martedì 17 febbraio 2015

Messa? Sì, grazie. Non è un Paese per atei

L’Espresso
di Michele Sasso

Sono centinaia le segnalazioni dell’associazione Uaar di intrusioni e sconfinamenti confessionali nella vita degli italiani: funzioni in orario di lavoro, celebrazioni obbligatorie per i militari e il “bollino di buon cattolico” in caso di affidamento e adozioni. E nella scuola, laica sulla carta, nessuna alternativa all’ora di religione

 

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Sono piccoli gesti quotidiani, interferenze nella vita delle persone che passano quasi per scontate: la messa in orario di lavoro per società pubbliche e imprese private, cerimonie e picchetti obbligatori per gli uomini e le donne delle forze armate, la celebrazione annuale della municipalizzata capitolina Ama della Madonna della strada, “patrona presso Dio dei netturbini romani”. Un lungo elenco di intrusioni che non risparmiano neppure i viaggi: sui voli charter con destinazioni sensibili come Fatima e Lourdes gli equipaggi sono costretti dalle comitive di pellegrini presenti a bordo a sorbirsi  preghiere ad alta quota.

Anche fare il volontario non è esente da interferenze confessionali, se decidi di dedicare il tuo tempo in associazioni come l’Avis. Sconfinamenti che, a volte, possono prendere la forma di domande imbarazzanti: gli assistenti sociali incaricati dell’affido chiedono ad una coppia il battesimo obbligatorio per la bambina. Sono centinaia le segnalazioni arrivate allo sportello laicità dell’ Uaar , l’unione degli atei e degli agnostici razionalisti.

Attacchi alla laicità sono all’ordine del giorno anche dove dovrebbe essere un valore condiviso: nelle scuole. Lo scontro è aperto tra il cardinale Angelo Bagnasco e l’ufficio della presidenza del Consiglio antidiscriminazioni razziali, che la scorsa primavera ha diffuso tre libretti per “Educare alla diversità" con le linee-guida per combattere l’omofobia in classe. Apriti cielo. Bagnasco ha attaccatto a testa bassa: «Quei libretti instillano concetti contro la famiglia e la fede religiosa».

Concetto ribadito anche nell’ultimo consiglio della Cei, la Comunità episcopale italiana, l’assemblea permanente dei vescovi che decide i rapporti da tenere con lo Stato italiano. Così mentre i vescovi continuano a pensare che l’educazione sia una cosa loro, tra i banchi l’assenza di alternative a l’ora di religione è la normalità. Chi si oppone, in nome della libertà di insegnamento, della libertà religiosa, della laicità dello Stato e toglie il crocefisso in aula, viene punito .

Da Bolzano a Palermo si celebrano senza problemi messe durante l’orario scolastico, benedizioni Urbi et Orbi e feste di fine anno organizzate tra le mura dell’oratorio. A nessuna latitudine si è al riparo: a Bologna il prete di una parrocchia ha avuto l’ok dal consiglio scolastico per entrare nell’istituto comprensivo Venti e benedire studenti, insegnanti e genitori prima delle prossime vacanze pasquali.

NESSUNA ALTERNATIVA ALL’ORA DI RELIGIONE La scelta di non frequentare durante l’ora settimanale di religione non dovrebbe essere un problema, e neppure essere discriminante per chi decide di fare altro. Sono parole ripetute in leggi, sentenze della Corte costituzionale, circolari ministeriali, ma rimaste inapplicate. Negli istituti con il simbolo della Repubblica il diritto all’ora alternativa è spesso negato, o soggetto a limitazioni arbitrarie, con disagi per le famiglie e gli studenti. Significativo il racconto di una madre con il proprio figlio iscritto in una scuola elementare del Ravennate: «Dall’inizio dell’anno ad oggi hanno fatto l’ora alternativa una sola volta. Troppo spesso l’insegnante che doveva seguirli è stata chiamata a fare supplenze e loro sono rimasti in classe a fare dei disegni, in fondo all’aula».

Le testimonianze dei genitori per la cosiddetta “ora alternativa”, che per legge dovrebbe avere pari dignità, è un cahier de doleance. «Ho deciso di non farne una battaglia, per non mettere in mezzo mia figlia - racconta una mamma - ma so per certo che l’ora alternativa non viene quasi mai rispettata. Certo, è stato molto peggio alla materna, quando mi accorsi che nonostante avessi chiesto l’esonero la bimba rimaneva a fare religione.

Me ne sono accorta quando ho visto i disegni di madonnine con il bambinello e, sopra, Dio in aereo. Protestai, ma non abbastanza, consapevole di rinunciare a un mio diritto». Tante storie fotocopia, come racconta Massimo, un padre di Ragusa: «Ho dovuto minacciare un’azione legale alla preside per fare in modo che mio figlio non fosse parcheggiato in una “classe parallela” e gli fosse garantita un’attività. I motivi del rifiuto erano imbarazzanti: non ci sono soldi e i pochi che abbiamo sono destinati al sostegno per i ragazzi disabili. Mi sembrò una cosa meschina. La preside stava cercando di addebitare a me la responsabilità di mettere a repentaglio altri servizi indispensabili e solo con le spalle al muro trovò una soluzione».Tanti genitori, sfiniti da questa situazione, per evitare problemi decidono di iscrivere i propri figli a l’ora di dottrina cattolica pagata dallo Stato.

SE VUOI ADOTTARE MEGLIO PRATICANTE Anche per le delicate pratiche di adozione e affido il terreno è minato: nel colloquio con gli assistenti sociali viene chiesto espressamente come requisito necessario (anche se a livello informale) una solida educazione religiosa. Come è successo a una coppia alle prese con la possibilità di affido di una bambina: «Gli assistenti sociali hanno posto come condizione, per espresso desiderio della madre che l'ha abbandonata, l’impegno a battezzarla. Anche se il servizio dell’affido è laico, il gesto è stato valutato positivamente, perché ritengono che la bambina ne possa trarre giovamento dato che anche i quattro fratelli sono stati battezzati dalle nuove famiglie.


Ci siamo rifiutati categoricamente: non possiamo iniziare un rapporto con una persona che ha bisogno di affetto, stabilità e sicurezza, con una menzogna colossale». È assurdo che per aiutare una minorenne ad uscire da una situazione disastrata lo Stato italiano ponga come condizione che due persone, considerate idonee a gestire situazioni difficili quale è un affido, debbano snaturarsi e sottostare ad una condizione di questo genere.

VIETATO ESSERE ATEO E MILITARE
Le lettere dei militari e appartenenti alle forze armate raccontato come gli ufficiali non siano gentiluomini sul terreno delle libertà personali. «Oggi il capitano che comanda la mia compagnia ha affisso in bacheca un documento con la lista dei nominativi che dovranno partecipare alla messa natalizia tra cui compare il mio nome», scrive un militare anonimo.

«Io sono ateo e non me la sento di assistere a una funzione religiosa perché ritengo che non si possa agire sulla coscienza delle persone, soprattutto su decisioni che appartengono alla sfera spirituale, ma la lettera è firmata in calce e ha valore di comando che non posso non eseguire». Tutti i militari sono sottoposti a dosi massicce di messe, picchetti e rappresentanze in funzioni civili e religiose. Il motto “Dio, patria e famiglia” sotto le armi è considerato inappellabile.

«Anni di scuole e cerimonie mi hanno mostrato le indigeribili ingerenze legalmente contemplate che la religione cattolica nelle sue svariate forme istituzionali sfoggia all’interno delle istituzioni, proprio quelle Repubblicane che io difendo», racconta un ufficiale di carriera. «La mia prima reazione, per quanto fermamente “non credente”, fu di comprensione che presto mutò in rancore quando il mio desiderio pur fermo di non partecipare alle cerimonie fu autoritariamente osteggiato e ignorato. E al primo accenno di lamentela, quando ho fatto notare che sulla mia scheda personale era scritto sotto la voce “religione” la parola “ateo”, la risposta era sempre la stessa: “È un ordine”».

LA MADONNA DEI NETTURBINI Dalle caserme alla società a controllo statale o comunale il copione non cambia. Ecco il caso dell’Enav, la società del ministero dell’Economia incaricata della gestione del traffico aereo civile in Italia, un colosso con oltre quattromila dipendenti.

«In Enav in ogni periodo festivo c’è l’abitudine di organizzare funzioni religiose nella sala conferenze dove, col benestare della direzione, si riunisce buona parte del personale per assistere alle funzioni con conseguente perdita di ore lavorative e senza nessun obbligo di recupero. Fatto salvo il naturale diritto di credere in ciò che più si ritiene adatto da parte di ogni lavoratore, un’abitudine può essere considerata un’attività lecita e liberamente praticabile dalla direzione?

