domenica 15 febbraio 2015

Il regista Kevin Smith condivide sul web la foto-tributo del suo cane Mulder, ma è polemica

La Stampa

«L’ho fatto perché avevo bisogno di condividere il dolore con chi ci era già passato»

Gli ultimi istanti di vita di un cane commuovono e dividono le persone sul web. Il regista Kevin Smith ha condiviso su Facebook una foto in cui abbraccia il suo cane morente. L’uomo abbraccia stretto Mudler, questo il nome del quattrozampe. Uno scatto che ha commosso molte persone che hanno passato la stessa terribile esperienza di perdere un amico fedele. «E’ un giorno buio nella nostra famiglia. Il nostro cane Mulder sta morendo. Sto vivendo malissimo questo momento terribile, non ci sono parole per dirvi quanto vi possa dare un cane: c’è un prezzo da pagare per essere stato il destinatario incondizionato di amore, fedeltà e compagnia per 17 anni. È un prezzo altissimo, perché quando se ne vanno, si portano con se un pezzo del tuo cuore».



Poche ore dopo il regista ha aggiornato il suo profilo dicendo che purtroppo il suo cane era morto: «Grazie per i 17 anni di grande gioia e affetto. Prendere un cane mi ha reso una persona migliore».
La scelta di condividere il suo dolore non è però piaciuta a tutti. Sul social network Reddit è stata pubblicata la foto senza il testo e in molti hanno iniziato a fare supposizioni sul reale dolore del regista come se l’avesse fatto per attirare l’attenzione dei media.

Il regista ha dovuto così vivere il dolore della perdita e difendersi: «Stavo soffrendo e volevo condividere questo dolore con le persone che ci sono già passate. E sono contento di averlo fatto perché tante persone incredibili hanno raccontato le loro storie sulla vita e la morte dei loro animali. Per me è stato terapeutico. Noi non facciamo veglie o funerali per i nostri animali domestici, quindi abbiamo bisogno di elaborare diversamente il nostro lutto, condividendolo con gli altri»
twitter@fulviocerutti



Regno Unito, Rottweiler adottato salva una donna incinta da una gang di ladri
La Stampa
fulvio cerutti (agb)

I criminali erano piombati in casa armati di coltelli

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Rocky ha salvato la vita alle due persone che, anni prima, l’avevano adottato. Tutto è avvenuto nella cittadina inglese di Gravesland, nel Kent. Kasha Marie Weston, 24 anni, e il suo compagno Aryan Salshi, 25 anni, stavano guardando la televisione in camera da letto mentre il loro Rottweiler stava dormendo sul pavimento.

Nel cuore della notte qualcuno ha bussato alla porta. Rocky si era subito svegliato e ha iniziato ad abbaiare furiosamente Così tanto che il ragazzo ha commesso l’errore di chiudere il cane in bagno perché non svegliasse i vicini. Non riuscendo a vedere nessuno dallo spioncino, Salshi ha commesso un errore ancora più grande: aperta la porta, quattro criminali sono piombati in casa armati di coltelli. «Dove sono i soldi, dove sono i soldi?» gridavano gli uomini incapucciati mentre Rocky continuava ad abbaiare senza fare nulla.

Di fronte alla mancanza di risposte, tre criminali hanno iniziato a picchiare il ragazzo, mentre il quarto teneva il coltello al collo della ragazza. «Li ho pregati di lasciarsi in pace - ha raccontato Kasha -. Ho detto loro che ero al quinto mese di gravidanza, ma non smettevano. Ho pensato che ci avrebbero uccisi».

Ma a un certo punto Rocky è riuscito a uscire dal bagno ed è corso a difenderci mostrando i suoi denti ai criminali. «Erano terrorizzati e sono corsi fuori dalla porta, mentre il nostro Rocky li rincorreva. Intanto anche Aryan si è ripreso e sono riusciti a bloccare uno di loro sino all’arrivo della polizia».

Rocky si è comportato come se sapesse sin dall’inizio che qualcosa non andava. «Quando le cose si sono calmate, si è avvicinato a me e mi ha dato un colpetto con il naso sul mio pancione. È stato come se volesse dire al bambino “tranquillo, ci sono io”. E nei giorni successivi non si è mai allontanato da me»

twitter@fulviocerutti



Ha cercato di salvare il suo proprietario durante un incendio, ora il cane eroe lotta per la vita
La Stampa
fulvio cerutti (agb)

La Boxer Carmen ha fatto di tutto per proteggere il suo umano, poi deceduto in ospedale

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Ha fatto di tutto per salvare il suo proprietario. L’ha protetto dai fumi e fiamme di un incendio in casa. Ora la Boxer Carmen lotta fra la vita e la morte. Tutto è avvenuto in Ohio dove i vigili del fuoco sono intervenuti per spegnere le fiamme in una casa: «Quando sono entrati - racconta un vicino -, hanno visto il cane sdraiato sul pavimento, con il muso sul viso di Ben Ledford, intento a proteggerlo». 

Purtroppo l’uomo, 33 anni, non è sopravvissuto, morto poco dopo essere stato portato in ospedale. Carmen invece è ancora vive, anche se è ricoverata nella Seven Hills Pet Clinic dove è stata sottoposta a ventilazione artificiale e nutrita con fluidi intravenosi.

