venerdì 23 gennaio 2015

La spia che disse ai consoli di Milano: «In Argentina sarà strage di ebrei»

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Dieci giorni prima dell’attentato del ‘94 a Buenos Aires, 85 vittime, Dos Santos era in città. Il brasiliano parlò con le autorità diplomatiche israeliane, argentine e brasiliane

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Due numeri di telefono: corrispondono ad altrettanti fax usati alla Fiera di Milano nei mesi precedenti all’estate del 1994. Altri recapiti: non sull’elenco, portano a uffici iraniani a Roma. Poi la terza traccia: militanti sciiti in Lombardia. Infine c’è lui, il brasiliano Wilson Roberto Dos Santos. Un enigma che cammina tra due continenti, dentro il labirinto dell’attentato alla sede ebraica di Buenos Aires, l’Amia. Dos Santos si presenta la mattina dell’8 luglio ‘94 in tre consolati a Milano. A quello brasiliano, poi all’argentino, infine all’israeliano dove ripete la medesima versione: ci sarà un attacco terroristico in Argentina, il bersaglio sarà la comunità ebraica. Lo ascoltano, qualcuno inoltra la segnalazione. La console argentina, Norma Fasano, avverte Buenos Aires, forse fa lo stesso il collega brasiliano perché il 14 scatta un primo allarme a San Paolo. Quello che segue dopo è sconvolgente.

Il 18 un’esplosione, provocata da un veicolo-bomba guidato da un kamikaze, devasta l’Amia. Una massacro, 85 le vittime e una striscia di veleni. Quando Dos Santos sente la notizia chiama da Milano in Argentina, contatta la polizia e indica un quartiere dove cercare i possibili colpevoli. Seguono la dritta, ma senza risultati concreti. Forse non si fidano troppo del brasiliano, le sue «note» invitano alla cautela.

Chi è davvero Dos Santos? Un randagio dalla vita confusa. Bazzica la strada a Buenos Aires, conosce nel bar Casablanca un’iraniana, Nasrim Mukhtari, massaggiatrice, parrucchiera e forse altro. Insieme partono per l’Europa, come amanti anche se dicono di non esserlo. Il brasiliano fa da guida, conosce l’Italia dove ha fatto il dj in una radio di Torino, una delle sue tante tappe. Nostre fonti dicono che nel secondo semestre del 1994 è in Siria, quindi in Libano, infine nel capoluogo lombardo dove lancia l’allerta indicando come fonte Nasrim. Al suo fianco Sandra, rampolla di una ricca famiglia brasiliana al quale Wilson ha fatto credere di essere un pilota d’aereo.

Una delle tante bugie. Comprese quelle sulla mano destra menomata. Lui dice che è stato a causa di un incidente in moto, Nasrim allude ad un taglio subito in Iran perché aveva rubato. Dos Santos spiega che a pagare il viaggio sarebbe l’iraniana che ha una valigia piena di denaro, ma a Torino - secondo gli argentini - sono due italiani che passano alla massaggiatrice 3 mila dollari e un biglietto aereo. Quando ne troviamo uno, Michele, dice di non saperne nulla. Banchi della «nebbia» che circonda lo strano informatore.

Per alcuni Wilson è usato da qualche servizio segreto per veicolare informazioni, altri sostengono che sia un truffatore. E, infatti, come è apparso, scompare dalla scena. Ne riparleremo più avanti. L’attenzione torna sull’Amia e sulla caccia ai colpevoli. Gli argentini sospettano un’azione degli iraniani insieme all’Hezbollah libanese e complici locali. Un network che si allunga anche in Europa. È quasi normale che spuntino i numeri di telefono italiani contattati da una figura al centro dell’indagine. Non ne sappiamo però il motivo, anche se si può intuirlo.

Dalla fine degli anni 80 l’apparato clandestino del movimento libanese e gli 007 di Teheran sono molto attivi in Lombardia. Milano è una porta verso il Nord Europa e un mercato dove si compra quello che serve. Ma anche avamposto in direzione dell’America Latina, dove i gruppi sciiti hanno messo radici. La vicina Svizzera è poi un altro punto di passaggio per le cellule composte spesso da insospettabili. Il muratore, lo studente, il commerciante sono in realtà degli operativi in sonno.

