sabato 17 gennaio 2015

Soldi e faccendieri: gli ostacoli superati da Calipari in Iraq

Corriere della sera

di Lorenzo Cremonesi

Nel tentativo di riportare a casa Simona Torretta e Simona Pari, nel 2004, Nicola Calipari dovette fronteggiare tanti falsi mediatori e (anche) l’opposizione degli Usa

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Due problemi, tra i tanti, intralciavano il lavoro che Nicola Calipari conduceva in Iraq per i servizi italiani nel tentativo di riportare a casa Simona Torretta e Simona Pari in quella difficile fine estate del 2004. C’è da supporre che questioni simili abbiano segnato oggi l’attività degli 007 per salvare le due ragazze in Siria. Il primo erano i tanti falsi mediatori, faccendieri che sostenevano di conoscere i rapitori e poter aiutare nella trattativa. Per Calipari e la sua squadra, ma prima di lui per la cellula del Sismi a Bagdad, erano una dispersiva e dispendiosa difficoltà. Dovevano trovare il canale giusto in mezzo alla pletora di questuanti e imbroglioni. Stavano perdendo tempo prezioso. E i costi lievitavano. Tutti esigevano acconti, magari «solo» 5 o 10 o 20.000 euro, ma la somma era una cifra notevole.

«Pescavano» sino a quando potevano, poi sparivano. Allora ero inviato per il Corriere a Bagdad e fui coinvolto per il fatto che alcuni personaggi rilevanti di Falluja mi avevano proposto la loro cooperazione. Calipari mi tenne con lui nell’ultima settimana prima della liberazione delle ragazze, il 28 settembre 2004 (erano state rapite il 7 settembre). «È utile per verificare notizie che abbiamo già» diceva. Il suo coraggio era straordinario. Partiva solo, jeans e giacca di pelle nera, per zone off limits controllate dalla guerriglia qaedista. Aveva una pistola e due o tre caricatori sotto la camicia. Ma sapeva che sarebbero serviti a poco. In camera teneva una valigia con i milioni di dollari in contanti.

Una seconda questione era costituita dagli alleati americani e inglesi, che da sempre hanno una politica contraria al pagamento dei riscatti. Ogni giorno venivano nella palazzina della cellula italiana a Camp Liberty, la base Usa presso l’aeroporto di Bagdad, mostrando foto di dove sostenevano potessero trovarsi prigioniere le «due Simone». Ricordo la gigantografia di un edificio nella zona di Abu Ghraib. Insistevano per un blitz armato. Calipari si consultava al telefono con il suo superiore, il capo del Sismi Nicolò Pollari, e a volte con dirigenti del governo Berlusconi, tra cui Gianni Letta. La risposta era un «no» secco. Non si poteva rischiare la vita delle ragazze. Gli americani allora chiudevano un occhio. Lasciavano fare. Per loro era più importante che l’Italia restasse nella coalizione, piuttosto che la rottura su una questione di principio che vedeva Roma e Washington su posizioni opposte.

17 gennaio 2015 | 11:22

Caro ministro, abbiamo diritto alla verità

Gian Micalessin - Sab, 17/01/2015 - 16:10

Una verità indispensabile per garantire non solo il rispetto della legge, ma anche il rispetto e la difesa dei cittadini minacciati dal terrorismo

La pantomima peggiore è quella del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Ad un'opinione pubblica sdegnata per i milioni consegnati ai rapitori di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo il ministro riserva un democristiano distillato d'ipocrisia.



Alambicca sull'entità del riscatto, s'indigna per la leggerezza dei giornalisti pronti a fidarsi dei terroristi che sostengono di aver incassato dodici milioni di dollari, ma non smentisce certo il pagamento di un riscatto. Ci ricorda anzi che l'Italia s'attiene «a regole e comportamenti condivisi a livello internazionale» e opera «in continuità con la linea seguita nel tempo dai diversi governi». L'Italia di Renzi, insomma, paga come prima e più di prima. Al pari di tante altre nazioni. Stavolta però i sofismi del ministro appaiono particolarmente insopportabili perché le esigenze di verità travalicano quelle consuete.

