martedì 20 gennaio 2015

Giorgio Napoiltano e gli investimenti sul mattone

Libero


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Giorgio Napolitano si è giocato buona parte degli stipendi che i contribuenti italiani gli hanno erogato nella sua lunghissima carriera politica e istituzionale sul mattone. E non ha sbagliato: il suo primo investimento oggi si è moltiplicato quattro volte e mezzo di valore, nonostante la crisi del mercato immobiliare degli ultimi anni. Secondo le valutazioni di mercato oggi i mattoni di Napolitano (condivisi con la moglie Clio Bittoni) oscillano fra i 2,1 e i 2,6 milioni di euro di quotazione.

L'ultimo investimento è anche il più recente: i coniugi Napolitano hanno acquistato l'8 novembre 2012 (dopo un preliminare di vendita firmato il 20 luglio dello stesso anno) un appartamento al terzo piano di via dei Serpenti nel quartiere Monti- dove ora sono tornati a vivere- perfettamente identico a quello che già possedevano da decenni nello

stesso immobile al piano terra: entrambi sono di sei vani. A venderglielo poco prima che scadesse il primo mandato alla presidenza della Repubblica, lo svizzero Mario Busetto e altri 11 comproprietari delle famiglie Persico, Maceratesi e Bertinetti. Non è noto il prezzo, perchè non indicato nell'atto sintetico depositato. Così come non è noto quanto fu pagato il villino con pertinenze che i coniugi Napolitano possiedono in una via privata all'imbocco di Capalbio, il paese della Maremma da sempre buen retiro della sinistra italiana.

Le quotazioni - L'ultimo acquisto in via dei Serpenti però è identico al primo, avvenuto nel lontano 1980. Allora i Napolitano pagarono quell'appartamento 100 milioni di lire alla Pars Italia spa. Secondo il calcolatore Istat che rivaluta le somme, sarebbero 243.767 euro di oggi. Ma oggi quell'appartamento viene valutato in una forchetta che oscilla fra 889.200 e 1.138.000 euro a seconda dello stato dell'immobile (ottimo): l'investimento si è quindi più che quadruplicato. I Napolitano hanno un fiuto particolare per gli affari immobiliari. Ed è una fortuna: perchè il valore degli immobili posseduti dai coniugi oggi è pari a quasi la metà degli stipendi ricevuti da Napolitano in tutta la sua vita politica.

Presidente della Repubblica "Re Giorgio" lo è stato per otto anni e otto mesi, ricevendo uno stipendio netto complessivo più o meno uguale al valore dell'ultimo appartamento acquistato: 1.094.391 euro. Non avendo sostanzialmente avuto spese (vitto e alloggio erano assicurati dalla funzione per i coniugi, così come ogni spostamento), saranno stati davvero messi da parte. Nel resto della vita Napolitano ha sempre ricevuto stipendio base e rimborsi spese dai contribuenti italiani, salvo che nel lustro 1963-1968, quando rimase fuori dal Parlamento e si occupò del suo partito: membro del comitato centrale del Pci e segretario regionale della Campania.

Napolitano è stato invece 27 anni e 11 mesi deputato, e 5 anni senatore della Repubblica (anche adesso lo è, essendo senatore a vita). In contemporanea (con il doppio mandato) è stato dieci anni europarlamentare e 2 anni ministro. Ha ricevuto stipendi da parlamentare (senza calcolare le indennità extra) per 2,5 milioni di euro netti. E in più ha percepito 1,8 milioni di euro di diaria per rimborso spese per il soggiorno a Roma (che lui non aveva, abitando nella capitale) che sono diventate altro stipendio netto non tassato. In tutto fanno 5.471.891 euro netti, a cui aggiungere le eventuali somme percepite per rimborso spese di segreteria, non spese e quindi andate a cumularsi anche esse allo stipendio netto, come è malcostume accada da sempre nel mondo politico.



Giorgio Napolitano se ne va, ma continuerà a costarci una valanga di soldi

Libero
14 gennaio 2015



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Giorgio Napolitano non è più presidente della Repubblica, non abiterà più nella reggia del Quirinale, ma continuerà a godere dei tanti benefici che aveva promesso di sforbiciare e che invece ancora gli spettano come senatore a vita. Re Giorgio non dovrà affatto rinunciare infatti all'addetto alla persona, ovvero un maggiordomo, all'auto di servizio, allo chauffer, ai i cento metri quadrati di ufficio a Palazzo Giustiniani, ai telefoni satellitari, ai collegamenti televisivi e telematici. Nè a un nutritissimo staff: un capo ufficio, tre funzionari, due addetti ai lavori esecutivi, altri due a quelle ausiliari e, a scelta, addirittura un consigliere diplomatico o militare.

Una pletora di persone alla quale obbligatoriamente si aggiungono gli agenti di pubblica sicurezza e i carabinieri addetti alla scorta e alle postazioni previste presso le abitazioni private del presidente. A conti fatti, una trentina di persone che forniranno i loro servizi nell’arco delle 24 ore.  Ovviamente a tutto questo si aggiunge, secondo un documento pubblicato dal Fatto Quotidiano, il diritto ad utilizzare un dipendente della carriera di concetto o esecutiva del segretariato generale del Quirinale con funzioni di segretario distaccato nel suo nuovo staff. Altri due dipendenti del Colle possono invece essere trasferiti presso la sua abitazione privata romana di via dei Serpenti, con mansioni l’uno di guardarobiere e l’altro di addetto alla persona. Per non parlare poi del vitalizio da senatore a vita.

Beccata a rubare, nomade sfida i carabinieri: "Sono incinta, non mi toccate"

Ivan Francese - Mar, 20/01/2015 - 11:42

Due giovani, forse di etnia rom, sono state pizzicate con il bottino di un furto in appartamento. Ma una è incinta ed è certa dell'impunità

ROM
Viene colta con le mani nella marmellata ma davanti alle forze dell'ordine si giustifica dicendo che è incinta e quindi non può essere perseguita. Protagonista di questa storia è una giovane nomade, forse di etnia rom, residente in Veneto che con una sua amica è stata sorpresa dai carabinieri con il bottino di un furto in appartamento commesso ai danni di un professore universitario.

Come svela Il Mattino di Padova, due nomadi di 22 e 19 anni si sarebbero introdotte nell'abitazione di un accademico padovano, razziandovi gioielli ed altra refurtiva. Sul pianerottolo hanno anche incontrato il professore, che rincasava dopo aver tenuto una lezione, non mancando di salutarlo educatamente.

Ma è stato proprio questo particolare a tradirle: scoperta l'effrazione nel proprio appartamento, il docente ha contattato le forze dell'ordine che gli hanno chiesto di identificare le due ladre, nel frattempo fermate nei pressi del celeberrimo Prato della Valle. Il ritrovamento della refurtiva ha fatto il resto, provocando l'arresto delle due giovani.

Una di loro ha però rivolto una frase di sfida ai militari, provocandoli con un insolente "tanto non potete farmi nulla perché sono incinta". Quasi una dichiarazione esplicita di una certezza che appare ormai consolidata: in Italia un modo per scampare alla pena si può sempre cercarlo.

Siete grasse, fate sport”: chiesti 10 mesi per maltrattamenti alle figlie

La Stampa

paola italiano

Il pm chiede una condanna per il padre: pressione psicologica sulle ragazze adolescenti

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La procura di Torino ha chiesto la condanna a 10 mesi per un padre accusato di maltrattamenti sulle figlie: l’accusa è di averle insultate contestando loro di essere grasse e di averle costrette a praticare sci agonistico contro la loro volontà. I fatti risalgono al periodo 2008-2011, quando le ragazze erano adolescenti. I maltrattamenti contestati sarebbero stati di natura psicologia. Il procedimento era nato da un esposto dell’ex moglie perché le figlie non volevano più passare del tempo con il padre. La sentenza è prevista per lunedì prossimo. 

