martedì 13 gennaio 2015

L’anno con un secondo in più

Corriere della sera
di Tullio Avoledo

Il 30 giugno i 70 orologi atomici che calcolano il tempo universale si sincronizzano con la Terra. Nel 1582 il Papa stabilì che il giorno dopo giovedì 4 ottobre fosse venerdì 15

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 L’orologio atomico più preciso al mondo (errore di 1 secondo ogni 5 miliardi di anni) realizzato nel gennaio 2014 dal gruppo di ricerca statunitense del laboratorio Jila, dal National Institute of Standards and Technology e dall’Università del Colorado a Boulder (Ye Group & Baxley/Jila) Gli estimatori delle catastrofi annunciate hanno una nuova data per cui preoccuparsi: il 30 giugno di quest’anno. L’Iers (International Earth Rotation Service), un organismo internazionale con sede a Parigi, ha annunciato nei giorni scorsi che i 70 orologi atomici che in tutto il mondo servono a calcolare il Tempo Universale Coordinato andranno sincronizzati con la rotazione della Terra. Il 30 giugno verrà quindi aggiunto a quegli orologi un «secondo intercalare» (in inglese Leap Second): quel giorno durerà quindi 86.401 secondi anziché 86.400.

La storia degli orologi atomici 
La storia degli orologi atomici 
La storia degli orologi atomici 
La storia degli orologi atomici
Sincronizzazione
Questa «manutenzione straordinaria» è stata effettuata altre 25 volte dal 1972 ad oggi, nelle due date convenzionali del 30 giugno e del 31 dicembre. Si tratta, in pratica, di sincronizzare la misurazione del tempo data dagli orologi atomici (basata sull’oscillazione di un atomo di cesio) con l’orologio planetario, che si basa invece sulla rotazione della Terra intorno al Sole. Purtroppo la velocità della rotazione non è costante, influenzata com’è dai cambiamenti all’interno del nucleo planetario. La Terra, attualmente, perde due millesimi di secondo al giorno. Gli scienziati calcolano che il «ritardo» del nostro pianeta rispetto agli implacabili orologi atomici potrebbe essere di un’ora ogni mille anni: un ritardo che nessun essere vivente è in grado di percepire e che solo il progresso tecnologico degli ultimi decenni ha reso esattamente calcolabile.
Effetti potenzialmente rischiosi
Potrebbe considerarsi una semplice curiosità scientifica, se non fosse per gli effetti potenzialmente rischiosi di questa sincronizzazione, nel nostro presente super informatizzato. L’ultima volta, il 30 giugno 2012, molti computer andarono in tilt, bloccandosi per minuti e a volte addirittura per ore in quel secondo in più che non erano in grado di gestire e che li mandava «in crash», in attesa di ricevere nuove istruzioni. Vi furono allora molte «vittime illustri», tra cui LinkedIn e Mozilla. Il fatto è che sugli orologi atomici e sulla loro precisione si appoggiano i sistemi informatici di aeroporti, Borse, agenzie spaziali (per le quali anche un miliardesimo di secondo è rilevante), motori di ricerca e piattaforme di vendita online. Non a caso Google ha cominciato ad aggiungere ai suoi computer ogni giorno una frazione di secondo in più, per arrivare al 30 giugno già sincronizzata.

La velocità di rotazione della Terra non è costante, ma è influenzata dai cambiamenti all’interno del nucleo. La Terra attualmente perde due millesimi di secondo al giorno
Critiche
Non mancano le critiche al metodo del Leap Second aggiunto e ai rischi che comporta. Stati Uniti, Francia, Germania e Italia vorrebbero dismetterlo, mentre la Gran Bretagna è la capofila dei Paesi che intendono mantenerlo, forse anche per ragioni di bandiera: il mancato aggiornamento degli orologi atomici e il ritardo che si accumulerebbe renderebbe obsoleto il cosiddetto tempio medio di Greenwich (GMT), adottato nel 1847. Queste critiche sono decisamente poca cosa rispetto a quelle che accompagnarono, nel XVI secolo, la dismissione del calendario giuliano (che accumulava un ritardo di 11 minuti l’anno) e il passaggio al nuovo calendario detto gregoriano.

Si calcola che il «ritardo» del nostro pianeta rispetto agli orologi atomici potrebbe essere di un’ora ogni mille anni
La riforma gregoriana
All’epoca le ragioni per una così drammatica decisione erano eminentemente religiose, legate al calcolo delle date della Pasqua e della Settimana Santa. Già nel 1267 Ruggero Bacone aveva avvertito che a causa delle imprecisioni del calendario giuliano prima o poi si sarebbe finiti per celebrare la Pasqua a Natale. Con la bolla Inter gravissimas del 24 febbraio 1582, papa Gregorio XIII riformò il calendario e decretò, con decisione rivoluzionaria, che il giorno successivo a giovedì 4 ottobre 1582 fosse venerdì 15 ottobre. Il mondo faceva un salto in avanti nel tempo di dieci giorni, recuperando d’un colpo il ritardo accumulato in 1.500 anni. I protestanti ci misero un bel po’ di tempo (più o meno un secolo e mezzo) per adottare il calendario gregoriano.

La Russia ortodossa attese fino al 1918, e la Grecia addirittura il 1928. Nei Paesi cattolici vi furono rivolte al grido di «Ridateci i nostri dieci giorni!», mentre i protestanti urlavano «Ridateci i giorni che il papa e il demonio ci hanno rubato!». Tra le voci che giravano c’erano quella che la riforma del calendario avrebbe disorientato gli uccelli migratori, impedito la maturazione dei raccolti e persino causato turbamento nel moto dei corpi celesti. Altro che le paure d’oggi, per un solo secondo.

Il 30 giugno 2012 fu l’ultima volta che venne aggiunto un secondo
I numeri
Ma non sottovalutiamo questa frazione di tempo: ogni secondo sulla Terra nascono quattro bambini e due blog, muoiono due persone e vengono inviati 5.700 tweet, mentre nello spazio nascono tre supernove e 200 nuove stelle. Quel che è certo è che il 30 giugno 2015, coi suoi 86.401 secondi anziché 86.400, sarà il giorno in cui converrebbe prendere ferie. Ammesso che si sappia cosa farsene, di quel secondo in più. E soprattutto - per parafrasare Woody Allen - sperando che in quel secondo non piova.

13 gennaio 2015 | 10:59

Dieci cibi che fanno male ai vostri cani: ecco tutti gli alimenti da evitare

La Stampa

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ROMA - Ci sono alimenti perfettamente digeribili e assimilabili per noi uomini ma, spesso, non sono accettati dall'organismo dei nostri amati cani.

Quali sono questi alimenti? Eccone 10 che non dovete assolutamente dare al vostro amico a 4 zampe.

Cioccolato: contiene la teobromina, una sostanza che provoca battito cardiaco irregolare, tremore e addirittura la morte.

Gelato: i cani possono soffrire di intolleranza al lattosio.

Aglio e cipolle: danneggiano i globuli rossi. Controllate che nei cibi non siano presenti quantità eccessive di questi cibi.

Zucchero e dolciumi: possono provocare problemi ai denti, diabete e aumentare il peso dei vostri cani.

Noci: è presente una tossina che può provocare tremore, debolezza, aumento della temperatura e, in casi estremi, paralisi.

Sale e snack salati: una quantità eccessiva di sale può provocare attacchi epilettici e conseguente come e, addirittura, la morte.

Avocado: contiene una tossina che può provocare problemi digestivi ai cani.

Uova: contengono la biotina, una una vitamina del gruppo B responsabile della crescita del pelo. Ma se consumate crude possono causare salmonella e, inoltre, contrastare l'azione della biotina.

Ossicini: possono provocare problemi digestivi e respiratori.
martedì 13 gennaio 2015 - 14:59   Ultimo agg.: 15:01

L'imam di Londra: "Chi offende Maometto deve morire"

Francesco Curridori - Mar, 13/01/2015 - 12:24

L'imam di Londra, intervistato da Piazzapulita, approva la strage di Parigi e vede Roma come il prossimo obiettivo dei terroristi

"Su quello che è successo a Parigi il Corano è molto chiaro: chiunque insulti il profeta deve morire. Io credo che andrebbe processato secondo la Sharia e, se condannato, giustiziato secondo la Sharia.



Perché non imparate la lezione e basta? Questo è quello che dice l’Islam”. È quanto ha dichiarato l’imam Anjem Choudary, cittadino inglese che vive a Londra, nel corso della puntata di ieri di Piazza pulita.