È legittimo che in un ente che svolge servizio pubblico vengano organizzate tali cerimonie?», si chiede sconsolato questo anonimo dipendente. Anche per la municipalizzata Ama, la società capitolina che si occupa di igiene urbana, al centro dello scandalo di Mafia Capitale, la linea da seguire è dettata da Oltretevere più che dal Comune. Basta leggere questo documento, un atto d’amore per la fede cattolica: «Quello tra gli operatori Ama e la Madonna della strada è un rapporto di straordinaria devozione, consolidato progressivamente nel corso del Novecento e rimasto intenso fino ai nostri giorni. Un sentimento che ha trovato un suggello ufficiale nel 2003, quando con il decreto emesso dalla Congregazione per il Culto Divino veniva concesso di celebrare e venerare la Beata Vergine Maria con il titolo Madonna della strada, “patrona presso Dio dei netturbini romani”».

E anche la visita annuale di Papa Giovanni Paolo II alla statua di Maria (nello stabilimento aziendale di Rocca Cencia) e al presepe dei netturbini sotto Natale per ventiquattro anni di fila diventa la normalità. Da posto di lavoro a luogo di culto.

Google, stretta contro la pubblicità ingannevole

La Stampa
carlo lavalle

Nel 2014 disattivati 7 mila siti per aver promosso merci contraffatte e oltre 5 mila per pratiche di phishing, estromessi 33 mila inserzionisti per pratiche commerciali scorrette e bloccati 250 mila siti perché nascondevano virus. Ma la guerra non è ancora vinta

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Google ha rimosso 524milioni di annunci pubblicitari ed espulso dal suo network oltre 214mila inserzionisti. Sono i dati pubblicati sul blog aziendale di Big G che mostrano un’azione capillare di repressione, svolta nel corso del 2014, contro le pratiche pubblicitarie disoneste, ingannevoli e illecite, chiamate di “bad advertising”.

Per contrastare questa attività fraudolenta, Google utilizza sistemi di controllo automatico, insieme ad operazioni di rilevazione e disabilitazione manuale, sviluppate da un gruppo specializzato di analisti. Secondo quanto specificato da Vikaram Gupta, l’anno scorso è stata disattivata la pubblicità di 7mila inserzionisti per aver promosso merci contraffatte, oltre 5mila per motivi di phishing, estromessi più di 33mila autori di annunci da Google Shopping per cattive pratiche e 250mila siti bloccati perché nascondevano virus.

Naturalmente, il “bad advertising” è solo una piccola parte del complesso della pubblicità gestita da Google. Ma si tratta di una presenza costante e in continua evoluzione che richiede uno sforzo permanente e una tecnologia aggiornata per mantenere la rete pulita. Ad esempio, nonostante la dichiarazione di guerra contro la vendita di merci contraffatte risalga al 2011 , tre anni dopo la pubblicità dei falsi prodotti non è stata ancora completamente estirpata.

Non è sempre facile, d’altronde, individuare le truffe. Come nel caso di alcuni annunci di case in affitto, a prima vista regolari, in realtà una frode contro gli utenti, scoperta solo grazie ad una ricerca approfondita del team di Google.

Il furto hacker da 1 mld di dollari che nessuno riesce ancora a fermare

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Presi di mira gli istituti di credito di 30 Paesi. I bancomat vengono attivati «a distanza»

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WASHINGTON Cento banche, 30 Paesi, 1 miliardo di dollari il bottino. O forse molto di più. Sono i numeri incredibili di una grande stangata, un colpo su scala globale organizzato da una banda internazionale di hacker chiamata Carbanak. Un furto con destrezza nel vero senso del termine, senza versare una goccia di sangue e ben poco sudore, ma tanta furbizia coniugata alla tecnologia. Una scorreria criminale che nessuno è riuscito a fermare e che continua ancora oggi a due anni dai suoi primi colpi.

La banda, composta da russi, cinesi e europei, ha agito con molta calma. Prima è riuscita a infilare un software maligno nel sistema di alcuni grandi istituti finanziari, probabilmente ci sono riusciti con la classica e-mail «legittima» inviata da un funzionario all’altro. E a quel punto hanno iniziato a raccogliere informazioni su metodi di lavoro, procedure, regole. Poi è arrivata la seconda mossa: i cyber ladri hanno installato - sempre via computer - un «rat», programma che permette di monitorare (come fosse un video) i movimenti degli impiegati alla tastiera. Un lavoro di intelligence perfetto.

A quel punto i banditi sono passati all’ultima fase. Impersonando i funzionari della banca - grazie al software installato - hanno iniziato il saccheggio prendendo di mira non i clienti ma il «tesoro» dell’istituto stesso. La gang ha trasferito somme di denaro rubate in banche negli Usa e in Cina, hanno alterato i conti e sono riusciti persino ad attivare, in modo remoto, numerosi bancomat permettendo ad un loro complice di ricevere banconote su banconote. È accaduto che le macchinette abbiano «sputato» soldi senza che nessuno avesse schiacciato un pulsante, inserito una carta o digitato il classico Pin. Tutto però è stato filmato dalle telecamere di sicurezza che hanno immortalato «l’uomo-ricevitore» che incassava in pochi minuti un bel gruzzolo.

La storia incredibile ma reale è emersa dopo le rivelazioni del Kaspersky Lab, famosa società russa che si occupa di cyber sicurezza che è stata chiamata a indagare su uno dei furti avvenuti alla fine del 2013 a Kiev in Ucraina. Vicenda che non poteva certo restare confinata all’ambiente finanziario, anche se qualcuno lo avrebbe voluto. La Casa Bianca ha ricevuto un primo rapporto su quanto avvenuto e l’Fbi è stata coinvolta nelle indagini rivelatisi subito complessa. Al lavoro anche l’Europol. Gli investigatori hanno spiegato che i banditi hanno «pescato» da ogni banca cifre non superiori ai 10 milioni sfruttando delle finestre di opportunità nella rete di controllo interna. Ogni rapina è durata tra i due e i quattro mesi, dall’installazione del virus maligno nel pc della banca al furto del denaro.

La facilità - relativa - con la quale è stato eseguito il colpo ha creato imbarazzo e polemiche. Gli istituti vittime dell’assalto hacker si sono ben guardati dal rivelare cosa sia era verificato. Dura ammettere di essere stati gabbati in quel modo e per cifre così importanti. Un codice del silenzio che piace poco a clienti e autorità. Lo stesso presidente Obama, durante un viaggio di lavoro in California, ha alluso alla necessità di maggiore trasparenza con l’adozione di una legge ad hoc che obblighi a informare. Intanto, da qualche parte nel mondo, c’è chi prepara la prossima stangata.

Brigatista fantasma da 36 anni ma adesso spunta una traccia

Luca Fazzo - Mar, 17/02/2015 - 08:53

Uccise tre persone a Milano nel 1978 e poi svanì nel nulla. I parenti chiedono la morte presunta, ma il giudice dice no

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Milano - Una traccia, una traccia sottile ma precisa: che riporta indietro l'orologio della cronaca di trentasei anni, nel cuore di una delle pagine più crudeli del terrorismo rosso, e restituisce alle famiglie delle sue vittime la speranza di avere giustizia.
Perché Maurizio Baldasseroni, militante di Prima Linea, che insieme a un compagno nel dicembre 1978 ammazzò tre innocenti padri di famiglia con cui aveva litigato al bar, non è morto come vorrebbero far credere i suoi parenti.

Lo ha deciso il giudice che ha respinto la dichiarazione di morte presunta che lo avrebbe cancellato per sempre dall'elenco dei ricercati. Non solo non c'è alcuna prova che Baldasseroni abbia lasciato questo mondo; ci sono anche indizi concreti su cui sta lavorando in queste settimane la Procura di Milano, che potrebbero portare a localizzarlo, a chiedere il suo arresto e la sua estradizione per fargli scontare l'ergastolo cui è stato condannato per i suoi crimini. Certo, a meno che non si inventi una storia da perseguitato come quella che sta consentendo a un altro assassino come Cesare Battisti di vivere indisturbato in Brasile.

Milano, via Adige, a Porta Romana. La sera dell'1 dicembre 1978 il destino fa incrociare in un bar le vite di Domenico Bornazzini, Pierantonio Magri e Carlo Lombardi: un investigatore, un tappezziere, un macellaio. Non si conoscono tra loro. E non conoscono i due giovani uomini con cui, come accadeva in quegli anni di passioni intense, finiscono a parlare di politica. Si discute, i toni si alzano, si litiga. Volano parole grosse, anche perché i due hanno alzato il gomito.

