lunedì 19 gennaio 2015

Consiglieri, commessi e segretari Ecco il Parlamento dei parenti

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

La burocrazia più ricca di intrecci familiari d’Italia? È quella delle Camere. Legami L’ex tesoriere della Margherita Lusi aveva il fratello in Senato e il cognato alla Camera

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ROMA - Chi guarda con apprensione alla fusione fra le amministrazioni di Camera e Senato, per possibili traumi o crisi di rigetto, si può tranquillizzare. Il ruolo unico è già stato realizzato, con reciproca soddisfazione, per via familiare. La recente nomina all’impegnativo incarico di segretario generale di Montecitorio di Lucia Pagano, figlia dell’ex consigliere della Camera Rodolfo Pagano e moglie del nuovo capo dell’informatica di Palazzo Madama, Mauro Fioroni, ne è la certificazione più limpida. In Italia non esiste burocrazia con intrecci parentali e dinastici così diffusi e profondi come in quella del Parlamento. A tutti i livelli: da quelli più bassi ai più elevati. E altri casi, oltre a quello di Lucia Pagano, rendono bene l’idea.

Figli e mogli, il Parlamento dei parenti Figli e mogli, il Parlamento dei parenti
Figli e mogli, il Parlamento dei parenti Figli e mogli, il Parlamento dei parenti
L’ascensore sociale
Il suo vice Aurelio Speziale, per esempio, è sposato con Gloria Abagnale, consigliere del Senato. Giovanni Gifuni, consigliere della Camera, è figlio dell’ex potentissimo segretario generale di Palazzo Madama Gaetano Gifuni. Mentre l’ex vicesegretario generale della Camera Carlo Goracci è il papà di Alessandro Goracci, alto funzionario del Senato. E se il padre di Ugo Zampetti, fino a qualche giorno fa capo indiscusso della burocrazia di Montecitorio, era il responsabile della biblioteca di Palazzo Madama, quello dell’attuale segretario generale del Senato Elisabetta Serafin era solo un commesso. Commesso come anche il papà di Daniela D’Ottavio, consigliera d’Aula. A dimostrazione del fatto che l’ascensore sociale, fermo ormai ovunque, qui non è mai andato in manutenzione.
Nel passato matrimonio
«vietato» Anche se qualche volta s’inceppa. Figlio di un ex consigliere della Camera, Fabrizio Castaldi ne sarebbe diventato a 43 anni uno dei segretari generali più giovani di sempre se la sua candidatura non fosse naufragata in extremis. Come quella di Giacomo Lasorella, incidentalmente fratello della giornalista Rai Carmen Lasorella. E quella del possibile terzo incomodo Costantino Rizzuto Csaky, consorte di Maria Teresa Stella, consigliera della Camera al servizio biblioteca. Parentela, quest’ultima, che ci riporta a un illustre caso del passato. Fece scalpore, cinquant’anni orsono, il matrimonio fra Antonio Michela-Zucco, nipote dell’omonimo inventore della rivoluzionaria macchina di stenotipia, e Magda Sammartino. Erano entrambi stenografi del Senato e la cosa venne considerata causa di incompatibilità. Per rimuoverla fu deciso il trasferimento della moglie alla Camera. Dove Magda Sammartino fu protagonista di una splendida carriera arrivando, prima donna nella storia, all’incarico di vicesegretario generale.
Ma erano altri tempi.
I coniugi di ogg
i Oggi la presenza di coniugi nelle stanze dei bottoni della stessa amministrazione non scandalizza più davvero nessuno. Marito e moglie sono il capo servizio controllo parlamentare Carlo Lomaglio e la direttrice dell’ufficio pubblicazioni della Camera Consuelo Amato: figlia del magistrato ed ex capo dell’amministrazione penitenziaria Nicolò Amato. Marito e moglie sono Stefano Cicconetti, dirigente di Montecitorio ora in pensione, e la sua collega ancora in servizio Maria Teresa Calabrò: figlia del potentissimo ex presidente del Tar Lazio e dell’Agcom Corrado Calabrò. Marito e moglie sono Alessandro Palanza, ex vicesegretario generale della Camera e la funzionaria Martina Mazzariol. Attualmente vicepresidente della Fondazione Italiadecide di Luciano Violante, Palanza ha guidato a lungo un’amministrazione nella quale aveva un ruolo di rilievo anche sua sorella Maria Rita. Marito e moglie sono Pietro Calandra, alto dirigente del Senato poi finito all’autorità di vigilanza dei lavori pubblici su indicazione del Pd e la funzionaria di Palazzo Madama Stefania Boscaini.
Gli intrecci con la politica
Ma si potrebbe andare avanti chissà quanto, notando come il gioco degli intrecci e delle parentele non sia limitato ai soli burocrati. Dice tutto quello intorno alla funzionaria della Camera Giuliana Coppi. Figlia del principe del Foro Franco Coppi, legale di Silvio Berlusconi, è sposata a sua volta con un altro avvocato. Non uno dei tanti. Il suo nome è Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia eletto al consiglio superiore della magistratura in quota al partito di Berlusconi. Si potrebbe anche ricordare come il vicesegretario della Camera Guido Letta sia il nipote di Gianni Letta e cugino di Enrico Letta. Oppure che il funzionario del Senato Luigi Ciaurro sia figlio dell’ex ministro liberale Gianfranco Ciaurro, scomparso ormai quindici anni fa. O che Valentina Loiero, figlia dell’ex governatore della Calabria Agazio Loiero, e Giulia Laganà, figlia dell’ex parlamentare del Pd Tana De Zulueta, facciano parte dello staff della presidente Laura Boldrini.