Per l’imam l’attacco terroristico nella sede di Charlie Hebdo non arriva inaspettato ma è conseguenza naturale della politica estera della Francia: “Il governo francese provoca i musulmani da tempo. Hanno bandito il burqa, hanno complottato contro i musulmani in Irak e Siria, hanno occupato le nostre terre, hanno sfruttato i musulmani in Africa e adesso hanno permesso alle persone di insultare il messaggio del Mohamed. C’è una lunga lista di persone che hanno insultato il profeta e molte di queste sono già state uccise.

Che vi aspettavate?” L’imam ha anche ammonito che l’Italia potrebbe essere il prossimo obiettivo dei terroristi perché “sta aiutando gli americani nella coalizione contro lo Stato islamico e i musulmani quindi vi sorprendete se vi saranno ripercussioni serie per quello che state facendo”. L’obiettivo principale è la Capitale: “Quello che sappiamo dalle profezie del Messaggero – spiega l’imam londinese - è che il giudizio non arriverà finché un gruppo della nostra comunità non conquisterà Roma. Quindi un giorno Roma, statene certi, sarà sotto la Sharia ma guardate sarà una cosa bella.
Non dovete avere paura”. Gli attacchi, secondo Choudary, non cesseranno “fino a che voi (occidentali ndr) non aprirete gli occhi e vi renderete conto delle vostre azioni la situazione non cambierà. Se altri insulteranno il profeta le ripercussioni saranno le stesse e ci saranno altri attacchi. I musulmani non sono come i cristiani che dicono di porgere l’altra guancia, i musulmani si difendono”. E alla domanda “ma da cosa? Dalle vignette?” la risposta è alquanto inquietante: “Per voi sono solo disegni ma quei disegni sono inaccettabili e non vi sorprendete se i giornalisti vengono presi di mira. Sono considerati quelli che fanno propaganda per i regimi che stanno mandando i loro uomini a uccidere i musulmani”. L’imam ribadisce, infatti, per ben due volte che per lui la libertà d’espressione non esiste:

“È Allah che ci indica cosa possiamo dire e non dire. Io sto parlando perché Allah mi ha creato e mi ha dato il permesso di dare il punto di vista islamico al mondo e voi non potete usare eufemismi come libertà d’espressione e di parola per coprire azioni di provocazioni come quelle che stava facendo quel giornale da anni”. Choudary avverte che “i giornalisti ma anche i civili occidentali non sono al sicuro e sono visti come parte del nemico” e invita l’Occidente a ritirare le truppe dai Paesi islamici anche perché “La democrazia ha fallito così come il capitalismo. Le persone non credono più che la democrazia liberale abbia le soluzioni per problemi come la povertà, l’immigrazione, la mancanza di prospettive per i giovani. È l’Islam il futuro dell’umanità”.

Così Marino soccorre Benigni: firma il permesso per la villa prima di festeggiare Capodanno

Sergio Rame - Mar, 13/01/2015 - 08:56

Il 31 dicembre il sindaco di Roma firma (in tutta fretta) l'autorizzazione per ristrutturare la villa romana

Quanta fretta al Campidoglio nell'ultimo dell'anno. Nel giorno dell'epidemia dei vigili il sindaco di Roma Ignazio Marino si è dato un gran da fare.

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Non per i romani, ma per Roberto Benigni. La preoccupazione del primo cittadino capitolino, prima di andare a sparare i botti e festeggiare il Capodanno, è stata tutta per la villona da venti vani di Roberto Benigni. Una casa mozzafiato non lontano dalle terme di Caracalla, proprio all'inizio del parco dell'Appia Antica. Come scrive Libero, il sindaco ha è affrettato a firmare l'autorizzazione paesaggistica (richiesta per legge) per effettuare la manutenzione della villa.

Non c'è niente di illegale, va detto subito. Tutto è a norma. È a norma la richiesta di ristrutturazione avanzata da Nicoletta Braschi, moglie del comico e amministratore unico della Scipio Srl, la società a cui è intestata la villa. È a norma il parere delle Belle Arti che sull'area dove sorge la villa ha dovuto esprimersi. Ed è a norma anche il precipitoso intervento di Marino che, mentre i suoi vigili si mettevano "in malattia" lasciando la Capitale in balia di se stessa, si è affrettato a firmare appena possibile.

Come spiega Chris Boniface su Libero, la richiesta di ristrutturazione riguarda "la ricostruzione delle mura di contenimento dell'immobile" e la revisione di quelle di cinta. Sull'area ci sono, infatti, pesantissimi vincoli paesaggistici. Vincoli che, dopo i sessanta giorni previsti per legge, sono stati superati. Grazie anche alla firma di Marino. Che è arrivata il 31 dicembre, primo giorno favorevole per siglare la richiesta avanzata dalla Braschi.

Il sindaco di Roma ha rilasciato l'autorizzazione invitando, però, i coniugi a "conseguire la maggiore salvaguardia ambientale possibile e garantire il migliore inserimento delle opere nel contesto paesaggistico". E ha spiegato che la firma vale solo "ai fini paesaggistici e fatti salvi i diritti di terzi". Costituisce, insomma, "atto autonomo e presupposto rispetto al permesso di costruire o agli altri titoli legittimanti l'intervento urbanistico  edilizio".

Ecco i falsi miti sull'islam

Andrea Riva - Mar, 13/01/2015 - 09:38

Ecco come sfatare i falsi miti della sinistra e dei pacifisti sull'islam moderato

Capita spesso, durante le conversazioni con le anime belle della sinistra, di sentire le solite balle sull'islam moderato.

La prima: le prime vittime del terrorismo sono i musulmani moderati, messi alla gogna dagli islamofobi.

Falso, ovviamente. Come scrive Libero, "le prime vittime degli estremisti sono gli occidentali: gli uomini di Charlie Hebdo ammazzati senza pietà e le loro famiglie". Ciò detto, è anche vero che alcuni musulmani moderati, in occidente, "subiscono le conseguenze della pessima reputazione dei loro fratelli dell'islam". Sta a loro, però, riuscire a emarginare gli estremisti. Perché non lo fanno?

Seconda bufala: "gli estremisti islamici sono folli criminali".

Falso, ovviamente. Sono persone assolutamente lucide, anche se invasate. Come scrive Libero, "essi rispondono a una logica ben precisa, attaccano l'Europa e gli Usa perchè i loro leader (il Califfo nero al-Baghdadi per primo) glielo hanno ordinato".

Terzo: "Gli estremisti islamici non sono veri credenti".

Altro giro altra balla: "Sono tanto credenti quanto gli altri musulmani, e magari persino di più". C'è infatti un gran numero di imam disposti a sostenere che il vero musulmano è quello disposto a uccidere gli infedeli.

Quarta balla: "Gli estremisti islamici sono terroristi come le Br. Non si può incolpare tutto l'islam per il loro operato". Ci tocca elogiare la sinistra che almeno, dopo un po', ha riconosciuto che i terroristi delle Br "appartenevano all'album di famiglia". Questo nell'islam non succede. Anzi: a parte alcune rare eccezioni - come quella di Hezbollah - sono pochi i musulmani che hanno apertamente denunciato la strage di Charlie Hebdo.

Quinta falsità: "L'islam è la religione della pace". Una boiata incredibile. E, per confurarla, basta sfogliare il corano: "uccidete gli idolatri dovunque li troviate, catturateli, assediateli e tendete loro ogni sorta di imboscate".

Sei: "Maometto, se deriso, reagiva in modo pacifico". Falso, come spiega Libero: "Vari studiosi hanno compilato l'elenco dei poeti arabi - specie quelli satirici - che furono ammazzati mentre Maometto era ancora in vita per aver osato criticarlo".

Sette: poteva forse mancare il paragone tra i terroristi islamici con Breivik? Nonostante i numerosi punti in comune, Breivik non uccise con motivazioni religiose. Il suo era un terrorismo politico.

Ottava falsità: "Tutte le religioni sono violente. Anche i cristiani hanno perseguitato i credenti di altre religioni, hanno fatto l'Inquisizione e le crociate". Balle. Il cristianesimo si è sviluppato nel corso dei secoli, mentre l'islam è tragicamente fermo al VII secolo.

Nona balla: gli attentati islamici in Francia sono colpa dell'occidente che da anni attacca il Medioriente. In parte è vero, ma va detto che alcuni stati occidentali hanno aspramente criticato le "campagne militari scriteriate e invasive, condotte dagli Usa, dalla Francia, con la partecipazione pure dell'Italia".