Truffe: nel 2015 pagamenti elettronici nel mirino e bancomat a rischio con una telefonata

La Stampa

Secondo il report di Symantec, l’«Internet delle cose» non sarà bersaglio privilegiato dei criminali informatici

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Nel 2015 bisognerà stare particolarmente attenti ai pagamenti elettronici via chip Nfc, un sistema che permette di passare il cellulare su un lettore e basta, il conto è saldato. Mentre l’«Internet delle cose», ecosistema di milioni di dispositivi connessi alla rete, passerà inosservato e gli attacchi saranno pochi, perché tramite una Smart tv o una lavatrice Wi-Fi non passano transazioni finanziarie. Questo è uno dei tanti aspetti legati alla sicurezza informatica che emerge dal report che Symantec stila a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno e nel quale racchiude somme e previsioni. 

«L’Nfc c’è da tempo sul mercato ma con la mossa di Apple (che con i nuovi iPhone 6 ha inserito la tecnologia e ha dato il via al sistema di pagamento Apple Pay) il fenomeno esploderà e qualcuno si inventerà un modo per sfruttare la cosa a proprio uso e consumo». Forse non sarà proprio il sistema creato a Cupertino che finirà nel mirino dei cybercriminali, ci tiene a precisare Antonio Forzieri, esperto di sicurezza di Symantec, ma «potrebbe essere un altro sistema analogo. Quello che è chiaro è che ne vedremo delle belle, sull’onda di questo entusiasmo ci sarà qualcuno che metterà su un nuovo business». Del resto, continua il manager, «è sempre forte l’equazione `dove ci sono soldi c’è frode´». 

Sono tre i pilastri dei cattivi su internet: gli attivisti per ideale, come Anonymous (ma Forzieri precisa: «Non sono di certo criminali), gli enti governativi o chi per loro e i cyber criminali. Ecco, «questi - dice l’esperto - ragionano perché sul tavolo ci sono soldi. E non dobbiamo immaginarli come un gruppo di persone sedute davanti a un computer. È criminalità organizzata che riesce a fare cose come compromettere il sistema informatico del porto di Anversa prendendo il controllo della gestione di carico e scarico dei container. E - scherza ancora - là dentro c’era droga, non cioccolatini».

Altra nota dolente per il 2015 sarà quella degli Atm, i bancomat. In passato, racconta Forzieri, «abbiamo assistito a fenomeni marginali in Sud America e nei Paesi dell’Est europeo. Ma nell’ultimo anno e mezzo le cose sono cambiate. Da un punto di vista tecnico è una cosa divertente, dall’altra è però spaventosa. 

L’Atm non è altro che un computer. Alcuni di questi, soprattutto negli Stati Uniti, hanno la scheda madre dietro al monitor e si possono aprire dall’esterno, poiché la cassaforte è comunque saldata e all’interno. Ma nulla - continua Forzieri - impedisce di collegare una chiavetta Usb con un malware e alla quale è collegato un cellulare. Basta mandare un sms a quel telefono e il bancomat dispensa soldi». Su questo tipo di attacchi pesano anche altri fattori: per un istituto di credito gestire tutto il parco bancomat è complicato, perché sono tanti e sparsi su tutto il territorio. 

Poi c’è la questione degli aggiornamenti del sistema operativo. «Molti hanno ancora installato Windows Xp - dice Forzieri - che non ha più supporto da Microsoft. Alcune banche hanno creato sistemi di sicurezza molto `pesanti´ per proteggere le macchine, altri hanno pagato Microsoft per avere esteso il supporto tecnico». Il furto monetario «non è una cosa banale.

Finalmente sta emergendo la sensibilità in maniera molto forte. Le banche sono sempre avanti con la questione della sicurezza e ora c’è una presa di coscienza maggiore. Insomma, davanti a questo scenario la buona notizia c’è, ed è quella che è cresciuta la consapevolezza nel mondo finanziario. Ed è molto forte - conclude perché ha impatto direttamente sul portafoglio». 

Nel corso del 2015 si assisteranno a episodi in cui i criminali informatici saranno in grado di sfruttare le vulnerabilità del software nei dispositivi connessi, compresa la tecnologia indossabile, i dispositivi domestici connessi come le oramai diffusissime Smart TV e i router, o le applicazioni per connettersi alle automobili. Ma, insiste l’azienda, «non vedremo attacchi su larga scala, ma piuttosto attacchi sporadici». Questo perché, come ben spiegato da Forzieri, «Internet delle cose» non genera soldi. Open source anello debole - Il 2015 porterà alla scoperta di nuove vulnerabilità nelle piattaforme di archivio dati in open-source e web-service.

«Vedremo gli hacker approfittarsene impunemente», prevede Symantec. «Le vulnerabilità già esistenti rappresentano potenzialmente un nuovo terreno fertile per gli aggressori, ma il rischio maggiore continua a essere costituito da debolezze già note e non adeguatamente corrette da parte delle organizzazioni e dei consumatori». Non freneranno gli attacchi di spionaggio e sabotaggio - Le campagne di spionaggio e sabotaggio informatico sovvenzionate da Stati sovrani continueranno a rappresentare, nel corso del 2015, un rischio per le infrastrutture vitali a livello nazionale e per la proprietà intellettuale. 

«Dragonfly e Turla - ricorda Symantec - sono solo un paio di esempi delle numerose campagne di spionaggio cui si assiste regolarmente. Si tratta di un problema globale che non mostra segni di declino». E poiché tali campagne «sono volte a indebolire l’intelligence e a sabotare le operazioni, le organizzazioni tra cui la Pubblica amministrazione dovranno riesaminare il loro atteggiamento attuale nei riguardi della sicurezza informatica, rendendo prioritari gli investimenti in questo ambito.

La sicurezza - prosegue il report - costituirà un investimento strategico, anziché tattico, e sarà concepita non solo come protezione contro le intrusioni, ma anche come mezzo di rilevamento a seguito di un’avvenuta intrusione, consentendo una risposta adeguata da parte dell’organizzazione». Una buona notizia emerge però da quest’ultimo punto, perché sarà necessario che i settori pubblico e privato migliorino la loro collaborazione per contrastare la criminalità informatica. 

Già nel 2014, racconta l’azienda, le squadre internazionali delle forze dell’ordine hanno assunto un atteggiamento più attivo e aggressivo nei riguardi della criminalità informatica e hanno aumentato la collaborazione con il settore della sicurezza on line. Giusto per fare un esempio, la stessa Symantec ha firmato un protocollo d’intesa con l’Europol per progredire in questo sforzo coordinato.

«Ma anche se si tratta di un passo in avanti per proteggere consumatori e imprese, il crimine informatico non sparirà dall’oggi al domani. Sia il settore privato che le forze dell’ordine dovranno intensificare i loro sforzi legati a questa collaborazione nel corso del 2015 al fine di ottenere risultati duraturi e bloccare i criminali informatici», conclude l’azienda nel report. 

Quel servizio è diffamatorio" la Cgil fa causa al Tg1 e perde

Paolo Bracalini - Mar, 20/01/2015 - 09:58

Il sindacato pretendeva 75mila euro dalla tv di Stato che aveva raccontato le azioni legali di diversi lavoratori

«È un fatto storico realmente accaduto e di indubbia rilevanza per l'opinione pubblica che nei confronti della Cgil siano state proposte diverse cause di lavoro in cui vengono contestate diverse violazioni da parte di lavoratori».



È un fatto, ed è di «indubbia rilevanza» che la Cgil sia oggetto di «diverse cause di lavoro». A scriverlo è un giudice, Filomena Albano del Tribunale di Roma, in una sentenza che dà torto alla Cgil e conferma un diritto che sembrerebbe ovvio ma invece tocca difendere in un'aula giudiziaria: quello di raccontare (in un servizio di Tg, in un articolo di giornale) che la Cgil è accusata di violazioni da parte di diversi lavoratori in tutta Italia, dal momento che diversi lavoratori, in tutta l'Italia, hanno fatto causa alla Cgil.