La cui segreteria, peraltro, era stata per otto mesi guidata da Marco Cerase, genero di Alberto Asor Rosa, prima che venisse trasferito ad altro incarico per far posto all’astro emergente Castaldi. Come dimenticare poi che l’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, ex senatore, aveva il fratello direttore del servizio del Senato, mentre suo cognato Francesco Petricone è funzionario della Camera? E che Cristiano Ceresani, un altro funzionario della Camera già vicecapo legislativo di Gaetano Quagliariello e oggi addirittura capo con il ministro Maria Elena Boschi, è il marito di Simona De Mita, quindi genero dell’ex presidente del Consiglio e attuale sindaco di Nusco Ciriaco De Mita?

19 gennaio 2015 | 07:50

La cattedra universitaria del no global

Corriere della sera
di Aldo Grasso

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Intellettuali della Magna Graecia . La notizia che l’ex leader dei no global Francesco Caruso sia diventato docente universitario ha suscitato non poche polemiche. Gli è stato affidato il corso di Sociologia dell’ambiente e del territorio , all’Università Magna Graecia di Catanzaro. Caruso (41 anni) è stato il leader dei no global del Sud Italia, deputato di Rifondazione comunista, «sovversivo a tempo pieno», antagonista sempre e comunque, una vita da disobbediente.

Disobbedienza sociale
Nel retro di copertina del suo libro Maledetta globalizzazione si legge: «La disobbedienza sociale, in alcune circostanze, è un preciso dovere morale, anzi di più, è il sale della democrazia». Nel 2007 si scaglia contro gli «assassini Tiziano Treu e Marco Biagi (il giuslavorista ucciso dalle Br nel 2002; ndr ) le cui leggi hanno armato le mani dei padroni».
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Cattivi maestri
Cattivi maestri. Caruso dice di aver smesso gli abiti del disobbediente (occupazioni, centri sociali, scontri di piazza, arresti...) e di aver indossato quelli del ricercatore: «Dopo anni e anni di studi e ricerca, dopo l’accesso previo concorso pubblico e il conseguimento del titolo di dottore di ricerca...». A 41 anni conta un dottorato, docenze a contratto, qualche articolo su riviste, nessuna monografia scientifica. Non granché come carriera accademica; si vede che in Magna Graecia si accontentano.

Invecchiando, il sovversivo si confessa sociologo.

18 gennaio 2015 | 10:27

Ostia, allarme buche. E sul cratere transennato spunta il cartello: «Aspettando il miracolo»

Il Messaggero
di Giulio Mancini

PLAY FOTO Ostia, il cartello sulla buca di via Carlo Del Greco (Foto Ippoliti) 



A Ostia le buche diventano strumento di satira mentre all’Infernetto sono occasione di isolamento. Dal X Municipio, però, si annuncia l’avvio di un ”censimento” con relativo triage d’urgenza: rosse le più gravi, gialle le medie e le verdi quelle che possono ancora attendere.