Fin quando, inferociti, i due giovanotti se ne vanno. Tornano con una Smith & Wesson e un fucile a pallettoni caricato per la caccia al cinghiale. Bornazzini, Magri e Lombardi sono ancora lì che chiacchierano, su un'auto, perché è venerdì sera e si può tirare tardi, e al litigio di poco prima probabilmente manco pensano più. Non hanno scampo. Bornazzini muore subito, Magri riesce solo a dire alla moglie, che abita lì accanto, ed è stata svegliata dai colpi ed è corsa in strada: «Anna ci hanno teso un agguato, ci hanno massacrato senza pietà». Solo Lombardi riesce ad arrivare vivo in ospedale, ma muore per le ferite.

Ci vollero quattro anni di mistero e il pentimento di un militante di Prima Linea per dare una spiegazione alla strage e un nome ai colpevoli: Oscar Tagliaferri e Maurizio Baldasseroni, autonomi diventati parte del gruppo di fuoco milanese di Prima Linea. Vennero condannati all'ergastolo in contumacia.

Un anno fa, un parente di Baldasseroni ha chiesto che il tribunale di Milano dichiarasse la morte presunta del latitante, di cui non si aveva più notizia dal tempo della strage. Ma il giudice Ilaria Mazzei nel settembre scorso aveva sospeso il processo, chiedendo alla Procura della Repubblica di riprendere attivamente le ricerche, abbandonate da anni, dell'assassino. E nei giorni scorsi è arrivata la decisione: il giudice comunica ai familiari di Baldasseroni che la richiesta non può essere accolta, e i familiari revocano l'istanza.

A convincere il giudice hanno contribuito i ritagli di giornale del dicembre 1988, quando una notizia dal Perù, confermata dalla Digos di Roma ma poi smentita dal governo di Lima, disse che Baldasseroni e Tagliaferri erano stati arrestati nel paese sudamericano insieme al neofascista italiano Giovanni Ventura, accusato della strage di piazza Fontana. Ma a quella segnalazione oscura e ormai remota qualcosa si è aggiunto in queste settimane, dopo che il pool antiterrorismo della Procura ha riaperto la «pratica Baldasseroni» e ha trovato una pista.

La traccia inizialmente sembrava esile, ma poi ha preso spessore. E ora potrebbe dare nuova speranza ai figli - allora piccoli, oggi adulti - di quei tre uomini ammazzati da due ubriachi di vino e ideologia.

Omar Sivori, dieci anni senza il “nonno” di Messi

La Stampa
gigi garanzini

«El Cabezon» resterà per sempre nella storia del calcio: i suoi calzettoni abbassati e i suoi tunnel sono parte integrante dell’immaginario collettivo degli amanti del pallone

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Dieci anni oggi se ne andava Enrique Omar Sivori, l’ultimo o forse il primo dei Mohicani. Avrebbe compiuto settant’anni in ottobre, nella fazenda di San Nicolas dove si era ritirato una volta conclusa anche la sua seconda avventura professionale, di commentatore televisivo puntuale, brillante e senza sconti per nessuno.

Indimenticabile
Ma a iscriverlo di diritto nell’albo degli indimenticabili era stata la prima. Ne erano arrivati di artisti del pallone in quegli anni ’50 in cui i presidenti di società erano stati battezzati ricchi scemi, non sapendo che i loro epigoni di sessant’anni più tardi non sarebbero stati, salvo rare eccezioni, nemmeno ricchi. Ma nessuno come lui, come Sivori, aveva saputo rubare la scena sin dal suo primo apparire, con quel testone pieno di capelli arruffati, i calzettoni arrotolati sulle caviglie, un piede sinistro che cantava.

Dribblava in un fazzoletto di terra, sentiva la porta più che vederla, e quand’era ora di violarla amava farlo se appena era possibile accarezzando il pallone anziché calciandolo come un goleador qualunque. E poi il gusto per il tunnel, il più irridente degli sberleffi, e gli eccessi di legittima difesa a protezione del pallone: alzava i gomiti, puntava il sedere all’infuori e aspettava la randellata; quando proprio non ne poteva più e al picchiatore di turno restava la gamba di sotto, un breve saltello era l’anticamera del crack.

Folle e spettacolare
Era uno spettacolo, el Cabezon, anche per i non-juventini, e più tardi non-napoletani. Per la torcida bianconera un vizio, come ebbe a battezzarlo l’Avvocato. Anche quando sbroccava, e solo una sberla del suo amico e partner John Charles aveva il potere di ridurlo, entro certi limiti, alla ragione. E’ stato il capostipite di un trio di argentini, piccolini, mancini e l’uno più fenomeno dell’altro: Omar Sivori, Diego Maradona e Leo Messi. Sivori il nonno, in un calcio che andava a venti all’ora. Maradona il figlio, intorno ai trenta. E Messi il nipote a quaranta, oltre i limiti velocità un tempo immaginabili nel calcio. 

Il rigore a Pin
Un pomeriggio del ’59 a Padova, nell’arena dell’Appiani, convinse il portiere avversario, Pin, a smetterla di protestare per un rigore che non c’era: «Manca un minuto alla fine, vinciamo tre a zero, calma i tuoi e te lo faccio parare». Pin spiegò la faccenda ai suoi manzi, armadi a due ante che si chiamavano Blason, Azzini, Scagnellato, e si tuffò deciso dalla parte che Omar gli aveva indicato. La palla entrò lentissima nell’altro angolo e Sivori cominciò a correre. Non per esultare, ma per provare a sfuggire alla furia omicida del povero Pin.

Quando Gheddafi ci disse: "Senza me vi invaderanno"

Fausto Biloslavo - Mar, 17/02/2015 - 08:20

Nell'ultima intervista al Giornale il rais aveva avvertito: "Se i terroristi conquistano il Nord Africa, il Mediterraneo diventerà un mare di caos"


«Se al posto di un governo stabile, che garantisce sicurezza, prendono il controllo queste bande legate a Bin Laden gli africani si muoveranno in massa verso l'Europa. E il Mediterraneo diventerà un mare di caos» era la profezia del colonnello Gheddafi nell'intervista esclusiva a il Giornale del 15 marzo 2011. L'ultima alla stampa italiana, prima di venire catturato e linciato pochi mesi dopo dai ribelli libici a Sirte, dov'era nato.

Il Califfato ancora non esisteva, non sventolavano le bandiere nere e Bin Laden, ancora per poco, godeva di buona salute. Il colonnello Gheddafi, dopo un mese di rivolta, aveva perfettamente previsto il caos libico dopo di lui e lo diceva, inascoltato, ai pochi giornalisti che riuscirono ad intervistarlo prima che scattassero i bombardamenti della Nato. Sotto la tenda da beduino nella roccaforte di Bab al Azizya, nel centro di Tripoli, aveva ribadito al sottoscritto che senza il suo regime, brutale, ma efficace «il Mediterraneo diventerà un mare di caos». E aggiungeva: «Per il momento la striscia di Gaza è ancora piccola, ma si rischia che diventi grande.

Tutto il Nord Africa potrebbe trasformarsi in una sorta di Gaza». In qualche maniera vedeva già all'orizzonte le bandiere nere, che oggi sventolano a Sirte ed in altre città della Libia. E mandava a dire al governo italiano guidato allora da Berlusconi: «Sono realmente scioccato dall'atteggiamento dei miei amici europei. In questa maniera hanno messo in pericolo e danneggiato una serie di grandi accordi sulla sicurezza, nel loro interesse e la cooperazione economica che avevamo». Quando gli chiedevi se fosse possibile una via d'uscita pacifica si inalberava: «Negoziare con i terroristi legati ad Osama bin Laden non è possibile. Loro stessi non credono al dialogo, ma pensano solo a combattere e ad uccidere, uccidere ed uccidere».

Una dozzina di giorni prima dell'intervista al nostro quotidiano aveva cominciato a lanciare la sua profezia con il giornalista francese Laurent Valdiguié del Journal du Dimanche . Nell'intervista il colonnello spiegava chiaramente: «La scelta è tra me o Al Qaeda. L'Europa tornerà ai tempi del Barbarossa. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione (...) Avrete Bin Laden alle porte, ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo». E lanciava, senza successo, un appello: «La situazione è grave per tutto l'Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo?».