«Le condizioni di Carmen sono ancora molto critiche - spiega il medico veterinario Dr. Marlo Anderson -, ma è sicuramente in condizioni migliori di quanto non lo fosse prima della ventilazione. Senza quel trattamento, sono assolutamente convinto che sarebbe gia morta. Per casi simili registriamo una sopravvivenza del 50 per cento dei pazienti».

Il Dr Anderson è convinto che Carmen sia ancora viva grazie al suo istinto: «Molti cani istintivamente sanno quando c’è una situazione di crisi e molti di loro tendono a proteggere i loro proprietari, tentativo che probabilmente l’ha messa in condizione di salvarsi. Carmen è molto socievole, e cerca di interagire con noi come meglio può,stiamo facendo e faremo di tutto per aiutarla a sopravvivere».

twitter@fulviocerutti

Oetzi, il primo trekker si curava con l’agopuntura

Corriere della sera
enrico martinet

Nuovi tatuaggi scoperti sul corpo di oltre 5 mila anni fa: “Realizzati a scopo terapeutico per alleviare l’artrosi”

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Gli austriaci sognano di poter strappare il primato alla Cina e scrivere che l’agopuntura è un’invenzione dell’uomo alpino. La prova? I sessantuno tatuaggi di Oetzi, mummia emersa nella Val Senales, sul ghiacciaio ai piedi del Similaun. Ma gli italiani frenano. Il ricercatore Marco Samadelli dell’Eurac, Istituto per le mummie e l'Iceman, di Bolzano, spiega: «E’ un teoria, ma non si possono certo escludere altri scopi. Che siano archeologi e antropologi a spiegarcelo. Se di tatuaggi terapeutici si tratta, allora posso pensare che Oetzi se li sia fatti per alleviare il dolore dell’artrosi di cui soffriva». E magari anche qualche segno in ossequio al rito, se non per bellezza.

Dolori lancinanti
Il pastore-cacciatore aveva articolazioni che di certo gli procuravano dolori lancinanti per le infiammazioni. Cinque millenni e tre secoli fa, quell’individuo di homo sapiens era al tramonto, il suo organismo era a fine corsa avendo tra i 40 e i 50 anni. Samadelli presume che quei suoi tagli colorati fossero una sorta di «chiodo scaccia chiodo». Spiega: «Il dolore che si provocava spingendo a fondo l’ago per farsi i tatuaggi cancellava quello dell’artrosi».

Il ricercatore, esperto nella conservazione delle mummie, dice: «Oetzi non è la mummia più antica, ma è l’unica naturale che è stata trovata. E per quantoriguarda i tatuaggi è difficile poter fare paragoni. Segni sull’epidermide ne sono stati trovati su mummie andine, ma non sono più vecchie di cinque secoli. Impossibile poter fare un confronto. Quelle più antiche, della civiltà andina Chinchorro, hanno 9.000 anni, ma non sono tatuate».

Colpito alla schiena
L’uomo di ghiaccio venne trovato appena oltre la metà di settembre del 1991 da due escursionisti di Norimberga, i coniugi Erika e Helmut Simon. In un primo tempo si pensò al corpo di un alpinista di un secolo prima. La mummia fu perfino un po’ maltrattata, poi la scoperta: Oetzi, come venne ribattezzata dagli scienziati di Innsbruck, era stata protetta dalle ingiurie del tempo per almeno cinque millenni. E, come dicono gli anatomopatologi, quel corpo «cominciò a parlare». La disputa di confine si concluse con il trasferimento a Bolzano: la mummia era stata rinvenuta in territorio italiano.

Così Oetzi «disse» agli scienziati che cominciarono ad analizzarlo che era stato ucciso da una freccia di selce. «Fu colpito alla schiena - ricorda Samadelli - e la punta che ancora è conficcata nel suo corpo gli recise l’arteria succlavia». Morte rapida, per emorragia. Oetzi ha poi svelato la vita sulle Alpi in quell’età del rame, così come il suo Dna ha rivelato che apparteneva a un ceppo ora estinto. Adesso i tatuaggi. Anche decorativi? «Qualcuno a croce. L’ultimo che abbiamo trovato è sul torace, gli altri sono soprattutto lungo gli arti inferiori, di qui l’ipotesi dell’agopuntura alla quale però credo poco». 

Un ago d’osso
Oetzi disegnava il suo corpo con linee parallele. «Sì - dice il ricercatore -. Con un ago d’osso si bucherellava i più profondi strati della pelle formando linee lunghe tra i 7 millimetri e i quattro centimetri, poi le colorava in nero con il carbone vegetale». Dei tatuaggi gli scienziati si sono accorti fin dall’inizio del loro lavoro sul corpo della mummia, ma soltanto nello scorso gennaio Marco Samadelli ha concluso la mappatura di quei tagli dall’uso ancora misterioso. La pelle di Oetzi è stata scandagliata.

