venerdì 30 gennaio 2015

Gmail e i soldi in allegato

Corriere della sera
di Elmar Burchia

Dopo gli americani, ora anche gli utenti britannici potranno inviare e ricevere denaro dalla casella di posta di Mountain View, grazie all'integrazione con Google Wallet

 1Ti mando una mail coi soldi in allegato. Non solo foto o documenti: dal maggio 2013 gli utenti americani del provider di posta elettronica Gmail hanno la possibilità di inviare (e ricevere) valuta elettronica come se fosse un normale allegato in una email. Il servizio è sbarcato da giovedì anche in Europa. I primi utenti a poterlo sperimentare: gli inglesi (maggiorenni).
Come funziona
Bastano pochi clic e, voilà, la mail col denaro in allegato è inviata. È molto semplice: vicino all'icona a forma di graffetta nella parte inferiore della finestra di scrittura è comparso il simbolo della sterlina (£). Basta cliccarlo e allegare i soldi da inviare. Una volta ricevuto il denaro, questo sarà inserito all'interno del proprio account; in un secondo momento potrà essere trasferito sul conto collegato, inviato ad altri utenti o, in alternativa, speso all'interno di Google Play, il negozio virtuale di Mountain View. Bisogna ancora attendere per sapere se il servizio sarà disponibile anche nel nostro Paese. Da Google Italia spiegano che la novità, per il momento, riguarda soltanto l'utenza inglese. Ma non è difficile immaginare che possa essere presto estesa a tutti i possessori di un account Gmail (disposti a consegnare a Google le proprie coordinate bancarie).
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Tetto massimo
Il file allegato con la valuta digitale può essere ricevuto anche da chi non ha un account con il servizio di posta elettronica di Google. Tuttavia, per mandare (e ricevere) il denaro è necessaria l’iscrizione a Google Wallet, il «portafoglio digitale» di Mountain View, collegato ad una carta o un conto bancario. Il tetto massimo della transazione? 5mila sterline (circa 6.600 euro), per un massimo di 10mila in cinque giorni. I trasferimenti possono essere effettuati solo tra conti bancari del Regno Unito. La novità ha in ogni caso le potenzialità per rivoluzionare i pagamenti online. E dare filo da torcere a PayPal e Apple Pay.

30 gennaio 2015 | 14:33

Enigma, la macchina nazista al Museo Leonardo da Vinci

Corriere della sera
di Giovanni Caprara

L’esemplare utilizzato in Italia risale al 1937. Donato da una mecenate milanese

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I prodigi di Alan Turing si possono incontrare anche a Milano. Dopo aver visto il film «The Imitation Game» che racconta la magnifica e tragica storia del grande matematico britannico, l’emozione della stupenda pellicola può continuare varcando la soglia del Museo nazionale della scienza e della tecnologia «Leonardo da Vinci» soffermandoci davanti alla macchina Enigma protagonista del film assieme allo scienziato. Turing riuscì a decifrare i codici generati da Enigma che le forze armate tedesche impiegavano nella trasmissione dei messaggi.

Nascosto con il suo gruppo di crittografi nella casa di campagna di Bletchley Park a 75 chilometri da Londra, riuscì a costruire la macchina «Bomba» con la quale decrittava velocemente i codici germanici anticipando gli eventi e annullando l’efficacia delle azioni belliche nemiche. Così gli alleati riuscirono a vincere la Battaglia dell’Atlantico provocando la disfatta dei temibili sommergibili U-boats. Ma non solo. Su tutti i fronti le informazioni carpite portarono alla vittoria degli alleati mentre Hitler non ne comprendeva la ragione. Pure il successo dello sbarco in Normandia che segnò il crollo definitivo di Berlino aveva radici a Bletchley Park, dove si riuscì a capire la dislocazione delle forze da affrontare nel D-Day.

La macchina Enigma
La macchina Enigma 
La macchina Enigma 
La macchina Enigma 
La macchina Enigma
 
La macchina Enigma Un esemplare della macchina Enigma sconfitta dall’intelligenza di Alan Turing arrivò al Museo milanese grazie alla donazione di una generosa signora milanese, Lina Galeazzi, nel 1987. Anche se non sono rimaste tracce del misterioso percorso compiuto dallo strumento si sa che risale al 1937 e di certo era stata utilizzata in qualche ufficio della Penisola.

