domenica 25 gennaio 2015

Anno giudiziario, le toghe contro il premier: “Vuole farci crepare di fatica sul lavoro”. Ira di Renzi: “Hanno perso il contatto con la realtà”

La Stampa

andrea rossi, paola italiano, davide lessi (agb)


La magistratura attacca: “I processi lumaca ci costano 70 milioni l’anno”. Canzio: la ’ndrangheta ha occupato il Nord. Critiche al governo da Torino e Bologna. L’Anm: «Il problema è chi intasca tangenti». Il pg di Roma: infiltrazioni criminali nel calcio

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L’affondo del procuratore generale di Torino Marcello Maddalena sulla riforma che «ha brutalmente e malamente ridotto le ferie dei magistrati» ha «profondamente amareggiato» il premier Matteo Renzi, che si è sfogato così con i suoi: «Accusarci di voler far crepare i magistrati per una settimana di ferie in meno significa che hanno un disegno o più semplicemente che hanno perso il contatto con gli italiani che lavorano».

Nel discorso di inaugurazione dell’Anno giudiziario, Maddalena aveva commentato: «Evidentemente il presidente del consiglio non ha trovato niente di meglio che ispirarsi al personaggio di Napoleone della Fattoria degli animali di orwelliana memoria, che aveva scoperto per tutti i problemi della vita il grande rimedio: lavorare, anzi, far lavorare gli altri, di più. Fino a farli crepare di fatica, come il cavallo Gondrano, morto sul lavoro senza riconoscimenti pensionistici e senza neppure una dignitosa e onorata sepoltura. Ecco. Il primo grande rimedio del nuovo governo è consistito nel costringere i magistrati a lavorare di più magari nella prospettiva, non certo nell’auspicio, che facciano la stessa fine di Gondrano (morire sul lavoro)».

ATTACCHI AL GOVERNO ANCHE A BOLOGNA

Attribuire la lentezza della giustizia italiana alle ferie dei giudici è uno «sconsolante accostamento», dice il presidente della Corte di Appello di Bologna, Giuliano Lucentini, nella conclusione della sua relazione. Lucentini ha parlato del pericolo «che corre il Paese se i suoi giudici sono delegittimati». Ha detto di aver pensato «che, finito un certo periodo di tempo, le cose potessero cambiare. Certo, non siamo più additati come disturbati mentali, non si dice più che taluni di noi - quelli stessi, per vero, impegnati in ben noti processi - sono mafiosi, criminali, irresponsabili». Però, ha proseguito, «mi sbagliavo, perché le cose sono sostanzialmente rimaste quelle di prima. Quello che è cambiato è solo il metodo, che è diventato mediaticamente più sottile, e dunque di maggior suggestivitá».
Il debito che lo Stato italiano ha accumulato negli ultimi dieci anni per risarcire gli imputati a causa dell’eccessiva durata dei processi è 723 milioni di euro.

A comunicarlo è il capo del Dipartimento di organizzazione giudiziaria Mario Barbuto all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Torino, intervenendo per conto del ministro Orlando. Di questa montagna di denaro, causata dalle lungaggini dei procedimenti - dovute tra le altre cose alle carenze di organico nei tribunali- ben 407 milioni sono ancora da pagare. Dal 2001, per effetto della legge Pinto, gli imputati hanno diritto a pretendere il risarcimento del danno patrimoniale causato dal dilatarsi dei tempi del giudizio. Questi 723 milioni non sono l’unico debito che lo Stato ha con i cittadini. Ci sono anche i 35 milioni frutto delle quasi mille domande di risarcimento accolte nel 2014 per le ingiuste detenzioni: cittadini che sono stati portati in carcere e in seguito sono stati assolti o prosciolti. Dal 1991 lo Stato ha pagato 580 milioni risarcendo 23.226 cittadini.

DATA JOURNALISM: Quanto paghiamo gli errori della giustizia?

