mercoledì 11 febbraio 2015

Renzi e i ladri di libertà

Alessandro Sallusti - Lun, 09/02/2015 - 17:47

Premier non eletto, capo dello Stato scelto da un Parlamento abusivo e leader dell'opposizione agli arresti. Qualcosa non va


La nota statista Debora Serracchiani ha commentato ieri con ironia e disprezzo la levata di scudi di Berlusconi contro il pericolo Renzi. «Quasi commovente», ha detto la giovane vice del segretario Pd, nota più per la sua arroganza che per meriti politici. A me «commovente» sembra il tentativo di negare l'evidenza di un sistema finito fuori controllo. Mi spiego. Abbiamo un premier, Renzi, non eletto dai cittadini ma nominato dall'assemblea del suo partito.

Per essere più precisi, Renzi per le urne italiche non c'è mai passato, si è fermato a quelle farlocche delle primarie Pd. Uno può dire: dettagli, e che sarà mai, c'era un'emergenza. Giusto, tanto a sorvegliare sulla democrazia c'è il capo dello Stato. Vero, ma sarebbe più vero se a scegliere il nome di Mattarella non fosse stato proprio il premier mai eletto e ad eleggerlo - senza un accordo con l'opposizione - non fosse stato un Parlamento che lo stesso Mattarella, da giudice costituzionale, aveva dichiarato illegittimo.

Riepiloghiamo: premier mai eletto e capo dello Stato eletto da un Parlamento abusivo. Non è bello, ma uno può dire: non formalizziamoci, a garantire la democrazia c'è una maggioranza. Bene, ma se uno va a vedere, questa maggioranza è figlia di una colossale truffa agli elettori. A sostenere il governo di sinistra ci sono infatti politici votati da cittadini di centrodestra (Alfano e soci), da cittadini anticasta (i transfughi grillini), da moderati di centro (i venduti di Monti), da comunisti (gli opportunisti di Vendola).

Riassumendo. Premier non eletto, capo dello Stato eletto da abusivi, maggioranza truffa fatta da traditori. Ci sarebbe da preoccuparsi, ma si può stare tranquilli: in democrazia c'è la libera opposizione che vigila sul rispetto delle regole. E sarebbe così se il suo capo, Silvio Berlusconi, non fosse stato messo agli arresti (al termine di un processo indiziario e in odore di trucco) ed espulso dal Parlamento (applicando illegalmente la legge in modo retroattivo).

Quindi, cara Serracchiani, la situazione sta in questi termini: premier non eletto, capo dello Stato eletto da abusivi, maggioranza che non ha riscontro negli elettori, capo dell'opposizione agli arresti. Che dire. «Commovente» mi sembra debole. Propongo, in alternativa «ladri di libertà» e «banditi della costituzione». A lei la scelta.

L’avido non fa il monaco

La Stampa
massimo gramellini

Nella ormai celebre lista di evasori innamorati della Svizzera non si trova traccia di pesci piccoli, smaniosi di sottrarre qualche sommetta alla rapacità dell’erario. I dirottatori di denaro pubblico appartengono tutti alla categoria dei multimiliardari, ai quali i soldi delle tasse non servono affatto. Alcuni casi sono persino schifosi, come quello dell’ex premier socialista (!) Papandreu che di giorno piangeva miseria per il popolo greco e la sera imboscava vagonate di euro in un conto segreto intestato alla madre.

Ma in genere questa sfilata di teste coronate e di teste montate si caratterizza per una disponibilità economica superiore a qualsiasi esigenza e, forse, decenza. Se sei un campione di Formula Uno, una rockstar o il padrone del Banco Santander e possiedi mille fantastiliardi, cosa ti cambia lasciarne la metà al fisco? Te ne restano comunque cinquecento, con i quali potrai provvedere ampiamente ai bisogni tuoi e dei tuoi cari per le prossime trentotto generazioni.

Il resto lo rimetti in circolo a vantaggio della comunità, per migliorare quei servizi di cui peraltro anche tu fruisci. Non è questione di moralismo, ma di un minimo sindacale di senso civico, oltre che di riconoscenza nei confronti della vita e delle persone meno fortunate di te che, avendoti eletto a loro punto di riferimento, hanno contribuito a renderti ultraricco.

L’avidità è una bestia feroce, specie quando si abbina con la megalomania. Ma nella mia sconsolante ingenuità pensavo che avesse un limite - il centesimo lingotto d’oro, il terzo aereo privato - oltre il quale anche l’accumulatore più accanito intravedesse l’esistenza del prossimo. 