I segnali codificati provenienti dall’Italia erano infatti diventati di grande interesse a partire dal 1935 durante la guerra in Abissinia, e da allora lo Stivale diventava un’area di continua sorveglianza. Da Bletchley Park seguivano soprattutto i messaggi legati al traffico navale e fu così che la Royal Navy riuscì a conquistare prima la vittoria di Taranto e poi quella più importante di Capo Matapan nel 1941, tanto che l’ammiraglio Sir Andrew Cunningham, comandante della flotta nel Mediterraneo, andò personalmente nella segretissima residenza per congratularsi con i crittografi fornitori delle preziose indicazioni.

La macchina Enigma era stata inventata nel 1918 da Arthur Scherbius che la produsse in varie versioni ad uso commerciale. Ma continuò poi a perfezionarla attraendo l’interesse dei militari che l’acquisirono facendone una vera arma da guerra. Inizialmente il modello utilizzato in Italia era appunto di tipo commerciale, ma dal 1940, dopo l’adesione al conflitto, arrivarono versioni più elaborate.

Enigma è adesso esposta nella mostra «Tecnologie che contano» dedicata ad Alan Turing e alle macchine da calcolo. «Era stata aperta nel 2012 in occasione dei cento anni dalla nascita del matematico per ricordare l’eccezionale figura e uno dei più celebri padri dell’informatica - nota Fiorenzo Galli, direttore generale del Museo -. Ma l’abbiamo mantenuta per due ragioni. La prima per testimoniare l’importante ruolo di un pioniere di un mondo che oggi è la nostra dimensione quotidiana. In secondo luogo perché la mostra rappresenta un embrione della futura nuova sezione di informatica per la quale ci stiamo preparando e che non può mancare in un moderno museo della scienza e della tecnologia».

Sempre nel 2012 il Teatro Il Piccolo ospitava, tra l’altro, il bellissimo spettacolo teatrale «Turing a staged case history» ideato e diretto da Maria Elisabetta Marelli, parti del quale si possono rivedere sul sito www.turingcasehistory.net dedicato al grande britannico. Ma Enigma e Turing ci portano anche nel futuro. L’illustre scienziato dell’Università di Cambridge, durante un biennio trascorso all’Università americana di Princeton, scrisse un documento che rimase alla base dell’intelligenza artificiale. Da allora il sogno che lui accese è diventato sempre di più una delle più affascinanti prospettive per il nostro domani.

29 gennaio 2015 | 14:48

Regione, l’elenco degli ex consiglieri che hanno riscattato i contributi

Corriere della sera
di Andrea Senesi

Sono 129, tra i quali l’attuale ministro Martina, Renzo Bossi e Nicole Minetti

C’è un’altra lista, oltre a quella dei 53 ex consiglieri che hanno fatto ricorso contro la legge taglia vitalizi. È un elenco ancora più lungo che contiene i nomi dei politici transitati dal Pirellone che alla pensione hanno «rinunciato», chiedendo (e ottenendo) però indietro i contributi versati durante gli anni di mandato. Sono 129. Dalla «A» di Albertoni (Ettore, Lega Nord, 142 mila euro restituiti sull’unghia) alla «Z» di Zuffada (Sante, Pdl, 244 mila euro di contributi risarciti).