Quel riscatto arriva nelle mani dei terroristi proprio mentre in Europa sono in corso attacchi organizzati da quelle stesse forze jihadiste alle quali Greta e Vanessa volevano dimostrare sincera e partecipativa solidarietà. Per riportarle a casa l'Italia ha dovuto sborsare fior di milioni dei nostri contribuenti. Ed ora quegli stessi milioni possono diventare il mezzo per colpire noi italiani. Perché come c'insegnano i fatti di Belgio e Francia e il massacro al museo ebraico di Bruxelles della scorsa primavera - gli attacchi all'Europa sono tutti opera di reduci della Siria.

Il dovere di verità nei confronti dei contribuenti, veri finanziatori del riscatto versato per sopperire alle leggerezze di due ragazzine - va però anche più in là. Per raggiungere la Siria Greta e Vanessa hanno usufruito di una rete di solidarietà, contatti e collusioni che dal cuore della Lombardia raggiunge Turchia e territori siriani. Quella rete di solidarietà può venir percorsa anche in senso inverso e venir utilizzata, come stiamo vedendo, per portare il terrore dai santuari jihadisti fin dentro casa nostra. Le due cooperanti - tanto inconsapevoli da essersi offerte in pasto ai propri rapitori-eroi - potrebbero - altrettanto inconsapevolmente - essersi trasformate, prima della partenza, nei terminali di traffici rivolti a far entrare in Italia armi e cellule dormienti.

Governo e magistratura devono dunque chiarire ogni particolare delle loro avventure. Dalla preparazione fino all'epilogo. Quei particolari resteranno ovviamente coperti dal segreto istruttorio, ma potranno diventare in futuro, le motivazioni di una sentenza capace di perseguire i responsabili del sequestro e far luce su eventuali connivenze con il terrorismo jihadista siriano. Perché i soldi dei cittadini non servono solo a pagare i riscatti di chi colpevolmente si mette nei guai, ma anche a capire se dietro quelle azioni si nascondano solo puerili errori o connivenze più sgradevoli. E questo non significa infierire su due ragazzine, ma semplicemente accertare la verità. Una verità indispensabile per garantire non solo il rispetto della legge, ma anche il rispetto e la difesa dei cittadini minacciati dal terrorismo.



Basta soldi ai terroristi: buonisti sì ma stupidi no

Vittorio Feltri - Sab, 17/01/2015 - 15:17

Se rapiscono i nostri figli in Italia, lo Stato ci congela i beni. Usciamo dalla contraddizione: chi va nei Paesi "caldi" lo faccia a proprio rischio

Archiviati i festeggiamenti (legittimi) per la liberazione delle due ragazze italiane, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, sequestrate in Siria dove si erano recate in veste di cooperatrici, rimangono molte perplessità sul piano logico e non certo su quello umano: solo al pensiero dei rischi che le giovani hanno corso, siamo colti da un attacco di angoscia.



La questione centrale riguarda la legge. È noto che se nel nostro Paese qualcuno viene rapito a scopo di estorsione, immediatamente ai suoi familiari sono bloccati i conti correnti bancari e annullata ogni facoltà di alienare dei beni, mobili o immobili, per procurarsi denaro da consegnare ai sequestratori.Il drastico provvedimento fu introdotto parecchi anni orsono, quando quello dei rapimenti era un fenomeno in costante crescita. Si trattava, secondo il legislatore, di scoraggiare quel tipo di reato rendendolo non remunerativo.

All'epoca non mancarono le polemiche. L'obiezione principale era: impedire a un padre e a una madre di fare qualsiasi sacrificio per riabbracciare un figlio è una crudeltà che lo Stato non deve commettere. Nulla da fare. La norma passò ugualmente nella convinzione che non vi fosse altro deterrente per indurre i banditi a non realizzare simili piani criminali. Obiettivo colto in pieno: la piaga dei sequestri fu sanata.

La premessa era indispensabile per porre il seguente interrogativo al governo, a tutti i governi che si sono adoperati - sganciando fior di soldi - per riportare a casa connazionali ostaggi all'estero di terroristi e guerriglieri vari: perché due pesi e due misure sono adottati per liberare gente vittima dello stesso reato? È incomprensibile che una legge sia rispettata in patria e venga violata, dallo stesso Stato che l'ha imposta a tutti i cittadini, fuori dai suoi confini.

