sabato 7 febbraio 2015

Pio Albergo Trivulzio, quadruplicati i costi per le cooperative esterne

Corriere della sera
di Rossella Verga

I sindacati: «Licenziati 220 dipendenti ma il buco in bilancio è rimasto»

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I costi per le cooperative ingaggiate al Pio Albergo Trivulzio sono più che quadruplicati. La denuncia arriva a Palazzo Marino durante l’audizione dei sindacati dell’ex Baggina in commissione Servizi sociali. Un attacco pesante che punta dritto all’ex consiglio d’amministrazione (sostituito da fine dicembre dal commissario), ma che è un indice del clima difficile che tuttora si respira alla casa di riposo. «Il vecchio Cda - argomenta Giovanni Fasano della Uil - si era insediato per sanare il buco di bilancio di 12 milioni di euro. Ha licenziato 220 dipendenti che lavoravano nei reparti di degenza e nemmeno un amministratore. Il buco è rimasto lo stesso. Gli appalti alle cooperative in compenso sono lievitati. Nel 2011 costavano 1.900.000, nel 2014 la cifra è salita a 9 milioni».
Esternalizzazione
Per i sindacati l’esternalizzazione di una parte dell’assistenza ha provocato disagi e disservizi. «Avevamo denunciato che con il ricorso alle cooperative ci sarebbe stato un calo di qualità dell’assistenza - aggiunge Claudio Carotti, della Cgil Funzione pubblica - e si è verificato nei fatti. Sappiamo che molte famiglie, oltre a pagare la retta, sono costrette ad assumere badanti. Ma sappiamo anche che i nostri lavoratori sono tirati al massimo. Siamo riusciti a recuperare qualche mansione agevolata, ma non basta».

Basta fare un giro per i reparti per verificare che, soprattutto nelle ore dei pasti, le badanti sono sempre più presenti. I pazienti del Trivulzio spesso non sono autonomi. Hanno bisogno di essere imboccati e l’assistenza fornita dalla Rsa non è in grado di far fronte alle necessità di tutti. «Non si potrà mai avere una gestione in grado di garantire una copertura reale e corretta - segnala Carotti - finché non saranno rivisti i minutaggi per i pazienti. Serve inoltre una rivisitazione delle rette: la quota del Comune è ferma da un decennio. Qualsiasi gestione in questa situazione non va in pareggio».
Il patrimonio
Dopo la denuncia dei medici del Pat, anche i sindacati vanno all’attacco. «Nella prossima seduta saranno invitati i medici», anticipa il presidente della commissione, Marco Cormio. Le opposizioni chiedono la presenza dell’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino e del commissario del Pat, Claudio Sileo, nominato dopo le dimissione del Cda. «Ho chiesto questa seduta due mesi fa - denuncia Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia - ed è vergognoso che oggi l’assessore e il commissario non siano presenti». Ma assessore e commissario, ieri, non erano stati convocati. «È presente il consiglio - replica Cormio - ed è questo l’organo che deve dare gli indirizzi alla giunta. Siamo qui per ascoltare e per capire». I sindacati toccano i vari punti dolenti. Sono contrari alla fusione con il Golgi-Redaelli.

«Se andiamo a fare una fusione con chi sta peggio - dice Ciro Mangione della Uil - non può venire nulla di buono». Altro capitolo cruciale, il patrimonio. «Non è il caso di fare una vendita selvaggia», avverte Gelsomina Savoia. «È un problema di metodo - puntualizza Carotti - pensare di vendere mettendo gli immobili all’incanto è una piccola follia. Bisogna fare come il Policlinico con un fondo garantito dalla Cassa depositi e prestiti sulle vendite». L’assessore Pierfrancesco Majorino invita alla collaborazione. «Adesso servono tutte le energie per far uscire il Pat dalla situazione di difficoltà - commenta -. Il sindacato dovrebbe smetterla di recriminare e cominciare a fare proposte».