E’ la mano di un buontempone che ha tracciato sulle ”storiche” transenne al centro della corsia di via Carlo Del Greco una provocazione più che una vera implorazione. «... aspettando il miracolo» è l’invocazione rivolta inevitabilmente a qualcosa che al momento non si intravede nella realtà amministrativa ovvero un intervento di ripristino di una situazione indecorosa oltre che di disagio.

La voragine con le relative transenne di protezione, all’incrocio con via Ludovico De Filippi, provocano infatti ingorghi e rallentamenti nella circolazione, in particolare per gli autobus che transitano su quella strada delle linee 05, 015 e 014. «Fanno fatica a passare se ci sono auto in sosta e si bloccano per decine di minuti ogni volta» racconta un negoziante che affaccia sulla strada.

Un’altra amara realtà è quella delle chiusure ”temporanee” alla circolazione, salvo che per i residenti, alle quali sono costretti i vigili urbani. L’ultimo caso è quello di via Valfloriana all’Infernetto. «Le buche sono così ampie che ci sono gravi pericoli, soprattutto per scooter e moto - racconta un residente - abbiamo protestato più volte con il municipio e l’unico provvedimento è la seconda chiusura della strada decisa negli ultimi due anni».

«Sappiamo bene che al situazione è difficile ma senza disponibilità economiche si può fare ben poco - allarga le braccia l’assessore municipale ai Lavori pubblici, Antonio Caliendo - In attesa dell’ormai imminente arrivo di fondi destinati alla manutenzione stradale, ho avviato l’impegno dell’ultima trance dei fondi del 2014, pari a poco più di 30mila euro, per affrontare le urgenze fino al 31 gennaio».

Domenica 18 Gennaio 2015, 11:07 - Ultimo aggiornamento: 11:12

Greta e Vanessa libere, “In Siria anche per aiutare i ribelli anti-Assad”

Il Fatto Quotidiano

Secondo quanto si legge nelle informative riservate dei Ros, le due cooperanti sarebbero state tradite dagli stessi rivoluzionari che volevano sostenere. Spuntano intercettazioni con siriani, residenti nel bolognese, considerati vicini a gruppi jihadisti


Greta e Vanessa libere, “In Siria anche per aiutare i ribelli anti-Assad”

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo erano partite per la Siria non solo allo scopo di aiutare i civili vittime della guerra, ma anche con l’intenzione di distribuire “kit” di salvataggio destinati ai combattenti islamisti anti-Assad. Così le due 20enni potrebbero esser rimaste vittime proprio di quelli che volevano soccorrere sul campo di battaglia. Questi i retroscena inediti dell’ancora oscura genesi del sequestro delle due cooperanti rapite questa estate e liberate il 15 gennaio a quanto si legge in alcune informative riservate dei carabinieri del Ros che il Fatto ha visionato.

Documenti che riportano, tra le altre cose, anche la trascrizione di intercettazioni telefoniche di aprile tra la stessa Greta – in quel momento impegnata a organizzare il suo viaggio in Medio Oriente – e un siriano 47enne di Aleppo, Mohammed Yaser Tayeb, che fa il pizzaiolo ad Anzola dell’Emilia, provincia di Bologna, ma che gli investigatori considerano un militante islamista in quanto legato ad altri siriani impegnati in “attività di supporto a gruppi di combattenti operativi in Siria a fianco di milizie contraddistinte da ideologie jihadiste”. Si è scoperto così che il progetto delle due giovanissime “era rivolto a offrire supporto al Free Syrian Army”, ora supportato dall’Occidente in funzione anti-Isis ma anch’esso composto da variegate frange di combattenti islamisti, alcuni dei quali vicino ad al Qaeda.