Il caso di Greta e Vanessa è l'ultimo in ordine cronologico; però i precedenti sono numerosi, e citiamo i più clamorosi, quelli delle due Simone (operatrici umanitarie) e della giornalista Giuliana Sgrena (inviata del Manifesto ), avvenuti in Irak. Pertanto il problema non è nuovo. Visto che periodicamente si ripropone, forse è giunto il momento di risolverlo. Fra l'altro, con i proventi dei rapimenti i banditi nostrani si arricchiscono e basta, mentre i terroristi si finanziano e potenziano così la propria attività violenta, acquistano armi micidiali da utilizzare contro chiunque sia considerato loro nemico.

Non è necessario tenerla lunga per chiarire il concetto: i 12 milioni sborsati dalla pubblica amministrazione affinché le fanciulle rientrassero nella penisola, non saranno investiti in opere umanitarie, bensì in stragi. E i delinquenti del fondamentalismo saranno incentivati a compiere nuovi sequestri, avendone sperimentato la redditività. Serve uscire da questa assurda contraddizione, subito. Come? Si avvertano i connazionali intenzionati a trasferirsi in zone ad alto grado di insicurezza che, qualora accadano loro incidenti analoghi a quelli in discussione, lo Stato non interverrà mediante servizi segreti e versamenti di valuta. Chi temerariamente affronta il pericolo, essendo al corrente di mettere in gioco la pelle, non merita di essere soccorso a spese degli italiani.

Immaginiamo che Greta e Vanessa fossero partite per la Siria animate dai migliori sentimenti, ignorando tuttavia che per fare del bene non è indispensabile volare in Medio Oriente: è facile aiutare i bisognosi anche a Milano o a Roma, è sufficiente guardarsi in giro per scoprirlo. Insomma, queste ragazze avvolte in stracci neri, riprese dalla telecamera e mostrate in tivù quali trofei di caccia, ci hanno fatto tenerezza, e siamo contenti di averle ancora tra noi. Ma saremmo più contenti se il loro fosse l'ultimo episodio del genere che costringe un Paese a mobilitarsi, e ad aprire il portafogli, per salvare giovani donne a dir poco incoscienti, benché meno incoscienti di coloro che ne hanno assecondato il desiderio (folle) di avventura.

Giova infine rammentare alle anime belle, già pronte a criticare il presente articolo, che Inghilterra e Stati Uniti non hanno sganciato e non sganciano un centesimo ai sequestratori nemmeno quando minacciano di tagliare la testa agli ostaggi. D'accordo, noi siamo buonisti, ma comportandoci alla nostra maniera siamo anche stupidi.

Il pensionato che prende il doppio di Obama «Ma non posso rifiutare»

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

L’avvocato comunale di Perugia con il vitalizio di 651 mila euro l’anno: è tutto in regola. «È assurdo, ma che dovrei fare? Non ho neppure contestato il contributo di solidarietà»

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«Cosa dovrei dire: «no grazie»?» Mario Cartasegna, l’ex avvocato dipendente del Comune di Perugia che con gli extra, le percentuali sulle cause vinte calcolate nella pensione, si ritrova un vitalizio di 651 mila eurosul quale l’Inps ha aperto un’inchiesta, presentandosi ieri mattina negli uffici comunali non nega niente: «Lo so, è assurdo che incassi tutti questi soldi. Ma perché ve la prendete con me?».

E con chi dovremmo prendercela?
«Con l’ordinamento. Su di me lei ha scritto delle cose non vere».

Cioè? «Non ho avuto “concessioni spettacolari”. Il posto fisso l’ho vinto per concorso e la percentuale sulle cause me l’ha riconosciuta nel 1978 il consiglio comunale di Perugia all’unanimità (non due “sindaci socialisti” che lascia intendere chissà cosa) per evitare avvocati esterni e gli amici degli amici. Ed era il minimo della tariffa dell’ordine delle cause vinte».

Non sono stati poi aboliti dalle «lenzuolate» di Bersani, quei minimi?
«Per i liberi professionisti. Ma siccome io ero a contratto...»

Se li è tenuti ben stretti...
«Cosa dovevo fare, scusi?».

Insomma, nessuno al mondo prende 651 mila euro di pensione dopo aver fatto il dipendente comunale!
«Gliene do atto. Ma non ero l’unico ad avere un contratto così...».

E allora perché ha il triplo dei suoi colleghi pensionati?
«Perché al Comune di Perugia come avvocato ero solo. Ho fatto tantissime cause. E tantissime ne ho vinte. E poi, scusi, perché scrivere che al Tar di Perugia ero “di casa”? Come se avessi avuto una sentenza ad hoc!».