7 febbraio 2015 | 10:30

Isis mette al bando gli iPhone “Sono una porta di ingresso per il nemico”

Corriere della sera

di Marta Serafini | @martaserafini

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La fatwa di Isis questa volta è contro gli smartphone. O, meglio, contro gli iPhone. A darne notizia è Business Insider che riporta un documento del Califfato tradotto dall’arabo e pubblicato nel dicembre 2014 (confermato anche dagli attivisti di Raqqa is being slaughtered) nel quale si legge

“In conformità con le esigenze del pubblico interesse e per proteggere le anime dei soldati dello Stato islamico e dei loro possedimenti all’ombra della feroce campagna contro lo stato del Califfato , e al fine di chiudere una delle porte di penetrazione che il nemico usa per raggiungere i suoi obiettivi e per colpire con precisione per mezzo dei droni , si è deciso di vietare l’ uso di qualsiasi dispositivo elettronico dotato di sistema Gps”.

E ancora:
“I fratelli dovranno disattivare questo sistema dai loro telefoni e computer. Entro un mese tutti i dispositivi che saranno non conformi saranno sequestrati. E i loro possessori considerati responsabili di aver messo in pericolo i compagni”.

Poi una postilla:
Questo editto non vale per i prodotti di Apple che sono messi del tutto al bando per il pericolo che rappresentano.

In sostanza Isis cerca di correre ai ripari e vieta ai suoi seguaci di usare i servizi di geolocalizzazione. Troppo facile in questo modo sarebbe diventa per i nemici della coalizione individuare i punti strategici e le coordinate da colpire, soprattutto se si considera l’alto livello tecnologico degli armamenti in dotazione agli Stati Uniti. Nel Califfato l’uso dei telefonini è particolarmente inteso (si pensi alla quantità incredibile di materiale video e fotografico che viene postato in rete a scopi propagandistici) e non sono mancati episodi di combattenti che abbiano postato in rete la propria esatta posizione dimenticandosi di disattivare la funzione di geolocalizzazione.



Nel caso dei prodotti Apple è poi noto come la funzione di iCloud o “trova il mio smartphone” rendano rintracciabili sempre i device, anche se il colosso di Cupertino assicura che non venga violata alcuna norma di privacy. E questo spiega il motivo della fatwa. Gli stessi attivisti anti Isis hanno spiegato di preferire i dispositivi Android per evitare di essere scoperti dai jihadisti.
Dato per assodato che qualsiasi telefono che riceva traffico è comunque rintracciabile, Isis sta cercando tuttavia di limitare i danni perché sa molto bene come la tecnologia costituisca una porta facile da aprire e lasci dietro le spalle di chi la usa una serie infinita di tracce. Comunicazione criptate, l’utilizzo di “schermi” come Thor o le precauzioni consigliate nell’editto potrebbero tuttavia non bastare. Negli ultimi mesi, come sottolinea anche il Telegraph, gli esperti hanno individuato 45 mila account Twitter jihadisti.

Di questi alcuni sono Bot, ma la maggior parte sono attivi e corrispondono a persone fisiche. Di questi ovviamente solo alcuni si trovano all’interno dello Stato Islamico ma è facile che qualcuno di questi utenti non navighi in modalità sicura trasformandosi così in una porta di ingresso per il nemico. Ma non solo. L’intensa attività di propaganda condotta attraverso i social network, i video, YouTube, la televisione e la radio da un lato rafforza Isis ma dall’altro la indebolisce perché la rende più vulnerabile dal punto di vista della sicurezza informatica.



In quest’ultimo anno inoltre sono numerosi gli studi – uno su tutti quello dell’’International Centre for the Study of Radicalization and Political Violence del King’s College di Londra – che, basandosi sulla geolocalizzazione e l’analisi degli account, sono riusciti a ricostruire il comportamento (e in alcuni casi addirittura gli spostamenti) dei foreign fighters o delle donne che li accompagnano. E  non è difficile pensare che l’Nsa e GHQC stiano lavorando senza sosta per tracciare e spiare i soldati di Al Baghdadi.

Sono giordano (ma da lontano)

La Stampa
massimo gramellini


Sono rimasto colpito dalla fierezza con cui il popolo giordano ha reagito all’esecuzione del pilota arso vivo dai boia del Califfato. Le immagini delle manifestazioni di piazza catturano gesti composti e sguardi asciutti, rivolti verso un punto lontano. Nel comportamento dei familiari, dei soldati e dei civili non si respira isteria, ma una rabbia fredda che si appoggia a una terribile volontà. Talvolta il desiderio di vendetta sa sprigionare una forza ammaliante. Persino il piccolo re, finora conosciuto soprattutto per essere il marito della regina, appare trasfigurato e pronto alla pugna come un antico cavaliere.