Grazie all'innamoramento mediatico della primavera araba i governi occidentali non hanno voluto sentire i campanelli d'allarme che giungevano da Tripoli. Solo il clan Gheddafi sembrava avere in mano la sfera di cristallo compreso Seif el Islam, il figlio intelligente del colonnello oggi prigioniero della milizia libica di Zintane. L'11 marzo 2011, l'erede disegnato dichiarava a Corriere della Sera e Repubblica : «Sapete che cosa accadrebbe se le milizie prendessero il controllo del Paese?
Che voi sareste le prime vittime, avreste milioni di immigrati illegali, i terroristi salterebbero dalle spiagge di Tripoli verso Lampedusa e la Sicilia. Sarebbe un incubo per l'Italia, svegliatevi!».

www.gliocchidellaguerra.it

In Libia ci vorrebbe un nuovo Italo Balbo

Il Giornale

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“Ammettiamolo, da quando si parla di diritti umani, si fa una vita da cani”. Il giornalista Karl Kraus, noto autore di aforismi, non poteva sintetizzare meglio le contraddizioni della modernità occidentale. Contraddizioni sempre più lampanti, se si osservano, da vicino, i grandi conflitti in atto nel Mediterraneo. Le Primavere Arabe, esempio multiforme dell’esaltazione superficiale dell’umanitarismo, si sono trasformate infatti nell’incubo fondamentalista del Califfato, in una minaccia costante alle porte dell’Europa.

Italo Balbo, l'avversario più fiero di Mussolini
Italo Balbo, l’avversario più fiero di Mussolini

In questo senso, l’avanzata dell’Is- Stato Islamico, in Libia tocca l’Italia sin troppo da vicino; in termini strategici certamente, ma soprattutto storico-politici. Fu infatti Italo Balbo, nel 1934, unendo Tripolitania e Cirenaica a dare il via ad una storia di tradizioni e culture diverse fra loro, nel nome di un colonialismo assai differente da quello di matrice anglosassone; un colonialismo di sviluppo, di integrazione fra coloni e colonizzati, e di cittadinanza. La via Balbia, più di 1800 km di litoranea, fu il simbolo di uno sforzo civilistico assai più profondo della già complessa creazione dei sistemi sanitari, scolastici e di sviluppo agricolo conosciuti dalla colonia. Italo Balbo, in qualità di Governatore della Libia, ebbe modo di mettere in pratica quell’idea di fascismo universale, di motore storico di un’Italia nuovamente imperiale, capace di integrare nel proprio progetto di cittadinanza il più ampio numero di nazioni.

Un’idea condivisa trasversalmente con gli animi più intelligenti e liberi del fascismo regime, quali appunto il direttore dell’Universale, Berto Ricci; non a caso, entrambi Italiani di pensiero ed azione, morti in armi sul fronte Libico. Un fronte che per Balbo e Ricci venne a rappresentare qualcosa di più di un semplice scenario di guerra. L’Italo Balbo governatore fu dunque emblema di un’Italia consapevole della propria identità e del proprio ruolo nel Mediterraneo: ostile al razzismo biologico hitleriano, ostile al razzismo ipocrita delle potenze alleate, Balbo mise in pratica un dialogo costante con il mondo musulmano, nella convinzione di poter ridare a Roma quel ruolo di potenza pacifica e di equilibrio avuto nel passato.

Fu proprio il carisma “romano” di Balbo a garantire a Mussolini la consegna della Spada dell’Islam, nel 1937, ed il seguente titolo di Protettore dell’Islam. La Libia italiana fu dunque esperimento più alto dell’ottocentesco bisogno di espansione coloniale. Fu la riaffermazione di una pace classica, diversamente intesa: la pace non come superficiale assenza di conflitto, dunque, ma come fondazione di Stati e Civiltà. Insomma l’esatto contrario di quanto sta avvenendo oggi, a poche miglia da Lampedusa, dove la miopia utilitaristica di un Occidente privo di identità, ha ridestato il mostro storico della Tirannia fondamentalista.

Mondovì, sei anni di processo per una Coca Cola bevuta di nascosto

Corriere della sera
di Giuseppe Guastella

Youssef, marocchino, nel 2008 aveva commesso il piccolo furto in un supermercato. Valore della “refurtiva”: un euro e 20 centesimi

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Quanto tutto lasciava prevedere che si sarebbe arrivati all’ inesorabile prescrizione, l’avvocato ha convinto i giudici evitando che altro tempo si sommasse ai quasi 6 anni già consumati per processare un marocchino accusato di furto aggravato per essersi tracannato una bevanda del valore di ben un euro e 20 centesimi. La storia di uno dei tanti processi dalla dubbia rilevanza che intasano i tribunali e costano tempo e denaro parte il 12 agosto del 2008 quando, arso dal caldo, il 31enne Youssef prende una lattina dallo scaffale di un supermercato di Mondovì, spinge la linguetta e manda giù.

Un vigilante lo vede e l’uomo viene denunciato per furto aggravato dalla «violenza sulle cose», cioè dalla apertura della lattina. Condannato con decreto penale, fa appello assistito dall’avvocato Fabrizio Bruno di Clarafort secondo il quale al più si può parlare di furto semplice dato che non c’è stata alcuna «violenza», perché per bere la lattina doveva pur essere aperta. Il gup non dà retta e il 22 aprile 2009 condanna il marocchino a 2 mesi di carcere e 100 euro di multa con la condizionale. Si va in Corte d’appello.

Arenato per quasi 6 anni (un altro e si sarebbe prescritto) ieri il fascicolo riemerge in aula. I giudici danno ragione alla difesa e il furto diventa «semplice», e dato che il negozio non ha fatto querela, indispensabile per procedere, l’imputato viene prosciolto. Youssef non lo saprà mai, ammesso che ancora gliene importi: mentre la giustizia italiana procedeva inesorabile, lui è tornato in Marocco.

La banca le accredita 10 milioni: lei non li vuole, ma l’istituto insiste

Corriere della sera
di Elmar Burchia

La donna scopre sul conto l’incredibile cifra, contatta la banca per saperne di più, la obbligano a tenersela. Poi la sorpresa: i soldi scompaiono e le restano i debiti

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Per Sue Lamb è stato uno choc: Sabato scorso, sul suo conto corrente sono spuntati all’improvviso 10 milioni di dollari australiani, circa 7 milioni di euro. Lei non li voleva, per un motivo ben preciso. Ma la banca ha insistito: «Quei soldi le appartengono». Alla fine, la donna si è ritrovata con un debito di 7.500 dollari.
«Saldo disponibile»
L’australiana Sue Lamb è diventata milionaria in un sol colpo. Perlomeno sulla carta. Già, perché controllando la ricevuta dei movimenti sulla sua carta di credito, la donna si è infatti accorta che sul conto erano di colpo apparsi 9.990.420 dollari australiani. Un somma incredibile. Ciò nonostante, invece di fare salti di gioia (o magari uscire subito a fare compere), la 49enne quel denaro non lo voleva affatto, ha spiegato al giornale Gold Coast Bulletin. Il motivo? Razionale. Sue ha raccontato di temere di commettere un reato se avesse deciso di tenere quei 10 milioni. Non basta: con quella incredibile somma sul conto c’era il rischio di «finire in mano ai rapitori, essere derubata della carta di credito o finire uccisa. Solo a pensarci mi vengono i brividi», ha detto.
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«Ora quei soldi sono suoi»
Inoltre, Sue aveva sentito di un neozelandese al quale, per sbaglio, la banca aveva accreditato sul conto diversi milioni. L’uomo aveva fatto perdere le proprie tracce e alla fine era stato arrestato. Ecco perché la 49enne si è subito rivolta al proprio istituto. Quando ha chiamato per far presente l’errore, uno dei responsabili le ha risposto così: «Non c’è nulla che possa fare. Ora quei soldi sono suoi». «Penso non volessero nemmeno aiutarmi», dice Sue.
La sorpresa e il debito
L’australiana, che gestisce una piccola impresa, ha pubblicato la ricevuta col saldo milionario su Facebook e poi ha raccontato la sua storia alla stampa. «Spero che adesso la banca reagisca», aveva detto domenica. La sorpresa (inaspettata) è arrivata lunedì. L’istituto australiano ANZ ha spiegato che «quel denaro non è mai stato disponibile» e che si è trattato di un «problema tecnico del bancomat». Nient’altro, nessun dettaglio in più. Se quei milioni erano spariti, sul conto di Sue ora c’era un debito di 7.500 dollari. «Il debito su quella carta non può essere più di 900 dollari», sostiene lei, che dalla banca adesso pretende delle spiegazioni e delle scuse. Alla domanda cosa avrebbe fatto se effettivamente avesse potuto spendere tutti quei soldi, la donna ha risposto: «Prenderei le mie amiche e farei 20 crociere una dopo l’altra sulla Queen Mary 2».