«Siamo andati in profondità, sia con i raggi ultravioletti sia con gli infrarossi e abbiamo scattato fotografie. Abbiamo studiato la mummia come fosse un antico dipinto, come se dovessimo fare un restauro e cercassimo le prime pennellate». La mummia è un capolavoro della conservazione naturale e ora è pronta a offrire altre preziose informazioni. «Già - dice Samadelli -, riguardo alle abitudini alimentari. Il suo stomaco è stato trovato intatto. È stato estratto due anni fa e ora si è concluso un lungo e dettagliato studio, non soltanto sul cibo ingerito dal pastore-cacciatore, ma anche sulla flora microbica. A breve i risultati saranno resi pubblici». 

Sicilia, i vitalizi passano di padre in figlio. Ex onorevoli più costosi di quelli in carica

Il Fatto quotidiano
di Giuseppe Pipitone

In 117 casi gli assegni della Regione sono passati ai congiunti degli ex deputati defunti. Tra questi, la moglie di Elios Costa, eletto nel 1947 e non rinnovato nel 51. Oppure Franco Bisignano, primo dei non eletti nel 1976: all'Ars non ha mai messo piede, ma dopo una battaglia legale durata 15 anni si è visto riconoscere la titolarità del seggio. Il suo assegno è percepito dalla moglie. In tutto gli ex deputati costano 17 milioni l'anno, uno in più di quelli in attività

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L’avvocato trapanese Elios Costa fu eletto all’Assemblea Regionale Siciliana con 14mila voti. Era il 1947, il presidente del consiglio si chiamava Alcide De Gasperi, George Marshall non aveva ancora presentato al mondo il suo celebre piano di aiuti economici per l’Europa, e quella era la prima legislatura del parlamento siciliano in epoca repubblicana. Costa rimase all’Ars solo tre anni, non venne rieletto nel 1951, e a Palazzo dei Normanni non mise più piede. Forse non avrebbe mai immaginato che quei tre anni da deputato regionale avrebbero fruttato più di duemila euro al mese di vitalizio: assegno che dopo la morte di Costa, viene percepito dalla moglie.

Solo uno dei 117 casi in cui il vitalizio dell’Ars viene erogato a coniugi o figli di ex deputati grazie alla reversibilità: in totale costano 522mila euro al mese, 6 milioni e duecentomila euro l’anno. Tutto secondo legge, dato che gli ex deputati dell’Ars hanno diritto al vitalizio anche se sono stati in carica per pochi mesi (a patto di riscattare il resto degli anni fino a completare una legislatura intera), e dopo la morte hanno la possibilità di girare l’assegno ai coniugi o ai figli, a patto che questi ultimi siano “in stato di bisogno”.

Capita così che per quei pochi anni trascorsi all’Ars da Costa nel dopoguerra, Palazzo dei Normanni debba riconoscere ogni mese il vitalizio alla moglie, anche ora che dall’elezione dell’avvocato trapanese sono trascorsi quasi settant’anni. Lo stesso assegno arriva ogni mese alle vedove di Michele Semeraro, eletto nel Blocco del Popolo, e di Francesco Lanza di Scalea, che a Palazzo dei Normanni entrò invece sotto le bandiere del Blocco liberarale democratico qualunquista: dopo soli tre anni da deputati, si sono assicurati un assegno mensile quasi perpetuo.

Si dovrà accontentare di appena mille euro invece Anna Rosa Baglione, rimasta da poco vedova di Franco Bisignano, che all’Ars neanche ci mise mai piede. Si candidò nel 1976 con il Movimento Sociale Italiano, fu il primo dei non eletti e rimase fuori dal Parlamento Regionale. Bisignano però, come racconta l’edizione palermitana di Repubblica, non si arrese: iniziò a farsi chiamare “onorevole” (anche se era soltanto sindaco del minuscolo comune di Furnari, nel messinese) e cominciò una guerra a colpi di carta bollata contro Antonino Fede, eletto al suo posto, ma non residente in Sicilia.

Alla fine nel 1996 il tribunale gli dà ragione: solo che la legislatura si è conclusa da “appena” 15 anni. Poco male però: a Bisignano viene concessa comunque la liquidazione e il vitalizio, che adesso passa alla vedova. L’agricoltore Carmelo Antoci, reduce della guerra d’Africa, trascorse all’Ars le prime due legislature, dal 1947 al 1955: da 36 anni, e cioè dal 1978 data della morte dell’ex onorevole, il vitalizio arriva puntuale ogni mese alla sorella. Dopo anni di segretezza dovuti a non meglio specificati motivi di privacy, l’Ars ha deciso di pubblicare on line i dati relativi ai vitalizi erogati.

Si scopre così che i deputati ancora in vita che percepiscono un assegno da Palazzo dei Normanni sono 180 e costano 902mila euro al mese, quasi undici milioni l’anno. In pratica tra assegni di reversibilità e vitalizi diretti, gli ex parlamentari siciliani costano ogni anno più di quelli in carica, che invece, dopo la spending review imposta dal governo Monti, pesano sul bilancio di Palazzo dei Normanni per “appena” sedici milioni l’anno. Fino al 2011, tra l’altro, il vitalizio erogato dall’Ars era cumulabile con altre pensioni, o vitalizi legati ad altre cariche elettive.

È il caso di Calogero Mannino, l’ex ministro democristiano attualmente imputato nel processo sulla Trattativa Stato – mafia, che percepisce in totale diecimila e cinquecento euro al mese dalla Camera dei deputati e dall’Assemblea regionale siciliana. Arriva ai tredicimila euro tondi, invece, il bonifico mensile sul conto di Emanuele Macaluso, il leader dei miglioristi del Pci, ex senatore ed ex deputato regionale.