Nessuna malizia: ma era lì tutti i giorni, Perugia è piccola, non negherà che c’era un rapporto diverso da quello che un anonimo impiegato dell’ufficio legale di un grande Comune avrebbe avuto al Tar di una grande regione, al di là della correttezza dei giudici...
«Posso essere d’accordo sul rapporto di stima verso un avvocato che frequenta l’ambiente. I giudici li conoscevo, ovvio. Ma poteva risparmiarsi certi veleni. Ha scritto che come avvocato mi sono dimenticato di oppormi al mio ricorso...».

Non è così?
«Non l’ho proprio trattata quella pratica: appena presentato il ricorso mi sono astenuto...».

E chi l’ha trattata?
«Non lo so! Eravamo 1.600 dipendenti...».

Era lei però, l’unico avvocato comunale... «Poteva occuparsene il segretario generale. Poteva prendere un avvocato esterno...».

Fatto sta che il Comune non si oppose. Tornando ai suoi stipendi: fa impressione vederli schizzare negli ultimissimi anni da 200 mila euro a un milione: o no?
«Ha ragione. Ma non dipendeva da me. Certe cause sono finite anche dopo 20 o 25 anni. Io le mie parcelle le passavo alla Ragioneria e se c’erano i soldi mi pagavano. Mica me le pagavo da solo».

Fatto sta che uno si chiede: ma ha fatto apposta a portare tutti questi processi a compimento sul più bello che c’era da calcolare la pensione?
«La tabella sulla progressione è corretta ma le assicuro: non ci ho messo lo zampino... So che non ci crede ma ho visto con sorpresa la mia pensione».

Ma se ha fatto causa, ha battagliato... «Non è così. Nel 2010 proposi io, visto che ero già in pensione, di esser pagato per le cause non ancora chiuse come un professionista, con l’Iva. E fu l’Agenzia delle Entrate a dire di no. Avrebbero risparmiato...».

Insomma, sono sbagliate le regole?
«Non lo contesto. È vero. Anche che gli amministratori potessero fare scelte diverse è vero. Potevano mettere un tetto: “massimo compenso tutto compreso 300 mila euro l’anno”. Ma avrei dovuto proporlo io? Andiamo!».

Quindi lei è semplicemente il fruitore di errori altrui...
«Errori... Erano leggi, regolamenti...».

Ammette lei stesso che il Comune sbagliò a non porle il tetto.
«Certo. Ma dovevo segnalarlo io? Se il principio era sbagliato dovevo sbandierarlo io sui giornali? Ora la legge di Stabilità li ha cancellati, quei compensi. Diciamolo: ho solo avuto tre botte di fortuna. Primo, sono andato in pensione col retributivo. Secondo, ero il solo avvocato comunale. Terzo, l’Agenzia delle Entrate ha detto: nelle cause pendenti costui prosegue l’attività che faceva prima quindi... Ripeto: con la mia proposta avrebbero risparmiato».

Prendere in pensione il doppio di Obama non l’imbarazza?
«Pensa che lo sapessi?».

Adesso lo sa. «Perché dovrei essere imbarazzato? Prendo quel che l’ordinamento mi dà. Cosa dovrei fare: rinunciare ai soldi? Dai!».

E se il governo decidesse di toccare certi diritti acquisiti, come il suo, frutto di regole sbagliate? «Vuol sapere se farei ricorso? Non so. C’è una Consulta. Non toccheranno solo me... Ma lei sa qual è la mia pensione netta, visto che ha scritto che al lordo prendo 651 mila euro?».

Venticinque o ventisei mila euro al mese. «No: 20.700. Perché oltre alle tasse c’è il prelievo sulle pensioni d’oro. Non è che mi lamento. Ma che io ridia allo Stato 378 mila euro l’anno non è da tutti. Sono o no un grande contribuente? E non ho contestato il contributo di solidarietà».

Tanti han fatto causa...
«Non io. Ma se la Corte costituzionale, poi, dovesse dichiarare illegittimo questo contributo, cosa faccio? Devo rifiutare i soldi, se l’Inps me li restituisce? Lo so, è un meccanismo assurdo. Ma non si può colpevolizzare chi ne fruisce! Perché vuol farmene una colpa, se ho fatto causa per farmi riconoscere ciò che una sentenza diceva che dovevo avere?».