Guardando quei volti e quegli occhi ci si accorge di quanto l’Europa sia ormai lontana dal frequentare certe pulsioni. Settant’anni di pace ininterrotta l’hanno trasformata, per fortuna e per sempre, in qualcosa di diverso. Di più molle, forse, ma di più evoluto. Non è disposta a morire e a dare la morte, nemmeno per opporsi a una banda di fanatici che intende sterminarla. La ragione viene in soccorso, rammentando quanti vasi di Pandora gli americani hanno scoperchiato negli ultimi anni in Medio Oriente con la loro smania di menare le mani.

Alla furia giordana gli europei sentono di potere offrire un supporto morale, logistico e (con moderazione) economico. Qualche aereo, ma neanche un uomo. Assistono alla guerra dichiarata dall’Isis al resto del mondo come gli spettatori di un film. Consapevoli - è successo a Parigi giusto un mese fa - che in ogni momento il cattivo può uscire dallo schermo e puntare l’arma contro la platea. 

Napoli, i segreti dei conventi tra sacro e profano

Il Mattino
di Francesco Romanetti


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Il fatto avvenne nella notte tra il 3 ed il 4 novembre del 1728. «Travestite» da malate di mente, le monache dell'ospedale degli Incurabili assaltarono il vicino convento di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, nei vicoli alle spalle dell'attuale piazza Cavour. Le terribili sorelle, dopo aver fatto irruzione con grida da indemoniate, buttarono perfino giù un muro. Poi usarono mazze e randelli, menarono botte di santa ragione e scacciarono i frati dal convento. Dovette intervenire la truppa regia, che soltanto dodici giorni dopo, il 16 novembre 1728, riuscì ad averla vinta sulle furiose monachine e a restituire il convento ai frati. All'origine del conflitto c'era stata una vecchia questione che riguardava la giurisdizione del monastero.

Ma questo è solo uno delle centinaia di episodi avvenuti per secoli tra chiostri e cenobi napoletani. Le ombre claustrali hanno celato congiure, riti esoterici, rapimenti, manovre politiche. Orge. Sconvolse (ed eccitò) tutta l'Europa d'allora, la storia della terziaria francescana napoletana Giulia De Marco, fondatrice di una setta che proclamava l'atto sessuale «cosa meritoria presso Dio» e incoraggiava l'amplesso plurimo. Per di più, «l'accesso alle parti intime» della santona era ritenuto un atto «sostitutivo della preghiera». Amen. In ogni caso, tra i seguaci di suor Giulia - stabilì il processo presso il Sant'Uffizio - si contarono due cardinali, tre arcivescovi, due vescovi, 70 tra suore e frati spagnoli, 113 monache del monastero di Donnaregina. Ma questo è niente: a trovare sollievo e sollazzo dalle pratiche benedette dalla suora francescana c'era quasi tutta la corte spagnola, compreso il viceré, conte Lemos.

A scavare nella storia e nel patrimonio di arte e cultura prodotto e custodito a Napoli, è ora un bel volume di Candida Carrino, Andar per monasteri. Itinerari alla scoperta di conventi, chiostri ed eremi napoletani (Intra Moenia, pagg. 400, euro 24,90), un'opera accuratissima, che al rigore della ricerca unisce il gusto della narrazione e della divulgazione. Quel che ne esce fuori è una guida colta e allo stesso tempo agile e appassionante, che racconta non solo lo splendore dei grandi monasteri - da Santa Chiara a San Pietro a Majella, da Santa Maria la Nova a San Domenico Maggiore - ma anche quel mondo fatto da luoghi «minori», tuttavia spesso ricchissimi a loro volta di arte e storia, che sono i conventi e i chiostri meno noti o addirittura trasformati nel tempo in garage, palestre, abitazioni.

Da questo punto di vista le fotografie di Sergio Siano, esploratore intelligente e sensibile del bello contenuto nella quotidianità, non rappresentano solo un «corredo» di immagini, ma aggiungono conoscenza: attualizzando, contestalizzando e inserendo nell'oggi storie e forme del passato.