È stato cancellato dalle liste del Pd perché considerato “impresentabile”, invece, Mirello Crisafulli: ciononostante arriva a guadagnare quasi settemila euro al mese dopo gli anni trascorsi tra Palazzo dei Normanni e Palazzo Madama. Non incassa il doppio vitalizio Salvatore Caltagirone di Alleanza Nazionale: secondo il sito dell’Ars, a palazzo dei Normanni trascorse solo quattro mesi, uno scampolo finale della dodicesima legislatura. Quanto basta per intascare tremila euro al mese di vitalizio.

Twitter: @pipitone87

Pomigliano, scioperano solo in 5 Tutti delegati della Fiom

Corriere del Mezzogiorno
di Paolo Picone

Agitazione indetta dal sindacato contro i tre turni straordinari del sabato richiesti dall’azienda per far fronte ad un corposo ordine di nuove Panda

 1Solo in cinque e tutti delegati della Fiom hanno aderito questa mattina nello stabilimento Fca di Pomigliano d’Arco, allo sciopero di 8 ore indetto dal sindacato a cui aderiscono, contro i tre turni straordinari del sabato richiesti dall’azienda per far fronte ad un corposo ordine di nuove Panda.
Sgambati (Uilm): «Sapevamo che scioperare era un controsenso»
“L’avevamo detto - commenta Giovanni Sgambati leader della Uilm Campania - che questo sciopero solitario della Fiom era un controsenso è che quindi nessuno vi avrebbe aderito. È una lezione di cui tener conto per il futuro. Qui c’è sete di lavoro, altro che sciopero”. All’esterno dei cancelli ad attendere le tute blu un presidio della Fiom che ha distribuito un volantino, ma tutto é filato liscio ed in quasi 1500 operai ora sono al loro posto di lavoro.

14 febbraio 2015 | 10:57

Garibaldi, Velletri 1849 e il falso mito sbugiardato da don Benedetto

Il Mattino
di Gigi Di Fiore


Un mito, si sa, nasce su un fondamento di verità con l'aggiunta di tante esagerazioni. Un mito ha bisogno di alimenti di fantasia, iperboli, a volte anche vere e proprie invenzioni.
Se quel mito, poi, deve giustificare e dare forza ideale ad una identità costruita, allora non c'è verso di smentire le bugie. C'è, in Italia, mito più popolare in tutto il mondo di Giuseppe Garibaldi? L'eroe dei due mondi, il conquistatore con un pugno di volontari di un regno difeso da centomila soldati, l'intrepido generale.

Tra i tanti "padri del Risorgimento" probabilmente Garibaldi è quello che più si è esposto, che almeno ha rischiato di proprio, coerente con le proprie idee politiche. E lo dimostrò quando fu uno dei pochi ad andare in soccorso della Francia soccombente nella guerra contro la Prussia, o quando decise di difendere in Parlamento i suoi volontari contro Cavour e la sua maggioranza. Lo confesso, è quello che più mi fa simpatia.

Ma ci sono invenzioni che sono servite ad ingigantire la mitologia dell'eroe invincibile. Insopportabili. Come quella della vittoria del 19 maggio 1849 a Velletri contro i soldati di Ferdinando II di Borbone. Gli antefatti sono noti: il re delle Due Sicilie decise di andare in aiuto a papa Pio IX, unendosi ai francesi contro i volontari delle Repubblica romana, Ci fu un piccolo scontro, poi i francesi chiesero ai napoletani di tornare indietro. Avrebbero fatto da soli.

Questa verità fu trasformata in aria gonfiata con i volontari di Garibaldi a inseguire alle porte delle Due Sicilie soldati impauriti in fuga. Sentite cosa scrisse Jessie White Mario nel 1882: "Possibile che l'esercito napoletano, saputo che il terribile Garibaldi era con 2000 uomini alla posizione strategica, aspettasse tranquillamente in Velletri per esservi "poderosamente circondato" e vedersi poi tronca la ritirata su Napoli? Non lo crediamo. Il sol nome di Garibaldi metteva le ali ai piedi ai napoletani e il re si ritraeva cogli svizzeri e altri corpi".

Il tenente colonnello Giosuè Ritucci, che partecipò a quelle vicende, ne scrisse un libricino di memorie nel 1852. Ridusse lo scontro a poca cosa, con la decisione "a suo talento" del re di tornare indietro. Ci furono poche fucilate e ricognizioni ordinate, racconta Ritucci. E, nelle sue memorie, il garibaldino Pietro Roselli se la prende con il suo generale e i suoi uomini indisciplinati per non aver potuto fare nulla contro i napoletani.

Il cappellano napoletano Giuseppe Buttà descrive nel 1862 il rientro dei napoletani, seguito dall'arrivo a Velletri degli uomini di Garibaldi: "Saputa la ritirata dei regi, si avvicinarono a Velletri dopo essersi assicurati non trovarsi colà alcun soldato. La setta a furia di menzogne volle innalzare Garibaldi al di sopra di illustri generali e fece strombazzare dai suoi giornali vittorie omeriche riportate dal suo eroe a danno dei regi".