CERIMONIE IN TUTTA ITALIA

Per le cerimonie di inizio dell’anno giudiziario non sono mancati gli interventi dei magistrati in tutta Italia. Da Milano, dove il presidente della Corte d’appello Giovanni Canzio ha denunciato “l’occupazione del Nord” da parte della ’ndrangheta e ha definito «evitabile» l’audizione dell’ex capo dello Stato Napolitano al processo Stato-Mafia, a Roma - il procuratore generale ha evidenziato le «infiltrazioni criminali del calcio -, fino a Palermo dove il pm Nino Di Matteo ha preferito non commentare le parole di Ivan Marino sulla «pericolosissima esposizione al rischio di alcuni pm che finisce per isolare e scoprire i magistrati». E non sono mancate le critiche ai progetti di riforma della giustizia portate avanti dal governo Renzi, specie a Torino e Bologna per il caso ferie. Da Bari si fa sentire il segretario nazionale dell’Associazione nazionale magistrati Maurizio Carbone: «Respingiamo fortemente questa idea demagogica che il problema della giustizia siamo noi magistrati e non di chi intasca le tangenti»

IL MINISTRO ORLANDO A GENOVA

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Il guardasigilli Andrea Orlando è intervenuto a Genova: «In tempi di crisi economica una giustizia inefficiente rallenta ulteriormente la crescita». «Dare centralità nuovamente allo Stato - ha detto ancora Orlando - significa anche rendere di nuovo forte la sua funzione di garanzia dei diritti e di risoluzione dei conflitti tra i privati. Il Governo ha posto con forza il tema della giustizia civile» ha sottolineato il Guardasigilli «perché rappresenta il terreno di contatto quotidiano tra cittadino e amministrazione della giustizia.

La sua inefficienza contribuisce al crollo del senso di legalità e alla sfiducia nel sistema giudiziario». Dal Guardasigilli arriva anche un omaggio a Napolitano: «Non posso non ringraziare anche in questa sede il presidente emerito, riferimento costante della vita democratica in questa difficile fase del Paese. Un sentimento di gratitudine gli va rivolto per la sua costante azione di stimolo verso la riforma e l’autoriforma della giustizia».

DA BARI IL J’ACCUSE DEI MAGISTRATI

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«Respingiamo fortemente questa idea demagogica che il problema della giustizia siamo noi magistrati e non di chi intasca le tangenti». Da Bari, a margine della cerimonia, è Maurizio Carbone, segretario nazionale dell’Anm a lanciare il J’accuse in una conferenza stampa convocata contro la riforma della giustizia che prevede la responsabilità civile dei magistrati, Carbone ha parlato di «riforme banalizzate con slogan che ancora una volta hanno messo al centro del problema noi magistrati, attribuendoci colpe che non sono nostre per nascondere l’inadeguatezza di queste riforme». I magistrati esprimono «assoluta insoddisfazione».

TENSIONI TRA PM A MILANO

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Lo scontro all’interno della Procura di Milano tra il “capo” Edmondo Bruti Liberati e l’aggiunto Alfredo Robledo, si è riproposto stamane anche all’inaugurazione dell’anno giudiziario milanese. Infatti, Bruti Liberati, bersagliato dai flash dei fotografi e immortalato anche dalle riprese delle telecamere, quando ha fatto ingresso nell’aula Magna del Palazzo di Giustizia per la cerimonia era circondato da tutti i suoi aggiunti con l’unica eccezione di Robledo.

A parlare il presidente della Corte d’appello di Milano, Giovanni Canzio, che ha sottolineato la «dura prova» della testimonianza di Napolitano al processo Strato-Mafia: «Si poteva risparmiare al Capo dello Stato, alla magistratura stessa e alla Repubblica». Il presidente ha anche evidenziato lo «sconcerto» nell’opinione pubblica per le assoluzioni nei casi Cucchi, Berlusconi, sisma dell’Aquila ed Eternit e l’allarme per «l’occupazione del Nord» da parte della ’ndrangheta. Attenzione anche al rischio fondamentalismo in occasione dell’Expo.