Sacro e profano. Espressione di spiritualità, ma anche di potenza economica e politica, monasteri e conventi napoletani hanno attraversato le vicissitudini della storia. Se furono i giacobini e poi i due sovrani del decennio francese (Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat) a sopprimere monasteri e ordini religiosi e a mettere a disposizione della nazione i beni ecclesiastici, già Ferdinando IV di Borbone aveva espulso i gesuiti ed incamerato i loro beni, nel 1767. Così come fu sempre il re Borbone, nel 1798, a farsi consegnare da preti e frati i tesori custoditi in chiese e monasteri. D'altra parte - come ricorda Maria Rosaria de Divitiis, presidente del Fai Campania, che firma la Presentazione del libro della Carrino - Napoli è stata, dopo Roma, la città a più alta densità di conventi.

Agli inizi dell'Ottocento si contavano 17mila monaci e 18mila suore. In ogni caso, è poi dopo l'Unità d'Italia che il nuovo Stato, laico e anti-clericale, vara le leggi eversive dell'asse ecclesiastico. Ingenti ricchezze vengono messe a disposizione dello Stato per ridurre il disavanzo del bilancio. Centinaia di conventi e monasteri vengono utilizzati per creare scuole, ospedali, caserme. Una parte delle opere d'arte custodite dal clero finiscono nei musei. Un'altra parte nelle case di ricchi borghesi. Candida Carrino, con la precisione dell'archivista e la visione prospettica dello storico, dà conto di tutto questo nel suo straordinario viaggio attraverso monasteri, chiostri e giardini. Ma non solo.

Le 107 schede che formano altrettanti capitoli - oltre alla parte sulla storia, l'architettura e le opere d'arte - contengono paragrafi e notizie sulle attività che attualmente si svolgono in conventi e monasteri, sul vino che vi si produce, sul cibo e le ricette che vi vengono preparate. Utilissime (e spesso poco note) «curiosità» completano i capitoli, aggiungendo leggende e affabulazioni: da quelle su Vlad III, alias Dracula, che sarebbe sepolto nel chiostro di Santa Maria la Nova, a quelle sui frati «vottazzielli», così chiamati perché vendevano il vino in piccole botti («votti»). Andar per monasteri vuol dire inoltrarsi in una storia che per secoli si è ramificata dentro Napoli.

Potrebbe essere venduta per 7 mln la corda che impiccò Saddam

Lucio Di Marzo - Ven, 06/02/2015 - 12:28

L'ha conservata un politico iracheno. E se la contendono molti acquirenti, compresi una famiglia israeliana e un'organizzazione iraniana

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Quando Saddam Hussein fu impiccato a Baghdad a fine dicembre 2006, l'ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Mowaffak al-Rubaie, torturato per tre volte dal regime, si trovava nella capitale e di quel giorno, oltre al ricordo, ha conservato anche la corda che uccise il dittatore.

Per anni l'ha tenuta nella sua casa a nord di Baghdad, scrive il sito Al Araby, legata attorno al collo di una statua di bronzo del raìs, che gli americani recuperarono dal palazzo presidenziale. "Lo trovavo appropriato", ha raccontato al quotidiano inglese The Independent. Quella corda che è rimasta a lunga in casa Rubaie, ora potrebbe però essere messa all'asta. A contendersela ci sarebbero parecchi potenziali acquirenti: una famiglia israeliana, due uomini d'affari del Kuwait, una banca e un'organizzazione religiosa iraniana.

In una potenziale asta, il valore del macabro cimelio sarebbe di almeno sette milioni di dollari (più di sei milioni di euro). Ma Rubaie, che pure non ha ancora confermato di volersi liberare della corda dell'impiccaggione, ha invece già detto che di certo pretenderebbe una cifra più alta.