Racconti di parte? Di certo, e gli studi di Eva Cecchinato e Lucy Riall lo hanno ben ricostruito, sulla figura di Garibaldi molta costruzione mediatica ci fu. Ma, senza allargare troppo il discorso, qui ci si limita a Velletri e a quel 1849. Una parola definitiva, almeno a lui si può credere immagino, la scrisse Benedetto Croce.Il passaggio non è noto a tutti, ma si trova nella Storia del Regno di Napoli.

Scrive don Benedetto, a proposito di Ferdinando II con cui poi non si dimostrò mai tenero nei giudizi: "Dai confini del suo stato uscì, per volontà sua, una sola volta, e per dovere di coscienza, per ripristinare il potere del papa a Roma". Poi, attenzione a quello che scrive subito dopo: "Si ritrasse sol perché la Francia repubblicana di Luigi Bonaparte non consentì quella cooperazione napoletana, e non perché il suo corpo di operazione fosse volto in fuga dalle schiere garibaldine, come narra una sciocca leggenda".

Scrive proprio così Benedetto Croce: "sciocca leggenda". Evidentemente deve essersi infastidito non poco per le invenzioni storiche su quell'episodio, ingigantito per ragioni propagandistiche. Il discorso sulla spedizione dei Mille sarebbe troppo lungo. Qui ho voluto solo ricordare Benedetto Croce e quello che pensava sulla vicenda di Velletri del 1849. Come sempre, solo per amore di verità.

Doppio libretto agli studenti trans Così cambiano le università

Corriere della sera
di Elena Tebano


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Quando Agnese Vittoria ha superato l’esame di francese all’università di Catania a farla felice non sono stati i tre crediti ottenuti, ma l’attestato che le hanno consegnato: sopra c’era stampato il suo nome al femminile e il titolo «studentessa». Non sembrerebbe niente di straordinario. Ma solo a luglio scorso, all’appello per l’esame di etica della comunicazione, il professore aveva chiamato Giuseppe Vittoria. E lei si era dovuta alzare sui tacchi a spillo per spiegare che, sì, Giuseppe Vittoria era proprio lei.


Agnese Vittoria

È il nome con cui è registrata all’anagrafe: Agnese, 24 anni, è «transgender». Nata in un corpo maschile, ha deciso di diventare la donna che «fin dall’infanzia» si è sempre «sentita di essere». E così, a maggio, sostenuta dai Radicali catanesi, ha chiesto al suo ateneo di poter usare un alias nel percorso di studi. A ottobre il via libera: una sorta di doppio libretto informatico.

Da una parte c’è quello «legale», con il suo nome anagrafico, visibile solo alla segreteria; dall’altra quello «pubblico», da mostrare a professori e compagni, che riporta invece il nome d’adozione corrispondente all’aspetto fisico. «Per me è fondamentale — dice Agnese—. Prima, ogni volta che avevo un test dovevo affrontare sguardi inquisitori, risatine, umiliazioni.

Ora è tutto più facile». Negli Stati Uniti sono circa un centinaio le università che permettono agli iscritti di scegliere un nome più adatto al loro nuovo genere. Ed è di pochi giorni fa la notizia che l’università del Vermont ha anche riconosciuto a una sua matricola l’uso del pronome «they», cioè «loro», al posto di «lei» o «lui»: Rocko Gieselman, 21 anni, si definisce «genderqueer» («trasversale ai generi») e rivendica di appartenere a un terzo genere «neutrale».

In Italia non si arriva a tanto, ma sempre più atenei escogitano soluzioni per gli iscritti «in transizione»: oltre a Catania, Torino, Milano, Padova, Verona, Bologna, Bari, Napoli e Urbino. «C’è una sorta di competizione per attirare questi studenti, che sono sì un’esigua minoranza, ma spesso giovani in età dello studio — dice Tiziana Vettor, presidente del Comitato unico di garanzia (l’ex Pari opportunità) della Bicocca di Milano —. Da noi si parla di circa venti su oltre trentamila immatricolati». La Bicocca, come la Statale di Milano, invece che un alias ha previsto il nome puntato sul libretto.

«I diretti interessati, però, si sono lamentati: tutti gli altri hanno il nome di battesimo e finisce che sono ancora riconoscibili — aggiunge Roberta Dameno, docente del Centro interdipartimentale per gli studi di genere —: i professori che non sono al corrente dell’iniziativa chiedono perché, creando imbarazzo proprio prima dell’esame. Adesso stiamo valutando anche noi il doppio libretto: vogliamo venire incontro alle esigenze e ai diritti di tutti», conclude.

«Non è una misura astratta: tocca davvero la vita delle persone. Serve tantissimo», dice Christian Ballarin, 37 anni, torinese, uno dei leader del movimento transessuale italiano. Torino, grazie al lavoro congiunto della consigliera di parità e dell’allora comitato universitario per le pari opportunità, è stata la prima università italiana a introdurre il doppio libretto, nel 2003, su richiesta del circolo Maurice di cui Bellarin è presidente: «Noi abbiamo portato un bisogno, ma sono stati loro a lavorare per trovare la soluzione legale», assicura.