Per il sindacato guidato da Susanna Camusso, invece no, quell'informazione non deve circolare perché non è una notizia ma una diffamazione, per cui ha citato in giudizio il Tg1 , per un servizio del 2011 (titolo: «Lavoratori contro la Cgil») che avrebbe «leso l'onore, la reputazione e l'immagine della Cgil», la quale, denunciando l'allora direttore Augusto Minzolini e l'autore del servizio, Luigi Monfredi, ha chiesto un risarcimento «minimo» di 75mila euro, «oltre agli interessi legali e rivalutazione monetaria dalla data della domanda al saldo», più la rimozione del servizio da internet e la pubblicazione della condanna sui giornali.

Peccato che alla Cgil è andata male, malissimo: la sentenza appena emessa dal Tribunale d Roma condanna il sindacato al pagamento di 4.500 euro (spese legali), rigettando in toto l'accusa di diffamazione, ovvero facendo a pezzi la tesi del sindacato, che non vuole si scriva che i lavoratori fanno causa alla Cgil, perché «diffamatorio». Ma quell'informazione rispetta il criterio di veridicità? Eccome se lo rispetta, spiega la sentenza.

Nel processo è stata dimostrata «l'esistenza di un numero di cause, pari ad almeno 13, in diverse regioni d'Italia». Ma sono o non sono «tante», termine che la Cgil considera falso e diffamatorio? Scrive ancora il giudice: «L'affermazione va contestualizzata con riferimento sia ai toni sensazionalistici tipici della attività giornalistica, sia al fatto che il numero di cause assume maggiormente rilievo se riferito proprio alla Cgil che quotidianamente combatte contro le varie forme di sfruttamento del lavoro». Quindi sì, è corretto dire «tante». E insomma:

«Quanto riferito dal cronista corrisponde alla realtà dei fatti», e non importa che le cause di lavoro siano, a detta della Cgil, infondate, «in quanto non è compito del giornalista entrare nel merito del contenzioso, ma solo riportare il dato storico della loro esistenza e della protesta dei lavoratori contro la Cgil». Sussiste quindi la «verità” della notizia”. Diritto di cronaca 1, Cgil 0, palla al centro. Esultano i lavoratori del sito «licenziati dalla Cgil». «A tutti quei giornalisti che hanno paura della grande mamma (la Cgil, ndr ) diciamo: quando si dice la verità la sana informazione diventa libertà di stampa. Ha vinto la verità, la sana informazione e la libertà di stampa». Pare che «la grande mamma», invece, non sia di ottimo umore.



Giubbotto catarifrangente per gli immigrati di notte

Luca Romano - Mar, 20/01/2015 - 10:43


Il sindaco Pd di Flumeri, paese dell'Irpinia, ha firmato un'ordinanza che obbliga gli immigrati che camminano lungo le strade nelle ore serali a indossare il giubbotto

“Gli immigrati non possono camminare a piedi lungo le strade del paese nelle ore serali se non indossano il giubbotto catarifrangente”. Per questo motivo, Angelo Lanza, sindaco Pd di Flumeri, paese dell'Irpinia, ha firmato un'ordinanza. Che però ha fatto infuriare la Cgil. Come riporta Repubblica, il sindacato sostiene che "si tratta di un atto discriminatorio e folcloristico" e che "serve altro per aiutare gli immigrati”.

Per il Comune invece non è altro che un'ordinanza protettiva e dovuta alla pericolosità delle strade cittadine. "Più di un cittadino - ha spiegato il sindaco Lanza - ci ha segnalato il problema, soprattutto lungo la strada dove alloggiano gli immigrati, teatro anche di incidenti mortali. Vogliamo evitare spiacevoli inconvenienti o incidenti. La maggior parte degli extracomunitari infatti, cammina a piedi in condizioni di non visibilità e sicurezza, soprattutto di notte. In molti percorrono le strade cittadine al buio senza rendersi riconoscibili agli automobilisti. Per ovviare al problema abbiamo deciso di emanare l'ordinanza”.

La rumena, la trattoria e la figlia "boss". tutti i segreti del papà di Vanessa

Libero


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Salvatore Marzullo, il papà di Vanessa, una delle due cooperanti rapite e rilasciate in Siria dopo che il governo italiano ha pagato un riscatto milionario, nelle ore successive alla liberazione della figlia, ha suscitato un pò di polemica straparlando e sostenendo che la figlia non avrebbe dovuto chiedere scusa a nessuno. Salvatore l’ha spiegato alla stampa durante la festa fatta per Vanessa in quello che era stato raccontato come il “suo ristorante”: la Trattoria Cascina Bolsa a Verdello.
 
Il ristorante in realtà non è suo: è proprio di Vanessa, che prima di partire per la Siria era diventata imprenditrice. Papà Salvatore è così un suo dipendente.La trattoria, in cui Vanessa ha anche servito (a fianco la foto del Capodanno 2013) è infatti controllato da una srl costituita il primo giugno 2012, la New Generation di Pognano, provincia di Bergamo. E della srl l’azionista di maggioranza, con il 51 per cento delle azioni, è proprio la volontaria Vanessa, che così ha già un nuovo mestiere pronto in grado di trattenerla dalla tentazione di tornare in Siria causando altri problemi al governo italiano.

La società che controlla la trattoria ha incassato 132.196 euro nel 2013, che era il primo anno di attività, ma gli affari sembrano in crescita, e in qualche modo anche la pubblicità del caso potrà attirare la clientela non solo del paese e dei dintorni. La quota di minoranza della trattoria (il restante 49%) è invece intestata a una donna rumena di una decina di anni più grande di Vanessa.

Si chiama Maria Siretchi, e nella foto è insieme proprio al papà di Vanessa. Maria è infatti oltre che socia diventata anche matrigna della cooperante italiana, visto che è la compagna del padre, che da tempo si è separato dalla mamma naturale, Patrizia Virga, che vive a Bergamo. Ogni tanto Maria e Salvatore si esibiscono in cucina dove sfornano alcune specialità del sud Italia (di cui i Marzullo sono originari).

La trattoria è discretamente recensita sui social network e organizza in genere eventi a prezzi molto contenuti (per il pranzo menù fisso a 10 euro). Vista la situazione quest’anno, è stata aperta solo per il cenone di Natale, saltando quello di Capodanno. Il 31 dicembre scorso infatti era il compleanno di Vanessa, ancora prigioniera. E nessuno evidentemente nella famiglia originaria come in quella acquisita aveva voglia di festeggiare. Nemmeno per ragioni di lavoro.



Le Ong e i vescovi bocciano Greta e Vanessa
Libero


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Volontariato internazionale sì, ma non con il fai-da-te e senza controllo. Dopo quanto avvenuto a Vanessa Marzullo e Greta Gramelli la percezione della questione è cambiata, nell’opinione pubblica, soprattutto nello stesso mondo di riferimento del volontariato, cattolico e non. «Pagare un riscatto è un dilemma terribile. La vita viene sempre al primo posto. Ma certo il non pagamento è il presupposto per restare a operare in un Paese.

Una volta che paghi, salvi una vita, ma rendi più pericolosa la permanenza degli altri operatori. Per tutto questo, non bisognerebbe essere incauti nelle partenze»: sono le parole Gianfranco Cattai, presidente della Focsiv (federazione di 72 organismi di volontariato attivi in oltre 80 Paesi), in un’intervista a <CF7101>Repubblica</CF>, in risposta alla domanda se sia giusto o meno pagare, come potrebbe essere stato fatto per liberare le cooperanti italiane Greta e Vanessa.

E sostiene con chiarezza che se glielo avessero chiesto, «gli avrei detto di non andare». Parole nette anche dal patriarca di Venezia, l’arcivescovo Francesco Moraglia, il quale ha dichiarato che, felicità a parte per il ritorno delle due ragazze, «al tempo stesso, però, sarebbe opportuno a questi livelli un coordinamento vero, per evitare il ripetersi di fatti del genere e l’esporsi della comunità internazionale in interventi dal risultato non certo e strumentalizzabili in altre circostanze». Lo ha spiegato il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia.