«CRIMINALITA’ ORGANIZZATA NEL CALCIO»

«Crea forte preoccupazione l’infiltrazione della criminalità organizzata nel mondo del calcio, come emerge da una serie di episodi e di inchieste giudiziarie avviate di recente». A lanciare l’allarme è il procuratore generale di Roma, Antonio Marini. «Con le cifre folli che girano ormai da qualche anno, il calcio è diventato un grande business, ma è anche una potentissima arma di consenso e di coesione sociale, elementi di cui la criminalità è alla costante ricerca, spiega il pg, che ricorda come «in questi ultimi anni i rapporti con la criminalità organizzata siano diventati sempre più stretti e connotati da ambiguità, soprattutto quelli con le tifoserie degli ultras».

DI MATTEO: «NON COMMENTO INTERVENTO DI MARINO»

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A Palermo, invece, il presidente reggente della Corte d’appello Ivan Marino ha lanciato l’allarme sicurezza per i magistrati affermando che «la pericolosissima esposizione al rischio di alcuni pm finisce per isolare e scoprire i magistrati della giudicante». Nessuna replica da parte del Nino Di Matteo, pm da anni nel mirino della criminalità organizzata. «Non voglio commentare le dichiarazioni del presidente reggente». Di Matteo, titolare del procedimento della trattativa Stato-mafia, non è presente ala cerimonia essendo, a quanto pare, impegnato in attività professionali fuori dal palazzo di giustizia. Assenti anche gli altri magistrati che rappresentano l’accusa al processo sui presunti patti tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra. 

Germania, un tribunale autorizza gli uomini a fare la pipì in piedi

Corriere della sera
di Elmar Burchia

La sentenza dopo una disputa legale tra un padrone di casa e un inquilino «accusato» di aver rovinato il pavimento del bagno attorno al wc proprio per questa «abitudine»

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Gli uomini devono fare pipì in piedi o seduti? Il curioso dibattito si è acceso in queste settimane in Germania a causa di una sentenza di un tribunale tedesco. Tutto è nato da uno scontro legale tra un affittuario e il suo padrone di casa sui «danni» causati dal primo nel bagno di casa proprio per l’abitudine di fare la pipì in piedi. Ma andiamo con ordine.
Il caso del pavimento di marmo
Siamo Düsseltal, quartiere bene di Düsseldorf, in Germania. Nel febbraio dell’anno scorso, un 32enne direttore finanziario e la sua ragazza decidono di traslocare. Prima di riconsegnare il lussuoso immobile preso in affitto, chiedono indietro il deposito cauzionale lasciato al padrone di casa: circa 3.000 euro. Ma invece di rivedere l’intera cifra, il padrone comunica loro che ne avranno solo un terzo. Il motivo? Il prezioso pavimento in marmo nella stanza da bagno era stato danneggiato, intorno alla tazza, per l’abitudine dell’inquilino di «fare pipì in piedi». Il danno: quasi 2mila euro, che lo scrupoloso padrone di casa ha prontamente detratto dalla cauzione. Il 32enne ha però deciso di citarlo in giudizio.

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Con successo. Il tribunale che ha esaminato il caso gli ha infatti dato ragione. «Orinare in piedi è una pratica molto comune per gli uomini - si legge nella sentenza - Colui che ancora esercita questa usanza, deve considerare frequenti e a volte forti conflitti con i coinquilini - in particolare con le donne di casa -, ma non può essere chiamato a rispondere di un danneggiamento del pavimento della stanza da bagno». Di più: il padrone di casa - ha puntualizzato il giudice - avrebbe dovuto segnalare al proprio affittuario la delicatezza di quel pavimento di marmo.
Abitudini
In Germania, Austria e molti Paesi nordici, molti uomini preferiscono sedersi invece che restare in piedi quando urinano. Vuoi per scelta personale, comodità o educazione. Nelle toilette pubbliche (e private) in Germania non è insolito trovare degli avvisi di colore rosso, simili a dei segnali stradali, che proibiscono di fare la pipì in piedi. Esiste anche un termine per coloro che effettivamente rispettano tale regola: «Sitzpinkler», che però sottintende un atteggiamento non particolarmente «virile».