È per questa apertura della città, che ospita uno dei più importanti centri italiani per la cura delle persone trans, che Riccardo (nome di fantasia), 22 anni, si è trasferito qui da un’altra regione. «Lì non avrei mai potuto studiare: la gente mi strattonava per strada per chiedermi se ero maschio o femmina — dice —. E avrei incontrato di nuovo i compagni che mi tormentavano alla superiori».
Ormai grazie alla terapia ormonale sfoggia barba e forme maschili, ma anche a Torino non tutto è filato liscio:

«All’inizio mi avevano dato il libretto con il nome nuovo, ma continuavano a lasciare quello femminile nella mail che serviva per le iscrizioni ai corsi. Io non lo sopporto: entravo in ansia e non la usavo mai. C’è voluto un po’ per risolverla». Intanto Riccardo ha finito le procedure per il cambio di sesso e ad aprile spera di ottenere i documenti che lo renderanno anche legalmente un uomo. «Mai mi sarei laureato senza avere il nome nuovo — spiega —. Non sarei neanche riuscito a sostenere la tesi».

@elenatebano

Risarcimenti agli esuli istriani90 milioni di dollari mai spesi

Corriere della sera
di Claudio Del Frate

Sono stati depositati su un conto estero da Slovenia e Croazia, erano destinati ai familiari delle vittime: Roma è pronta a incassarli ma proprio gli esuli dicono no

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Neanche 90 milioni di dollari (e relativi interessi) potranno guarire le ferite della tragedia delle foibe e dei profughi italiani che fuggirono da Istria e Dalmazia divenute jugoslave. A pochi giorni dalla «giornata del ricordo» e a 70 anni da quegli eventi storici la questione resta d’attualità per via dei 90 milioni che i governi di Slovenia e Croazia hanno depositato su un conto estero e che sono destinati a risarcire il danno patito dagli italiani scappati da Fiume, Pola, Zara e da tutti i territori nel ‘45 assegnati a Tito. Di quei soldi si è parlato in un incontro tenutosi giovedì scorso a Roma: ma mentre il governo italiano è intenzionato a incassarli, le associazioni degli esuli si oppongono, sostenendo che accettare i 90 milioni vorrebbe dire chiudere una partita i cui costi sono stati ben più pesanti.
Diritto sancito dal ‘75
Dal ‘45 le vittime del duplice dramma consumatosi lungo il confine italo - jugoslavo non hanno avuto alcun tipo di riparazione; eppure il trattato di Osimo, firmato nel ‘75 tra Roma e Belgrado sanciva questo diritto e a quello dovevano servire i 90 milioni accantonati dai due stati subentrati dopo le guerre balcaniche degli anni ‘90. Parevano dimenticati per sempre, quei dollari, destinati a perdersi come la memoria di quei fatti ormai lontani e invece proprio la tenacia delle associazioni interessate ne ha rimesso al centro l’importanza. Giovedì si è tenuto un incontro a Roma tra le associazioni dei profughi e il sottosegretario Benedetto Della Vedova dove sono state chiarite le posizioni in campo. Il governo si è detto deciso a rompere gli indugi e a portare a casa finalmente i 90 milioni. Il problema è a cosa destinarli e se essi rappresentino la giusta riparazione dei torti riservati dalla Storia agli italiani di Istria e Dalmazia.
Troppo poco per riparare i torti
«La mia idea è che il denaro possa essere destinato a un investimento culturale nella città di Trieste - ragiona Ettore Rosato, deputato Pd che sta seguendo la questione - proprio dedicato alla pagina delle foibe e degli esuli. Ma in definitiva sarà il governo a decidere in un secondo momento, una volta incassati i 90 milioni: nulla vieta che essi vengano destinati a indennizzare le famiglie che furono costrette a fuggire ». Ipotesi che ha suscitato la piena contrarietà delle associazioni dei profughi: queste dicono no non solo a un uso «pubblico» dei famosi 90 milioni ma ne contestano anche la natura. «Non vogliamo che quei soldi paghino la campagna elettorale del Pd» attacca Antonio Ballarin, presidente di Federesuli.

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Ma la questione è ben più complessa»: secondo le vittime e i loro familiari accettare il «saldo» offerto da Slovenia e Croazia significherebbe chiudere definitivamente i conti con la storia; l’obiettivo di istriani e dalmati è avviare cause dirette e ottenere la restituzione dei beni loro tolti o un indennizzo equivalente da valutare caso per caso. In più rilanciano una serie di richieste al governo tra cui quella che i libri di testo scolastici dedichino maggiore spazio agli accadimenti di quei giorni. Il sottosegretario Della Vedova dal canto suo ha rassicurato che incassare i 90 milioni non pregiudicherà la possibilità di avviare singole cause. Certo, la strada sarebbe assai tortuosa. E soprattutto costringerebbe a guardare nuovamente in faccia quegli eventi troppo a lungo rimossi dalla memoria nazionale.
14 febbraio 2015 | 14:21



Le foibe, 70 anni fa. È il Giorno del Ricordo
Corriere della sera

di di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

Nel 1945 oltre 10 mila persone furono gettate vive nelle foibe, le cavità carsiche ai confini orientali, o uccise dopo processi sommari dai comunisti di Tito. Le immagini della barbarie

Il 10 febbraio è il giorno del ricordo di una pagina tra le più cupe della storia contemporanea, avvolta a lungo nel silenzio e nel buio, come le tante vittime, inghiottite nelle cavità carsiche, le cosiddette foibe, per volere del maresciallo Tito e dei suoi partigiani, in nome di una pulizia etnica che doveva annientare la presenza italiana in Istria e Dalmazia.Fra il 1943 e il 1947 oltre 10 mila persone furono gettate vive o morte in queste gole, un genocidio che non teneva conto di età, sesso e religione, riconosciuto ufficialmente nel 2004, con la legge numero 94 che istituì la «Giornata del Ricordo», in memoria dei martiri delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata.

