 1.500 difensori furono uccisi uno per uno a forza di alto esplosivo, era solo la fine del primo atto. Di fronte alle tre divisioni di Marines (alla 4^ e 5^ si era aggiunta la 3^, in un primo tempo tenuta come riserva galleggiante) stava ancora la maggior parte dell’isola, con almeno 20 mila giapponesi decisi a combattere fino all’ultimo uomo. I marines non avevano di fronte a sé che l’opzione dell’attacco frontale. Lo spazio per manovrare non c’era, il nemico era nascosto ovunque, i carri armati erano in difficoltà sul terreno roccioso. Così l’assalto proseguì allo stesso modo, metro per metro, bunker per bunker, in un territorio minuscolo popolato da migliaia di uomini e quindi ricoperto, già dopo pochi giorni, di escrementi e rifiuti.

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I difensori non stavano meglio degli attaccanti: nei primi giorni le posizioni erano state rifornite di cibo e acqua con una certa regolarità ma poi i collegamenti erano saltati. Così i fanti giapponesi giacevano nei ricoveri scavati nel terreno vulcanico bollente, tormentati dalla fame e dalla sete, mentre il rumore della battaglia si avvicinava e sapendo che solo la morte li attendeva. L’alto comando americano dichiarò il 14 marzo che ogni resistenza organizzata era cessata. Ma i combattimenti andarono ancora avanti: in almeno un caso gli americani pomparono dentro alcune gallerie 2.500 litri di acqua di mare, cui aggiunsero 400 litri di benzina e 200 di gasolio e diedero fuoco alla miscela con i lanciafiamme, incenerendo o soffocando decine di soldati nemici.

Gli ultimi difensori, piuttosto che arrendersi, si fecero saltare in aria con le loro bombe a mano oppure uscirono consapevolmente in mezzo al fuoco americano per farsi uccidere in disperate cariche Banzai di poche decine di soldati. L’ultima carica, la più grande, fu lanciata il 26 marzo con 350 soldati e costrinse gli americani a una lotta corpo a corpo: tutti i giapponesi vennero uccisi. Sempre il 26 marzo il generale Kuribayashi lanciò il suo ultimo messaggio radio: “Sono cinque giorni che non tocchiamo cibo e acqua, ma il nostro spirito è ancora alto e combatteremo fino all’ultimo. Il giorno dopo si suicidò con il suo stato maggiore (secondo altre versioni si tolse le insegne di grado e si fece uccidere in uno degli ultimi attacchi. Il suo corpo non venne mai ritrovato.

Un coccodrillo nel piatto, il cane no: l’Expo vara la lista dei cibi proibiti

Il Giorno
di Luca Zorloni 


Vietati datteri di mare e pesce palla, ammessi serpenti e insetti. Balletto tra Bruxelles e l’Italia per le autorizzazioni alle importazioni

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Milano, 19 febbraio 2015 - «Assaggeremo piatti mai assaggiati prima», assicura la voce di Antonio Albanese presentando Expo nello spot televisivo. Cavallette, scorpioni, carne di serpente o di coccodrillo: quello che i venti milioni di visitatori attesi troveranno nel menù dell’Esposizione universale di Milano dipenderà dai semafori rossi e verdi accesi dal ministero della Salute. Sempre che non tocchi all’Unione europea l’ultima parola.

Il via libera alle importazioni di alimenti per Expo dai Paesi extra-Ue è un labirinto intricato di leggi nazionali, regolamenti comunitari e deroghe. Senza punti fermi, perché in vista di Expo tra Roma e Bruxelles è scattata una staffetta allo studio (e all’accettazione) di cibi esotici. «Lo Zimbabwe si è mosso per le carni di coccodrillo – spiega Silvio Borrello, direttore generale dell’ufficio Sanità animale del ministero della Salute –. Stiamo valutando la richiesta, anche facendo prove di lavoratorio. Sappiamo che è commercializzata in alcuni Paesi europei, come il Belgio». Nel complesso Bruxelles non proibisce l’importazione di carni di rettile.

E l’atteggiamento di Roma è quello di favorire l’ingresso per Expo, proprio per rispettare le tradizioni culinarie straniere. «Così anche con gli insetti», precisa Borrello. Tanto che il ministero della Salute già un anno fa aveva spedito un questionario alle 147 nazioni ospiti a Milano, chiedendo di specificare quali alimenti avrebbero voluto importare. «Ma nessuno ci ha risposto», osserva Borrello. E ora tutto si gioca negli ultimi 70 giorni: il ministero esaminerà le richieste, valutando il livello di rischio del Paese, del prodotto e del luogo in cui viene confezionato, per poi decidere se accettare o meno l’ingrediente speciale.