Come Ferrero inventò il nome Nutella e piantò 6 milioni di noccioli

Corriere della sera
di Gigi Padovani

Il nome Nutella nacque una sera del ‘64 durante una passeggiata con la moglie: «Suona bene...». Ma poi per un periodo fu «Giandujot»

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Quella sera, a Francoforte, non riusciva a dormire. Uscì dall’albergo per una passeggiata, dopo aver inaugurato il centro direzionale dell’azienda. Ci pensava da giorni. Al ritorno disse alla moglie Maria Franca: «Che ne dici di Nutella? Suona bene...». Michele Ferrero decideva fidandosi del suo istinto. Così nel 1964 battezzò il suo prodotto prediletto. All’inizio fu «Giandujot», inventato dal padre Pietro nel 1946. E «su quel pastone è nata la Ferrero» confidava. Nella crema da spalmare più diffusa al mondo l’ingrediente principale è la nocciola, quella delle sue Langhe. Pochi sanno che il «signor Michele», come l’hanno sempre chiamato i suoi collaboratori, è una sorta di Elzéard Bouffier, il protagonista del racconto

«L’uomo che piantava gli alberi» dello scrittore francese Jean Giono. Un giorno, negli anni 80, disse ai suoi agronomi: «Perché non piantiamo nocciole nel Sud del mondo? Le raccogliamo a marzo e avremo sempre un ingrediente fresco». Detto, fatto. In vent’anni quel sogno da visionario è diventato realtà, con circa 8 mila ettari di terreni agricoli in Cile, Argentina, Sudafrica e Australia, dove sono stati messi a dimora 6,6 milioni di noccioli. Così la «tonda e gentile» della Langa ha invaso il mondo, quella Langa dove Michele nacque ai tempi della Malora fenogliana e che ora, senza di lui, non sarebbe così ricca. E pensare che, quando a metà degli anni 50 incominciò la sua avventura imprenditoriale in Europa, i Motta e gli Alemagna, l’aristocrazia dolciaria italiana dell’epoca, sentenziarono: «I Ferrero hanno trovato il modo di farsi del male, falliranno».

I prodotti che hanno fatto la storia della  Ferrero I prodotti che hanno fatto la storia della  Ferrero
 
I prodotti che hanno fatto la storia della  Ferrero I prodotti che hanno fatto la storia della  Ferrero
Quando per la festività di San Pietro e Paolo, nei saloni della Fondazione Ferrero ad Alba, salutava i «suoi» anziani e incontrava qualche operaio «con la chiave a stella» impegnato a montare le linee per le praline in qualche parte del mondo, chiedeva, in piemontese: «Quella macchina si è messa a girar bene?». Presiedeva sempre le sessioni di assaggio nella «cucina» aziendale, con i prodotti della Ferrero e della concorrenza, con i condizionatori a palla, «perché il cioccolato non deve patire il caldo» diceva. Spesso entrava nei supermercati tra Costa Azzurra e Piemonte, comprava Ovetti Kinder o merendine delle multinazionali americane per verificarne la freschezza. Non aveva mai soldi con sé, chi l’accompagnava passava alla cassa.

Amava cambiare programma repentinamente, per mettere alla prova il suo staff. Come nell’autunno del 2013, quando volle visitare l’ultimo dei venti impianti Ferrero nel mondo, a Manisa, in Turchia. Annunciato per il lunedì, arrivò con un volo privato da Istanbul il giorno prima e si fermò a mangiare in mensa con gli operai. Si sa che in ogni stabilimento del gruppo veglia una statuetta della Madonna di Lourdes. Ma per non offendere i musulmani i progettisti non l’avevano messa. Quando il Signor Michele arrivò per degustare le creme da spalmare dei competitor turchi, una «manina» premurosa gliela fece trovare nella sala. Non ha mai saputo che venne tolta alla sua partenza.
Il suo era un palato proverbiale. Pur avendo una vita molto «normale», non amava sprecare il denaro, nonostante la ricchezza accumulata. Unica eccezione: la sua torta prediletta per le feste, che faceva prelevare con un elicottero ad Alba da un pasticcere fidato. Nella residenza monegasca dove è vissuto negli ultimi anni, con accanto le ville del figlio Giovanni e di Luisa, la vedova del figlio Pietro (scomparso nel 2011) la sua ultima gioia era stare con i cinque nipotini (Michele, Bernardo, Michael, Marie Elder e John). A loro ha voluto lasciare una sua affettuosa lettera, in occasione dei festeggiamenti per i 50 anni di Nutella, nel maggio 2014. Alla quarta generazione, idealmente, ha affidato il testimone aziendale. In un caldo messaggio personale inviato alla famiglia, il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ne ha voluto sottolineare le doti: «La sua guida carismatica, improntata a genuina sensibilità umana e incessante operosità personale».

Anna Bolena ritrova la faccia

Corriere della sera

Un software rivela che «Nidd Hall», celebre ritratto di Jane Seymour, sarebbe in realtà un rarissimo dipinto che raffigura la regina decapitata

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Ha conquistato il cuore di re Enrico VIII, diviso la chiesa d’Inghilterra ed è stata decapitata nel 1536 nella Torre di Londra per tradimento e stregoneria. Ma 500 anni dopo la sua morte, Anna Bolena, la più famosa delle mogli del re d’Inghilterra, è anche quella la cui immagine è più avvolta dal mistero. È dubbio che sia lei la donna in quelli che erano considerati due famosi ritratti della regina, conservati alla National Portrait Gallery di Londra. Mentre «il ritratto di Nidd Hall», che si riteneva fosse il ritratto della terza moglie di Enrico VIII, Jane Seymour, potrebbe invece essere quello della Bolena.

Lo sostengono dei ricercatori californiani che hanno applicato ai dipinti una sofisticata tecnica di riconoscimento dei volti basata su un algoritmo. Come riferimento gli scienziati hanno usato una miniatura del British Musuem, considerata l’unica immagine autentica della seconda moglie di Enrico VIII, la famosa medaglia «Moost Happi», un disco di piombo di quattro centimetri di diametro. La loro conclusione è che «Anna Bolina», copia della fine del XVI secolo di un dipinto del 1533, e il «ritratto del Castello di Hever» non ritraggono la regina che fu «casus belli» per lo scisma della Chiesa anglicana. Le sue fattezze sono tramandate solo grazie a una serie di ritratti postumi di cui appunto «Nidd Hall» è un esemplare.

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Praticamente tutte le immagini che ritraevano Anna Bolena, come i suoi libri e le sue lettere, furono distrutte dopo la sua esecuzione (la medaglia Moost Happi è fra le pochissime a essersi salvata) in un tentativo di cancellare la sua stessa esistenza, ma quando Elisabetta I salì al trono i ritratti della madre tornarono di moda. Per questo, secondo gli esperti, c’è il rischio che dipinti di nobildonne dell’epoca siano stati modificati ad arte per farli assomigliare alla regina decapitata. Stando al professor Roy-Chowdhury, l’unico ritratto autentico di Anna Bolena è quello attribuito a colei che l’ha succeduta nel cuore di Enrico VIII che presenta notevoli tratti in comune con la miniatura del British Museum.
Il software
Il dipinto di Bradford rappresenta una donna che indossa alcuni gioielli e negli anni passati sono state tante le ipotesi sulla sua identità. Ora, appunto, la certezza degli scienziati californiani: quella donna è Anna Bolena. Il gruppo di studiosi sta ora lavorando, sempre grazie allo stesso software, su tanti altri quadri e autoritratti, compresi dipinti di Caravaggio e affreschi del Mantegna, per risalire alle identità delle persone rappresentate.

Caritas contro i sindaci che negano l'accoglienza ai profughi: «Imbecilli»

Il Mattino
di Mauro Favaro

Don Davide Schiavon furioso contro i 95 primi cittadini che hanno detto no: «Loro non andranno in paradiso»

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TREVISO - «Sulla questione profughi i 95 sindaci della Marca si sono comportati come 95 emeriti imbecilli». Don Davide Schiavon, direttore della Caritas di Treviso, non usa giri di parole.Intervenendo ieri al convegno «Donne, quelle che vedono nella nebbia», organizzato in casa Toniolo dalla Domus Nostra di Quinto, si è sfogato contro i primi cittadini trevigiani che negli ultimi mesi hanno scelto di sbarrare le porte alle richieste di accogliere immigrati: per un motivo o per un altro l'ospitalità offerta alle persone in fuga dal nord Africa e dal Medio Oriente è stata pari a zero.