Last but not the least, "non siamo in guerra, ci sono pochi fanatici che colpiscono l'occidente". Spiace dirlo alle anime belle della sinistra, ma siamo in guerra: "Ci sono migliaia di combattenti in giro per il mondo. Boko Haram in Nigeria che massacra i cristiani e fa esplodere o sequestra i bambini. La Libia è divisa fra le zone d'influenza del Califfato e di altri gruppi islamisti. Al Qaeda è attiva e potente nel Maghreb, nella penisola arabica. Ci sono gruppi nelle Filippine e in Asia".

Neonato "fa il bagno" nelle banconote: succede nei campi rom di Roma

Sergio Rame - Mar, 13/01/2015 - 10:04

Il blog Romafaschifo pubblica le foto choc scattate nel campo rom e attacca Marino: "Perché viene garantita l'impunità?"

C'è il neonato che fa il bagno tra le banconote da cinquanta euro. C'è una tavola imbandita con quattro enormi aragoste e due bottiglie di vino bianco.
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E, poi, ci sono ragazzi che impugnano sciabole, spade e pistole. C'è chi mostra con orgoglio la propria piantagione di marijuana. E chi, seduto sui sedili di un'auto ben disposti all'interno di una casa, fa vedere la propria "collezione" di borse firmate Louis Vuitton. Benvenuti nei campi rom di Roma. Le foto choc sono state postate su Facebook da un ragazzo e il blog Romafaschifo le ha subito diffuse scatenando l'indignazione dei romani.

Il campo rom all'interno del quale sono state scattate è quello di via Cesare Lombroso. Le foto parlano da sole. Per queste le abbiamo raccolte nella gallery che trovate correlata a questo articolo. Adolescenti e ragazzini maneggiano armi come niente fosse: imbracciano fucili, impugnano pistole e le puntano contro l'obiettivo della macchina fotografica, si mettono in posa con le spade. E fanno vedere con orgogli il bottino dei propri furti.

Tutto senza che nessuno muova un dito. "Cosa si aspetta?  - si chiede il celebre blog Romafaschifo - È accettabile? È accettabile che per mantenere decine di milioni di finanziamenti annui a questi personaggi il prossimo anno la città dovrà sopportare 300milioni di euro di tagli dal bilancio comunale con conseguenze gravissime, ad esempio, per servizi, scuola, cultura?".

Il sindaco di Roma Ignazio Marino non ha ancora commentato le foto che da giorni stanno facendo il giro dei social network. Tanto che l'indigazione capitolina è diventata denuncia di un interno Paese.

Le mega indennità delle regioni: baby pensionati da 4mila euro

Andrea Riva - Mar, 13/01/2015 - 11:04

Le regioni, cronicamente in rosso, riescono a inserire nei loro bilanci anche pensioni da 11mila euro al mese

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Il contribuente italiano ha sul groppone una serie infinita di spese. Tra queste anche quella delle pensioni di tutti gli ex parlamentari, degli ex senatori e degli ex consiglieri regionali che - solo per il fatto di aver ricoperto queste cariche - ottengono delle pensioni che, mediamente, spaziano dai 2 ai 4 mila euro al mese.

Non male, certo. Ma c'è anche chi come Oreste Tofani, classe 1946 ed ex sindacalista della Cisnal, riceve ben 11.554 euro al mese. Ci sono regioni che, come l'Emilia-Romagna, hanno abrogato i vitalizi. Ma proprio i politici emiliani hanno fatto i furbetti, revocando sì i vitalizi, ma solo "per i loro successori". Come dire: anticasta sì, ma con i vitalizi degli altri.

Se dall'Emilia passiamo alla Toscana, vediamo come questa regione riesca sempre a far quadrare il bilancio inserendo ben 4,6 milioni per pagare i suoi ex politici (la cifra per i consiglieri in carica è invece pari a 6,7 milioni). Tra l'altro, come scrive ItaliaOggi, "in base a una disposizione approvata negli ultimi anni è stato deciso di pagare i vitalizi anche dopo la morte ei consiglieri: con la reversibilità l'assegno passa agli eredi".

Degli emolumenti toscani gode anche Luigi Berlinguer, ex ministro ed ex consigliere toscano. Una situazione davvero paradossale, se si pensa che per i dipendenti pubblici gli stipendi sono bloccati dal 2009. Chi gode del vitalizio, inoltre, può tranquillamente aggiungerlo, seppur con qualche decurtazione, ad altri introiti.

Il confine tra diritti e sicurezza

Corriere della sera
di Massimo Gaggi


Niente leggi speciali, niente ripristino di frontiere abolite solo qualche anno fa in Europa. Giusto resistere alla tentazione di blindarsi, di sospendere gli accordi di Schengen. È una questione di principio: non possiamo darla vinta ai terroristi. C’è anche un aspetto pratico in questo confronto ideale: che cosa succederebbe se i fanatici arruolati nelle «cellule dormienti» dovessero scoprire che bastano due attentati, pure male organizzati, per smantellare un trattato internazionale?
E dunque nessun cedimento.

Ma attenzione: non illudiamoci di poter combattere questa mutazione della minaccia jihadista, questo terrorismo feroce e nichilista, ricorrendo a strategie simili a quelle seguite qualche decennio fa in Europa per neutralizzare le Brigate Rosse, la Raf tedesca o l’Ira irlandese. La minaccia di oggi è molto più pericolosa e complessa: se vogliamo evitare di chiuderci, di scivolare di nuovo nella logica di quella guerra al terrore che Obama ha cercato di superare negli Stati Uniti, bisogna tenere alta la guardia della prevenzione. E accettare un’azione di intelligence inevitabilmente ubiqua e penetrante.

Quello di un presidente americano che predica bene e razzola male - un presidente che denuncia giustamente la corrosione dei diritti e dei meccanismi democratici provocata dal vivere in un clima di guerra permanente, ma poi non blocca lo spionaggio a tappeto della National Security Agency collegato a quella corrosione - è argomento utile a confezionare qualche titolo efficace, ma fuorviante.

È sacrosanto difendere fin dove è possibile il nostro diritto alla riservatezza: la privacy continua a far parte delle nostre libertà essenziali, anche nell’era del terrorismo, ma i limiti e i modi di proteggerla sono cambiati - e radicalmente - negli ultimi 15 anni. Non esiste alternativa a tecniche di intelligence sempre più capillari: è inevitabile in tempi di moltiplicazione delle organizzazioni terroristiche, anche più feroci e ramificate di Al Qaeda, in un mondo solcato da diaspore di tutti i tipi e dalle flotte del traffico di clandestini, un mondo di migrazioni aeree continue e di lavoro globalizzato.

La sfida del nuovo terrorismo che fa proseliti anche da noi, così come la difficoltà di intercettare i cani sciolti che vengono dalla criminalità comune e usano la guerra santa per nobilitare rabbia e istinti violenti, richiedono una sorveglianza più attenta e più profonda. Gli investigatori non possono avere mano libera, certo: va sorvegliata la loro onestà intellettuale, oltre che la loro capacità operativa. Tuttavia il telefonino della cancelliera tedesca Angela Merkel spiato da Washington o l’agente che usa l’orecchio della Nsa per controllare la moglie sono patologie da estirpare, non la prova che il sistema creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 sia da buttare.

13 gennaio 2015 | 07:19



Francia non più terra d’asilo. Vacilla la dottrina Mitterrand

di Pierluigi Battista

Un tempo, quando la Francia mostrava con orgoglio la «dottrina Mitterrand», non si sarebbe parlato a Parigi di attenuazione, o ridimensionamento, del trattato di Schengen. Adesso dopo le giornate di sangue, dissolta l’ebbrezza della grandiosa marcia repubblicana, con tutti i leader che si stringono attorno ad Hollande, con milioni di persone in piazza a gridare «Je suis Charlie», la voce sommessa della politica della sicurezza mette in discussione quell’apertura della Francia che ne faceva la terra d’asilo per eccellenza, dagli antifascisti che a Parigi andavano in esilio (per lo meno fino alla vergogna della capitolazione morale di Vichy) per finire con gli estremisti che hanno avuto a che fare, contigui o fiancheggiatori, col terrorismo politico.

Adesso, spenti gli echi della grande manifestazione di solidarietà planetaria per chi è stato colpito così dolorosamente dal fondamentalismo islamista, il principio di realtà vanifica ogni dottrina. L’asilo per tutti diventa problematico quando Parigi appare ed è vulnerabile ai commando che riescono a tenerla in scacco provocando terrore e morte. L’apertura, l’accoglienza, la terra d’asilo diventa terra bruciata quando gli jihadisti vanno e vengono dal califfato alla Francia, si muovono con facilità nella metropoli, si insinuano e si mimetizzano nella grande periferia dove ribolle il richiamo del fanatismo. Allora la tentazione è quella di sbarrare le frontiere, erigere muri.