Concetto approfondito in un editoriale pubblicato dal Sir, agenzia di stampa di riferimento della Cei, in cui si legge, tra le altre cose, che la riflessione imposta da tutta la vicenda dovrebbe proprio partire «dal sottile diffuso malcontento che si respira tra la gente, quella «gente comune» che oggi, spesso, fa fatica ad arrivare a fine mese e si interroga se sia giusto che lo Stato (sempre che venga confermato ufficialmente) paghi 12 milioni di euro per due ragazze che, a loro stesso dire, per lo meno sono state un po’ incaute a recarsi in Siria, oltretutto finanziando il terrorismo islamico».

E allora ci si chiede, si legge sempre nell’articolo, «se non sia opportuno accentuare restrizioni e controlli sull’invio, da parte delle Ong riconosciute a livello governativo, di volontari ed operatori in zone particolarmente rischiose». Infine, sempre secondo quanto si legge nell’editoriale del Sir, «occorrerebbe che l’opinione pubblica conoscesse un limite economico oggettivo e dichiarato di eventuale intervento dello Stato in caso di sequestro. Si tratterebbe non di dirsi disponibili a pagare un riscatto, bensì della eventuale disponibilità dello Stato stesso a contribuire con aiuti umanitari per sollecitare e facilitare la liberazione di cooperanti o altri soggetti rapiti in missioni umanitarie».

Ben poca comprensione, dunque, per quanto hanno fatto Vanessa e Greta, e proprio tra chi il volontariato lo vive quotidianamente. Significativo, infatti, anche il «silenzio» della Croce Rossa, dopo il ritorno delle due ragazze. In fondo, la stessa Greta, originaria di Besozzo, forniva servizio di volontariato proprio nella Croce Rossa di Gavirate, un comune della zona. Certo, per statuto, come hanno ricordato alcuni volontari, «non puoi esporti in alcun modo su questioni politiche». A non parlare, tuttavia, non solo solo i semplici volontari di base. Il riserbo sulla questione è mantenuto anche dai piani alti dell'associazione.

No allo studio di Dante nelle scuole. È islamofobo"

Nino Materi - Lun, 19/01/2015 - 18:46

Un'associazione vuole abolire la Divina Commedia nelle scuole: "Nel XXVIII canto dell'Inferno si diffama Maometto"

A due settimane da quel maledetto mercoledì 7 gennaio, nelle scuole italiane l'attentato contro Charlie Hebdo rimane una ferita aperta.

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Di cui discutere. Magari scontrandosi. Com'è accaduto in un'aula di un istituto tecnico di Faenza, dove una volantino di solidarietà per le vittime di Parigi è stato stracciato da uno studente di fede islamica. Quella che si «combatte» tra i banchi non è una guerra di religione - Bibbia contro Corano -, ma i sintomi di un disagio crescente si notano eccome. I giovani musulmani che frequentano le medie e le superiori nel nostro paese sono aumentati negli ultimi 5 anni di circa il 20%. Anche la nostra sta diventando (e non da oggi) una scuola sempre più multietnica e questo sarebbe positivo in uno Stato che vedesse nella Pubblica Istruzione un'OPA su sui investire in termini di crescita culturale ed educazione civica; ma questo, purtroppo, non è il caso dell'Italia, dove la scuola è da sempre considerata l'ultima ruota del carro.

Sarà per questo che la nostra scuola nel bene (poco) e nel male (tanto) rimane lo specchio fedele di un Paese sempre più afflitto dalla «sindrome del gambero», tra continui passi indietro perfino sul fronte di quelle che dovrebbero essere le nostre più radicate tradizioni in termini di civiltà cattolica. E invece in Parlamento è tutto un fiorire di proposte di segno opposto: come ad esempio il progetto di sostituire l'ora di religione con una nuova materia, Storia delle religione, nel tentativo demagogico di garantire la «par condicio» con le altre fedi. È di pochi giorni fa la notizia di una lettera scritta da vari storici delle religioni per chiedere un tavolo di confronto alla ministra dell'Istruzione, Stefania Giannini «al fine di valutare la possibilità di introdurre la materia da loro insegnata all'interno dell'ordinamento scolastico italiano».

Un'apertura che, fatte salve le buone intenzioni di quanti la auspicano, rischia di generare mostri. Come dimostra l'associazione Gherush92 che chiede di censurare lo studio dei Dante in quanto «discriminatorio e offensivo». Il capolavoro di Dante conterrebbe - a giudizio di Gherush92, cui aderiscono molti docenti - «accenti islamofobici»: «Nel canto 28° dell'Inferno - si legge in articolo del Corriere.it ripreso dal sito studentesco Scuolazoo -, Dante descrive le orrende pene che soffrono i seminatori di discordie, cioè coloro che in vita hanno operato lacerazioni politiche, religiose e familiari. Maometto è rappresentato come uno scismatico e l'Islam come una eresia.

Al Profeta è riservata una pena atroce: il suo corpo è spaccato dal mento al deretano in modo che le budella gli pendono dalle gambe, immagine che insulta la cultura islamica. Alì, successore di Maometto, invece, ha la testa spaccata dal mento ai capelli. Nella descrizione di Maometto vengono impiegati termini volgari e immagini raccapriccianti tanto che nella traduzione in arabo della Commedia del filologo Hassan Osman sono stati omessi i versi considerati un'offesa».

Intanto è notizia di ieri che nella Scuola Svizzera di Bergamo l'ora di religione cattolica è stata cancellata: al suo posto si studierà «etica». Una novità che ha sorpreso genitori e Diocesi: «Questa decisione è un clamoroso errore». La Scuola Svizzera è l'unica scuola plurilingue di tutta la Bergamasca (comprende classi medie, elementari, e dell'infanzia) dove una metà degli iscritti è italiani e l'altra metà è straniera. In nome di Dio. Allah permettendo.

I rom fanno debiti e i cittadini pagano

Fabio Franchini - Lun, 19/01/2015 - 19:04

I nomadi devono al Comune di Brescia oltre 50mila euro: tre consiglieri leghisti incalzano il sindaco del Pd

Decine di migliaia di euro di debiti per un campo rom di Brescia.
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In via Borgosatollo vivono circa 150 persone, che a novembre 2014 hanno accumulato un debito di 52.810 euro. Un buco coperto, di rimbalzo, dai cittadini della Leonessa.

È la secca denuncia di Paolo Formentini, segretario provinciale della Lega Nord, che insieme a due colleghi – Nicola Gallizioli e Massimo Tacconi – si appella al sindaco affinché tagli i servizi ai nomadi (tra cui la navetta scolastica), sta portando all’attenzione del primo cittadino un documento dettagliato sulle spese accumulate e non saldate dai rom.

Ad amministrare la città è Emilio del Bono (Partito Democratico), messo ora alle strette dai numeri snocciolati in Loggia. Il rapporto stilato dai tre consiglieri sul buco economico del centro d’emergenza abitativa parla chiaro: si tratta di “risorse che sono state sottratte ai bresciani, specie agli anziani che sono i primi ad aver difficoltà a pagare le bollette”.

Oltre alla morosità, nel mirino anche le presenze non autorizzate nell’accampamento in questione, ma anche in altri. La situazione è infatti critica anche in altre zone di Brescia: in via Orzinuovi si sta superando la soglia massima di ospitalità, così come nell’area Sinti del Parco Mella. Il comune, poi, ha 87.030 euro a carico anche per quanto riguarda il 2013. Un bilancio in rosso che il dem Del Bono, alla pari all’aut aut del Carroccio, non può far finta di non curarsene.

Minacce, foto, truppe cammellate, voti pagati, stranieri e interpreti: la Caporetto Pd vista dai verbali

La Stampa
jacopo iacoboni

Il verbale del Collegio dei garanti del Pd



Il verbale: le motivazioni del Collegio dei garanti del Pd sono uscite ieri sera. Alcune sono gravissime e preludono a una denuncia penale di Cofferati

Interpreti per aiutare gli stranieri, e per pagarli. Voti non vidimati, messi lì chissà da chi. Schede già votate prima dell’apertura dei seggi. Minacce. Un assessore che pagava la gente. File di esponenti Ncd. Casi di affluenza del tutto anomala. Etnie in massa, non solo cinesi e ecuadoregni e diversi rom, ma anche nigeriani e domenicani. Il verbale del Collegio dei Garanti per le primarie del Pd, presieduto da Fernanda Contri, è una Caporetto per le primarie, e di sicuro un testo imbarazzante oltre ogni dire per Matteo Renzi.