Ecco l’affare migranti: 40 mila euro al giorno per ospitarli in hotel

Corriere del Mezzogiorno

Sono 1359 arrivati sui barconi. La lora tragedia diventa occasione di speculazione

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NAPOLI - Sono arrivati a Napoli dopo peripezie e rischi enormi, spesso sopravvivendo a tragedie come quella avvenuta ieri al largo di Lampedusa. Ma ora che sono in città, al sicuro, ospitati in strutture ricettive pagate dallo Stato, i migranti rappresentano per molti un affare. Intorno a loro, infatti, girano molti soldi: circa 40.000 euro al giorno. Secondo i dati della Prefettura, l’ente che coordina gli interventi in favore dei migranti, quelli attualmente ospitati nelle strutture in provincia di Napoli sono 1359, cui però vanno aggiunti i minorenni non accompagnati la cui accoglienza è di competenza delle amministrazioni comunali.

Dal marzo dello scorso anno le strutture individuate per accogliere i migranti sono trenta, anche se attualmente una di esse non è ancora attiva. Nello stesso anno, i bandi o avvisi pubblici con cui le strutture sono state individuate sono stati tredici, anche se l’undicesima gara non è giunta a buon fine perché l’unica offerta è stata giudicata inammissibile e la dodicesima è andata deserta. Ad aggiudicarsi le gare, varie associazioni impegnate nel sociale, ma anche la Croce Rossa.
Le strutture
Le strutture che accolgono i migranti sono sparse su tutto il territorio provinciale: dalla Ferrovia al Giuglianese, dal Vesuviano fino a Quarto e a Cardito. Si tratta quasi sempre di alberghi modesti, ma ci sono anche istituti religiosi. La cifra che lo Stato spende ogni giorno per alloggiare e fornire il vitto alle persone assistite ammonta a circa 30 euro al giorno, con leggere oscillazioni a seconda dei bandi di gara. La somma più bassa, 27,80 euro, è quella che viene spesa per quanti alloggiano nell’istituto «Sant’Antonio La Palma» di salita Di Mauro allo Scudillo, a cura dell’associazione «Il Pioppo» (20 migranti), e nell’hotel «Garden Rose» di via del Mare a Marano, a cura di Family srl (60 migranti). Quella più alta, 34,98 euro, è stata stanziata per quanti alloggiano (o meglio, alloggeranno, dal momento che il servizio non è ancora attivo) presso «Villa Angela», in via Zabatta a Terzigno, a cura de «Il Rosone» (100 migranti).
L’importo delle gare
L’importo delle altre gare oscilla tra questi due estremi. Costano per esempio 34,30 euro al giorno i 200 ospiti de «La Vela» di via Panoramica a Boscoreale, assistiti dall’Ati Onlus Demetra — Agape srl; 34,29 euro i 50 ospiti di «Villa Green», in via Montedoro a Torre del Greco, assistiti dall’Istituto scolastico paritario «Santa Croce»; 33,34 euro i 20 migranti ospitati in viale della Resistenza a Calvizzano a cura della Cooperativa sociale «Crescere insieme»; 28,77 euro i 40 che vivono nell’hotel «Panorama» di via del Mare a Giugliano e i 45 ospiti dell’hotel «Sabbia d’argento» in via Domitiana, sempre a Giugliano, assistiti dall’Istituto scolastico paritario «Santa Croce».
Ala Ferrovia
Nella zona della Ferrovia sono due le strutture che ospitano migranti. Una è l’hotel «San Giorgio» in vico II Duchesca, a ridosso di via Alessandro Poerio. Qui si trovano due gruppi di migranti, entrambi assistiti dalla Croce rossa. Poiché le gare d’appalto sono diverse, un gruppo di 80 persone costa 31,15 euro al giorno, mentre un gruppo di 30 costa 28,77 euro. Altre 30 persone sono ospitate nel vicino hotel «La ville», in vico Ferrovia: 34,23 euro al giorno.

Titti Beneduce

Doveva farsi i fatti suoi". I parenti del rapinatore minacciano il benzinaio

Nino Materi - Mer, 11/02/2015 - 08:22

L'ultima follia della famiglia Cassol contro Graziano Stacchio: "Come se noi prendessimo una pistola e ora andassimo a sparargli..."