Fare a pezzi un elemento simbolico della storia francese come quella dottrina che ha preso il nome dal presidente François Mitterrand. Negli Stati Uniti si dice dei progressisti che si convertono al principio primario della sicurezza che sono «liberal assaliti dalla realtà». Le stragi di questi giorni in Francia hanno messo in crisi vecchie bandiere. Persino quella di Schengen (e dell’accoglienza).

13 gennaio 2015 | 10:07

E Pisapia dà ospitalità a due gruppi da lista nera

Alberto Giannoni - Mar, 13/01/2015 - 08:19

Milano - Due associazioni presenti nell'albo delle religioni del Comune di Milano inserite in black-list anti-terrorismo.



Il caso è scoppiato ieri, sollevato da un esperto come Stefano Dambruoso, che da pm si è occupato di terrorismo proprio a Milano. Dambruoso - oggi deputato di Scelta Civica e quindi parte della maggioranza di governo - ha presentato un'interrogazione partendo dalla notizia che il Giornale ha riportato sabato, in un intervento del consigliere comunale Matteo Forte. Nell'albo delle associazioni religiose del Comune - ha detto Dambruoso - risultano «iscritte anche realtà e organizzazioni le cui sigle compaiono nelle black list governative di alcuni paesi stranieri». Il deputato ex pm chiede al ministro dell'Interno «quali iniziative intenda adottare per assicurare il diritto alla libertà di culto di gruppi religiosi diversi dal cattolico e garantire che l'iscrizione all'Albo delle associazioni religiose del Comune di Milano avvenga nel pieno rispetto delle norme di pubblica sicurezza e di prevenzione di ogni forma di estremismo religioso».

«Senza criminalizzare nessuno - ha precisato - è opportuno che ci sia una risposta e un supplemento di attenzione». Dell'attività investigativa di Dambroso si è parlato anche negli ultimi giorni. «Ma questa iniziativa - ha precisato - è tutta politica». Tuttavia, le modalità operative delle azioni terroristiche di Parigi - ha aggiunto - fanno pensare a una nuova realtà che emerge: «Contatti saltuari - ha spiegato - e non organizzati in un unico programma appartenente a un network strutturato». Siamo in presenza - riflette - di «un'area, non di un'organizzazione con un capo che decide». Parliamo «non più di Al Qaida presente in modo strutturato» ma «di singoli». Elementi e pericoli - ha precisato - «più difficili da intercettare e prevenire». L'iniziativa di Dambruoso ha riaperto discussioni e polemiche a Milano.

«Soprattutto dopo i fatti di Parigi - ha rilanciato Forte in Consiglio - desta enorme preoccupazione il fatto che ad oggi possono, per esempio, presentare istanza e ottenere le aree messe a bando dal Comune anche quelle associazioni presenti nelle black list del ministero degli Interni tedesco e degli Emirati Arabi. Mi riferisco rispettivamente alla turca Millu Gorus, inserita come Hamas ed Al Qaeda nel Rapporto 2013, e all'Alleanza islamica d'Italia». Cautela e imbarazzo per l'assessore Pierfrancesco Majorino: «A noi - ha risposto - non risultano legami di questo genere ma siamo prontissimi anzi desiderosi e interessati ad approfondire» ha premesso.

«Condivido il ragionamento di fondo di Dambruoso sul tenere alta la guardia in vista della realizzazione di luoghi di culto a Milano - ha aggiunto - Siamo disponibili e interessati ad incontrare lui e tutti coloro che vorranno darci informazioni». Infine ha garantito che se si dovessero scoprire eventuali legami tra Milano e il mondo del fondamentalismo «saremo in tempo per impedire la partecipazione al bando» per l'assegnazione di spazi da destinare alla costruzione di luoghi di culto e «a ripulire l'albo comunale fino all'ultimo giorno possibile» con l'obiettivo di «avere luoghi di culto come case di vetro». Ma l'opposizione chiede un ripensamento sulle moschee. La coordinatrice Mariastella Gelmini ha sottolineato che «rigore e prudenza» di Forza Italia «trovano «riscontro nelle parole di un grande esperto».



Ecco cosa si predica in moschea: "Allah contali e sterminali tutti"

Riccardo Pelliccetti - Mar, 13/01/2015 - 08:09

I leader "dialoganti" condannano il terrorismo, ma nei luoghi di culto in Italia si incita alla violenza contro i "miscredenti"

Qual è il confine tra islam moderato e islam violento? La linea di demarcazione spesso non è facilmente riconoscibile per un occidentale. Non si tratta di distinguere solo tra terroristi e non, ma di considerare anche chi, seppure non protagonista di azioni criminose, predica la distruzione dell'Occidente o chi invece si batte per l'integrazione.
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«È difficile distinguere - ammette l'imam di Torino Abdellah Mechnoune, presidente dell'Organizzazione islamica del mondo arabo ed europeo -. Guardiamo alle comunità francesi, per esempio. Molti sono scesi in piazza a Parigi per manifestare solidarietà dopo l'attentato, ma alcuni condannano il terrorismo solo a parole e non con il cuore. Sono, come dite voi italiani, ipocriti». Mechnoune invece non ha dubbi: «La vita è sacra, e nel Corano è scritto chiaramente».

Anche l'imam di Milano, il teologo Yahya Pallavicini, è sulla stessa lunghezza d'onda. «Se vogliamo definirlo con una battuta: l'islam è moderato, se non è moderato non è vero islam». Pallavicini ci tiene ad abbattere i luoghi comuni. «È inaccettabile che gli italiani siano definiti mafiosi. E allo stesso modo non si può generalizzare sui musulmani, anche se c'è chi fa un uso distorto della religione. I mafiosi sono criminali e lo sono pure questi sedicenti musulmani, anche se dicono di agire nel nome del Profeta». L'imam di Milano, che è anche vicepresidente della Comunità religiosa islamica d'Italia, fa un parallelo. «Hamas, per esempio, non è islam, ma un movimento che legittima l'uso della violenza per rivendicare un territorio.

Confondere questi movimenti con l'islam e come confondere la mafia con gli italiani». Secondo gli esponenti del mondo islamico moderato va anche difeso il diritto alla libertà di espressione, come quello di Charlie Hebdo di pubblicare le vignette satiriche. «Criticare è un diritto, poi, quello che conta è la legge dello stato, che va rispettata», afferma Mechnoune. «Gli unici limiti alla libertà d'espressione sono la sensibilità e la legge - gli fa eco Pallavicini -. Secondo me, alcune vignette sono da criticare. La cosa bella della civiltà occidentale è che siamo liberi di esprimerci ma anche di criticare. Però il diritto di critica non significa uccidere un giornalista. Questa liberta è una conquista della nostra società e io, come musulmano e come europeo, sento che bisogna difenderla».

Ma non tutti i religiosi islamici la pensano così. Solo pochi mesi fa numerosi imam si sono distinti nel predicare odio proprio in Italia. A cominciare da Abdelbar Al-Rawdhi, imam di San Donà di Piave (cittadina in provincia di Venezia), che è stato espulso lo scorso agosto dal ministro dell'Interno perché considerato un pericolo per la sicurezza nazionale. «Oh Allah, porta su di loro ciò che ci renderà felici. Oh Allah, contali uno a uno e uccidili fino all'ultimo. Non risparmiare uno solo di loro», erano le parole del sermone del venerdì, nel quale incitava a sterminare gli ebrei. E che dire dell'imam bosniaco Bilal Bosnic, il quale lanciava appelli in rete ai giovani musulmani per unirsi all'Isis. Bosnic è un religioso che ha predicato in tutta Europa e ha tenuto i suoi confortanti sermoni anche a Cremona, Bergamo e Pordenone.

«Tornerò in Italia per parlare di guerra santa e cercare finanziamenti. Conquisteremo il Vaticano - proclamava a fine agosto -. Il giornalista americano Foley era una spia. Uccidere in alcuni casi è giustificato». Per fortuna, il 4 settembre è stato arrestato. Non dimentichiamo poi l'imam di Cinisello Balsamo, nel Milanese. Usama El Santawy è un telepredicatore che inneggiava ai combattenti italiani nelle file della jihad. «Sono da onorare anche se, dicendo queste parole, sembra di giustificare il terrorismo - diceva quest'estate -. I musulmani vengono umiliati, quindi non ci si deve stupire se 50 italiani vanno a combattere nelle file dell'Isis».

Moderati e integralisti, due mondi diversi, quasi opposti uno all'altro. Eppure entrambi traggono ispirazione dal Corano. Chi ne è il vero interprete?