A Pietra Ligure (dove Paita aveva vinto col 90 per cento), «viene segnalata un’affluenza anomala, il doppio di quella del Congresso nazionale del Pd 2013 (Bersani). Nulla risulta dal verbale». A Badalucco la segnalazione «si riferisce alla presenza di 25 schede nell’urna prima dell’ora di apertura dei seggi, e in assenza di rappresentanti di lista convocati per le 9». A Imperia (seggio Perinaldo) «risultano schede non vidimate», come a La Spezia, «72 schede», frequenti casi di voti senza il timbro, mesi chissà da chi.

A La Spezia, nel seggio 8 del centro, «diverse gravi anomalie, in particolare lo scatto di fotografie all’interno della cabina elettorale». Casi di remunerazione sono documentati, una sfera che potrebbe anche configurare reati: sempre a La Spezia, in un seggio «si segnalava l’accompagnamento di un interprete che spiegava a soggetti non italiani quello che dovevano fare, e che provvedeva per loro a versare i due euro dovuti».

A Imperia, seggio Santo Stefano al mare, «una scrutatrice lamenta la presenza di un assessore comunale di Pompeiana che chiedeva ripetutamente, recandosi più volte presso il seggio, l’elenco dei votanti per verificare che tutte le persone da lui mandate a votare lo avessero fatto, aggiungendo che in caso contrario avrebbe dovuto “saldare i conti e non voleva essere preso in giro”». È roba da Procura.

A La Spezia, piazza Brin, numerosi dominicani erano «accompagnati da un interprete». A Marassi ha votato il coordinatore giovani di Ncd. A Savona (seggi di Millesimo, Varazze, Lavagnola) è stata fatta votare gente che non ha versato due euro. A Lavagna due elettrici raccontano di «esser state pagate». Nel Tigullio, seggio Moconesi, persone di centrodestra, invitate ad allontanarsi dal seggio, «hanno espresso frasi volgari rimanendo a controllare e a minacciare, e intralciando la libera espressione del voto». A Beverino e Albisola Superiore, centrodestra in massa.

A Savona, Villapiana, c’è stato il «suggerimento di voto espresso e ripetuto all’interno del seggio in sede di votazione, e la insistente richiesta di consegna ai votanti delle ricevute di versamento». A Savona, Oltreletimbro, tanti nigeriani al voto «accompagnati da una donna». La cosa - scrive il Collegio - «può essere considerata positivo sintomo di integrazione, purché il voto sia regolarmente espresso» (il seggio non è stato annullato). Ad Albenga (Paita 1300 voti, Cofferati 200), segnalate tantissime richieste di ricevute di voto: ma il Collegio non ha annullato. 

Non ha i soldi per comprare le scarpe ai figli, ma aiuta i cani randagi in India: il web lo premia

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

La storia di una famiglia dello Rajasthan fai il giro del mondo

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Lokesh è uno dei tanti poveri dell’India. Vive in una baracca ai bordi di una strada. Non ha i soldi per comprare le scarpe o vestiti nuovi ai propri figli, al posto delle coperte ha qualche straccio e quando piove il suo letto diventa freddo e bagnato. Lokesh è povero di beni materiali, ma ha una grande ricchezza morale: nonostante le sue difficoltà, soprattutto durante il freddo inverno dello Rajasthan, quest’uomo si prende cura dei cani randagi, aprendo le porte (che non ha) della sua umile dimora.
La sua storia è diventata nota al mondo grazie ai volontari della Animal Aid Unlimited, un’associazione che si occupa del benessere degli animali in India. Lokesh, che non ha un telefono per chiamare il numero verde, ha portato loro un cane colpito dalla rogna e con una brutta ferita al collo che gli sarebbe stata fatale.

[FOTO: guarda le immagini di Lokesh con il cane salvato]

I volontari si sono presi cura del quattrozampe, ma sono rimasti anche colpiti dall’incredibile gesto di altruismo della persona che si erano trovati di fronte. Così hanno deciso di raccontare la storia di Lokesh sul pagina Facebook dell’associazione. Una storia che ha fatto il giro del mondo e che ha spinto molte persone a voler aiutare quell’uomo gentile e la sua famiglia. Così qualche settimana dopo i volontari dell’Animal Aid Unlimited si sono presentati alla baracca della famiglia di Lokesh portando loro in dono scarpe, calze, cibo per loro e per i cani di cui si prendono cura.

[VIDEO: guarda le immagini della consegna dei “doni” a Lokesh]

La giusta ricompensa per un uomo che ogni giorno, con la sua generosità, rende questo mondo migliore.

twitter@fulviocerutti

Papà Coniglio

La Stampa

massimo gramellini


Crescete e moltiplicatevi ma senza esagerare, è la lieta novella annunciata ieri dal Papa Pop. I buoni cattolici, dice Francesco, non devono comportarsi come conigli. E due millenni di storia ecclesiastica e di lenzuola ricamate «non lo fo per piacer mio, ma per dare figli a Dio» sembrerebbero finire in naftalina. Perché il corollario logico del Discorso Del Coniglio non può che essere il riconoscimento del ruolo anticonigliesco della contraccezione. In attesa messianica di un Discorso del Preservativo, dalle prossime performance del Papa Pop si attendono delucidazioni su altri metodi più invasivi, ma meno compromettenti sul piano dell’etica cattolica. La doccia ghiacciata perenne, la tv accesa su una partita di Champions, l’armadio appoggiato alla porta della camera da letto per impedire al partner di entrare.

Il Discorso del Coniglio segue di pochi giorni il Discorso del Pugno (a chi insulta la mamma) e ha preceduto di pochi minuti il Discorso del Calcio Dove Non Batte Il Sole, che secondo questo Papa Don Camillo andrebbe rifilato ai corrotti. Anch’io, come tutti, vado letteralmente pazzo per il linguaggio disinibito del Pontefice che viene «quasi dalla fine del mondo» e in effetti dice cose quasi dell’altro mondo. E non sarà certo un umile peccatore, e scribacchino per giunta, a fare la predica a un Papa. Da laico affettuoso mi permetto soltanto di chiedergli se non pensa che alla lunga questo suo parlare semplice e pieno di buon senso, mai seguito però da fatti concreti, non rischi di togliergli autorevolezza e credibilità. Facendolo assomigliare, più che a un vecchio prete argentino, a un giovane premier toscano.

Cosa manca nella lotta al terrore

Corriere della sera
di Franco Venturini


Che la minaccia del terrorismo islamista fosse destinata ad accompagnarci a lungo dopo la strage francese, era scontato. Ma assai meno scontati si annunciavano l’analisi degli errori commessi a Parigi in tema di prevenzione, e soprattutto le contromisure che l’Occidente avrebbe adottato per proteggersi più efficacemente. Queste contromisure, discusse ieri a Bruxelles dai ministri degli Esteri della Ue in previsione del vertice europeo del 12 febbraio, viaggiano in ritardo e rischiano di non affrontare un paio di temi fondamentali.

Si dovrà certamente modificare l’equilibrio tra sicurezza e privacy a favore della prima. Prendere l’aereo comporterà maggiori controlli e trasferimenti di dati. I social network, utilizzati dai terroristi con grande abilità e accertate complicità (ora si pensa a lanciare sul web una Tv all-news ), dovranno rassegnarsi a nuovi controlli. Si dovrà evitare che il carcere diventi in alcuni Paesi una scuola di islamismo aggressivo. Ma se anche si riuscirà a fare tutto questo (e non sarà facile), mancheranno due iniziative che non tutti hanno voglia di affrontare e che sono invece necessarie.