Ma don Davide ne ha avute anche per il governo e per l'Europa. E neppure la Chiesa si è salvata. «Non è possibile mettersi a fare teoria davanti a richiedenti asilo, davanti a persone che hanno subito torture e che hanno ancora la pelle bruciata - mette in chiaro puntando il dito contro i sindaci della Marca - davanti a vulnerabilità e a povertà del genere bisogna sporcarsi le mani. Questa è la realtà».Cosa che, a suo dire, i Comuni si sono guardati bene dal fare, a parte piccole eccezioni temporanee. «C'è l'idea del non è affar nostro - spiega - la stessa alla base della gara in atto, sempre tra Comuni, a togliere la residenza a chi è in difficoltà: non è affar nostro».

«Sui profughi bisogna assumersi la propria parte di responsabilità, senza rinunciare al pensiero critico e senza limitarsi alle polemiche - rincara la dose - e questo discorso, senza fare di tutta l'erba un fascio, vale anche per il mondo ecclesiale». A parte don Aldo Danieli di Paderno, infatti, pochi altri sacerdoti si sono fatti avanti per offrire un tetto ai profughi. E così la Caritas si è sostanzialmente ritrovata a gestire l'accoglienza degli immigrati da sola.

L'organizzazione riceve sì la quota prevista per ogni richiedente asilo ospitato. Ma niente altro. «Il paradosso è che gli organi di governo ci affidano il compito di accogliere gli immigrati - sottolinea il direttore - e poi inviano cinque o più persone solo per controllarci». La tensione resta alta. La protesta organizzata mercoledì da 120 profughi ospiti del Ceis di Vittorio Veneto, arrivati a bloccare l'Alemagna, lo dimostra in modo plastico.

«Ma davanti ai 400 immigrati morti nel naufragio di domenica vedo solo lacrime di coccodrillo. Mentre nel mar Mediterraneo aumentano i pesci carnivori perché trovano cibo in abbondanza - conclude duro don Davide - politici come la Merkel e gli altri non andranno in paradiso. E se ci andranno chiederò io il permesso a San Pietro di poterli cacciare via».Difficile pensare che la reazione di Francesco Pietrobon, sindaco leghista di Paese, potesse essere diversa.

«Io difendo i miei cittadini - mette in chiaro - non persone mandate qui senza nemmeno sapere chi siano». Pietrobon non accetta la reprimenda della Caritas. Lo scorso maggio era stato proprio lui a recarsi in prefettura, assieme ad alcuni residenti, per bloccare il trasferimento di 16 profughi in alcuni appartamenti del suo comune. E ci era riuscito. «Mi sono preoccupato dei miei cittadini e me ne vanto - spiega - il governo porta avanti una politica dissennata sull'immigrazione e quindi è lo stesso governo che se ne deve assumere la responsabilità politica e gestionale.

Troppo comodo decidere le cose e poi dire ai sindaci di arrangiarsi». «Non abbiamo strutture - conclude - e non abbiamo risorse per rispondere a un progetto calato dall'alto. Cosa possiamo fare? E ci sentiamo anche dare degli imbecilli. Quanti padri di famiglia sono in difficoltà qui da noi? Con il buonismo non si va da nessuna parte: se la Caritas non può andare avanti dica semplicemente che non ce la fa più. Nessuno la obbliga a ospitare profughi».

lunedì 16 febbraio 2015 - 09:23   Ultimo agg.: 10:39

Addio al signor Brugola, esportò in tutto il mondo il Made in Brianza

Corriere della sera
di Marco Mologni

Era figlio di Egidio, classe 1901, l’inventore della vite per antonomasia. Nel 1964 aveva ereditato la bottega fondata nel 1926 in una antica corte

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Biro, Gillette, Diesel, Bic. E Brugola. Pochi al mondo, insieme a lui, avevano il privilegio di prestare il proprio nome a un oggetto di uso comune. Nessuno come lui era riuscito a portare il «genio» del «Made in Brianza» nel mondo. È morto a 72 anni Giannantonio Brugola. Era figlio di Egidio, classe 1901, l’inventore della vite per antonomasia. Nel 1964 aveva ereditato la bottega fondata nel 1926 in una antica corte di Lissone. Con la stessa «religione del lavoro» del padre, l’ha diretta per 51 anni. Fino a sabato, quando è morto, stroncato da un male incurabile. Ora l’azienda sarà guidata dal figlio, Egidio. In tanti anni di lavoro, Giannantonio è riuscito a trasformare la ditta di famiglia in una multinazionale da 120 milioni di euro. Sette milioni di viti prodotte al giorno, in 800 modelli diversi, vendute a 42 aziende di motori in tutti i cinque continenti.
Una vite su cinque al mondo porta oggi il marchio Brugola. Un’azienda che esporta la quasi totalità della sua produzione. Ma, nello stesso tempo, rocciosamente radicata nella propria terra. La celebre «Vite con testa a incavo esagonale» - citata anche nel dizionario Zingarelli – fu brevettata da Brugola nel 1945 come variante della vite brevettata dallo statunitense W.G. Allen il 7 giugno 1910: il gambo a «torciglione» della vite italiana ne assicurava una particolare elasticità. Avrebbe potuto essere prodotta in qualunque Paese del Terzo Mondo. E invece tutte le 2 miliardi e mezzo di viti Brugola che escono di fabbrica ogni anno vengono prodotte a Lissone. In quasi novant’anni di attività, mai una delocalizzazione. Unica eccezione, pochi giorni fa: il 12 febbraio scorso è stata stampata la prima vite Brugola «Made in Usa», in uno stabilimento ultramoderno aperto nel Michigan.
Non è stata una vita dorata, quella di Giannantonio Brugola. Aveva iniziato a occuparsi dell’azienda fin dall’età di 16 anni, quando era morto il padre. Aveva fatto il liceo classico e si considerava un imprenditore umanista: parlava cinque lingue, aveva letto migliaia di libri. Si era affrancato dalla leggendaria figura del geniale fondatore all’insegna della creatività e dell’alta tecnologia. Nel suo austero ufficio di via Dante ci sono scaffali stipati di libri di letteratura e un mappamondo con tante bandierine puntate: una in ogni luogo dove sono vendute le viti Brugola.

Tra i tanti, un motivo d’orgoglio: lui, ammiratore della cultura tedesca, non aveva mai venduto alla Volkswagen e aveva battuto il suo principale concorrente globale in un importante appalto. Un tedesco, naturalmente. Il suo vanto era la qualità «totale»: solo una o due viti ogni milione sono tornate indietro perché difettose. Il motto dell’azienda «Spirit of Excellence» l’aveva creato lui stesso, e lo aveva declinato all’insegna della passione, e dell’hi-tech: «Questa azienda – amava dire – è il risultato di una sfida appassionante, che ha richiesto applicazione, coraggio, ricerca, attenzione, pazienza, innovazione, e nella quale ho speso una vita.

Abbiamo realizzato una tecnologia all’avanguardia che ci permette di fornire all’azienda automobilistica viti speciali, dette fastener, che migliorano il serraggio dei motori». In tanti anni, mai un operaio licenziato, mai un minuto di cassa integrazione. Pochi giorni fa l’azienda – in accordo con i sindacati - ha aggiunto un premio di 1000 euro a ogni lavoratore. Altri 300 li aveva voluti aggiungere lui, Giannantonio Brugola, in persona.

16 febbraio 2015 | 10:38

Socci: Ma quale "rinuncia per motivi di salute", Ratzinger sta in perfetta forma

Libero


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«Ho conosciuto personalmente numerosi preti internati nelle prigioni e nei gulag staliniani. Sacerdoti che sono tuttavia rimasti fedeli alla Chiesa… conducendo una vita degna alla sequela di Cristo, loro divino Maestro». Si presenta così l’arcivescovo cattolico Jan Pawel Lenga, vescovo emerito di Karaganda (Kazakhistan) in una lettera accorata che in queste ore rimbalza su vari siti cattolici dall’America all’Italia. «Io stesso» prosegue «ho compiuto gli studi in un seminario clandestino nell’Unione Sovietica, lavorando con le mie mani per guadagnarmi il pane quotidiano. Sono stato ordinato prete in segreto, di notte, da un Vescovo che aveva a sua volta sofferto a causa della sua fede.

Dopo il mio primo anno di sacerdozio sono stato espulso dal Tagikistan ad opera del Kgb». Monsignor Lenga, che ha partecipato a due Sinodi con Giovanni Paolo II, sente il dovere di esprimersi «circa la crisi attuale della Chiesa Cattolica». E ha scelto «la forma della lettera aperta, dato che qualsiasi altro metodo di comunicazione si scontrerebbe con un muro di silenzio totale e con la volontà di ignorare».La lettera - Il vescovo precisa: «Sono del tutto cosciente delle possibili reazioni alla mia lettera aperta. Ma la voce della mia coscienza non mi  permette di tacere, mentre l’opera di Dio viene oltraggiata». 