I vigili vogliono espellere Kassim premiato come “cittadino esemplare”

La Stampa
massimiliano peggio

Il riconoscimento perché aveva restituito una pistola rubata ai civich

Era stato il comandante dei vigili urbani Alberto Gregnanini a consegnare
a Kassim l’onorificenza nel corso di una cerimonia al Teatro Carignano

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«Ho pregato Dio tutta la notte. Se torno in Marocco per me è finita. Là, non c’è pace, né tolleranza, per chi si converte al cristianesimo. È come morire». Kassim, fruttivendolo di Porta Palazzo, uscito dal carcere di Biella dopo aver rinnegato la religione musulmana, da mesi in attesa di permesso di soggiorno per motivi umanitari fondati sulla sua conversione, premiato all’ultima festa della polizia municipale di Torino come «cittadino esemplare», per aver trovato e restituito pistola d’ordinanza e tesserino di un vigile urbano, l’altra sera è stato fermato come clandestino e spedito al Cie di corso Brunelleschi. Sono stati proprio degli agenti della polizia municipale a fermarlo. A nulla sono valse le sue parole, sulla fede, sul fatto che il loro comandante lo avesse premiato con un orologio col simbolo della città, indossato al polso. Clandestino sì, ma prigioniero della burocrazia, sorda agli appelli di chi chiede di cambiare vita. È finito al Cie. «Dio mi ha rimesso alla prova».

Conversione in carcere
Povero Kassim, quanto volte è stato messo alla prova. Il giudice di pace di Biella, che dall’ottobre 2013 rinvia la decisione sul suo ricorso contro l’espulsione fondato sul pericolo di persecuzione religiosa, durante un’udienza gli fece recitare l’Ave Maria e altre preghiere. «Sono battezzato» disse Kassim facendo il segno della croce, e pregò con tutta la fede che aveva in cuore. «Ebbene, nonostante i nostri solleciti - spiega il suo avvocato, Alessandro Praticò, che lo assiste insieme alla collega Laura Cargnino - il giudice non ha ancora deciso se accogliere o respingere il ricorso. Due anni di attesa». Kassim aveva già un permesso di soggiorno, ma a causa di una lunga carcerazione a Biella, non potè rinnovare il permesso.

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Ma il carcere gli ha cambiato la vita. Dietro le sbarre ha incontrato la fede cattolica, tra le braccia del cappellano. «La fede mi ha dato speranza, l’opportunità di diventare un uomo nuovo». Ma quando è uscito di galera, nel 2103, le autorità gli hanno consegnato il decreto di espulsione. Da lì è iniziata la sua battaglia contro la burocrazia. Prima di fronte al giudice di pace, poi il ricorso, in parallelo, alla corte d’Appello di Trieste, per ottenere un permesso umanitario. La corte ha fissato l’udienza a gennaio 2016. «In Marocco - dice l’avvocato - i convertiti rischiano l’accusa di apostasia: stando ad alcune pubblicazioni internazionali, le condanne possono arrivare ad alcuni anni di reclusione».

Il segno di Dio
«Quando ho aperto il borsello ho pensato solo a fare la cosa giusta, a non sbagliare di nuovo». Così aveva detto Kassim raccontando il ritrovamento, nei paraggi del Cottolengo, di un borsello di pelle con dentro una pistola Beretta e un tesserino di riconoscimento, smarriti da un vigile. Era l’estate scorsa. Poco prima di imbattersi in quell’arma, aveva chiesto aiuto a un prete, per cercare lavoro. «Dio mi ha messo alla prova. Ero senza soldi, ma se avessi preso quell’arma i miei sforzi sarebbero svaniti. Ho scelto di restituirla. Poco dopo ho trovato lavoro in un banco di Porta Palazzo.

Un lavoro onesto». Per quel gesto, da cittadino esemplare, la polizia municipale e il Comune lo hanno premiato, al teatro Carignano. Nelle stesse condizioni in cui si trovava l’altra sera, «clandestino destinato all’espulsione ma in attesa di ricorso e permesso umanitario», lo scorso novembre ha ritirato il premio dalla mani del comandante, Alberto Gregnanini. Lì, è stato applaudito come un eroe e non giudicato come un clandestino da spedire al Cie. Destinato solo all’espulsione. 