Le operazioni di recupero dei corpi (Ansa)

La violenza dopo la firma dell’armistizio

La spirale di violenza esplode dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre del 1943: mentre le truppe tedesche assumono il controllo di Trieste, Pola e Fiume, il resto della Venezia Giulia passa nelle mani dei partigiani slavi, che si vendicano contro i fascisti e gli italiani, considerati possibili oppositori del regime comunista e dell’annessionismo jugoslavo. Il 13 settembre 1943, nel comune di Pisino, viene proclamata unilateralmente l’annessione dell’Istria alla Croazia e i partigiani dei Comitati di liberazione improvvisano tribunali che emettono centinaia di condanne a morte.

(Ansa)

Gli elenchi dei condannati a morte

Le persone presenti in questi elenchi di morte vengono arrestate e condotte a Pisino, quindi giustiziate insieme ad altre, di etnia croata: moriranno scaraventati nelle foibe o nelle miniere di bauxite. Secondo le stime più attendibili, le vittime del periodo settembre-ottobre 1943 nella Venezia Giulia sarebbero tra 400 e 600 persone

(Ansa)

La ragazza che disse «no». Torturata e uccisa

Alcune delle uccisioni sono rimaste impresse nella memoria per la loro efferatezza: valga per tutti il nome di Norma Cossetto, una studentessa istriana che non volle aderire al movimento partigiano e, per questo, venne arrestata e condotta all’ex caserma della Finanza di Parenzo, quindi sottoposta a sevizie di ogni genere. La notte tra il 4 e 5 ottobre del 1943, insieme ad altri prigionieri, fu portata a piedi a Villa Surani e lì gettata, probabilmente ancora viva, in una foiba.

Il ritratto di Norma Cossetto

Le ispezioni e i macabri ritrovamenti

Le prime ispezioni delle foibe istriane, disposte dopo il ripiegamento dei partigiani e dopo l’invasione nazista della zona, portano al rinvenimento di centinaia di corpi. La propaganda fascista darà molto risalto ai ritrovamenti e sarà proprio allora che il termine «foibe» inizierà a essere associato agli eccidi, fino a diventarne sinonimo. Nella foto: alcuni parenti assistono alle operazioni di recupero delle vittime

I parenti assistono al recupero delle vittime

Il massacro ripetuto

Il massacro si ripete nella primavera del 1945, quando Trieste, Gorizia e l’Istria vengono occupate dall’esercito di Tito: questa volta le vittime sono soprattutto gli italiani, non solo i fascisti, ma tutte le personalità che avrebbero potuto minare il nuovo ordine comunista, compresi i partigiani, i membri del comitato di liberazione nazionale e tutti i sostenitori della comunità italiana nella Venezia Giulia. Agli occhi di Tito, l’annientamento della presenza italiana nell’area sarebbe stata determinante ai fini delle future trattative sulla delimitazione dei confini fra Italia e Jugoslavia.

Militari impegnati nel recupero delle salme gettate nelle foibe (Ansa)

Arresti, sparizioni e uccisioni

Dopo la liberazione dall’occupazione tedesca, a partire dal maggio del 1945, nelle province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume il potere passa nelle mani delle forze partigiane jugoslave: ne conseguono arresti, sparizioni e uccisioni di centinaia di persone, alcune delle quali gettate nelle foibe. Le violenze cesseranno solamente dopo la sostituzione dell’amministrazione jugoslava con quella degli alleati, il 12 giugno 1945 a Gorizia e Trieste, e il 20 giugno a Pola.

Il dettaglio di una gola carsica

Il disegno dell’orrore

In quest’orrenda pagina della storia recente, le foibe hanno avuto come principale obiettivo quello di occultare gli eccidi di oppositori politici e cittadini italiani, ostacolo all’annessione jugoslava delle zone, come sarà poi confermato dallo stesso Tito, quando il governo di De Gasperi, in possesso di informazioni in merito alla vicenda, chiederà ragione delle migliaia di morti di nazionalità italiana.

Le operazioni di recupero alle foibe di Basovizza, nel 1957

La relazione

Nel 2001 verrà pubblicata la relazione della «Commissione storico-culturale italo-slovena», incaricata dal governo italiano e da quello sloveno di mettere a punto una versione condivisa dei rapporti tra i due Paesi fra il 1880 e il 1956. Il rapporto concluderà che «tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra, e appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato».

In tale progetto, «confluivano diverse spinte: l’impegno a eliminare soggetti e strutture ricollegabili al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo e allo Stato italiano e, inoltre, anche un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale e ideologica diffusa nei quadri partigiani».