24 gennaio 2015 | 23:06

La vera storia della balena di Twitter

La Stampa
antonino caffo

Per sei anni ha accompagnato i messaggi di errore causati dal sovraccarico dei server. Ecco cosa si nasconde dietro un’immagine diventata cult

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Per molti è stato il messaggio d’errore più carino della storia dell’informatica, almeno fin quando è esistito. Verso la fine del 2013 infatti Twitter ha deciso di fare a meno della sua balena sorridente alla quale per sei anni era stato affidato il compito di avvisare gli utenti durante i problemi di sovraccarico della piattaforma.  Al suo posto è rimasto solo un testo che assieme ad alcuni robottini informa del disagio momentaneo con la promessa di un rapido ripristino. Dopo poco più di un anno dall’abbandono della balena bianca ecco venire a galla la curiosa storia della sua nascita e dell’adozione da parte del microblog più famoso al mondo.

Come molti sanno il disegno originale è frutto dell’artista cinese Yiying Lu che lo aveva realizzato qualche anno prima come biglietto d’auguri per una festa di compleanno. Il titolo originale dell’opera è Lifting a Dreamer, letteralmente ‘Sollevando un sognatore’, titolo con cui Lu spiega il potere dei sogni di far alzare chiunque da terra, trasportato dalle ali della fantasia.

In realtà nel disegno di Lu a far prendere quota all’esemplare di beluga non è solo la fantasia ma otto uccellini arancioni, parenti molto stretti del volatile blu che è da sempre l’icona di Twitter. Per realizzarlo Yiying Lu non si è ispirata al social network ma alla sua fantasia. La storia racconta che un membro del team di Twitter vide l’opera navigando su un sito di immagini, uno di quelli dove i creativi caricano i loro lavori. Dopo averla proposta alla direzione, la balena bianca divenne il simbolo che tutti conosciamo.

Durante i suoi primi anni Twitter riscontrò non pochi problemi di connessione ai server e così la balena acquistò sempre più fama tra gli utenti. È del 2007 il primo tweet di Jen Simmons che parla del curioso disegno come della “balena dell’errore” (Fail Whale), termine che un anno dopo venne ripreso a da Nick Quaranto per poi entrare nel gergo comune degli iscritti. Con il passare del tempo però il beluga sognante divenne sempre meno presente grazie agli interventi infrastrutturali di Twitter: server più potenti assicuravano minori occasioni di errore e dunque un utilizzo ridotto della Fail Whale.

È qui che il vicepresidente degli ingegneri, Christopher Fry, decise di fare a meno del disegno e di utilizzare al suo posto un semplice testo con lo sfondo dei robot. Ma il lavoro di Yiying Lu non era finito. “Mi chiesero una nuova immagine che questa volta rappresentasse la rinnovata stabilità del social network – scrive dalle pagine del suo sito – scelsi un altro presunto abitante dell’acqua, il mostro di Loch Ness, alto e dal collo snello, opposto alla pesantezza della balena addormentata”.
Seppur sia sparita da Twitter la Fail Whale è rimasta nel cuore di tanti.

Ne sono un esempio le centinaia di rappresentazioni e gadget realizzati nel corso degli anni. Si va dalla balena Homer Simpson all’omaggio a Michael Jackson per finire a magliette, tazze e torte. C’è persino un’animazione in 8-bit che rifà il verso al famoso videogame Bubble Bubble . Per celebrare il pensionamento della sua creatura più famosa Yiying Lu ha realizzato un ultimo disegno in cui la balena bianca è finalmente felice tra le nuvole assieme ai suoi fidati uccellini.

Padroni in casa nostra: agli immigrati paghiamo Sky

Libero


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Ora mettiamo a disposizione dei profughi anche la pay tv per vedere la Coppa d’Africa: se Sky (più probabile) o Mediaset Premium, la scelta spetta a loro. Nel frattempo al centro Ceis di Vittorio Veneto, nel Trevigiano, gli antennisti sono al lavoro per far arrivare il segnale. Hanno già installato la parabola, ma la copertura è scarsa. La struttura si trova a Serravalle, in una zona d’ombra. E la tv continua a non funzionare. I tecnici, però, non disperano. Prima o poi, ne sono certi, gli immigrati - un centinaio, molti giovanissimi - potranno ammirare le gesta di Gervinho e compagni. In che modo, dicevamo - la rassegna viene trasmessa da Eurosport, canale visibile esclusivamente con un abbonamento alla pay tv - è una decisione degli ospiti.