17 gennaio 2015 | 08:38



La pensione dell’avvocato comunale? È tre volte lo stipendio della Merkel

Corriere della sera

di Gian Antonio Stella

Il dottor Cartasegna di Perugia e la sentenza sul vitalizio che l’ente previdenziale non ha mai appellato

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Com’è possibile che un ex dipendente comunale di una città di provincia possa prendere di pensione il triplo del suo ultimo stipendio e il doppio abbondante della busta paga di Obama? La direzione generale dell’Inps ha aperto un’inchiesta. Era ora: quel vitalizio di 651 mila euro nel 2013 a Mario Cartasegna, fosse anche regolare in ogni cavillo, grida vendetta. E torna a porre il tema di certi spropositati «diritti acquisiti» concessi in base a leggi, leggine e sentenze insostenibili.

Nato nel 1941 dalle parti di Postumia, oggi in Slovenia, finito in Umbria come calciatore nella squadra del capoluogo, laureato in legge mentre ancora giocava, Cartasegna viene assunto dal Comune di Perugia nel 1972 e pochi anni dopo ottiene dai sindaci socialisti dell’epoca due concessioni spettacolari. Oltre al posto fisso e allo stipendio garantito (nel suo caso assai buono) dei dipendenti pubblici avrà una bella percentuale sulle cause come fosse non un funzionario «a tempo pieno» ma un legale con studio privato. Un’accoppiata contrattuale sconcertante (immaginatevi un muratore comunale che abbia un extra per ogni mattone che mette o un centralinista comunale che abbia un extra per ogni telefonata che smista!) che gli consentirà anni dopo di tentare un nuovo colpaccio.

Saputo di una sentenza del Tar del Lazio confermata dal Consiglio di Stato che dava ragione a degli avvocati dipendenti del Comune di Roma, riconoscendo loro il diritto di calcolare per la pensione anche le percentuali sulle cause vinte, chiede al Tesoro d’avere lo stesso privilegio. No, gli risponde il ministero: «A prescindere dalla considerazione che l’importo di tali quote non è fisso e continuativo», la legge 299/1980 «fa espresso divieto agli enti di corrispondere emolumenti non previsti dal contratto di categoria» e l’articolo 10 «dispone che la certificazione delle voci retributive ai fini di pensione sono quelle contrattuali “con esclusione di qualsiasi altro emolumento a qualunque titolo corrisposto”».

Cartasegna fa ricorso al Tar di Perugia dov’è di casa, insiste sulle due sentenze romane, bolla come «stucchevole e quasi irritante» il rifiuto del Tesoro, liquida come «macroscopicamente errato» il richiamo al contratto di categoria e insomma batte e ribatte: vuole i soldi degli «extra» calcolati nella pensione.

Per dieci anni, silenzio assoluto: si sa quanto può essere lenta la giustizia civile. E per dieci anni il Comune di Perugia, obbligato a tirar fuori un pacco di soldi dei cittadini per pagare i contributi supplementari (ammesso e non concesso che poi li abbia pagati tutti: l’Inps contesta da anni «amnesie» degli enti locali) «si dimentica» di chiedere al capo dell’ufficio legale Cartasegna, a sua volta smemorato, di opporsi in giudizio contro le pretese del dipendente Cartasegna.

Pretese che il Tar perugino riconosce infine, nel dicembre 1997, fondate: «Nella quota degli onorari percepiti si rinviene la presenza di tutti gli indici che la legge prevede per la loro utilità a pensione». Anzi, condanna il Tesoro e Palazzo Chigi a pagare pure le spese. Tre mesi dopo l’Avvocatura dello Stato chiede all’Inpdap, l’istituto previdenziale dei dipendenti pubblici che passerà all’Inps portando in dote un buco di 23,7 miliardi, se voglia fare appello. Silenzio. Altri due mesi e torna alla carica: lo fate o no l’appello? Macché: come scoprirà con stupore un recentissimo documento Inps «agli atti non risulta che la sentenza sia stata mai appellata». Scherziamo? Nonostante fosse destinata a costare un sacco di soldi? Mai appellata. Né dalla Cassa previdenza dipendenti enti locali né dall’Inpdap.

Spiega l’avvocato perugino, in una intervista, che lui mai e poi mai avrebbe immaginato di prendere un vitalizio così stratosferico: «Mi sono ritrovato questa cosa senza neanche crederci. Quando lavoravo prendevo in Comune 10-12 mila euro al mese. Secondo lei potevo pensare di arrivare ad una pensione così alta, 24 mila euro netti al mese? Me la sono trovata come quello che vince il primo premio della lotteria di Capodanno...».