Egli ricorda infatti la lezione degli apostoli martiri, per cui bisogna «obbedire a Dio piuttosto che agli uomini». Spiega che «oggi diventa sempre più evidente come in Vaticano attraverso la Segreteria di Stato si è intrapresa la via del politicamente corretto».  E che si propaga il «modernismo» cosicché gli stessi vescovi non hanno più voce «per difendere la fede e la morale».  E aggiunge: «In tutti i settori della Chiesa si nota una significativa riduzione del “sacrum”. È lo “spirito del mondo” che conduce i pastori».  Eppure «i pastori sono tenuti - che piaccia loro o no - ad insegnare tutta la verità su Dio e sull’uomo».

Ma - si chiede - dove sono oggi quelli «che annunciano alle genti chiaramente ed in modo comprensibile i pericoli, minacciosi, che scaturiscono dalla perdita della fede e da quella della salvezza?» Sono rari perché, secondo questo pastore, la scelta «di nuovi vescovi e persino di cardinali, a volte rispecchia più i criteri di una certa ideologia o anche gli imperativi di gruppi molto distanti dalla Chiesa. Allo stesso modo la benevolenza dei mass media sembra essere un criterio importante». Bisogna essere da loro ritenuti «aperti e moderni» e non «troppo santi».  Purtroppo neanche Benedetto XVI, in cui il vescovo Lenga sperava, è riuscito a invertire questa rotta disastrosa.

La rinuncia - Egli aggiunge queste parole: «È difficile credere che Papa Benedetto XVI abbia rinunciato in piena libertà al suo compito di successore di Pietro. Questo papa è stato il capo della Chiesa, ma i suoi collaboratori praticamente non hanno applicato il suo insegnamento, anzi sono state passate sotto silenzio o bloccate le sue iniziative».  Così oggi, conclude l’eroico vescovo, la Chiesa si trova in una situazione drammatica. Non è un caso che sia un uomo che ha vissuto le persecuzioni comuniste ad avere il coraggio di esprimere pubblicamente dubbi sulla piena libertà della «rinuncia» di Benedetto XVI.

Parole dirompenti che mettono inevitabilmente in discussione la validità della stessa rinuncia (che ha proprio la libertà come requisito essenziale). Questi dubbi circolano sempre di più in tutte le curie e a volte emergono a sorpresa. Come il 7 gennaio scorso quando il quotidiano dei vescovi, Avvenire, sempre sorvegliatissimo, a pagina 2 pubblicò una stupefacente lettera dove si puntava il dito contro quegli «ambienti che, per i soliti motivi di potere e sopraffazione, hanno tradito e congiurato per eliminare papa Ratzinger, pur riconosciuto “fine teologo”, e l’hanno spinto alla rinuncia».

Il mistero di quella rinuncia e della decisione di Ratzinger di restare tuttavia «papa emerito» - cosa mai accaduta in duemila anni e cosa mai spiegata sotto il profilo teologico e canonistico - si è riproposto visivamente anche ieri, al Concistoro in San Pietro (guarda caso papa Benedetto viene chiamato a presenziare ad ogni atto che implica la giurisdizione pontificia…). Pur in là con gli anni il papa emerito è apparso in forma. Le sue buone condizioni del resto erano già state illustrate giovedì scorso, con un’intervista al Corriere della sera, dal suo segretario, monsignor Georg Gaenswein che è anche Prefetto della Casa pontificia di Francesco. 

Gaenswein, per far apparire «normale» una situazione che invece è totalmente anomala, ha ribadito (o ha dovuto ribadire) di nuovo una sorta di «excusatio non petita», cioè che il papa «ha preso la sua decisione in modo libero, senza alcuna pressione». E poi ha ripetuto che si è dimesso perché «le forze del corpo e dell’animo venivano meno». Non è per nulla credibile che (a meno di fortissime pressioni) vengano meno le forze dell’animo in un uomo di Dio come Benedetto il quale fin dall’inizio ha confessato pubblicamente la sua certezza nell’aiuto di Dio («non sono solo, chi crede non è mai solo…Dio mi sostiene e mi porta»). Il Vicario di Cristo poi gode di un’assistenza straordinaria del Cielo.

Le contraddizioni - Ma è anche assurdo dire che si sia dimesso per la banale diminuzione delle forze fisiche. Anzitutto perché lo stesso Gaenswein si contraddice in quella medesima intervista dove spiega che il papa emerito, a due anni dalla rinuncia, sta sempre bene in salute (salvo «qualche fastidio alle gambe, ogni tanto») e «la sua mente è formidabile»: legge, scrive, studia, prega, sbriga la corrispondenza, riceve persone, fa ogni giorno la sua passeggiata e suona il pianoforte. Cosicché non si vede come possa essersi dimesso per ragioni fisiche.

Peraltro invecchiare è normale per ogni papa e il Dio dei cristiani - ci ha insegnato Ratzinger - si compiace di vincere la forza del mondo con l’apparente debolezza dei suoi apostoli. Del resto è naturale attendersi da un papa che lasci a Dio la scelta di quando chiamarlo a sé, come ha testimoniato Giovanni Paolo II. Infine Ratzinger sa benissimo che nella tradizione della Chiesa la rinuncia per invecchiamento non si è mai verificata ed è anche gravata da un giudizio morale molto negativo. Il cardinal Fagiolo, canonista di fiducia di Giovanni Paolo II, sentenziò: «

Di certo in maniera tassativa e assoluta il Papa non potrà mai dimettersi a motivo della sola età».  Tutti ribadiscono che occorre un motivo gravissimo per la rinuncia altrimenti l’atto, pur valido, è moralmente colpevole. Secondo il canonista Carlo Fantappiè la rinuncia al Papato può avvenire solo «in casi davvero eccezionali e per il bene superiore della Chiesa». Questa è «la condizione per rinunciare all’ufficio senza cadere in colpa grave davanti a Dio».  Dunque per buon senso e per rispetto verso Benedetto XVI non si può ridurre la ragione della sua rinuncia all’invecchiamento.

Dubbi e domande - Proprio il fatto che sia stato lui stesso a dare questa (debole) motivazione ufficiale dovrebbe indurre a porsi delle domande, visto che egli non ignora di certo il diritto canonico. Del resto se aveva subito pressioni non poteva certo dirlo in maniera esplicita visto che così avrebbe invalidato l’atto a cui era costretto. E poi egli ha anche dichiarato che era «ben consapevole della gravità di questo atto» e non poteva certo definirlo «grave» se fosse stato un normale pensionamento.

Si ricordi che fin dal suo insediamento Benedetto aveva affermato: «Pregate per me perché io non fugga per paura davanti ai lupi».  È lecito chiederci chi fossero i «lupi» e cosa volessero. Però sarebbe un grossolano errore pensare che il papa sia fuggito: egli ha scelto di autorecludersi in Vaticano, dichiarando che «la mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo».  Infatti è rimasto «papa emerito» perché - ebbe a dire in un’altra intervista Gaenswein - «ritiene che questo titolo corrisponda alla realtà».



Joseph Ratzinger, cosa non torna nella ricostruzione sulle dimissioni
Libero



Dopo la risposta ironica data alla Stampa di mercoledì (secondo cui Ratzinger sarebbe rimasto papa emerito solo perché ormai aveva il vestito bianco nell’armadio e non si trovava una tonaca nera in tutto il Vaticano), risposta surreale che solo chi crede all’esistenza dei Puffi poteva prendere sul serio, due giorni dopo - il 28 febbraio - è arrivata la risposta vera, tramite il segretario particolare di Benedetto XVI, monsignor Georg Gaenswein.

Interpellato da Avvenire, infatti, alla domanda se Ratzinger si è mai pentito di aver assunto il titolo di papa emerito, don Georg ha risposto di no e ha spiegato perché ha deciso così: «Ritiene che questo titolo corrisponda alla realtà».Ecco la risposta seria. Prova che invece era una battuta scherzosa quella con cui è stata liquidata La Stampa, che era andata a disturbare chi non poteva parlare (Benedetto si è impegnato solennemente a stare «nascosto al mondo»).

Qualcuno dirà che poteva non rispondere alla fastidiosa interpellanza. Ma se non rispondeva il suo silenzio poteva essere letto come troppo sospetto e sedizioso.Le parole del segretario spiegano che il titolo di «papa emerito» non è certo dato dall’abito, perché l’abito non fa il monaco (anche il bimbo salutato mercoledì da Francesco in piazza San Pietro era vestito da papa). Gaenswein afferma che nel caso di Ratzinger quella qualifica «corrisponde alla realtà».