Nel frattempo anche Bruxelles sta aggiornando il regolamento di polizia sanitaria sugli alimenti di origine animale, prevedendo alcune deroghe proprio per l’Esposizione universale. Ad esempio, è aumentato il numero degli stabilimenti extra-Ue autorizzati a esportare, accettando anche quelli riconosciuti solo dai Paesi di origine. Restano però alcuni divieti, come quello che riguarda la carne di cane. Così come a Expo non potranno essere serviti i datteri di mare, iscritti tra le specie protette.

È un giallo, infine, l’ok al pesce palla, che gli chef giapponesi preparano nel tradizionale fugu separando il veleno dalle carni. Proibito in Europa, secondo il quotidiano giapponese «Yomiuri Shimbun» sarebbe stato ammesso da Bruxelles, ma Borrello lo esclude: «La Ue vieta le carni velenose, sarebbe un rischio». Di sicuro c’è che quello che si mangerà nei 26 milioni di pasti serviti a Expo non potrà uscire dal recinto dei padiglioni. «Il cibo che avanza dovrà essere distrutto», spiegano da Roma. In una parola: incenerito, direttamente nel sito di Rho-Pero. Altrettanto blindato sarà il trasporto merci: imballi piombati, aperti solo in capannoni autorizzati sotto l’occhio di tecnici ministeriali e delle Asl.

luca.zorloni@ilgiorno.net
Twitter: @Luke_like

La gabbia

La Stampa
massimo gramellini

Un ergastolano si suicida in prigione e sulla pagina Facebook di un sindacato di polizia penitenziaria compaiono commenti di tenebra: «un rumeno di meno», «mi chiedo cosa aspettino gli altri a seguirne l’esempio». Stupore, scandalo, indignazione. E il solito carico insopportabile di ipocrisia. Come se molti secondini non avessero mai formulato questi pensieri anche prima che la tecnologia permettesse loro di farli conoscere a tutti. Come se, oltre a pensarli, non li avessero già espressi fin troppe volte in pestaggi e torture. Ma, soprattutto, come se si trattasse di qualche malapianta cresciuta in un giardino di rose anziché dell’ovvia conseguenza di un sistema in cui carcerieri e carcerati condividono le stesse brutture e combattono l’ennesima guerra tra poveri. 

La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perché teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto. Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano. Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato. Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco. La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri. È lei ad averli disegnati così.

Cane, adottato e respinto tre volte, salva la vita alla sua proprietaria

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

Quando la donna ha perso i sensi, John Boy è corso a cercare aiuto

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Un Labrador Retriever ha salvato la vita della sua proprietaria dopo che era svenuta all’aperto in un gelido giorno d’inverno. Già questo basterebbe per rendere speciale questo cane. Ma nel caso di John Boy, la storia è ancora più toccante. 
Per prima cosa per le modalità del salvataggio. Il cane, quando si è accorto del malore della proprietaria, è corso a cercare aiuto fin quando, per fortuna, ha trovato un poliziotto. «Mi ha scodinzolato in modo amichevole finché non sono sceso dalla mia macchina - racconta Jeff Gonzalez, poliziotto del Dipartimento di Polizia di Germantown (Wisconsin) - e poi ha iniziato a correre per un po’, per poi fermarsi per vedere se lo seguivo».

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L’ufficiale ha così capito che John Boy lo stava guidando verso casa sua dove la sua mamma, Krystal, era nei guai. Quando è arrivato sul posto ha visto la donna accasciata su una sedia fuori dalla sua porta di casa. Era in pigiama, le sue labbra erano blu e lei era ghiacciata. In un primo momento l’uomo ha pensato che fosse morta, ma avvicinandosi si è accorto che respirava ancora. Per fortuna Krystal è arrivato in tempo per far intervenire i soccorritori e ora la donna si sta riprendendo in ospedale.
John Boy non si è solo dimostrato un cane intelligente, ma soprattutto un quattrozampe con un grande cuore. Già, perché prima di essere adottato da Krystal, questo cane aveva già trovato tre famiglie diverse ed era sempre stato riportato in canile. Tre rifiuti che nella vita di un cane sono tantissimi e pesano, ma non hanno piegato lo spirito di riconoscenza.

twitter@fulviocerutti

Luigi Tenco, tutti i dubbi sul suicidio: «Aveva paura di essere ucciso»

Il Messaggero

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ROMA - 'Chi l'ha visto?' si occupa anche del Sanremo più triste della storia del festival, quello della morte di Luigi Tenco: un colpo di pistola nella stanza d'albergo, si disse suicidio, ma la pistola nella stanza non c'era, spuntò fuori successivamente. Un mistero non ancora chiarito. Luigi Tenco è stato ucciso?