Le due ragazze erano infatti partite per Aleppo con l’idea di svolgere “un lavoro in favore della rivoluzione” piuttosto che restare neutrali rispetto al conflitto interno al Paese. L’informativa del Ros sintetizza così una telefonata tra Greta Ramelli e Mohammed Yaser Tayeb: “Greta precisa che un primo corso si terrà prossimamente in Siria con un operatore che illustrerà ai frequentatori – circa 150 persone tra civili e militari dell’esercito libero – i componenti del kit di primo soccorso e il loro utilizzo. La donna dice che ha concordato con il leader della zona di Astargi (fonetico) di consegnare loro i kit e che a loro volta li distribuiranno ai gruppi di combattenti composti solitamente da 14 persone, facendo in modo che almeno uno degli appartenenti a questi gruppi fosse dotato del kit e avesse partecipato al corso”.

La ragazza è entusiasta all’idea di fare propaganda alla sua iniziativa: “Greta racconta – prosegue il resoconto del Ros – che vogliono pubblicare delle notizie su Facebook prima della loro partenza e fare una presentazione su di loro e sulle esperienze già fatte. Greta racconta che nonostante non pensassero di farcela hanno raccolto tutti i soldi per pagarsi il viaggio da soli e per il trasporto di latte aggiungendo di volere pubblicare per una questione di visibilità sotto il logo della comunità siriana in Italia tutta l’esperienza che lei, Vanessa e Roberto hanno maturato in campo umanitario comprese tutte le foto degli scontri e quant’altro”.

Poi Greta “fa l’esempio dell’invio di 1.800 kg di latte in polvere” e concorda con Yaser di evitare le foto dei militanti anche perché l’amico siriano le ricorda che a seguito della pubblicazione di una foto “un ragazzo era stato arrestato dalle forze del regime”. Mohammed Yaser Tayeb secondo quanto emerso finora dalle indagini potrebbe aver aiutato in buona fede le due cooperanti senza immaginare il loro destino.

Tayeb risulta però in contatto da più di un anno con uno studente dell’università di Bologna, Maher Alhamdoosh, residente a Casalecchio di Reno. Maher Alhamdoosh ha iniziato a interessare gli inquirenti all’indomani di un altro rapimento in Siria: quello dei reporter, tornati in libertà lo scorso anno, Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali e della free-lance italo siriana Susan Dabous, finiti per dieci giorni in mano a un gruppo filo-qaedista dopo nemmeno 24 ore il loro arrivo in Siria.

I giornalisti – era la primavera del 2013 – si erano rivolti proprio ad Alhamdoosh per chiedergli di accompagnarli nella loro trasferta ed è stato iniziando ad indagare sulla loro sparizione che i carabinieri del Ros sono incappati in conversazioni tra lo studente e altri islamici residenti in Turchia e in Siria ritenute di “interesse investigativo” e anche nelle conversazioni telefoniche tra Greta Ramelli e uno dei più stretti amici di Alhamdoosh, appunto il pizzaiolo Yasser Mohammed Tayeb.

È datato 26 aprile uno dei colloqui più interessanti. In questa telefonata Greta illustra a Tayeb dettagli e spirito del progetto che lei e Vanessa hanno in mente . “Greta dice a Tayeb – annotano gli investigatori – che quello a cui tengono di più, soprattutto lei e Vanessa, è far capire che il loro lavoro si svolge in favore della rivoluzione e dell’aiuto umanitario, che il loro sito ha come simbolo la bandiera della rivoluzione a differenza di tutti gli altri che lavorano sotto l’egida della neutralità; che sono state protette dall’Esercito Libero e che loro (quelli dell’Esercito Libero, ndr) non sono l’Isis, infatti in alcune zone non indossavano neppure il velo”.

Mohammed Tayeb, secondo quanto emerso dalle successive intercettazioni, si attivò concretamente per sostenere il progetto delle due cooperanti. Tayeb le mise in contatto, infatti, con un altro siriano insediato nel Bolognese: Nabil Almreden, nato a Damasco, medico chirurgo residente a Budrio, presso il cui ospedale civile lavorava prima di andare in pensione. Al medico Nabil, anche lui vicino allo studente bolognese Maher, il pizzaiolo Tayeb chiese, sempre a fine aprile del 2014, di inviare in Siria una “lettera di raccomandazione” per Vanessa Marzullo: “ Verosimilmente – annota il Ros – un ‘accredito’ presso una non meglio istituzione all’interno del territorio siriano”.

di Angela Camuso
da il Fatto Quotidiano del 17 gennaio 2015

I magistrati sul web: "Ora Greta e Vanessa restituiscano il riscatto"

Anna Maria Greco - Dom, 18/01/2015 - 08:20

Toni forti nel dibattito tra le toghe: "Le signorine della Siria devono risarcire il danno, venga applicato il Codice civile"

Roma - Basta che uno getti il sasso, nello stagno delle mailing list dei magistrati, e sulle «Signorine della Siria» si apre un dibattito.