Chi ha orecchie, intenda. È una risposta molto importante ed è esattamente in linea con le parole pronunciate da Benedetto XVI nel suo ultimo discorso, il 27 febbraio 2013, in cui, parlando del suo ministero petrino, disse: «Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo».
Cosa teologicamente significhi tutto ciò, che crea una situazione nuova nella storia della Chiesa, per ora non è stato spiegato. Ma verrà il tempo in cui tutto si chiarirà.

Dopo l’unica spiegazione pubblica del suo status, del 27 febbraio 2013, Benedetto XVI si è impegnato solennemente a non parlare più. Parlano però i suoi gesti, i suoi segni e le sue decisioni e corrispondono esattamente a quanto venerdì ha dichiarato monsignor Gaenswein.

Frasi da rileggere
In una precedente intervista al Messaggero, il 22 ottobre scorso, il segretario particolare di Ratzinger, che è pure Prefetto della Casa Pontificia con Francesco, aveva detto altre cose molto importanti, da rileggere attentamente, frase per frase.

La domanda era stata questa: «In Vaticano non c’è il rischio di avere un Papa e un antipapa?». Ecco la sua significativa risposta: «Per nulla. C’è un Papa regnante e un Papa emerito. Chi conosce Benedetto XVI sa che questo pericolo non sussiste. Non si è mai intromesso e non si intromette nel governo della Chiesa, non fa parte del suo stile. Il teologo Ratzinger, inoltre, sa che ogni sua parola pubblica potrebbe attirare l’attenzione, e qualsiasi cosa dicesse verrebbe letta pro o contro il suo successore. Quindi pubblicamente non interverrà. Per fortuna fra lui e Francesco c’è un rapporto di sincera stima e affetto fraterno».

Lascio ai lettori il commento. Io mi limito a osservare che appare del tutto fuori strada sia chi oggi usa Benedetto contro Francesco, sia chi - e sono i più - usa Francesco contro Benedetto. Non si può né delegittimare e cancellare Benedetto in nome di Francesco, né delegittimare e cancellare Francesco in nome di Benedetto. Senza con ciò ritenere «normale» la situazione (bisogna guardare al Terzo segreto di Fatima).

Anche se fuori trapela poco e pare che d’improvviso sia stato messo uno strano silenziatore agli scandali, il momento è drammatico. La barca di Pietro è sotto attacco, dall’esterno e dall’interno, come mai lo è stata prima.I due pastori sanno di vivere una situazione inedita nella storia bimillenaria della Chiesa (anche se i vaticanisti si fanno in quattro per dire che è tutto normale). Loro due sono ben consapevoli della delicatezza dei loro ruoli e della drammaticità loro compiti.

Molte cose, oggi, non possono dire e non possono spiegare. E i segnali e i messaggi che escono dai Sacri Palazzi sono sottili, vanno colti e decifrati con perspicacia, passione per la Chiesa e libertà interiore (con una certa consapevolezza di quella lingua cifrata che è il «curialese»).Qua e là si possono rinvenire le briciole di notizie disseminate «distrattamente» sulla via. Per far capire la situazione e la strada. Per esempio, da un’altra recente intervista di monsignor Gaenswein - che poi è l’uomo di collegamento fra Benedetto e Francesco - si apprendono cose interessanti.

Mi riferisco a ciò che ha dichiarato al Washington Post. Don Georg dice che Benedetto ha «una grande stima» di Francesco e che essa «è cresciuta per il coraggio del nuovo Papa, settimana dopo settimana. All’inizio non si conoscevano molto bene, ma poi Papa Francesco gli ha telefonato, gli ha scritto, gli ha fatto visita, gli ha telefonato di nuovo e lo ha invitato (a riunioni private), e allora i loro contatti sono divenuti molto personali e confidenziali».

Dov’è qui la «briciolina»? Nella frase: «lo ha invitato a riunioni private». Una notizia apparentemente piccola, ma che in realtà può avere un enorme significato.Poi Gaenswein ha detto ciò che ha potuto osservare lavorando con i due uomini di Chiesa: «lo stile di Papa Francesco è molto diverso, anche se questo non vuol dire che il contenuto sia migliore», ma «il suo stile ha creato molto interesse tra i fedeli e anche al di fuori della Chiesa».

Ha aggiunto: «Il successo non è l’angolo giusto da cui giudicare un papato». E ha concluso sottolineando che Benedetto XVI «ha piantato molti semi e i risultati non si possono vedere subito».È alla luce di questo quadro molto complesso che va considerato anche l’episodio della Stampa (che, curiosamente, ha reso note, su nostra richiesta, solo le risposte, ma non ancora le domande).

Fra l’altro Andrea Tornielli iniziava il suo articolo, giovedì scorso, annunciando che Benedetto XVI smentiva chi aveva parlato di «diarchia». Pure su Vatican Insider ha scritto: «Benedetto dice chiaramente che non partecipa a una diarchia».Ma, a rigore, nella lettera di Benedetto questa smentita non c’è (di «diarchia» non parla affatto). Ciò non significa che la legittimi, ma la negazione esplicita non si legge.

Tornielli dice pure che «Benedetto rifiuta decisamente qualsiasi speculazione su motivazioni segrete per la sua rinuncia» e anche questo non è vero: non dice nulla sulle motivazioni (dunque le ipotesi che sono state fatte non sono state smentite).Egli ripete solo che la sua è stata una scelta libera, cosa che già aveva dichiarato solennemente e che nessuno ha mai contestato.

Quella lettera contiene poi altre stranezze. Al primo punto vi si legge: «unica condizione della validità (della rinuncia) è la piena libertà della decisione». Unica? Possibile che Benedetto XVI ignori che nel Codice di diritto canonico le condizioni per la validità sono due?Per quanto  riguarda il vestito vi si legge che il suo «abito bianco» è «distinto da quello del Papa». Ma in realtà lui, anche quando era papa regnante, nella vita privata vestiva esattamente come ora (e ci sono le foto che lo provano). Quindi continua a vestire da papa.

Gli auguri natalizi
Infine la firma. Ho un biglietto di auguri natalizi del papa emerito del dicembre scorso, due mesi fa. È possibile notare che la grafia è molto diversa e che si firma «Benedictus», come sempre ha fatto, mentre nel biglietto a Tornielli si legge «Benedetto». Infine nel biglietto di auguri, fra il nome e il numerale, c’è la sigla papale «PP», mentre non c’è nel biglietto di Tornielli, in cui invece c’è un improprio punto dopo «XVI».

Ovviamente il biglietto è autentico. Ma scritto in modo tale da non chiarire nulla e - anche con la battuta sull’abito bianco - da autoinvalidarsi e - sostanzialmente - burlarsi finemente degli interroganti.Benedetto fa pensare alle parole di Gesù nel Vangelo: «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque astuti come i serpenti e puri come le colombe» (Mt 10, 16).

di Antonio Socci

Dove girano le eliche

La Stampa
massimo gramellini

Colpito da malore durante una vacanza ad Alghero, il dottor Gaetano Marchese ha rifiutato il ricovero nel vicino ospedale di Sassari e si è fatto dare uno strappo fino a Palermo dall’elicottero del 118 siciliano di cui è direttore. La notizia, orgogliosamente sbandierata dal 118 come prova di efficienza, è di sicuro una prova di attaccamento alla propria terra di origine. Tra le lenzuola del nosocomio sardo l’esimio Marchese sarebbe stato accudito meglio di un principe. Ma è nel momento del bisogno che l’uomo sente risuonare con più prepotenza il richiamo delle radici. Ed è commovente che la comunità abbia assecondato quel richiamo, mettendo a disposizione del Marchese in ambasce un velivolo del pronto soccorso diretto dal Marchese medesimo. 

Qualcuno ipotizza favoritismi e abusi di potere. Figuriamoci, la regola del Marchese varrà per tutti i cittadini. Ovunque nel mondo ci colga un malore, basterà chiamare il 118 siciliano per vedere stormi di elicotteri levarsi in volo come in una scena di «Apocalypse Now». Di giorno e di notte, come nel suo caso. Dite di no? Dite che l’altra settimana a Catania, quando si è trattato di farne decollare uno per porre in salvo una neonata, a levarsi in volo sono stati solo i consueti ostacoli burocratici? Temo abbiate ragione. Invece di vantarsi dell’efficienza che il 118 ha dispiegato soltanto per lui, forse il Marchese (del Grillo?) farebbe meglio a provare un po’ di imbarazzo, perché nell’aria si sente già uno straordinario giramento di eliche. Quelle dei contribuenti.