Così i giornalisti rischiano il bavaglio"

Felice Manti - Sab, 07/02/2015 - 08:58

Il sindacato contro il magistrato che vuole 250mila euro da un cronista per non andare a processo: "È un'intimidazione"

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Milano - Quando la pezza è peggiore del buco. La vicenda del cronista calabrese raccontata ieri dal Giornale è solo la punta dell'iceberg di un fenomeno che rischia di minare definitivamente alle basi la libertà di stampa in Italia. Il giornalista Claudio Cordova nei giorni scorsi ha ricevuto una lettera da un magistrato antimafia nella quale si chiedono 250mila euro di risarcimento per non finire a giudizio per diffamazione.
«È una prassi diffusa più di quanto non si pensi - commenta al Giornale un legale esperto in diffamazioni che preferisce restare anonimo - nella mia esperienza di avvocato mi sono imbattuto più volte su casi del genere. Chi si sente diffamato, prima di esporre la controparte a spese giudiziarie fa sapere di essere stata offesa e invoca un risarcimento stragiudiziale bonario, che di solito tiene conto della presunta entità del danno come farebbe un giudice. Se la parte, l'editore o il giornalista, sa di avere torto, si mette d'accordo e paga.

Queste transazioni capitano con una certa frequenza - dice il legale - è una forma usuale per prevenire una causa. Certo, se il giornalista pensa di aver ragione risponde “fai pure” e poi a processo si vedrà». «Ma nella lettera non c'è scritto come l'avrei diffamato - si difende il cronista finito nel mirino del giudice - altrimenti avrei fatto una rettifica. La lettera sarà prassi, ne ho ricevuto di lettere da avvocati ma non con queste modalità».

Anche il sindacato dei giornalisti calabresi non ci sta: «È inquietante che in una terra come la Calabria, in cui si chiede ai cittadini di avere piena fiducia nella giustizia, un magistrato antimafia pretenda da un giornalista un ingente risarcimento a prescindere dall'azione penale o civile», dice al Giornale Carlo Parisi, segretario del sindacato giornalisti della Calabria e vicesegretario uscente della Federazione nazionale della stampa. Il cuore del problema, ancora una volta, è la legge sulla diffamazione ferma in Senato. Le norme approvate alla Camera hanno sì eliminato il carcere (anche dopo il caos scatenato dal caso che ha coinvolto il direttore di questo quotidiano, Alessandro Sallusti) ma in cambio la morsa che si è stretta intorno ai giornalisti rischia di essere letale.

È stato presentato un emendamento che modera il diritto all'oblio, ma non è detto che passi. I direttori dei siti online rischiano di non poter più scrivere una riga, la rettifica non ammette controrepliche e soprattutto, una volta abolito il carcere, non è stato messo un tetto al risarcimento né un argine alle cosiddette «querele temerarie», annunciate solo per spaventare i cronisti. «È un vero e proprio strumento di intimidazione e di censura della libertà di stampa contro i cronisti di frontiera - rincara la dose Parisi - senza editori importanti e disposti a sostenerne le spese di giudizio molti giornalisti d'inchiesta corrono il serio rischio dell'autobavaglio preventivo». Basti pensare che ieri nessun quotidiano calabrese ha riportato la notizia della querelle.

Roma, le due mamme di Leon «Felici, speriamo sia solo l’inizio»

Corriere della sera
di Elena Tebano

Per Sofia e Alejandra, promessa di un cambiamento enorme: per la prima volta,, un’anagrafe italiana, riconosce il certificato di nascita di un bambino con due madri

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Da mercoledì scorso Leon Manini Pagano, nato poco meno di quattro anni fa a Buenos Aires, in Argentina, ha ufficialmente due mamme anche in Italia: Sofia Pagano, 40 anni, romana e Alejandra Flavia Manini, 58, argentina. L’anagrafe di Roma, infatti, ha deciso di accettare la loro domanda di registrare il suo atto di nascita argentino, in cui le donne – regolarmente sposate in Sudamerica – figurano entrambe come mamme del bimbo.