Dai toni forti e recriminatori. Perché molte toghe si chiedono se Greta e Vanessa debbano restituire il riscatto pagato dallo Stato per salvarle dai rapitori in Siria. Non per principio, ma in punta di diritto. Lo Stato, si dice, non è padre né madre.

Un po' per provocazione, un po' per esercizio giuridico, gli interventi si moltiplicano. C'è chi ricorda tre Paesi dei più avanzati dove si chiede l'indennizzo: sono Svizzera, Germania e Giappone. Se in Italia questo non è previsto, per un magistrato si potrebbe applicare l'articolo 2043 del codice civile, sul Risarcimento per fatto illecito, che recita così: «Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno».

Quale sarebbe l'atto illecito? Basta il fatto, risponde una toga, di non avere avvertito del viaggio in zona di dichiarato rischio, fregandosene dei divieti e delle raccomandazioni delle autorità. Questo è un fatto «non lecito», assicura un magistrato piuttosto bellicoso. Che poi si chiede se, in questo caso, le «Signorine» avevano un'assicurazione che copre i loro sventati spostamenti nella missione «fai da te». Quanto sarà stato il riscatto, 12-15 milioni? Il ragionamento va avanti con esempi: se il gattino di un tale va sull'albero, i vigili del fuoco lo riprendono e poi mandano giustamente la fattura. Se uno si arrampica sulla ferrata in montagna, magari in ciabatte, il Soccorso alpino lo salva e poi chiede il codice fiscale.

A Berna, a Berlino e a Tokio si comportano così per gli ostaggi che non sono mandati in zona di guerra dallo Stato o da organizzazioni internazionali, ma rischiano troppo da soli. Qualcuno tra i magistrati ragiona sulla possibilità di applicare, invece, l'articolo 2041 del codice civile. Quello su «Azione generale di arricchimento» che obbliga «chi, senza una giusta causa, si è arricchito a danno di un'altra persona» a versare un indennizzo parametrato. Ma sarebbe una forzatura, ammettono i giuristi. Ci vorrebbe una legge ad hoc .

E poi: nel caso di Vanessa e Greta, che nel video hanno espressamente chiesto di essere salvate, il salvataggio della vita o la tutela dell'incolumità personale si può inquadrare nell'azione di arricchimento, che ha piuttosto carattere patrimoniale? Certo, la vita vale più del patrimonio.
La questione giuridica, insomma, è complessa. Ma calzante sembra un parallelo: perché lo Stato blocca i beni alle famiglie delle vittime di sequestro da parte di terroristi «interni» e non prende una chiara posizione su quelli «esterni», facendo intervenire i Servizi?

Sembra una disparità di trattamento lampante, mentre il riscatto è sempre lo stesso e alimenta il mercato del sequestro e il terrorismo stesso. Insomma, le armi che poi fanno molte altre vittime vengono pagate con quei soldi già all'origine sporchi di sangue. Qualcuno cita il caso della giornalista Giuliana Sgrena, costato non solo denaro ma la vita un funzionario dello Stato. Qualche altro magistrato ricorda che nel Basso Medioevo alcune confraternite religiose riscattavano gli schiavi dai saraceni. E lo stesso Francesco d'Assisi andò a parlare per questo con il sultano, con gravi rischi. Oggi, non può essere preso d'esempio, lui era un Santo.

Tra le toghe ci sono tanti padri e soprattutto madri, che si fanno sentire con il sospetto che ci sia un po' di maschilismo verso le due «Signorine». Magari due giovanotti non sarebbero apparsi altrettanto sventati e indifesi? E inevitabile arriva la domanda: se nella stessa situazione si trovassero figlie vostre?