Questi non sono Charlie. Sono l’Italia peggiore

Fabrizio Boschi




François Hollande a braccetto con il premier di una Turchia che si è ben guardata dal fermare la fidanzata di Amedy Coulibaly, autore della strage di quattro ostaggi ebrei nel negozio Kosher, in fuga verso la Siria e altri 1.300 jihadisti francesi. Al fianco del presidente socialista pure il fratello dell’emiro del Qatar, uno degli Stati che insieme all’Arabia Saudita (amica degli americani) finanzia l’Isis e i principali gruppi jihadisti siriani. Marine Le Pen bandita assieme al 25% dei francesi che la vota. Una finta marcia della pace, insomma, finita con litigi e veleni per l’assenza del presidente Barack Obama e con le divisioni sul mantenimento o meno del trattato di Schengen.

Tutti uniti per fare le foto e darsi grandi abbracci, ma dietro le solite diatribe. Ecco cos’è l’Europa unita. Assistere alla parata dell’ipocrisia di domenica a Parigi non mi ha fatto star bene e se fino al giorno prima anche io ero Charlie, come tutti, dopo aver visto quella falsa sfilata, coi presenti, gli assenti, quelli che avrebbero voluto esserci, e le reazioni che ne sono scaturite, non mi sono sentito più Charlie. O meglio non quel Charlie nel senso che lo intendono loro. Je ne suis pas Charlie se ha la faccia di chi dice una cosa e ne fa un’altra. Libertà di dialogo, di opinione, di espressione, di informazione ma a senso unico e per le battaglie che interessano a loro.

La crociata che si è scatenata in Italia poi è insopportabile. Una manica di bugiardi senza né coscienza né ritegno che hanno detto e scritto di essere Charlie, mentendo anche a loro stessi. Come mentirono quasi 14 anni fa quando quegli stessi soggetti, scrivevano o dicevano “siamo tutti americani” dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Ipocriti e vigliacchi che si fanno paladini della libertà di stampa e di satira per sentirsi parte della massa e fare bella figura agli occhi del mondo Occidentale che li sta guardando.



I politici in prima fila. L’aria altezzosa e superba del premier Matteo Renzi che sembrava marciare solo per mostrare il suo cappotto firmato nuovo nuovo. Federica Mogherini, che in molti ancora si chiedevano giustamente chi fosse e cosa ci facesse lì. Mario Monti che, come accadde anni fa ad Alfonso Pecoraro Scanio beccato a ridere assieme a Vasco Errani ai funerali delle vittime dell’attentato di Nassiriya, sghignazzava nelle retrofile insieme al suo ex ministro dell’Integrazione Andrea Riccardi.



Accanto ai grandi della Terra, oltre a Benyamin Netanyahu, Abu Mazen, Nicolas Sarkozy, Jean-Claude Junker, Angela Merkel, David Cameron, Mariano Rajoy, l’emiro del Qatar e re Abdallah II di Giordania con la regina Rania non poteva mancare il senatore Antonio Razzi, che ne ha approfittato per farsi qualche bella foto ricordo con la cravatta nuova.



Ma la professionista dei selfie è la scugnizza eurodeputata Pina Picierno, che si è selfata sorridente e ha scritto su feisbuc: “Bellissimo esserci e sentirsi parte di questa meravigliosa marea”. Ecco perché io non sono Charlie. Non sono Charlie perché non voglio essere come questi. Ridicoli.



Poi ci sono i vignettisti italiani, da Vauro a Vincino. Invece di fare generici e banali appelli di solidarietà ai colleghi trucidati a Parigi, se avessero avuto coraggio avrebbero disegnato vignette su Maometto e sull’Islam. Invece Vauro, dopo aver preso in giro Papa Ratzinger per anni, ha avuto la falsa coerenza di presentarsi in trasmissione a Servizio Pubblico con la maglia nera “Je suis Charlie”, scordandosi le sue feroci critiche alle vignette di “Charb”.

“Parliamo ancora di guerra santa, sembra di essere nel medioevo, abbiamo fatto passi da gigante indietro nel tempo. Siamo in guerra, ma perché facciamo le guerre. Questi mostri li abbiamo creati noi”, afferma sicuro Vauro da Santoro. Ma dimentica le sue parole di qualche anno prima proprio contro le vignette di Charlie Hebdo: “Questi disegni sono messaggi violenti che provocano reazioni violente”. Un bel furbetto, insomma, come tutti gli altri. Anche per colpa sua io non mi sento più Charlie.

In questi giorni ci siamo dovuti sorbire le lezioncine di quei giornalisti che sanno tutto. Uno su tutti l’imbattibile Beppe Severgnini, il cronista del gossip, che nella sua perenne ansia di dover scrivere per forza sulla notizia del giorno, anche se non ci capisce niente, ha lasciato i suoi quotidiani consigli agli Italians su come vestirsi o come chattare, per vergare anche lui sulla strage al Charlie Hebdo e lanciare il suo severo monito al “sonnambulismo della democrazia”.

“La minaccia non sono i fucili mitragliatori – scrive l’americano di Cremona sul Corriere della Sera –. La minaccia è la nostra sufficienza, la nostra indolenza e l’impegno che non mettiamo”. Insomma, in Francia uccidono i giornalisti e io oggi non so cosa mettermi. Uffa. Sono serviti, inoltre, venti cadaveri per far salire Piero Ostellino dalla quarantesima alla prima pagina sempre sul Corriere e far scrivere a Antonio Polito, ex senatore di sinistra, “dobbiamo svegliarci”. E’ vero, dovete svegliarvi. Voi però.

C’è poi Giulietto Chiesa, complottista anche quando paga il conto della spesa al Carrefour, che vede in quel blitz sanguinario la complicità o la manina di chissà quale potere occulto o servizio segreto. Giulietto è andato in Estonia e lo hanno arrestato. In Italia, invece, gira ancora a piede libero. Si sa che i Paesi Baltici sono troppo più avanti. Meglio tralasciare, invece, i commenti di Beppe Grillo sulla teoria del “in fondo ce la siamo cercata”, che non fanno più ridere nemmeno lui. Sentir dire “vignette irriverenti, se la sono cercata” è un po’ come quando una donna viene stuprata e qualcuno dice “Beh, però portava la minigonna”. Ignoranza allo stato puro. Anche il segretario della Lega Matteo Salvini che chiede ai suoi followers su Twitter se “abbiamo paura dopo le stragi di Parigi”, dovrebbe sapere che abbiamo più paura di lui come politico. Ignoranza allo stato puro.

Tutti questi non erano americani ai tempi delle Twin Towers e non possono essere Charlie oggi perché la loro mentalità ottusa e ipocrita non è mai cambiata. Ieri come oggi dichiararsi paladini della libertà e poi non esserlo affatto entro i propri confini è una vigliacca menzogna. Come quell’ipocrisia meschina dell’inutile Ordine dei giornalisti e dell’inutilissimo sindacato Fnsi, nelle persone di Enzo Iacopino e Franco Siddi, che inneggiano a Charlie e organizzano sfilate davanti alle ambasciate, salvo poi sanzionare la libera espressione di certi giornalisti che non la pensano come loro (vedi Vittorio Feltri o Magdi Allam). Se in Italia ci fosse stato un giornale come il Charlie Hebdo i nostri illustri vertici del giornalismo come minimo avrebbero radiato tutta la redazione dall’ordine, accusandola di razzismo e islamofobia.



In questa infinita tristezza, almeno una risata l’ha strappata Marina Ripa di Meana che deve aver confuso Charlie per Carlìn , facendosi fotografare con un foglio con tanto di errore di grammatica francese, insieme ai suoi cani.



Ma come ogni bel banchetto anche qui il dolce arriva alla fine. Il deputato del Pd, Luca Sani, ex sindaco di Massa Marittima nel Grossetano ed ex segretario provinciale prima dei Ds e poi del Pd, alla Camera dei deputati dal 2008 e in questa legislatura pure presidente della Commissione Agricoltura, aveva scritto sul suo profilo Facebook: “Idealmente a Parigi”. Io ho commentato sereno: “Si, guarda, ci mancavi solo te a Parigi e poi c’erano tutti”. Dall’alto del suo diploma di istituto tecnico industriale, Sani ha replicato con altrettanta serenità: “Ma vai a cacare Fabrizio Boschi”. Ecco l’insegnamento sulla libertà di opinione che Sani deve aver tratto dalla strage di Parigi. Ecco chi sono i nostri rappresentanti in Parlamento. La conversazione è poi proseguita con qualche spassoso botta e risposta (i più curiosi possono andare a leggerla sul profilo Facebook del poco onorevole Luca Sani).