Un militare scende nell’abisso della foiba di Basovizza

L’occupazione e l’esodo degli italiani

Il movente dell’annessione jugoslava è stato particolarmente importante a Gorizia e Trieste, e alla fine della Seconda guerra mondiale Tito farà il possibile per occupare le due città prima di ogni altra forza alleata, per assicurarsi una posizione di forza nelle trattative. E proprio in questi due luoghi, durante l’occupazione slava, diverse migliaia di italiani saranno arrestati, uccisi o deportati nei lager jugoslavi, soprattutto a Borovnica e Lubiana, nell’intento di far credere che gli jugoslavi fossero la maggioranza assoluta della popolazione.

L’esodo degli italiani dalla Venezia Giulia

Il dopoguerra, tra imbarazzi e colpe

Trascorso il dopoguerra, la vicenda delle foibe è stata a lungo trascurata dai governi italiani. Secondo lo storico Gianni Oliva questo silenzio italiano e internazionale ha avuto più ragioni: prima di tutto la rottura tra Stalin e Tito avvenuta nel 1948, che spinge tutto il blocco occidentale a stabilire rapporti meno tesi con la Jugoslavia in funzione antisovietica e in secondo luogo l’atteggiamento di un certo Pci, non intenzionato a evidenziare le proprie colpe e contraddizioni in merito alla vicenda.

Il trasporto delle salme

Napolitano spezza la «congiura del silenzio»

L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del Giorno del Ricordo nel 2007, userà queste parole: «Va ricordato l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe e va ricordata la “congiura del silenzio”, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio. Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali».

Una manifestazione studentesca a Bologna nel dopoguerra contro il maresciallo Tito  (LaPresse)

Elettricità, verso l’addio alla tariffa progressiva

Corriere della sera

L’obiettivo dell’Autorità per l’energia: dal 2018 il conto non aumenterà più progressivamente in base ai consumi. Le famiglie numerose arriverebbero a risparmiare fino a 618 euro l’anno, i single pagherebbero di più

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La tariffa elettrica non aumenterà più progressivamente in base ai consumi, come avviene ad esempio per le aliquote Irpef in relazione ai redditi. È questo, in sostanza, l’obiettivo cui vuole arrivare l’Autorità per l’energia con un documento messo in consultazione e che propone una rivoluzione delle bollette a partire da gennaio 2018.

L’Autorità ha voluto mettere mano a una struttura tariffaria ormai obsoleta, che era stata introdotta circa 40 anni fa e che era il frutto di una particolare situazione contingente, vale a dire gli shock petroliferi degli anni ‘70: si era infatti impostato un programma di austerità energetica che per l’elettricità prevedeva una penalizzazione per chi aumentava i propri consumi, attraverso bollette con prezzi impostati secondo una logica progressiva, con sussidi incrociati e redistribuzioni tra gruppi di clienti.

Con il passare degli anni sono apparse evidenti tutte le storture di questo sistema, esemplificate dal classico caso del single benestante che, in proporzione, paga una tariffa inferiore a quella di una famiglia numerosa, e poco capace anche di sostenere consumi più efficienti da un punto di vista ambientale.
Le proposte
Il documento messo a consultazione dall’Autorità propone quindi una serie di possibili e diverse opzioni, ma ne suggerisce una in particolare, per cui le tariffe di rete sono uguali per tutti e non più progressive (applicate con un corrispettivo fisso annuo per ogni utenza, sulla potenza impegnata - vale a dire disponibile da contratto, 3 kW, 4,5 kW, 6kW - e sui consumi effettivi) e l’ammontare necessario alla copertura degli oneri generali viene caricato per il 50% in base alla potenza e il 50% sui consumi, differenziando tra residenti e non residenti il corrispettivo per potenza impegnata. Una soluzione del genere manterrebbe sostanzialmente invariata la bolletta del consumatore medio (residente con consumi pari a 2.700 kWh e una potenza impegnata di 3 kW), che passerebbe da 438 a 443 euro l’anno.

I maggiori benefici sarebbero invece proprio per chi è residente e ha una potenza impegnata fino a 6kW e consumi fino a 6.000 kWh, categoria nella quale dovrebbero rientrare per l’appunto le famiglie numerose, che risparmierebbero la bellezza di 618 euro. Viceversa, la categoria alla quale presumibilmente appartiene il famoso single, cioè con potenza di 3kW e consumi fino a 1.500 kWh, pagherebbe 74 euro in più: ma anche chi ha consumi leggermente superiori, fino a 2.200 kWh, sborserà un po’ di più (44 euro). La categoria più svantaggiata dal nuovo sistema sarebbe invece il cliente non residente con consumi fino a 900 kWh (+129 euro), mentre i non residenti con consumi alti (fino a 4.000 kWh) risparmierebbero 188 euro.

La riforma proposta dall’Autorità, comunque, non è proprio dietro l’angolo. Se i tempi della consultazione sono piuttosto brevi (c’è tempo fino al 16 marzo), quelli della vera e propria implementazione del nuovo sistema sono parecchio più lunghi: è previsto un percorso che, partendo dal primo gennaio 2016, si sviluppi nell’arco di due anni e consenta di introdurre la nuova struttura tariffaria a regime dal primo gennaio 2018.

14 febbraio 2015 | 16:29