«Devono discuterne tra loro» dice a Libero don Gigetto De Bortoli, responsabile della struttura. «È in atto una contrattazione. Solo così potranno crescere. Le dico» prosegue «che comunque l’abbonamento lo pagheranno di tasca propria. Questa è la mia posizione educativa». Don Gigetto specifica pure come gli immigrati riusciranno, secondo lui, a far fronte alle spese: «Non soltanto coi 2 euro e 50 che hanno a disposizione ogni giorno. Alcuni hanno dei soldi propri messi da parte». Anche se è difficile pensare che questi risparmi esistano davvero o siano comunque sufficienti a far fronte alla spesa. Per non dire, poi, che quei 2 euro e 50, sono comunque soldi passati agli immigrati dallo Stato italiano. Ma torniamo indietro di qualche giorno.

Nella struttura di Serravalle, sabato scorso, era successo il finimondo. Non erano bastate le proteste delle settimane precedenti per la scarsa varietà del cibo e la richiesta di piatti tipici del continente nero. Gli ospiti del centro trevigiano, una volta capito che non avrebbero potuto seguire la giornata inaugurale della manifestazione, avevano dato in escandescenze. Non volevano perdere nemmeno un minuto delle sfide tra Guinea Equatoriale e Congo (terminata 1 a 1) e tra Gabon e Burkina Faso (2-0). Ma non c’era niente da fare: il televisore non prendeva. Allora erano partite imprecazioni e si erano levati cori di dissenso. Gli immigrati avevano fatto talmente tanto casino che per riportare la calma era stato necessario l’intervento dei carabinieri.

Ai profughi, una volta ritrovata un po’ di tranquillità, non era rimasto che andare a dormire col dubbio di come fossero andate le due partite. L’indomani il segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Franco Maccari, oltre a esprimere tutta la propria indignazione per l’impiego di forze dell'ordine in una simile circostanza, era stato profetico: «Adesso chi di dovere si attiverà per dotare le strutture di abbonamenti alle tivù a pagamento». Il leader leghista, Matteo Salvini, si era invece sfogato su Facebook. Dove un utente, apprezzato da molti, aveva invitato la Boldrini ad accogliere a casa propria questi rifugiati: «Gli faccia vedere la partita e gli dia pizza, birra, pop corn e li lasci ruttare liberamente». In stile Fantozzi, insomma.

«Gli spalanchiamo le porte» tuona oggi il presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro (Lega) «e poi li ritroviamo in giro con le scarpe firmate e il cellulare. Adesso vogliono pure la pay tv. È una presa in giro senza fine. Evidentemente, per qualcuno, sono questi i veri problemi dell'Italia». Di fronte al centro d’accoglienza gli attivisti di Casapound hanno affisso uno striscione: «A loro vitto, alloggio e Sky e ai disoccupati chi ci pensa mai?». Durissimo l’ex sindaco di Vittorio Veneto, Gianantonio Da Re: «Il primo cittadino, renziano convinto, non dice nulla. Ma a che punto siamo arrivati? Pagheranno i profughi, dicono dalla struttura? Ma mi facciano il piacere! I profughi non pagheranno un c… . Pagheremo noi, come per ogni cosa».

di Alessandro Gonzato

Garibaldi e Giuseppina, un matrimonio durato una sola ora

Enrico Silvestri - Ven, 23/01/2015 - 18:43

Il 24 gennaio 1860 l'Eroe dei Due Mondi convolò a nozze con la Raimondi. Subito dopo un amico gli portò le prove certe dei suoi continui tradimenti. Lui chiamò la donna che confessò tutto e venne ripudiata su due piedi. La loro unione venne poi sciolta nel 1880