L’Europa vive tempi di spending reviews , lo sappiamo bene. L’imperativo per i più è tagliare la spesa pubblica, o mettersi nelle condizioni di farlo. Ma la minaccia terroristica esige una eccezione che a Parigi è saltata agli occhi. Due poliziotti a protezione di un bersaglio evidente come Charlie Hebdo . I fratelli Kouachi sorvegliati fino a pochi mesi prima, e poi lasciati perdere. Qualcuno ha fatto scelte sbagliate, ma al di là degli errori il fatto è che per sorvegliare per 24 ore un potenziale terrorista servono talvolta quindici o venti uomini. Che non sono più disponibili, dopo i «tagli» e con la moltiplicazione delle minacce.

Bisogna, ovunque, rifinanziare le attività anti terrorismo e poi esigere maggiore efficienza e una più completa collaborazione. Ma ciò accadrà davvero soltanto se la spesa pubblica relativa non verrà inserita sul libro nero dei patti finanziari europei, peraltro in prudente evoluzione.
Un secondo punto essenziale riguarda il finanziamento dei terroristi. Prendiamo quelli dell’Isis. Si foraggiano vendendo petrolio, in Siria e soprattutto in Iraq dove il «califfo» Baghdadi gioca le sue carte principali. Ma l’Isis, non è chiaro se fiancheggiatore o rivale della colonna di Al Qaeda coinvolta in queste ore nei tumulti dello Yemen, è cresciuto progressivamente negli oltre tre anni di guerra civile siriana, ha avuto i mezzi per conquistare nuovi adepti e per comprare nuove armi.

Questo ci porta al nocciolo della questione: prima di essere una guerra contro l’Occidente, quella che coinvolge Isis, Al Qaeda e molti altri è una guerra di islamici contro islamici, di sunniti contro sciiti, ma anche di gruppi di potere nell’uno e nell’altro campo. La geografia del terrore è un rompicapo, e non si presenta come tale soltanto quando si vuole recuperare sequestrati che porteranno ai tagliagole nuove risorse.

Ebbene, da anni è noto a tutti, e a tutte le intelligence in particolare, che accanto a questi rivoli finanziari le casse delle formazioni terroristiche vengono rimpinguate da Stati arabi che amano tenere i piedi in molte staffe per motivi interni o regionali: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait, forse altri ancora. Questi Stati risultano essere nostri amici, nostri alleati, nostri fornitori, nostri partner commerciali. Non vogliamo, anche per una questione di interessi, trasformarli in nemici. Ma un po’ più di coerenza non dovremmo chiederla? E con noi gli Stati Uniti, anche se fu George Bush junior a mutare drammaticamente gli equilibri nel Golfo consegnando l’Iraq agli sciiti e offrendo una inedita profondità strategica allo sciita Iran (diversamente da quanto aveva fatto George Bush senior)?

Non siamo più in grado di evitare i temi più spinosi. Dobbiamo difenderci, e questo comporta alzare la voce. Così come comporta una discussione non pregiudiziale sulle caricature di Maometto, che allargano di continuo quello che gli esperti chiamano il «bacino di reclutamento» del terrorismo (soprattutto in Africa e nel Caucaso). E che forse dovrebbero tener conto del mondo reale, mentre difendono la nostra sacrosanta libertà di espressione.

20 gennaio 2015 | 08:22

Fateci vedere la Coppa d'Africa": immigrati in rivolta alla coop

Ivan Francese - Lun, 19/01/2015 - 18:50

I profughi danno in escandescenze a Vittorio Veneto: alla coop non c'è la pay tv, scoppia una lite con gli operatori della coop sedata solo dall'intervento dei militari

I profughi giunti dal Continente nero vogliono vedere le partite della Coppa d'Africa e si rivoltano contro la coop che non glielo permette.



La polemica è scoppiata a Vittorio Veneto, dove la coop "Integra" ospita alcuni immigrati africani disposti a tutto pur di vedere in tv gli incontri di Coppa d'Africa Gabon-Burkina Faso e Guinea Equatoriale-Congo (per la cronaca conclusisi 2-0 e 1-1). Si dà il caso però che le due gare venissero trasmesse solamente su Sky e Mediaset Premium, evidentemente non disponibili alla cooperativa.
È così scattata la furibonda protesta degli immigrati, come racconta la Tribuna di Treviso: prima lamentele, poi vere e proprie recriminazioni nei confronti degli operatori della coop. Per sedare la lite che ne è scaturita sono dovuti intervenire addirittura i carabinieri. Sull'episodio ha detto la sua anche il segretario federale della Lega Nord Salvini, che in un post su Facebook ha commentato lapidario: "Vogliono vedere la Coppa? Tornino in Africa e ci restino."

Greta e Vanessa, il giallo degli antibiotici mandati dall'Italia

Federico Nicci - Lun, 19/01/2015 - 14:29

Le ragazze non avrebbero rivelato tutta la verità ai pm: cos'è successo davvero nei cinque mesi di prigionia?

Continuano ad emergere particolari sulla vicenda di Greta e Vanessa, le due cooperanti italiane liberate giovedì scorso dopo cinque mesi e mezzo di prigionia in Siria.
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Venerdì le due ragazze hanno trascorso più di quattro ore a colloquio con i pm di Roma che hanno aperto un'indagine sul rapimento. Ma forse non tutto è stato detto. Stavolta, infatti, è l'Huffington Post, che cita alcune fonti dell'intelligence, a rivelare che le ragazze sarebbero state vendute dal loro contatto in Siria, il quale sarebbe stato eliminato poco dopo dai servizi segreti di Assad perché accusato di far parte della resistenza.

La prima ricostruzione dei fatti riportata da Greta e Vanessa ai magistrati, però, getta delle nuove ombre su quanto accaduto nei mesi di prigionia delle due ragazze. Secondo le ultime rivelazioni, sembrerebbe che l'atteggiamento dei rapitori, sempre secondo quanto riportato dall'HuffPost, verso le ragazze sarebbe stato a volte violento. Ed è proprio a causa di queste violenze che una delle ragazze avrebbe cominciato a stare male, al punto da costringere gli intermediari, che nel frattempo trattavano con la nostra intelligence, a richiedere una robusta dose di antibiotici per curarle una pericolosa infezione. Medicinali che, come era già stato reso noto, sono arrivati in tempo in Siria.

Al momento del sequestro, Greta e Vanessa sono state circondate da un gruppo di venti uomini che si sono anche scontrati tra loro per decidere chi avrebbe dovuto prenderle in consegna, e per tutti i cinque mesi di prigionia sono stati solo uomini i carcerieri che le hanno tenute in ostaggio. Almeno tre le prigioni, che la banda ha cambiato per motivi di sicurezza in un territorio dove custodire due ostaggi occidentali per un tempo così lungo non è cosa che passi inosservata. Intanto, sempre l'Huffington Post, pubblica il progetto che le due giovani cooperanti cercavano di promuovere, chiarendo: "Nel gruppo che in quei primi mesi accoglieva i profughi siriani non c'era alcuna organizzazione precisa.
Greta e Vanessa facevano parte di un gruppo di "attivisti", cioè dipendevano solo da se stesse."



Basta pagare le ferie spericolate degli sprovveduti

Vittorio Feltri - Lun, 19/01/2015 - 14:43

Enzo Baldoni fu ucciso dai terroristi perché l'Italia non fece in tempo a trattare. Ma lo ribadiamo: ciascuno ha il diritto di andare dove vuole, ma non quello di scegliere mete rischiose e, poi, avere la pretesa di essere tolto dai guai dal governo

La questione dei riscatti pagati o non pagati dallo Stato per liberare gli ostaggi dei terroristi è centrale, anche se nessuno ne parla volentieri e tutti cercano di confondere le idee agli italiani ansiosi di conoscere i fatti.

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Vanessa e Greta hanno detto di aver saputo dai propri carcerieri d'essere state sequestrate a scopo di estorsione. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, giura invece che le ragazze sono state liberate gratis. Ed è evidente che ci prende in giro. Per quale motivo i banditi avrebbero segregato per mesi e mesi due prigioniere per poi rinunciare a incassare anche le spese di vitto e alloggio? È evidentemente che il governo è imbarazzato e preferisce mentire in modo puerile piuttosto che confessare di aver versato una somma considerevole: 12 milioni, s'insinua.