Un atteggiamento che si commenta da solo e che evidenzia lo spessore dei nostri rappresentanti istituzionali. Non solo impreparati in maniera imbarazzante e immeritatamente seduti sugli scranni che gli rendono 17mila euro al mese per non fare niente, ma anche palesemente maleducati. Visto che al centro dell’attentato non c’è stata soltanto una redazione ma molto di più, come la nostra libertà di opinione, informazione e espressione, mi sarei aspettato da un politico liberale, o presunto tale, una reazione più pacata o quantomeno non offensiva, dato che da me non aveva ricevuto alcun insulto. Ma del resto se i membri del Pd ascoltano un segretario di partito e un presidente del Consiglio come Matteo Renzi, è impossibile pretendere da loro di più.

Questi non sono affatto Charlie. Sono l’Italia peggiore.

Maria Giulia, da Inzago all’Isis Il padre: «Anche noi seguaci di Allah»

di Daniele Bennati

Sergio Sergio, 60 anni, intervistato sulla figlia da un giornale locale. Dopo l’allarme del Viminale, l’uomo si è chiuso nel silenzio e si è barricato in casa

Maria Giulia Sergio, alias Fatima Az Zahra (B & V Photographers) Maria Giulia Sergio, alias Fatima Az Zahra (B & V Photographers)

Ventisette anni. Di origine campana, residente a Inzago, nel Milanese, ma adottata dall’Islam. È Maria Giulia Sergio, la 27enne italiana convertita alla religione di Allah. Definita il «braccio armato dell’Isis» — queste le parole usate dal ministro dell’Interno Angelino Alfano — nell’informativa sulle minacce terroristiche inviata dal Viminale alla Camera. Ma mentre il ministro relazionava ai deputati, a Inzago, nel centro di preghiera musulmano di via Leopardi, il giornale locale «Gazzetta dell’Adda» intervistava il papà di Maria Giulia, alias Fatima Az Zahra, il signor Sergio Sergio, 60 anni.
Il padre: «La conversione all’Islam giusta per tutta la famiglia»
«Il 6 gennaio ho compiuto un anno dalla mia conversione — ha detto il padre di Maria Giulia —. Le mie due figlie si sono sposate con dei musulmani. Prima l’hanno fatto loro, poi mia moglie e infine io: non importa quanti anni hai quando ti chiama Allah. Siamo tutti contenti della scelta fatta: io mi sono trovato bene, per me e per la mia famiglia è stata la decisione giusta». Ma in serata — secondo quanto riportato dal settimanale locale — quando la notizia che riguardava la figlia era ormai pubblica, l’uomo non ha più voluto parlare e si è barricato nella sua abitazione nel centro del paese.

12 gennaio 2015 | 20:21

La Bibbia messa ai margini e la crisi del cristianesimo

Corriere della sera

È stato necessario Benigni per far di nuovo parlare di Bibbia e di Decalogo: i politici europei hanno responsabilità enormi, anche del sangue sinora versato


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di Giuseppe Laras, Presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia


Siamo in guerra e prendiamo coscienza che siamo solo agli inizi. È la prima volta dai giorni di Adolf Hitler che le sinagoghe in Francia sono state chiuse di sabato. Tuttavia, è unicamente il tragico e spaventoso attentato al giornale Charlie Hebdo che ha scosso gli europei: i molti e continui attentati ai singoli ebrei e alle comunità ebraiche in tutta Europa in questi anni hanno turbato qualcuno, ma per quasi tutti si è trattato “solo” di ebrei. Parimenti non ci sono stati sgomento e allarme per il fatto che da anni ormai, giustamente, gli ebrei francesi abbandonino la “laica” Francia.

Così accade in molti altri Paesi europei e il motivo è il medesimo, ovvero il dilagare del terrorismo di matrice islamista, con il suo carico di odio antisemita. Molti intellettuali e politici sostengono che il problema non è l’Islàm, ma il terrorismo. È come dire che il cristianesimo non è l’antisemitismo o l’antigiudaismo. Certo! Tuttavia è innegabile che l’antisemitismo e l’antigiudaismo sono stati problemi profondi propri del cristianesimo (e non solo). La violenza e il fanatismo, la sottomissione religiosa e il terrore non esauriscono l’Islàm, ma sono un problema religioso che in qualche modo riguarda l’Islàm. L’autocritica dell’Islàm (assieme alla critica laica esterna) su questo punto sembra difettare.

Le religioni (anche se sono convinto -e con me Rosenzweig, Buber, Heschel, Bonhoeffer, Barth, Ratzinger e Martini- che ebraismo e cristianesimo siano anzitutto fedi e non soltanto religioni) possono essere causa di guerre, di violenze e nei loro insegnamenti albergare forze distruttive. Non è vero che è solo l’economia a causare guerre e barbarie: le religioni, al pari dell’ateismo e di un certo illuminismo, sono esperte in materia. Nel caso del cristianesimo si è spesso trattato di problemi interpretativi, con l’Islàm il problema dimora parzialmente nel testo sacro stesso (e inviterei al riguardo a studiare i libri di Bernard Lewis, Norman Stillman, Georges Bensoussan, Bat Ye’or).
Cristiani ed ebrei, secondo il Corano, sono presenti nei Paesi islamici in quanto dhimmi, popolazioni sottomesse, tollerate purché subalterne e paganti apposite tasse. Cosa dobbiamo, sia a livello politico e giuridico sia a livello interreligioso, chiedere oggi ai più autorevoli teologi islamici nei Paesi europei e arabi, anche a fronte della massiccia presenza demografica di musulmani?

La prima domanda è la seguente: è possibile per l’Islàm, in ossequio al Corano e per necessità religiosa intima propria dei musulmani osservanti, e non solo perché richiesto dai governi occidentali o da ebrei e cristiani, accettare teologicamente, apprezzandolo, il concetto di cittadinanza politica, anziché quello di cittadinanza religiosa, confliggente quest’ultimo con i valori occidentali e pericoloso per le comunità cristiane ed ebraiche, che, in qualità di minoranze sarebbero esposte a intolleranze e arbitrio? Se sì, come diffondere questa interpretazione e come radicarla oggi in seno alle comunità islamiche? A questa domanda deve seguire necessariamente la “reciprocità” nei Paesi islamici della piena libertà di espressione, di stampa e di culto.

Questa domanda fondamentale, per ignoranza, ignavia e inettitudine, non è mai stata seriamente posta dai politici europei, che hanno responsabilità enormi, anche del sangue sinora versato. C’è una seconda questione, che si intreccia alla prima e che chi è veramente interessato al dialogo non può eludere. Per l’Islàm, gli ebrei hanno alterato la Rivelazione divina e i cristiani hanno pratiche cultuali, oltre a condividere con i primi una Rivelazione alterata, dal sapore idolatrico.

È possibile per l’Islàm, in ossequio al Corano e per necessità religiosa interiore dei musulmani osservanti, e non solo perché sollecitato da ebrei e cristiani, apprezzare positivamente, in una prospettiva teologica, ebrei e cristiani in relazione alle problematiche sollevate da questo assunto coranico? Questa seconda domanda fondamentale, per un’erronea comprensione del dialogo e del rispetto, nonché per un dilagante buonismo pressapochista, non viene mai posta, nemmeno dalle stesse autorità religiose cristiane ed ebraiche.

Premesso che ci sono centinaia di migliaia di singoli musulmani, persone degne e buone, realmente religiose, che a queste domande hanno già risposto personalmente con il rispetto per il prossimo e per la sua fede, con un certo pluralismo e con l’integrazione ricercata e praticata, tuttavia manca una reale, inequivocabile, onesta, autorevole e vincolante riflessione teologica islamica al riguardo.
È chiaro che se le risposte saranno per lo più negative, non sufficientemente autentiche o caratterizzate da silenzi e imbarazzi ci si troverà tutti di fronte a un immenso problema. E come tale dovrà essere assunto.

C’è una tentazione che può profilarsi, a diversi livelli, sia nel cristianesimo sia nella politica europea: quella di lasciar soli gli ebrei e lo Stato di Israele per facilitare una pace politica, culturale e religiosa con l’Islàm politico. Un accordo, per così dire, tra maggioranze, specie nell’ottica delle future proiezioni demografiche religiose europee e mediterranee. È una strategia fallimentare che i cristiani arabi provarono con il panarabismo e l’antisionismo. Gli esiti sono ben noti: dopo che quasi tutti i Paesi islamici si sono sbarazzati dei “loro” ebrei, si sono concentrati con violenze e massacri sulle ben nutrite minoranze cristiane.