È il pomeriggio del 23 gennaio 1967. Tenco arriva a Sanremo. A un amico che aveva trovato la pistola nel cruscotto della sua auto risponde che aveva paura e che avevano tentato di ucciderlo. Due auto, dopo averlo speronato, avevano tentato di mandarlo fuori strada. È convinto che si tratti di un avvertimento e per questo si è munito di un'arma per legittima difesa.

All’arrivo in albergo il portiere consegna a Tenco la chiave della stanza 219. Luigi sa che un’esibizione dal vivo non è il suo forte e ha paura che la sua canzone non venga capita. Inoltre con la sua partner, Dalida, nell’ultimo periodo i rapporti sono un po’ freddi. 'Ciao amore ciao' è una canzone sofferta e viene eliminata. Nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967, viene trovato il cadavere e ufficialmente Luigi Tenco si toglie la vita con un colpo di p istola alla tempia destra nella sua stanza all’Hotel Savoy, ma sono ancora molte le incongruenze, le ombre e i silenzi. Nessuno sente i rumori, il cadavere viene rimosso per poi essere riposizionato per le foto.

La pistola compare solo in un secondo momento, così come il biglietto famoso in cui attaccava la giuria del festival. L'autopsia è stata fatta solo nel 2006 quando è stata riesumata la salma. Sulle mani nessuna traccia di polvere da sparo. E tante altre incongruenze.“L’inchiesta investigativa è stata condotta in maniera grossolana e confusionaria”, afferma Pasquale Ragone, criminologo e giornalista. Il sospetto è che all’epoca, qualcuno utilizzasse insospettabili artisti per agevolare lo scambio e il trasporto di informazioni da un Paese all’altro, aggirando i controlli con estrema semplicità.

Granatieri di Sardegna, dai Savoia alla lotta al terrorismo islamico

La Stampa
francesco grignetti

Da mesi i 400 della brigata presidiano a Roma ambasciate, istituti scolastici, centri di culto

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Sono una brigata tra le più motivate e impegnate dell’Esercito italiano: da mesi i suoi 400 effettivi, uomini e donne, presidiano armi in pugno i punti più sensibili di Roma. Li si vede davanti ad ambasciate, istituti scolastici, centri di culto. Hanno coperto i turni di missione all’estero in Afghanistan e Kossovo. Nel 2014 hanno preso parte, sotto l’insegna delle Nazioni Unite, alla missione UNIFIL in Libano. Ma sono anche la specialità più antica dell’Esercito Italiano, nata nel lontanissimo 1659. Non a caso si chiamano Granatieri di Sardegna, in ricordo di quando i Savoia erano re di Sardegna prima ancora che duchi del Piemonte. Da allora, i Granatieri sono una colonna dell’esercito. 

Dal 1776, poi, il 18 febbraio sfilano in alta uniforme in memoria di un illustre e munifico comandante del corpo, don Alberto Genovese, duca di San Pietro. Anche ieri la brigata, così come capita ormai da 239 anni, ha sfilato per Roma in alta uniforme, con colbacco nero e alamari, fino alla basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri dove era in programma una messa in suffragio del duca-benefattore che appunto nel 1776 lasciò al reggimento una somma di denaro chiedendo che i fondi fossero impiegati per mantenere il decoro della banda del reggimento e per celebrare la funzione di suffragio. Qualcuno sorriderà. Indubbiamente la scena è curiosa e apparentemente anacronistica. 

Di questi tempi, poi, in cui il nostro mondo è attraversato da venti di guerra, l’Europa si sente minacciata a Sud e all’Est, e si prospettano complicati interventi contro il terrorismo. Eppure la fedeltà di questo reggimento alla propria storia, identità, e valori, passati indenni attraverso la storia - i Granatieri hanno visto evolversi lo Stato sabaudo in Stato unitario, tre guerre d’indipendenza e due guerre mondiali, il fascismo e la democrazia, il trapasso da monarchia a repubblica - ci dovrebbe far riflettere su chi siamo e da dove veniamo. «I Granatieri - ci ricorda un comunicato dell’Esercito - anche in guerra e in prigionia hanno onorato in armi il proprio impegno di fedeltà». Un modo di ricordare il generoso duca, ma soprattutto «il sacrificio di tutti coloro che, in oltre tre secoli e mezzo di storia, sono caduti nell’adempimento del loro dovere indossando i “bianchi alamari”, simbolo dell’Unità». 

VIDEO : La sfilata a Roma dei Granatieri di Sardegna