La roulotte non è di quelle fatiscenti, modello accampamento rom. Ricorda piuttosto quei caravan confortevoli che ospitano gli artisti dei circhi di lusso. Qui poco dopo il cartello di «Benvenuti a Fontanelle», nell'Opitergino, c'è la «casa» di Albano Casson.



Si tratta di una casa con le ruote, ma non chiamatela «nomade», altrimenti la famiglia Cassol si arrabbia: «Noi non siamo rom, siamo nati in Veneto e ci consideriamo “razza Piave“ a tutti gli effetti». La disputa sull'effettiva identità etnica dei Cassol ci interessa poco, anche perché rischia di portarci fuori strada rispetto alla via maestra di questa brutta storia, lungo la quale un bandito ha perso la vita e un uomo perbene rischia di finire sul banco degli imputati.

Il bandito risponde al nome di Albano Cassol, 41 anni; l'uomo perbene si chiama Graziano Stacchio, 65 anni. La sera di martedì 2 febbraio Cassol è morto nell'assalto di un commando criminale a una gioielleria di Ponte di Nanto, nel Basso vicentino. A ucciderlo è stato il benzinaio Graziano Stacchio, «reo» di non essersi girato dall'altra parte ma di aver difeso la commessa e il titolare del negozio che in quel momento si trovavano sotto la minaccia delle armi. Graziano ha prima sparato un colpo di fucile in aria, poi ha mirato alle gambe di Cassol, successivamente morto dissanguato durante la fuga in auto. Il caso potrebbe chiudersi qui. La dinamica è chiara. Le immagini delle telecamere di sorveglianza sono lì a dimostralo.

Invece avviene un cortocircuito che - prima ancora che giudiziario - è mediatico. La Procura di Treviso indaga il benzinaio per eccesso di legittima difesa. Giornali e televisioni si scatenano nel dar voce alla famiglia del rapinatore ucciso. E qui la situazione vira scivola subito sul piano inclinato del paradosso. Con il benzinaio che diventa «colpevole» e il rapinatore «vittima». Almeno questo è il delirante schema mentale o della famiglia Cassol che urla ai giornalisti di «non voler parlare». Ma poi, dalla scaletta cromata del loro caravan, urlano frasi sconsiderate del tipo: «Quel benzinaio doveva farsi i fatti (eufemismo, ndr ) suoi.. non ci si fa giustizia da soli... e come se noi adesso prendessimo una pistola e andassimo a sparargli...».

Chi non credesse che queste frasi siano state pronunciate davvero, può rivedere l'ultima puntata della programma Quinta Colonna condotta su Rete4 da Paolo Del Debbio. All'inviato della trasmissione i parenti di Cassol hanno urlato: «Ma tu da piccolo non hai mai rubato delle cioccolate? Tutti abbiamo commesso degli errori...». Ma non tutti, per fortuna, vanno a fare rapine in gioielleria. Però anche su questo punto dalla famiglia Cassol non arriva nessuna autocritica, solo accuse contro lo «Stato italiano che non ci consente di fare un lavoro onesto».

Una tesi che i parenti più stretti di Albano Cassol confermano anche a noi del Giornale : «Albano aveva messo la testa a posto... aveva chiesto un lavoro anche al sindaco del paese... si è trovato in una situazione assurda... ma non meritava di fare quella fine... vogliamo giustizia... chi ha sbagliato deve pagare... contro di noi sentiamo odio e calunnie... ma siamo pronti a denunciare tutti... abbiamo ingaggiato ben due avvocati».

E qui ritorna il paradosso: con la famiglia di un bandito che chiede «giustizia» e un uomo mite dipinto come un giustiziere senza scrupoli. Ma i curriculum vitae dei due «contendenti» parlano chiaro: Albano Cassol ha una fedina penale nera come la pece; Graziano Stacchio ha sulla parete un attestato di «benemerenza al valor civico». Anni fa salvò la vita a una ragazza finita con l'auto nel fiume; quel maledetto 2 febbraio imbracciò il fucile per difendere due persone minacciate dai rapinatori. Poi è andata com'è andata.

Ma Stacchio - a differenza di Cassol - non ha nulla di cui vergognarsi. Eppure questo benzinaio sta sentendo in questi giorni sulle sue spalle tutto il peso di una tragedia per la quale si mostra disposto addirittura a recitare un mea culpa sull'altare del buonismo più demagogico: «Mi dispiace per la famiglia Cassol... sono vicino alla moglie... e ai suoi bambini... anch'io ho dei figli e dei nipoti...».