Passato alla storia come uno dei più abili condottieri militari, Giuseppe Garibaldi si distinse però, come indomito combattente, oltre che sul campo di battaglia anche sul talamo.
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Noto «tombeur de femmes», innumerevoli le sue conquiste, conobbe però su questo infido «teatro di guerra» una cocente sconfitta da Giuseppina Raimondi. Invaghitosi della ragazza, riuscì a convincerla a sposarla dopo sei mesi di serrato corteggiamento. I due convolarono a nozze il 24 gennaio 1860, ma l'unione durò un'ora sola. Subito dopo la cerimonia infatti uno dei numerosi amanti della giovane, gli presentò prove inconfutabili delle sue numerose relazioni, alcune protratte fino pochi giorni prima del matrimonio. La fedifraga, interrogata, non smentì le accuse e Garibaldi la ripudiò immediatamente, iniziando le pratiche di separazione, concluse solo nel 1880.

Garibaldi nel corso della sua vita, si comportò infatti con altrettanto ardore sui campi di battaglia e nell'alcova. La più celebre, e celebrata, relazione fu indubbiamente con la brasiliana Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, detta Anita, che il nizzardo conobbe nel 1839 quando lui aveva 32 anni e lei 18. Narra la leggenda che l'avrebbe vista attraverso un cannocchiale mormorando tra se: «Deve essere mia». Il loro matrimonio, da cui nasceranno quattro figli, durò fino al 4 agosto 1849, quando la donna morì nei presi di Ravenna.

In seguito, Garibaldi frequentò la nobile inglese Emma Roberts, la contessa Maria Martini della Torre, Paolina Pepoli, nipote di Gioacchino Murat, la baronessa inglese Maria Esperance von Schwartz. Da Battistina Ravello, sua cameriera a Caprera, l'eroe ebbe 1859 una figlia, Anna Maria Imeni, detta Anita. La bimba avrà come balia Francesca Armosino, che nel 1865 divenne la sua nuova amante e madre di altri tre figli. In questo tourbillon di sottane, nel giugno 1859 aveva però fatto la sua comparsa anche Giuseppina Raimondi, allora 18enne.

Figlia illegittima del marchese Giorgio Raimondi Mantica Odescalchi, fervente patriota, seguì il padre nel suo esilio svizzero, partecipando poi attivamente alle lotte per l'indipendenza italiana. Era una donna di grande temperamento che dimostrò anche avviando una vorticosa giostra di amanti. E forse anche per questo rifiuto la serrata corte dell'eroe iniziata nel giugno del 1859 quando gli apparve «come una visione». In particolare, in quel periodo la giovane frequentava due giovani garibaldini: il tenente Luigi Caroli e il maggiore Carlo Rovelli.

Dopo aver a lungo rifiutato le proposte di matrimonio, la Raimondi nel 1860 accettò inaspettatamente la proposta di matrimonio. Il nizzardo la raggiunse nella sua villa di Fino Mornasco e il 24 gennaio avvenne la cerimonia. Subito dopo però si presentò il maggiore Rovelli che presentò a Garibaldi la lista dei tanti amanti della donna, con cui aveva intrattenuto relazioni fino a pochi giorni prima del matrimonio. Il generale chiamò «a rapporto» la sposina che senza tanto imbarazzo confessò tutto e venne immediatamente ripudiata.

Le strade dei coniugi si divisero. Garibaldi tornò a Caprera dove iniziò l'ultima relazione della sua vita, appunto con la Armosino, mentre Giuseppina Raimondi continuò a collezionare amanti. Fino a quando nel 1880 la loro unione venne dichiarato nulla. Quello stesso anno l'eroe sposò la sua ultima compagna, mentre la sua ormai ex moglie convolò a nozze con con il patriota e avvocato Lodovico Mancini, suo cognato, dal quale ebbe la sua unica figlia, Nina. Mentre i due «sposi per un'ora», dopo quel burrascoso 24 gennaio, a quanto è dato di sapere, non si sarebbe poi mai più rivisti.