Non è esatto. Quel «premio della lotteria» non è caduto dal cielo: il legale non ha mollato l’osso per anni. Tanto che, dopo che già era andato in pensione alla fine del 2008, è nato un nuovo contenzioso (protagonisti l’Inpdap, l’Agenzia delle Entrate, l’Inps...) sul tema: quell’«extra» sulle cause va calcolato pure nel caso di processi avviati da Cartasegna «prima» di andare in pensione ma conclusi «dopo»? Il risultato è in una relazione Inps del 23 dicembre scorso: «La stessa sede provinciale di Perugia nel corso degli anni ha operato 9 riliquidazioni per effetto di ulteriori incrementi stipendiali certificati dal Comune da attore con il modello PA04. La decima riliquidazione è in corso».

Fatto sta che l’«affare Cartasegna» è diventato, per la sua esemplare abnormità che non risulta avere paragoni con alcun altro caso di dipendenti pubblici (neppure quello degli ex avvocati romani che fecero il primo ricorso e non arrivano a un terzo del vitalizio di cui parliamo) il simbolo di come un sistema impazzito abbia potuto produrre squilibri impensabili in ogni altro luogo del globo terraqueo.

E non solo perché quella pensione salita nel 2013 a 651 mila euro è il doppio dello stipendio di Barack Obama e il triplo di quelli di Angela Merkel o del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Ma anche perché Cartasegna negli ultimi anni, come lui stesso riconosce, aveva uno stipendio immensamente più basso.

Lievitato con una progressione pazzesca: una impennata dal 2004 al 2008, in cinque anni, da poco più di 200 mila euro a oltre un milione. Merito, forse, di una massa di processi che per pura coincidenza sono arrivati a conclusione proprio nella fase finale che porta all’ultimo stipendio buono per il calcolo della pensione la sua busta paga. Un record planetario. Che ha visto l’avvocato perugino incassare una pensione via via cresciuta con lo strascico di altri «extra» fino alla cifra che dicevamo.

Un caso limite? Certo. Ma impossibile da spiegare, in questi anni di vacche magre, a quegli italiani che faticano ad arrivare a fine mese. E che dimostra come certi «diritti acquisiti», quando sono platealmente esagerati, non possono essere sacri e intoccabili come la reliquia del dente di Buddha a Candy.

17 gennaio 2015 | 08:43

La netturbina multata: «Vivo per aiutare gli altri, rifarei tutto»

Corriere della sera
di Giacomo Valtolina

Amsa e l’assessore Granelli si offrono di pagarle la contravvenzione. Lei risponde: «L’ho già saldata»

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Sono passati cinque giorni da quando l’operatrice ecologica Celia Prada ha salvato la vita a un pedone in arresto cardiaco, investito sotto i suoi occhi da uno scooter, all’Isola, mentre lei stava svuotando il cestino sul marciapiedi all’incrocio tra le vie Alserio e Civerchio. Cinque giorni che le sono serviti per pagare la sanzione ridotta (59,50 euro) della multa staccata dai vigili urbani per «sosta in intersezione», come recita il verbale, una contravvenzione definita «assurda» dai testimoni in zona ma saldata «perché io - dice Celia - preferisco rispettare la legge». «Cinque giorni d’insonnia», racconta oggi. Di pensieri.

Su cos’avrebbe «dovuto fare», su come avrebbe «potuto comportarsi» invece di soccorrere il pedone. Come se mentre lei vedeva «un uomo a terra», «quasi morto», «con gli occhi ribaltati all’indietro», invece che praticargli un massaggio cardiaco, lei, volontaria e «Oss», operatrice sociosanitaria riconosciuta, avesse dovuto girarsi dall’altra parte e preoccuparsi piuttosto di spostare il mezzo fermo lì con le quattro frecce, a lato della strada, dopo l’incrocio ma prima delle strisce pedonali. Domande che non meritano risposte, dice. «Rifarei tutto».