Ecco perché la storia di Dos Santos si incastra in una cornice dove Milano e la trama si incontrano. Anche se il legame si allenta. Il brasiliano, dopo aver ribadito le accuse per ben tre volte, il 13 novembre del 1994 ci ripensa: «La mia era una scommessa, ho detto bugie». Non è chiaro se qualcuno lo ha indotto a ritrattare, ma ciò basta per bollarlo come un cialtrone. Che però è abbastanza furbo da non farsi trovare. Almeno fino al 1998, quando per un’incredibile «coincidenza» lo scovano in Brasile e arrestano Nasrim con l’Operazione Cipro, convincendola a tornare dalla Svizzera, dove intanto ha messo da parte - non si sa come - 50 mila dollari.

I capitoli che seguono capovolgono il quadro. Dos Santos è condannato a 6 anni per aver detto il falso e ne sconta solo la metà. L’iraniana, ritenuta estranea, resta a combattere i suoi problemi di salute. L’uscita di scena della coppia è solo un episodio. Le manovre di Teheran si incrociano con lotte di potere in Argentina. Chi prova a far luce paga. Come il giudice Nisman trovato morto alla vigilia della deposizione dove avrebbe denunciato il patto tra Iran e governo locale per coprire le colpe. Ultima vittima di una partita mai chiusa.

23 gennaio 2015 | 09:16

Sei mila cani uccisi in quattro anni: condannati tre dirigenti di "Green Hill"

Carola Parisi - Ven, 23/01/2015 - 11:05

I cani malati non venivano curati ma soppressi perché non più utili agli obiettivi aziendali

Giustizia è stata fatta. I sei mila cani morti in quattro anni a Green Hill sono stati "vendicati".
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Animalicidio è l’accusa con la quale sono stati condannati tre dirigenti dell’allevamento di cani beagle destinati alla sperimentazione cosmetica, chiuso nel luglio 2012 dalla procura di Brescia.

La prima sezione penale del tribunale di Brescia ha confermato le tesi del pm Ambrogio Cassiani: ovvero che i cani, se malati, non venivano curati ma soppressi perché non più utili agli obiettivi aziendali. Per questo sono stati condannati ad un anno e sei mesi Ghislane Rondot, co-gestore di Green Hill 2001 della Marshall Bioresources e della Marshall Farms Group, e Renzo Graziosi, veterinario. Un anno anche al direttore dell’allevamento Roberto Bravi. Assolto invece il secondo gestore Bernard Gotti per non aver commesso il fatto. Gli avvocati di Green Hill hanno annunciato che faranno ricorso in appello. Il tribunale ha disposto un risarcimento di trentamila euro per la Lav disponendo anche il divieto per i condannati di allevare cani per i prossimi due anni. Anche se le pene, rispetto alla richiesta dell'accusa, sono state abbassate.

La storia di Green Hill è anche la storia di una mobilitazione del mondo animalista italiano, che dal 2010 fino al 19 luglio 2012, giorno del sequestro dell’allevamento, ha organizzato diverse manifestazioni fuori dall’allevamento di Montichiari, culminate nel blitz del 29 aprile 2012, quando decine di persone riuscirono ad introdursi nell’allevamento e a liberare un centinaio di cuccioli. Il sequestro di Green Hill è stata la più grande battaglia popolare in difesa degli animali di questo Paese, è stato l'evento-simbolo di una rivoluzione, sempre più rumorosa, nel rapporto tra uomini e animali. Nel frattempo proseguiva l’inchiesta della procura sugli esposti delle associazioni animaliste. Fino al sequestro dell’allevamento del 19 luglio 2012 e all’affidamento alle famiglie che ne fecero richiesta di oltre 3 mila cani da parte di Legambiente e Lav.

"La sentenza di condanna di Green Hil l è un riconoscimento a tutte e tutti coloro che in tanti anni hanno partecipato a manifestazioni a Montichiari e in tante altre parti d’Italia e del mondo, hanno digiunato, firmato petizioni, realizzato inchieste giornalistiche, presentato denunce, scavalcato barriere fisiche e ideologiche che difendevano l’indifendibile".
Così Gianluca Felicetti, presidente di Lav, ha commentato la sentenza di condanna dei tre dirigenti dell'allevamento Green Hill.