Sofia e Alejandra e il certificato riconosciuto 
Sofia e Alejandra e il certificato riconosciuto 
Sofia e Alejandra e il certificato riconosciuto
Una promessa di cambiamento
«Aderendo a tale richiesta, provvedo alla trascrizione del documento» scrive l’ufficiale dello stato civile nel linguaggio asettico della burocrazia. Per Sofia e Alejandra, e per l’associazione dei genitori gay Famiglie Arcobaleno di cui fanno parte, suona come la promessa di un cambiamento enorme: per la prima volta, infatti, un’anagrafe italiana trascrive direttamente (cioè riconosce) il certificato di nascita di un bambino con due madri. E apre la strada alla piena legittimazione dei genitori gay italiani che hanno avuto un figlio all’estero. C’era un solo precedente: a gennaio scorso la Corte d’Appello di Torino aveva ordinato la trascrizione dell’atto di nascita di un bimbo nato in Spagna, figlio di una donna italiana e della moglie spagnola. Ma quella decisione era arrivata dopo due gradi di giudizio e soprattutto valeva solo per quel bambino.
«Obbligato a trascrivere»
«Qui è l’amministrazione cittadina a procedere: il funzionario dell’Anagrafe si è convinto, legge alla mano, di essere obbligato a trascrivere — spiega Alexander Schuster, l’avvocato che ha ottenuto l’atto per conto di Sofia e Alejandra e docente a Trento dell’unico corso universitario in Italia dedicato alle questioni giuridiche lgbt —. Il Comune di Roma spesso fa scuola e questa decisione fissa un principio che aprirà la strada ad altre amministrazioni. Intanto varrà per ogni coppia lesbica che a Roma è nella stessa situazione», aggiunge Schuster. Le due donne, al telefono da Buenos Aires, si dicono «felicissime». «Ci auguriamo che sia un segnale», auspica Alejandra. «Ma soprattutto adesso potremo tornare in Italia senza che Leon “perda” uno dei suoi genitori», aggiunge Sofia.
«In Italia Leon non sarebbe mai nato»
In Italia infatti lei ed Alejandra (che è argentina e all’epoca insegnava in un’accademia di teatro romana) si sono conosciute, in Italia si sono messe insieme otto anni fa e poi hanno deciso di avere un bambino. «Quando si è trattato però di fare la fecondazione assistita, abbiamo deciso di trasferirci in Argentina: qui l’eterologa è aperta a single e coppie lesbiche e coperta dalla mutua», spiega Alejandra. «In Italia Leon non sarebbe mai nato», aggiunge Sofia. Quando era già incinta, l’Argentina ha legalizzato i matrimoni egualitari: «Ci siamo sposate quando Leon aveva già un anno e correva gridando metà in italiano e metà in spagnolo: “Bravi! Muy bien!”», ride. Ora è arrivata ance la trascrizione del certificato di nascita e il riconoscimento di entrambe le mamme. Con una gioia in più: «Da mercoledì Leon ha anche la nazionalità italiana: siamo orgogliose che non debba restare in un altro Paese per vedere riconosciuti i suoi diritti».

 @elenatebano
7 febbraio 2015 | 10:16

Frequenti sospetti televisivi

Corriere della sera
di Aldo Grasso

Una norma sulle frequenze tv suscita una ridda di retropensieri su una materia
che per sua natura dovrebbe essere trasparente

In politica l’innocenza non esiste, ogni atto ha un suo perché. Così un emendamento rischia di trasformarsi in una ritorsione, così una norma sulle frequenze tv suscita una ridda di sospetti e retropensieri su una materia che per sua natura dovrebbe essere trasparente.

Com’è noto, a scatenare le polemiche dei componenti di Forza Italia è stato un emendamento del governo all’articolo 3 del decreto Milleproroghe sul canone delle frequenze tv. Il Mise (Ministero dello Sviluppo economico) ha rimodulato una norma che impone a Rai e Mediaset un canone di 50 milioni da redistribuire alle piccole emittenti. «Una conseguenza - affermano i deputati azzurri - della rottura del patto del Nazareno».

È giusto, non è giusto? C’era un patto e si è rotto? Il Nazareno è cenere al vento? In politica il più forte tende ad approfittarsene e il più debole grida alla congiura, da sempre. Il sottosegretario con delega alle Telecomunicazioni, Antonello Giacomelli (Pd) si è subito affrettato a gettare acqua sul fuoco suggerendo di stare lontano dagli stati d’animo: «L’emendamento in questione riporta alla piena titolarità del governo la riforma delle norme relative al canone frequenze che abbiamo annunciato già da agosto 2014».

Saranno anche stati d’animo, ma intanto ieri il titolo Mediaset è stato penalizzato. Senza addentrarci in un discorso tecnico (tutto si basa su un provvedimento dell’AgCom che molti ritengono pasticciato), appare evidente che il caso non può essere trattato come una soluzione puramente tecnica. Renzi è arrivato a Palazzo Chigi per fare le grandi riforme, e, dopo l’abolizione del bicameralismo, la prima grande riforma sarebbe quella di uscire da questo meschino gioco incrociato del conflitto d’interessi.