Gli ex consiglieri regionali che hanno chiesto la restituzione dei contributi 
Gli ex consiglieri regionali che hanno chiesto la restituzione dei contributi 
Gli ex consiglieri regionali che hanno chiesto la restituzione dei contributi 
Gli ex consiglieri regionali che hanno chiesto la restituzione dei contributi 
Tutto in regola
Tutto in regola, sia chiaro. Fino alla scorsa legislatura funzionava così (per gli eletti in carica i vitalizi sono stati cancellati): il consigliere (o l’assessore) che terminava il mandato sui banchi del Pirellone aveva davanti a sé due possibilità: aspettare i 60 anni d’età (ora portati a 66) per percepire la pensione (nel frattempo robustamente rivalutata rispetto ai contributi versati) oppure passare alla cassa subito, chiedendo la restituzione di quanto versato. Pochi soldi (si fa per dire), maledetti e subito. In questo caso, ovviamente, addio vitalizio. Il paperone per ora è Massimo Buscemi, assessore alla Cultura nell’ultima giunta Formigoni, che ha (ri)portato a casa 358 mila euro, ma il bergamasco Marcello Raimondi rischia di superarlo: ha fatto richiesta per la restituzione di 378 mila euro. Da segnalare anche il caso di Elisabetta Fatuzzo, da anni eletta al Pirellone sotto le insegne del Partito pensionati. Lei alla sua pensione ha rinunciato, ricavandone però in cambio 348 mila euro.
Le «star»
Nell’elenco anche le «star» della scorsa legislatura: Renzo Bossi (con «soli» 55 mila euro per il suo scorcio di legislatura) e Nicole Minetti con 79 mila restituiti. C’è anche un pezzettino di governo Renzi tra i 129. Il ministro Maurizio Martina (Pd) s’è fatto ridare gli 88 mila euro di contributi versati e il sottosegretario Luciano Pizzetti (Pd anche lui) i suoi 207 mila. Nel tutti contro tutti che si è scatenato al Pirellone intorno alla questione vitalizi, ai 129 in queste settimane devono essere fischiate le orecchie. I colleghi, che alla pensione non hanno rinunciato e che ora se la vedono tagliare del 10 per cento, li hanno tirati in ballo non più tardi di ieri. «A loro un contributo di solidarietà non è giusto chiederlo?». E i politici in carica? Per loro niente più possibilità di pensione, ma i contributi che precedentemente venivano accantonati per il vitalizio se li sono comunque ritrovati in busta paga.

Morto per l’Isis, beffa per la moglie ora deve pagargli anche le tasse

Corriere della sera

Il Comune di Longarone non riconosce il decesso del combattente islamico andato in Siria col figlioletto

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(Belluno) E’ morto un anno fa ad Aleppo, combattendo quella guerra santa che lo ha convinto a lasciare la sua nuova vita in Italia per arruolarsi nell’esercito del Califfato in Siria. E’ morto per i suoi familiari, per l’intelligence internazionale e per il ministero dell’Interno, che nella lista dei «foreign fighters» («combattenti stranieri», figli di musulmani di terza e quarta generazione che combattono con in milizie terroriste) lo ha classificato come deceduto. Ma Ismar Mesinovic non è morto per il Comune di Longarone e perciò la moglie Lidia Solano Herrera potrebbe dover pagare le spese per gli adempimenti fiscali della sua partita Iva da artigiano, ai quali l’uomo non ha ottemperato.

La Herrera vive una vicenda kafkiana, stretta tra due mondi paralleli, quello della burocrazia ottusa e quello reale fatto di disperazione e dolore. Perché quel viaggio senza ritorno verso la Siria Ismar lo ha fatto con il figlioletto Ismail, di poco più di 3 anni, da allora sparito nel nulla. «Vivo dilaniata dal dolore di non sapere dov’è mio figlio — spiega la donna in lacrime — e con il terrore che ne facciano un soldato bambino, di non vederlo mai più. E ora devo affrontare anche questa situazione assurda. Sono stremata, vi prego aiutatemi». La sua è una vita sospesa, nella speranza che dalle indagini su Ismail arrivino sviluppi. Ma intanto, Lidia deve continuare a vivere da moglie, e non da vedova, di Ismar.

L’uomo, che nel Bellunese faceva l’imbianchino, aveva una partita Iva che Lidia vorrebbe chiudere, perché implica scadenze cui Ismar non può più ottemperare e che costringerebbero la consorte a pagare tasse e sanzioni che potrebbe evitare. Ma non può, il Comune si rifiuta di rilasciarle il certificato di morte per il marito, come spiega l’avvocato della donna Aloma Piazza: «L’ufficio Anagrafe ne sta facendo una questione strettamente formale e burocratica: poiché Ismar non è morto a Longarone e non c’è il suo cadavere, non intende rilasciare il certificato di morte. Essendo l’uomo nato e deceduto all’estero, il Comune non vuole neppure trascrivere eventuali certificati di morte che dovessero arrivare dalla Bosnia o dalla Siria».