È questo un sentimento di solidarietà che fa onore a Graziano Stacchio, ma è come certi ribaltamenti di ruolo ci facciano perdere di vista un dato incontrovertibile: se il giorno della rapina Albano Cassol, invece di indossare giubbotto antiproiettile e armarsi fino ai denti, fosse rimasto a casa con moglie e figli, oggi sarebbe ancora vivo e potrebbe godersi, come ogni persona onesta, un'esistenza felice e serena. Invece no, Cassol - lo stesso Cassol che secondo i parenti «aveva messo la testa a posto» - il 2 febbraio ha assaltato una gioielleria, finendo per rimetterci la pelle. Il resto sono solo chiacchiere.

E lo sa bene pure l'avvocato Francesco Murgia, rappresentante legale della famiglia Cassol. Lui - da esperto del diritto qual è - a ogni «rischio di strumentalizzazione», oppone saggiamente la pacatezza dell'uomo di legge: «Nessuna vendetta, la vedova di Albano Cassol vuole solo conoscere la verità».
Ma la «verità», in questo caso, è sotto gli occhi di tutti. Compresi quelli delle telecamere di sorveglianza che hanno ripreso la scena. Si vede un benzinaio che prima spara in alto e poi, minacciato da Cassol che risponde al fuoco (ad altezza d'uomo), esplode un colpo per difendersi da morte sicura. Serve altro?

Papafobia

Corriere della sera

di Simona Marchetti

La paura del Papa


(Ansa)(Ansa)

E’ rara, ma comunque esiste e porta chi ne soffre a temere qualunque oggetto che abbia connotazioni papali. Sebbene la logica scatenante resta oscura, pare che la fobia scaturisca da un trauma legato in qualche modo al papato o al Vaticano e si manifesta con sudorazione, difficoltà respiratorie, vertigini e nausea.

Berlino scioccata dalla satira nazi

La Stampa
giulia zonca

Un blog ripesca la propaganda dei Giochi di Hitler per un dibattito sulla candidatura al 2024. Il comune fa causa





Un blog ha srotolato un poster del 1936, ci ha messo uno slogan del 2024 e Berlino ha riscoperto la paura. Presto o tardi doveva succedere: prima di affrontare ogni candidatura olimpica che si rispetti bisogna affrontare i fantasmi che si porta dietro e il tentativo di organizzare i Giochi nella capitale tedesca smuove spettri belli grossi. Il blog satirico Metronaut ha riproposto vecchie immagini di propaganda con la scritta «Vogliamo i Giochi»: le icone nazi, gli atleti futuristi, la gloria della nazione che fa da sfondo alle gare, echi di Heil, tutta la simbologia hitleriana riproposta secondo il sindaco di Berlino «per offendere» e secondo il creatore della pagina web «per far riflettere».

E’ scattata la censura, documenti bollati ributtati subito in pasto alla rete dal sito che ha mobilitato sostegno e alleanze in nome della libertà di espressione. E visto che la testata gioca con la satira spinta il riferimento, altrettanto spinto, a Charlie Hebdo non è proprio tra parentesi. Loro resistono e ripubblicano, il comune mobilita gli avvocati e la causa andrà avanti. I manifesti pure perché la censura richiama pubblico. 

Berlino deve ancora vincere la concorrenza interna con Amburgo, il comitato olimpico tedesco si esprimerà il 21 marzo e visto che non ci sono problemi strutturali in nessuna delle due città, il consenso popolare sarà tra le voci più pesanti del giudizio. Berlino deve farsi coraggio, guardare quei poster e contrastare i demoni perché se un blog può mandare in crisi la candidatura, l’equilibrio e la serenità significa che quell’immagine può ancora fare dei danni. Non era una grande idea, non è chiaro quale discussione debba provocare, cerca solo di scioccare fingendo scopi terapeutici però per Berlino è diventato un problema.

Perché i troll di Twitter sono davvero un problema

La Stampa
francesco zaffarano


Il mea culpa di Dick Costolo riporta la questione dei social disturbatori all’ordine del giorno. E non si tratta solo di diffamazione online

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Pochi giorni fa il Ceo di Twitter ha confessato di sentirsi in imbarazzo per quanto poco è stato fatto dalla sua azienda per risolvere il problema dei troll. La mail indirizzata ai dipendenti e ripresa da The Verge ha rilanciato una questione che da tempo continua a restare senza soluzione, salvo le dichiarazioni di qualche governo che proclama improbabili crociate digitali contro chi abusa di internet. La verità, intanto, è che il problema dei troll e degli abusi non riguarda solo Twitter ma anche Facebook, Google e altri. Ma le parole di Dick Costolo sono la manifesta presa d’atto dell’incapacità del sistema-Twitter di far fronte a un problema endemico.