Per anni la sinistra ha giustamente criticato il governo Berlusconi per aver fatto coincidere gli interessi del suo partito con gli interessi delle sue aziende. Quando Berlusconi era presidente del Consiglio gli investimenti pubblicitari di Mediaset salivano, quando era all’opposizione calavano, e non certo a causa di emotività o stati d’animo. La stessa legge Gasparri si trascina dietro un’ombra di favoreggiamenti che pesa non poco sullo sviluppo tecnologico delle nostre tv. Ma proprio per questo Renzi non può permettersi di usare le stesse tecniche per tenere sotto scacco l’avversario politico.

Da anni, la televisione è il nodo gordiano della politica italiana. Se è impossibile scioglierlo, Renzi faccia come Alessandro Magno: lo tagli, una volta per tutte, ponga fine senza pregiudizi ideologici a questo eterno conflitto che spesso sconfina nel ricatto. Conviene a lui, conviene a Berlusconi. Conviene soprattutto alla tv italiana, sempre più triste, sempre più declinante.

7 febbraio 2015 | 09:26

Processo a Bixio per la strage di Bronte del 1860. «Assolto»

Corriere della sera
di Daniele Carozzi

Il contraddittorio organizzato dal Circolo Piripiri. Il prefetto ha presieduto il Collegio giudicante. I saccheggi e le atrocità verso i notabili locali

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Forse non si può parlar male di Garibaldi, ma il genovese Gerolamo Bixio detto Nino, pur se eroe garibaldino lo si è portato sotto processo per i fatti avvenuti a Bronte (Catania) nel 1860. Anche se, dopo un elegante incrociar di fioretti fra accusa e difesa, il «Nostro» verrà assolto con formula piena. È accaduto giovedì sera a Palazzo Cusani nel contradditorio storico culturale organizzato dal Circolo Piripiri, che ha visto in campo il prefetto e storico Francesco Paolo Tronca quale presidente del Collegio, i giudici a Latere Carla Romana Raineri e Jole Milanesi della Corte d’Appello di Milano e gli avvocati Cristiano Fiore e Franz Sarno, rispettivamente pubblico ministero e difesa. Ma di cosa sarebbe colpevole Bixio? Nell’agosto 1860 a Bronte alcuni rivoltosi commisero saccheggi e atrocità verso i notabili locali, rei di non aver abolito la tassa sul macinato e dato le terre ai contadini come ordinato da Garibaldi.

Nonostante l’impegno del loro capo Nicolò Lombardo, che cercò in tutti i modi di sedare i tumulti, vi furono 16 morti. Garibaldi mandò allora il rude e impetuoso Bixio per impartire una severa lezione ai colpevoli. Lombardo cercò di spiegare a Bixio come andarono le cose, ma venne arrestato, processato e fucilato insieme ad altri quattro compari. Fra cui un certo Fraiunco, un demente incapace di intendere e volere. Ed ecco il primo capo d’imputazione: «Quel processo fu una farsa – tuona l’accusa – perché non diede il tempo materiale per raccogliere testimonianze a favore degli imputati, né spazio ad un dibattimento. Inoltre Bixio influenzò la sentenza dicendosi già certo della fucilazione».

«Era in vigore il codice di guerra – incalza la difesa – e il Tribunale giudicò imparzialmente, secondo le leggi in uso che prevedevano la morte per i casi di omicidio e saccheggio, senza lasciarsi influenzare da Bixio». Ma l’accusa impugna il secondo capo d’imputazione evidenziando che «anziché graziare il povero demente di nome Fraiunco, scampato per puro caso ai proiettili del plotone d’esecuzione, Bixio lo fece finire da un suo ufficiale con un colpo alla nuca». «Ma – ribatte la difesa – la sentenza doveva essere eseguita. E poi non scordiamo che Bixio definì quella “una missione maledetta, non fatta per me”». Assoluzione piena, per non aver commesso il fatto nel primo capo d’imputazione e perché non costituisce reato nel secondo. Ora Bixio è salvo, davanti alla Storia e ai giochi intellettuali.