Tutto questo nonostante le prove raccolte dalle forze di polizia e il riconoscimento fotografico da parte della moglie del cadavere dell’uomo siano stati sufficienti al Viminale per classificare Mesinovic come «foreign fighters deceduto». La moglie non può fare altro che ricorso al tribunale di Belluno, ma rischia di dover avviare un procedimento per il riconoscimento della morte presunta. «Iter che richiede 10 anni — conclude il legale — ed è sbagliato. Non stiamo parlando di una persona scomparsa ma di un uomo senza dubbio morto. Vorremmo che il Comune, che può farlo, agisse in autotutela certificandone il decesso, dimostrando comprensione per la moglie e il suo dolore. Perché l’unica persona scomparsa in questa triste vicenda è purtroppo il piccolo Ismail».


30 gennaio 2015

Sergio Mattarella, il moralista con lo scheletro nell'armadio

Libero
 
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L’eventuale ascesa di Sergio Mattarella al Quirinale ci ridarà un quaresimalista dello stampo di Oscar Luigi Scalfaro. Mattarella è pio, schivo, incapace di sorriso. Sul Colle lo vogliono i democristiani del Pd. In prima linea, Rosy Bindi che con lui, negli anni di Tangentopoli, liquidò in un amen la Dc, forzando la mano al mogio segretario, Mino Martinazzoli. Ne derivò il Ppi, che nacque esangue, morì in fasce e fu sepolto senza lasciare traccia.

Questa fragranza di crisantemi inquadra perfettamente il giro di Mattarella. È quello dei «basisti», variante della Dc di sinistra (l’altra era morotea), il più noto dei quali è l’irpino, Ciriaco De Mita. L’anima della stirpe fu però lombarda. Capostipite era il senatore bresciano Franco Salvi, ormai defunto. Costui indossava il cilicio, era cupo ed ebbe il soprannome di «2 novembre». Salvi clonò un gruppo di identici a lui: l’on. Pietro Padula, detto «bonjour tristesse», il sen. Martinazzoli noto come «cipresso», l’on Tarcisio Gitti, soprannominato «cripta». Di tutti si è persa la memoria. Questi sono gli antenati spirituali del settantatreenne Mattarella, reperto di un mondo scomparso.

Va detto a onore di Sergio – chiamato Sergiuzzo nella sua infanzia palermitana – di avere capito quasi per tempo che la politica del Duemila non era più per lui. Nel 2008 se ne andò dal Parlamento per usura, essendoci entrato nel 1983. Durante le sette legislature fu prima dc, poi Margherita, infine pd. È stato più volte ministro – nei governi Goria, De Mita e Andreotti alla fine degli anni ’80 – e addirittura vicepresidente del Consiglio con il D’Alema I (1998-1999). Il suo maggiore exploit fu l’invenzione del Mattarellum, dal suo nome latinizzato per burla dall’indignato politologo Giovanni Sartori.

È il sistema elettorale – parte maggioritario (70 per cento), parte proporzionale (30), con sbarramento al 4 per cento – che incarna il tipico modo dc di conciliare gli opposti con un colpo al cerchio e uno alla botte. Il meccanismo fu paragonato all’ornitorinco, mammifero australiano col becco d’anatra, mani di scimmia, coda di foca. Col Mattarellum si votò tre volte, nel 1994, 1996 e 2001, con vittorie ripartite tra destra (due) e sinistra. Messo alla prova, il sistema se la cavò. Tanto che oggi, paragonato al Porcellum di Roberto Calderoli che lo sostituì, è perfino rimpianto.

Lasciato il Parlamento, Sergiuzzo dimostrò di non essere il tipo che resta appiedato senza una poltrona. Entrò subito nel Cpga, il Csm dei giudici amministrativi, incarico di nicchia, come si usa dire, ma discretamente remunerato. Poi, puntò direttamente alla Corte Costituzionale che è la più bella poltrona che ci sia. Dura nove anni, più di ogni alta carica; sei rispettato come un dio, pagato come un principe, intoccabile come un re, in un vorticare di auto blu, autisti, segretari e privilegi vari.