Il rischio islamizzazione pericoloso quanto i terroristi

Magdi Cristiano Allam - Dom, 25/01/2015 - 08:52

Troppe moschee, troppi centri religiosi: questa sfida la vinceremo se non ci limiteremo a dare la caccia agli attentatori. Va abbattuta la strategia dei "fedeli servitori di Allah"

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Altro che porgere l'altra guancia! L'ennesima decapitazione, l'ennesimo attentato sventato, l'ennesima strage di innocenti, l'ennesima rivelazione sul reclutamento di connazionali nelle fila dei terroristi islamici, l'ennesima scoperta di imam che predicano odio, violenza e morte nelle nostre moschee, l'ennesima identificazione di un sito jihadista che propaganda la loro guerra santa.

Ormai i «fedeli servitori di Allah» ci menano colpi bassi a ritmi da stordimento perenne. A meno che non ci siamo del tutto rincretiniti al punto da esserci rassegnati a sottometterci all'islam, votati al suicidio per pura vigliaccheria e senza neppure ambire in cambio al paradiso islamico con le 72 vergini eterne, è arrivato il momento di prendere atto che siamo in guerra e che in guerra si può vincere o perdere, ma non far finta che non ci riguardi.

Lezione numero uno. Saremo irrimediabilmente destinati a perdere la guerra scatenata dal terrorismo islamico fintantoché ci limiteremo a intercettare la punta dell'iceberg, ossia il singolo attentatore l'attimo prima che imbracci il kalashnikov, lanci una bomba o si faccia esplodere con una cintura imbottita. Innanzitutto perché i riscontri concreti per prevenire gli attentati sono pressoché inesistenti in una struttura che non è gerarchica ed è priva di una catena di comando, ma rassomiglia ad una piovra dai mille tentacoli dove ogni cellula è formata da un pugno di terroristi che concordano tutto direttamente senza lasciare tracce.

In secondo luogo perché la vera arma del terrorismo islamico privatizzato e globalizzata da Bin Laden è l'aspirazione al martirio. Dobbiamo ammettere che siamo del tutto disarmati di fronte alla lucida follia di chi, con il sorriso in bocca, ci dice «noi amiamo la morte così come voi amate la vita». In terzo luogo perché anche qualora dovessimo reprimere una singola cellula, resterebbero vive e attive tutte le altre centinaia votate a una guerra di logoramento, essendo ciascuna cellula del tutto autonoma.

Lezione numero due. Per vincere la guerra del terrorismo islamico dobbiamo distruggere l'iceberg, ossia la filiera dove, nel nome di Allah che s'incarta nel Corano ed emulando Maometto, si pratica il lavaggio di cervello che trasforma le persone in bombe umane la cui massima aspirazione è morire uccidendo il maggior numero possibile di nemici dell'islam.

Questa filiera si sostanzia di moschee, scuole coraniche, gruppi che indottrinano alla loro guerra santa e addestrano alle armi, mass-media e siti jihadisti. Concretamente significa che, se si intercetta - come è avvenuto recentemente a San Donà di Piave - un imam che invoca l'aiuto di Allah per annientare gli ebrei, non ci si deve limitare ad espellere l'imam, ma bisogna chiudere la moschea e denunciare il centinaio di fedeli che la frequentavano abitualmente perché erano parte integrante di un disegno eversivo.

Lezione numero tre. Questa guerra la potremo vincere solo decretando lo stato d'emergenza perché è ormai endogena, cioè si sviluppa all'interno dell'Europa, ed è autoctona, perché i terroristi sono cittadini europei, in un contesto di globalizzazione del terrorismo islamico.

Lezione numero quattro. Dobbiamo prendere atto che l'obiettivo di sottometterci all'islam, ottemperando alla volontà di Allah e all'esempio di Maometto, è condiviso da tutti i musulmani, anche se lo perseguono con mezzi diversi: la conquista fisica e mentale dell'Europa diffondendo in modo capillare le moschee, le scuole coraniche, gli enti assistenziali e finanziari islamici, i tribunali sharaitici, i centri studi, accreditando l'islam come religione di pari valore del cristianesimo ed affermando il reato di islamofobia;

la conquista demografica grazie al più elevato tasso di natalità che culminerà nell'avvento dell'islam al potere per via democratica; la conquista territoriale attraverso l'invasione degli immigrati favorita dall'abolizione del reato di clandestinità, il ricongiungimento familiare e l'eventuale adozione dello ius soli che riconoscerà la cittadinanza a tutti coloro che nascono sul territorio nazionale; la conquista economica assecondando l'arbitrio della finanza e degli Stati islamici che condizionano la loro disponibilità alla crescente islamizzazione dell'Europa.