La netturbina multata 
La netturbina multata
Una «procedura corretta» secondo l’Amsa, la stessa che accade ogni giorno in tutte le zone della città, in tutte le strade. Se d’infrazione si tratta, in astratto ogni mezzo dell’Amsa in fermata può essere colpevole di ogni incidente. O almeno così secondo i vigili, che pur «ringraziando l’intervento provvidenziale» della donna, che «ha permesso di salvare la vita del pedone colpito da un attacco di cuore», non arretrano nel considerare l’automezzo prima delle strisce in posizione tale da «limitare significativamente la visibilità contribuendo a rendere pericoloso l’attraversamento della strada», come altri veicoli. Così dichiara il capo di gabinetto della polizia locale, Antonio Barbato.
Una versione che dice solo una parte di quanto raccontano le testimonianze. Su tutte quella - presa in consegna anche dagli infermieri del 118 - di un medico di Niguarda, B. V., 59 anni, intervenuto pochi minuti dopo l’incidente. «L’automezzo dell’operatrice Amsa - afferma - era di lato e non impediva la visuale, come ho scritto nella mia testimonianza. All’uomo non batteva più il polso e l’intervento della donna è stato determinante. La multa è assurda - conclude - così come incivile è stato il comportamento di molti automobilisti in via Alserio dopo l’impatto. Nonostante l’uomo a terra privo di sensi, suonavano il clacson e incitavano a sbrigarsi».
Secondo alcuni anziani presenti, un vigile avrebbe anche provato a far cambiare idea alla collega che stava compilando il verbale. Invano: «Non possiamo non notificare la multa» la risposta. La vigilessa avrebbe detto a Celia: «Ringrazia il cielo che hai salvato una persona. Accontentati e paga la multe». Cosa che, intanto, ieri mattina, lei ha fatto. Quasi 60 euro, nonostante la promessa di rimborso, ieri, sia da parte di Amsa, sia dell’assessore alla Sicurezza Marco Granelli: «Il suo è un gesto di grande senso civico che merita riconoscenza - ha detto Granelli -. Sono pronto a farmi carico della sanzione». La signora Prada, peruviana di 44 anni, vive a Trezzano Rosa, è in Italia dai primi anni Novanta.

Tre figli, dal 2009 lavora in Amsa, e ogni pomeriggio, con il suo mezzo, svolge il turno al quartiere Isola. Neanche lei, oggi, fa dietrofront: «Questa multa incentiva a non curarsi degli altri e a pensare prima di agire disinteressatamente — ha detto ieri al Corriere — . Sono cose che ti fanno stare davvero male. Negli scorsi giorni ho sofferto perché per me vivere significa aiutare gli altri e non saprei come fare senza. Per questo sono venuta in Italia, per dare una vita alla mia prima figlia, per farla studiare, per il volontariato. Non capisco dove io abbia sbagliato.

E poi - aggiunge - nessuno mi dava informazioni sul pedone investito. Che bello sapere che è ancora vivo dopo aver sentito i suoi battiti arrestarsi». E la «fermata» in divieto? Come evitarla in futuro? «È impossibile, facciamo tutti così, ogni giorno. Muovendoci da un cestino all’altro per pulire la città. Ma amo questo lavoro...».

17 gennaio 2015 | 10:25

Vigili, la marcia pro-fannulloni tra farsa e oltraggio civico

Il Messaggero
di Mario Ajello




Si saranno detti questo i vigili-sindacalisti, citando una celebre gag: «Ragazzi, non possiamo stare qui a far nulla, potrebbero scambiarci per dei lavoratori!». Dunque, è meglio organizzare uno sciopero nazionale.

Quello di tutti i vigili d’Italia, o almeno quelli aderenti al sindacato Ospol, in difesa dei colleghi romani che a Capodanno si diedero (l’83,5 per cento) malati e se ne restarono a casa. Adesso è scattato il moto di solidarietà corporativa e li vedremo tutti il 12 febbraio lungo le vie dell’Urbe: i nostri pizzardoni e i ghisa milanesi, i pizzardi marchigiani e i civich torinesi, i cantunè genovesi e i tubi (dal cappello a tubo) triestini e i siculi e i campani e magari, in divisa austriacante, raggiungeranno il Campidoglio anche le guardie locali altoatesine.

Sigarette, aumenta il prezzo: fino a 20 centesimi in più

Il Messaggero

Immagine Sigarette, aumenta il costo delle bionde fino a 20 centesimi

Sigarette più care dai prossimi giorni. I Monopoli di Stato hanno pubblicato l'adeguamento dei prezzi di vendita al pubblico, in attuazione del decreto legislativo della delega fiscale. In sostanza le accise sui tabacchi aumenteranno. Di conseguenza, il costo dei vari pacchetti salirà da un minimo di 10 fino a un massimo di 20 centesimi. Conti alla mano, il prezzo dei pacchetti dei marchi più diffusi nel nostro paese sarà superiore ai 5 euro.