La nomina è stata però laboriosa. Candidato dal Pd, fu eletto il 6 ottobre 2011 dal Parlamento in seduta comune. Avrebbe dovuta farcela alla prima votazione perché c’era l’accordo col Berlusca. Ma si misero di traverso, radicali, Idv e un pezzo del Pd che voleva Luciano Violante, cioè un comunista vero invece di un ex dc. Bisognò così attendere la quarta votazione, in cui basta la maggioranza semplice. Essendo però incerti i numeri, il Pd, per sicurezza, precettò perfino una puerpera di appena due giorni, ordinandole la tassativa presenza in Aula. La ragazza, allora ancora ignota ai più, era Marianna Madia. La scheda della fatina fu quella decisiva per l’elezione. Mattarella ebbe giusto 572 voti, uno più del quorum.

Il volo di Sergiuzzo cominciò il giorno in cui Piersanti, suo fratello maggiore e presidente della Regione Sicilia, fu assassinato dalla mafia. Era il sei gennaio del 1980 e l’attentato avvenne di fronte allo studio dei Mattarella in via Libertà a Palermo. Sergio, che aveva assistito impietrito all’omicidio, soccorse il fratello che morì tra le sue braccia in ospedale. In quell’istante decise di raccogliere il testimone e continuare la tradizione politica cominciata col padre Bernardo, moroteo, più volte ministro nel dopoguerra, gran notabile che convisse senza urti con la mafia. Contrariamente a Piersanti che, infatti, ne fu ucciso e di Sergiuzzo che dell’antimafiosità ha fatto il suo vessillo corredandola di altre virtù: moralità politica, trasparenza, severità dei costumi.

Il segretario dc, De Mita, lo prese sotto la propria ala e gli spianò una carriera coi fiocchi che, da allora, antepose all’insegnamento del Diritto Parlamentare nell’Università di Palermo. Nel 1983, come sappiamo, divenne deputato e l’anno dopo fu per tre anni il plenipotenziario demitiano in Sicilia. In questa veste, inventò la figura di Leoluca Orlando facendolo sindaco di Palermo. Ce l’avrà per sempre sulla coscienza. Leoluca era ancora un placido dc ma la promozione gli dette al cervello. Divenne un compulsivo antimafioso e il prototipo di chi su questo imbastisce la carriera, finendo per accusare di connivenza perfino Giovanni Falcone.

Con gli anni ’90, comincia per Sergiuzzo la lunga marcia contro il Cav. Fu, anzi, un antemarcia poiché lo combatté prima ancora che entrasse in politica. Ministro dell’Istruzione di Andreotti, si dimise nell’istante stesso in cui il Parlamento approvò (luglio ’90) la Legge Mammì che manteneva le tre reti delle tv Fininvest, anziché ridurle a una come desiderava De Mita. Con lui, abbandonarono il governo Fracanzani, Misasi, Mannino e Martinazzoli, seguaci dell’irpino.

Quando poi, nel ’94, il Cav scese in campo, Sergiuzzo s’incattivì in quel modo cattolico, come la Bindi e Scalfaro, che non lascia scampo: con la totale consacrazione della propria vita alla distruzione del nemico. Nel ’95 ruppe con Rocco Buttiglione che, da segretario, voleva portare il Ppi nell’orbita del centrodestra e lo irrise come «el general golpista Roquito Buttillone». Negli anni in cui il Berlusca governò, definì «indecenti» le sue leggi affermando che i «ministri vanno in Parlamento solo quando c’è da votare leggi a favore del premier».

Ebbe poi un travaso di bile il giorno in cui Fi entrò nel Ppe, sembrandogli sacrilego che lui della Margherita dovesse stare sotto lo stesso tetto. «È un incubo irrazionale», affermò, come se ci fossero incubi razionali. Brigò al punto che la sinistra dc uscì dal Ppe per non infettarsi. Inutile dire che tanto livore non è il migliore lasciapassare per il Quirinale.