Perché i troll sono un problema
Può un gruppo di persone che disturbano regolarmente le conversazioni sui social mettere in difficoltà un colosso di internet con 284 milioni di utenti attivi? Il punto non sono tanto i disturbatori in sè, che molti marchi anzi sfruttano in modo intelligente per creare nuove occasioni di engagement.



Ma - e a scriverlo è lo stesso scrive Dick Costolo - la presenza di questi disturbatori sta facendo fuggire gli utenti di Twitter in un momento che per il social è molto delicato. L’uccellino, infatti, ha scoperto che l’8,5% dei suoi utenti attivi fa un uso passivo dei cinguettii, limitandosi a leggere quello che pubblicano gli account più seguiti. Proprio questi infuencer, però, spesso sono spinti dall’orda dei troll ad abbandonare Twitter a causa degli attacchi incrociati che seguono alle loro dichiarazioni. In Italia c’è ancora chi discute dell’addio di Enrico Mentana, che non perde un’occasione per criticare «il mondo dei social network» . Ma non è solo un problema per utenti vip: sono stimati in ben 741 milioni gli account creati e mai utilizzati su Twitter e non è da escludere che l’inquinamento delle conversazioni sia un deterrente anche per i nuovi iscritti. Insomma, non è tanto una questione di policy: Twitter si sta giocando una fetta consistente di pubblico e di clienti.

È anche una questione di immagine
Twitter ha impiegato diversi anni per costruirsi un ruolo e un credibilità online. A questo fine hanno concorso molti fatti di interesse globale, come le sempre citate primavere arabe e le ultime campagne elettorali in Occidente. Esempi, questi, di come i social network possono diventare strumenti di democrazia attraverso la condivisione delle informazioni. Ora, però, questa autorevolezza è messa in discussione dall’incapacità limitare la proliferazione di contenuti sessisti, razzisti e antisemiti, come nel caso dell’hashtag #HitlerWasRight, diventato trending topic a livello mondiale lo scorso anno. Motivi di imbarazzo per Dick Costolo e compagnia, ma soprattutto spie inquietanti di quello che può diventare Twitter.

Cosa fanno gli altri?
Non è chiaro come Twitter abbia intenzione di risolvere il problema ma sappiamo come hanno fatto Facebook e Google. La soluzione è la moderazione dei contenuti, cioè la rimozione di ciò che offende o lede la dignità degli utenti. Una pratica per cui questi giganti spendono milioni di dollari ogni anno e impiegano schiere di lavoratori che passano la giornata a guardare e censurare migliaia di foto e video di dubbio gusto, come nello stabilimento filippino di Bacoor, raccontato in un reportage da Wired America.

Twitter non è da meno e fa uso come tutti i social network degli strumenti per la moderazione. Anzi, negli anni sono stati introdotti anche mezzi di difesa per gli stessi utenti, come la segnalazione, il blocco e il muto degli account non graditi. Il problema, però, persiste perché Twitter permette ai propri utenti di restare anonimi. Sulla questione è intervenuta recentemente Laura Pirri, product counsel della società, che ha spiegato che Twitter crede «fortemente nel valore dell’anonimato» e che questa è «una scelta politica» legata alla volontà di tutelare chi vive in Paesi che limitano la libertà individuale.

Cosa farà Twitter?
Nei prossimi mesi avremo una risposta ufficiale ma per ora ci si può limitare a rileggere con attenzione quello che ha scritto Dick Costolo. L’amministratore delegato, infatti, vuole fare in modo che «quando [i troll] pubblicano i loro ridicoli attacchi nessuno deve sentirli» e questo fa pensare alla possibilità di un nuovo intervento sull’algoritmo del social network in modo che, con un sistema più raffinato di segnalazione degli abusi, la visibilità dei disturbatori venga ridotta drasticamente. L’algoritmo è stato aggiornato di recente in modo da premiare i contenuti di maggior interesse per gli utenti a scapito del semplice ordine cronologico dei tweet. In questa logica potrebbe inserirsi il nuovo muro anti troll su cui stanno lavorando dalle parti di Twitter.