16 Gen 2015 12:58 - Ultimo aggiornamento: 18:30

L'imam belga e il miliziano liberati dai nostri giudici

Bepi Castellaneta - Sab, 17/01/2015 - 08:03

Nel 2011 Ayachi e Gendron sono condannati in primo grado a otto anni di reclusione, ma nel 2012 la Corte d'Appello dispone l'assoluzione. La decisione viene annullata dalla Cassazione ma nel nuovo giudizio di secondo grado nel 2014 vengono assolti di nuovo

Bari - Se ne andavano tranquillamente in giro tra Asia ed Europa, passando senza problemi da un Paese all'altro.

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E l'11 novembre del 2008 sbarcarono a Bari, dove la polizia di frontiera li fermò perché a bordo del loro camper c'erano cinque immigrati senza passaporto. Ma dopo l'esame di documenti e intercettazioni, e grazie anche a un fitto scambio di informazioni con l'intelligence europea, le indagini presero tutt'altra piega: secondo gli investigatori, infatti, quei due uomini approdati in Puglia come passeggeri qualunque da un normale traghetto di linea proveniente dalla Grecia erano personaggi di spicco di Al Qaeda. Risultato: nuove pesanti accuse, un'inchiesta che si arricchisce di inquietanti particolari come le conversazioni captate in carcere con riferimenti ad attentati in Inghilterra e Francia, e un lungo percorso giudiziario. Che si conclude però con l'assoluzione.

Si tratta di una delle vicende più controverse nelle indagini sul terrorismo internazionale. Una storia che ha come protagonisti l'ex imam di Bruxelles, Bassam Ayachi, siriano, all'epoca 63 anni, e l'ingegnere informatico francese Raphael Gendron: quest'ultimo, tornato in libertà dopo essere stato scagionato dai giudici, è morto poco più di un anno fa combattendo nelle file di una milizia islamista in Siria. Dove sarebbe finito più volte anche Ayachi, che ha sempre sostenuto di essere impegnato negli aiuti umanitari ma da tempo è nel mirino della polizia belga che lo sospetta di essere l'ideologo di una delle fazioni in guerra.

Tutto comincia durante un'attività di pattugliamento della polizia al porto di Bari, uno scalo dove nonostante gli accordi di Schengen i controlli non sono mai stati messi da parte e anzi sono piuttosto rigidi. Al punto che in passato le autorità italiane hanno anche dovuto subire una ramanzina dall'Europa che all'epoca non gradiva evidentemente maglie così strette e ostacoli alla libera circolazione. Fatto sta che l'11 novembre del 2008 quel camper non passa inosservato. Gli agenti bloccano il veicolo e da un doppiofondo spuntano cinque clandestini: tre palestinesi e due siriani. L'operazione sembra finita lì, ma a un agente non sfugge la presenza di sei pendrive e alcuni dvd, uno dal titolo «Torture».

Proprio dopo l'esame di quei file arriva la svolta: nei documenti ci sono riferimenti ad Al Qaeda oltre a svariati cataloghi di armi e materiale propagandistico; a tutto questo si aggiungono le parole intercettate in carcere: «Ci ammazziamo colpendo, colpiamo… non hai bisogno che ti dica che significa avere un aereo francese», dice l'imam all'ingegnere. Il quale spiega che «bisogna colpire gli inglesi» e «cambiare posto» mentre l'altro fischia per simulare il rumore di un jet e dichiara: «Colpirò De Gaulle». Insomma, i sospetti diventano sempre più consistenti. Del resto, l'ex imam non fa nulla per nascondere le proprie convinzioni: il figlio non a caso si chiama Mohammed Atta come uno degli attentatori dell'11 settembre e con gli investigatori ammette tranquillamente di aver deciso così «perché per me lui è un eroe».

La vicenda approda in un'aula giudiziaria. Nel giugno 2011 Ayachi e Gendron vengono condannati in primo grado a otto anni di reclusione, ma nel luglio del 2012 la Corte d'Appello dispone l'assoluzione: la decisione viene annullata dalla Cassazione ma nel nuovo giudizio di secondo grado, il 3 aprile del 2014, i giudici li assolvono ancora una volta. La sentenza non viene impugnata e diventa definitiva.