Per concludere, Mattarella è un moralista. Come spesso accade con costoro, anche lui è inciampato. Negli anni ’90, fu rinviato a giudizio per finanziamento illecito, accusato dall’imprenditore siciliano Filippo Salamone di avere intascato cinquanta milioni di lire, più buoni benzina. Sergiuzzo giurò: «Il contributo non è mai esistito». Era falso. Messo alle strette, ammise la benzina, non i soldi. Se la cavò per il rotto della cuffia: l’imprenditore non fu creduto e i buoni, per un valore di tre milioni, furono giudicati veniali. Assolto. Ma la bugia resta e per il Colle pesa.

di Giancarlo Perna

Papa Sergio (zero tituli)

La Stampa

massimo gramellini

Al confronto Monti era il carnevale di Rio. Ho guardato e riguardato l’unica intervista a Sergio Mattarella disponibile su YouTube, ambientata su un divano a fiori non vivacissimi. In quattro anni ha ricevuto zero commenti. Questo è il primo. Argomento della conversazione, il ruolo della cultura. Il Presidente designato della Repubblica parla per sei minuti senza mai variare il tono della voce né muovere un muscolo del volto. A metà, per alleggerire, racconta una storiella del quarto secolo avanti Cristo. La sua dialettica è un riuscito mix tra la verve di Forlani e l’immediatezza di De Mita. «Credo che il bombardamento commercializzato di modelli di vita cui oggi siamo sottoposti abbia agevolato e accresciuto, se non la tendenza, il pericolo di un abbassamento dei valori di riferimento».

Intendeva dire, con qualche ragione, che le tv di Berlusconi ci hanno lietamente rimbecillito. Però, vuoi mettere. Oltre a Epitteto e Aristippo, che non sono due nazionali brasiliani, cita l’amato san Francesco. Non è difficile immaginare che le sue prime mosse sul Colle sarebbero il distacco delle prese dei televisori e l’abbassamento della statura dei corazzieri per risparmiare sulla stoffa delle divise. Dimezzerebbe i costi, gli sprechi e gli aggettivi, imponendo la dieta Bergoglio a tutto il Quirinale. Da cittadino un Presidente così mi entusiasma. Da giornalista mi getta nella disperazione più cupa. Per dirla alla Mourinho, Mattarella ci darà «zero tituli». Confido nell’effetto inebriante della carica, ma nel dubbio comincio a ripassare Aristippo.

 L’intervista a Sergio Mattarella dell’ottobre 2010

Morta McCullough, l'autrice di «Uccelli di rovo»: best seller da 30 milioni di copie

Il Messaggero

La scrittrice australiana Colleen McCullough, soprannominata la regina di «Uccelli di rovo», suo bestseller planetario, è morta ieri pomeriggio in un ospedale della piccola isola di Norfolk, nell'oceano tra l'Australia e la Nuova Zelanda, all'età di 77 anni. Era diventata cieca per una forma degenerativa maculare, diagnostica nel 2004, e da tempo viveva su una sedia a rotelle.








L'annuncio della scomparsa è stato dato dal «Sydney Morning Herald». McCullough viveva dal 1988 sull'isola di Norfolk, abitata da circa 2.000 anime, in gran parte discendenti dei marinai ammutinati del Bounty, dove aveva sposato Ric Robinson. Autrice di 25 romanzi, il suo libro più famoso è «Uccelli di rovo» del 1978 da cui venne tratta, nel 1983, la popolare miniserie tv con Richard Chamberlain e Rachel Ward: racconta la storia della famiglia australiana dei Cleary, dai primi del '900 e l'intensa storia d'amore proibita tra la giovane Maggie e il reverendo Ralph de Bricassart.

«Uccelli di rovo» ha venduto oltre 30 milioni di copie nel mondo. Colleen McCullough ha scritto molti altri romanzi di successo, pubblicati in Italia da Rizzoli e quasi tutti disponibili nel catalogo Bur. Tra i più recenti, «La morte in più», «Cleopatra», «Come la madre» e «L'indipendenza della signorina Bennet».