D'altronde, in questi casi dire bugie è una nostra tradizione: in passato, ogni volta che si è trattato di riportare a casa chi si era avventatamente recato in Paesi stranieri in guerra, abbiamo messo mano al portafogli. È successo con le due Simone, dette Vispe Terese, con Giuliana Sgrena, inviata del Manifesto, eccetera. Non riusciamo ad agire diversamente nel timore di disgustare i connazionali buonisti, probabilmente la maggioranza.

Quando non abbiamo fatto in tempo a negoziare con i criminali fondamentalisti, costoro hanno ucciso l'ostaggio, per esempio il pubblicitario Enzo Baldoni, giornalista per passione, che si era avventurato in Irak durante le ferie con il proposito di redigere un reportage sul conflitto in corso in quelle terre. All'epoca dirigevo Libero e, nel momento in cui fu divulgata la notizia che l'uomo era stato rapito e forse eliminato, titolai a tutta pagina: «Vacanze intelligenti». Una provocazione che i colleghi di varie testate ancora mi rimproverano. Secondo loro avrei mancato di rispetto alla vittima.

In realtà, la mia era una provocazione finalizzata a stimolare le coscienze: è da temerari trascorrere le vacanze in luoghi dove è grande il pericolo di essere catturati (e passati per le armi) da bande di pazzi privi di ogni scrupolo e che considerano la vita, la propria e quella altrui, come uno straccio. Affermavo tra l'altro una verità della quale si sono avuti riscontri a iosa, almeno a giudicare da quanto è accaduto. Nonostante ciò, ancora ieri, Il Fatto Quotidiano , in un articolo firmato da Enrico Fierro, racconta la vicenda di Baldoni quasi che a freddarlo fossimo stati io e la mia redazione.

Il concetto che non entra in testa a certa gente è il seguente: ciascuno ha sì il diritto di andare dove vuole, ma non quello di scegliere mete rischiose e, poi, avere la pretesa di essere tolto dai guai dal governo, che usa soldi pubblici allo scopo di tacitare le richieste degli aguzzini. Ci vuol molto a capirlo? Pare di sì, dato che le esperienze delle Vispe Terese e di Giuliana Sgrena non sono servite, non hanno insegnato nulla a chi, per aiutare il prossimo, si sente obbligato ad affrontare trasferte perigliose, spesso dalla conclusione drammatica.

A questo punto, non resta che dissuadere coloro che intendano gettarsi alla sbaraglio con un discorsino semplice e definitivo: cari signori e care signore, che nell'illusione di fare del bene mettete a repentaglio la pelle, vi informiamo che lo Stato non vi impedisce di realizzare i vostri progetti, ma avverte che non spenderà un centesimo nel tentativo di salvarvi qualora siate in difficoltà a causa dei vostri presunti beneficati.



"Dalla Boldrini solo populismo e demagogia"

Francesco Curridori - Lun, 19/01/2015 - 16:16

Il Codacons presenta un esposto alla Corte dei Conti perché indaghi sul riscatto e attacca la Boldrini: "Populista"

"Si tratta di mero populismo, una demagogia senza fine che riteniamo inaccettabile per un presidente della Camera".

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Il Codacons, dopo aver presentato un esposto alla Corte dei Conti perché venga accertato se sia stato pagato il riscatto per il rilascio Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, attacca il presidente Laura Boldrini per le sue parole. “Non si può non evidenziare - sottolinea l’associazione - come, di fondo, le stesse Greta e Vanessa, nonché l’associazione onlus "Rose di Damasco" per cui lavoravano le due operatrici lombarde, abbiano potenzialmente esposto loro stesse e l’intero Stato italiano a una situazione di rischio e difficoltà coscientemente con la loro volontaria presenza in un Paese in gravi condizioni in cui imperversa la guerra civile e con una pesante presenza di terrorismo”. La Boldrini aveva, infatti, dichiarato: “Ritengo che ci siano alcune polemiche veramente inaccettabili, insopportabili e non degne di considerazione. La solidarietà è un valore fondante anche nella nostra Costituzione”.



Rapimento Greta e Vanessa: gli antibiotici per quelle infezioni durante la prigionia
Libero


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Continua il giallo sul rapimento e il probabile riscatto pagato dal nostro governo per liberarle. Ma sulla loro prigionia emergono nuovi particolari raccontati dall'Huffingtonpost.  Secondo alcune fonti dell'intelligence, le ragazze sarebbero state vendute dal loro contatto in Siria, il quale sarebbe stato eliminato poco dopo dai servizi segreti di Assad perché accusato di far parte della resistenza. La prima ricostruzione fatta da Greta e Vanessa ai magistrati però non chiarisce alcuni aspetti del rapimento e della prigionia.

A quanto pare l'atteggiamento dei rapitori, sempre secondo le informazioni raccolte dall'HuffPost, l’atteggiamento dei rapitori verso le ragazze sarebbe stato a tratti violento. Ed è proprio in conseguenza di queste violenze che una delle ragazze è stata male al punto da costringere gli intermediari che trattavano con la nostra intelligence a richiedere una robusta dose di antibiotici per curarle una pericolosa infezione. Medicinali che fortunatamente sono arrivati in tempo a destinazione.

Gli spostamenti - Al momento del sequestro, Greta e Vanessa sono state circondate da un gruppo di venti uomini che si sono anche duramente confrontati tra loro per decidere chi avrebbe dovuto prenderle in consegna (nulla a che vedere con Al Nusra). E sempre e solo uomini sono stati i carcerieri che le hanno avute in mano per tutti e cinque e mezzo i mesi. Almeno tre le prigioni, che la banda ha cambiato per motivi di sicurezza in un territorio dove custodire due ostaggi occidentali per un tempo così lungo non è cosa che passi inosservata. Insomma sul sequestro di Greta e Vanessa il giallo prosegue. E i punti da chiarire sono ancora tanti...



Vanessa e Greta, cosa non torna nella loro storia: le quattro accuse di Belpietro

Libero


Vanessa e Greta, cosa non torna nella loro storia: le quattro accuse di Belpietro

Il governo si è dato da fare per smentire di aver pagato un riscatto in cambio della liberazione di Vanessa e Greta. «Solo illazioni» ha dichiarato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, il quale subito dopo ha però aggiunto che nel caso delle due cooperanti italiane l’esecutivo si è comportato come i precedenti (che infatti pagavano), precisando che per Palazzo Chigi e dintorni dà la priorità al salvataggio di vite umane (tradotto: pazienza se ci sono costate 12 milioni, tanto sono soldi dei contribuenti). Con il rientro delle due ragazze e le rassicurazioni del ministro si vorrebbe così chiudere la faccenda, mettendo una pietra sopra l’imbarazzante trattativa con i terroristi.

Si dà il caso che però la vicenda sia tutt’altro che archiviabile ma necessiti di ulteriori approfondimenti, soprattutto dopo la rivelazione di una serie di antefatti. Ieri in un articolo del Fatto quotidiano si dava conto dell’esistenza di una informativa dei Ros sulla missione siriana di Vanessa e Greta. Non un rapporto compilato dopo la sparizione delle due ragazze, ma una nota predisposta prima della partenza. Quanto prima? Leggendo l’articolo non è dato sapere, ma si capisce che la relazione del reparto operativo dei carabinieri risale al periodo in cui le due giovani lombarde stavano organizzando il viaggio. Vi state chiedendo perché l’Arma si occupasse di due esponenti di un’organizzazione non governativa intenzionate a partire per la Siria?

Perché le due entrano in contatto con un pizzaiolo emiliano che i Cc tengono d’occhio ritenendolo un militante islamico. Così, per caso, intercettano Vanessa e Greta che si mettono d’accordo con il tipo e a lui raccontano nel seguente ordine due cose: di voler partire per la Siria per consegnare kit di pronto soccorso alla popolazione civile ma anche ai combattenti islamici, così che gli oppositori al regime di Assad possano curarsi in caso di ferite. Secondo, Greta in una conversazione spiega di godere di una specie di lasciapassare, in quanto sostenitrice della rivoluzione e protetta dall’Esercito Libero. La ragazza non dice al telefono di essere in contatto con gente dello stato islamico, anzi, assicura che quelli dell’Esercito Libero non impongono neppure il velo alle donne.