È una storia che si ripropone e che va dal genocidio armeno (cento anni fa), ai cristiani copti di Egitto, ai cristiani etiopi e nigeriani, sino a Mosul. E molti Paesi europei, un’intera “classe” di intellettuali e molti cristiani di Occidente hanno le mani grondanti del sangue dei cristiani di Oriente, dato che sono stati disposti a sacrificarli sugli altari del pacifismo, dell’opportunità politica, di un malinteso concetto di tolleranza, della cultura benpensante e radical chic, della “buona” coscienza. A fronte di silenzi, spesso pluridecennali, non ci sono politici innocenti o autorità religiose cristiane che su questo possano dormire serenamente.

La tentazione di abbandonare gli ebrei e Israele è già esistente nei ricorrenti episodi di boicottaggio europeo, sia a livello economico sia a livello culturale e universitario, dello Stato di Israele. Esiste nel silenzio imbarazzato o infastidito sui morti ebrei in Europa oggi. Con buona pace della Giornata della Memoria. La Giornata della Memoria è stata purtroppo addomesticata con liturgie pubbliche e anestetizzata dalle cerimonie in Parlamento e al Quirinale.

Le più alte cariche dello Stato dovrebbero annualmente andare a celebrarla a Fossoli, a Bolzano, a San Sabba o nel ghetto di Roma vittima del rastrellamento nazifascista, per far capire che è una realtà possibile, come tale ripetibile, e che si è verificata in Italia, con il plauso, la collaborazione, l’assenso e i silenzi di moltissimi –troppi- italiani. Organizzata come è attualmente, sembra riguardare un qualcosa lontano nel tempo, accaduto soltanto in Germania o in Polonia. Essa così risulta azzoppata, fraintesa e priva di potenzialità dinamiche per comprendere il presente e incidervi positivamente.

E l’ignavia e il diniego europeo sulle questioni presenti e sull’incapacità di affrontare politicamente e culturalmente le insidie legate alle derive dell’Islàm politico, consegnando così a razzisti e xenofobi le risoluzioni del problema, gettano ombre lunghe che rievocano i fantasmi del nazismo e, per gli ebrei, della persecuzione. L’incapacità di comprendere lo Stato di Israele in definitiva si risolve nel fatto che a una certa politica e a una certa cultura europea miope gli ebrei piacciono solo in quanto morti da piangere e ricordare e non come soggetti vivi con cui dialogare e confrontarsi, ovvero oggi, in primo luogo, Israele. Piangere i morti fa sentire nobili e democratici; dialogare con gli ebrei è segno di liberalità e cosmopolitismo; per lo Stato di Israele, se va bene, la linea guida è “…sì, ma!..”, nonostante sia proprio questo il luogo di rifugio per chi fugge da un’Europa evidentemente non più sicura.

La situazione culturale e politica occidentale, per cui non si riesce a comprendere ciò che accade e a chiamarlo per nome, è intrisa di ignoranza, superficialità, inettitudine e pressapochismo. La nostra contemporaneità ricorda tristemente il periodo sinistro tra le due guerre mondiali: una sorta di collasso sistemico. La crisi che viviamo –e in cui per lungo tempo continueremo a vivere- non è economica e demografica soltanto: è una crisi culturale e valoriale, legata alla crisi del cristianesimo e, in un certo senso, della conoscenza della Bibbia, il cardine dell’intera nostra cultura dal punto di vista urbanistico, artistico, musicale, letterario, filosofico, giuridico, politico e religioso. E proprio per questo la Bibbia non è presente nelle scuole. E questa la chiamano laicità!

È stato necessario un attore comico, indubbiamente molto bravo, per far di nuovo parlare, interessando, di Bibbia e del Decalogo: Benigni! Che débacle che sia stato necessario lui dopo duemila anni di cristianesimo e duemila e duecento anni di ebraismo in Italia! Evidentemente qualcosa non va; tuttavia pare che vescovi, pastori e rabbini dormano ancora sonni tranquilli.
L’erosione della conoscenza della Bibbia, non in quanto “tributo antiquario” ma piuttosto in quanto “forza creatrice e rigenerante”, è uno dei fatti più inquietanti e drammatici per il nostro futuro sia religioso, sia culturale nelle sue varie declinazioni, sia in termini economici e politici.

Erroneamente si ritiene che i diritti umani universali, quelli che con tanta fatica, sofferenza e milioni di morti siamo in parte riusciti a conquistare, derivino esclusivamente dal diritto greco e romano, da queste culture e dalle loro successive evoluzioni. I diritti, per come li comprendiamo noi, devono essere valevoli sempre e per tutti, ed è proprio questo che li rende, in una certa misura, universali. Ebbene, in Grecia era “uguale”, e quindi investito di diritti, solo chi era maschio, libero, greco, adulto e non necessitato a lavorare per vivere, cosa altrimenti disdicevole.

È la Bibbia ebraica, la Torah, a rivoluzionare tutto ciò. È la Bibbia ebraica a introdurre nella civiltà umana la libertà quale DNA costitutivo dell’uomo e del creato, speculare alla libertà del Creatore (libertà e non sottomissione!). È la Bibbia ebraica a sostenere che il lavoro umano rende l’essere umano simile a Dio nel creare. È la Bibbia ebraica, a porre, con la straordinaria rivoluzione introdotta dallo Shabbat, un limite al lavoro, altrimenti deleterio, rendendo l’uomo simile a Dio anche nel riposare.

È con lo Shabbat che vengono inventati i “diritti umani universali”, includendo uomini, donne, stranieri, schiavi e perfino animali. È con lo Shabbat e con i precetti biblici di aiuto ai poveri e di costruttiva solidarietà con i derelitti della società che trova fondamento la nostra idea di “welfare” e non da altre culture. È la Bibbia, sia ebraica sia cristiana, a ipotizzare in qualche modo una possibile divisione tra politica e religione.

Non pochi intellettuali, compresi non pochi pensatori credenti ebrei e cristiani, hanno creduto, erroneamente, che questi valori e che queste conquiste –oggi estremamente fragili e sotto attacco- fossero auto-evidenti e non derivanti da una storia ben precisa. Aveva ragione C. M. Martini a dire che la Bibbia è il libro del futuro dell’Europa e dell’Occidente, ma non è stato ascoltato. Aveva ragione Benedetto XVI nella ben nota conferenza di Ratisbona, ma fu vittima del discredito mediatico e culturale. E la Bibbia è stata scritta da ebrei, per ebrei, in ebraico, e l’ebraismo ancora oggi sopravvive proprio grazie alla Bibbia. E, parimenti, credo, il cristianesimo.

Il riportare la Bibbia a fondamento della cultura e dell’etica è un impegno religioso possibile, dalla fecondità straordinaria, condivisibile tra ebrei e cristiani: un impegno di cui si avverte l’urgenza impellente e drammatica in questi anni di crisi, di confusione assordante, di efferata violenza e di grande mediocrità. Tale contributo religioso, culturale e morale, congiunto di ebrei e cristiani, oggi risulta quasi inedito ed estremamente necessario.

Tuttavia, oggi, come ebbe a dire giustamente il filosofo ebreo E. Fackenheim, senza il reale riferimento positivo e non ambiguo a Israele, non sarà né autentico né produttivo il dialogo tra ebrei e cristiani. Infine, visti i tempi calamitosi in cui ci troviamo e troveremo ancora di più domani a vivere, invito tutte le persone coscienti e responsabili, sia ebree sia cristiane sia musulmane, come pure di altre religioni, a raccogliersi in preghiera invocando dall’alto l’impulso in ciascuno di noi ad agire ai fini del rispetto del prossimo e della pace, concetto e realtà quest’ultima troppo spesso ideologicamente abusata, estremamente difficile, ma, proprio per questo, da perseguirsi con perseveranza, lucidità e caparbia determinazione.

13 gennaio 2015 | 07:42

Nelle scuole dove s’insegna il fanatismo

Corriere della sera
di Tiziano Terzani

La mentalità jihadista in un reportage di Tiziano Terzani dal Pakistan del 2001 con i dubbi dell’autore sull’intervento militare contro l’Afghanistan dei talebani

1
Ero andato al bazar perché volevo vedere quanti avrebbero partecipato alla manifestazione pro talebani che si tiene di routine nella vecchia Peshawar dopo la preghiera di mezzogiorno, ma un amico mi aveva avvertito che il numero dei dimostranti non vuol dire ormai nulla. «I duri non marciano più, si arruolano. Vai nei villaggi», m’aveva detto. L’ho fatto e per un giorno e una notte, in compagnia di due studenti universitari, ho gettato uno sguardo su un mondo la cui distanza dal nostro non è misurabile in chilometri, ma in secoli: un mondo che dobbiamo capire a fondo se vogliamo evitare la catastrofe che ci sta davanti. (...)