Conclusione: il vero nemico non sono i terroristi ma è l'islam, la guerra in corso la vinceremo solo se non ci limiteremo a dare la caccia ai singoli attentatori, ma se sconfiggeremo la strategia complessiva di islamizzazione dell'Europa su cui sono d'accordo tutti i musulmani militanti, i sedicenti moderati, gli integralisti e i terroristi.

Facebook.com/MagdiCristianoAllam

Io e mio figlio rapiti di serie B Perché lo Stato ci abbandonò?

Corriere della sera
di Anna Bulgari Calissoni

Noi cittadini pacifici che non avevano preso alcun rischio, Greta e Vanessa non inquadrate in alcuna struttura umanitaria riconosciuta

Caro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, gli accadimenti di questi ultimi giorni mi inducono a scriverle quanto segue. Nel 1983, e precisamente il 19 novembre, fui vittima di un rapimento nella nostra casa di campagna assieme a mio figlio, Giorgio Calissoni. Non starò a descriverle l’orrore di quella prigionia: sempre bendati, con il terrore di essere uccisi, dormivamo legati e all’addiaccio ed eravamo obbligati a marce continue ed estenuanti.

Soltanto coloro che hanno vissuto un’uguale sofferenza possono capire. La tortura assoluta fu vedere torturare mio figlio diciassettenne: davanti ai miei occhi, gli fu amputato l’orecchio destro per sollecitare il pagamento del riscatto. Fummo sequestrati per 36 giorni, che mai dimenticheremo. A ll’epoca nessun rappresentante dello Stato si fece vivo con la mia famiglia: mia figlia Laura fu lasciata sola a trattare con feroci criminali. Né l’allora primo ministro, né l’allora ministro degli Interni ci offrirono alcun sostegno.

La vicenda fu gestita esclusivamente dalle forze dell’ordine, ma i fondi del riscatto furono messi assieme soltanto dai miei familiari e l’allora pubblico ministero competente minacciò più di una volta (anche a orecchio tagliato) il blocco dei nostri beni.

Anna Bulgari Calissoni: «Anche noi rapiti, ma lo Stato ci lasciò soli» 
Anna Bulgari Calissoni: «Anche noi rapiti, ma lo Stato ci lasciò soli» 
Anna Bulgari Calissoni: «Anche noi rapiti, ma lo Stato ci lasciò soli» 
Anna Bulgari Calissoni: «Anche noi rapiti, ma lo Stato ci lasciò soli»
Siamo stati strappati con violenza dalla nostra casa e ai nostri affetti e lasciati completamente soli. A questo punto io le chiedo: perché lo Stato non intervenne all’epoca per tutelare l’incolumità e la vita di suoi cittadini pacifici che non avevano preso alcun rischio, rispettosi delle regole nazionali e internazionali e interviene oggi (lei è intervenuto come ministro degli Esteri) per tutelare soggetti avventati e sprovveduti come le due ragazze Greta e Vanessa che non erano inquadrate in alcuna struttura umanitaria riconosciuta, spinte solo da puro senso di folle avventura e incuranti delle gravissime conseguenze del loro gesto?
Anche il Copasir ha ammesso che sicuramente una contropartita c’è stata per la liberazione delle due sedicenti «cooperanti» in Siria, e, a prescindere dall’importo sicuramente versato, lei sa meglio di me che pagare un riscatto in soldi sia un errore assoluto che altro non provoca se non una reiterazione del reato di sequestro di persona. Attendo quindi di conoscere quali siano le motivazioni di questa a dir poco inaccettabile disparità di trattamento tra ostaggi di serie A (giornalisti scriteriati, sedicenti operatori umanitari, ecc...) e ostaggi di serie B (cittadini italiani sequestrati in casa propria).

La ringrazio e le invio i miei migliori saluti
25 gennaio 2015 | 08:17