Come è finita si sa, con un sequestro che le ha consegnate nelle mani di una banda vicina ad Al Qaeda, cioè l’organizzazione che poi l’avrebbe rapita. Nell’articolo si fa cenno anche a un universitario in collegamento con i ribelli ed anche ad un medico. Risultato: leggendo il Fatto si apprendono le seguenti informazioni. La prima, forse scontata ma fino a ieri non molto documentata, è che sul territorio italiano operano dei militanti che inviano denaro e aiuti ai combattenti islamici. Due: Vanessa e Greta non sono partite per la Siria per andare ad aiutare i bambini, per lo meno non solo: in Siria sono andate per consegnare kit di pronto soccorso ai miliziani, che se non è un aiuto a chi combatte poco ci manca.

Tre: le giovani appoggiavano la rivoluzione e consegnando i medicinali volevano contribuire materialmente a sostenerla. Quattro: se sono finite nelle mani di tagliagole che le hanno rapite e segregate per più di cinque mesi, liberandole solo in cambio di un riscatto multimilionario, è perché qualcuno dei loro amici le ha tradite. Ne consegue che i carabinieri sapevano tutto, del viaggio e anche dei contatti con i militanti islamici, ma nessuno ha fatto niente, lasciando partire le ragazze e dunque facendole finire nelle mani dei rapitori. Non solo: qualcuno in Italia si dà addirittura da fare per agevolare la partenza e poi forse per agevolare anche il sequestro, così che la fiorente industria dei rapimenti ad opera dei militanti islamici possa prosperare e soprattutto finanziare la guerriglia e il terrorismo.

Infine, come spiegava ieri il nostro Francesco Borgonovo, risulta evidente da questo rapporto che molte delle organizzazioni non governative in apparenza dicono di voler aiutare chi soffre, ma nella sostanza hanno rapporti poco trasparenti con chi combatte. Altro che ragazzine finite in un gioco più grande di loro. Greta e Vanessa pensavano di fare la rivoluzione e invece sono finite in una prigione dalle parti di Aleppo, perché la rivoluzione non è un pranzo di gala e se poi è islamica si va a pranzo con il boia.

Risultato: la faccenda è tutt’altro che chiusa e il governo non può pensare di cavarsela con l’intervento reticente del ministro Gentiloni. Essendoci di mezzo la sicurezza nazionale (la gente che aiuta i combattenti l’abbiamo in casa) e soprattutto i soldi dei contribuenti vorremmo andare fino in fondo. E state sicuri che per quanto ci riguarda faremo di tutto per farlo.

di Maurizio Belpietro
maurizio.belpietro@liberoquotidiano.it





Il Copasir: «C’è stata contropartita ma dodici milioni sono troppi»

Corriere della sera

Il presidente Giacomo Stucchi sull’ipotesi che sia stato pagato un riscatto per la liberazione delle due ragazze: «Sarebbe inaccettabile un pagamento così elevato»

Continua il dibattito politico, e non solo, sull’ipotesi che sia stato pagato un riscatto per la liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Interviene il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica: «Contropartite ci sono sempre quando uno riesce a liberare ostaggi - spiega ai microfoni di Sky Tg24 il presidente del Copasir Giacomo Stucchi - ma non sempre sono di tipo economico». Il presidente Stucchi aggiunge, poi, che la cifra di 12 milioni di euro circolata «sembra esagerata dal tipo di informazioni che io ho. Se si fosse pagato quel riscatto sarebbe inaccettabile».

Il caso approda in Parlamento
In ogni caso, sottolinea Giacomo Stucchi, «a prescindere dall’importo, pagare dei soldi, poi magari utilizzati per comprare armi, sarebbe sicuramente un errore da non fare», meglio «individuare altre soluzioni», meno «dannose anche per il futuro perché se io faccio vedere che sono disponibile a pagare poi tutte le persone che si recano in certe zone diventano un bancomat per i terroristi. Mercoledì - ricorda ancora il presidente del Comitato per la sicurezza della Repubblica - avremo una riunione di Comitato (in calendario l’audizione del direttore del Dis, Giampiero Massolo, ndr) in cui ci verrà illustrato tutto l’iter del sequestro: in quella occasione il Parlamento, perché il Copasir è il Parlamento per le questioni legate all’intelligence, verrà reso edotto di tutti questi passaggi e faremo le nostre valutazioni».
«Volontarie un po’ avventate»
Per Stucchi, resta il fatto che le due volontarie «sono state avventate e anche un po’ sprovvedute, perché non ci si reca in zone così senza preparazione, sono luoghi molto delicati dove nemmeno le associazioni che vengono gestite da professionisti spesso si recano. Anche Amnesty ha ricordato che sulla cooperazione non si scherza e non si improvvisa, è un messaggio importante anche perché le conseguenze quando si tratta di affrontare un sequestro non solo, seppure importanti, di tipo economico: occorre impiegare risorse e uomini in territori delicatissimi, che mettono a repentaglio la loro stessa sicurezza».

19 gennaio 2015 | 18:32

Funzionari accusati di truffa alla Ue ma promossi dal ministero

Corriere della sera
di Fulvio Fiano

Secondo le accuse della procura avrebbero causato danni per oltre 200 milioni di euro, ma dopo la chiusura delle indagini le carriere di funzionari hanno preso il volo

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ROMA - Secondo la Procura sono funzionari infedeli, colpevoli di falso e truffa. Secondo l’Agea, l’Agenzia del ministero dell’Agricoltura, dove hanno contribuito a un buco potenziale da oltre 200 milioni per le casse dello Stato, sono invece dirigenti di specchiate capacità, che in quanto tali vanno premiati. In attesa di una sentenza che ne chiarisca le responsabilità - indagini chiuse, a giorni la richiesta di processo - la carriera di Concetta Lo Conte, Folco Ferretti e Luigi Polizzi ha fatto un balzo in avanti nelle feste natalizie. Sono tre dei sei indagati totali in un’inchiesta su finanziamenti europei impropriamente riconosciuti ad aziende agricole in tutta Italia fra il 2009 e il 2012.
Le accuse dei pm
Secondo i pm Alberto Pioletti e Giancarlo Cirielli, i sei funzionari e dirigenti dell’Agenzia per le erogazioni all’agricoltura avrebbero truffato la Ue che «confidando sulla veridicità delle dichiarazioni di affidabilità trasmesse e della allegata documentazione» disponevano i finanziamenti a chi non ne aveva diritto». In cambio, i sei funzionari e dirigenti avrebbero conservato «le elevate posizioni professionali, continuando a percepire premi di produzione per una gestione considerata corretta ed efficiente, pur essendo difforme dalle prescrizioni dei regolamenti Ue e fonte di gravi danni economici».
Il precedente delle quote latte
Lo schema sembra quello dell’assegnazione delle quote latte, al centro di un’altra inchiesta della procura capitolina. E anche in questo caso il danno dei fondi dati senza titoli rischia di essere aggravato dalle sanzioni comunitarie. Un mese e mezzo dopo la chiusura delle indagini, la prima ad essere beneficiata in un giro di nomine interne è Concetta Lo Conte (che ha chiesto di essere sentita dai pm per chiarire la sua posizione). La determina numero 33 del 30 dicembre, ultima del 2014, riconoscendola «in possesso delle capacità manageriali e professionali» la promuove a direttore dell’area Amministrazione.

Il 2015 si apre invece con un premio ad altri due indagati. Con la determina numero 1 del 13 gennaio il direttore Stefano Sernia assegna «le risorse dirigenziali» Folco Ferretti e Luigi Polizzi - finiti sotto inchiesta per le mansioni svolte all’ufficio contenziosi - rispettivamente all’area Amministrazione e all’ufficio monocratico, che si occupa dei pagamenti. Un altro degli indagati, Paolo Gulinelli, già titolare dell’ufficio monocratico Agea, è stato condannato a ottobre a due anni per peculato. A rimborso aveva segnato 51mila euro di spese personali.

19 gennaio 2015 | 08:31