«Mio padre è sempre stato un liberale e un moderato, ma dopo i bombardamenti anche lui parla come un talebano e sostiene che non c’è alternativa alla jihad», diceva uno dei miei studenti, mentre lasciavamo Peshawar. La strada correva fra piantagioni di canna da zucchero. Sui muri bianchi che dividono i campi, spiccavano grandi slogan. «La jihad è il dovere della nazione», «Un amico degli americani è un traditore», «La jihad durerà fino al giorno del giudizio». Il più strano era: «Il profeta ha ordinato la jihad contro l’India e l’America». Nessuno qui si chiede se al tempo del Profeta, 1400 anni fa, l’India e l’America esistessero già. Ma è appunto questa accecante mistura di ignoranza e di fede a essere esplosiva e a creare quella devozione alla guerra e alla morte con cui abbiamo deciso, forse un po’ troppo avventatamente, di venirci a confrontare.

«Quando uno dei nostri salta su una mina o viene dilaniato da una bomba, prendiamo i pezzi che restano, i brandelli di carne, le ossa rotte, mettiamo tutto nella stoffa di un turbante e seppelliamo quel fagotto lì, nella terra. Noi sappiamo morire, ma gli americani? Gli inglesi? Sanno morire così?». Dal fondo della stanza un uomo barbuto apre un giornale in Urdu e legge una breve notizia in cui si dice che anche l’Italia si è offerta di mandare navi e soldati: «...E voi italiani allora? Siete pronti a morire così? Perché anche voi venite qui a uccidere la nostra gente, a distruggere le nostre moschee? Che direste se noi venissimo a distruggere le vostre chiese, se venissimo a radere al suolo il vostro Vaticano?».

5Siamo in una sorta di rudimentalissimo ambulatorio in un villaggio a qualche decina di chilometri dal confine afgano. Negli scaffali polverosi ci sono delle polverose medicine; al muro una bandiera verde e nera con al centro un sole in cui è scritto «Jihad». Attorno al «dottore» che mi parla si sono riuniti una decina di giovani: alcuni sono veterani della guerra, altri ci stanno per andare. Uno è appena tornato dal fronte e racconta dei bombardamenti. Dice che gli americani sono codardi perché sparano dal cielo, scappano e non osano combattere faccia a faccia. (...) L’atmosfera è tesa. Qui, ancora più che al bazar, tutti sono assolutamente convinti che quella in corso è una grande congiura-crociata dell’Occidente per distruggere l’Islam, che l’Afghanistan è solo il primo obbiettivo e che l’unico modo di resistere è per tutto il mondo islamico di rispondere all’appello per la guerra santa.

«Vengano pure gli americani, così ci potremo procurare delle buone scarpe, togliendole ai cadaveri - dice uno dei giovani -. A voi la guerra costa tantissimo. A noi nulla. Non sconfiggerete mai l’Islam». Cerco di spiegare che la guerra in corso è contro il terrorismo, non l’Islam, cerco di dire che l’obbiettivo della coalizione internazionale guidata dagli americani non sono gli afgani, ma Osama Bin Laden e i talebani. Non convinco nessuno. «Io non so chi sia Osama - dice il «dottore» - non l’ho mai incontrato, ma se Osama è nato a causa delle ingiustizie commesse in Palestina e in Iraq, sappiate che le ingiustizie ora commesse in Afghanistan faranno nascere tanti, tanti altri Osama».

Di questo sono convinto e la prova è dinanzi ai miei occhi: l’ambulatorio è un centro di reclutamento per la jihad, il «dottore» è il capo di un gruppo di venti giovani che domani partirà per l’Afghanistan. Ognuno porterà un’arma, del cibo e del danaro. L’addestramento? Tutti, dice il «dottore», han fatto due mesi per imparare l’uso delle armi e le tecniche di guerriglia. Ma quel che conta è l’istruzione religiosa ricevuta nelle tante piccole scuole coraniche, le madrasse, sparse nella campagna.

Mi han portato a visitarne una. Disperante. Seduti per terra, davanti a dei tavolinetti di legno, una cinquantina di bambini - c’erano anche alcune bambine - dai tre ai dieci anni, tutti pallidi, magri e consunti, cantilenavano senza interruzione i versetti del Corano. Nella loro lingua? No, in arabo che nessuno sa. «Sanno però che chi riesce a imparare tutto il Corano a memoria, lui e tutta la sua famiglia andranno in paradiso per sette generazioni!», mi ha spiegato il giovane barbuto che faceva da istruttore. Trentacinque anni, sposato con cinque figli, ammalato di cuore, diceva che nonostante le sue condizioni di salute, anche lui sarebbe andato a combattere. Aspettava solo che gli americani scendessero dai loro aerei e si facessero vedere al suolo. «Se non smettono di bombardare costituiremo piccole squadre di uomini che andranno a mettere bombe e a piantare la bandiera dell’Islam in America. Se verranno presi dall’Fbi si suicideranno», diceva con un sorriso invasato.

A parte la memorizzazione del Corano le madrasse insegnano poco o nulla, ma per le famiglie povere della regione quella, pur miserissima, è l’unica educazione possibile. Il risultato sono i giovani che oggi vanno alla jihad e il crescente potere che i mullah, ugualmente ignoranti e ottusi, hanno sulla popolazione delle campagne grazie al loro monopolio sulla religione e sui fondi dei Paesi musulmani come l’Arabia Saudita. Dovunque ci siamo fermati in quelle ore non ho sentito che discorsi carichi di fanatismo, di superstizione, di certezze fondate sull’ignoranza. Eppure sentendo parlare questa gente, mi chiedevo quanto anche noi, pur colti e rimpinzati di conoscenze, siamo pieni di preteso sapere, quanto anche noi finiamo per credere alle bugie che ci raccontiamo. (...)

Anche noi ci facciamo illudere dalle parole e abbiamo davvero creduto che la prima operazione delle forze speciali americane in Afghanistan era intesa a trovare il centro di comando dei talebani, senza pensare che, come dice il mio amico pashtun «quel centro non esiste o è al massimo una capanna di fango con un tappeto da preghiera e qualche piccione viaggiatore, ora che i talebani non possono più usare le loro radioline facilmente intercettabili dagli americani». E non è il fanatismo di questi fondamentalisti, simile al nostro arrogante credere che abbiamo una soluzione per tutto? Non è la loro cieca fede in Allah, pari alla nostra fede nella scienza, nella tecnica, nella abilità di mettere la natura al nostro servizio?

È con queste certezze che andiamo oggi a combattere in Afghanistan con i mezzi più sofisticati, gli aerei più invisibili, i missili più lungimiranti per rifarci di un atto di guerra commesso da qualcuno armato solo di tagliacarte e di una ferma determinazione a morire. Come non rendersi conto che per combattere il terrorismo siamo venuti a uccidere innanzitutto degli innocenti e con ciò ad aizzare ancor più un cane che giaceva? Come non vedere che abbiamo fatto un passo nella direzione sbagliata, che siamo entrati in una palude di sabbie mobili e che con ogni altro passo finiremo solo per allontanarci sempre di più dalla via di uscita?

13 gennaio 2015 | 08:02

La multa al semaforo è legittima se il “giallo” dura tre secondi

La Stampa

Tre secondi sono sufficienti a perdere centocinquanta euro e pure sei punti sulla patente. Sono quelli della durata della luce gialla del semaforo, o meglio, il loro limite minimo oltrepassato il quale scatta inesorabile la multa. Lo ha stabilito la sentenza della Cassazione n. 27348/2014, a fronte di un ricorso, ribadendo quanto già affermato nello scorso settembre.

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Infatti, sebbene il Codice della Strada, non preveda in maniera esplicita una durata minima del giallo, tre secondi sono comunque congrui per dare il tempo all’automobilista di decidere se fermarsi o no. Lo stesso Codice, del resto, dice che durante il periodo di accensione della luce gialla i veicoli non possono oltrepassare i punti stabiliti per l’arresto, a meno che vi si trovino così vicini che non possano più arrestarsi in condizioni di sicurezza.

Proprio per questo motivo `automobilista deve tenere una velocità adeguata allo stato dei luoghi. In ogni caso una Circolare del Ministero dei Trasporti (n. 67906/2007) stabilisce che il tempo minimo di durata del giallo non può mai essere inferiore a tre secondi, che è esattamente il tempo di arresto di un’auto che viaggia a 50 km/h.

(Fonte: Ansa)