Il diritto, però, non lascia spazio a sentimentalismi e i più rispondono: lo Stato non può ragionare in base al sentimento materno-paterno, deve tener conto dell'uso che i terroristi faranno dei soldi del riscatto.

L’errore di pagare per gli ostaggi

Corriere della sera

di Marco Demarco

La liberazione di Greta e Vanessa ci restituisce due vite, ma col cedimento al ricatto altre ne espone.


Siamo tutti felici per la liberazione di Greta e Vanessa, ma siamo tutti preoccupati per le sorti generali. E in più c’è il fatto che l’inconciliabilità tra questi due atteggiamenti non può più essere occultata per tacitare il senso morale e favorire la ragion pratica. La liberazione di Greta e Vanessa ci restituisce due vite, le strappa alla ferocia dei tagliagole, ma molte altre ne espone. Ciò può avvenire non in astratto, ma in concreto, vista la ferocia cieca che si è scatenata in Francia e ovunque nel mondo.

1Se si fosse pagato un riscatto quei soldi, molti o moltissimi che siano, finirebbero per finanziare nuovi attacchi armati e nuovi rapimenti. Può accadere di mettere molte altre vite in pericolo soprattutto perché un cedimento al ricatto spaccherebbe il fronte occidentale dell’antiterrorismo; perché separerebbe chi paga per liberare i propri concittadini da chi invece resiste affinché si vinca tutti; perché sminuirebbe la considerazione internazionale di chi si piega; perché costringerebbe chi contratta a dissimulare mediazioni e compromessi indicibili; e perché indurrebbe a sacrificare quella trasparenza dell’azione di governo che alimenta la fiducia del cittadino nello Stato.

Su questi ultimi punti, il ministro Gentiloni è stato molto chiaro: quando ha detto che le decisioni assunte per Greta e Vanessa sono in linea con quelle adottate nel passato e quando ha aggiunto che esse sono le decisioni dell’Italia e non «di questo governo», da una parte ha invitato a non alzare inutili polveroni, ma dall’altra ha anche chiuso ogni margine per l’indignazione demagogica. Ostaggi sono stati liberati, insomma, anche quando al governo c’erano Berlusconi e i suoi alleati. Ma al posto di una unità al ribasso, del tipo «scagli la prima pietra chi è senza peccato», oggi è di altro che si sente il bisogno.

L’Italia è il Paese che, pagando il prezzo altissimo della vita di Aldo Moro e della sua scorta, ha sconfitto il terrorismo delle Br. L’Italia è il Paese che ha vinto il fenomeno dei sequestri di malavita negando ai familiari degli ostaggi di disporre dei propri beni. È da qui che deve ripartire una responsabile via italiana all’antiterrorismo. Oggi uno Stato che ripiegasse rispetto alla propria storia e che concedesse a se stesso ciò che nega al singolo cittadino sarebbe molto vulnerabile. E più esposto al fallimento.

18 gennaio 2015 | 09:15

Dopo il condono la villa rom diventa il covo di gang e ladri

Andrea Riva - Dom, 18/01/2015 - 13:29

Edificata abusivamente e acquisita poi dal comune di Roma, torna nelle mani degli illegittimi proprietari. Diventando così un covo di criminali

È il triste miracolo dell'Italia. Viene edificata una casa abusiva, sopravvive a un decreto di demolizione, viene condonata, il comune (in questo caso Roma) la acquisisce e, infine, torna agli illegittimi proprietari: la famiglia Markovic, rom di etnia serba.



Una volta riconquistata la casa, però, i Markovic si sono posti il problema dell'arredamento e, così, hanno pensato di abbellirla con oggetti prelevati dalle altrui dimore. Come scrive il Corriere, nella casa dei Markovic, la scorsa estate, i carabinieri hanno rinvenuto "oggetti per milioni di euro di valore, la cui provenienza è in parte già accertata come bottino del furto compiuto ai danni dell’avvocato romano Giovanni Lombardi Stronati e da quelli in altre abitazioni tra Parioli e Flaminio. Rolex e altri orologi di pregio, borse griffate, abiti Chanel, anelli con pietre preziose".
La villa dei Markovic è stata ora confiscata e è entrata nella lista dei beni da riassegnare alle associazioni antimafia. Molto probabilmente verrà affidata a Libera di don Ciotti.